cultura barocca
informatizzazione a cura di B. Durante

Una lirica esemplificativa della scarna, ma forse non del tutto nota produzione poetica aprosiana, si ricava da un volume custodito presso l'Aprosiana intemelia: Poesie de'signori Accademici Infecondi di Roma. Dedicate all'eminentiss. e reuerendiss. sig. il signor cardinal Felice Rospigliosi, protettore dell'Accademia, Venetia : per Nicolo Pezzana, 1678 - 16, 391, 1 p. : antip. calcogr. ; 12o - Antip. sottoscritta da Tommaso Cardano - Segn.: *8A-Q\1"R4 - Impronta - o,al 7370 i.i. ChPi (3) 1678 (R) - Altre localizzazioni: Biblioteca comunale dell'Archiginnasio - Bologna - Biblioteca nazionale centrale Vittorio Emanuele II - Roma - Biblioteca universitaria Alessandrina - Roma - Biblioteca Querini Stampalia - Venezia
A volte si crede di esser riusciti ad incastellare entro un sistema compiuto la poligrafia aprosiana ma presto si viene disillusi dalla scoperta di nuovo materiale, edito e non.
In questo caso, nell'immagine proposta, è riprodotto un SONETTO che l'Aprosio consegnò alle stampe per una RACCOLTA POETICA degli ACCADEMICI INFECONDI sulla morte di EMILIA ADORNI RAGGI. ma il SONETTO per quanto non costituisca niente di eccezionale rimanda agli altri, forse molti, di cui si è persa traccia e che sono racchiusi entro altre sillogi delle ulteriori ACCADEMIE
cui il frate fu ascritto o che frequentò quale gradito ospite.
Ed altri sonetti aprosiani raccolse poi nei suoi Fiori Poetici il discepolo dell'Aprosio, l'amato Domenico Antonio Gandolfo.
Come detto APROSIO aveva scoperta, od approfondita con l'aiuto fondamentale del toscano PIER FRANCESCO MINOZZI
e comunque in sintonia con le costumanze epocali l'abilità dello
SCRIVERE IN MASCHERA e quindi assieme ADESPOTE E/O ANONIME COMPOSIZIONI ALFANUMERICHE, l'ENIGMISTICA, la CRITTOGRAFIA, la GEMATRIA, l'EMBLEMATICA, la stessa discussa STEGANOGRAFIA DEL TRITEMIO ecc. ecc..
Non si trattava solo di giochi poetici od eruditi ma di un sistema di trasmissione di messaggi da decodificare: lo si è visto in più punti. Per chi si valeva così sottilmente di tal gioco, naturalmente, era poi facile partendo da queste elevate competenze crearsi un'infinità di PSEUDONIMI che gli permettessero di scrivere senza essere svelato, restando "in maschera" come allora si diceva, anche per non patire ritorsioni nocive da possibili rivali.
Ed ecco l'enigmatico Cornelio Aspasio Antivigilmi della Biblioteca Aprosiana, l'anagramma puro di "Angelico Aprosio Ventimiglia" sotto le cui spoglie viene creato l'alter ego del frate, il discepolo od amico che ne descrive gesta ed opere: ma sono altresì noti lo Scipio Glareano de L'Occhiale Stritolato, il Masoto Galistoni de Il Vaglio Critico, il Carlo Galistoni de Il Buratto, il Sapricio Saprici della Sferza Poetica e dei due Veratro, l'Oldauro Scioppio de Le Bellezze della Belisa, lo Scipio Glareano de lo Scudo di Rinaldo e della Grillaia, il Gio Pietro Villani de la Visiera Alzata, il Paolo Genari di Scio de Le Vigilie del Capricorno .
Si può notare che, fatta eccezione per il Cornelio Aspasio Antivigilmi mediamente Aprosio si valse quasi sempre degli stessi pseudonimi per opere di identica tipologia: polemiche, bibliografiche, erudite, di critica letteraria = Si può al limite notare -ma è argomento che si riprenderà di seguito in connessione ai necessari approfondimenti sull'elaborazione dello pseudonimo CORNELIO ASPASIO ANTIVIGILMI- che l'erudito agostiniano usò lo stesso suo nome secolare Ludovico Aprosio per scritti esclusivamente tecnico-filologici come Della patria di Aulo Persio Flacco e le Le ore pomeridiane dal cui I libro fu peraltro "cavata" la dissertazione su Persio.
Ma Aprosio fu anche autore di SONETTI come quello SOPRA PROPOSTO per il quale usò il suo nome religioso seguito dal soprannome "P(adre) Angelico Aprosio Ventimiglia".
E tuttavia nella Biblioteca Aprosiana... a p. 175, verso la fine, compare un altro pseudonimo, cioè Aliprando Goesio che come poi si verifica a p. 705 (indice) dello stesso repertorio, per stessa aprosiana ammissione, è definito "...N(ome) F(ittizio) dell'A(utore)...".
Ed a questo punto vien anche da chiedersi quanti minimi scritti aprosiani siano finiti sotto questo o simili pseudonimi (sostanzialmente anagrammi impuri; nel caso "Aliprando Goesio" = "D. Aprosio Angelico") e siano magari sfuggiti ai ricercatori: "nomi finti" soprattutto utilizzati in occasione di liriche da raccogliere in miscellanee o di brevi scritti accademici o nomi registrati in discussioni non privi di sale e per questo poco usati e rimasti indecifrati, nell'ottica del secolo e comunque nella costumanza aprosiana di dire mascherando talora i veri pensieri e la stessa identità (almeno per i non addetti ai lavori e i sicuramente amici!). La seicentesca volontà di procedere in maschera fu così radicata che per molti anni ed in qualche caso mai i GRANDI REPERTORI BIBLIOGRAFICI DI OPERE ANONIME E/O PSEUDONIME hanno svelato chi si celasse sotto PSEUDONIMO: in merito ad APROSIO, che pure ne utilizzò un'opera in una sua polemica antidonnesca, un caso emblematico resta quello di
*********ERNANDO TIVEGA alias ANDREA GENUZIO*********
la cui identità fu probabilmente nota all'agostiniano molti anni dopo averne culturalmente fruito!
Nel contesto dello studio oltre che della Libraria Aprosiana e conseguentemente del suo omonimo fondatore non restio a trovar scampo o soluzione a problemi distinti nel campo di crittografia e pseudonimia o più estesamente ancora dello scrivere in maschera (progettazione già esperita, anche in forza di varie modulazioni espressive, già in opere pregresse non escluse le inedite ma non irreperebili né irricostruibili Antichità di Ventimiglia) acquisisce però un seno particolare ed in effetti quasi tutto da svelare, anche perché assai poco studiato, il motivo della scelta per quello che in definitiva sentiva esser il suo capolavoro vale a dire il repertorio biblioteconomico de La Biblioteca Aprosiana... del 1673, qui integralmente digitalizzato, reso ipertestuale e studiato criticamente il fatto che abbia scelto la strada inconsueta di redigerlo per via d'una narrzone in terza persona seppur sotto la "figura" di un anagramma puro del suo nome vale dire lo pseudonimo di
CORNELIO ASPASIO ANTIVIGILMI
Nel campo specifico della Biblioteca Aprosiana il repertorio economico in parte edito, in parte manoscritto ma incompiuto analizzando l' Indice particolareggiato (vedi) della qui digitalizzata e ipertestualizzata parte edita del 1673, a fronte della vastissima mole del materiale raccolto da Aprosio sfugge mediamente la qui del pari proposta in linea multimediale Occasione dello Scrivere/Al Sig. Lorenzo Legati Dottor medico Cremonese, figliulo di Apolline, ed allievo delle Muse la cui analisi attenta permette di decifrare il senso vero dello pseudonimo scelto da Aprosio vale a dire quello di Cornelio Aspasio Antivigilmi (pseudonimo ricavato dall'anagramma puro dell'autore integrato dal nome del luogo natio divenuto suo epiteto ufficiale) interagente però con una particolare sfasatura scrittoria in terza persona che si potrebbe accostare alla pubblicazione di Torquato Accetto ovvero il Della Dissimulazione Honesta sì da suggerire di primo acchito, pur mascherandone l'essenza nello pseudonimo usato, che non Aprosio sia stato autore della grande silloge ma un suo dicepolo o "Fautore" resosi disponibile ad assemblare un lavoro immenso, cosa oramai improba per un uomo di 64 anni afflitto da vari problemi di salute.
