cultura barocca
DONNE

DONNE E CONDIZIONE FEMMINILE TRA '500 E '600

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INDICE


- LA FOEMINA SECONDO GLI INTERPRETI ECCLESIASTICI NELLA SILLOGE DI PADRE LUCIO FERRARIS
-AMBIGUITA' E PREGIUDIZI: IL COMPLICATO GIUDIZIO SULLA DONNA NELL'ETA' INTERMEDIA
-UN'IPOTESI SULLO SVILUPPO IDEOLOGICO DI ANTIFEMMINISMO E MISOGINIA NELL'ORIENTE CRISTIANO
-UN'IPOTESI SULL' IMPORTAZIONE CULTURALE DI ANTIFEMMINISMO E MISOGINIA NELL'OCCIDENTE CRISTIANO
-IL COMPLESSO TEOREMA DELLA SENSUALITA' FEMMINILE: "LE DONNE SONO GUIDATE DAGLI STIMOLI DELLA SESSUALITA'"
-LASCIVIA FEMMINILE NEL MECCANISMO LUDICO DI VEGLIE E DANZE
SECONDO IL GIUDIZIO APROSIANO DELLO SCUDO DI RINALDO II
-LA VERA ESSENZA DELLA FEMMINILITA': SPOSARSI E PROCREARE
-IL COMPLESSO MOMENTO DELLA CONFESSIONE RELIGIOSA DELLE DONNE
-IL DIFFICILE "MESTIERE" DI DONNA: LA SALVAGUARDIA DELLA VERGINITA'.
-IL MATRIMONIO: MOMENTO BASILARE NELLA VITA DI UNA DONNA
- ANNULLAMENTO, DIVORZIO, RIPUDIO NELLA "STORIA DEL MATRIMONIO"
-IL "MATRIMONIO A SORPRESA": TRISTE SCAPPATOIA CONTRO LA VIOLENZA ISTITUZIONALE SULLE DONNE
-LA CREAZIONE DEL MODERNO CONFESSIONALE: UNO SCHERMO CONTRO LE TENTAZIONI DI AMORI PROIBITI TRA CONFESSORE E BELLE PENITENTI
-DOTTRINE MEDICHE ANTICHE SULL'INFERIORITA' FISICA FEMMINILE E RELATIVE CONSEGUENZE
-DOTTRINE MEDICHE ANTICHE SULL'INFERIORITA' MENTALE E PSICOLOGICA FEMMINILE E RELATIVE CONSEGUENZE
-DOTTRINE MEDICHE E TEORIE DI PENSIERO SULL'INFERIORITA' DELLE DONNE: RELATIVE CONSEGUENZE SOCIO-FILOSOFICHE
-[ DOTTRINE MEDICHE E NON SULLA GENERATIONE DI PROLE MASCHILE: LA DONNA COME INGOMBRO E/O PESO SOCIALE IN GIUDIZI MALTHUSIANI DI PIENO XVII SECOLO ]
-(LE) "LUNATICHE": LA DONNA PER IL SUO CICLO BIOLOGICO "PERICOLOSAMENTE SOGGETTA" AGLI "INFLUSSI MUTEVOLI DELLA LUNA"
-(IL) MACROSISTEMA PECULIARE DELLA DONNA LIGURE E DELLA CITTADINA DI GENOVA.
-(LE) "MASSIME CONDIZIONI SOCIALI": LA DONNA NOBILE.
-(LE) MITOLOGIE DEL LAVORO IMPRENDITORIALE: LA DONNA DELLA BORGHESIA
-(LE) MODESTE DONNE DEL POPOLO
-(LE) MONACHE DI CASA
-(LE) SANTE DONNE
-(LE) "SCANDALOSE" DONNE DI PIACERE: RIFLESSIONI SULLA PROSTITUZIONE NELL'ETA' INTERMEDIA
-(LE) "SCANDALOSE" DONNE DI PIACERE: LABIRINTI DI CORTIGIANE TRA VITA REALE E DIMENSIONE LETTERARIA (ALL'"APROSIANA DI VENTIMIGLIA" DAL CASO DELLA "CELESTINA DEL 1527" ALLE PROVOCAZIONI INTELLETTUALI DELLE
ERUDITE "LIBERTINE")

-(LE) "SCANDALOSE" DONNE DI PIACERE E IL LORO "MONDO" NEL "DOMINIO DI GENOVA": PROSTITUTE E RUFFIANI
-UN TIPO DI SCARPA FEMMINILE OGGETTO DI INTERMINABILI DISCUSSIONI MORALISTICHE
-(LE) "SPAVENTOSE" DONNE AL BANDO DI STATO E CHIESA: STREGHE E FATTUCCHIERE
-VERGOGNE EPOCALI A SCAPITO DELLA DONNA: LA CINTURA DI CASTITA'
-(LA) VITA NEI CONVENTI FEMMINILI: SUORE, SANTE VOCAZIONI E MONACAZIONI FORZATE
ANGELICO APROSIO E FRANCESCO PELLIZZARI: DUE MODI DICERSI DI AFFRONTARE IL TEMA A RISCHIO DELLE MONACAZIONI FORZATE
-UNO DEI PRIMI TRATTATI SUI DIRITTI DELLE DONNE IN MATERIA CIVILE


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L'Aprosiana è ricchissima d'opere, spesso egregiamente figurate ed incise, perlopiù di scienze naturali, in cui si può "leggere" il conflitto tra passato e presente, tra alchimia e chimica, tra astrologia ed astronomia, tra vecchia e nuova medicina e, via, in termini sempre meno scientifici e sempre più sociologici, sin ai testi di contese "ideologiche" sulle postazioni antitetiche di gruppi umani, ad esempio liberi, schiavi di natura (per dirla con la Politica di Aristotele) e schiavi di guerra, fra importanti e miserabili, e soprattutto sulle postazioni, non meno significative dei consorzi femminili.

Secondo una scala gerarchica di ordine morale e non sociale, ma comunque di un certo peso pubblico, nel sistema maschilista dell'età intermedia godevano di una posizione privilegiata le così dette "DONNE SANTE", tra cui, non di necessità - seppur auspicabilmente - avrebbero dovuto prevalere le Suore o le Monache di clausura: in effetti queste "sante donne" sarebbero risultate ben poco consistenti sotto il profilo quantitativo se , nell'accezione comune, non se ne fosse amplificato il numero identificandole con le donne più pie e ancor più estesamente con le meglio uniformate ai meccanismi delle convenzioni.

Immagine simbolo della santa donna fu in qualche modo, ed ancor più della Suora di clausura, la MONACA DI CASA cioè quel tipo di donna, legata da voti privati, che viveva tra la gente, "nel mondo" come si era soliti dire: nome che col tempo fu però attribuito, in senso più vasto, al genere di donne che, conducendo una vita alquanto religiosa, in pratica non uscivano mai di casa, dedicandosi esclusivamente alle loro istituzionali mansioni domestiche [vedi:E.NAVARRO DELLA MIRAGLIA (1838-1909), La nana, Bologna, 1963, p. 105].
Come corollario di questa "idealizzazione del femminino nella positività" stavano poi, seppur variamente disposte e giudicate a misura degli schematismi impermeabili dell'antifemminismo istituzionale, le donne oggetto - senza dubbio le più numerose - passando attraverso una serie di figure intermedie che congiungevano le postazioni limite dell'onesta madre casalinga e della
meretrice, donne comunque, in potenza od in atto, tutte quante ritenute "tentatrici delle maschili debolezze".

