cultura barocca
Il Teatro di Tordinona" ed il giusto "Riscatto delle Donne di Spettacolo" Dalla grande Stagione del Teatro in Roma Antica alla sua severa condanna a partire già dal Cristianesimo originario = in particolare la condanna morale delle donne del mondo dello spettacolo (Estremizzazione antifemminista contro le donne teatranti = ....Pudica esser non può Donna vagante,/ La cantatrice è tal, dunque è puttana.... : ovvero il caso del settecentesco nobile e letterato Alessandro Adimari): vedi quindi Donne che si espressero contro le convenzioni senza "Maschera" = Suor Arcangela Tarabotti, Suor Suor Juana Inés de la Cruz -in italiano "Suor Giovanna della Croce" e Maria Cristina Regina di Svezia - Vedi qui quasi tutte le opere teatrali e musicali digitalizzate da "Cultura-Barocca" (quelle di assoluta rarità se non di unicità son da richiedere, in maniera motivata, a Cultura-Barocca)

Dopo la straordinaria stagione greca del Teatro, della Tragedia, della Commedia e del Dramma Satiresco la cui grandezza raggiunse vertici tali, seppur inquadrati entro un sistema di cultura e civiltà in cui la religione interagiva con lo spettacolo, nel fiorire della Romanità anche nelle aree decentrate o periferiche (analizziamo qui a titolo d'esempio il Teatro di Ventimiglia Romana) il fenomeno del Teatro per quanto secondario nei gusti delle masse a forme ludiche più consone ai padroni del mondo quali i Ludi e comunque i giochi circensi mantenne una grande partecipazione, anche popolare, ed una fruizione altamente considerevole con tutta una sua casistica particolare su cui giova meditare oltre che sulla caratteristica di essere un munus (dono) cui si partecipava gratuitamente a condizione di ostentare all'ingresso quelle "Tessere Teatrali" che da un lato costituivano un modo per gestire i rapporti sociali, di clientela ma anche di pubblicità e intercomunicazione e dall'altro finirono per rappresentare un oggetto anche enigmatico di indagine per antiquario e collezionisti dai tempi dell'Aprosio a partire da quel G. B. Casali che alle Tessere nelle loro varie specialità dedicò un corposo intervento in un suo volume su Roma Antica e che qui si può leggere per intiero digitalizzato da testo antiquario (con immagini) (magari soffermandoci a pro dei più curiosi sull'uso fra tante altre delle Tessere di Ospitalità e quindi, par quasi inevitabile, sulle Tessere Teatrali).
Come detto -anche se forse, e per quanto privatissimo, il più affascinante quanto originale "Teatro", inteso quale sede straordinaria per ogni sorta di divertimenti, dovette essere quello,o voluto dall'imperatore Caligola, mobile sulle Navi del Lago di Nemi destinate ad opsitare con i suoi ospiti belle ragazze molto spesso provenienti dal Mondo dello Spettacolo- il fenomeno scenico mantenne quandi non solo grande rilevanza sociale ma vide pian piano il proliferare di strutture monumentali atte a contenere folle di appassionati spettatori
A prescindere dall' incredibile ed anomala struttura voluta da Caligola , come di altre che potranno magari esser scoperte in futuro, a riguardo della "vita nella vera e propria" della Complessa ed istituzionale struttura del "Pubblico Teatro" destinata ad ospitare migliaia di spettatori, prescindendo dalle dimensioni e dalla maggiore e/o dalla minore tecnologia a disposizione (restando in tema si potrebbero menzionare i due teatri mobili di Curione destinati, quando necessario, a diventare fusi tra loro in maniera da costituire un Anfiteatro (e quindi offrire una forma alternativa di spettacolo e divertimento) = II metà del I secolo a. C.; vedi: Plinio, lib. XXXVI della Storia Naturale) quasi tutto rispondeva ad una tipologia abbastanza costante e ripetitiva di cui qui si propongono osservazioni atte ad un confronto tra teatro greco e (p. 1200, colonna II in basso) teatro romano (con l'inserimento di uno schema attivo dal lato multimediale) = ed occorre anzi dire che anche a Roma, originariamente, per quanto concernevano Commedie e Tragedie -al tradizionale uso greco- le parti femminili erano attribuite ad uomini, che portavano maschere.
Anche se col passare del tempo ed in rappresentazioni più consone (dalle "Atellane" ai "Mimi") ai nuovi gusti dell'ecumene romano presero a recitare con sempre maggior successo, senza maschera né particolari caratteri distintivi come i coturni, le donne accanto agli uomini = erano queste le "Mime" che parteciparono anche al nuovo genere, ma indubbiamente di gran richiamo, delle "Pantomime" = occorre dire che in effetti non godevano di gran reputazione secondo la morale comune romana (assai più severa di quanto pessime traslazioni romanzesche e cinematografiche abbiano lasciato intendere) ma non erano affatto relegate nel limbo sociale degli emarginati ed anzi se alcune di loro, di piccole compagnie operanti in provincia, dovevano spesso integrare i magri guadagni concedendosi a protettori più o meno occasionali nemmeno mancarono quelle idolatrate e ricercate in grado di accumulare buoni guadagni e vantare potenti amicizie.
Sul tema più esteso del Teatro in Roma un "Fautore dell'Aprosiana" oltre che corrispondente de "Il Ventimiglia" ha lasciato un contribuo vasto e tuttora utile per quanto raro entro un suo volume oggi molto raro su molteplici lati di " Roma Antica": si tratta di Giovan Battista Casali la cui opera, su cui si ritornerà per distinti versi, giunge molto interessante in merito agli aspetti del Mondo dello Spettacolo e che qui si propone con la sua ricca iconografia (la curiosità e rarità del volume non ha impedito che -specie per il non facile latino in cui è scritto- che gli fosse accostato in testo italiano il basilare "Lessico dell'Antichità di F. Lubker" con l'indice delle voci più significative)
Per vari aspetti le Cantatrici e le Musiche godevano di miglior reputazione; qui possiamo vedere l'organo di
**********Aquincum**********
città della Pannonia e qui possiamo vedere una struggente iscrizione (dal lapidario della stessa città) in cui un marito, suonatore d'organo salariato della Legione II ausilaria compiange la morte della moglie Sabina soprattutto affermata cantante ma anche suonatrice d'organo.
La fortuna delle "Mime" e delle "Ballerine" (perlopiù comunque impiegate quali attrici di varietà e che spesso non lesinavano a presentarsi ostentando tutta la loro bellezza e sensualità) ma anche quello delle cantanti e suonatrici decadde con l'avvento del Cristianesimo: in età cristiana sorse un' accesa polemica nei confronti dei musicisti conviviali, tra cui le psaltriae, che la chiesa consigliava di sostituire con esecutori di inni e canti spirituali; a questo proposito apprendiamo dalle fonti letterarie che si ricorse anche a sinodi e concili per limitare il diffuso fenomeno dei banchetti musicali pagani, considerati pericolosi per l'integrità morale dei fedeli. Nella seconda metà del IV sec. d.C. San Gerolamo, in un' epistola, ammoniva i fedeli ad espellere dalle proprie case le suonatrici di lira e di cetra, definendole componenti di un "coro diabolico" assieme alle cantanti in quanto in grado di corrompere l'uomo con musica e canto permeati di influssi di Eresia diabolica [e del pari diaboliche furono altresì considerate "Danzatrici" e "Ballerine" atteso il timore che nelle loro esibizioni si mascherassero tracce di paganesimo e soprattutto di cultura sciamanica quindi connessa con iniziazioni stregonesche a prescindere che su tale rifiuto interveniva soprattutto il fatto ben più comprovabile che questa remota tradizione di intrattenimento degli spettatori riconducibile alla classicità sopravvisse, ma dal Cristianesimo del tutto incompresa e condannata, in Medio Oriente e nel mondo arabo sin ancora a scandalizzare, da un lato. ma. dall'altro, ad affascinare gli esploratori europei tra '700 e '800 come nel caso delle gawazee (sing. gaziyah) e soprattutto de Le Almè, danzatrici tra cui rimase leggendaria la figura della bellissima Zobeide amante del califfo Harun-Al-Rascid = le "Musiche", nel senso di cantanti e suonatrici, sopravvissero senza problemi nell'Oriente mediterraneo, specie nel contesto delle tante isole greche: a Rodi l'isola greca da lui più amata, quella dei Cavalieri e delle Rose ma poi passata sotto il dominio dell'Impero Turco l'ottocentesco e colto esploratore Marcellus - a titolo d'esempio di una costumanza ellenica antica quanto diffusa (p. 196)- ebbe occasione di ascoltare e trascrivere ai primi del XIX secolo canti d'amore accompagnati dalla musica ed in varie occasioni specie conviviali rappresentati sia da uomini che da donne come qui si vede].