Ancora ai tempi e pur dopo la pubblicazione del repertorio economico de la Biblioteca Aprosiana del 1673 come si evince da questa lettera del 1674 al Grande Inquisitore di Genova T. Mazza Aprosio andava ricoprendo la carica di Vicario dell'Inquisizione (vedine la corrispondenza) per la Diocesi di Ventimiglia e tra i vari compiti come si legge in una lettera del 12 dicembre 1673 dall'agostiniano spedita ad Antonio Magliabechi egli tra l'altro doveva rispettare conservava il compito di affiggere (o piuttosto far affiggere) in pubblico nei luoghi della Diocesi deputati a ciò gli elenchi dei libri proibiti via via inseriti nell'Indice (vedi Antonia Ida Fontana, L'epistolario di Angelico Aprosio con Antonio Magliabechi, dattiloscritto custodito presso la Biblioteca Aprosiana di Ventimiglia, p. 111, n. 76).
Nel '600 un uomo di 64 anni non poteva certo godere, mediamente, ne' della fisicità né della salute di un contemporaneo nostro attese le condizioni della medicina e delle patologie contro cui non esisteva rimedio = malori oggi facilmente rissolvibili con i moderni farmaci potevano portare a complicazioni molto serie. Il mecenate dell'Aprosiana Giovanni Niccolò Cavana in due lettere prese qui ad esempio (recuperate da altro lavoro di L. Tosin vale a dire Lettere ad Angelico Aprosio (1665 - 1675) / Giovanni Nicolò Cavana, Firenze, Firenze University Press, 2013, pp. 49 - 50, n. 30 e 31), e datate rispettivamente "di Genova, 14 agosto 1667" e "di Genova 4 settembre 1667" fa cenno ad un periodo di cattiva salute dell'Aprosio: tuttavia i dati più esplicativi si ricavano da altre lettere e precisamente da
una missiva (7 ottobre 1673)
del Predicatore domenicano Pio Mazza (tra il 1674 e il 1679 in B.U.G. 11 sue lettere scritti all'Aprosio e qui riprodotte multimedializzate)
missiva che parla espressamente di una
"sincope da affatticamento" che durante la messa fece prostrare Aprosio sull'altare della chiesa di N. S. della Consolazione o di S. Agostino in Ventimiglia.
Non è dato sapere quanto rapidamente ma
Aprosio dovette riprendersi abbastanza bene e fruttuosamente lavorare sin alla sua morte nel 1681 anche se per lui l'aiuto, quasi richiesto nella lettera al Legati, giunse nel 1678, oltremodo gradito, sotto la veste del discepolo Domenico Antonio Gandolfo.
E' noto un certo esistenziale
incupimento che colpì Aprosio in età matura ed avanzata per vari motivi e non ultimi i tragici eventi connessi all'apocalittica epidemia di Peste del 1656 con le relative conseguenze connesse a varie riflessioni sulla brevità della vita,
ma i pensieri malinconici e qualche rimpianto giammai frenarono la sua voglia di scrivere, corrispondere e curare la biblioteca.
Quando il Cavana gli scrisse le sue preoccupate lettere sulla salute Aprosio aveva in effetti 60 anni e pare fuor di dubbio che il suo intelletto rimase vivace ancora a lungo certo ben oltre il 1673 quando editò la I parte del repertorio della Biblioteca Aprosiana -stampata quindi ai suoi 66 anni- (compresa magari anche la redazione di parecchie parti rimaste inedite): senza dimenticare le integrazioni e le modifiche che andava apportando alla Seconda Parte dello Scudo di Rinaldo data da alcuni ancora per inedita ma in realtà per buona sua parte pubblicata da chi scrive queste note ed inoltre l'operosità connessa per la stampa della Maschera Scoperta di cui aveva allestito un secondo manoscritto non privo di modifiche e della sezione inedita del repertorio biblioteconomico.
Fatto sta che nell'ideazione piuttosto originale del citato pseudonimo CORNELIO ASPASIO ANTIVIGILMI risiedevano di fatto sia aprosiane progettazioni sia cautelative di cui aveva appreso la necessità per via di eserienze personali e di cui vale ora la pena di dissertare pur se l'allusione all'età relativamente avanzata, agli acciacchi e all'esigenza di un coadiutore poteva risultare un'integrazione ulteriore a giustificazione della comparsa di imprevedibili e impreviste mancanze nella stesura dell'opera sia in merito ai possibili errori di stampa (A chi cortese, e non totalmente Amuso leggerà questa Sconciatura) -invero freneticamente ma non senza ulteriori dimenticanze data la mole dell'opera tentati d' esser risolti in un Errata Corrige- che soprattutto, oltre che dei contenuti, per la carenza di citazione di qualche "Fautore" che ancor più per la spesa ed il lavoro ancora da compiere per la mancata pubblicazione di altra parte del lavoro che per la stesura globale in effetti mai espletata (mancano i nomi dalla N alla Z
Gli pseudonimi costituiscono solo una parte relativa dello " Scrivere In Maschera " in qualsiasi epoca in cui la libera espressione del pensiero può costituire dei problemi di fronte alle diverse autorità censorie e per di più "Scrivere in Maschera" può giudicarsi una forma possibilistica per alternare la propria vita tra due apparenti realtà, concreta l'una e fittizia l'altra, donde la pseudo-equazione La Maschera e il Volto = Una Maschera per godere, una per uccidere, una per vivere: e del resto un trattato scoperto e reso celebre dall'oblio da Benedetto Croce nella sua semplicità riassume questa esigenza di vivere tra l'essere e l'apparie, si tratta del Della Dissimulazione Honesta di Torquato Accetto.
Con gli anni e l'esperienza Aprosio, spirito polemico e fin troppo franco nel dire e nel fare, imparò quanto fosse necessario ricorrere a questi travestimenti linguistici ed espressivi oltre che comportamentali in siffatta esua epoca e il contesto libertino di Venezia fu una palestra vitale di apprendimento = i "pericoli di violazione della legge" del resto erano ovunque e si evidenziavano sia sotto forma di Legge Ecclesiastica oramai mediamente gestita dal Sant'Uffizio che di Leggi dei vari Stati.
Naturalmente i rischi maggiori si incontravano nello scrivere o divulgare idee ereticali (come per la Chiesa) o a riguardo degli Stati nel farsi promotore di propagande sovversive o addirittura attivare quelle sovversioni.
In conformità di questo giova precisare che contestualmente al "reato" di "Lesa Maestà di Stato e Chiesa" in siffatta epoca un crimine gravissimo passabbile di esecuzione capitale rientrava nel "principio di destabilizzazione dello statu quo del potere istituzionale" cosa che faceva ascrivere tra i criminali più pericolosi [i così detti Figliastri di Dio = fatto che a livello ammonitore e catartico avallava a parere dei giusdicenti l'orripilanza degli "Spettacoli di Giustizia") i Blasfemi e bestemmiatori quanto ancora coloro che Omosessuali, sodomiti, transessuali, lesbiche, tribadi ecc. potessero, col loro comportamento, incrinare le fondamenta istituzionali mettendone in discussioni l'irrinunciabilità.
