cultura barocca
CONVENTO DI S.AGOSTINO (DI VENTIMIGLIA)

CONVENTO DI S.AGOSTINO (DI VENTIMIGLIA)

Il
CONVENTO DI S.AGOSTINO (DI VENTIMIGLIA)
sorse fuori cinta muraria medievale, non lungi dal piccolo insediamento della
******BASTITA******.
su un'area che fu sede della cappella campestre di S. Simeone.
[Vedi qui dalla voce ECCLESIA della BIBLIOTHECA CANONICA, JURIDICA... di L. Ferraris le CONDIZIONI PER ERIGERE UNA CHIESA A COMPLETAMENTO DI UN MONASTERO]
Ponendo la I pietra della Chiesa del Convento alle ore 9 di sabato I Settembre 1487 22-XI-1487 Vescovo di Ventimiglia Alessandro di Campo Fregoso vi fece erigere una chiesa sotto il titolo di N.S. della Consolazione ed un CONVENTO DI MONACI DELL'ORDINE DI S. AGOSTINO OD EREMITANI AGOSTINIANI gloriosa emanazione della CONGREGAZIONE LIGURE DELL'ORDINE DEGLI EREMITANI DI S. AGOSTINO da poco creata dal BEATO GENOVESE G. B. POGGI.
Per leggere ancora più compiutamente la realizzazione di questo complesso religioso vale la pena di leggere quanto con competenza scritto da M. Viale del Lucchese in questo suo lavoro che, per quanto datato del 1958, conserva una sua notevole valenza per chiarezza e compiutezza:
"Un'umile cappella, intitolata a S. Simeone, erigentesi nella regione detta Bastia, dove poi s'innalzerà la Chiesa della Consolazione, fu beneficata nel 1349 da Babilano del fu Ugone Curlo, di nobile casato ventimigliese (doc. in Archivio di Stato di Genova, Notaio Benedetto Visconti, 1349 = N.D.R.: la casta dei Curlo non fu aliena da cessioni e donativi ad ordini monastici, anche per motivazioni geopolitiche come nel caso di Airole), e come si può leggere nel legato che il nobile Babilano Curlo, fece al fratello fra' Nicolò, dell'Ordine degli Eremitani di S. Agostino, il testatore espresse il desiderio che si edificasse un Convento di questo Ordine, in Ventimiglia (doc. in Archivio di Stato di Genova, Notaio Benedetto Visconti, 1349). Il progetto venne attuato un secolo e mezzo dopo, quando nel 1487, il Vicario generale dell'Ordine G. B. Poggio di Genova, ottenne dall'allora Vescovo di Ventimiglia, Alessandro di Campo Fregoso, in concessione la suddetta Chiesa di S. Simeone. Nell'opera La Biblioteca Aprosiana che il padre Angelico Aprosio pubblicò a Bologna nel 1673, sotto lo pseudonimo di Cornelio Aspasio Antivigilmi, sono riportati due interessantissimi documenti, riguardanti appunto la fondazione del convento, documenti, che, per servirsi delle stesse parole dell'Aprosio, pare non tempo perduto almeno nelle parti fondamentali riassumere [grazie alle moderne tecnologie sono qui proposti integralmente dal testo antiquario aprosiano e le voci evidenziate in rosso sono attive e multimediali].
Nel primo, che però è cronologicamente posteriore al secondo, il Papa Innocenzo VIII al Vicario generale [ N.D.R. = carica nel '600 ricoperta anche da A. Aprosio ed in un periodo di estrema tensione quello della soppressione dei piccoli conventi senza risorse economiche ] dei F.F. dell'Ordine degli Eremitani di S.Agostino, il quale aveva ottenuto in donazione, da Alessandro di Campo Fregoso, Vescovo di Ventimiglia e dai Canonici della cattedrale [N.D.R. = da pag. 42, metà del testo di Aprosio: con collegamenti anche a fondo pagine digitalizzate], Ecclesiam campestrem extra muros Vintimilienses, ad mensam Episcopalem Vintimiliensem pertinentem [N.D.R. = riga IX dall'alto di pagina 248]...concede licentiam di costruire sulla detta Chiesa di S. Simeone e vicina ad essa un monastero, cioè una casa abitabile da detti frati dell'ordine Agostiniano, con la Chiesa, il campanile, le campane, il capitolo, il dormitorio, il refettorio, i giardini et aliis officinis necessariis [N.D.R. = periodo evidenziato dal profilo multimediale con linea rossa attiva: riga VI di pagina 48: tra le "altre strutture" genericamente nominate da Aprosio meritano paricolari considerazioni i destini del "Giardino Monastico entro il Chiostro" e del "Cimitero dei Frati]; concede altresì ai detti frati di stabilirvisi e di reggerla con un priore o con un altro superiore, secondo la loro Regola. Questa licentia reca la data del 22 Novembre 1487, anno quarto del Pontificato di Innocenzo VIII ed è firmato dal dal Cancelliere Girolamo Balbano.
Il secondo documento pubblicato dall'Aprosio è l'atto con il quale il Vescovo Alessandro di Campo Fregoso, comunica '...universis et singulis Christi fidelibus utriusque sexus, per Civitatem et Diocesim Vintimiliensem constitutis, omnibus aliis...' [N.D.R. = XI riga dal basso di pagina 249: approfondisci qui alcuni elementi basilari della Diocesi di Ventimiglia] di aver posto pregatone dal padre G. B. Poggio e da altri frati dello stesso Ordine, alla presenza del Notaio, del Cancelliere, di alcuni Canonici e dei sottoscritti Testimoni, la prima pietra [N.D.R. = marchiata con un "salutifero" segno cruciforme (pag. 48, XV riga dall'alto)] della Chiesa e del Monastero che si sarebbe edificata '...sub vocabulo B. Mariae de Consolatione...'. In tale atto viene rivolta esortazione affinchè siano devolute alla costruzione e manutenzione di detta Chiesa '...Pias elemosinas..., e si aggiunge che a coloro i quali avessero compiuto tali opere di bene ed avessero visitato la Chiesa in determinati periodi dell'anno, sarebbero stati concessi toties quoties coeperint quaranta giorni di indulgenza.
Il documento, redatto nel luogo stesso dove si cominciava a costruire la Chiesa, reca la data di sabato I settembre 1487, anno terzo del pontificato di Innocenzo VIII e porta in calce i nomi dei testimoni, G. B. Di Campo Fregoso, Francesco di Campo Fregoso, Capitano di Ventimiglia, il Nobile Lazzaro Cipolla di albenga..., nonchè quelli del pubblico Notaio e del Cancelliere Vescovile. Ben presto in quella zona acquitrinosa, ricoperta da fitti intrichi di canneti ed erbe lacustri, spesso inondata dalle non arginate acque del Roja, sorse così una tranquilla oasi di preghiera e di studio ".

La struttura conventuale divenne famosa nel ‘600 quando Aprosio, erudito e bibliofilo del '600, vi sistemò la sua ricchissima Biblioteca [tuttora, seppur in altra sede, a Ventimiglia alta, Biblioteca di grande prestigio, ricca di libri anche rarissimi se non unici] nell’ALA EST del "chiostro", dando poi nella sua Biblioteca Aprosiana edita (pp.50-58) questa preziosa descrizione (donde si son tolte le lunghe digressioni bibliografiche ma che dal collegamento si recupera con tutti i riferimenti informatici recuperati) dell'edificio:"...E per dire qualche cosa intorno ad essa Chiesa e Monastero sono situati in maniera che la prospettiva loro risguarda il mezzogiorno. La lunghezza della muraglia arriva a CCXXV palmi, LXVI de' quali sono della Chiesa situata dalla parte Occidentale: sicome dall'opposta da non molti anni in qua si vede edificata la Libraria, che unita a quella tramezzata dal Chiostro, per dritta linea, porge bellissima prospettiva a gli occhi de' veditori o passino per terra o per mare: la spiaggia del quale non sarà più lontana, per istrada diritta, di quanto potrà arrivare di volata un tiro di moschetto. inanzi ad esso Convento e Chiesa è una bellissima piazza, che può esser di larghezza l palmi, avendo a canto la strada Romana che è XXXIII che la fa apparire con questa giunta assai maggiore".
[oltre la strada romana esistevano altre possessioni agricole del monastero affittate a coloni locali].
Sempre a meridione della via erano altri edifici, di cui non è facile ricostruire l'esatta funzione, anche se vi doveva stare una torre o casa torre a guardia del complesso demico e di cui tuttora si vedono le tracce superstite inglobate in un sistema di abitazioni
Nella carta vinzoniana si vede pure disegnato l'importante tratto stradale, tuttora esistente, di via sottoconvento che permetteva ai religiosi di accedere sin all'agro nervino passando parallelamente all'antica via delle asse: strade tradizionali della Liguria medievale ed agricola che concedevano di accedere alla prebenda episcopale di Nervia dove il Capitolo della Cattedrale aveva importanti possessi ed in cui anche gli Agostiniani godevano di particolari previlegi: naturalmente la via di sottoconvente come la via delle Asse servivano soprattutto ai lavoratori agricoli che dalla città si recavano per i lavori dei campi nella vasta area nervina].