Nel XVI e XVII secolo una particolare attenzione pubblica (distinta da una simultanea riprovazione morale) veniva quindi conferita alle DONNE DI SCANDALO in cui, tanto per esser chiari, non erano identificate soltanto le MERETRICI e le CONCUBINE (che comunque costituivano ad ogni livello un campo di pruriginosa curiosità, moralistica, erudita e non solo!), ma soprattutto quelle poche donne colte e intellettuali che , volendo difendere o qualificare il loro sesso dal deprezzamento maschile, oggi potremmo definire LIBERTINE, nel senso di libere pensatrici, se non addirittura INTELLETTUALI RIBELLI all'antifemminismo imperante.
Prescindendo dalle quattrocentesche sorelle Nogarola sempre lodate da Aprosio, queste si possono identificare in seicentesche LETTERATE o in donne dalla cultura e dalla dialettica provocatrici [che continuano amplificandola la tradizione delle ERUDITE DELLA PRECEDENTE GENERAZIONE (come Modesta Dal Pozzo, Isabella Canale Andreini, Cassandra Fedele o Laura Cereta la sola di cui Aprosio recupera, non a caso nello Scudo di Rinaldo edito, una lettera contro il lusso) e che comunque risultano decisamente lontane dalla postazione moderata e ortodossa di altre "intellettuali" come la nizzarda CAMILLA BERTELLI MARTINI] quali, in parte, furono LUCREZIA MARINELLA [verso cui Aprosio, forse suggestionato dalla sua fama e/o dalle sue amicizie, non solo nella Biblioteca Aprosiana ma soprattutto nella I parte dello Scudo di Rinaldo mantenne sempre estremo riguardo per quanto talora fugacemente demotivato da qualche decettiva allusione] la libertina ebrea SARA COPIA SULLAM od ancora ARCANGELA TARABOTTI (Venezia 1604 - ivi 1652), la suora "femminista" in qualche modo celebre per una polemica che la coinvolse in un dibattito serrato avverso la dominante postazione maschilista di cui fu corifeo Francesco Buoninsegni ma alla quale, con parecchi altri in qualche modo travolto dall'ossessione per la ribellione intellettuale e comportamentale femminile, neppure rimase estraneo Angelico Aprosio, dapprima blandamente - e forse ambiguamente - vicino alla religiosa e quindi, alla stregua d'altri antesignani dell'imperante patriarcato, suo inaspettato, intransigente per quanto poco efficace, critico e denigratore (B.DURANTE, Angelico Aprosio il "Ventimiglia": le "carte parlanti d'erudite librarie" in "I Quaderno dell'Aprosiana, N. S.,1993, passim e p.75).
La MISOGINIA, e comunque la sostanziale ambiguità di atteggiamento verso le DONNE e in particolare tutte le DONNE DIVERSE dall'icona mariana della sposa accondiscendente e madre premurosa non sono comunque, cosa del resto abbastanza evidente per gli storici, postazioni peculiari di alcuni eruditi od intellettuali come, nel nostro specifico, l'Aprosio [che prescindendo dal futuro ruolo di vicario dell'Inquisizione, dalla giovanile formazione antidonnesca (peraltro inasprita dall'ambigua contesa con Arcangela Tarabotti o tormentata dall'impegno assunto d' emancipare dal concubinato con tal Apollonia l'Incognito veneziano Pietro Michiele) ed ancora dall' aver assistito sempre in giovane età al rogo d'una supposta "strega" di Grosseto di nome Palandrana nelle sue postulazioni antidonnesche, come tanti altri, senza dubbio risente, in maniera prioritaria, della natura stessa della legge laica, nel suo caso della legge criminale di Genova di per se stessa ineluttabilmente misogina e maschilista].
Questi giudizi antifemministi appartengono alla temperie epocale del XVII secolo e, a dire il vero, Angelico Aprosio, cui certo non sono negabili dichiarati atteggiamenti antidonneschi, non di rado risulta, al riguardo delle donne, meno intransigente di altri suoi pari alla maniera che si può intendere dall'
ANALISI DI VARIE SUE DISSERTAZIONI SU LETTERATE ED ERUDITE DEL PRESENTE E DEL PASSATO
od ancor più dalle sue
POSTULAZIONI SUL TEMA DELLE MONACAZIONI FORZATE
anche se un'evidente per quanto erudita postazione della sua misoginia esemplarmente la si evince dal confronto, contenutistico e formale, di quanto egli scrive in merito alle più o meno mitiche donne guerriere e di ciò che un secolo dopo sullo stesso tema redigerà, verisimilmente, Gaspare Morardo di Oneglia in un'opera intitolata Pregio della donna genericamente da pagina 57 a pagina 63 e con superiore competenza storica da pagina 73 a pagina 89.
In merito a siffatte riflessioni bisogna anche però far caso alla temperie storico culturale tra '500 e '600 laddove quello che, in apparenza, si colora oggi di vieta ed ingiustificata MISOGINIA ( e che magari nell'opera aprosiana come di altri autori assume connotati ERUDITI indubitamente elaborati entro uno schematismo SARCASTICAMENTE GIOCOSO) nasce originariamente da SPECULAZIONI di altra natura, anche GIURIDICA.
A titolo d'esempio prendiamo qui in esame il teorema della MEDICINA connesso all' ALLATTAMENTO nell'età intermedia che, in modo notorio, costituisce un momento essenziale e nello stesso tempo periglioso della vita del neonato.
In particolare da sempre risulta alquanto animoso un contenzioso intellettuale tra i sostenitori dell'ALLATTAMENTO MATERNO ed i teorici dell'ALLATTAMENTO PROFESSIONALE ad opera delle BALIE.
In un primo tempo la questione, più che sulla bontà o meno di una o dell'altra soluzione in merito sia alla tipologia del latte che dei legami affettivi instaurantisi tra donna e neonato, appare di NATURA GIURIDICA, temendosi che le BALIE o NUTRICI possano essere in alcuni casi DONNE POCO SERIE o addirittura CRIMINALI MERCENARIE.
Nell'ambito delle FAMIGLIE MAGNATIZIE GENOVESI, nel timore che BALIE PREZZOLATE da casati nemici possano uccidere il nonato concesso alle loro cure professionali, vengono assunte col tempo VARIE PRECAUZIONI che, da semplici cautele individuali e private, si evolvono alla fine in una NORMATIVA DI LEGGE negli STATUTI CRIMINALI di metà XVI secolo.
Ed a riprova di quanto siffatta problematica si sia protratta nel tempo, quale espressione vigorosa di polemiche tra distinte valutazioni mediche, giuridiche e moraleggianti, si rende oggi utile, per dissertare storicamente sulla questione, studiare una quasi introvabile PUBBLICAZIONE [VEDINE QUI TESTO INTEGRALMENTE DIGITALIZZATO] di tal C. Benedetto Carminati (Pavia, 1840) dal titolo Dissertatio Medica Inauguralis de Maternae Lactationis Officio atque Utilitate di cui qui sotto si fa seguire un INDICE TEMATICO in merito ai punti nucleari:
1- MODERNA COSTUMANZA DI CRESCERE I FIGLI COMPRANDO I SERVIZI DI BALE E NUTRICI
2- NOBILTA' DELLE DONNE ANTICHE NELL'ALLEVARE I PARGOLI COL LATTE DEL PROPRIO SENO
3- QUANTO SIA PERICOLOSO NON ASCOLTARE LE VOCI DELLA LEGGE DI NATURA!
L'usanza, comunque, di affidare a BALIE risulta inveterata se anche in un'opera come questa, del XIX secolo, se ne ripropongono i connotati: ed oggettivamente bisogna riconoscere che sin dal '500 parecchie DONNE, sia BORGHESI che NOBILI, rinunciano alla soluzione dell'ALLATTAMENTO MATERNO.
i non pochi SOSTENITORI DELL'ALLATTAMENTO MATERNO, tra altre cose, prendono la costumanza di porre alla RADICE DI SIFFATTA SCELTA la "moderna" volontà femminile di FRUIRE DI MAGGIOR TEMPO LIBERO e di poter partecipare a FESTE, BALLI, VEGLIE senza remore e soprattutto, tenendo conto degli emergenti dettami della MODA, potendo esibire, con ogni espediente, un FISICO PERFETTO [di Angelico Aprosio vedi SCUDO DI RINALDO I, CAPITOLO XXXV, e PAGINA 262, voce GUARDINFANTE] e soprattutto un SENO RIGOGLIOSO E PER NULLA SFIANCATO DA EVENTUALI ALLATTAMENTI.
Molti PREDICATORI MORALISTI attraverso i secoli si sfiancano contro questa costumanza, volgendo contestualmente come Aprosio i loro strali sia contro la MODA sia contro le DONNE accusate di VANITA': invero non mancano, nemmeno all'APROSIO, critiche avverso UOMINI DI MONDO CHE SEMPRE PIU' FASCINOSE DESIDERANO LE DONNE ma resta fuor di dubbio che in ogni caso queste ultime rimangono attraverso il flusso del tempo il BERSAGLIO sostanziale elaborato sulla vicenda biblica di EVA E DELLA SUA PERNICIOSA VANITA'.
Ecco così che, considerazioni prioritarie di ORDINE GIURIDICO risultano essersi evolute nella pubblicistica in GIUDIZI MORALISTICI ANTIFEMMINILI: come nel nostro caso si esplicita entro l'aprosiano SCUDO DI RINALDO I in disquizioni come quella del CAPITOLO XXIX sintomaticamente intitolato QUANTO DISDICA ALLE DONNE PORTAR LE POPPE SCOPERTE.
A dissertare su questo campo, così "gradito" al curioso ed in fondo mondano Aprosio, non si finirebbe più di esemplificare: il frate agostiniano intemelio, osservatore attento per quanto critico delle trasformazioni della MODA, denota un interesse particolare per ogni TIPOLOGIA DI CALZATURE tanto da ricercare o leggere LIBRI SULL'ARGOMENTO CUSTODITI DA AMICI MA DA LUI NON POSSEDUTI.
In merito alle CALZATURE FEMMINILI non manca poi di sbizzarrirsi, particolarmente in merito a quelli che chiama un po' genericamente ZOCCOLI e su cui elabora altre riflessioni contro la vanità femminile soprattutto nello Scudo di Rinaldo I.
E qui,nelle sue riflessioni argute e di critica alle costumanze di "scarpe esagerate" sia per donne ma anche per uomini, in verità, lasciandosi un pò prendere la mano finisce per "BARARE" ed attribuire alla VANITA' FEMMINILE un tipo spropositato di calzatura, come appunto gli ZOCCOLI la cui origine (nonostante le plausibili esagerazioni della civetteria) è in principio collegata ad ESIGENZE PRATICHE.
GENOVA come tutta la LIGURIA, e gli altri STATI sia ITALIANI che STRANIERI, nell'EPOCA INTERMEDIA risentono di una sostanziale TRASCURATEZZA DELL'IGIENE SIA PUBBLICA CHE PRIVATA con la CONSEGUENZA DI IMPALUDAMENTI, che per la tracimazione periodica dei corsi d'acqua e l'improprio smaltimento delle acque nere, determinano sacche di terre malsane, quasi impraticabili, in cui avventurarsi può costituire un rischio per la salute.
Nel repertorio biblioteconomico steso da Aprosio con il titolo del LA BIBLIOTECA APROSIANA... questa perigliosa CONDIZIONE GEO-AMBIENTALE in qualche modo risulta segnalata e sottolineata specificatamente per VENTIMIGLIA, anche con l'indicazione delle possibili responsabilità: la DISCUSSIONE si estende per ampio tratto narrativo ma si concentra alle PAGINE 37 - 38 (anche se notoriamente è fenomeno esteso ovunque, per esempio nel TERRITORIO DI NERVIA, nell'AREA VALLECROSINA DEI PIANI od ancora, persin veicolato dall'onomastica, nel TERRITORIO ANCORA SEMIDESERTO DELLA FUTURA "BORDIGHERA MODERNA").
