CREDITI 13

Per quanto inoppugnabile, ma comunque in sintonia con le costumanze del tempo, l'antifemminismo aprosiano in merito alle donne letterate può anche esser studiato alla rovescia, partendo cioè non come al solito dal negativo o presunto negativo ma dal positivo, cioè da quanto il frate scrive sulle autrici più consone alla sua temperie culturale, intellettuali che non è difficile inquadrare nel campo delle donne che attribuiscono ai loro prodotti funzioni pedagogiche oppure nell'ambito delle scrittrici, perlopiù di matrice religiosa, impegnate nella stesura di opere volte alla celebrazione della spiritualità. Questa indagine non può esaurire le dissertazioni aprosiane vaste, reiterate e contraddittorie sull’universo culturale femminile (1): in merito alla citata progettazione si possono utilmente però fare tre nomi, di autrici rientranti perfettamente o non (ma rientrabili nell’evenienza di “diverse” loro opzioni intellettuali) nel paradigma aprosiano di valori, vale a dire Isabella Sori, Lucrezia Strozzi e finalmente Arcangela Tarabotti.
Alle pagine 29 e 30 della Grillaia Aprosio parla di Isabella Sori alessandrina, vissuta nel XVII secolo, ai suoi tempi ancora in giovane età: la cita per comprovare l'esistenza di donne colte ma antilibertine, favorevoli al riconoscimento morale istituzionale della figura femminile. Vista la rarità dell'opera di Isabella Sori per chiarezza il frate ne riporta integralmente il titolo: Ammaestramenti e ricordi, circa a buoni costumi, che deve insegnare una ben creata madre ad una figlia, da citella, d'accasata e da vedova, accioche sia honesta; corretti et accresciuti e del vestire e dell'impresse piu' lecite ne gli stati sudetti; divisi in dodeci lettere da Isabella Sori alessandrina, con una particolare aggionta di dodici difese fatte contro alcuni sinistri giudizij fatti sopra degli medemi ammaestramenti e del sesso donnesco e nel fine un panegirico delle cose piu' degne dell'illustrissima citta' d'Alessandria, et molti pelegrini ingegni usciti da essa, , In Pavia : appresso Gio. Maria Magro, 1629- 80, 70, [1] ; 12. Secondo l’S.B.N. al momento del lavoro di Isabella Sori si conosce solo l’esemplare custodito nell'intemelia CBA: sul personaggio, quasi misconosciuto, vedi Delmo Maestri, Isabella Sori: una scrittrice alessandrina del Seicento, in "Critica Letteraria", 21 (1993), p. 79 e pp. 225 - 241 [è comunque opportuno ricordare che Isabella Sori non fu celermente obliata col passar del tempo: l' anonimo autore del Pregio della donna ove si notano alcune donne de' tempi antichi, mezzani, del presente secolo, e viventi celebri in virtù, e scienza, Torino, Nella Stamperia Reale, Presso Bernardino Tonso libraio in Dora Grossa, 1783 ( 16°, pp. 90) la elenca tra gli illustri esempi di donne colte (p. 47) ancora verso la fine del XVII secolo ].
Nel menzionato passo della Grillaia torna utile notare quanto Aprosio registra del passo della scrittrice alessandrina, cosa che permette di enucleare una specifica postazione dell'agostiniano ventimigliese; egli al proposito scrive: "[...]Che [le donne] siano poi Costanti ce ne fà frà gli altri fede l'esempio di Penelope, e di Paolina moglie di Seneca, e Artemisa che fece fare il Mausoleo. Bradamante, che non riguardando à pericolo di vita, liberò due volte di prigione Ruggiero: e l'altre, che son per dire à basso, appo l'altre, che dice il Signore Spelta (2)nel Trofeo 27, ove circa il fine conchiude, che le Donne per l'ordinario son più ferme nell'amare, e più Costanti che non gli huomini. Et era anco il dovere, perche essendo di più coste [costole], fusse più costante la Donna dell'Huomo, ch'una di manco ne tiene. Dante ancora nel cap. 5 dell'Inferno, così afferma: anzi aggiugne, che sono Costanti, che ancor dopo morte amano, e lo dimostra in persona di Francesca, dicendo: Amor, chà nullo amato amar perdona/Mi prese di costui piacer sì forte,/Che come vedi ancor non m'abbandona".