Non è però da pensare che per quanto assolutamente più libere e rispettate anche
nel momento più florido dell'Impero queste professioniste dello spettacolo non fossero guardate con una certa circopsezione data la vita girovaga che spesso conducevano = e nel contesto di questo lavoro si è anche proposto un viaggio virtuale attraverso il Municipium di Albintimilium (Ventimiglia Romana) idealmente seguendo un personaggio fittizio ed immaginando una sua visita al Teatro locale fervente di operosità in previsione d'una rappresentazione e magari speranzoso di una qualche avventura specie con attricette di contorno: la cui morale, come si vede anche per i Romani, non solo per i così detti perbenisti che eran tanti anche allora ma in forza della stessa legge, non era certo da imitare.come qui si vede scritto anche se, giova dirlo, la tolleranza era considerevole ed al limite tutto si concludeva in frizzi e giochi verbali concernenti questa Vita Teatrale come i trastulli delle Terme (Marziale ce lo rammenta e lo rammenta ai moralisti del suo tempo sia in merito alla "Vita Mondana delle Terme" con questa allusione piena di un sorriso tanto sarcastico quanto conciliatore in merito ai possibili "giochi del sesso" quanto in relazione ai severi censori degli Spettacoli del Teatro laddove scrive (trad.) nel "Prologo" al "Libro degli Epigrammi" = Visto che conosci i riti graditi alla scherzosa Flora, i giochi festivi e la licenziosità del popolo, perché sei venuto a teatro, o severo Catone? O sei entrato solo per uscirne? ) [per quanto inficiato, oltre che dalla propaganda antipagana, dagli errori di giudizio dell'Imperatore "Eliogabalo" ondivago tra "mondi" diversi come Oriente e Occidente occorre dire che il Senato delle Donne ai tempi della dinastia dei Severi non era, come fu fatto credere, un surrogato lacivamente femmineo del vero e proprio Senato Imperiale ma una sorta di istituzione atta ad occuparsi proprio di quei problemi femminili, nel contesto di una crescente affermazione pubblica della donna, spesso però ancora trascurati dalle Istituzioni: nel retroterra dell'urto fra Paganesimo e Cristianesimo misoginia ed antifemminismo ebbero ben altre postulazioni (prescindendo dalla biblica interpretazione del maggior peccato di Eva rispetto a quello di Adamo, come dire della donna o fronte dell'uomo e dall'incomprensione, ampiamente segnalata da A. Malvezzi, tra il Cristianesimo che rigettò la civiltà pagana a fronte dell'Islamismo originario che ne conservò molte costumanze, anche in merito alla condizione femminile) = in qualche modo siffatto antifemminismo -poi ripreso come assioma da esegeti e controversisti- si può rimandare a quella sorta di ipostasi del "disprezzo del corpo -ritenuto cedimento alla lascivia e vanità femminea ma anche ragione di peccato nella promiscuità dei sessi entro i lavacri se non addirittura di vizio nel morboso uso idolatra di toccarsi e masturbarsi per cercare il piacere- contro la cura che ne avevano i Gentili" che fu tra le ossessioni di anacoreti e monaci ferocemente antipagani e finalmente trionfanti entro i confini, anche deliranti, di un rifiuto e di un'incomprensione iconicamente enfatizzata e simboleggiata -ascoltando il Gregorovius- dall'affronto perpetrato a scapito delle Sacerdotesse Vestali (in linea di massima custodi dei valori della femminilità riconducibili a Vesta: e gradite a lungo sia a Pagani che Cristiani e a dimostrazione dell'incarnarsi in determinate frange estremiste del più intollerante Cristianesimo siffatte sanzioni di antica matrice anacoretica furono riprese da Bernardo di Chiaravalle in merito alla creazione dell'Ordine dei Cavalieri Templari" laddove tra la sua In Lode della Nuova Milizia e la "Regola dell'Ordine" in rapporto ai valori eccellenti compaiono ascritti anche quelli del rifiuto del lusso, delle donne come induzione al peccato, di ogni diletto, dell'andar negletti e trascurati, "quasi irsuti" nel non rispetto dell'igiene: tutte cose ritenute motivo dei fallimenti della Cavalleria Secolare troppo dedita ai piaceri quanto alla cura della persona ma tra cui vengono ascritte anche varie forme profane di divertimento non escluso il piacere del Teatro all'epoca ormai limitato all'intrattenimento d'origine pagana dei "mimi" ]
Col Cristianesimo la "Vita del Teatro" (al pari di quella di altri spettacoli ludici, in particolare i giochi sportivi e soprattutto quelli gladiatori) venne meno: a questo proposito si possono citare qui digitalizzati due testi fondamentali e cioè il "De Spectaculis" dell'autore cristiano Tertulliano [opera in cui i Capitoli XVII (I teatri sono sentine d'impurità e di disonestà) e XVIII (Le tragedie, le commedie hanno in loro qualcosa d'illecito e di empio) assieme al Capitolo XXVI. Il teatro è cosa che ha in sé carattere demoniaco sembrano davvero "tuonare" come una condanna totale ed ergersi a profetico epitaffio per un genere d'arte che dai Greci ai Romani conobbe opere e autori di straordinaria grandezza] e, per quanto concerne la sanzione legislativa, il Libro XV al punto trattante 5.10, De Spectaculis precisamente al Capo 7.10 del "Codice dell'Imperatore Teodosio" colui che in definitiva concluse l'opera di Costantino il Grande (e conseguentemente del I Concilio di Nicea con la basilare sanzione del Simbolo Niceno) determinando a pro del Cristianesimo "Religione Ufficiale dell'Impero" una graduale ma ineluttabile cancellazione del Paganesimo.

In questo formidabile processo di "moralizzazione secondo i dettami della Cristianità" le donne perdettero tutto quanto avevano ottenuto in tema di diritti civili e naturalmente le "Donne dello Spettacolo" scomparvero nel nulla, divenendo un pallido ricordo: ed è sempre di Tertulliano, ancora per la sua versione quasi profetica e fatta in tempi in cui il Paganesimo era la Religione ufficiale, la sanzione più terribile su di esse contenuta nel citato Capitoli XVII (I teatri sono sentine d'impurità e di disonestà) laddove appunto scrive in merito ad Attrici, Mime, Cantanti ecc. =
....Quello che fa riscuotere al teatro, il favore più grande, risulta da tutto un insieme di immoralità: ogni cosa è basata su di esse: uno di Atella s'abbandona a gesti ridicoli ed immorali; ecco una rappresentazione mimica; vi sono anche donne che recitano, portando proprio fino all'ultimo gradino quel senso di dignità e di pudore che è pure proprio della donna: è più facile che una arrossisca in casa... ma sulla scena non sarà mai. Il pantomimo finalmente ha vissuto sulla propria persona l'onta della vergogna più turpe, ancora fanciullo, per poi esser capace di rappresentarla sulla scena in un modo, così efficace. Si portano sulla scena donne da trivio, avanzi della corruzione e del pubblico più bestiale capriccio; più disgraziate lì, sotto gli occhi stessi delle matrone alle quali sole erano rimaste forse nascoste: eccole lì, ora, portate in bocca di tutti: gente d'ogni età e di ogni qualità e grado: si sa il luogo della loro vergogna, il prezzo del loro disonore, le loro abilità e i loro pregi!... sono proclamati... anche a chi non li vorrebbe sapere. Non dico nulla poi di tutto il resto che bisognerebbe tenere gelosamente nascosto nei più solitari recessi e sotto la cortina più densa di tenebre, perché tante vergogne non riescano ad inquinare e ad offuscare la luce del giorno. Provate vergogna, o senatori, e così pure o cittadini, di ogni ordine, arrossite! E quelle donne che ormai hanno infranto il senso e il principio del loro onore e della loro dignità, nel timore che esse hanno di presentarsi in piena luce al cospetto di tutto un popolo, arrossiscano di vergogna, per quei loro gesti immorali, almeno una volta in un anno. Se ogni forma di volgarità e di bassezza deve esser colpita dalla nostra maggiore esplicita esecrazione, come potrebbe esser lecito udire ciò che non ci è possibile di dire?".
**********
La "distruzione ufficiale del Teatro" ad opera del Cristianesimo data però almeno ufficialmente dal Sinodo d'Elvira del IV secolo (inducendo anche gli spettatori oltre che gli attori -sia con la partecipazione che con la visione di spettacoli osceni- a perpetrare il gravissimo peccato della lussuria) = Scomunica (vedi) anche se con il trascorrere dei secoli il rischio venne parzialmente dimensionato come si può qui leggere consultando la voce Excommunicatio dalla Bibliotheca Canonica..., di L. Ferraris tra '600 e '700) : il "Problema del Teatro e dei Teatranti" in effetti però non venne mai menoattraverso i secoli ed anzi i millenni, pur attraversando postazioni ondivaghe, ora più severe ora maggiormente tolleranti, ma con una postazione quasi immutabile nella sostanza della Chiesa al punto che ancora nel '600 una grande e celebre attrice ammirata dallo stesso Angelico Aprosio vale a dire Isabella Canale Andreini avrebbe ufficialmente annoverato fra i suoi tormenti esistenziali
quello di morire come
*********Eretica Peccatrice*********
e di scomparire nella dannazione sì che
dopo tanta fama avuta quale attrice poteva esser rinchiusa in una sepoltura modestissima se non disonesta, cioè in terra sconsacrata
quale persona ch'aveva svolto un lavoro infame

************
Anche quando -molto tempo dopo dalla sua affermazione e pur attraverso lo scorrere dei secoli- comparvero le prime "Rappresentazioni Profane" la Chiesa Cattolica Romana mantenne la sua sostanziale avversione verso il "Teatro " ed in particolare le femmine restarono assolutamente emarginate dato che ad attrici, cantanti e donne di spettacolo per secoli rimase quasi come un marchio quella pessima reputazione come visto risalente prima a Tertulliano e poi alla sanzione di S. Gerolamo (drammaticamente, benché non più condivisa unanimente in ambito letterario e moralista, fu persistente ancora nel XVII sec - sotto le stimolazioni censorie, dopo la liberalità umanistica e rinascimentale, della Controriforma attivata in funzione del "Concilio di Trento" - siffatta "condanna" e risulta ben riassunta nei qui proposti scritti seicenteschi dell'Azzolini e dell'Ottonelli sostenitori della tradizionale Musica Sacra (vedi qui) contestualmente alle forme estetiche di Laudi e dell'Oratorio a scapito del profano melodramma affermatosi dal Monteverdi al Lulli con il concorso di celebri "Virtuose" professioniste sulla cui moralità avanzarono continui dubbi = prima che si affermassero le grandi feste più proprie del Rinascimento e poi quelle clamorose del Barocco in epoca medievale il massimo delle rappresentazioni profane avveniva in occasione delle Fiere e dei Mercati quando tra la folla, per sbarcare il lunario, comparvero operatori circensi, giocolieri, saltimbanchi, ammaestratori di animali e con qualche narratore di favole gli assai discussi "Mercanti di Meraviglie che sostanzialmente vivevano nel rischio essendo nella condizione, anche per qualche delazione o comunque pure per qualche loro azione disonesta, di esser arrestati, conoscendo l'asprezza del Carcere o Custodia Cautelare e del susseguente Giudizio = tuttavia con il tempo, anche per il semplice pubblico dei ceti meno abbienti, l' importanza delle Cantorie aumentò anche per la presenza in esse di Evirati Cantori e per la concomitante opera di Predicatori Professionisti troppo spregiudicati oltre che venali a giudizio non errato di alcuni si potevano manifestare in certe situazioni effetti dannosi alla quiete pubblica oltre che alla fede.