L'uso da parte delle DONNE degli ZOCCOLI finisce così per diventare quasi obbligatorio dovendosi spostare, senza SEGGETTE o PORTANTINE, per aree insalubri: certamente tale costumanza finisce per diventare una forma di moda e di qualificazione sociale così che non tutte le POPOLANE possono permettersi di farne uso a differenza delle DONNE BORGHESI e delle NOBILI.
Ferma restando l'aprosiana postazione antidonnesca a volte si ha addirittura impressione che certi suoi strali ancor più che contro le DONNE siano indirizzati verso una MODA che rende tutti sempre più eccentrici e frivoli: con la conseguenza di "generare" UOMINI SEMPRE PIU' EFFEMINATI e DONNE VIEPPIU' VIRILI come si legge nel CAPITOLO XV dello SCUDO DI RINALDO I.
L'ANTIFEMMINISMO APROSIANO, a dire il vero è talora anche FUNZIONALE, come all'origine delle sue AVVENTURE LETTERARIE lo fu il suo POLEMISMO ANTISTIGLIANEO E FILOMARINISTA probabilmente sentito ma non sino ad una ESASPERAZIONE che gli giunse vantaggiosa, per lui provinciale e di modesto casato senza tradizioni letterarie, per esser accettato nel GRAN MONDO DELLA CULTURA NELLA PRIMA META' DEL '600 DECISAMENTE PROPENSO ALLE SOLUZIONI FUNAMBOLICHE DEL MARINO E DEI SUOI SEGUACI.
Queste osservazioni non intendono essere certo una proposta di dequalificazione dell'antifemminismo aprosiano ma uno strumento di studio per future indagini sì da riconoscere che, a fronte di parecchie osservazioni misogine non prive di acredine, altre si evolvono partendo da contesti diversi ed altre ancora hanno una genesi specifica che a volte è assolutamente personale, spesso ispirata alle generali costumanze censorie, altre volte ancora sviluppata nel contesto di un gioco erudito che coinvolge sia donne che uomini e via discorrendo.
Aprosio (e questo risulta un suo limite caratteriale seppur giustificato parzialmente dalla condizione religiosa, dalla non ricca situazione economica e dal continuo bisogno di sostegni morali e non) talora poi, come risulta reiterato nella sua vita, piuttosto che perdere la stima di amici influenti preferisce o dove piegarsi alle loro scelte ideologiche: emblematicamente ad esempio, finisce per adeguarsi al pensiero egemonico e per sviluppare, magari senza la cattiveria d'altri ed anzi contro la propria pregressa ammirazione, una posizione critica avverso Anna Maria Schurmans, la "Saffo di Colonia", donna di indubbie e superiori qualità intellettuali che un pò arditamente accosta a più riprese alla danese Maria Below.
L'ormai vecchio erudito ventimigliese, abbastanza malato e stanco oltre che bisognoso di nuovi potenti appoggi sociali e culturali sia per la biblioteca che per le mai sopite ambizioni editoriali, si trova in obbligo d'agire in sintonia con determinate opzioni culturali volta per volta in auge e in questo caso, quando sceglie di cassare il nome della letterata tedesca da una sua opera in odore di pubblicazione, verosimilmente lo fa soprattutto per accontentare le scelte selettive del più recente nume della bibliofilia italiana, ed auspicabilmente suo nuovo protettore e mecenate, vale a dire il bibliotecario fiorentino Antonio Magliabechi.
Per tutto il seicento la donna è stata al centro della cultura e dell'arte, ma lo è stata come oggetto più che come soggetto: la si è spesso celebrata per una bellezza fisica, che non deve giammai contravvenire alla sua "fruizione" nel luogo istituzionale della "perfetta maritata", e quando la donna è stata lodata, siffatte lodi sono andate alla donna in quanto figura sociale d'eccellenza più che quale soggetto intellettualmente significante.
Mutatis mutandis se poi addirittura, nella prospettiva di ulteriori approfondimenti, si vuole enucleare un momento storico dell'esistenza aprosiana da cui, a fronte di un graduale incupimento del carattere e dalla scoperta caducità della vita, si assiste ad una depressione di antifemminismo e misoginia si può segnalare il drammatico biennio del 1656 - '57 quello della "Morte Nera o Grande Peste" in Genova e Liguria laddove il frate, sconvolto dalla perdita di tanti amici e dalla vista di molteplici orrori, si lascia andare a conclusioni rassegnate, sin al punto di segnalare chiaramente il dramma del religioso e quindi dell'uomo senza discendenza cioè l'istituzionale impossibilità di tramandarsi nella carne di un erede proprio in forza della donna e della santità del matrimonio.
Conclusione indubbiamente tanto acre quanto ideologicamente pericolosa da cui l'agostiniano si emanciperà, lentamente riprendendosi, attraverso un surrogato non privo di ingegno: eternarsi nelle proprie opere e se le opere possono, per insite fluttuazioni e dispersioni dei giudizi, non esser bastanti a rimandare nel tempo il proprio ricordo, scegliere, come lui, la strada alternativa di eternarsi divenendo Tromba delle glorie altrui, magari erigendo una BIBLIOTECA, che trasmetta al futuro il proprio nome e che non solo custodisca i prodotti libreschi altrui ma li riproduca alla posterità in forza d'una continua amplificazione e discussione del sapere.
Una BIBLIOTECA per la cui grandezza operi un proprio pari, un bibliotecario così fido da divenire quasi un "figlio putativo": cosa che in fondo Aprosio avrà la fortuna di individuare in DOMENICO ANTONIO GANDOLFO.
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Dalla vicina Provenza il PONENTE LIGURE [intendendo, con una certa pratica e qui funzionale riduttività, l'agro che corre da Ventimiglia all'area di San Remo e Taggia (con tutto il retroterra della Valle Argentina e del caposaldo di Triora) per giungere, superando varie "isole" geo-culturali, sin al territorio di Porto Maurizio ed Oneglia] è notoriamente stato, amplificando un'espressione felice quanto abusata che risale a T. Ossian de Negri, un CROCEVIA DI STORIA, CIVILTA' ED ESPERIENZE UMANE.
La BIBLIOTECA APROSIANA rappresenta solo uno dei tanti "momenti" di questa "vicenda umana": fra tante altre cose che di lei si son dette, la grande LIBRARIA, eretta a metà del '600 in Ventimiglia da Angelico Aprosio, è stata giudicata, forse con qualche eccesso di intransigenza, un formidabile BALUARDO DELLA CULTURA MASCHILISTA E MISOGINA.
E pur tuttavia nello stesso XVII secolo, proprio in CONTESTI INTELLETTUALI QUALI L'APROSIANA STESSA, si preparano nuovi disegni per una nuova valutazione della società e nello specifico della condizione femminile: e sono postulazioni che germinano in dipendenza di quei fermenti razionali che produrranno l'illuminismo.
Ma oltre a ciò, nel contesto del pur lento riscatto femminile piace qui proporre una discussione su quei fermenti culturali (espressi da un lavorio intellettuale forse relativamente indagato come quello che portò Giovanni Balbi a redigere questa SILLOGE DI POETI LIGURI DI FINE '700 in cui spicca, restando comunque in "ottima compagnia", l'allora conclamato Giuseppe Biamonti celebre poeta del ponentino borgo di San Biagio della Cima) che attraversarono la LIGURIA nel XVIII secolo esplicitandosi in varie tematiche.
Per l'argomento vertente su FEMMINISMO/ANTIFEMMINISMO giova allora contrapporre alle speculazioni aprosiane le riflessioni insite in due opere non facilmente reperibili di matrice assolutamente ligure e sabauda.
La prima, di ANONIMO AUTORE, reca titolo di Pregio della donna ove si notano alcune donne de' tempi antichi, mezzani, del presente secolo, e viventi celebri in virtù, e scienza, Torino, Nella Stamperia Reale, Presso Bernardino Tonso libraio in Dora Grossa, 1783, 16°, pp. 90.
L'impostazione stilistica dell'opera, i testimoni di stampa, in particolare l'analisi di p. 43 ove viene elogiata, con precisione di dati, l'onegliese Maria Pellegrina Amoretti inducono a supporre che il lavoro sia stato pubblicato anonimo dallo stesso autore della seconda qui proposta, parimenti anonimo, ma identificato però dal Melzi (I, 23), in
GASPARE MORARDO.
E' questa seconda opera diversa, meno elencatoria, più riflessiva e ponderosa della precedente: è essa intitolata La damigella istruita, Torino, Stamperia Mairesse, 1787, in 16°; pubblicazione interessante e pure piacevole [ ma anche causa di risposte polemiche di anonimi conservatori come ne La damigella meglio istruita ossia riflessi morali sul libro, che ha per titolo la damigella istruita Torino : dalla stamperia d'Ignazio Soffietti, 1788 [2], 93, [3] p. ; 12° - Localizzazioni: Biblioteca nazionale universitaria - Torino] perchè oltre che un galateo della giovane donna ne traccia un pur meditato ma promettente riscatto culturale e sociale.
Di questo secondo lavoro dati i temi e le singolarità, che nel XVII secolo sarebbero parse insostenibili eticamente, si propone qui un INDICE TEMATICO facente riferimento ai singoli capitoli.
E queste riflessioni a pro della condizione femminile non sono poi da sottovalutare, nonostante l'insita moderazione: a titolo d'esempio, senza scomodare i massimi pensatori tra '600 e '700, parecchie loro conclusioni si riflettono nell' OPERA di uno spirito superiore, capace di rielaborare criticamente in maniera profonda le proposte dei tempi nuovi qual fu BENEDETTO GEROLAMO FEIJOO (nato l'8 ottobre 1676, spagnolo, benedettino e teologo eppure nonostante questi attributi assai "barocchi" estremamente lontano dai presupposti e dai pregiudizi concentratisi nella tradizione seicentesca per la via che giungeva da "infiniti e discutibili passati") assieme ad un vasto RIESAME CRITICO DI TUTTO IL SISTEMA SOCIALE si scopre una moderna valutazione della CONDIZIONE FEMMINILE IN GENERALE e nella settorialità dell'indagine una netta rivalutazione della DONNA COLTA (CAP. XVI, PAR. XVI), rivalutazione acclarata da un dovizioso elenco di "intellettuali femmine" non molti anni prima sostanzialmente obliate, tanto di NAZIONALITA' SPAGNOLA che FRANCESE, ITALIANA e GERMANICA E/O E NORD EUROPEA se non addirittura di CONTESTO EXTRAEUROPEO.