Il discorso è forse ancora più complesso di quanto si può qui proporre e per cui pare necessario visualizzare anche le voci qui concernenti il Diritto dell'Età Intermedia quanto ancora quelle connesse alla persecuzione di Streghe, Maghi, Negromanti ecc. ecc..
La variabile temuta da tutti e quindi sostanziata nell'anonimato spesso usato a fianco della pseudonimia dipendeva anche dal fatto che aveva credito nell'epoca la Denunzia Anonima dell'Urna Lignea (spesso detta anche Bocca della Verità") che, vagliata dalle competenti autorità delle Leggi in essere poteva determinare -anche se innocenti- l'inchiesta e la temutissima applicazione della Tortura sia di Stato che di Chiesa.
Alla radice di questo il timore era compagno di quanti avessero nemici -cosa difficile da evitare spesso anche senza saperlo- : ed in questo possiamo innestare una realtà che apparentemente potrebbe sembrare oggi fuor di logica ovvero sia la paura della Tarabotti per le lettere e gli scritti in possesso di un Aprosio che le aveva voltato le spalle dopo un'iniziale amicizia ed in cui Lei, addirittura una Suora, aveva scritto contro le Monacazioni Forzate sia il discredito da Lei scagliato sul frate (sempre meglio attaccare che subire un possibile preventivo attacco) definendolo, per farlo giudicare "Poeta" ma come detto e poi qui rbadito nel senso di inattendibile oltre che di estroso e poco affidabile già conferitogli da altri, "....predicatore delle glorie del vino, confessore dei bugiardi e mecenate degli ubriachi....".
L'anonimato di questi scritti era di fatto un pleonasmo dacché i nomi mai detti nel contesto che contava eran noti: ma la prudenza mai era troppa a fronte della potenzialità che le allusioni fossero troppo esplicite ed anche Aprosio quando molto dopo, morta la Suora, nella Bibloteca Aprosiana l'accusò di dire o quantomeno aver detto e scritto (usando qui un eufemismo) delle vere e proprie stronzate (elaborando l'icona del Flitner Hic merdam cribrando movet) usò come si vede delle cautelative, avvalendosi di espressioni e testi non facilmente trovabili e decodificabili.
Per questo, contestualmente alla pseudonimia, Aprosio su cui l'appellativo in senso decettivo di "Poeta" dovette pesare come un macigno per tutta la vita (e le motivazioni qui sotto elencate in XII settori non mancavano) -fermo restando alla maniera citata il graduale abbandono del polemismo e lo smussamento apportato ai lati più taglienti del suo carattere- ricorse sempre più alla crittografia di cui il Tosin ci offre un esempio, ma che non costituisce un'eccezione anche a fronte oltre che della fama d'Aprosio, dei suoi scontri in Ventimiglia stessa con confratelli e potenti vari dell'interesse del frate per i libri proibiti e dannati aggirato solo parzialmente con l'ambita nomina a Vicario della Santa Inquisizione.
Gli anni del resto passavano, gli
acciacchi comparivano e ad Aprosio ferma restando la voglia di pubblicare il repertorio della Biblioteca Aprosiana tutto poteva essere utile, dall'informarsi per via crittografica a scrivere in metalinguismo a trasferire ad un immaginario, plausibile aiutante e via discorrendo quelle sviste e dimenticanze.
All'epoca, forgiata talora sulle radici di altezzose convinzioni ed albagie ben ramificate, potevano far di un amico e corrispondente un rivale indomito magari col rischio di perdere se non inimicarsi un "Fautore" o "Sostenitore" specie di caratura tanto importante da poter essere cosa che si rivelerà sempre più ardua come dopo la scomparsa del Cavana esperimentarà Aprosio stesso (e del resto andando a vedere lo scontro Tarabotti-Aprosio derivò proprio dall'alterazione di un originario rapporto di collaborazione se non di amicizia) un vero e proprio moderno "Mecenate" alla stregua del nobile genovese: senza il cui contributo, anche economico, non è detto che Aprosio avrebbe potuto realizzare nel modo fatto la "Libraria" di Ventimiglia con il relativo corollario di opere sue e di tanti altri.
Ed in nome di una scoperta necessità di quegli equilibrismi comportamentali che rimandano al Della Dissimulazione Honesta di Torquato Accetto è proprio nella basilare Occasione dello Scrivere in merito al repertorio della Biblioteca Aprosiana che si avvalorano certe scelte metalinguistiche interagendo con già esperite prove di crittografia e pseudonimia ed a titolo proemiale quanto esemplificativo si evidenzia subito come a condizione di soddisfare un'esplicita richiesta del proprio Mecenate G. N. Cavana nel favorire il da questi prediletto e sovvenzionato sillogista di letterati liguri R. Soprani a scapito del Giustiniani impegnato a scrivere quasi contemporaneamente un'opera consimile che compare -pur mancando concordia tra gli interpreti- nella dissertazione sul satirico romano Aulo Persio Flacco l'indicazione (erronea) d'esser costui -alla maniera approfondita dal Soprani. nato in Liguria, nel Tigullio anziché come di fatto a Volterra. Nel testo si cita Gasparo Massa -alla cui opera è allegata quella aprosiana- e per il quale la patria di Persio sarebbe da identificarsi nella Liguria di Levante pur in forza di una lettura abbastanza "libera" degli antichi geografi in merito alla Liguria Maritima.
Se si legge con attenzione "Cornelio Aspasio Antivigilmi" (vedi) -anche per uniformarsi alle variabili sul tema e non contraddire altrui opinioni pur soddisfacendo la richiesta del Cavana parla di Aprosio come di terza persona e fallibile ancorché non di cattivo genio....[ma capace di prendere in tale scritto] un altro granchio (pag. 2) = naturalmente Cornelio Aspasio Antivigilmi (essendo Aprosio stesso e mirando a correggere pregressi suoi errori) attutisce certe critiche insistendo soprattutto sull'essersi prestato a redigere o comunque "aiutare il Ventimiglia" per considerazione di quell'età del frate che può esser causa di sbadataggini ed errori imprevisti e così nel repertorio della Biblioteca Aprosiana a pagina 20 si legge=
"Dissi, che F. Angelico spensieratamente s'havesse lassato uscir di bocca, che egli fusse per iscrivere la Biblioteca Aprosiana; perché in verità era per succedere di questa, come di altre promesse da lui fatte, nelle quali per l'età molto inoltrata di 64 anni sia impossibile possa faticare: se io, mosso di lui a compassione, (e perché non mi pareva dovessero restare negletti i nomi di coloro, da quali è stato favorito, che pur furono e sono miei amici, e confinati in quattro angoli della Libraria) non havessi presa risoluzione di porgergli quell'aiuto che da' suoi confratelli può ben sì sospirare, ma non ricevere: con indurmi a pubblicarla in sua vece: se non tale, quale da lei si fusse pouta formare: almeno quale può aspettarsi da uno, che non ha altro di buono nello scrivere, che un'ardentissimo desidero di faticare a beneficio degli amici, e per utilità del genere humano".
Continuando nella lettura del testo, pur risultando evidente in campo letterario la stesura aprosiana, è da dire che specie in loco cioè a Ventimiglia l'ipotesi di un lavoro ormai troppo gravoso per "il Ventimiglia" poteva avere una sua valenza decettiva nell'aumentare l'entropia sul giudizio di certe ipotesi attesi anche due fatti inconfutabili vale a dire l'età di Aprosio e i suoi acciacchi quanto quella ricerca di un collaboratore per la gestione della "Libraria" che all'atto delle documentazioni si concretizzò poi con l'arrivo di Domenico Antonio Gandolfo = sulla base di tutto ciò -in un contesto abbastanza inesperto di metalinguismi ed alchimie espressive- era possibile tutto come il suo contrario...di maniera per esempio che a Cornelio Aspasio Antivigilmi si poteva dare una qualche identità, anche solo quale suggeritore di idee, in merito ad almeno, fra altri, due fatti basilari come le critiche reiterate nello stesso testo con maggior vigore avverso i religiosi ed ancor più contro i potenti locali, e nel particolare sia gli amministratori locali che i supervisori di Genova e contestualmente l'affermazione di una funzione filantropica dell'erezione della Biblioteca.