Altra figura femminile citata da Aprosio, per un dono ricevuto da Antonio Maria Lamberti sacerdote di Vallecrosia (La Biblioteca Aprosiana..., cit., p.500), è poi la monaca domenicana Lorenza Strozzi (1514-1591) autrice dell'opera Venerabilis Laurentiae Stroziae ... In singulas totius anni solemnia. Hymni ad illustrem, et reuerendiss. D. Lactantium de Lactantijs Pistoriensem episcopum ... , Florentia : apud Philippum Iunctam, 1588: il rilievo attribuitole da Aprosio è costituito, nello stesso luogo, dalla citazione di un tetrastico latino celebrativo dell'autrice tratto dal "Museo delle Poetesse Ms" redatto da Lorenzo Legati . Il cremonese Legati, intimo di Aprosio, aveva pubblicato dal 1668 "Le Primizie del Museo delle Poetesse" sotto titolo latino di Musei poetriarum Laurentii Legati primitiae ad sapientissimum virum D. Ouidium Montalbanum, Bononiae : typis haeredis Victorij Benatij, 1668, opera invero di non ampia dimensione (pp. 57, [3] p. : ill. ; 4°) mentre Aprosio cita qui, come manoscritta ed evidentemente in suo possesso (intiera o per parti?), un'opera più estesa, un verosimile completo (o completando?) Museo delle Poetesse (La Biblioteca Aprosiana..., cit., p. 176): dall'analisi delle lettere del Legati all'Aprosio (custodite in B.U.G., "Fondo Aprosio", Ms. E. VI. 9 e trascritte nel mio citato saggio Angelico Aprosio il "Ventimiglia": le "carte parlanti d'erudite librarie" ..., pp. 21 sgg. e pp.103 - 111) si intende che questi era impegnato in una intensa opera di ricerca ma anche di cura di stampa per opere altrui sì da ritardare la pubblicazione o l'ampliamento di lavori propri solo parzialmente editati. Per es. da una lettera, senza luogo e stampa, ma sesta in ordine di disposizione si evince un grande impegno per la finalizzazione di tanti scritti ma anche per il completamento di ricerche ancora in essere: nella lettera spicca, tra altro, la menzione del lavoro giammai finalizzato per la sopraggiunta morte, di un’opera contenente gli Elogi de' Poeti (in questa lettera Legati chiede all'Aprosio di venir gratificato dell'invio dei ritratti od immagini di tantissimi poeti e poetesse (sic), suddivisi in due gruppi cioè quelli di cui ha già redatto l'Elogio e quelli su cui nulla ancora ha scritto nulla: contestualmente -difficile capire se per invogliare Aprosio in quest'opera quasi impossibile- gli dona un "frammento delle sue conoscenze", ma sempre lasciando intravedere l'ambizione di riceverne in cambio altre documentazioni: “[...]Qualche notitia della Signora Silvia Ventimiglia di cui sono questi versi stampati in honor della gloriosa Vergine del Rosario/ ' Tu sei la via del ben commune/ Ne i nostri affanni sei giusto consiglio/ Tanto si levi il sol, quante si pone/ S'io dormo te contemplo, over io veglio/ Con questo contemplo l'intentione/ Teco mi salverà dal gran periglio'/ Per lo qual stile mi pare assai antica. La seconda parte delle di lei Rime Sciolte vien citata nell' Indice del Rosario di 500 Poeti [...]). A dimostrazione di un Legati, caotico ed in affanno nel concludere lavori estesi per poi in qualche modo stamparli, Aprosio rammenta l'impegno del cremonese su un Lycaeum Herculis (La Biblioteca Aprosiana..., cit., pp. 412 - 413) visto e consultato dall'agostiniano eppur mai editato: stessa cosa dovete avvenire per il "Museo delle Poetesse" di cui era stata fornita solo la concisa anteprima con "Le Primizie del Museo delle Poetesse". In una lettera da Bologna del 5/VII/1673 il Legati scrive all' Aprosio “[...] Porto meco al Castello tutti i miei Manoscritti da quali intendo di fare copiare tutti i Tetrastici che mi trovo sopra i Poeti per trasmetterli Manoscritti alla Paternità Vostra Molto Reverenda [...]: anche se qui parla genericamente di "Poeti" egli dà l'impressione di voler sempre più avvalersi della competenza aprosiana inoltrando ad Angelico, via via che il lavoro prenda corpo, i suoi manoscritti ma solo per parti se non per "fogli": questo potrebbe spiegare perché l'agostiniano in merito proprio al "Museo delle Poetesse Ms" (contrariamente a quanto fatto per manoscritti di altri autori) menzioni la sua costumanza (o necessità?) di proporre quanto letto "ne' fogli volanti del Museo delle Poetesse MS d'amico letterato" (La Biblioteca Aprosiana..., cit., p. 176) o "fogli volanti del suo Museo delle Poetesse MS" (La Biblioteca Aprosiana..., cit., p.500).