A - Prima riprovevole diversità: "che molte donne vengono fuorviate per eccesso di libertà sessuale"

Il sottotitolo, ben lo si capisce, oggi come oggi è solo una provocazione: ognuno ha certo il diritto di godere della propria sessualità! Questo attualmente è uno stato esistenziale e di costume del tutto accettato senza bisogno di equivoci concettuali o di ridanciane considerazioni: anche se, bisogna pur dirlo, resistono formidabili luoghi comuni - e non solo nel retroterra della degradazione culturale - che arrivano in prevalenza dall'età intermedia e per cui - mentre allo scopo d' offendere un uomo si usa spesso, ma non solo (e non si dimentichi , come presto si capirà, l'emblematico "figlio di puttana"), l'epiteto, magari sottolineato con dovizia d' oscena gestualità, di "cornuto" (e ben si noti, anche questo , come al pari si vedrà, nel senso affatto casuale d' infelice od ignaro o contento o debole consorte d'una femmina-vacca> la variante becco, studiata dall'Aprosio moralista tra risa soffocate di morbosa curiosità, costituisce solo una pur estesa specificazione regionalistica) - la donna, durante un acceso diverbio, è quasi esclusivamente tacciata d'esser "PUTTANA" (variante volgare e popolare per MERETRICE) un epiteto che neppure abbisogna di particolari formalità gestuali: del quale peraltro cagna, troia ed appunto vacca costituiscono varianti animalesche, di provenienza popolare e gergale, con funzione sinonimica e valenza ulteriormente degradante ma comunque sempre strutturata sulla consolidata asse semantica di "femmina oscena e disumanizzata che si concede a chiunque senza freni inibitori" .
Aprosio scrisse tre Grilli sulla questione, senza sbilanciarsi troppo - a suo pensare almeno - ma in fondo abbastanza da rischiare gli strali dell'ufficio inquisitoriale ecclesiastico: e così questi capitoletti della sua Grillaia del 1668 rimasero manoscritti, finché‚ non li editò A.Ida Fontana nel "I Quaderno dell'Aprosiana - Prima Serie" del 1984 sotto il titolo de Il P.Aprosio e la morale del '600 - Note in margine a 4 grilli inediti.
Nella sua pittoresca misoginia il frate si era messo a parlare di sesso con quell'accanimento che dà ragione a J. Solé quando nella sua Storia dell'amore e del sesso nell'età moderna (Bari, Laterza, 1979. p.201) scrive "In realtà, tutta la prima metà del XVII secolo fu improntata a una specie di moda del parossismo erotico fonte di rapimenti, aggressioni e matrimoni scombinati": nell'ambito di questa realtà, sia che ne trattassero giuristi, teologi e moralisti sia che - con maggior, comica giustificazione della "donna furba" che sapesse gabbare un marito stupido - ne scrivessero novellieri e commediografi, la Donna "scostumata" costituiva sempre e comunque uno tra i più elementari scarti riscontrabili dalla norma esistenziale e quindi, di fatto, era in potenza, e spesso in atto aristotelicamente parlando, una Diversa [del resto, per alcuni interpreti di morale, le donne, "scostumate" o quantomeno "tentatrici", lo erano tutte (GIOVANNI DOMENICO OTTONELLI, Della pericolosa conversazione con le donne..., in Fiorenza, nella Stamperia di Luca Franceschini e Alessandro Logi, 1646), se non ben guidate da padri prima e mariti poi (non a caso in quest'epoca proliferavano prontuari sull'argomento come, tra i tanti conservati all'Aprosiana, LUIS DE LEON, Trattato della Perfetta Maritata, Brescia, appresso Pietro Maria Marchetti, 1608)].
A livello del consorzio sociale, in senso penale più che civilistico, allo scopo di intendere sveltamente l'intervento statale avverso le esasperazioni di sessuomania e su un piano - pare quasi superfluo dirlo! - di misoginia, crescente, con disinvoltura, già dal XVI secolo, oltre che i resoconti legislativi, i provvedimenti del "nuovo diritto criminale" e gli interventi predicatori dai pulpiti è interessante scorrere, sul catalogo parzialmente informatizzato dell'Aprosiana, tanti titoli di opere moralistiche attente a sondare i nuovi tempi e, in gran parte, ad analizzare con sempre maggior curiosità, ed avversione, il variegato mondo femminile, in inaspettato fermento e sempre più temuto come elemento di disturbo: al riguardo, sempre dal patrimonio dell'Aprosiana, cito GIOVANNI DAVIDE THOMAGNI, Dell'eccellentia de l'huomo sopra quella de la donna, in Venetia, per Giovanni Varisco e comp., 1565.