In definitiva si potrebbe affermare che Aprosio, operando sulla scia verosimilmente del monsavinese Pier Franceso Minozzi neppure però ignorando -probabilmente su una linea originariamente indicatagli da questi- le alchimie linguistiche connesse ad una
letteratura spesso sospesa tra iconologia, enigmistica, supposta oracolistica, eccentricità estrema come nel caso di molteplici autori qui elencati e discussi.
Di maniera che certe comunicazioni paiono addirittura strutturate in un contesto di parole potenti (alla maniera poi ben esplicata da Padre Serio) per quanto mai malefiche ed altresì gioco di specchi (in qualche maniera addirittura ripreso da Aprosio nella strutturazione architettonica e cromatica della Libraria di Ventimiglia) quanto da lui detto e scritto par originariamente suggerito da altra persona scagionando "il Ventimiglia" da perigliose rimostranze.
Sed abundare iuvat ed Aprosio sa bene che per quanto, certo abbastanza poco da compatriata, attesti scarsa predisposizione dei Ventimigliesi -a suo dire- per le lettere e quindi per i loro possibili funambolismi da saper decrittare non ignora che le sue Antichità di Ventimiglia e comunque le sue più varie postulazioni -per quanto mascherate- non a tutti risulterebbero probabilmente astruse e che quantomeno G. G. Lanteri sarebbe forse in grado di costituire un avversario da non sottovalutare più per le locali conoscenze che per l'effettivo valore = di maniera che, in ultima analisi, per dire, senza esser localmente inteso, il suo pensiero, travalicando pure quanto vergato nella Biblioteca Aprosiana ricorre apertamente al campo dei codici segreti e delle criptoscritture, mediamente indecrittabili salvo il possesso di qualche chiave di lettura.
"Il Ventimiglia" opera così nel poliedrico contesto di uno sperimentalismo comunicativo da molti altri elaborato come si vede qui a riguardo dello Scudo di Rinaldo I ove però il "Vaticinio Aritmetico del Gigante" informa i lettori che l'inizio della stampa risale in effetti al 1646 e comunque sancito da tutta una letteratura di codici segreti di comunicazione non esente come nel caso della Steganografia del Tritemio da accuse di connivenza con il magico - per oggirare ogni ostacolo e scrivere argomenti delicati, indecifrabili per chi non ne possieda come appena detto la chiave di decrittazione, si avvale dell'uso della "messaggistica segreta" ovvero della scrittura in codice =
e per esempio alcuni stralci delle Antichità di Ventimiglia (opera non del tutto propriamente reputata persa) comportanti qualche riflessione più polemica e perigliosa per il frate vengono da lui redatte come forme di note -nel caso entro il manoscritto dello Scudo di Rinaldo II- e vergate in crittografia (valendosi di una corrispondenza grafologica tra simboli e lettere casualmente riscontrata molti anni or sono e qui proposta) al modo che decodificando il tutto si legge
**************questa considerazione palesemente avversa ben più di quanto poi pubblicato in chiaro agli osteggiatori dell'erezione in Ventimiglia della sua "Libraria"**************.
*******************
Nel contesto del suo citato studio Luca Tosin propone un'analoga opzione, utilizzata però nel caso dal Cavana per comunicare ad Aprosio in merito all'uscita dalle stampe di di opere di un autore condannato dall'Inquisizione come Gregorio Leti e i cui libri proibiti -come quelli di altri- rientravano tra gli interessi che Aprosio aeva ma che gli sarebbero stati negati di possedere quale vicario dell'Inquisizione oltre che come religioso titolare di una "Biblioteca Fratesca" (almeno in senso formale = perché - e lui ben lo sapeva - solo "Fratesca" l'Aprosiana non era nè lui l'avrebbe voluta in tal guisa).
Da pagina 76 dl suo menzionato articolo sulla rivista Aprosiana del 2006 scrive Luca Tosin ="Fra le lettere inedite scritte al padre Angelico Aprosio da Niccolò Cavana, una in particolare può servire da interessante esempio[per la messaggistica segreta]. In quella datata 12 maggio 1669......Allegato a questa semplice lettera vi è un foglio su cui sono vergate alcune righe in caratteri sconosciuti, che l'inventario Tamburini della Biblioteca Universitaria di Genova correttamente identifica come segni crittografici. L'operazione di crittanalisi è stata concettualmente abbastanza semplice poiché si poteva ragionalmente supporre che la lingua usata fosse l'italiano e che il codice (come in effetti è risultato) fosse una semplice trascrizione di lettere in simboli, con una corrispondenza univoca fra le une e gli altri. Una volta completata la trascrisione si è rivelato il seguente messaggio:
DOPO IL NIPO[T]ISMO E' USCITO
LA DOPPIA IMP[I]CCATA LIBRO CURIO
SISSIMO
SI ASPETTA IN BREVE
GLI AMORI MASCULINI E FEMINI
NI
DELLA CORTE DI TOSCANA
IL TUTTO SIA DETTO COME IN
CONFESSIONE

Si tratta di opere di Gregorio Leti autore posto all'Indice come anticattolico: precisamente sono Il nipotismo di Roma, overo Relatione delle raggioni che muovono i pontefii, all'aggrandimento de' nipoti. Del bene e, male che hanno portato alla Chiesa doppo Sisto 4° fino al presente, Amsterdam, per D. Elzevir, 1667 e La doppia impiccata, o vero esposizione della necessita dell'augustissimo tribunale della sapienza contro le ragioni della doppia, Amsterdam, per A. Wolfgang, 1667.
In effetti all'Aprosiana di Ventimiglia si trovano sia opere del Leti che di altri giudicate proibite non esclusi manoscritti raccolte sulle vie della diffusione segreta degli scritti variamente imutabili e, come scritto ambiti dai Bibliofili, sia da Aprosio che probabilmente del Gandolfo per l'aggiornamento di una Biblioteca -come più volte qui scritto- solo apparentemente fratesca come quella di Ventimiglia.

********************
Per ricostruire i ricorsi a varie forme di scrittura decrittabili e decifrabili in un contesto di relativa sicurezza bisogna risalire nel tempo, attraverso la vita giovanile di Aprosio, quando gratificato dell'appellativo di "Poeta" nel senso di bizzarro, indisciplinato e polemico (reputazione di contestatore che invero nonostante i suoi cambiamenti, la maturazione e la fama lo seguì suscitandogli ostilità anche in "Patria" cioè a Ventimiglia dove ritornò pensando ma ingannandosi di esser applaudito proprio da tutti potenti compresi sia per la fama che per l'erezione della sua grande Biblioteca che certo illustrò la cittadina) si lasciò andare a varie controversie che lo misero addirittura a fronte delle possibili reprimende del temutissimo nunzio apostolico di Venezia Francesco Vitelli = leggendo di seguito all'interno dei XII interrogativi che caratterizzarono l'esistenza aprosiana si evidnzia come Aprosio, se ebbe amici e sostenitori, conobbe anche nemici tenaci e spesso più abili di lui anche se il caso più eclatante resta sempre quello della polemica su femminismo/antifemminismo presto divenuta la "polemica con la suora femminista Arcangela Tarabotti": è vero che invecchiando Aprosio rivide molte delle sue posizioni donnesche assumendo una posizione più moderata ma son altrettanto vere almeno altre tre cose che potevano risultare pesantemente inadeguate alla sua figura di religioso come il sorprendente cambio di rotta a scapito del comportamento di molte tematiche sul comportamento discutibile di tanti religiosi quanto delle monacazioni forzate ed ancora la realtà della sua postazione a riguardo dell'eresia e dei libri proibiti oltre che di altre forme comportamentali inidonee ad un ecclesiastico ed ancora certe predisposizioni per i libri di argomento erotico e comunque censurabili.