La Chiesa [continua Aprosio nella sua DESCRIZIONE LETTERARIA] è di lunghezza P.CXLIV di cima in fondo de' quali XXVIII sono del Coro e XXXVI del Presbiterio. La larghezza di tutto'l corpo è P.LXIX li quali s'hanno a compartire con le ali e'l sito, che si occupa da pilastri, sarà p.3 e due terzi, di maniera che datine XXIX e mezzo al corpo sarà il rimanente delle ali: la longhezza delle quali è di P.CI. Sono in esse cinque Cappelle per ciascuna, una delle quali si vede in capo, e le altre sono situate incontro gli archi de' pilastri, essendo nell'altar maggiore il ciborio del Santissimo Sacramento. Essendo li quadri, eccettuati tre che son moderni, sopra tavole m'indurrei a farne menzione su fussero di [autori illustri: ma trattandosi del contrario, dopo una dissertazione sui grandi pittori del tempo antico e moderno, il frate erudito tralascia d'indicare il contenuto e gli autori delle "tavole", riprendendo presto le riflessioni architettoniche sul monastero:]...Nell'uscirsi dal Coro s'entra nel Campanile guernito di quattro campane si come dall'altra parte ci è la sagrestia.
Dal campanile [continua Aprosio nella sua DESCRIZIONE LETTERARIA DEL CONVENTO AGOSTINIANO DI VENTIMIGLIA] si passa nel CHIOSTRO di forma quadrata sopra XXIIX pilastri lungo per ciascuna parte P.LXVI che in tutto sono palmi CCLXIV [Si poteva accedere dalla Chiesa anche al LATO OCCIDENTALE (praticamente distrutto dai bombardamenti della II guerra mondiale e faticosamente restaurato subito dopo).
Le
COLONNE e/o PILASTRI
del Chiostro racchiudevano il Giardino dei frati (qui in una ricostruzione grafica) ( verosimilmente secondo un'usanza monastica consueta un Giardino dei Semplici = di cui, da altra struttura conventuale, si riporta qui una stampa antiquaria con didascalie multimediali) entro cui stava una fontana (di un pozzo come ha scritto Sergio Pallanca si son recentemente individuate le tracce = spazio poi fatto occupare assai discutibilmente -da un parroco comunque per vari aspetti eccezionale come G.B. Zunini- da un edificio ad uso assemblee e riunioni ma attualmente eliminata nel corso della ristrutturazione, per quanto possibile, del chiostro originario e del giardino monastico) per le abluzioni funebri dei monaci defunti che, tramite una porta del LATO NORD del CHIOSTRO venivano inumati in un
cimitero dei frati.
Non è casuale che nella vasta area di negozi e case prospicienti la stazione ferroviaria (che nella seconda metà del XIX secolo andò a ricoprire gran parte dell'area conventuale detta "i prati dei frati" al cui lato sud, prospiciente il convento, stava il cimitero monastico) talora si siano trovati resti umana frammisti a lembi di stoffa da saio.
In qualche modo gli edifici retrostanti la vasta area a nord del Convento sono infatti anche essi disposti sull'area dei "prati dei frati", delle loro possessioni agricole e del loro più o meno piccolo cimitero]
Nel mezzo [del lato settentrionale del convento] sta un portone per salire in dormitorio, posto anco in mezzo di due altre porte, una delle quali serve per entrare nella stanza de' Tini e l'altra è per il Capitolo, rispondente ad un'altra da cui s'esce per entrare in una possessione, dalla quale son soliti raccogliere olio, vino, frumento con qualche frutti, cose tutte necessarie all'umano sostentamento.
L'altezza del Chiostro sarà P.XVII o poco meno. Il Capitolo è P.XXIII in quadro, la cui altezza sarà XIX. In questo si radunano i Religiosi prima di andare a mensa e si leggono le Costituzioni accioché non s'ignori da ci che sia quello a che ciascuno è obbligato. Sono in questo non meno le porte del Refettorio che quelle della Cucina e della stanza del Panettiere che hanno in mezzo un'apertura per la quale escono le pietanze e quelle poche vivande che da un Monastero a Religiosi che d'ogni ben tenue nodrimento vivon contenti,si posson somministrare. Sono di tal qualità che mangiano per vivere, non vivono per mangiare.
Hanno Refettorio che può avere P.XLV di lunghezza ed è alto come il Capitolo.
Ci sono tre mense, una in capo sopra della quale si vede una tavola in cui è dipinta la Cena del Signore cavata da altra copia di Luca Cambiaso...La principale serve per li Sacerdoti in mezzo de' quali siede il Priore; una per il Chierico e per li Conversi e la terza per gli ospiti che non sono della Congregazione. Sono in tutto sei Sacerdoti, un Chierico e due Conversi e compiono il numero assegnato dalla Sacra Congregazione deputata da Papa Innocenzo X. Io farei torto al convento ed alla città se tacessi come in esso nel 1638 ci fu celebrato il Capitolo Generale della Congregazione ove concorsero li Padri principali di essa e nello spazio di 15 giorni, che durò, furono tenute tre Cattedre di Conclusioni Teologiche, nelle quali si segnalarono molto li Maestri e loro Discepoli; si sentirono eloquentissimi Panegirici delle lodi de' Santi e de Beati della religione, funzioni tutte allestite da Monsignor Lorenzo Gavotti allora Vescovo della città, ora Arcivescovo di Negroponte, che favorendo non solo con la presenza ma con l'argomentare a tutte le Dispute onorò que' Congressi più di quello averebbero fatto altri famosi letterati, A canto a detta mensa sono due porte, una delle quali serve per dare l'ingresso alla dispensa ed alla cantina, servendo l'altra per commodità segreta d'ascendere in Dormentoro, al quale si va col mezzodi due scale, la prima di XIII e la seconda di IX scaloni, avendo la prima in faccia una mediocre finestra incontro la porta e l'altra a fianco dalla parte di Tramontana un finestrone, che con altro corrispondente da quella di Mezzogiorno si viene ad incrocchiare il Dormitorio, essendone altri a capo ed a piedi. La longhezza di esso è di Palmi CLIX e la larghezza di XII si come l'altezza XVII. Sono in esso XIV celle, IIX a Tramontana e VI a Mezzogiorno.
Dall'altra parte di Tramontana ce ne sono tre che servono per Forestaria, più bella della quale non se ne trova in Congregazione.
Ma di questa e del Fondatore non si mancherà di favellare in appresso ed a luogo più opportuno, sì come d'un altro Dormitorio di pari lunghezza ma che averà le Celle solamente dalla parte orientale...[Il frate resterà invece sempre un pò oscuro sulla questione per le controversie sorte con un antagonista, un frate da lui soprannominato "Tragopogono" o "barba di capro", contrario a suddividere parte di questo lato orientale del CHIOSTRO tra dormitorio e biblioteca aprosiana: vedi B. Durante, Il ritratto aprosiano di Carlo Ridolfi conservato nella biblioteca intemelia (note in calce all'evoluzione della "Libraria" ed alle sue valenze iconografiche in Miscellanea di Studi, pp.23 sgg. in "Quaderno dell'Aprosiana", N.S., n.2, 1994].
Il degrado del Convento della Consolazione (o di S.Agostino) si data da metà XVIII sec. quando il convento, già fortificato e sede di violentissimi scontri tra truppe austro-sarde, in esso asserragliate, e forze franco-spagnole, assedianti, di stanza in Ventimiglia, durante gli ultimi atti della Guerra di Successione al Trono Imperiale di metà '700, divenne teatro di ulteriori e gravi fatti bellici
Nel 1748 il convento di S. Agostino, semidistrutto precedentemente dalle truppe imperiali-piemontesi, fu ristrutturato dalle medesime come fortilizio: furono praticate feritoie, costruite palizzate, si scavò un fosso con ponte levatoio sull'entrata principale mentre si chiusero la porta della Chiesa e del Chiostro con mura a secco e di calcina. Nonostante l'impossibilità di piazzarvi batterie di cannone, per via delle vicine case che ne avrebbero impedito il tiro verso forte S. Paolo, il convento era considerato di grandissima importanza strategica: per questo gli Austro-sardi lo presidiavano con due compagnie, un reparto di Varasdini con un corpo di guardia supplementare alla notte di altri 50 uomini. Un altro picchetto di imperiali era accampato intorno alla foce del Roia a difesa del ponte sul fiume
Tra S. Agostino e la foce del torrente Nervia vi erano poi diversi corpi di guardia a presidiare le cascine lungo i "Ciotti" e le "Asse" 23, Alle falde di Collasgarba, verso la riva occidentale del Nervia, fu fortificata la cascina di proprieta di un tal Rocco Orengo. A questo scopo venne spianato un dosso nelle vicinanze della casa per collocarvi una batteria da 3 cannoni, le mura del giardino furono rafforzate, costruite baracche per l'alloggio delle truppe, erette palizzate e scavati fossati, La cascina Orengo, di grande importanza strategica perche sita all'imbocco della Val Nervia e a poche centinaia di metri dal mare, era presidiata da un intero battaglione. Un'altra piccola fortificazione fu creata poco piu ad est vicino alla Cappella di S. Rocco in Vallecrosia. A poche decine di metri a nord-est della foce del torrente Nervia gli Austro-sardi costruirono un nuovo fortilizio intorno alla cascina del Moro. Essendo tale zona piuttosto paludosa i soldati dovettero parzialmente bonificarla, scavando un canale che riversava le acque dei laghi salmastri vicini nel fosso quadrangolare che circondava la cascina. L'interno del fossato fu subito fortificato con muraglioni e con una batteria di cannoni puntati contro la spiaggia.