Sempre ne La Biblioteca Aprosiana (cit., p. 176) il frate giunge, in apparenza sorprendentemente, a registrare da questo enigmatico "Museo delle Poetesse MS" due "Tetrastici" latini del Legati in onore di Arcangela Tarabotti, la suora veneziana con cui “visse” una contesa che sostanzialmente, almeno a mio parere, non onorò alcuno dei protagonisti (3): “Lustro librum Vitae, Caelique, Archangela, cantus/ Lumine, & aure bibo, dum tua scripta lego,/ Cum calamo Empyreum referares, eius odores/ Te Paradisiacos edocuere modos” – (2) “Si scribis, referas Paradisum, Archangela, castis;/ Si canis, Angelicis iubilat aura modis. / Cur tibi negligitur tamen inclita gloria cantus?/ Cum Paradisum aperis, gloria quaeque tibi est”. Ho scritto non a caso “in apparenza”: i due tetrastici latini ripresi dal “Museo” del Legati (qui non esplicitamente nominato per esteso ma indicato come L. Leg. a prolusione d’ogni componimento) non sono rivolti all’ “Arcangela Tarabotti”, che entrò in aspra polemica con Aprosio, quale autrice dell’Antisatira contro il Buoninsegni, a difesa della condizione femminile, ma alla “suora Arcangela Tarabotti” che ritrattò (o fu costretta a ritrattare) certe sue posizioni nel Paradiso Monacale. E’ sostanziale quanto Aprosio registra prima di riprodurre le due liriche: “Trovo parimente in lode della Tarabotti due Epigrammi ne’ fogli volanti del Museo delle Poetesse MS. d’amico letterato, che meritano d’haver luogo…e sono del Paradiso Monacali di Archangela Tarabotti”: come a dire che la Tarabotti sarebbe sublime, ma bisognerebbe scrivere in effetti “sarebbe stata” essendo ormai morta, se il suo genio (anziché perdersi in “dispute” e “cattiverie” che Aprosio registra, più o meno direttamente anche come perpetrate a suo danno, da p. 168 a p. 170 de La Biblioteca Aprosiana…,cit.) si rivolgesse, o meglio si fosse sempre rivolto, alla celebrazione della spiritualità per via di quella innografia prima menzionata a riguardo di “suor Lorenza Strozzi”. In merito è emblematico il verso del Legati (non dell’Aprosio che, come spesso, all’altrui autorità – non di rado però indirizzata proprio da lui ad esternare, indirettamente, determinati suoi giudizi - demanda il sostegno delle sue opinioni) il quale detta
Cur tibi negligitur tamen inclita gloria cantus? Che è interrogazione alla suora, quasi fosse viva, in merito alle sue scelte, scelte che le son state indubbiamente onerose: cioè “Perché, nonostante tutto, vien da te trascurata l’inclita gloria del canto? ”, domanda pressoché retorica che coimplica un rimprovero ed un dimensionamento avverso la vis polemica della donna, destinata a fama certa e pace spirituale se, rigettando sterili dibattiti, avesse rivolto le sue notevoli qualità ad altre e più pertinenti, per una suora, attività intellettuali. In questa sostanziale incomprensione dello spirito più vero della Tarabotti, risiede forse l’elemento maggiormente strutturato della misoginia e dell’aprosiana incomprensione dell’universo femminile: una postazione intellettuale che, fuor dei frizzi delle licenze sensuali e delle buffonerie derivanti dal lusso (spesso neppur risparmiate agli uomini), comporta l’irrigidimento dei ruoli, sì che il frate, a differenza d’altri, non nega alle donne potenzialità intellettuali ma al contempo simili potenzialità vuole sclerotizzate solo verso fini pedagogici o parenetici, propri di quell’icona della donna qual sposa, madre, educatrice o ricreatrice dello spirito cui egli conferisce le priorità fondamentali e i destini del sesso femmineo.