Per intendere meglio tutto ciò bisogna anche tener conto come, nell'epoca che si sta analizzando, in Italia, quanto nell'Europa occidentale, un generale, rapido processo di urbanizzazione e quindi di alta concentrazione di masse popolari spesso alla vana ricerca di qualche lavoro od impiego (col conseguente degrado dell'ambiente rurale e delle campagne), finì per determinare una composizione demografica cittadina in cui si intrecciavano formidabili contraddizioni tra gli splendori dei pochi, lo sviluppo di impreviste difficoltà occupazionali o d'impresa per la piccola e media borghesia quanto per il "ceto popolare storico" (mediamente comunque favorito anche per il frequente possesso delle case d'abitazione) e la miseria di frotte di immigrati, facilmente destinati, nei ricorrenti periodi di crisi e regresso economico, a interminabile disoccupazione ed all'impossibilità d'occupare a lungo le case prese in affitto: in particolari momenti storici di depressione furono quindi parecchi gli immigrati che, contrariamente alle speranze nutrite, dovettero cercare "scampo" dapprima nell'emarginazione o nella disperazione dell'accattonaggio e quindi, attesa la gravità della situazione esistenziale, a conquistarsi una qualche sopravvivenza in alternative delittuose, che, specialmente nei grossi centri mercantili, portuali e bancari, dove trafficanti d'ogni Paese in qualche modo pur dovevano riempire i tempi morti delle lunghe contrattazioni, coincidevano molto spesso nella pratica della ruffianeria e della prostituzione, intorno alle quali ruotava un microcosmo di piccoli criminali, da spregiudicati giocatori d'azzardo (soprattutto a carte e dadi ) a rapinatori di strada o manticularii (quelli che oggi, con discutibile gergalismo da cronaca nera vengono detti "scippatori") ad imbroglioni meno violenti e più smaliziati come ladri, borseggiatori, a veri e propri trafficoni capaci di "cavar puranco le brache" agli sprovveduti: vita, ai margini della città ed in quartieri tanto degradati quanto di cattiva fama, poi meglio detta da "corte dei miracoli", vita nella quale, è evidente, molte giovani immigrate, specie se graziose e disinvolte, volgendosi alla prostituzione eccitavano la venalità di parecchi malavitosi, più frequentemente ruffiani (o ruffiane) che protettori nel senso squallido che oggi si dà al termine, non alieni però dal ricorrere ad alchimisti, medichesse, maghi e fattucchiere (e di qui ingiustamente derivarono terribili sospetti anche per grandi alchimisti equiparati a maghi diabolici; basta il nome di Paracelso per fare un esempio!) onde avere l'ausilio di arti proibite, velenosi filtri o meglio ancora pozioni amorose onde asservire all'altrui o propria libidine qualche immacolata coscienza (su tale modello esistenziale, peraltro già nel '300, Giovanni Boccaccio ci ha lasciato un affresco illuminante ed in qualche maniera premonitore con la novella di Andreuccio da Perugia, piccola gemma del suo Decameron).
Rispetto al XIV secolo il fenomeno, tra '500 e '600, assunse tuttavia, con sveltezza, proporzioni devastanti (del resto, con le scoperte geografiche e l'estensione dei traffici, gli spostamenti di avventurieri e criminali verso le piazze commerciali erano cresciuti a dismisura) e per arginare la nuova delinquenza gli Statuti Criminali, un pò di tutti i Paesi, a volte vennero semplicemente potenziati con varie Riforme o più spesso furono quasi del tutto rifatti da commissioni di giuristi (vedi G.SCARABELLO, Pauperismo, criminalità e istituzioni repressive, in "La Storia", Torino, U.T.E.T. 1987). Nella "Prolusione" alle norme dei Libri criminali genovesi del 1556, si intende come siffatto provvedimento avesse finito per rendersi inevitabile al fine di adeguare la legge penale sia alla contemporanea situazione socio-economica quanto alla moderna realtà di una delinquenza "diversa", più feroce di quella "antica": i giuristi di Genova, nella Prolusione ma un pò in tutto il testo degli Statuti Nuovi dei Crimini, si sforzarono soprattutto di aggiornare il testo penale alla nuova realtà storica, sia contro l'arroganza di crimini nuovi (soprattutto a danno della saldezza istituzionale), sia a scapito della religione (del resto si era in epoca controriformista e si legge spesso nel codice genovese l'accenno a nuove colpe contro la religione - di stregoneria, eresia, apostasia in particolare - e dell'introduzione d'una pena capitale recente, per il Dominio di Genova, quella del rogo, comminato in cooperazione con l'Inquisizione ecclesiastica) sia per controllare la "sfrontatezza" dei diseredati di cui si è detto e più estesamente al fine di reprimere i crescenti attacchi alla pubblica morale ed al comune decoro delle famiglie ( per approfondire questo vastissimo argomento si rimanda chi legge al lavoro, in corso d'edizione in questo 1996 ad opera di chi scrive e della dott. F. Zara pei tipi della Coopers editrice, del testo degli Statuti Criminali genovesi del 1556 , campione significativo d'un fenomeno italiano ed europeo, spesso citati, per opportuni riferimenti, nel presente lavoro; di questa opera si legga , per quanto si è appena detto in merito all' aumento generalizzato di delinquenza e cattivi costumi, l'ampia premessa storica e la "presentazione" fatta alla "Signoria genovese" dai tre giureconsulti incaricati della stesura Nicolò Senarega, Stefano Cattaneo e Pietro Giovanni Chiavica> B.DURANTE - F.ZARA, Figliastri di Dio...., Ventimiglia, Coopers ed., 1996").