L'incarico ottenuto di Vicario dell'Inquisizione per la Diocesi di Ventimiglia avrebbe dovuto e potuto por fine a molte dicerie in suo merito senza escludere assieme alle curiosità per il libertinismo e per la letteratura oscena quelle per la lettura di libri proibitissimi tenendo per di più nel debito conto che egli andava espletando i suoi doveri di Vicario Inquisitoriale
nella Diocesi di Ventimiglia che era di fatto particolare rispetto alle altre Diocesi Liguri = era cioé una Diocesi di Frontiera o come scriverà Padre Valsecchi una Diocesi Usbergo al pari di Diocesi consimili e in particolare quasi ala stregua di quelle tedesche sospese tra viciniori aree riformate e cattoliche più esposte alla penetrazione di libri ereticali e bisognose di un controllo costante e assiduo sia degli Inquisitori che delle autorità laiche
Tutte queste riflessioni, basilari per conoscere il "funzionamento" dell'
"Inquisizione" e quindi più specificatamente della Congregazione dell'Indice dei Libri Probiti
non possono prescindere da un'analisi più complessa quanto spesso
sottovalutata o sottintesa :
vale a dire la convivenza
con relative divergenze e contrasti in merito a procedure e priorità fra la
CENSURA ECCLESIASTICA IN ORDINE ALLE PUBBLICAZIONI =
CENSURA CONNESSA ALLA "CONGREGAZIONE DELL'INDICE" ED ALLE SANZIONI DELL'INDEX LIBRORUM PROHBITORUM

CON RELATIVA ESIGENZA DELLA CONCESSIONE DELL'
IMPRIMATUR
SPESSO OGGETTO DI CONTROVERSIE IN QUANTO DISTINTAMENTE RIENTRANTE
NELLE COMPETENZE DELLE DIVERSE
AUTORITA' ECCLESIASTICHE AUTORIZZATE A CONCEDERLO
[A titolo esemplificativo vedi qui l'Imprimatur concesso all'opera di Ansaldo Ceba' indirizzata all'ebrea veneziana Sara Copio Sullam dal grande inquisitore Eliseo Masini autore del manuale per Inquisitori intitolato e qui riprodotto Sacro Arsenale ovvero Prattica dell'Officio della Santa Inquisizione nel testo spesso indicato con la sigla S.A.I. ]
ma analizza del pari
con attenzione
la non meno rigorosa e in varie circostanze burocraticamente assai complessa
CENSURA DELLO STATO - DEGLI STATI
IN MATERIA DI AUTORIZZAZIONE ALLA STAMPA E ALLA DIFFUSIONE DELLE PUBBLICAZIONE

argomenti
della cui complessità si può leggere
qui sotto di seguito
oppure in alternativa
cliccando sui soprastanti collegamenti multimediali

*****************

A necessario approfondimento di quanto sopra sono però da considerare vari fattori partendo dal principio che
Angelico Aprosio venne fatto Vicario dell'Inquisizione della Diocesi di Ventimiglia sotto il Grande Inquisitore di Genova Cermelli ed esplicò la sua attività
(scorri per un esaustivo chiarimento queste lettere del Grande Inquisitore per evidenziare i grandi temi su eresia, magia, libri proibiti ecc. di cui Aprosio doveva occuparsi)
in un periodo affatto semplice in cui non mancano urti per priorità di potere tra l'autorità laica ed ecclesiastica specie all'epoca del Grande Inquisitore di Genova Michele Pio Passi dal Bosco mai, però, di fatto abiurando completamente alle sue curiosità per i libri proibiti permeandole semmai di maggior prudenza come qui si vede ma non rinunciando verosimilmente da quanto qui si può già dedurre, a titolo d'esempio, dalla conoscenza e verosimilmente dalla pregressa lettura del dannatissimo libro intitolato Zodiacus Vitae di "Palingenio Stellato" (e della mai sopita curiosità per la Pantologia di Bartolomeo Burchelati oltre che di altri testi censurati (vedi qui i vari espedienti per leggerli e detenerli). Luca Tosin in un saggio prezioso sotto menzionato parlando della presenza alla Biblioteca Aprosiana di due libri di Gregorio Leti poligrafo dalle opere messe all'Indice scrive, cogliendo l'essenza dello spirito aprosiano, "Non possiamo dire concertezza per quale motivo Aprosio si intressasse alle opere del Leti ma è probabile che l'acuta curiosità intellettuale del frate agostiniano e la spregiudicatezza dei circoli accademici da lui frequentati , unite alla sua innata vena polemica, lo abbiano spinto ad accostarsi ad autori e tematiche da cui in teoria avrebbe dovuto tenersi lontano [con ragione dell'autore moderno si può citare la frequentazione aprosiana della veneziana Accademia degli Incogniti e, per quanto mascherate ma avvenute, le letture di opere licenziose e proibite come quelle del Rocco, del Venier, dello Scroffa ma anche della poesia escrologica].
Ad integrazione di questa sua giusta considerazione l'autore fa un'altra utile precisazione e che cioè gli scrittori ed i lettori (e conseguentemente i bibliofili) appartenti ad "Ordini Religiosi" oltre che a dover seguire le norme prefissate dalla Congregazione dell'Indice erano tenuti a rispettare quelle prefissate dall'Ordine di appartenenza (i Gesuiti in questo caso) che, oltre a ciò, comportavano indicazioni connesse alla conservazione delle biblioteche conventuali. Il Tosin (pp. 72 - 73 e note) esemplificativamente menziona il caso dell'Ordine degli Agostiniani (cui Aprosio apparteneva) citando il volume Agostino Aurelio (Constitutiones ordinis eremitarum Sancti Augustini editae iuxta Romanum exemplar cum additionibus, & notis marginalibus, Roma, per F. Cavallo, 1649): l'opera, pur non facendo cenno esplicito all'attività di pubblicazione, dedica il capitolo X alla casistica per cui un Agostiniano possa rendersi reo del peccato di eresia e di seguito il capitolo XI relativo alla tenuta di una adeguata biblioteca. L'autore menziona poi il più documentato volume di Remigio Scroffa (Constitutionum fratrum Sacri Ordinis Praedicatorum duplici alphabeto distinctae, Venezia, per gli eredi di G. Salis, 1634) ove trattandosi dei Domenicani, dei loro monasteri e delle relative biblioteche da pagina 92 vengono espressamente menzionati i "Libri Proibiti" facendo distinzione tra i "Libri Interdetti", comportanti frivolezze varie e non colpe gravi, ed i "Libri Proibiti", cioè quelli che i frati né debbano leggere né possedere, commettendo una colpa gravissima [ per approfondire vedi qui un discorso generale con documenti antiquari sui libri proibiti e in merito all'Index Librorum Prohibitorum analizza "le 10 regole con cui il Concilio di Trento fissò le modalità di investigazione dei dibri onde individuare le 3 classi dei Libri Proibiti"( con le Observatione nei secoli aggiunti da vari Pontefici) ]. La cosa forse più interessante concerne però quanto riportato in merito ad un frate scrittore che, per editare una propria opera, era tenuto a far esaminare il manoscritto a due Padri, formalmente incaricati dal Padre Provinciale di valutare che il lavoro non soltanto fosse stato scritto nell'assoluto rispetto dei dogmi ma che comportasse possibili vantaggi per la religione e la morale: a prescindere da ciò non era comunque concessa la pubblicazione di alcun libro senza che prima d'esser stampato fosse inviato a roma sì da avere la sanzione da parte del "Maestro dell'Ordine" od in alternativa di un suo "Vicario" [ oltre che ad invitare l'approfondimento di tutto questo compulsando il menzionato lavoro del Tosin vale la pena di rammentare che anche le biblioteche dei conventi femminili e le letture concesse alle suore e monache erano regolamentate come si vede nella qui digitalizzata opera di un corrispondente dell'Aprosio Padre Paolo Richiedei (peraltro citato dal ventimigliese anche per altre sue opere) cioè la Regola del Padre S. Agostino alle Monache (Brescia, per il Rizzardi, 1687) = per le monache le normative in merito ai libri da poter compulsare eran assai più severe e le concessioni come si legge qui concerneva l'esclusiva concessione di poter leggere -con le dovute cautele e i necessari controlli- libri di argomento spirituale ].