*****************
Nel contesto di tutta questa serie di interventi ecclesiastici e comunque moralizzatori in merito al Teatro (nel contesto dei quali si temeva che specie nel trattare argomenti osceni magari con l'occulto concorso di transessuali/ermafroditi/androgini venisse perpetrato uno dei reati forse più temuti all'epoca nel periglioso contesto dell'Eresia la blasfemia, cioè il bestemmiare avverso Stato e Chiesa sì da creare innanzi ad un pubblico un germe di destabilizzazione del sistema sociale in essere, strutturato su inalienabili radici ed equilibri giudicati intangibili) neppure bisogna dimenticarsi di quanto contestualmente si scriveva in merito a chi stava dall'"altra parte della barricata" vale a dire "spettatori" (argomento cui seccamente rispose come qui si legge il citato Ottonelli) e "spettatrici" = in merito alle donne in un certo modo furoreggiava quanto scrisse Vincenzo Nolfi a riguardo de "La Dama in Teatro e comunque partecipe alle rappresentazioni sceniche" entro il Capitolo 42 di un'opera abbastanza menzionata come sorta di "Galateo Femminile" cioè la
GINIPEDIA OVERO AVVERTIMENTI PER DONNA NOBILE =
l' autore prima di concludere la sua opera con un Ultimo avvertimento alla Dame in merito all'esser conformiste e sempre comportarsi in maniera impeccabile ed altresì poco innanzi d' aver steso un suo abbastanza banale elenco di "Donne Illustri" si era fatto carico di analizzare e suggerire diversi possibili comportamenti delle Dame, sempre ispirati a moderazione e buon senso tra cui vari capitoli dedicati alla Donna Nobile Sposata quale punto essenziale ma sempre subordinato al Marito entro l'elemento nucleare quanto basilare della società: vale a dire la Famiglia. Ed in merito a questo si leggano qui i digitalizzati capitoli:
Capitolo 22 - Delle Nozze [ con a fondo pagina un'importante aggiunta critica sulla letteratura antidonnesca e in dettaglio sui problemi connessi al "Matrimonio" e "A qual Donna sposare"] - Capitolo 23 - Della favola d'Himeneo - Capitolo 24 - Seconda Parte della favola d'Himeneo - Capitolo 25 - Terza Parte della favola d'Himeneo - Capitolo 26 - Quarta Parte della favola d'Himeneo - Capitolo 27 - Quinta Parte della favola d'Himeneo - Capitolo 28 - Del visitare, e corteggiar spose [nello scrivere seicentesco del Nolfi si può fraintendere: egli qui allude -a prolusione dei capitoli che seguiranno (concernenti il modo di partecipare ai diletti consentiti)- a ciò che una Sposa e specialmente una Sposa Nobile può e/o deve fare sempre attenta a non diventare oggetto di sospetti sin a perdere la dignità ] - Capitolo 29 - Della Bellezza - Capitolo 30 - Degli Occhi ("Della Bellezza degli Occhi") - Capitolo 31 - Del colore di altre parti del corpo concernenti alla bellezza - Capitolo 32 - Di alcuni Privilegi della bellezza - Capitolo 33 - Diverse considerazioni sopra la bellezza - Capitolo 34 - Del ritrovarsi a' Banchetti - 35 - Del ritrovarsi a' festini di ballo - 36 - Del ricusare l'invito su le feste di Ballo - Capitolo 37 - Del ritrovarsi alle Vegghie - Capitolo 38 - De i Giuochi più praticabili nelle Vegghie - Capitolo 39 - Del dar i pegni, e de' quesiti tratti dal Giuoco per renderli - Capitolo 40 - De quesiti particolari dedotti dalla qualità de Pegni - Capitolo 41 - Di alcuni quesiti generali nel rendere i Pegni cui segue -basilare in merito al "teatro"- il Capitolo 42 "La Dama in Teatro e comunque partecipe alle rappresentazioni sceniche" e quindi: Capitolo 43 - "Dama in Accademia" - Capitolo 44 - "Del Mascherarsi" [su cui è parimenti utile fermarsi per indicare quanto fosse generalmente giudicato disdicevole se non criminale a tutti e specie alle "Spose Nobili" mascherarsi nel tempo di Carnevale in maniera impropria, oscena o magari indossando abiti propri dell'altrui sesso] e per finire Capitolo 45 - Il comportamento della Dama al tempo "Del Villeggiare".
*******
La misoginia sublimata nell'"avversione più retriva avverso le Cantatrici e le Comiche cioè le Attrici, fu molto dibattuta nell'epoca aprosiana come sopra si è già scritto ed ebbe un certo qual suo vertice (pur all'interno di un più esteso dibattito contro le licenze erotiche dell'arte, sia essa pittorica e scultorea che rappresentativa e/o teatrale) negli scritti di due personaggi del pari già citati: il Vescovo Lorenzo Azzolini di cui "il Ventimiglia" recuperò questo significativo brano della Satira della Lussuria e quasi contestualmente Domenico Ottonelli che nella "Grillaia" del 1668 fu scritto "Domenico Bonelli" estrapolando Angelico da un suo lavoro un brano dai contenuti tra il tragico e l'erotico e comunque pervaso di misoginia pubblicato entro il Capitolo (o "Grillo") XXI Delle disgratie accadute à gli Adulteri ed alle Adultere, e perche con tutto ciò si proseguisca l'Adulterare.
Stando all'epistolario dei suoi corrispondenti l'agostiniano intemelio non doveva avere all'epoca molti dati su questo personaggio che neppure risulta ascritto tra i "Fautori dell'Aprosiana" ma che poi Aprosio recuperò elogiativamente in questa sarcina piuttosto interessante sugli onesti diletti di uomini e donne all'interno del già inedito ed ora in gran parte digitalizzato Scudo di Rinaldo II.
Per sua parte Domenico Ottonelli rimediò ad una tardiva amicizia, che lo conquistò, fornendo in pratica alla Biblioteca di Ventimiglia quasi tutti i testi della sua vasta produzione, in particolare moralistica ed antidonnesca ma assai attenta al Teatro ed alla sua moralizzazione: tra queste opere due spiccano in modo particolare in merito al tema degli spettacoli e sono tuttora custodite all'Aprosiana di Ventimiglia, si tratta del Della pericolosa conuersatione con le donne, o poco modeste, o ritirate, o cantatrici, o accademiche, opera del p. Gio. Domenico Ottonelli da Fanano, sacerdote della... - In Fiorenza: Franceschini, Luca & Logi, Alessandro, 1646 (nella quale quasi come un epitaffio in merito alla pericolosità per la morale della donna e soprattutto della donna di Teatro spicca emblematica questa sequenza narrativa) e quindi dell'assai più noto volume Della Christiana moderatione del theatro ricordo primo, detto la qualita delle comedie; per dichiarare, quale sia la lecita a buoni christiani, e quale sia la illecita... - In Fiorenza: Franceschini, Luca & Logi, Alessandro, 1646 di cui qui anche a titolo esemplificativo di uno stato epocale di propone digitalizzata parte di un' edizione del 1648 (di cui comunque si propone l'intiero schema in cui è strutturata l'opera integralmente multimedializzata e a disposizione -al pari della precedente- degli utenti di "CulturaBarocca" che ne risultino motivatamente interessati per ragioni di studio) = la lunga parte disposta in rete è praticamente da giudicare la quasi totalità del Capo III dell'opera in questione da cui si possono evincere le notazioni forse più interessanti a riguardo delle Comiche od Attrici.

A titolo di chiosa su questi personaggi e su questa annosa polemica concernente il "Mondo dello Spettacolo" pare opportuno rammentare, data la speciale caratteristica di questo sito, che Angelico Aprosio, pur senza enfatizzare il fatto e nemmeno abiurando alla sua misoginia (da rivisitare criticamente comunque, specie contro certi errati e dominanti luoghi comuni) aveva "passione per il Teatro" ma non si astenne, " anche " per motivi di sinergia culturale con personaggi come l'Azzolini e l'Ottonelli, dal partecipare alla complessissima ed epocale discussione sulla moralizzazione del Teatro seppur senza produrre argomenti particolarmente nuovi o polemici sulle "Teatranti" quanto semmai soffermandosi (non senza l'esigenza da parte nostra di una doverosa rivisitazione critica in merito ad un vecchio saggio) su qualche osservazione tanto acuta quanto pure decisa contrariamente a quanto già scritto sul delicato tema della castratura e degli "evirati cantori" sia nei Teatri che nelle Cantorie Ecclesiastiche surrogandole appunto con "Evirati Cantori" tema perlatro destinato a riproporsi un secolo dopo all'epoca del grande
************Evirato Cantore Farinello/-i alias Carlo Broschi************
[come nel lontano 1984 mi suggerì l'illustre Prof. Nilo Calvini sarebbe stato certo interessante appurare se mai su questo tema nei suoi tanti contatti Aprosio avesse avuto qualche fruttuosa discussione con un "Fautore della sua Libraria" che fu "Cantore della Cattedrale di Ventimiglia" (vedi qui p. XII, quarto nominativo dal basso) ma di questo "Giuseppe Maria Sapia" Aprosio, nonostante le promesse scritte (p. 43) -semplicemente ne reiterò con un'integrazione la definizione "Cantore e Primicero tra i Canonici di Ventimiglia" (leggi dalla XII riga dal basso di p.42)- nulla è stato dato di trovare se non appunto che fu Canonico Primicerio della Cattedrale della Diocesi di Ventimiglia].
In effetti Aprosio era assai ben documentato sul tema e conosceva anche la castrazione femminile per cui si rifaceva a quanto scrisse il medico Giovanni Battista Feliciano (pag. 315, par.9) = contrario a ogni pratica di mutilazione sessuale egli comunque scrisse specificatamente dei ben più noti
eunuchi (vedi trattandosi di un argomento più citato che noto!)
cioè gli evirati annotando
Tutte queste leggi [contro la Castratura] sono andate, non so come, in disuso, e siamo giunti a tal segno, che non mancano Scrittori, li quali s'inducano à patrocinare la Castratura. Tra questi li PP. Michele Salon, e Zacharia Pasqualigo, il primo Agostiniano, e l'altro CR. Theatino. Questo s'è posto a difenderla con tutti gli sforzi, impercioché havendo detto il dottissimo Antonino Diana pur Teatino, in più luoghi esser illecita la Castratura il P. Pasqualigo per mostrare il suo bell'ingegno (e veramente è d'intelletto raro, e dove parla da senno, può l'huomo assicurarsi nel suo pare) si oppose, e si sforzò di provare tutto' l contrario questo offre un'idea registrata da Aprosio, che come si vede con affettazione diede in qualche modo del folle al Pasqualigo almeno in questo caso, all'interno di questo Capitolo XXIV della Grillaia:
ma sapeva bene che il problema di fondo su cui molti ecclesiastici si stavano scontrando
non era la Castratura in quanto tale e di per se stessa condannata come lui stesso sapeva ma i cavilli disperatamente cercati nel contesto di un clima misogino cui, pur mantenendo le distanze si associava per vari aspetti anche per quanto di seguito risulta scritto qui, quello cioè di mantenere la preclusione per le donne nelle Cantorie Ecclesiastiche cercando a tutti i costi di risolvere il problema con l'uso di "Evirati Cantori" nel nome di quel "pubblico vantaggio" tanto criticato dal Ghilini, cui "Il Ventimiglia" aveva dedicato emblematicamente il Cap. XXIV della Grillaia giungendo poi a pubblicare nello stesso, anche per moderare certi slanci che gli avevano già creato problemi e ostilità, la seguente sarcina Ma piano, o mio dolcissimo, ed amatissimo p: Inchofero, e degno degli applausi di tutti, e per esser Giesuita, e di candidi costumi come per lo più sogliono essere gli huomini della vostra nazione. Sostituire agli Eunuchi le Donne? Dio ve lo perdoni...: dando poi all'"Inchofero" questa risposta, in fondo furbescamente e/o prudentemente mediata: Creparei non registrando quello, che ci lasciò scritto la canora Musa del Gran Vescovo Azzolini nella Satira della Lussuria.