L'ex cascina ristrutturata come fortilizio fu ribattezzata come ridotta Guibert o forte S. Ignazio.
Tutta la linea del crinale tra le colline di Siestro e S. Giacomo, anche se trincerata, restava esposta al tiro dei cannoni di forte S. Paolo; pur le postazioni austro-sarde sulla pianura costiera tra il Roja e il Nervia erano oggetto di bombardamento da parte degli 11 cannoni e 2 mortai sul bastione del Cavo in Ventimiglia.
Un'altra batteria di 3 cannoni i Gallo-ispani la schierarono all'angolo di S. Croce vicino al vecchio cimitero del borgo medioevale, potendo da 1i facilmente colpire il convento di S. Agostino. Le postazioni franco-spagnole piu avanzate erano invece quelle che presidiavano la riva occidentale del Roja e la foce dello stesso dal lato della spiaggia di S. Giuseppe. Gli Austro-sardi dalla collina di Siestro potevano agevolmente spiare tutti i movimenti delle truppe nemiche.
Diversamente durante i bagliori nell'estremo ponente ligure del conflitto settecentesco noto come guerra di successione al Trono Imperiale il comando franco-spagnolo, per valutare l'entità delle opere di fortificazione nemiche nella pianura, dovette affidarsi a una ricognizione della costa fatta dal mare con l'ausilio di una felucca il 23 dicembre 1747.
Infatti, dopo un inizio travolgente sublimato dalla
presa e distruzione del castello comitale di Dolceacqua tenuto da forza sabaude
l'armata franco-iberica era stata bloccata e costretta a ritirarsi sin oltre il fiume Roia in forza anche dell'abilità del comandante generale austro piemontese Leutrum.
Questi, ipotizzando una guerra di posizione diede incarico all'ingegnere di guerra Guibert di realizzare una serie di fortificazioni, tra Roia e Nervia e per tutta la valle del Nervia, che furono poi riassunte in una carta ufficiale di cui si tentarono dai nemici reiterate riscostruzioni
.
Per avere un'idea della vastità dell'operazione si può valutare che l' impianto di fortificazioni si sovrapponeva ad un vasto territorio che eccedeva per dimensioni quello che era stato al centro del contenzioso per la divisione dei territori e in dettaglio l'individuazione dei confini amministrativi occidentali tra Ventimiglia e neoeretta Comunità degli Otto Luoghi (in definitiva le antiche ville orientali del Capitanato intemelio): in rapporto alle fortificazioni austriache ha tuttora un rilievo basilare la consultazione sui siti e l'impianto dei cippi divisori datata 1686.
Siccome oggi il lettore, anche attento, riscontra difficoltà in questa lettura topografica parimenti giova l'analisi del
viaggio per questi siti ormai in degrado
compiuto circa 50 anni dopo, con molti altri soldati dell'armata rivoluzionaria francese, dal poeta Ugo Foscolo, in fuga da Genova ripresa dagli Austriaci, e riassunto nella celebre Lettera da Ventimiglia entro il romanzo epistolare Ultime Lettere di Jacopo Ortis.
Tenendo a mente per quanto possibile questi dati, si può ritornare alla discussione originaria ed affermare come dopo pochi giorni dalla ricognizione costiera il comandante della guarnigione gallo- ispana Conte de Broglie, giudicando al momento non particolarmente attivate le postazioni austriache dell"area nervina", diede ordine a 60 miliziani e a 2 compagnie di granatieri con picchetti del reggimento Poitou (per complessivi 500 fanti) di effettuare una sortita oltre il Roia.
La notte tra il 13 e il 14 gennaio 1748 l'
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ASSALTO CONTRO CONVENTO DI S. AGOSTINO E BIBLIOTECA APROSIANA DIVENUTI AVAMPOSTI AUSTRIACI*****
diretto dall'ufficiale francese La Moliere, fu sferrato.
Il contingente franco-spagnolo si divise in 3 colonne: la prima attaccò l'altura di Siestro e le altre due il convento di S. Agostino con il mai mascherato intento di riunirsi, superando ostacoli impreparati, nell'area dei prati dei frati retrostante il Convento agostiniano.
Subito gli Austro-sardi inviarono rinforzi da Nervia ma non impedirono che i Gallo-ispani s'impadronissero delle palizzate intorno al cenobio e della sua entrata principale.
Gli assediati furono messi alle strette ma si difesero accanitamente essendosi ritirati nella sopraelevazione della biblioteca aprosiana.
Nel caos generale andarono verismilmente persi mobili, suppellettili, scansie della libraria ma anche libri e quadri della pinacoteca (non è difficile pensare che anche le monete, cioè i reperti della nummoteca antiquaria -se ancora esistente, pur se nulla ha mai fatto pensare al contrario- abbiano finito per svanire nel corso della tormentata occupazione del cenobio).
E' così più facile pensare che, in quei momenti drammatici, di disordini, saccheggi e sostanziale anarchia, tanti oggetti di pregio siano stati distrutti magari per ripararsi, per essere usati come oggetti da scagliare sui nemici o, nel caso delle monete, siano finiti nelle tasche dei soldati occupanti o di qualche ufficiale: certo è che l'esser stato eretto in baluardo militare fu per il convento un disastro mai veramente soppesato nella sua reale dimensione!).
E questo lo comprendiamo da una lunga relazione coeva edita quale Appendice bibliografica nel volume
Marciando Per le Alpi... di cui qui si riproducono gli eventi concernenti la battaglia del Convento di S. Agostino nella trascrizione di Roberto Capaccio, con qualche aggiustamento grafico ed ipertestuale: ferma restando la povertà della prosa il documento guida custodito in "Bordighera, Istituto Internazionale di Studi Liguri - Biblioteca "G. Rossi", Ms. VI, 84m" opera del "Magnifico D. Vincenzo Orengo" ed intitolato Racconto dei fatti avvenuti in Ventimiglia negli anni 1745/46/47/48/49, 28 cc. risulta di estrema utilità critico documentaria.
Nel caotico combattimento il francese La Moliere fu ferito a morte, insieme a diversi suoi granatieri, da una scarica di moschetteria nemica: espressione di una tipologia di guerra che sempre più abbandonava l'uso delle armi bianche a tutto favore di
ARTIGLIERIE ed ARMI DA FUOCO
in genere.
L'estemporanea resistenza austriaca organizzata dai locali della biblioteca alla fine ottenne i risultati attesi ed indusse gli attaccanti a ritirarsi velocemente sulla riva opposta del Roia.
Casuali rinvenimenti in presumibili fosse comuni potrebbero attestare il gran numero di caduti e soprattutto di uomini morti per la conseguenza di ferite gravi o di sopraggiunte infezioni: circa una sessantina di anni or sono certo Sig. Rodini di Ventimiglia alta lavorando in una sua proprietà che sorgeva non lungi dalla CHIESA MONASTICA INTEMELIA DI S. MICHELE rinvenne, fra reperti inidentificabili e qualche straccio di supposta foggia militare, una serie di MEDAGLIE E DISTINTIVI DI RICONOSCIMENTO, ITALIANI E FRANCESI = bisogna comunque calcolare che, stante ferma l'ipotesi di sovrapposizioni anche nelle inumazioni, l'areale comportava un abbandonato CIMITERO MONASTICO DA CUI SONO EMERSI QUESTI REPERTI
poi, come qui si legge, variamente dispersi.
Alla sera del 14 il comando austro-sardo radunò, dai vicini borghi, 3.000 soldati pronti ad impedire una nuova sortita del nemico.
La notte tra il 21 e il 22 gennaio 1748 un reparto di 250 soldati franco-spagnoli uscì dalle postazioni di Penna, Olivetta e Bevera e dopo essersi divisi in due colonne attaccarono il villaggio di Airole.
Il capitano Borea che difendeva tale presidio con un reparto regolare piemontese e compagnie di miliziani fu catturato: venne ripreso al mattino dopo per il ritiro degli occupanti.
La notte tra il 25 e il 26 gennaio un corpo di spedizione borbonico forte di 1.000 uomini divisi in quattro colonne marciò dal col de Brouis verso Breglio: anche questa operazione non fu conclusa per la reazione dell'esercito piemontese che mandò rinforzi da Saorgio.
La sera del 26 il barone Leutrum comandò al III battaglione Salis di stanza a Pigna di portarsi a Fontan e a Saorge per rafforzare quelle posizioni: le perdite gallo-ispane di quest'ultima sortita ammontarono a 18 unita48. I Francesi non rinunciarono comunque ad attaccare il passo del Fourquin che fu anche per un po' preso.