Il vero problema di Aprosio nel sistemare la sua "Libraria" dipendeva dal fatto che non la giudicava "fratesca" e che soltanto "fratesca" di fatto non era ma che doveva anche fare i conti sia col suo stato di religioso quanto con la sistemazione, per cui, in assenza di fondi doveva darle sede in un Convento, cosa che di fatto avvenne scegliendo in fine il Convento Agostiniano di Ventimiglia. Ricorrendo ad una sorta di "onesta dissimiluzione" Aprosio "cercò di gettar fumo sul fatto" ma la scelta comportava una contraddizione in termini che una persona esperta avrebbe colta, cosa che avvenne generando opposizioni varie alla sua iniziativa e la dura querelle con colui che definì "Tragopogono" = che si risolse a pro d'Aprosio con la morte prematura dell'antagonista e con il fatto che "il Ventimiglia" superò altri ostacoli facendo della sua "Libraria" la Prima "Biblioteca Pubblica della Liguria" destinata ad universale vantaggio, anche degli Umili (che gli eran stati aizzati contro ventilando uno sperpero di denaro pubblico): sanzionando egli che invece l'aveva realizzata filantropicamente anche per loro onde consultare libri costosi senza dover ricorrere agli esosi professionisti che li possedevano.
Se a Venezia (ove comunque ben prima che a Genova esistevano gli Inquisitori di Stato preposti alla censura della stampa comunque e soprattutto il Controllo dello Stato ambiva a vasta autonomia dall'Inquisizione Ecclesiastica sin al limite di esser colpito da Interdetto e da rientrare nel contesto di una fiera polemica tra Paolo Sarpi e Francesco Bellarmino) il poter leggere "Libri Proibiti" era abbastanza semplice entrarne in possesso anche per il fiorire di tutta una serie di escogitazioni nella piccola e decentrata Ventimiglia comportava problemi ben più seri: i corrispondenti (vedi l'elenco multimediale) potevano essere di utilità ma dovevano esser affidabili (ed ecco qui il
<****************RICORSO A PSEUDONIMIE E CRITTOGRAFIE OLTRE CHE A MESSAGGI SEGRETI COME QUESTO****************
od anche molto più semplicemente al Contrabbando), la piazza tipografica più vicina inoltre era Genova dove l'arte della stampa trovava difficoltà a causa non solo del Sant'Uffizio ma della stessa Censura dello Stato contro cui i tipografi dovettero ricorrere per poter proseguire la loro attività messa economicamente in crisi da scelte statali a dir poco discutibili. Approvvigionarsi di libri (specie ai fini dell'aggiornamento essenziale per una vera Biblioteca) non era facile e spesso Angelico doveva recarsi al porto di San Remo a recuperare volumi speditigli: scrivere poteva comportare dei rischi ed acco allora il ricorso a sistemi peculiari di comunicazione come nel caso delle Antichità di Ventimiglia (ma non solo) il ricorso a espedienti diversi dalla dissimulazione al più sofisticato per quanto spesso crudissimo metalinguismo formulato da interazioni entro propri lavori tra iconografia e testi altrui (vedi il caso del Nebulo Nebulonum del Flitner elaborato da Aprosio contro la Tarabotti sin al limite della Scrittura cifrata (avvalendosi come in questo caso di sistemi comunicativi peculiari per le parti più a rischio comportanti magari giudizi pepati).
Senza dubbio esser divenuto Vicario del Sant'Uffizio preposto anche al controllo di libri nel territorio della Diocesi di Ventimiglia per Aprosio dovette costituire un indubbio vantaggio ma, prescindendo dall'esigenza di dover sempre dare un rendiconto delle opere lette e investigate per oggettività critica occorre precisare che i tempi per il Sant'Uffizio non erano senza problemi specie per l' inasprimento dei rapporti tra Stato Genovese e Sant'Uffizio ed il mai facile lavoro di Vicario del Sant'Uffizio poteva esser ultriormente aggravato dal fatto che
Ventimiglia era una Diocesi di Frontiera o "Diocesi Usbergo" non solo più di altre soggetta a penetrazioni di pubblicistica ereticale ma anche politicamente sospesa tra Potenze diverse e i loro diversi interessi.
A crittografia, pseudonimia e scritture cifrate e testi alfanumerici Angelico Aprosio si era accostato -come anticipato- tramite l'amico Pier Francesco Minozzi ma le comunicazioni cifrate erano note a molti seppur come è logico a diversi livelli: per esempio Aprosio nello Scudo di Rinaldo I ed edito aveva introdotto un giuoco poetico alfanumerico del Giganti destinato ad elaborare la data di stampa dell'opera (propriamente un Vaticinio Aritmetico ove la sommatoria -verso per verso- delle lettere maiuscole intese qual numeri romani dava appunto l'anno di edizione 1647).
Talora scrivere apertamente cioè "in chiaro" poteva rappresentare dei problemi gravissimi a fronte della Censura sia ecclesiastica che laica = ed anche se si era usato nel manoscritto uno pseudonimo poteva costituire un rischio estremo quanto sottovalutato aver fornito il testo ad un lettore con cui si stavano inaridendo i rapporti.
Tra le ragioni del
biasimo più volte espresso anche in maniera oltremodo colorita avverso Aprosio non a caso stava il fatto che nel contesto di una relazione intellettuale che dopo un promettente inizio s'andava raggelando
non si può far a meno di citare la suora veneziana "femminista ante litteram" Arcangela Tarabotti che, fidandosi, aveva fornito -per averne un giudizio- all'agostiniano quella sua
Tirannia Paterna di cui insistentemente come si vede in queste lettere chiedeva la pronta restituzione -cosa già fatta ma senza esito, sì da suscitare in Lei palese ansia- temendo, dato il citato incrinamento relazionale, che l'uso dei suoi perigliosi contenuti potesse venir usato dal "Ventimiglia" avverso la sua persona, anche nel contesto di una possibile denunzia, diretta o non, all'Inquisizione.

*****************
Premesso che nello Stato della Chiesa [cui dipendeva quella stessa Bologna ove l'Aprosio fece pubblicare il repertorio del 1673 intitolato La Biblioteca Aprosiana (ottenendo senza esigenza di secolari sanzioni il bastante Imprimatur da quel Michele Pio Passi Dal Bosco che fu contestatissimo Inquisitore Generale di Genova)] dove sostanzialmente si identificavano Legge dello Stato e Legge della Chiesa non si può certo dire che identica situazione sussistesse in merito agli altri Stati, italiani e soprattutto stranieri.