Si è sopra scritto ed evidenziato " anche " in quanto nella caleidoscopica esistenza aprosiana si celavano altresì sorprendenti interrogativi mediamente trascurati dalla critica sulla scia di scelte accademiche non discutibili ma semmai quasi sclerotizzate da studi pregressi ma insufficienti se non superficiali per quanto di autori moderni di prestigio ... e mai un " anche " fu più appropriato: in quanto a lato di siffatta citata realtà di stima e amicizia per quegli eruditi Aprosio i suoi "segreti li aveva eccome" = questa passione per "Il Mondo dello Spettacolo" epocalmente precluso ai Religiosi dopo le sanzioni controriformiste cercò sempre di mascherarla data la sua reputazione di "Poeta" nel "senso di spirito bizzarro e di frate indocile a sottostare alle regole conventuali" anche perché, in una plausibile sinergia di sempre possibili denunzie da farsi in questo modo [magari nel caso pure segrete: ricorrendo alla delazione anonima entro l'Urna Lignea" o la "Bocca della Verità"; del resto aveva molti amici ma i nemici certo non gli mancavano!) in seno all'Inquisizione, avrebbe di sicuro interagito con la sua storica fama di buongustaio, abbastanza godereccio soprattutto quell'accusa di predicatore delle glorie del vino, confessore dei bugiardi e mecenate degli ubriachi che con indubbia acredine ai tempi della loro polemica gli aveva mosso Suor Arcangela Tarabotti = cosa da non sottovalutare affatto attese le ultime sanzioni ecclesiastiche ed inquisitoriali avverso i frati troppo amanti del vino cui peraltro come Vicario dell'Inquisizione aveva dovuto adattarsi. E dal contesto di una non impossibile investigazione (esperienza terrifica che lo aveva sfiorato quanto sconvolto in dipendenza del caso di Girolamo Brusoni più che di quello di Ferrante Pallavicino) non bisogna peraltro dimenticare che a carico del "il Ventimiglia" sarebbe facilmente emerso che non spregiava affatto le "Virtuose del Canto e le Attrici di gran livello" (argomento su cui qualche amico -mettendo in discussione il suo antifemminismo- celiò chiedendogli in sostanza "se mai fosse stato innamorato" al punto di determinare una celere sua riposta, scritta, in negativo attesa anche la consapevolezza dei pericoli che coi tempi "nuovi" un Religioso poteva correre venendosi a sapere o solo ad inventare una sua presunta attrazione per l'altrui sesso: ed è indubbio comunque che se pur celebrò, ma senza nemmeno iperboli particolari, le qualità quale musicista e sacra poetessa di Suor Lorenza Strozzi che "Il Ventimiglia" ancor più esplicitamente espresse la sua ammirazione proprio nei riguardi di una "Comica" come si chiamavano le attrici professioniste qual fu Isabella Andreini (tanto da inserirla nel suo "Catalogo delle Donne Illustri) ed altresì di una "Virtuosa" come si Chiamavano le "Cantanti Professioniste" anche elogiata nello Scudo di Rinaldo vale a dire Anna Renzi apprezzatissima dal Monteverdi e da Antonio Cesti e senza dimenticare che il frate intemelio del pari stimò la "Virtuosa" Barbara Strozzi figlia del Giulio Strozzi = una passione per il Teatro ed una simpatia per certe "Attrici" e "Virtuose" che gli impedirono di assumere postazioni oltranziste specie in un contesto di amicizie e contatti che, alimentato soprattutto a Venezia, risulta qui attestato da una incredibile serie di relazioni anche molto strette con
Personaggi del Teatro e della Musica come qui si vede: comprendente un elenco di autori ma anche di opere digitalizzate e correnti artistiche ;
Con il tempo e la maturità divenne solo più prudente nell'esternare certi interessi ma queste scelte sia esistenziali che intellettuali, non refrattarie a gustare le varie potenzialità del mondo dello spettacolo, non mutarono affatto, neppure a Ventimiglia, sì che nella sua "Biblioteca" ebbe cura (magari giustificando il tutto con la filantropia verso i lettori di ogni ceto e con la necessità di aggiornamento d'ogni valida Biblioteca ma soprattutto col suo lavoro di Censore dei Libri, se leciti o proibiti una volta divenuto Vicario dell'Inquisizione per la Diocesi di Ventimiglia come è dato tuttora di leggere nelle lettere ai Grandi Inquisitori di Genova, specie a Michele Pio Passi Dal Bosco) di raccogliere volumi quantomeno insoliti per una "Libraria" di matrice fratesca e soprattutto, per quanto riguarda l'oggi, certo non facilmente reperibili; e dopo aver menzionato di Angelo Ingegneri la digitalizzazione integrale del " DISCORSO DELLA POESIA RAPPRESENTATIVA E DEL MODO DI RAPPRESENTARE LA FAVOLE SCENICHE", diventa inevitabile proporre per quanto possibile, e certo con varie lacune, una sequela di autori, artisti (con relative opere) variamente legati (anche personalmente) ad A. Aprosio =
Hippolito Filarete - Pietro Bonarelli della Rovere e Pietro Bonarelli della Rovere - Carlo Bartolomeo Torre alias "Marco Ettore Rorabella" e la Cleopatra drama per musica di Marco Ettore Rorabella. Dedicata al signor Bartolomeo Narino" - Fernando de Rojas e la "Celestina" - Carlo Costanzo Costa alias "Ottone Lazaro Scacco - Giovanni Battista Martinengo e la commedia intitolata Olinda pedante finto comedia nuoua dell'eccellentissimo signor Gio. Battista Martinengo da Crema. All'illustrissimo signor Leonardo Emo nobile venetiano - Scipione Errico e la Deidamia con musica di Francesco Sacrati e quindi scenografia di Giacomo Torelli da Fano - Bernardo Morando e Francesco Manelli (Mannelli) = vedi qui il Balletto Ercole nell'Erimanto e la sua anfiglossia - Filippo Ottani e la sua opera Priggionia, e morte di S. Rocco. Oratorio di Filippo Ottani ... recitato nella ... Arciconf. de' SS. Sebastiano, e Rocco nel giorno festivo di detto Santo l'anno 1673. Posto in musica dal Sig. Pietro degli Antonii - Michelangelo Torcigliani - Giacomo Badoaro - Paolo Vendramin - Adriano Biancheri - Vincenzo Nolfi - Michelangelo Torcigliani - Lambert Alard - Friedrich Dedekind - il più grande chitarrista dell'epoca Francesco Corbetta vedine qui l'elogio poetico fattone da Giacinto Onofrio - vedi Ludovico Gazzoni ed ancora la menzione stampatane da A. Aprosio - Giovanni Battista Fusconi - Anna Renzi - Florido de Silvestris anche Silvestri anche detto "Accademico Disunito detto l'Incapace" - Domenico Regi - Gio. Andrea Spinola - Hortensio Scammacca - Lelio Palumbo - Modello Tientibene - Ettore Calcolona - Geliandro Sgambati - Berlingiero Gessi - Antonio Muscettola = molto interessante in merito a La Belisa Tragedia (n. 5 di p. 476) l'importante collaborazione caratterizzata anche da scambi encomiastici poetici (da p. 477 in poi) fra il pittore genovese Domenico Piola e il tragico ma grande incisore di Badalucco Gio. Mattia Striglioni (i due artisti realizzarono peraltro per Aprosio l'Antiporta della Biblioteca Aprosiana = vedi anche il caso dell'opera le Bellezze della Belisa cui come critico e promotore partecipò lo stesso Aprosio) - Giovanni Andrea Moniglia e il dramma qui digitalizzato Tacere et amare, dramma civile musicale rappresentato nell'Accademia degl'Infuocati - Gianfrancesco Busenello e suoi drammi musicati dal Monteverdi e dal Cavalli - Ottavio Tronsarelli - il caso di Giovanni Bardi Conte di Vernio e la "Camerata de' Bardi" - he Anton Giulio Brignole Sale alias Gio. Gabriele Antonio Lusino - Ludovico Casale - Ansaldo Ceba' e la "Principessa Silandra" - vedi anche le investigazioni su Don Angelo Grillo alias "Livio Celiano" - e quindi sulla "Virtuosa"o Barbara Strozzi - su Giulio Strozzi - ed ancora su Francesco Sacrati - Girolamo Bartolommei gia' Smeducci - Pietro Francesco Minacci - e sul librettista Francesco Sbarra
********
In siffatto contesto sociale ed esistenziale non mancarono certo donne di singolare levatura intellettuale e morale presero a difendere, contro maschilismo e satire, con i diritti del loro sesso, anche quelli delle Teatranti e se in ordine cronologico la prima da menzionare risulta qui essere la veneziana Suor Arcangela Tarabotti occorre rammentare che in merito al Mondo dello Spettacolo, dei suoi protagonisti e soprattutto delle sue protagoniste le postazioni più decise ed appassionate furono prese da due donne tra loro lontanissime nello spazio (oltre che nella condizione sociale) vale la messicana Juana De Asbaje y Ramirez poi meglio nota come Suor Juana Inés de la Cruz (poi la "Fenice del Messico" e/o la "Decima Musa") per giungere infine a Maria Cristina Regina di Svezia su cui, dato il rilievo quasi epocale dell'impegno, si tornerà presto qui a parlare; eppure nonostante il rilievo della loro cultura ma anche della posizione sociale, con i consequenziali appoggi, e per quanto le loro iniziative abbiano, pur diversamente, contribuito a scardinare o semmai meglio ad incrinare il muro dell' "intransigente antifemminismo a tutto tondo" non si può far a meno di definire le loro imprese come grandiosi quanto momentanei successi di cui nemmeno tutte e tre, anche qui in modi distinti, pagarono il fio per il tradimento di supposti amici col tempo "traviati" sin al tradimento dalle dominanti postazioni maschiliste.