Note
1- Ne Lo Scudo di Rinaldo ovvero lo Specchio del disinganno(Venezia, Hertz, 1646), cap. VII (Se le Donne siano atte agli esercitij delle Armi, e delle Lettere, e se perciò meritino di essere superiori agli uomini) Aprosio, sotto pseud. di Scipio Glareano, elenca varie letterate (pp. 26 – 27) e non assume posizioni critiche assolute, limitandosi a dire che “certo non può loro esser riconosciuta superiorità sugli uomini”: ma questo è solo uno dei luoghi in cui “cataloga” le intelligenze donnesce. Le sue preferenze vanno spesso alle sorelle Nogarola, del XV sec.: vengono menzionate, in questo ed altri passi, altre letterate tra cui Modesta Dal Pozzo, Isabella Canale Andreini, Cassandra Fedele o Laura Cereta di cui Aprosio recupera, nello Scudo, una Lettera contro il lusso: elogi diversi riserva a Lucrezia Marinella verso cui, suggestionato dalla sua fama e/o dalle sue amicizie, nella Biblioteca Aprosiana e nella Scudo ostenta gran considerazione. Stupisce che il documentato frate mai menzioni una letterata ancora nota come Orsina Cavaletta pseud. di Orsola Bertolai (Ferrara 1531 - 1592), nata dal filosofo Camillo Bertolai e sposa del poeta Ercole Cavaletta, attiva alla corte di Alfonso II: partecipò nel 1570 alle disquisizioni sulle L Conclusioni Amorose di T. Tasso. Per la presenza sua alla Conclusione XXI (L'uomo in sua natura amar più intensamente e stabilmente che la donna [sentenza dalla Polit., i, 2, 12 di Aristotile]) ottenne dal poeta la dedica del dialogo La Cavaletta, o vero della poesia toscana. Autrice di sonetti e madrigali non pubblicò opere autonome ma le sue composizioni comparvero su sillogi come le Rime di diversi celebri autori (Bergamo, Licinio, 1587), la Nuova scielta di rime (ibid., 1591) ed ancora il Gareggiamento poetico(Venezia, Barezzi, 1611) a c. di Carlo Fiamma autore di XVI/XVII "Confuso Accademico Ordito” che scrisse la Gelosa Ninfa (, Venezia, Meglietti ,1604) e la "tragi-satiri-comica" Diana vinta (Venezia, Deuchino, 1624).
2- Lo Spelta qui citato è da indicare in Antonio Maria Spelta (Antonius Maria Spelta Ticinensis; Antonio Maria Spelta pauese nelle intestazioni = vedi Ferrari, Luigi, Onomasticon. Repertorio biobibliografico degli scrittori italiani dal 1501 al 1850) poeta e storico pavese, nato nel 1559 e morto nel 1632, che fu autore di epistole in latino anche se la sua “celebrità” dipende da una "Storia di Pavia": l'opera cui Isabella Sori si riferisce è verisimilmente: Historia d'Antonio Maria Spelta, cittadino pauese. De' fatti notabili occorsi nell'vniuerso, & in particolare del regno de' Gothi, de' Longobardi, de i duchi di Milano, & d'altre segnalate persone, dall'anno di nostra salute 45. sino al 1597. Nel qual tempo fiorirono i vescoui, che ressero la Chiesa dell'antichissima, e real citta di Pauia, le cui vite breuemente si narrano. Con vna nuoua aggiunta dell'istesso autore dall'anno 1596. sino al 1602, In Pauia , appresso Pietro Bartoli, 1603.