Il 15 febbraio un'altra scaramuccia tra Austriaci e Francesi alla foce del Roia causo la morte di alcuni fanti imperiali e 4 borbonici 50. A fine febbraio i Gallo- ispani attaccarono con successo la postazione di La Giandola poco a nord di Breglio. Negli stessi giorni, nelle acque prospicenti la Riviera di Ponente, i vascelli inglesi riuscirono a mettere fuori combattimento 9 unita francesi cariche di soldati imbarcati a Nizza e diretti a Genova.
Il generale Mirepoix in marzo, in vista di una imminente nuova offensiva, diede ordine di fare allargare la strada che da Nizza conduce al col de Brouis e in Val Roia : ormai una nuova campagna militare condotta per l'occupazione della Riviera sembrava inevitabile.
In primavera il comando borbonico aveva fatto concentrare a Ventimiglia, Latte, Bevera 50 battaglioni pronti all'attacco delle fortificazioni avverse, che provenivano dai quartieri invernali della Provenza.
Il comando della nuova armata fu fissato a Castel D'Appio sì che i civili del luogo erano convinti che sulle loro terre si sarebbero ripetute le carneficine di 4 anni prima alle fortificazioni di Montalbano e Villafranca.
La guerra di trincea era più dispendiosa in termini di perdite che quella di movimento e soprattutto impediva alle popolazioni una pur minima attivita economica, in genere possibile dopo ogni singola rapida campagna.
Fortunatamente per i Ventimigliesi l'armata gallo-ispana non attacco i 28.000 Austro-sardi a difesa della linea fortificata perche, il 30 aprile 1748, furono firmati i preliminari di pace ad Aquisgrana, Il 31 maggio il conte de Chavanne a nome del Re di Sardegna siglo l'accordo raggiunto dalle altre potenze in campo 59. L'armistizio fu fissato per il 21 giugno ma gia antecedentemente a questa data tra gli schieramenti contrapposti nel Ponente esisteva una tregua di fatto , anche se i Gallo-ispani avevano rafforzate le proprie posizioni con una armata di ormai 75 battaglioni di 4 corpi: 2 intorno a Luceram e nella valle de Lantosque, un altro a Sospello e l'ultimo a Ventimiglia e intorno alle campagne di Latte e Bevera.
Gli accordi sul cessate il fuoco nella Riviera di Ponente furono condotti dal barone Leutrum e dal Belleisle attraverso una corrispondenza epistolare tra 1'8 e il 13 giugno 63, Il 17 giugno il conte Viacino parti per Nizza allo scopo di trattare direttamente i dettagli dell'accordo raggiunto tra i due comandanti. La pubblicazione del testo sulla sospensione delle ostilità avvenne il 14 luglio presso il convento di S. Agostino in Ventimiglia, Il grosso dei Gallo-ispani smobilito dal Ponente gia dal 17-18 luglio 1748; si fermarono solo due battaglioni di Medoc a Latte; un presidio a forte S. Paolo e un battaglione di fucilieri a servizio della Francia a Bevera, Il battaglione di Medoc il 20 ottobre si trasferi a Mentone e a Ventimiglia restò solo un contingente di fucilieri.
In campo austro-sardo gli imperiali del generale Newhaus, obbedendo agli ordini di Brown, il 3 giugno 1748 avevano gia iniziato il ritiro dalla Riviera diretti a Ovada 68, Il 5 febbraio 1749 gli Austro-sardi abbandonarono la posizione di S. Agostino, che ancora presidiavano, e le alture di Siestro e S. Giacomo. L'11 febbraio in forte S. Paolo entrò una compagnia corsa proveniente da Genova a sostituire la guarnigione francese. Il 16 transitò da Ventimiglia Don Filippo diretto nel ducato finalmente conferitogli dalla pace di Aquisgrana: negli stessi giorni passarono gli ultimi battaglioni gallo-ispani provenienti dalla difesa di Genova e diretti in Francia.
Fortunatamente la guerra era terminata, anche se aveva avuto conseguenze disastrose per l'economia ligure.
La popolazione di Ventimiglia onde ringraziare il Signore di averla risparmiata da ancor piu tragici fatti il 25 marzo 1749 fece celebrare una solenne messa di ringraziamento, preceduta da un "Magnifico Triduo di preghiera con illuminazioni, spari e altri pubblici segni dell'Universale contento".
Furono le uniche manifestazioni di gioia della città in quegli anni, manifestazioni che però non potevano far dimenticare le condizioni di indigenza e le scarse prospettive economiche di quelle zone.

Nel XIX sec. il CONVENTO INTEMELIO conobbe varie vicissitudini.
Sulla direttrice della RIVOLUZIONE FRANCESE anche in ITALIA il CLERO ebbe a risentire di profonde trasformazioni istituzionali, cosa che divenne eclatante sotto gli anni trionfali del DOMINATO DI NAPOLEONE IL GRANDE evoluzione o forse, meglio, contrazione delle idealità rivoluzionarie.
Come in Francia ed in altre contrade del nuovo IMPERO molti enti religiosi vennero colpiti da svariate
PERIPEZIE SOTTO IL REGIME DI NAPOLEONE:
infatti oltre a promulgare il
CODICE PER IL NUOVO REGNO D'ITALIA,
ad attuare una pressoché inevitabile risistemazione degli
"AFFARI DELLA CHIESA",
compresa l'
APPLICAZIONE DELLE NUOVE REGOLAMENTAZIONI PER LE INUMAZIONI ED I CIMITERI
l'imperatore attuò una non del tutto popolare quanto letterariamente celebre
SOPPRESSIONE DEGLI ENTI RELIGIOSI E DEGLI ORDINI
che non avessero spiccate funzioni sociali ed assistenziali, come fu appunto il caso di quello degli Agostiniani.
Con la soppressione di alcuni Ordini Religiosi il nuovo padrone d'Europa, appunto Napoleone cercò di centralizzare la cultura espropriando le biblioteche degli Ordini Religiosi ed incaricando specializzati funzionari a provvedere al trasferimento del materiale biblioteconomico: nel caso della BIBLIOTECA APROSIANA l'incarico spettò a tal al tempo dProspero Semino/Semini sì che per la biblioteca intemelia in merito al suo trasferimento alla Biblioteca Centrale di Genova si parla da sempre di OPERAZIONE SEMINO/SEMINI appunto il docente di Etica incaricato di asportare materiale dall'Aprosiana nell'auspicata ma mai compiuta realizzazione -per il crollo del Regime Napoleonico da cui come detto era partita tale progettazione centralista- di una "Biblioteca Centrale Ligure".
Di rimpetto a ben altre esigenze, di guerra ma non solo, anche quando fu in essere l'operazione non procedette in maniera organica sì che a fronte del materiale librario per il momento lasciato a Ventimiglia Prospero Semini/Semino fu in grado di trasferire a Genova le seguenti opere manoscritte.
Stante la naturale incuranza dell'epoca e la crisi del Convento altre opere vennero poi lecitamente acquistate da facoltosi privati nelle cui raccolte son tuttora custodite.
Tuttavia dall'analisi dei testimoni aprosiani si evince comunque nel caos di questo trasferimento alla Biblioteca Centrale di Genova dovettero essere asportate furtivamente per il mercato antiquario oltre che opere a stampa anche lettere di corrispondenti che avrebbero dovuto ritrovarsi essendo state segnalate da Aprosio come ascritte alla sua Biblioteca.
In questo clima pervaso da rivoluzionario anticlericalismo per un quasi morboso interesse verso i Segreti della Santa Inquisizione [anche se occorre distinguere la Santa Inquisizione in generale (con la considerazione che nei procedimenti stessi per magia e stregheria si doveano fissare i parametri di giudizio intercorrendo l'opera sia della legge dello Stato che della Chiesa) dalla potentissima e pressoché autonoma Inquisizione Spagnola contro cui soprattutto si rivolse con intransigenza l'operato napoleonico] in particolare sul mercato antiquario illegale presero a furoreggiare per le ambizioni dei bibliofili le ricerche ed i furti di testi proibiti, censurati e rimasti manoscritti: e tra questi sono da ascrivere assolutamente questi quattro capitoli della Grillaia di Aprosio dai forti contenuti lubrichi ed antifemministi ma fortunatamente giunti alla Biblioteca di Genova ove si custodiscono e che qui son proposti digitalizzati.
Giova precisare che non a titolo di compensazione ma per non inimicarsi ulteriormente la popolazione, fortemente religiosa e cattolica, Napoleone determinò contestualmente l'ingresso della biblioteca del parimenti soppresso Convento dell'Annunziata su cui sarebbe poi sorto l'omonimo forte = lo scopo relai di questi interscambi non era tanto una lotta senza quartiere alla Chiesa ma la volontà di sottrarle la secolare gestione della cultura sia laica che ecclesiastica lasciandole in dotazione soltanto opere di matrice spirituale come appunto i volumi (in gran parte Antifonari) dell'ex Convento dell'Annunziata

La restaurazione viennese del 1815 con la soppressione della Repubblica di Genova posero fine a questi progetti pur non determinando una rinascita della grande biblioteca.