Ed a ciò, prescindendo dagli incalliti conservatori, contribuì, proprio mentre ancora riecheggiavano a livello planetario le loro innovative postulazioni sul tema delle "Donne e delle Donne di Teatro",
" un Caso ",
potremmo dire contestuale di "cronaca nera" e di "mondanità" per quanto o proprio perché vissuto in un contesto socialmente elevato
(ed all'interno di una vicenda personale la quale avrebbe potuto concludersi tragicamente ma che comunque suscitò infinite discussioni e scandali atteso lo status symbol dei personaggi)
volle
-contemporaneamente a discussioni spesso palesemente contrastanti (fatto da non sottovalutare) sul valore reale di misoginia ed antifemminismo-
che siffatta menzionata
ostilità contro Attrici e soprattutto Canterine ("Virtuose Professioniste" o "Cantanti Femmine) risultasse addirittura sublimata
= anche se occorre dire per onestà intellettuale che il Teatro stava subendo un'involuzione che sarebbe diventata un fatto così eclatante nel '700 proprio per i capricci di tanti suoi protagonisti sì da avere poi diversi autori satirici che misero in evidenza siffatta situazione tra cui indubbiamente spicca
Benedetto Marcello con il suo Teatro alla Moda: pur se tra gli autori che presero in satira i difetti del Teatro moderno i nomi risultano numerosi e importanti (compare anche il giovane Goldoni) e specie in merito al predominio in esso dei "Capricci di Compositori di Musica, di Virtuose e Virtuosi" (cioè Attori e Attrici) si possono rammentare letterati di grido quali l' Algarotti, il Pianelli e l'Artenga, il Gravina, il Muratori, il Crescimbeni, il Maffei, il Baretti, il Gozzi, l'Albergati ed il Parini, Jacopo Martello, Simeon Sogràfi, Filippo Pananti molto spesso comunque debitori del Marcello.
Tornando però al discorso di partenza donde è derivata questa divagazione occorre dire che "Il Caso" in questione fu quello che coinvolse il Patrizio toscano e al tempo celebre poeta Ludovico Adimari, specie nella sua feroce Satira IV "Contro alcuni Vizj delle Donne, e particolarmente contro le Cantatrici = la Satira appartiene a quei prodotti che, nemmeno mancando di qualità retorico/estetiche hanno fatta opinione ma che nell'impoverimento accademico degli studi sei-secenteschi han finito per esser poco analizzati mentre al contrario producono un quadro, certo esasperato per effetti anche poetici, una alquanto diffusa epocale opinione misogina ed antifemminista, a sua volta sublimazione del maschilismo e della sanzione dell'autoritarismo patriarcale (contro cui come detto erano sorte le prime coraggiose voci di scrittrici dalla Tarabotti alla Ramirez e naturalmente Cristina di Svezia ma anche una crescente sensibilità delle Donne, specie delle Donne variamente acculturate).
Basta leggere questa Satira e meditare; se poi la si legge nel contesto di tutte le altre Satire sostanzialmente antidonnesche si nota che l' inasprimento dell'autore avverso le Donne in generale e quelle che per lui son di cattivo esempio a tutte le Donne, vale a dire le Teatranti dipende per buona parte da ragioni personali e se vogliamo quale
"marito padrone fallito" per la reazione della moglie da gelosie, abusi e violenze peraltro giuridicamente attestati sin all'arresto ed al processo.
Evento "drammatico" per un nobile par suo e per la temperie culturale antifeminista del suo tempo, se poi volendo qui celiare, come altri fecero all'epoca alle sue spalle, ma anche se intendiamo recuperare certi slanci dell'ultimo Aprosio, si propone quasi come uno schiaffo a scapito dell'Adimari quanto "Il Ventimiglia" scrisse nelle opere polemico-moraliste e soprattutto in quella sua complessa
Storia dell' Adulterio che pur nulla concedendo alle donne molto di nuovo aveva readatto a scapito anche degli uomini, gelosi e non, offesi non tanto dall'esser stati traditi [il tradire, ed anche in modo crudo e feroce per quanto teoricamente perseguibile era peraltro cosa consueta da parte loro (vedi qui nella Zaffetta l'apologia del Trentun quale espressioni dell'emancipazione sessuale maschile ed al contrario vedi la soluzione alternativa ufficiale ai matrimoni combinati sia per uomini che per donne della doppia morale con la costumanza cicisbeismo da cui cicisbeo )] ma piuttosto d'esser stati gabbati sin al punto d' essersi meritato l' avvilente appellativo panitaliano di Becco/Bekko cioè di Cornuto/-i [ Può sembrare sorprendente, valutando la reputazione libertataria delle Donne venete, ma a conclusione di questa riflessione che è poi una necessaria integrazione vale la pena di rammentare come le Donne liguri e specialmente le Donne di Genova , non solo in confronto di tutte le altre Donne italiane ma anche delle Donne europee, godevano di una superiore emancipazione sessuale dal '500 al '700: vari sono gli autori che parlano di tale questione, italiani e stranieri, ma certo per prestigio val la pena di menzionare soprattutto Silvio Enea Piccolomini poi papa Pio II che presentò come la città "paradiso delle femmine ove tutti i piaceri son concessi alle donne" ed ancor più in dettaglio trattando delle Donne genovesi un pò acremente le rappresentò "emancipate dall'autorità maritale e di conseguenza particolarmente disinibite" = sull'argomento della superiore libertà sessuale delle donne genovesi dedica un saggio davvero notevole Franco Monteverde analizzando il graduale passaggio dal XVI secolo dell'aristocrazia genovese da un'ispirazione sostanzialmente "Natalista" ad una globale postulazione Malthusiana; ma senza oltre approfondire l'argomento val anche la pena di rammentare l'ottocentesca opera del Bertolotti Viaggio nella Liguria Marittima laddove parla specificatamente di Genova e del suo territorio analizzandone i fasti ed in particolare lddove parla del nuovo Teatro Carlo Felice di cui si sofferma a descrivere l'erezione ma di cui considera un altro ornamento, per bellezza e leggiadria, le Donne di Genova che chiama "Gemme dei Palchi" riprendendo il verso "Che specchio son di vera leggiadria" ].
Ritornando comunque all'assunto di partenza in merito al "Caso" l'essenza della storia sta tuttavia nel fatto che, confortato dal sostegno d'un buon numero di "bacchettoni conservatori", l'Adimari non si fa scrupolo di andare oltre la crudezza sfiorando apertamente la ferocia e l'escrologia = neppur, se vogliamo, recitando concetti nuovi ma semmai amplificando veteroconvinzioni di antifemminismo : sia quando parla a proposito della presunta generale lascivia femminile (con la sanzione di una sua certa icona storica nell'imperatrice romana Messalina) e scrive Per tutto è noto ormai l'uso di Francia,/ che a madama permette esser cortese/ D'un bacio per saluto in sulla guancia./ La Donna oggi è tra noi più che Francese,/ E lascia oltre la bocca ancor baciarsi/ Il petto, il ventre, e il più segreto arnese (concetto che già basterebbe come inizio d'un manifesto antifemminile) sia quando parlando delle "Donne dello Spettacolo" non si fa scrupolo nell'aggiungere fango a fango sì da scrivere -ma son solo esempi- : Ma torniamo alle perfide e rubelle/ Cantatrici odierne (p. 132) sottolineando, a lungo e con un fastidio che vuol riprendere quello dei più, come alle famose e in auge Tutte d'Italia le città festive/ Alzan trofei pomposi, empion di fiori/ Le strade ovunque una tal Donna arrive (p. 135) ed in qualche modo alludendo alla diffusa convinzione che tante donne dello spettacolo integrino i guadagni con (finché possibile) una ben retribuita prostituzione tra amanti occasionali "delle alte sfere". Il poeta chiosa od anche si potrebbe dire che "marchia" a p. 150 il proprio giudizio (non diciamo conclude ché a lungo continua la sua scrittura) con una sprezzante espressione
"Vuol d'ogni seno a suo piacer la chiave/ La cantatrice aver che per nequizia/ Si fa lecito il tutto, e nulla pave./ Maestra in sommo grado è di malizia,/ Empia scuola di frode e di bugia,/ Sozza cloaca, e vile impidicizia./ Ne creder dei che maldicente io sia,/ Che l'assunto dal ver non s'allontana/ E la logica il prova a voglia mia./ Comincia il sillogismo in forma piana,/ Pudica esser non può Donna vagante,/ La cantatrice è tal, dunque è puttana. ".
[L'espressione è sprezzante quanto oggi apparentemente assurda ma non campata in aria od inventata dall'autore; si tratta piuttosto dell'elaborazione a suo modo satirica se non proprio poetica dell'Adimari di un epocale concetto antifemminista che da secoli voleva a rischio la moralità di qualsiasi donna lasciasse troppo spesso la casa e s'abbandonasse a viaggi, nonostante tutti i rischi che essi comportavano = un, per così dire teorema moralistico, che, nella paranoica difesa della verginità, aveva finito per ideare quell'attrezzo -che senza essere di tortura tanto aveva in comune con gli strumenti del dolore inquisitoriale- vale a dire la Cintura di Castità ufficialmente definita Congegno fiorentino in un documento, datato 1405, conservato nella Biblioteca di Gottinga, in Germania spesso imposta da padri padroni o mariti padroni a donne di buona reputazione e/o di alto lignaggio in occasione dei viaggi in mare, quando dovevano salire sul ponte per respirare un poco di aria pura e non mefitica come quella che le avvolgeva nell'interno della nave e negli stessi alloggi passeggeri].