Infatti nell'Italia non giurisdizionalmente e territorialmente soggetta allo Stato della Chiesa le discrepanze che potevano insorgere fra Stato e Stato nelle reciproche mai facili relazioni con le direttive dell'Inquisizione mediamente non erano né rare né divergenti tra loro : ad onor del vero stava anzi con lo scorrere del tempo divenendo vieppiù crescente l' urto tra gli Stati Laici e la Chiesa in merito a tutto l'operare della Santa Inquisizione ed il fatto che nel '600 tale fenomeno andava ulteriormente aggravandosi trova un'esemplificazione emblematica - oltre che dalle constatazioni storiche già esperite - dal contenuto della fitta corrispondenza intercorsa tra Angelico Aprosio quale Vicario per l'Inquisizione della Diocesi di Ventimiglia e i vari Grandi Inquisitori di Genova, materiale tutto che si può qui consultare e che in originale si conserva appunto nel "Fondo Aprosiano" presso la Biblioteca Universitaria di Genova: in ultima analisi il quadro più efficiente, nella sintesi, di questo, comunque pregresso pur se al momento amplificantesi, stato di cose risulta riassunto da quanto già scrisse a preludio su tal stato di cose in fieri da Carlo Brizzolari in L'Inquisizione a Genova e in Liguria, Genova, ERGA, 1974 alle pp. 15 - 16 precisando che Genova (come altrove): L'Inquisizione fu accolta, sebbene di mala voglia, e aiutata dal braccio secolare nella sua azione religiosa, ma sorvegliata e circondata dai maggiori freni possibili perché non eccedesse dai limiti segnati e, abusando della propria indipendenza, non toccasse i diritti e le norme di cui il governo era custode geloso".
Il fatto maggiore che generava attriti era dovuto al principio che mentre le postulazioni del Sant'Uffizio a giudizio ecclesiastico avrebbero avuto un carattere paneuropeo e panitaliano e quindi validità sovranazionale, specie ma non solo nel
campo mai perfettamente delineato sul diritto alla priorità di intervento giudiziale della prevenzione e della lotta all'eresia,
agli Stati premeva il dimensionare il potere dell'Inquisizione mentre l'avversione verso la stessa si intensificava sussistendo -non senza attestazioni di fatto- il timore che dal settore propriamente antiereticale il Sant'Uffizio intendesse estendere le sue prerogative al campo politico più generale sì da condizionare la vita tutta delle singole Nazioni.
Sulla base di quest'ultima postulazione ed anche per rimanere nel settore pubblicistico e libresco vale qui la pena di utilizzare - come cartina tornasole dei rapporti, in merito alla Censura sulla Stampa ma non solo, tra Censura di Stato e Censura di Chiesa [e più estesamente tra Leggi dello Stato e Leggi della Chiesa, con le relative problematiche (vedi anche in generale = Vittorio Frajese, Regolamentazione e controllo delle pubblicazioni negli antichi stati italiani (secc. XV - XVIII) in Produzione e commercio della carta secc. XIII - XVIII, a c. di Simonetta Cavaciocchi, in "Atti della Ventitreesima Settimana di Studi, 15 - 20 aprile 1991, Firenze, Le Monnier, 1992)] la storia di quanto si evolse in seno alla Serenissima Repubblica di Genova -pur con riferimenti ad altri Stati non esclusa la Curia Romana, avvalendosi in particolare di quanto scritto da Luca Tosin in un eccellente lavoro (I libri a stampa del XVII secolo tra censura religiosa e civile: note sulle norme in uso a Genova in "Aprosiana, Rivista annuale di studi barocchi", N. S., anno 2006, pp. 54 - 81). L'autore giustamente precisa, quasi a prolusione della sua fatiche, che che il Governo della Repubblica a Genova come in qualsiasi altro Stato -e non solo la Chiesa tramite l'"Indice" ed in teoria per quanto di sua competenza- era andato assumendo una serie di direttive in materia censoria a riguardo delle pubblicazioni = per esempio già in questi Statuti Criminali del 1556 (anticipo comunque di tutta una precisa legislazione in merito) la Repubblica, pur sottolinendo la necessaria sua collaborazione con il Sant'Uffizio per tematiche ad esso pertinenti, si era curata di sottolineare, tra altre cose, la necessità di controllare in particolare la diffusione di pubblicazioni che potessero nuocere allo Stato sin al reato di Lesa Maestà come si nota in questo collegamento emblematico.
Da pagina 64 in poi il Tosin analizza con precisione l'evolversi di questa "censura statale" e per prima cosa parla -come figura peculiare dell'apparato amministrativo, giuridico, governativo e militare (vedi) del Praefectus Stampae cioè di colui che -previo il consenso del Doge e dei senatori detti Due di Casa, avesse la facoltà - sulla base di un "Decreto datato 1584" di concedere la "Licenza di Stampa".
Come scrive nel menzionato suo saggio Luca Tosin in relazione alla censura libraria questa venne però decisamente incentivata da un fatto clamoroso che va sotto il nome di Congiura Vachero (vedi qui gli estremi della vicenda e della tragica sua conclusione) così nominata da chi ne resse le trame vale a dire il ricco borghese Giulio Cesare Vachero che, come dice la denominazione dell'evento, ne ordì le trame a pro del Duca sabaudo Carlo Emanuele I nel 1628: la repressione come si legge fu terribile con un'evidente funzione catartica ed ammonitrice ma anche il riflesso sulla classe dirigente di Genova che optò per una scelta decisiva, tale da istituire la Magistratura degli Inquisitori di Stato per molti aspetti elaborata sull'organigramma del pressoché omonimo Istituto già esistente a Venezia per certi aspetti evolutosi vieppiù dopo che la Chiesa superata la "fase sperimentale degli Indici dei Libri Proibiti" estese, con intenzioni universali e quindi sovranazionali, la funzione del vero e proprio primo Index Librorum Prohibitorum del 1558 comportante non solo un inasprimento nella lotta all'Eresia ma anche un'intrusione potente della Chiesa nelle scelte censorie e quindi politiche degli Stati creando in particolare a Venezia una
situazione di opposizione e protesta di stampatori e Librai che influenzò il Consiglio dei Dieci -peraltro restio ad intrusioni ecclesiastiche nelle sue scelte politiche e non- sì da portarlo ad uno scontro aperto con l'Inquisitore.
In un primo tempo questa Legge del 10 novembre 1628 comportava l'istituzione degli Inquisitori dovesse durare un anno soltanto con il compito di "invigilare con ogni sollecitudine ed intelligenza per intendere e investigare tutto quello che nella presente Città e Dominio fosse fatto o scritto da chi si voglia a pregiudizio dello Stato o del Governo": i compiti risultavano estesi ma tra questi chiaramente rientrava il controllo sulle operazioni di stampa e diffusione delle pubblicazioni attesa l'espressa dicitura di "investigar e punir chi rivella i pubblici segreti" senza escludere quella forma di primigenio seicentesco giornalismo (passante sotto voce d'opera dei novellieri) compresi quanti, avvalendosi di copie manoscritte, potessero dare notizie lesive del pubblico bene al modo con cui registra questi documenti Maria Maira Niri (La tipografia a Savona e in Liguria nel 1600, in Cinque secoli di stampa a Savona: catalogo della mostra - Palazzo del Comune 31 ottobre - 10 novembre 1974, Savona, M. Sabatelli, 1974, p. 48) "perché nulla trapelasse fuori della città e non venisse sobillata la pubblica opinione ["Dal tenore della legge, nonostante la facoltà di procedere sommariamente, sembra però che gli Inquisitori fossero tenuti a giudicare in conformità delle regole del diritto. Ciò si evince da un successivo paragrafo ove è detto che ove mancassero legittime prove per far luogo a condanna, ma tuttavia sussistessero ragionevoli motivi di sospetto, gli Inquisitori riuniti però con i Collegi potevano condannare ex informata conscientia, ma fino ad un massimo di cinque anni di relegazione e non oltre" = vedi G. Forcheri, Doge, Governatori, Procuratori e Consigli della Repubblica di Genova, Genova, tipografia Tredici, 1968, pp. 111-112 = vedi qui le varie voci].