Dopo l'assegnazione del Dominio Ligure di Terrafermo al Piemonte sabaudo del suo Dominio) con le leggi Siccardi, il Convento venne soppresso (fu “Caserma dei Carabinieri” e “Carcere degli espulsi dalla Francia”): la BIBLIOTECA continuò la travagliata
STORIA MODERNA iniziata appunto sotto il Bonaparte mentre l'antica Chiesa conventuale della Consolazione (comunque già soggetta a ristrutturazione ed ampliamenti) divenne invece PARROCCHIALE della Ventimiglia moderna che tuttavia subì dei danni rilevanti la notte del 21 giugno 1941 per un BOMBARDAMENTO che la coinvolse assieme all'ex Convento ed a varie case di civile abitazione: i restauri furono molto lunghi, dati i danni, e si conclusero, suddivisi in periodi, a partire dal 1945, nel 1958 per l'impegno di Parroci, Comune, Sovraintendenza alle Belle Arti.
Il Convento (nonostante altre trasformazioni) alla fine venne diviso tra Stato e Chiesa: ne resta bello il Chiostro, per quanto in parte danneggiato dai bombardamenti della II guerra mondiale, mentre è scomparso il giardino centrale su cui ora sorge una costruzione già usata per riunioni e come palestra.
Sul retro del Convento, fino all’attuale area della stazione, si estendevano i
prati delli frati
e nelle prossimità del convento, alle sue spalle, stava il “cimitero delli monaci” in cui fu sepolto lo stesso Aprosio e su cui son poi stati eretti edifici, strutture ed altre costruzioni.






La BIBLIOTECA, sottratta al controllo monastico degli agostiniani, dovette abbandonare la sede originaria e il patrimonio librario venne accatastato in un corridoio presso la Chiesa di S. Francesco nella città alta o medievale, sull'altura a levante del Roia: il bibliotecario nominato dal Municipio intemelio, tal Antonio Ferrari, tentò di redigere un inventario delle preziose opere ma non potè del tutto impedire che, per la precaria sistemazione, vari volumi venissero manomessi o rubati.
Un passo lieve nel recupero di questa grande ricchezza culturale di Ventimiglia si fece molti anni dopo quando furono nominati bibliotecari prima il notaio G.B. Amalberti e quindi (1842) un altro notaio Antonio Laura cui spetta il merito di aver fatto portare via i volumi da quell'angosciante sistemazione per farli collocare più dignitosamente in un areato locale prossimo alla stessa Chiesa di S. Francesco.
Altri importanti contributi alla tutela dell'Aprosiana furono poi dati dal bibliotecario nominato nel 1857, canonico Andrea Rolando che ne stese un abbozzo importante di catalogo (tuttora custodito nella biblioteca) ed ancor più dai successivi bibliotecari Callisto Amalberti e Girolamo Rossi che, tuttavia, dovettero dispiegare le loro prime energie per salvare materialmente i libri dopo che la Liguria ponentina era stata colpita dal devastante terremoto del 1887.
I volumi subirono quindi un ulteriore trasferimento e vennero, rinchiusi entro casse, deposti nei locali del Civico Teatro di Ventimiglia, che è stato poi trasformato nell'attuale moderna sede dell'Aprosiana.
Un mecenate inglese, Sir Thomas Hanbury preso da autentico amore per Ventimiglia e per le sue ricchezze culturali, mise a disposizione una somma cospicua per realizzare, su progetto di un tal geometra Zanolli, una sede degna dell'Aprosiana.
Contestualmente lo stesso Hanbury fornì all'Amalberti e al Rossi le risorse economiche necessarie per portare a compimento una moderna "catalogazione": la nuova sede dell'Aprosiana fu inaugurata il 30 luglio 1901 mentre la catalogazione durò per tre anni ancora (alla fine ne rimase unico autore lo storico Girolamo Rossi il cui prezioso "catalogo" per oltre una settantina d'anni fu il solo punto di riferimento attendibile per "navigare" nel grande mare dei libri della biblioteca).
Al Rossi seguirono poi altri bibliotecari di prestigio dai professori Nereo Cortellini e Luigi Palmero (che ebbe il gran merito di recuperare molti libri ritenuti persi) sino a Nicola Orengo che, tra il 1931 e il 1933 diede grande impulso alla rinascita dell'Aprosiana e non solo come biblioteca pubblica: anche lui recuperò tanti libri antichi ritenuti smarriti e soprattutto aumentò il patrimonio librario sin a 9169 unità avendo ottenuto dal Ministero della Pubblica Istruzione un contributo per, finalmente, aggiornare anche con libri moderni una biblioteca praticamente rimasta ferma alle acquisizioni del XVIII secolo.
A lui, cui spetta anche il merito di aver lasciato una vera e propria cronistoria delle vicissitudini della "Libraria", succedettero altri importanti e laboriosi bibliotecari come gli storici Filippo Rostan (anni 1933 - 1937) e Nicolò Peitavino che amministrò la biblioteca fino all'inizio del II conflitto mondiale.
Il suo successore Nino Lamboglia (emerito fondatore dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri di Bordighera) succedette al Peitavino salvando con vari espedienti da furti e scorribande, durante la II guerra mondiale, la biblioteca.
Essa fu poi sistemata nella ex sede del Liceo Classico intitolato a G. Rossi e poi, verso i primi anni '50 del 1900, l'intera raccolta trovò la sede definitiva (coi volumi disposti in eleganti armadi lignei in stile proposti da E.Azaretti, illustre dialettologo) dove ora si trova, cioè nella ristrutturata e adattata sede del Civico Teatro (ove come detto era già stata custodita) in via Garibaldi nel sestiere Piazza della città alta o medievale di Ventimiglia.
Dopo le dimissioni del Lamboglia, impegnato soprattutto nelle sue ricerche archeologiche, si ebbero altri bibliotecari di prestigio come Natale Giraldi, il prof. Giuseppe Laura ed ancora Francesco Biamonti, anni dopo destinato ad assurgere a propria spiccata gloria letteraria coi suoi romanzi di ambiente ligustico.
Sino al 1982 la Biblioteca Aprosiana fu quindi diretta dalla dott. Serena Leone Vatta che, accogliendo l'invito dell'ex Soprintendenza Bibliografica di Genova, con l'ausilio di vari laureati e laurendi (Giuliana Bucci, Bruno Bergamini, Aldo Calmarini, Franca Guglielmi, Maria Teresa Marenco, Clotilde Masera, Renata Rebaudo, Giulio Rigotti) provvide alla schedatura scientifica manuale delle 7094 opere che individuò nell'inventariazione del fondo storico (i lavori si protrassero dal I-XII-1972 al 25-VII-1975).
Sotto la direzione della Leone Vatta si tennero quindi le celebrazioni aprosiane per il tricentenario della scomparsa del fondatore (1981).
Fu un momento di spessore culturale con pubblicazioni, cicli di conferenze, mostre e manifestazioni importanti (in tale contesto è da menzionare l'aiuto di un moderno "estimatore" dell'Aprosiana il Sig. Erino Viola).
Dopo il pensionamento della dott. Leone Vatta la Biblioteca, con delibera di giunta comunale su indicazione del delegato comunale alla cultura Gaspare Caramello, venne assegnata alla tutela, come sovrintendente scientifico, del prof. Bartolomeo Durante, già attivo partecipe e conferenziere alle "Celebrazioni del 1981", che si valse della proficua collaborazione dell'illustre ispanista Mario Damonte e della sua assistente dott. A.M. Mignone che stavano studiando l'importantissimo materiale in lingua spagnola dell'Aprosiana, fin a redigerne un sontuoso catalogo.
A colmare il vuoto amministrativo e dirigenziale lasciato dalla Leone Vatta il comune di Ventimiglia, conservando ad interim al Durante la carica di consulente scientifico, distaccò quindi all'Aprosiana il rag. Carlo Canzone che assunse di fatto le veci di Bibliotecario e che, dando prova di efficienza, ebbe la capacità, in cooperazione col Durante, di recuperare il "fondo manoscritto e non" del giallista di origini ventimigliesi Alessandro Varaldo e soprattutto l'importante "fondo di documenti antichi e non", denominato "fondo Bono" dallo studioso che lo lasciò postumo, in cui è possibile leggere ex novo parte della storia intemelia dell'età intermedia.
Non è peraltro da dimenticare che proprio sotto la gestione di Carlo Canzone -che ne fu anche curatore- prese il via la prima importante serie di pubblicazioni seriali note oggi sotto la denominazione di "Quaderni dell'Aprosiana - Vecchia Serie".
Dopo che il Canzone venne assegnato ad altro incarico, assunse per concorso la reggenza dell’Aprosiana l’attuale bibliotecario Ruggero Marro che si sforzò, dopo un breve periodo di ambientamento, di migliorarne ulteriormente la valenza culturale, la funzionalità e la dotazione sia libraria che strumentale e tecnologica non trascurando certo di attivarne con crescente rilevanza le notevoli qualità di polo intellettuale ed editoriale.