3 - Arcangela Tarabotti cioè la nobile Elena Cassandra (Venezia 1604 - 1652) che, data una congenita zoppia difficilmente avrebbe contratto "matrimonio di interesse", per le “leggi” del maggiorascato fu obbligata dal padre Stefano ad entrare a 13 anni nel convento veneziano di S.Anna in Castello: v. E. Zanette, Suor Arcangela monaca del Seicento veneziano, Roma – Venezia, Ist. per la collabor. culturale, 1960. Tali imposizioni ed esperienze (1620-’29) le ispirarono a vent'anni il volume la Tirannia Paterna, divenuto di dominio pubblico in forma di copie manoscritte seppur destinato ad esser pubblicato postumo [da Sambix (in effetti Elzevire), a Leida, per alcuni nel 1651 per altri nel 1654] come La Semplicità Ingannata [(sotto pseudonimo di Galerana Baritotti) opera che condannava le monacazioni forzate, rivendicando la dignità femminile anche in merito ad una più adeguata istruzione, e che nel 1661 fu posta all’”Indice dei Libri Proibiti”. Altra opera, L'Inferno Monacale, non fu pubblicata; il manoscritto si perse ma circolò fra i dotti: ne sopravvisse una trascrizione nella collezione di Alvise Giustiniani (Venezia, Cod. Giustiniani II 132 = 44): F. Medioli ne ha curato un’edizione sotto titolo de L'inferno monacale di Arcangela Tarabotti (Torino, 1990). Già la dedicatoria comporta riflessioni provocatorie (ulteriore causa di quella sorta di reclusione a vita nel cenobio che la donna patì): “A quei padri e parenti che forzano le figlie a monacarsi/ In gratia, non mi burlate se io, con penna di candida colomba, quasi funesto corvo v'auguro nel vostro Inferno i precipici etterni: sovengavi che, ne' primi tempi, Iddio benedetto mandava li angioli dal Cielo e suoi più cari servi della Terra ad annonciar agli huomeni perversi i giusti Suoi furori. Io, più che Angela in quanto al nome e serva indegna di Sua Divina Maestà, inspirata da Lui con mottivi di pura verità, vi predico i fulmini del Suo sdegno. Non ridete per ché io sia femina per ché anco le Sibille predissero la morte di Christo e Cassandra, se ben tenuta forsenata dal populo, previde e con detti veridici esclamò e pianse per le strade la destruzione delle troiane mure. [...] Vi dedico dunque quel'Inferno a cui perpetuamente condanate le vostre visere, per preludio di quello che dovete goder etterno [..]”. Dopo polemiche e forme di persecuzione più intellettuale che fisica, la Tarabotti si piegò a "ritrattare" i suoi scritti con Il Paradiso monacale, libri tre con soliloquio con Dio (Venezia, Oddoni, 1663 err. per 1643) non “casualmente dedicato” al cardinale Ferdinando Cornaro. La donna mai rigettò tuttavia le idee di fondo, imparando ad usare crescente prudenza come si legge in una epistola ad Aprosio del 1642 (7 sue lettere ad Angelico tra 1642-44 e s.d. in Ms.E.VI.22 della B.U.G. in "Fondo Aprosio") in cui chiedeva la resa del manoscritto della Tirannia Paterna: la sua preoccupazione si coglie già in inizio di missiva:"...Si compiaccia Vossignoria Reverendissima di consignar al renditor della presente la mia Tirannia Paterna, escusando il motivo ch'è necessario...". Aprosio aveva iniziato un rapporto di collaborazione con la suora ottenendone la fiducia sì da leggerne i manoscritti, come si evince da questa altra lettera: “Molto Illustre e Reverendissimo Signore Osservandissimo/ Essendomi scordata d'includere nella T[irannia] P[aterna] il presente quaderneto, l' invio a Vostra Signoria Reverendissima acciò l'innemendabile sua prudenza facci scielta quali de due dovera rimaner ai lettori. Nel resto la supplico non comunicarla a chi che sia per rispetti di grandissime conseguenze. So la materia esser scabrosa, ma contraria al politico vivere non al catolico. Non vi è parola che non meriti censura, ne periodo senza spropositi. Ella compatisca per gratia l'ignoranza del sesso, e la debolezza del mio talento. Condoni anche agli errori della penna già che le mie gravi indispositioni non permettono ch'io la riscriva, e con libertà religiosa m'esponga i mancamenti più cospicui di quest'opera, della quale non m'inganna l' affetto proprio, anzi so che se qualche buon critico volesse regolarla in tutto bisogneria darla al fuoco. La rassegno pertanto sotto la benignissima censura di Vostra Signoria Reverendissima et supplicandola con la sua impareggiabile gentilezza escusar universalmente tutti i diffetti di queste carte e i tratti troppo liberi, divotissima alle sue sante orationi mi raccordo./ Di Sant'Anna li 17 settembre 164[?]