A suffragare spesso apertamente questa nuova e più severa impostazione giuridica in particolare a riguardo del dilagante fenomeno della Prostituzione innumerevoli scrittori di varia erudizione tra fine '500 e pieno '600, rifacendosi con intransigenza agli autori greci e romani, che avevano invece trattato l'argomento in maniera sempre più equilibrata e comunque giocosa, presero a dissertare, in forme straordinariamente colpevolizzanti e quasi maniacali, sulla sensualità femminile (che a volte par quasi una loro scoperta sconvolgente, una realtà sconosciuta e per conseguenza ipocritamente ignorata!) e quindi sul coito delle donne e poi ancora sull'intensità dell'orgasmo femminile , fin a farci pensare che essi stessi, vestendosi da moralisti, riuscissero così ad eccitare la loro sessualità illanguidita dal convenzionalismo controriformista e da una specie di autocastrazione, indotta, più che da vera convinzione di purezza, dal timore dei feroci strumenti penitenziali minacciati dal S.Ufficio.

Aprosio è in fondo un esempio pallido di questa morbosità: nel Grillo XVIII rimasto inedito e quindi pubblicato dalla Fontana ["Se sia più libidinoso il sesso Maschile o'l sesso Donnesco"] dimostra di non aver dubbi scrivendo: "Sono libidinosi i maschii, e le femmine, ma più queste di quelli".
Il frate non se la sente però d'entrar di persona nei dettagli e s'avvale, per dimostrare ciò, di un'infinità di esempi: l'autore più citato, espressione d'una misoginia per cui non si riesce più a dar la cifra dei confini esatti fra erotismo e pornografia, è comunque G.B.Sinibaldi che nella sua Geneanthropeiae, sive de Hominis generatione decateuchon (Roma, ex typ. F.Caballi, 1642) costruì un autentico teorema sulla esasperazione sessuale delle Donne [estremismi di incontrollati appetiti sessuali femminili che il Sinibaldi peraltro riprese da quella letteratura magica sulle Streghe che correva dalle Disquisitiones Magicae del gesuita belga Martin Delrio (anche Del Rio> Anversa 1551 - Lovanio 1608 >esperto di inquisizioni e magia ma soprattutto celebre per questo fortunatissimo libro dalle molte ristampe aggiornate)

al De Magia del Torreblanca.
Quest'ultimo in particolare scrisse: "L'intiera tragedia dei SABBA, che queste Streghe o Malefiche compiono assieme al Diavolo ha come scopo principale quegli orribili amplessi col Maligno in veste di Porco, amplessi cui le Donne vengono irresistibilmente attratte per la loro smodata ricerca di orgasmo, nella continua frenesia di piacere sessuale e di interminabili godimenti"( De Magia, c.38, n.16, p.336).