Essa , con vari contributi (comunali e regionali) è stata di recente del tutto restaurata, informatizzata, protetta dal punto di vista climatologico e conservativo, fornita di centro stampa e diffusione automatica di dati, armata di ottimi strumenti di difesa e di antifurto, suddivisa organicamente in due strutture funzionali, di modo che mentre il grande fondo storico si trova al piano elevato in ambiente confortevolissimo il fondo moderno -frequentato da un pubblico assiduo ma meno specialistico- è comodamente posto al I piano dove stanno gli uffici, in positura ideale per il controllo ed il servizio dell’utenza.
Attualmente costituisce un punto di riferimento facilmente accessibile e consultabile, addirittura un nodo parauniversitario di studio e di interscambio culturale del quale è ormai impossibile fare a meno al fine di percorrere inesplorate strade nel “grande mare” di quella letteratura, soprattutto barocca, di cui l’Aprosiana costituisce davvero una sorta di “insigne monumento”.







S. AGOSTINO non fondò alcun ORDINE RELIGIOSO tuttavia egli delineò nel 400 circa tanto nel De opere Monachorum quanto nei Sermoni 355 e 356 le regole generali di una vita religiosa per i chierici che facevano vita in comune con lui.
Inoltre nel 423, redigendo l'"Epistola 211", fece lo stesso scrivendo alle monache del convento di Ippona retto per un certo tempo da sua sorella Perpetua.
Successivamente i seguaci diedero a queste norme di vita comunitaria un assetto schematico tracciando quella regola di vita monastica che va sotto il nome di REGOLA DI S. AGOSTINO.
La REGOLA è caratterizzata dalla costante ricerca di equilibrio fra gli obblighi del ministero pastorale e del culto liturgico con un'evidente prevalenza dello "SPIRITO" sulla "LETTERA" nell'osservanza del Vangelo, con l'evidente rifiuto di rigorismi formali.
Rispetto alla REGOLA BENEDETTINA in quella AGOSTINIANA viene tuttavia conferita una valenza superiore del MOMENTO CONTEMPLATIVO.
Durante il regno di Carlo Magno la REGOLA AGOSTINIANA divenne tanto famosa da venir assunta quale codice di vita da numerosi ORDINI e CONGREGAZIONI RELIGIOSE D'AMBO I SESSI [al riguardo, anche per la modernità divulgativa, risulta la
REGOLA DATA DAL PADRE S. AGOSTINO ALLE MONACHE
tradotta e volgarizzata da
P. F. PAOLO RICHIEDEI
amico e corrispondente dell'agostiniano ventimigliese ANGELICO APROSIO].
Le indagini sul RICHIEDEI non sono però state facili ed il suo rapporto con l'Aprosio pare subire fluttuazioni imprevedibili.
L'erudito intemelio lo citò spesso nelle sue prime opere: basta per questo leggere la prima parte dello
Scudo di Rinaldo dove il RICHIEDEI viene variamente menzionato tramite anche la trascrizione di parti di suoi scritti (p. 116 - p. 125 - p. 152 - p.289 - p. 293).
Le citazioni aprosiane paiono esser però fatte sulla base delle opere poetiche giovanili del RICHIEDEI, che per quanto moralistiche e sostanzialmente misogine, non hanno certo la caratura dottrinale individuabile nella più tarda produzione di questo erudito bresciano che, non si è stati in grado di definire quando, si fece frate domenicano.
Non è stato dato di recuperare i dati biografici del personaggio ma è certo, scorrendo l'opera teologica di cui ci si è serviti (che è una ristampa aggiornata e migliorata della vera e propria I edizione del Volgarizzazione ed esplicazione della Regola di S. Agostino che è del 1675) che l'autore, già abbastanza adulto e colto da pubblicare opere nel lontano 1635, fosse molto avanti negli anni, come peraltro lui stesso sottolinea nella presentazione dell'opera dottrinale.
Atteso inoltre che la I edizione di questa data del 1675, quindi posteriormente di 2 anni alla Biblioteca Aprosiana, è plausibile che il frate intemelio, nonostante la sporadica (?) corrispondenza e data la mancanza materiale del libro dottrinale, non abbia ritenuto nel 1673 d'avvalersi delle dimenticate liriche di questo autore, sostanzialmente legate alla ormai sua vecchia e superata disputa antistiglianea e filomarinista. La
REGOLA DATA DAL PADRE S. AGOSTINO ALLE MONACHE opera qui integralmente digitalizzata








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Come ha scritto Renzo Villa la
******BASTITA******
( analizzata nel 1537 da Agostino Giustiniani in definitiva poi ripreso quasi testualmente da una relazione ufficiale stesa per ordine dei Supremi Sindicatori della Repubblica e datata del 1629)
costituiva un quartiere e un macrotoponimo, sito "fuori mura" sulla riva levantina del Roia: i due esiti sono poi scomparsi venendo surrogati da quelli dell'importante complesso religioso di Nostra Signora della Consolazione, retto da monaci Agostiniani: ed infatti in collegamento col convento da essi qui istituito l'antico quartiere assunse gradualmente il nuovo toponimo de U Cuventu.






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L'affermazione nel PONENTE LIGURE di CONVENTI AGOSTINIANI fu segnata in particolare dal CONVENTO DELLA CONSOLAZIONE DI VENTIMIGLIA, dal CONVENTO DI S. MARIA DI DOLCEACQUA ("ereditato" dai BENEDETTINI), dal CONVENTO DEGLI AGOSTINIANI SCALZI (NICOLAITI) DI TRIORA ed infine dal CONVENTO DI PIEVE DI TECO.














Della FAMIGLIA AGOSTINIANA fanno parte tutti coloro che, ispirandosi alla spiritualità e al modello di vita religiosa ideata e istituita da S. Agostino , si riconoscono nell'area dell'esperienza storica vissuta dall'Ordine degli Eremitani di S. Agostino , approvato dalla Chiesa nel 1256, e comunemente detto
Ordine Agostiniano.
E' un grande numero di istituti religiosi maschili e femminili che nella molteplicità delle attività e delle istituzioni, pur nell'unità dell'ideale, esprimono la varietà dei carismi donati da Dio alla Chiesa tramite la poliedrica ricchezza del pensiero e del cuore di Agostino:
Ramo consacrato maschile:
- Ordine di S. Agostino o Agostiniani : è il nucleo della famiglia agostiniana, l'erede naturale del pensiero e dell'opera di S. Agostino. Presente attualmente in 40 paesi del mondo, è costituito da sacerdoti e da fratelli non sacerdoti.
- Agostiniani Scalzi : sorti come movimento di riforma nel sec. XVI dall'Ordine di S. Agostino e costituiti come Ordine indipendente nel 1931.
- Agostiniani Recolletti sorti come movimento di riforma nel sec. XVI, sono stati costituiti come Ordine indipendente nel 1912. Operano oggi in 20 nazioni, in prevalenza di lingua spagnola.
- Congregazioni di vita apostolica , con loro Costituzioni ma aggregate spiritualmente all'Ordine Agostiniano. I più noti sono gli Agostiniani Assunzionisti , istituto di origine francese.
Ramo consacrato femminile :
- Monache Agostiniane di vita contemplativa : occupano un posto importante nella famiglia agostiniana, perchè mettono in risalto e realizzano la dimensione contemplativa, elemento essenziale nella spiritualità dell'Ordine. Sono tuttora presenti in Italia (28 monasteri), in Spagna ed in altri paesi.
- Suore Agostiniane di vita apostolica : sono attualmente alcune decine di istituti e congregazioni, sparse in tutto il mondo, che si dedicano alle varie opere di apostolato in scuole, ospedali, missioni, catechesi, gioventù...
Ramo laicale :
Della famiglia agostiniana fanno parte le Fraternità Agostiniane Secolari o Terz'Ordine Agostiniano (T.O.A.) o Agostiniani secolari : uomini e donne che vivendo nella propria famiglia seguono la spiritualità propria dell' Ordine Agostiniano; collaborano nelle attività che svolgono i suoi membri.
Recentemente una nuova forma di vita consacrata è sorta all'interno della Famiglia Agostiniana : l' Istituto Secolare Agostiniano . Vi fanno parte persone che, rimanendo nella loro condizione di laici, vogliono vivere il Vangelo nella spiri­tualità agostiniana in modo radicale cioè consacrato.
E' costituito da varie categorie:
- donne consacrate che emettono il voto di castità e i voti o promesse di povertà e obbedienza, per tutta la vita.
- coniugi che si consacrano secondo la loro condizione matrimoniale.
- Ragazzi e ragazze che, pur orientati alla vita familiare, desiderano vivere un' esperienza temporanea di consacrazione, per meglio prepararsi ad una vita cristiana nel matrimonio.
L'Istituto è suddiviso in fraternità, ognuna delle quali vive momenti di preghiera, riflessione e convivenza a ritmo settimanale, mensile e annuale.






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La dispersione del materiale in dotazione della Biblioteca Aprosiana data verisimilmente a metà del XVIII secolo.