La lunghezza della "Satira" inibisce la proposizione degli infiniti difetti delle "Donne di Spettacolo"
pur se la sostanza è il fatto, già evidenziato, che vengono sostanzialmente coniugate, per qualche possibile loro scelta esistenziale, al ruolo di
Infami (condizione tanto drammatica da cui è derivato, seppur con altra valenza nel gergo criminoso, questo appellativo spregiativo tuttora in uso)
In merito a tutto ciò può anche esser utile la compulsazione -su richiesta a "CulturaBarocca" (Seborga) che ne detiene l'intera digitalizzazione per quanto non totalmente disposta in rete
- a riguardo sia del concetto di Reo quanto di Carcerazione/Prigione e di Pena detentiva in essere tra '600 e '700 la lettura di uno dei contributi inseriti a completamento di questa settecentesca opera del giurista di Sanno Francesco Giuseppe de Angelis (1635 -1692) che si laureò in diritto civile e canonico alla Università di Napoli, fu giurista famoso ed autore di pregevoli trattati di giurisprudenza: il contributo a stampa cui qui si fa riferimento è il De habilitatione Reorum... ove il termine "abilitazione" è da intendersi come un neologismo italico derivato dal latino giuridico medievale habilitatio (vedasi anche il francese habilitation già documentato nel 1373) ed da valutarsi nel significato di "agevolazione" e nel caso specifico di "agevolazione a vantaggio dei Rei"; il tutto spiegato già nel principio dell'opera od Esordio laddove l'autore parlando molto di carcere e carcerazione ne precisa in determinati casi la non necessità e quindi la residenza del soggetto già carcerato in luogo precisamente indicato sulla base di particolari condizioni, sia in merito alla portata del reato quanto alle garanzie date dal soggetto stesso o da chi per esso = nell'opera tra tante altre cose- volume II - risulta assai interessante la disanima su possibili crimini perpetrati da tutta una serie di individui (vedi qui l'indice) tra cui compaiono anche Giocolieri, Girovaghi, Istrioni, Mimi ecc. dei cui possibili reati, tutti comunque connessi al loro lavoro scenico si parla a lungo come di spettanza della Legge dello Stato (l'unica eccezione in merito è a riguardo di quegli Incantatori che si vantano di poter invocare il Demonio contro le malattie degli uomini o la temuta magia tempestaria ed i cui casi sono di pertinenza del Giudice Ecclesiastico specie nel plausibile sospetto che le loro azioni avvengano in forma di Eresia); ma una cosa da far notare ancor più è che a loro "Mercanti di Meraviglie" (per costoro che si potrebbero definire artisti circensi e al massimo itineranti attori da avanspettacolo), certo sia uomini che donne, non viene riconosciuta la facoltà di testimoniare essendo ufficialmente come qui si legge classificati quali Infami, prescindendo dall'aver commesso reati o non.
Ed è da dire contro false convinzioni che
proprio in forza di questa crudele, atavica reputazione Le Artiste non erano certo esenti [data una nomea cui si appellavano a scusante (sic!) i criminali aggressori sessuali specie di teatranti non particolarmente famose e/o belle o non protette da qualche potente innamorato] da abusi di vario tipo, soprattutto sessuali = per esempio non eran certo rari nei riguardi delle meno esperte e più giovani casi di Stupro-Violenza Carnale o comunque di Gravi Molestie Sessuali [un 'aggravante -sempre o quasi accettata da giudici sempre molto compiacenti verso i denunciati, specie se di nome importante, e prevenuti per collocazione socio-culturale contro le "Donne di Spettacolo"- stava anche nel fatto che, molte di loro perse la bellezza o le qualità che permettevano di esibirsi sulla scena decadevano al livello, le più fortunate, di cortigiane e/o concubine mentre la maggior parte -respinta dalle strutture di ricetto o refrattarie a queste per indole ed amore di libertà (stando per esempio all'Eusevologio del Piazza per quanto concerneva Roma)- in effetti percorrevano o meglio, senza scelte possibili, spesso "dovevano percorrere" la strada sempre più in discesa della prostituzione od in alternativa dell'accattonaggio riparandosi molto spesso in una delle tante "Corti dei Miracoli" = cioè nei rifugi sempre più pericolosi e squalidi dei diseredati
dove ogni infamia poteva impunemente accadere, ove
guardie e "birri" nemmeno osavano penetrare
e dove soprattutto
il "Demone del Turpe Lucrum", il falso Dio della frode e degli sfruttatori accoglieva con queste sventurate, cui altro non restava che vendersi per poi divenir ruffiane, malfattori di ogni risma, "mercanti di meraviglie" e persino gli individui più squallidi fra tutti i "comprabambini"]
********
Nonostante siffatta ingiusta e generalizzante nomea che per le contraddizioni di un'epoca le relegava, comunque, anche nei momenti di fulgore entro l'ambiguo contesto dei "Diversi" e che, poi, finita l'"effimera gloria quasi contestualmente all'effimera bellezza" rinchiudeva per sempre molte di loro nel Sottobosco degli Infami e dei Reietti, le donne del mondo dello spettacolo non ardivano comunque protestare (limitandosi magari a cercare qualche, momentano, potente innamorato che offriva protezione e servigi) = infatti (e comunque seguite anche da molte donne dato l'imperante maschilismo) rinunciavano quasi sempre ad una denunzia sia per i veri e propri tormenti che comportava una testimonianza in merito a donne denuncianti sorprusi su qualsiasi tema e specie su questo di ordine sessuale stante il fatto che poi, se era attivata la procedura, dovevano sottoporsi ad una umiliante e vergognosa visita "medica" per verificare o meno la validità della loro asserzione
Nel bel Teatro di Tordinona contro un'usanza che datava ormai da molto Cristina, forte certo del suo prestigio ma anche di un coraggio non comune, osò giustamente sfidare queste costumanze ed anzi non ebbe alcun timore né alcuna remora nel farvi debuttare le sue "belle canterine" od "ammalianti sirene, abili nella malia della fascinazione e della perdizione degli uomini" (come sosteneva lividamente qualche impotente e misogino arciconservatore) Angelina Quadrelli, Antonia Coresi, Maria Landini e Giorgina, in pratica obbligando papa Clemente X ad abrogare l'ordinanza del 1588 che [nel nome di una controriformista moralizzazione, supposta quanto criticabile di quella grande espressione culturale che stava divenendo di nuovo il Teatro (ritenuto però dalle frange più conservatrici del clero causa di paganeggiante induzione al peccato)]
vietava severamente alle
"vere" donne (sostituite con i castrati) di calcare le scene
considerandosi in senso esteso
le donne, sin da Eva la progenitrice, l'anello debole della catena morale dell'umanità per la loro tendenza a peccato, vanità e lascivia
e nella fattispecie reputandosi le
Attrici e le Cantanti una sorta di apoteosi di questa strutturale propensione femminile a peccare ed a tentare gli uomini
Le rappresentazioni erano però permesse unicamente nel periodo di carnevale (momento di svago lecito ma infinitamente più complesso di quel che oggi si ritiene) ma Filippo Acciaiuoli, frequentatore del salotto di Cristina di Svezia, aveva ottenuto il permesso da Clemente X di rappresentare spettacoli al di fuori del periodo deputato: e, per rendere possibili gli allestimenti, il teatro passò nelle mani dell'Acciaiuoli stesso che lo acquisì in affitto per milleduecentocinquanta scudi l'anno.
E fu proprio sotto la "direzione artistica" dell'Acciaiuoli che il palcoscenico fu calcato da donne per un tempo limitato purtroppo, dal 1671 al 1674 = infatti dopo che la direzione era passata a Marcello De Rosis nel 1675 il teatro venne chiuso per i festeggiamenti del Giubileo (sulla cui valenza si propone qui una carta tematica digitalizzata per settori), e rimase in disuso per sedici anni fin ad esser riaperto nel 1690 e completamente rinnovato negli interni, con la costruzione della sala a ferro di cavallo prima di esser demolito nel 1697 per ordine di Innocenzo XII (1691-1700), al secolo Antonio Pignatelli ispirato ad un rigore religioso che egli impose alla città e giungendo, giustamente, alla condanna del nepotismo con un’apposita bolla (cosa che coimplicava nessuna concessione di favori ai parenti e abolizione di qualsiasi forma di fasto; il papa arrivò addirittura a far appunto demolire il Teatro di Tor di Nona. l’unica sua, peraltro lodevole, preoccupazione fu l’assistenza ai poveri e agli orfani, che provvide a far ricoverare presso l’edificio di San Michele a Ripa).
A prescindere da questa prima sua fine (il "Tordinona" ebbe due altre ristrutturazioni nei secoli) per il "Teatro non eran state comunque sempre rose e fiori" già prima, anche e nonostante l'importanza socio-politica di Cristina = infatti l'alternarsi dei Papi e il latente ma sempre rinascente conservatorismo era troppo forte. E così approfittando della presunta moralizzazione indotta dall'"evento giubilare" la proibizione di esibirsi in Teatro per le donne venne riportata in vigore già da Innocenzo XI, che detestava la regina per i suoi costumi irriverenti e scandalosi oltre che per i suoi enigmatici interessi per le Scienze anche proibite come l'Alchimia e per altri motivi ancora per il pontefice tra cui le posizioni avanzate della "svedese" in materia di libertà di culto, culminate nella sua dichiarazione del 15 agosto 1686 in cui si proclamò "protettrice degli ebrei di questa città di Roma", promettendo di punire severamente chiunque li avesse insultati o malmenati come anche il di Lei rapporto di intimità e di complicità con il "libertino" cardinale Decio Azzolini, che designò suo erede ed esecutore testamentario.
Ma verosimilmente Innocenzo XI "odiava" -nel senso reale della parola- l' indocile regina soprattutto perché lo aveva apostrofato ironicamente e pubblicamente quale
******************"Minchion"******************
sì da render questo appellativo un nome che gli restò incollato [Dalla parola "Minchia" si son prodotti anche altri termini derivati come minchiata (per indicare sciocchezza) o minchione, per indicare una persona sciocca (cioè quella che, nei dialetti più settentrionali, viene chiamata coglione) = La derivazione più probabile è dal latino mencla, formula volgare di mentula, che indicava appunto l'organo sessuale maschile = tra le cose che urtavano ancor più il Pontefice era il fatto che l'epiteto stava avendo proprio ai suoi tempi una fortunata e comica visitazione letteraria dato l'uso ripetutamente fattone da
Lorenzo Lippi nel suo poema eroicomico Il Malmantile Racquistato: opera edita postuma nel 1676 e di cui A. Aprosio come qui si legge nella sua Biblioteca Aprosiana aveva avuto già prima del 1673 degli stralci da lui pubblicati (pag. 527, da metà a pag. 530)].