La menzionata Legge del 10 novembre 1628 ebbe col tempo alcune fondamentali modifiche e dopo che la istituzione degli "Inquisitori di Stato" risultò fissata per un solo anno essa venne prorogata a ben sei e finalmente resa stabile partendo dall'anno 1635 stando ai buoni risultati ottenuti = come scrive R. Canosa, Alle origini delle polizie politiche, Milano, SugarCo Edizioni, 1989, pp 115 - 119 siffatti funzionari che ricoprivano la carica per un biennio dal 1662, oltre a quello di cui si è detto e alla peculiare attenzione per la sfera politica in forza della quale finivano per surrogare quanto prima spettava ai menzionati Due di Casa, in virtù di ulteriori aggiunte e modifiche della Legge finirono per interessarsi ai più svariati argomenti connessi al buon vivere, all'ordine costituito ed alla pubblica moralità.
*******
Come qui si vede da alcune stampe antiquarie col doveroso commento è però da dire che per stampatori e tipografi a Genova non mancarono problemi a fronte di alcune scelte statali: cosa di cui risentì il commercio librario e di conseguenza soprattutto i librai (di cui pure si legge qui un saggio del Garzoni dalla Piazza universale di tutte le professioni del Mondo)
E' da premettere che per svolgere il lavoro di tipografo era necessaria un'autorizzazione statale o meglio una "Licenza" che, come altrove, era esemplificata nella breve scritta sul frontespizio delle opere edite dettante ora Permissu ora Con Licenza de' Superiori = l'uso era verosimilmente stato introdotto sin dal 1584 come scrive Nicolò Giuliani, Notizie sulla tipografia ligure sino a tutto il secolo XVI, Genova, Regio Istituto de' Sordomuti, 1869, p. 291.
Come annotato da L. Tosin da p. 66 del suo menzionato lavoro dipendeva dalla stampa di ogni singola opera e dalla relativa autorizzazione che comportò varie complicazioni al cadere della prima metà del XVII secolo.
Il tipografo genovese Pietro Giovanni Calenzani colui che per G. N. Cavana Mecenate dell'Aprosiana ma delle arti in genere editò la qui digitalizzata opera del Soprani Li Scrittori della Liguria e particolarmente della Marittima (alla maniera che riporta M. Maira Niri, La tipografia a Genova e in Liguria nel XVII secolo, Firenze, Leo S. Olschki, 1998, p. 582) nel 1646 inviò al Senato della Repubblica di Genova questa petizione la cui lettura attesta le difficoltà, in dipendenza di certe novità legislative introdotto in merito alla tipografia, in cui versava l' arte della Stampa in Genova:
"...fiorendo con applauso la stampa universale in molte città d'Europa, essa stampa in questa città che pure è l'emporio dell'Italia se ne resti così negletta, e poco meno che estinta appresso de Cittadini, ma del tutto incognita alle nationi forestiere, et che no solamente non venghino di fuori libri da stamparsi qua, ma la maggior parte dei volumi partoriti dagli ingegni della Liguria vadino a darsi la luce alle stampe straniere, restando agl'auttori troppo dispendiosa la accennata obbligatione di consegnarne in Cancelleria una copia....".
Lo stampatore genovese si esprimeva nell'occasione contro i dettami di un decreto del Senato datato 3 marzo 1644 che regolamentava in modo assai restrittivo lattività tipografica e che evidentemente sa per la presa di posizione del Calenzani sia per l'oggettiva constatazione dei contenuti della sua Supplica dovette esser modificato al modo che ancora scrive il citato Luca Tosin (p. 67 ).
In origine il decreto del 1644 sanciva che al fine di ottenere l'autorizzazione statale alla stampa si doveva procedere in maniera piuttosto macchinosa e burocraticamente farraginosa oltre che costosa.
Per gli stampatori tutto ciò costituiva un rallentamento dei lavori (con perdita economica finendosi per ricorrere dagli scittori per far stampare fuori dello Stato gnovese i propri lavori) ma per gli autori alle lungaggini si assommavano i costi atteso che il decreto sanciva che in un primo momento dovevano inoltrare il loro manoscritto al Magistrato degli Inquisitori di Stato cui spettava la concessione di un imprimatur dopo aver debitamente valutato che nello stesso non comparisse cosa alcuna "pregiudiciale allo Stato, et alla ragione dei buoni costumi, e della civile moderatione ". Ma tutto questo rappresentava il primo passo della procedura: infatti, ottenuto quanto necessario, agli autori spettava presentare un ulteriore manoscritto presso la Cancelleria in tutto e per tutto identico al precedente ma apportatevi le modifiche ritenute necessarie dagli Inquisitori = l'operazione era costosa perché atteso il costoso lavoro dei copisti od amanuensi un conto era dover spendere per far riscrivere una copia a mano con le dovute correzioni mentre ben minore spesa, come suggerito dal Calenzani ed evidentemente accettato con una modifica del decreto, altro costo era rappresentato dal depositare una copia scelta tra quelle stampate previo le correzioni operate direttamente dal primo esemplare ad opera del Proto e dei tipografi.
Questa fu la più clamorosa emergenza connessa all'Arte della Stampa in Genova ma non la sola: stanti i tempi perigliosi non solo per la Chiesa con l'urto Riforma-Controriforma come scrisse Aprosio erano realmente questi tempi di turbolenze soldatesche (aldilà delle guerre tra Genova ed il Piemonte quasi a preludio dei grandi eventi bellici che dal '700 avrebbero devastata l'Europa già nel '600 gli scontri tra potenze cristiane e la costante minaccia dell'espansionismo turchesco erano una realtà quanto mai sanguinosa). La pubblicistica nemica era vieppiù temuta e, ben sapendo che la stampa costituiva all'epoca l'acme di tale pubblicistica, compresa la diffusione dei "novellieri" cioè dei gazzettini che proponevano le prime forme di giornalismo si prese a vigilare sulla diffusione della stampa in senso lato, comprese opere più ponderose, ulteriori leggi in materia di Stampa e di Diffusione della Stessa da Paesi Stranieri sancirono l'esigenza di crescenti controlli come "Similmente che non sia lecito a chi si sia d'introdurre né far introdurre nella presente città e suo dominio alcuna opera, libro o scrittura stampata di qualsiasi sorte, senza haverne prima ottenuta la licenza dal deputato di detto Magistrato = le pene per i contravventori non erano di poco rilevo stante la Giustizia criminale di Genova potevano andare (per mano del Boia o dei suoi serventi entro la Camera del Dolore) da due tratti di corda sin a cinque anni di galera sin ancora al bando con in più qualora la colpa fosse degli stampatori la perdita da parte loro della licenza a praticare quell'arte.
Per quanto concerne invece l'apposizione delle autorizzazioni di stampa vale a dire l'Imprimatur la collocazione era a fianco o prossima a quella degli Inquisitori Ecclesiastici ferma restando in genere una distnzione abbastanza evidente che mentre le autorizzazioni statali erano breve lineari, quasi sempre analoghe, quelle del Sant'Uffizio comportavano una più estesa stesura comportante la verifica dell'ortodossia quanto la sanzione dell'utilità del lavoro, che spesso era caratterizzata da una stesura alquanto lunga e non priva di valutazioni teologiche: cosa che avveniva a Genova come ovunque nel contesto degli Stati in cui l' Imprimatur era concesso dall'auorità degli Inquisitori o Riformatori di Stato e dagli Inquisitori della Chiesa come si può riscontrare in questo esemplare non edito a Genova ma a Venezia vale a dire le Disquitiones Magicae di Martin Del Rio.