Si è parlato di materiale in dotazione perché dal
Breve papale di Innocenzo X ottenuto da Aprosio a salvaguardia perenne della sua "Libraria" si evince che in essa non stavno solo libri ma anche vario genere di materiale antiquario






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"[...]Scorse sui gioghi le precauzioni degli Austro Sardi prima di scendere alle misure da essi prese nella Pianura, deve avertirsi, che quantunque siasi presentata la pianta de siti fortificati sul Corpo delle due Montagne nominate in vista alla Città; e accennati alla rinfuza gli trinceramenti coperti alla di lei veduta sul ridosso del Colle di S. Giacomo e sulla Cima di magauda, e viorè in facia a Bevera, non erano queste le sole fatiche dell'esercito Gallispano, poiché il Cordone principiato sul nostro territorio terminava tutto all'insù della Roia fino a Saorgio verso la Sorgente di essa.
Essendo però tutte fuori della mia mira, che puramente restringessi a quanto riguarda il ristreto della mia Patria lasciate esse da parte mi rivolgo ad esaminare le fortificazioni eretesi alle Pianure nela strada maestra, che principiando alla Roia, e divisa la Bastia di S. Agostino s'allonga tra i Cioti" [Ciotti] " e le Asse, e girando tutto all'intorno le falde di S. Giacomo verso marina, sino alle sponde del Nervia trapassa per esso fume, e taglia su la drita la Cassina del di lei Padrone nominata del Moro, e situata alle foci della Riviera; con cui terminava la coda dei trinceramenti prepostissi. Appoggiavasi la testa di questi nel Convento di S. Agostino, ch'oltre la vantagiosa positura, con cui vade in longhezza la strada maestra, e domina coll'ala sinistra la gola del valon di S. Secondo, fu munito d'ottimi provedimenti dagli ingegnieri savoiardi.
consistevano le cautele da essi prese in un gran riparo di gabioni, e fascine sull'esteriore faciata della Galeria tra la Copola della Chiesa e l'insigne Biblioteca Aprosiana, donde riguardasi a cavaliere sul sottoposto camino, e un gran seno per cui si entra dagli prati di Roia: praticarono altresì molte aperture nella lunga muraglia, che formando la schiena alla piazza abbracia nella sua estenssione le due porte della Chiesa e del Chiostro, e nell'altra, che a Lei collaterale avanzandosi sul sentiero misura la larghezza della medesima piazza, e separa da essa il Giardino dei Frati. Battevano così le seconde oltre tutta la longhezza [c. 24r] del Convento, anche il seno mentovato e le prime oltre la strada maestra con esso seno anche la bocca d'un streto vicolo, che dalla medesima parte sbocca di rimpetto al giardino; ciò fatto barricarono a muro [a] seco la porta della Chiesa; e con calcina la porta del Chiostro fativi alcuni pertugi per difendere il liminare tra la muraglia e l'ingresso esteriore; che espressamente lasciaronvi in forma di arco, e puramente salvaronsi la communicazione del portello che dalla villa corrisponde nell'attrio del refettorio tra esso e la cucina avendovi cavato un mediocre fosso di fronte col ponte levatoio, un rastrello, ed un'altra porta di dentro.
Se bene la situazione di questo posto non permetesse agli Alemani di piantarvi artiglieria per l'impedimento delle case all'intorno, che gli tolgono la vista di quasi tutta la pianura di Roia, ove ella avrebbe potuto servire con vantaggio, sicome per non provocare il cannone della città a rovesciare quel borgo ciò non ostante custodivanlo due compagnie con un stacamento di Varadini rinforsati quasi tutte le sere con 50 uomini tenendo un pichetto avansato su la sinistra del fiume: la di lui sentinella spasseggiava a piedi del Ponte di legno in dritura d'un'altra stabilitavi su la riva opposta dal Stacamento Franzese che guardava l'estremità di quello di pietra.
Sevivano ambe queste Sentinelle per allarmare unicamente gli rispettivi partiti. Sicome più volte mostrollo l'occasione nel cor dell'Inverno; cosiché in cambio d'usar tra loro ostilità, porgevansi scambievolmente essi e tabaco e tratenevansi in longhi discorsi, stabiliti così da vicino gli posti, e stacata la bastia di S. Agostino dal rimanente degli Trincieramenti con vera specie di Camino coperto dalla capella di S. Secondo fino al mare continuavasi tra gli Ciotti e le Asse osservando in più bande sentinelle e corpi di guardia rinchiusi nelle cassine, che si presentano frequenti nella sinsitra della strada maestra fino al Centro delle Fortificazioni stabilito nel Palasso (del Sig. Rocco Orengo), che ultimo s'incontra su la Cima d'un Pogio prima d'entrare in la Nervia: la collinetta su cui è fabbricato fu tosto spianata e la montagna che immediatamente surmonta agli due lati della casa, e alle spalle di essa, fu dissegnata per una batteria da colocarvisi su la ponta più bassa in uno spazio piano diviso alla drita dalla destra del colle[c. 25r.] per una spacatura molto profonda, di cui servironsi senza altra fatica in guisa osso, e con cui di fronte rimasero assicurati gli tre grossi cannoni rivoltati sulla strada maestra imboccando quasi la longhezza della medesima su la drita pure del Palasso. L'interno giro di questo, e delle muraglie del giardino, fu anch'esso munito di argini e difese: si creò un gran quartiere nel mezo del secondo di cui fu ricoperto il cielo con molta spesa per riparare la truppa dal freddo e dall'acqua, e il tutto poi rinchiuso nel gran recinto d'una palissata, che dal pendio della montagna cadendo all'ingù rinserrava la batteria, e continuando alla medesima parte girava poi al meso giorno della Casa separando la spianata dalle muraglie del giardino, o sia dal quartiere mentovato con un picciolo fosso, e ritornava finalmente su la sinistra verso la Nervia a rimontare sull'eminenza del colle.
Il posto che per la sua grandezza e vantaggiosa situazione rendevasi anche il più forte, era custodito da un battaglione, e l'ingresso da un doppio rastello all'estremità del portone, che guida direttamente alla fabrica, oltre un ponte levatoio per entrare in esso ed una piciola fortificazione di semplici ripari alla Capella di S. Rocco, e al di Lei fianco, che rapresenta la porta esteriore del podere sul sentiero maestro.
Tra il Centro e la Coda degli trinceramenti il letto della Nervia separava immediatamente uno dall'altro; ma con una diversità, che attaccato il primo alla montagna di cui tocca le falde, lontano la seconda quasi due tiri di moschetto, restava ella al di sotto e vicinissima al mare.
L'importanza del sito, che domina in tutta la sua estensione la spiagia delle asse del bastione di Vallecrosia e il seno della Nervia in tutta la sua larghezza, aveva rafinato l'intendimento degli Ingegnieri in scegliere questo posto atto ad impedire uno sbarco; con cui sarebbonsi guadagnate le spalle agli Trincieramenti sull'alture, salendo la Nervia tutta all'insù, e a contendere i nemici, se superati questi havessero voluto alla nova Campagna rinserrare le fortificazioni alle Pianure, calando per esso fiume alla Sinistra del centro, mentre un altro Corpo havrebbe potuto dalla Roia investire il Convento di S. Agostino e darsi mano alla marina.
Le cure per fortificare questo sito costarono agli Austro-Sardi poco per la qualità del terreno molle e paludoso, essendo lor venuta a proposito l'acqua dei laghi vicini rivoltata con un canale nel fosso quadro, che girava all'interno d'un bello recinto munito d'alcuni cannoni [c 25v] verso marina e delle necessarie aperture per allivellare l'artiglieria sul Camino Maestro e battere la valle di Nervia o sostenere il centro o difenderlo da un assalto, ogni qual volta fossero discesi gli Galispani dalla Montagna che domina a cavaliere quel posto.
[E' qui necessaria una precisazione; le tracimazioni dei corsi d'acqua, il controllo tecnologico del rifornimento e smaltimento d'acqua potabile e l'assenza di un sistema fognario adeguato costituirono per secoli un affronto all'ambiente sociale, sia per quanto concerneva gli insediamenti prossimi al Roia quanto quelli prossimi al Nervia al punto che la circolazione era talora impossibile e quando possibile prevalentemente si poteva sviluppare senza carri, per via soprattutto di muli e mulattieri, utilizzando più che carrozze le seggette o portantine (compresa quella per i funerali): e tutto ciò prima della travagliata realizzazione dopo i millenni d'abbandono della litoranea romana Julia Augusta (atteso che la Repubblica di Genova per i lunghi viaggi privilegiò sempre la navigazione di cabotaggio e non) della napoleonica Via della Cornice (futura Via Aurelia); tanto che l'abbigliamento tanto discusso da Aprosio, specie per le donne, spesso rispondeva ad esigenze pratiche come quella di portare scarpe e calzature altissime onde non essere soprattutto le signore di medio-alto lignaggio contaminate dalle acque putride o dal fango]
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La Cassina del Moro situata in mezzo al fortino fu lasciata in piedi per aquartierarvi il pressidio, e fermarvi in ogni evento la ritirata dal recinto di esso.
Le misure dei Franzesi oppeste ai provedimenti del partitante contrario sono presto comprese da chi voglia rileggere il piano delle fortificazioni da essi principiato l'anno 1746 nel giro interiore ed esteriore il piano della città per caotellarsi da un assalto contro il Re di Sardegnha.