***********
Cristina non vide quindi proseguire il suo sogno sulla sola esibizione di "Canterine" in merito alle voci femminile ed anzi la polemica su "Canterine" e "Evirati Cantori" cui partecipò come detto A. Aprosio naturalmente continuò: anzi, a dire il vero, dalla polemica si giunse sin quasi al mito ed alla leggenda con la comparsa sulle scene del
Farinello o Farinelli nome d'arte di Carlo Broschi
celeberrimo fra i più celebri tra i castrati cioè quegli evirati cantori -che sulla linea di una
tradizione eminentemente italiana ed attraverso un intervento chirurgico prepuberale di cui poco in fondo si sa, in quanto perseguito dalla legge e svolto quindi in assoluta segretezza
e che comunque generò una
colossale disputa teologica e giuridica in ambito ecclesiastico passata attraverso i secoli e le ideologie e che è vitale analizzare
- in diversi casi mantennero una straordinaria e potente voce da soprano.
Non fu l'unico a raggiungere grande fama ma il Farinello / Farinelli venne addirittura venerato e persin temuto essendogli attribuita dall'ammirazione superstiziosa la qualità del dono magico della Fascinazione in forza della voce, indubbiamente straordinaria e che godette della stima di moltissimi personaggi illustri e qui lo si vede elogiato da letterati del calibro del Metastasio che soleva chiamarlo amatisissimo mio gemello e di Carlo Innocenzo Frugoni.
Ma non fu che l'apice di un costume rappresentativo che continuò con un certo vigore per quanto alla sua fine si concluse, lontano dai Teatri Profani, con cantori ecclesiastici anche di grande talento vocale come Domenico Mustafà (1829 - 1912 che fu Direttore perpetuo della Sistina ed apprezzatissima voce soprano e quindi Alessandro Moreschi (1858 - 1922, soprano evirato della Cappella Sistina detto "L'ultimo dei Castrati" od anche "Angelo di Roma")
.
Reazionari e conservatori, in politica come in morale e religione, "tennero duro" per quanto fu possibile = ed ancora nel XVIII secolo comparve un'opera adespota di matrice cattolica intitolata Trattato de' Giochi e de' Divertimenti permessi, o proibiti ai Cristiani qui digitalizzata con la proposizione di indici moderni ove al Cap. X Gli spettacoli Teatrali: i Pericoli che quasi sempre comportano per la Morale [in merito al Teatro il titolo integrale del Capitolo è quasi emblematico di una condanna capitale: Gli spettacoli teatrali sono contrarj alla professione cristiana, e alla purità de' costumi. Unanime consenso degli autori più gravi nel condannarli e, scorrendo la narrazione, si evincono varie osservazioni sul tema. dalla feroce condanna del Teatro Classico per giungere ad una non meno acre del Teatro Moderno segnalando con altre cose la riprovazione della vita teatrale di S. Carlo Borromeo di tutti i commedianti quali pubblici concubinarj, usurai, bestemmiatori e simile sorta di gente (pagina 128) ed ancora l'esaltazione della distruzione del Teatro di Tordinona voluto da Cristina di Svezia (pagina 129)] ed ancora al Cap. XIX Della Musica, e del canto si segnalarono veteropreoccupazioni di forte matrice conservatrice : la preoccupazione dell'autore si coniugava però anche con le novità dei tempi nuovi che stavano per scardinare l'Antico Regime.
In effetti tra '600 e '700 la Chiesa non mutò grandemente l'atteggiamento verso il Teatro ma qualche segnale di novità andava comparendo in sillogi ufficiali meno drastiche di questi scritti abbastanza estemporanei: per esempio nella monumentale Bibliotheca Canonica.... di Lucio Ferraris, alla voce Comoedia (la cui frequentazione era sostanzialmente inibita agli Uomini di Chiesa) mentre Artisti e Commedianti, analizzati anche in altri settori della stessa Opera erano variamente giudicati in senso negativo ora come Infami ora come Irregulares specificatamente alla Sezione VIII Delle Irregularitates (P. 200 - II Colonna, X riga dall'alto) dell'Articolo I: tuttavia leggendo con attenzione si notano nuove timide postulazioni che ad esempio in luogo di una vecchia e generale condanna distinguono la Commedia onesta e ludica, capace di produrre elevamento morale ma anche divertimento ed evasione dalla sempre riprovata "Commedia oscena", di cui si condannano gravemente lazzi e giuochi di parole sconvenienti al pari dei protagonisti, degli autori, degli impresari e degli spettatori stessi (ferme restando -come si legge in fine della voce coi relativi rimandi- come detto le sanzioni ecclesiastiche per tutti i protagonisti, senza distinzione di sesso, della vita dello spettacolo) .
Altri e più significativi segnali dei cambiamenti, pur tormentati della Chiesa verso gli spettacoli, via via che i tempi stiano li propongono altri autori ecclesiastici: per esempio lo spagnolo Padre Benedetto Gerolamo Feijoo autore di quel Teatro Critico Universale che tante superstizoni andò a combattere, anche avverso la donna pur mirando a sottolineare certi errori nel contesto della Musica Sacra spesso troppo condizionata dagli estri di compositori attratti dalla Musica profana: anche se, ad ulteriore dimostrazione della modernità di questo religioso, pur se la Musica Sacra doveva conservare una sua specifica autonomia risalente a gloriose, antiche tradizioni a suo giudizio tale regola non doveva a sua volta inficiare le pecularietà della Musica Profana, il cui naturale palcoscenico dovevano però risultare i Teatri e non le Cantorie e quindi le Chiese = è del resto da rammentare sempre che nel '700 il Teatro (prescindendo comunque da grandi autori ispirati al mondo classico) rivisita spesso -e con successo- il mondo biblico specie in occasione di tragediografi di matrice religiosa che non rinunciano però alla scelta sia di attori che di attrici come nel caso dell'ormai e purtroppo poco noto Giovanni Granelli "tragediografo genovese del XVIII secolo" di cui son qui proposte digitalizzate tutte le opere con opportuni indici ma che compose anche rappresentazioni sceniche in musica tra cui Adamo, componimento sacro per Musica ed ancora L'Educazione, Azione Pastorale per la picciola Famiglia della Duchessa di Cassano ove accanto agli attori/cantanti compaiono pure le attrici/cantanti.
Nel contempo non si può far a meno di segnalare la contestuale comparsa di opere nuove come questa di Anonimo Autore, che reca titolo di Pregio della donna ove si notano alcune donne de' tempi antichi, mezzani, del presente secolo, e viventi celebri in virtù, e scienza
, Torino, Nella Stamperia Reale, Presso Bernardino Tonso libraio in Dora Grossa, 1783, 16°, pp. 90 (qui integralmente digitalizzata).
L'impostazione stilistica dell'opera, i testimoni di stampa, in particolare l'analisi di p. 43 ove viene elogiata, con precisione di dati, l'onegliese Maria Pellegrina Amoretti inducono a supporre che il lavoro sia stato pubblicato anonimo dallo stesso autore della seconda qui proposta, parimenti anonimo, ma identificato però dal Melzi (I, 23), in Gaspare Morardo.
E' questa seconda opera (qui parimenti digitalizzata intieramente) diversa, meno elencatoria, più riflessiva e ponderosa della precedente: è essa intitolata La damigella istruita, Torino, Stamperia Mairesse, 1787, in 16°; pubblicazione interessante e pure piacevole di cui si spuò scorrere qui un moderno Indice [ ma anche causa di risposte polemiche di anonimi e irriducibili conservatori come ne La damigella meglio istruita ossia riflessi morali sul libro, che ha per titolo la damigella istruita Torino : dalla stamperia d'Ignazio Soffietti, 1788 [2], 93, [3] p. ; 12° - Localizzazioni: Biblioteca nazionale universitaria - Torino = e di cui parimenti qui si propone la digitalizzazione di un suo moderno Indice] perchè oltre che un galateo della giovane donna ne traccia un pur meditato ma promettente riscatto culturale e sociale anche nella partecipazione ai divertimenti sociali non escluso il Teatro
.
E questa volta, pur tra progressi non sempre lineari, le postulazioni della Regina di Svezia ebbero la svolta tanto ambita mentre, proprio come era stato nei suoi voti, tra varie forme di opposizione il ruolo della donna andava assumendo una nuova e migliore postazione sociale: cosa che si deduce con facilità leggendo i volumi qui digitalizzati, in particolar modo in relazione al nuovo modo di concepire l'istruzione femminile non più relegata ai soli lavori di matrice domestica contestualmente rivalutando i "Pregi della Donna" e il suo diritto di partecipare alla vita sociale, non esclusi Spettacoli ed in particolare Musica e Danza.
Come si è appena detto tempi stavano però celermente mutando come ci indica questo indice qui proposto con testi digitalizzati in via diacronica = ed accanto ai "Virtuosi/Virtuose" che segnavano il trionfo della musica e della canzone italiana (tutte le opere son digitalizzate) fiorivano nel nuovo spirito rivoluzionario Cantanti Cittadini/Cantanti Cittadine anche fra i giovani e le fanciulle della buona società come nel caso qui proposto di Paola Pozzi.
E tutto ciò in un fervore di attivismo cui partecipavano entrambi i sessi che esprimevano finalmente e variamente il proprio talento o quanto meno la loro voglia di innovazione procedendo dai Canti Patriottici a quelli Risorgimentali per giungere sin alle cantate dotte quanto al recupero delle canzoni popolari (senza naturalmente dimenticare qui -a simbolo massimo di siffatta rinascita- come trionfali eredi in Teatro delle celebri "Virtuose" professioniste, già affermatesi tra '600 e '700 nel contesto del Melodramma di Lulli e Monteverdi, di quelle Grandi Interpreti femminili del Melodramma Ottocentesco che procedettero, tra clamorosi successi, sulla linea che da Rossini conduceva a Donizetti e Bellini e quindi sulla direttrice dellla tradizione dell'Opera Lirica che da Verdi condusse a Puccini, con l'importante presenza di altri celebri compositori





CLICCA QUI PER RITORNARE ALLA HOME PAGE DI CULTURA BAROCCA E QUI INVECE PER RITORNARE INVECE ALLA HOME PAGE TEMATICA SEMPRE DI CULTURABAROCCA


































"Il termine eunuco, che letteralmente significa "custode del letto" (dal greco "eune", "letto", ed "eko"), nel senso di "custodire", indica un uomo privo delle facoltà virili per difetto organico o in seguito a evirazione. La castrazione veniva praticata, sia come cerimonia iniziatica sia come punizione per adulteri e sacrilegi, tanto nell'antico Egitto quanto nell'India vedica, ed era diffusa, insieme con altri tipi di interventi rituali sugli organi sessuali maschili o femminili - circoncisione e infibulazione (v. circoncisione) - soprattutto in Africa, dalla valle del Nilo al Kordofan, al Sudan occidentale, all'Etiopia meridionale; forme di evirazione si riscontrano inoltre nelle popolazioni dell'area andina preincaica.