Povere Streghe o Donne, comunque vien da dire!, leggendo il Nevizzani per cui esse "ardono d'un tal fuoco di sensualità da farsi Streghe....in modo da soddisfare la propria libidine coi Demoni i quali, al modo che riferisce il Ponzinibio nel suo trattato sulle Lamie, hanno la capacità di esaudire meglio le voglie continue di quelle coi loro MEMBRI POTENTISSIMI, con quel lor sesso che per essere biforcuto procura alle femmine estremo godimento" (In Sylva Nupt.., lib. I, n.151,p.86).

Questa visione lasciva ed in vario modo terrorizzante dell'universo femminile, peraltro, si caricava variamente - ancor più in Francia che in Italia - di altre valenze negative e di equazioni a dir poco preoccupanti - spesso anche effigiate a livello iconografico - di quel tipo caratteriale facilmente interscambiabile ("presupposta" la debolezza costituzionale della "femmina" biologicamente collegata alla periodicità fisiologica del "mestruo" e di riflesso alla ciclicità perniciosa di "raggi ed umori lunari") che in varie culture (e non solo in quella cristiano-cattolica) rimanda al mitologhema potenzialmente diabolico, di un Giano bifronte volto al femminile, in cui si fondono gli opposti storico-culturali della DONNA LUNATICA che include i sottoschemi della della "donna angelo-donna demonio" e/o della "donna simbolo della vita-donna simbolo della morte".

Comunque a testimonianza della formidabile resistenza dell'antifemminismo più pervicace -pur a fronte di parecchi sviluppi filosofici e di un indubbio progresso sociale della donna a partire da fine XVIII sec./primi Ottocento- vale la pena di assumere a penoso simbolo documentario di moderna sessuomania ed esasperata misoginia quanto ha scritto in questo nostro secolo - anche per giustificare un'affrettata conversione al cattolicesimo, partendo da postazioni decisamente materialiste ed atee - Giovanni Papini nelle sue Testimonianze e polemiche religiose, Milano, 1960, p. 683: "Nessuna creatura quanto la donna si è vantata dell'amicizia e della protezione di Satana, nessuna si è asservita a lui quanto le discendenti di Eva")].

Per onestà intellettuale e compiutezza scientifica è opportuno rammentare che (all'Aprosiana come in tante biblioteche storiche) si trovano pure libri, documenti e vari testimoni culturali connessi a quella magia naturale che ebbe grandi esponenti in Della Porta, Cardano, Agrippa e in un certo modo Fludd: magia naturale che, soprattutto, non bisogna mai confondere con la "magia nera o demoniaca" ma al contrario identificare con quella disciplina straordinaria che "contempla la forza di tutte le cose naturali e celesti". A fronte dei libri inquisitoriali e dei testi di magia nera, la produzione dei colti maghi naturali del Rinascimento è comunque secondaria tra il materiale della biblioteca intemelia e del resto parecchie sottigliezze ermetiche della cinquecentesca magia naturale si stemperarono ovunque per l'insostenibile urto con la colossale e nello stesso tempo tanto rozza quanto energica ideologia orrorifica degli "Atti di fede" (PUBBLICHE MANIFESTAZIONI DI PENTIMENTO E CONTRIZIONE).

Il sistema persecutorio della "Caccia alle Streghe" in effetti sarebbe stato efficiente per lungo tempo in quanto - bisogna pur ammetterlo - era estremamente semplice e comprensibile, giustificato per un verso da quel substrato di MISOGINIA e SESSUOFOBIA di cui si è appena detto ed altresì ben sorretto da un corposo repertorio di colpe e di colpevoli sempre poco sofisticati, sempre "capibili", anche tramite le strade indefinibili del terrore, dalle elementari coscienze d'un pubblico spettatore che, proprio dalla punizione spaventosa di terribili colpe, doveva far scaturire in sè quel processo catartico, cioè di purificazione inconscia, che presupponesse senza doppi sensi la condanna del reo e contestualmente la giustificazione del potere, laico ed ecclesiastico, che avesse sancito quello stato di reità.
Come annota Silvia Parigi (P.ROSSI - S.PARIGI, La magia naturale nel Rinascimento - Testi di Agrippa, Cardano, Fludd, Torino, U.T.E.T., 1989, p.119 n.) l'antico Agrippa, magistrato a Metz nel 1519, salvò dal rogo una contadina accusata di stregoneria ed anche Cardano e Della Porta furono contrari alla "Caccia alle Streghe": per Cardano queste non avevano nessun potere malefico ed erano piuttosto da classificare come delle povere "dementi": tuttavia già il più moderno medico paracelsiano Robert Fludd (1574-1637) - col quale a giudizio del Garin l'ermetismo rinascimentale sembrava aver consumato le sue possibilità, nel momento in cui la "Caccia alle Streghe" raggiungeva il proprio tragico apice - in modo alquanto più oscuro e dogmatico del tollerante e filosofico Cardano scrisse diffusamente sui "Demoni" ed annotò: "....Ricordo [...] di aver udito da un tale in buona fede, nella Svizzera del nord, che i fedeli di un'intera parrocchia, tanto uomini che donne, escluso soltanto il sacerdote, riconosciuti colpevoli di Cacomagia ["magia nera" in definitiva] , erano stati condannati a morte, secondo la legge cristiana. Questi Demoni [che avrebbero aiutato i Cacomaghi] sono, più o meno, del genere dei Lucifugi, e di natura freddissima, secondo la confessione rilasciata ai giudici da una donna del suddetto villaggio, la quale ammise di essersi congiunta carnalmente con il Demone di quel luogo, e di avere vivamente percepito, nel contatto, la sua insopportabile freddezza" (R. FLUDD, Storia metafisica, fisica e tecnica dei due mondi, cioè del maggiore e del minore, ripartita in due tomi secondo la divisione del cosmo (1617-1621) - Tomo primo. La storia del macrocosmo divisa in due trattati. Trattato primo. Del macrocosmo metafisico e dell'origine delle sue creature. Libro quarto. Delle creature del mondo Empireo, capitolo VII).
Con Fludd pare davvero estinguersi la potente energia della magia naturale per lasciare il campo ai teoremi persecutori di Jean Bodin ed in particolare a quel competente meccanismo inquisitoriale che, aggirate del tutto le riflessioni ermetiche della tradizione rinascimentale, finì per sostanziare, con ben pochi dubbi, l'intiero suo meccanismo operativo sopra l'elementare e basilare principio che gran parte delle interferenze dei "Diavoli" a danno dell'umanità ( e lo stesso Fludd nel cap. VI del tomo I della sua Storia del Macrocosmo aveva delineata una partizione dei Demoni per nove gradi o classi abbastanza in sintonia con quella dei testi redatti da parecchi inquisitori ecclesiastici) avvenisse per il tramite dell'anello debole dell'umanità, la Donna "vittima predestinata della sua vanità e soprattutto delle proprie formidabili esigenze d'appagamento erotico". o come in definitiva, e con toni alquanto più rudimentali, s'era soliti dire, schiava del suo Utero [donde lo sviluppo di equazioni ed identità pervicaci (per quanto assimilate da letteratura, ritualità confessionale e visione medica) del tipo Donna-Utero, Donna-uterina e poi, con un accorciamento quasi scontato, uterina o l'uterina per indicare la Donna tanto nel macrocosmo della sua travolgente libidine quanto nella microdimensione di un carattere "lunatico" entro cui interagirebbero molte relazioni-identità tra l'"organo distintivo e base della sua mutevolezza femminina", l'Utero appunto, e le cangianti proprietà dell'astro (la Luna) che varia capriccioso i propri influssi - ora positivi ora no a seconda delle tante fasi - sulla terra medesima, sugli uomini e soprattutto sulle donne (cosa peraltro ribadita da una vasta iconografia, di consumo sofisticato o solo popolareggiante): e da simili conclusioni, ancora, si è evoluta la definizione, certamente aggressiva e maschilista, di Lunatica (sempre per accorciamento da Donna lunatica) posta sì a base di una qualche giustificazione parascientifica dell'isteria femminile ("male tipicamente femminile" su cui si soffermano, con toni a volte seri e più spesso faceti parecchi tomi dell'Aprosiana, non solo d'argomento medico ma ancor più spesso teologico e di varia erudizione) ma altresì eretta quale efficiente mezzo di ridimensionamento a scapito di quella "razionalità femminile" su cui parecchie letterate andavano disquisendo ed al cui riguardo non mancavano "sostenitori in qualche modo eretici" tra il "sesso forte"].