Qui solo merita d'esser osservato che il cordone tirato dagli Alemanni è la pendice di due gioghi di Siestro e S. Giacomo e sulla strada maestra tra la Roia e la Nervia per quanto fosse ben concertato, tutto era soggetto nella sua longhezza al cannone del forte se si rimira all'alture. Ed una batteria di 11 pezzi e due mortari sul bastione del Cavo se parlassi delle Pianure; e sola la Cassina del Moro che più d'ogni altra resta scoperta alla di lui veduta poteva esser esente per la grande distanza dagli insulti del tiro; di più eretta un'altra batteria sull'angolo di Santa Croce per battere in grembo al camino, che divide la Bastia di S. Agostino col fianco del Convento a lui soggetto; alisato (?) il parapetto per serie di Gabioni e fascine con una fatta forma di tavole nel giardino della Prepositura contiguo al Vechio Cimiterio per trasportarvi in un caso tre grossi pezzi d'artiglieria. Barricati tutti gli vicoli che, fuori del Camino Maestro, corrispondono al Corpo della Città, cavarono alla parte orientale di essa fossi e contro fossi per mettervi la truppa al ridosso in una congiuntura d'attacco, tanto su la dritta nel terreno sottoposto all'Oratorio di S. Gio Batta tra le due porte della Marina e del Borgo; come nella sinistra di sotto a S. Michele fino al sperone delle muraglie bagnate dal fiume.[c. 26r]
Le guardie poi avansate fuori dalla Città dalla guarnigione di essa, due solo erano: cioè una alle Porte e Capella di S. Giuseppe con una sentinella sull'ultima lingua della spiagia tra il mare e la Roia, e una altra come si è già detto all'estremità del ponte di pietra su di cui eretto un Camerone in forma di Quartiere chiusero con un rastello la seconda arcata, che bruciata nel suo partire dal Comandante Savoiardo fu per la seconda volta rifatta con tavole, e di più allongarono una sentinella ai piedi di quello di legno all'ingiù della Valle; ed una salvaguardia all'insù nelle Serre congionte alle falde del Colle di Siestro.
Non erano solo questi gli estrinseci posti della nostra Città, forniti di gente del nostro presidio, che oltre gli nominati provedeva d'una Compagnia un Palasso tra S. Stefano e Maneira situato sopra d'un pogio, munito d'alcuni ripari; anzi in appresso fu incaricato di spedire un numeroso distacamento per guardare le avenute di S. Antonio sopra di Bevera.
Le cure del Conte di Revel in munire di gente la destra del fiume, e caotellare gli siti men forti nascevano più tosto da una certa militare prudenza che dal semplice dubbio d'un qualche attentato, di cui non lasciava luogo a temere la vantagiosa positura della Città e del Forte: recavagli però qualche fastidio la sugezione d'un Nemico che padrone del solo Borgo di S. Agostino teneva la sua truppa bloccata nel recinto delle mura, e servivagli d'ostacolo all'intensione in cui era di dilatare i suoi quartieri oltre la Roia.
Havea egli più volte inquietati i Tedeschi sul principio e sul proseguimento dei loro lavori scaricandogli in dosso hor il fuoco della Città, hor del castello, anzi di fresco oppostosi allo sbarco dell'artiglieria, facendo sparare sopra d'una moltitudine di Soldati e uffiziali intenti a riceverla nella spiaggia delle Asse dal bordo d'una fregata: riuscigli tutto subito di ritardarne l'esecuzione con danno notabile di quel groppo di gente reccatogli da alcuni tiri maestri, che livelati dal bastione del Cavo uccisero qualched'uno de primi e molti più ne ferirono con tre de secondi obbligandoli per tutto quel giorno a star ritirati dal lido; ma ritornati la notte e trasferito il cannone negli Trincieramenti già perfezionati, mal grado le molestie sofferte, cominciarono anche eglino a rendere a Franzesi il complimento, tormentando gli bastimenti che s'accostavano alla dritura di S. Giuseppe carrichi di [c. 26v] munizioni e di viveri. Rissoluto dunque il Sig. Brigadiere di fare un formale tentativo sopra il Convento di S. Agostino, di cui s'era infruttuosamente messo alle prove gli 23 di 10mbre, volle prima in persona riconoscere da vicino il centro, e la coda delle prefate fortificazioni d'onde quelo [il nemico] poteva ritrare un immediato soccorso. Esaminata ogni cosa (con suo grave rischio corso da una palla di cannone venuta dal recinto quadro del Moro, qual fracassò gli parapetti della filucca da Lui noleggiata con l'idea di spesso fare tali scoperte) e chiamati da Bevera 60 volontari gente brava e rissoluta, ordinò la sera del 13 Gennaro, e a essi come a due Compagnie di Granatieri, e co' picheti del suo regimento la sortita dalla Città per le porte del Ponte sotto gli ordini del Sig. La Molinere, che ricercò la direzione dell'impresa.
Incaminatosi su le 4 della Notte il corpo destinato alla spedizione in numero di 500 soldati, e trapassata l'estremità del Ponte di pietra, si divise in tre corpi, salito il più debole per la strada delle Serre a investire con un falso attacco la Fabrica situata nel Centro del Colle di Siestro e ingannare con esso le guardie sparse in grossa quantità sull'estensione della montagna; d'one lor non era possibile distinguere nell'oscurità della notte quanto seguiva di vero nella Bastia di S. Agostino , o pure compresuolo, e calati per divertire le forse dei Franzesi dovea questo impedirgli l'ulteriore avansamento alle Pianure.
Degli altri due fugata la gran guardia che custodiva la sinistra del fiume, girò uno alle spalle del posto, traversate le braie della Comunità, getatossi l'altro in due Divisioni nel Largo serio e nella Colla del picciolo sentiero per i quali si sbocca dagli prati di Roia in drittura alla chiesa e alla libreria sul cammino maestro, principiò con furore a prender di mira la truppa tedesca che allarmata dalle sentinelle lasciate dall' opposte Case del Borgo, e rinforsata dalla Ronda gionta in quel momento da Nervia, era accorsa sul Campanile e sulla Galleria a bersagliar il stacamento Franzese al ridosso dei ripi e delle apperture praticate in tutto il Circuito del Convento d'onde pioveva d'ogni parte la moscheteria, tanto sul gran sentiero e nella bocca dei due siti mentovati, come sulla Villa dei Frati, ove coperti dagli alberi e dagli cespugli battevano gli Franzesi la faccia del Rastello, e tutta la schiena del corridore che rimira la punta del Col di Siestro.
Erasi proveduta dal Sig. La Moliniere l'ostinata difesa degli alemani e le sagie providenze [c. 27r.] da essi prese in sicurezza del posto, per esser molto instruito dalla relazione dei disertori: ma non curatosi di minutamenti, informanti delle più triviali precausioni con cui era stato munito dalla sotigliezza di chi difendevalo, restò molto sorprezo in vedersi cadere a fianchi una partita de suoi compagni, c oi quali staccatosi dalle fauci (donde fin ora avea guardata l'esteriore facciata del monastero senza ardir d'assalirlo) aventossi con prestezza incredibile alle porte del Chiostro per schivare la scarica degli soldati distribuiti sulla Loggia superiore, in cambio di cui soffrì quella, cui pensava, della muraglia collaterale tra la piazza e il giardino proveduta di parecchie spaccature per imbocarvi i fucili.
Ostinatosi ciò non ostante ad abbattere con premura esse porte per non assorbir la seconda [scarica], stimavasi già fuor di pericolo per la rottura d'alcune tavole e padrone dell'ingresso, lorché ferito gravemente da una palla trapassata dagli pertugi della barricata eretta attorno del liminare in forma di arco e alla di lui insaputa per non esserne stato avvertito dalle sue spie, e in oltre colpiti similmente alcuni granatieri, che coi loro instrumenti aiutavano alla demolizione, perdutosi d'animo il resto degli aggressori per la mancanza del capo, che fu subito semi-morto trasportato in Città, ritironsi con precipizio a' piedi del ponte, racolto prima un picheto avansato alla sinistra della Bastia per custodire le avenute tra gli Ciotti e le Asse dal centro degli Trincieramenti, e richiamato pure l'altro corpo dall'alture di Siestro, di cui restò ferito un Tenente de Granatieri con alcuni soldati, senza gli morti.
Se la disgrazia avvenuta al Sig. La Moliniere avea disanimata la sua gente con fargli abbandonare l'impegno troppo arduo d'espugnare quel posto, non ostante alcuni tiri di cannone e di bome con cui vennero favoriti dalla Batteria del Cavo, gli movimenti degli Battaglioni Austriaci accantonati alla Trinità, Camporosso, Bordighera e Vallecrosia, risvegliati dal strepito dei tamburi, che dai gioghi di Siestro e S. Giacomo allarmarono le valli sottoposte, hebero anche essi parte a rissolvere la truppa franzese al partito di slavarsi volontariamente in Città, pria che l'aria imbrunisse di più per la vicinanza d'un corpo di 3000 uomini radunatisi oltre la Nervia [...]".







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