Nel mondo greco il più intenso e duraturo caso di tradizione fondata sull'evirazione a noi noto è legato alla leggenda di Cibele, che ha probabilmente origini anatoliche e pare in relazione con tradizioni indiane, vediche o postvediche. La Magna Mater Cibele amava il giovane pastore Attis, che fece gran sacerdote del suo tempio; Attis la tradì però con una ninfa e, dinanzi alla terribile ira della dea, provò paura e rimorso tali da evirarsi con le sue mani. Il giovane morì per la ferita: commossa, Cibele instaurò allora il suo culto, incentrato sulla cerimonia del pino reciso che simbolizzava l'ablazione dell'amato. A tale cerimonia potevano partecipare solo gli eunuchi; sovente, ci si castrava durante la cerimonia dell'ostensione del pino sacro, accompagnata da scene di esaltazione mistica. I sacerdoti di Cibele, detti galli, erano castrati e provenivano di solito dalla terra d'elezione del culto orgiastico della Magna Mater, la Frigia. La castrazione rituale trova in effetti il suo più denso e frequente riscontro in un'area compresa tra la penisola anatolica e la Siria, dove non era solo Cibele a venire adorata da sacerdoti castrati: a Efeso, eunuchi erano addetti al culto nel tempio di Artemide; a Lagina, in Caria, eunuchi servivano una dea identificata solitamente con Ecate; le divinità siriane Astarte e Atargatis venivano servite da sacerdoti eunuchi.
L'evirazione sacrale è variamente interpretata: come atto di amore sublime e di sacrificio della virilità alla dea, ma anche come gesto che, producendo una sorta di femminilità artificiale, rendeva i suoi fedeli più simili a lei e al tempo stesso li dotava di una potenza superiore, su un piano spirituale e forse extrasensoriale. In questo senso non manca chi interpreta l'evirazione come la riconquista della condizione umana primigenia e perfetta, quella dell'androgino che possiede entrambi i caratteri sessuali. A tale riguardo è da notare che i sacerdoti eunuchi indossavano vesti femminili e che, dalla Siberia alle pianure nordamericane, alla Mesoamerica precolombiana, le culture sciamaniche attribuiscono un valore sacrale agli uomini che si travestono o si atteggiano a donna (cosa notoriamente riprovata dal Cristianesimo): ciò collega strettamente facoltà sciamaniche, castrazione reale o rituale e omosessualità.
A
Roma, il culto di Cibele, come qualunque altro culto a carattere orgiastico, fu inizialmente accolto con ostilità e sospetto. Cibele divenne tuttavia una delle protettrici principali della città e del popolo romano, allorché a essa si attribuì il fatto che nel 204 a.C., durante la Seconda guerra punica, la vittoriosa marcia di Annibale non avesse travolto l'Urbe. Da allora le cerimonie primaverili in onore della dea, che si tenevano tra il 15 e il 24 marzo, furono celebrate con grande fasto; nel corso di esse i galli e i fedeli d'entrambi i sessi si flagellavano e si mutilavano in vario modo (ferendosi in varie parti del corpo), le donne giungevano fino all'amputazione di uno o di tutti e due i seni e gli uomini alla castrazione.
Il dilagare dei costumi d'origine microasiatica - che la cultura ellenistica aveva diffuso in tutto il bacino mediterraneo - determinò una forte richiesta di eunuchi, grazie anche all'ambiguità che li rendeva adatti a qualunque tipo di prestazione sessuale (si riteneva, anzi, che fossero inclini alla mollezza e al piacere). I romani conoscevano tre classi di eunuchi: gli spadones, cui erano state tagliate le gonadi; i thlasiae (dal greco "thlao", "schiaccio"), ai quali esse erano state schiacciate; infine i castrati, cui era stata praticata l'ablazione totale di verga e testicoli. L'uso di castrare giovani schiavi a scopo di lucro (il mercato relativo era florido) o di corruzione sessuale era tanto diffuso nel 2° secolo d.C. che Adriano promulgò al riguardo leggi molto severe. D'altronde, il periodo tra il 2° e il 3° secolo d.C. fu l'età aurea della castrazione a fini religiosi; in particolare l'evirazione sacrale toccò i suoi vertici nel primo quarto del 3° secolo d.C., sotto gli imperatori d'origine siriaca che favorirono il culto della Magna Mater: uno di essi, Eliogabalo, giunse a evirarsi per divenire egli stesso gran sacerdote di Cibele. Il cristianesimo sembra aver mutuato da fonti ellenico-asiatiche la sua alta valutazione della castità (originario dell'Asia Minore era appunto Paolo di Tarso), ed è rimasto celebre il gesto di un padre della Chiesa, Origene, che procedette all'autoevirazione. Attorno alla metà del 3° secolo un cristiano eterodosso, Valesio, fondò presso il Giordano una comunità i cui membri, per seguire alla lettera un passo del Vangelo, rimuovevano dal loro corpo l'organo origine dello scandalo sessuale, cioè si castravano. La setta giunse a tali eccessi da assalire estranei e mutilarli per salvarli dal peccato e, in seguito a ciò, la Chiesa precisò la sua opposizione a qualunque metodo di castità costrittiva. Il Concilio di Nicea condannò, nel 325, l'evirazione, volontaria o meno. Anzi la volontà di reprimere qualunque eresia al riguardo, insieme all'idea che il pontefice dovesse essere con sicurezza uomo fisiologicamente indenne, condusse, nel 9° secolo, la Chiesa romana a introdurre il rito della palpazione dei testicoli del nuovo papa.
L'evirazione, costantemente avversata in Occidente, continuò a esser seguita a Bisanzio, nei paesi islamici e in Cina.
Dall'abitudine bizantina di avere gli eunuchi come guardiani di ginecei, l'islamismo mutuò la tradizione secondo cui essi erano preposti alla custodia degli harem. Il grande medico Abulcasis (10° secolo), pur sottolineando la proibizione della castrazione per i musulmani (p. 321, par. 18), fornisce metodi per lo schiacciamento e l'asportazione dei testicoli, misura adottata soprattutto nei confronti degli schiavi. Al di là dei motivi medici o sociali che potevano determinare la castrazione, essa era praticata in differenti circostanze, anche a fini di punizione o di vendetta. Tra i casi più celebri al riguardo, è da porre quello del filosofo Pietro Abelardo che, in pieno 12° secolo, venne mutilato per punizione dei suoi rapporti con Eloisa. Nel corso del 16° secolo, forse in coincidenza con la polemica tra cattolici e riformati sui temi della castità e del celibato dei sacerdoti, si diffusero contemporaneamente voci relative a pratiche di castrazione.
Nel 1565, i luterani di Monaco accusarono i gesuiti di castrare i loro giovani scolari per mantenerne intatta la castità ma le prove addotte dimostrarono come l'equivoco fosse nato da una cattiva interpretazione di un caso di criptorchidismo.
Intanto si diffondeva soprattutto nello Stato della Chiesa, dove il divieto di esibizione delle donne in teatro rimaneva rigoroso, la pratica (illecita, ma seguita a scopo di lucro pur se come ben noto ad Aprosio parecchi religiosi volevano aggirare l'ostacola per il "pubblico bene" di sistemare "Evirati cantori" nelle Cantorie Ecclesiastiche) di far castrare bambini e adolescenti per mantenerne intatti i caratteri del timbro della voce e impiegarli poi come 'voci bianche' [ferma restando è doveroso ribadirlo questa "esigenza" ecclesiale per il "pubblico vantaggio" come si diceva fra contestazioni sempre crescenti l'operazione era tenuta segreta sì che chi su di essa investigò non riuscì a trovare soluzioni competenti].
I musici, o 'evirati cantori' - celebre fra tutti Carlo Broschi, detto il Farinelli, amico del Metastasio -, furono di gran moda tra il 17° e i primi del 19° secolo, allorché la pratica venne dichiarata illegale e come tale perseguita. L'eunuchismo conobbe un revival nella Russia zarista del 18° secolo, con il vasto successo della setta dei radenyi ("flagellanti"), che in un'estasi tra il mistico e l'erotico giungevano non solo alla flagellazione e al digiuno, ma anche alla castrazione. Da questa setta derivarono gli skoptzy ("castrati"), il successo dei quali, sotto il regno di Nicola I (1825-55), fu tale che lo zar fu costretto ad adeguarsi alla scelta della Chiesa cattolica, che condannava solennemente ed esplicitamente l'evirazione volontaria. Nonostante le persecuzioni, la setta era ancora attiva nella prima fase del regime sovietico.
L'evirazione rituale è tuttora seguita in alcune culture tradizionali africane. In India sopravvive ancor oggi, nonostante le proibizioni legali, la setta dei Hijra, fondata nella prima metà del 20° secolo da Dada Guru Sankar, che diffonde la pratica dell'autocastrazione. Essa, però, non si può correttamente ricondurre né alle tradizioni dell'età vedica, né alle consuetudini indiane antecedenti alla conquista britannica del subcontinente" (Franco Cardini, "Enciclopedia Treccani - on line; qui con integrazioni multimediali e interattive)
bibliografia
A.G. Labanchi, Gli eunuchi e le scuole del canto del secolo XVIII, Napoli, Guida, 1923.
U. Ranke-Heinemann, Eunuchen für das Himmelreich, Hamburg, Hoffmann und Campe, 1988 (trad. it. Milano, Rizzoli, 1990).





CLICCA QUI PER RITORNARE ALLA HOME PAGE DI CULTURA BAROCCA E QUI INVECE PER RITORNARE INVECE ALLA HOME PAGE TEMATICA SEMPRE DI CULTURABAROCCA