Nel tentativo di essere ancora più esaurienti si può, alla fine, scavare ulteriormente nelle ipotesi del Solè, confrontandole coi dettami del CONCILIO DI TRENTO in merito alla CONFESSIONE ed ai RISCHI DI UNA CONFESSIONE TRA RELIGIOSI GIOVANI E BELLE PENITENTI [peraltro il dibattito sui rischi della confessione era esteso all'onorabilità della donna onesta non solo in caso di una CONFESSIONE RELIGIOSA ma pure nell'eventualità di una CONFESSIONE PRESTATA AI GIUDICI IN TRIBUNALE]: peraltro dalla seconda metà del '500 pure all'interno della struttura ecclesiastica si era andata rianalizzando con estrema attenzione (specie per un attacco abbastanza diretto dei domenicani - ma sostanziale espressione dell'urto ideologico tra vescovi ed ordini religiosi - nei confronti dei gesuiti, che prediligevano il rapporto individuale nella confessione in luogo della sua rigida evoluzione in mero strumento di controllo della disciplina sociale come mediamente istituito dall'autorità ecclesiastica basata sull'autorità territoriale di vescovi e parroci) la relazione spesso problematica tra il confessore - che era prete ma pur sempre uomo e molto spesso giovane - e le penitenti.

Un quesito di difficile comprensione -alterato da diverse interpretazioni storiche e da una reale ristrutturazione dell'istituto della confessione dopo le revisioni del CONCILIO DI TRENTO- è suggerito dalla distinzione tra la normativa suggerita ai confessori istituzionali e gli innovatori Gesuiti.
Per quanto possa sembrare improprio, e nonostante si levino spesso in contrapposizione a ciò voci anche autorevoli, per tutto la II metà del '500 ebbe grande rilevo tra i confessori italiani un prontuario per confessori redatto da MATTEO CORRADORI (Speculum confessorum & lumen coscientiae continens plena norma cofide di & examinandi comissa sceleta coplectens omnes & singulus casus coscientiae occurrentes & necessarios, Venezia, Alexander de Vianis, 1554, in 8°): tale prontuario, oggi molto raro per una sua voluta dispersione, era assai diffuso nel XVI sec. tra i confessori anche per l'utilità di consultazione: il titolo è in latino mentre il testo è in italiano, come conveniva in un'epoca in cui non tutti i confessori mantenevano grande dimestichezza con la lingua classica.
Per utilità di chi lo doveva consultare si nota che indicata la penitenza per alcuni tipi di peccatori gravi era indicata anche la pena da subire.
Il libro, per quanto oggetto di controversie di interpretazione, era alla base di certe convergenze tra le pene comminate dallo Stato e quelle comminate dall'autorità ecclesiastica: semmai, fatto che a sua volta era registrato come un difetto a cui la Chiesa italiana avrebbe cercato di porre un rimedio tramite una presunta opera di moderazione: nel PRONTUARIO DEL CORRADORI si nota infatti una stretta convergenza con parecchie delle norme più severe contro stupratori, sodomiti, ladri, falsari, peccatori sessuali contro natura e via discorrendo.
La rigidità di questi testi confessionali e nello stesso tempo la necessità di porre un freno alle licenze sessuali che avvenivano durante le confessioni fu quindi alla base sia della Riforma del Confessionale sia all'introduzione di nuovi più moderati prontuari per inquisitori: sull'asse puramente giuridica è comunque da registrare come da un lato la giustizia ecclesiastica nel '500 finisse per essere più severa di quella dello Stato divenendo secondo alcuni interpreti più mite nel '600: con la conseguenza che tanto nell'uno che nell'altro caso si svilupparono contrasti giurisdizionali tra legge ecclesiastica e legge penale della Signoria.

>In questo arco di tempo si sviluppò con una certa rapidità in Italia (dopo che in Spagna) una nuova definizione formale del reato già noto come sollicitatio ad turpia, le cui possibili varianti son qui
PROPOSTE
da un antiquario e specifico
TESTO DI DIRITTO CANONICO
. Più agile e strutturalmente moderna da consultare è comunque la BIBLIOTHECA CANONICA, JURIDICA... di L. Ferraris alla voce SOLLICITATIO AD TURPIA che ha il pregio di proporre, in veste grafica ecclllente, la basilare BOLLA DI GREGORIO XV DEL 30 AGOSTO 1622 stesa soprattutto nel tentativo di frenare la "vitiosa curiositas" cioè la presunta paraerotica propensione, denunciata in vari confessori, per la descrizione di ripetuti atti sessuali: di tresche tra i confessori e le loro penitenti, la storia, remota e no, del Cattolicesimo era già ricca e per parecchi versi correggibile come scrisse Erasmo da Rotterdam (Exomologesis sive modus confitendi, in Opera, V, Lugduni Batavorum 1704, coll.146-170) ma la Chiesa romana, alle prese con "Lutero" e la Controriforma, non seppe far altro che irrigidire le sue postazioni, con una difesa assoluta del celibato e sanzioni precise sul dovere dei penitenti di raccontare ogni cosa al proprio confessore, senza tralasciare alcunché‚ (A.PROSPERI, Penitenza e Riforma, in "Storia d'Europa - L'Età Moderna sec. XVI - XVIII", vol. IV, Einaudi, Torino, 1995, p.243-245).
Per intendere quanto la