/ Di Vostra Signoria Molto Illustre e Reverendissima/ Humilissima serva nel Signore/ Suor Arcangela Tarabotti [le 7 lettere della B.U.G. son state edite da F. Medioli in app. a F. De Rubeis, La scrittura forzata. Le lettere autografe di Arcangela Tarabotti, in “Rivista di Storia e Letteratura Religiosa”, XXXII, 1996, n. 1, p. 149: quella qui trascritta ha convergenze con la n. 44 della Tarabotti, ad Aprosio, edita nelle di lei Lettere familiari e di complimento..., Venezia, Guerigli, 1650 ] Una casualità alterò i loro rapporti in dipendenza delle diverse posizioni assunte verso una "pubblicazione antidonnesca": nel ‘600 l’antifemminismo si espresse spesso in proposizioni contro il lusso femminile tra cui compare la Satira Menippea di Francesco Buoninsegni (primi del 600-?: vedi Mazzucchelli , Scrittori d’Italia, II, parte IV, p.2399) che studiò filosofia a Roma, divenendo membro delle Accademie degli Umoristi e degli Incogniti e poi segretario del Principe Leopoldo di Toscana e del fratello Mattias, lasciando -oltre alla “Satira”- poesie d’amore, una celebrazione del suo casato e un Trionfo delle Stimmate di S. Caterina da Siena (Siena, 1640). La Satira svolgeva un tema invero destinato a maggior risonanza nelle opere di B. Manzini, Lodovico Adimari e Dario Varotari: il Buoninsegni neppure supponeva che alla radice delle sue considerazioni sussistesse la tradizione predicatoria antidonnesca che aveva costituito dal ‘200 il troncone su cui si sarebbe innestata tutta una “cultura” di misoginia ed aveva mirato a prender posizione lontano da eccessi, alimentando una sorta di gioco in burla delle donne. Però il Buoninsegni spedì la sua opera ad Aprosio (Treviso, 1638) che la apprezzò e ne mandò copia al Loredano per stamparla qual Satira Menippea contr’l Lusso donnesco: il lavoro fu editato presso il tipografo veneziano Sarzina con una “scrittura modestissima” di Giovan Battista Torretti [(La Biblioteca Aprosiana..., cit., pp. 167-168) Incognito, lettore di Teologia a S.Miniato e che “lesse la morale” in Roma] intitolata Controsatira. Nel 1644 la Tarabotti rispose al Buoninsegni rovesciando, con garbo, valenza e teorie della fragile operetta: v. E. Weaver, a cura di, Satira e Antisatira, Roma, Salerno, 1998). Aprosio meditò, facendosi paladino del Buoninsegni , di rispondere all’Antisatira con uno lavoro all’altezza mentre la Tarabotti , di fronte alle polemiche suscitate dalla sua opera, non rimase inattiva: spicca quanto scrisse al cognato Giacomo Pighetti “…Poca pratica di scrivere debbono aver certo questi tali, mentre si maravigliano che lo stile del Paradiso sia differente da quello dell' Antisatira, onde mostrano di non sapere che lo stile va diversificato in conformità delle materie…" [Lettere familiari e di complimento..., cit., lett. 113: qui la Tarabotti si difendeva dall’accusa, pure di Aprosio, che l’Antisatira ed il Paradiso non fossero dello stesso autore ]. Angelico, inserito dalla donna tra i "tali" che l’ avevano tradita, alla fine redasse, dedicandola al bolognese Andrea Barbazza/-i, la Maschera Scoperta di Filofilo Misoponero in Risposta all’Antisatira di D[onna] A[rcangela] T[arabotti] scritta contro la Satira Menippea del signor Francesco Buoninsegni. In base a quanto poi l’agostiniano scrisse, la Tarabotti, grazie a conoscenze e sotterfugi, vanificò la pubblicazione dell’opera: in particolare (CLa Biblioteca Aprosiana…, cit., p. 169 sgg.) la donna si sarebbe valsa dell'aiuto di "uno che ritrovavasi prigione in pena d'havere per la seconda volta apostato...". Costui, ottenuta copia del lavoro aprosiano da Alvise Quirini, segretario dei Riformatori dello Studio di Padova, l’avrebbe venduta alla Tarabotti che riuscì ad inibirne la licenza di stampa (in particolare si sarebbe infuriata con l’agostiniano per aver egli svelato il di lei nome, per esteso e non cifrato, nella Maschera originale: Lettere familiari e di complimento..., Venezia, per il Guerigli, 1650, lett. 194). Aprosio recuperò il suo autografo (La Biblioteca Aprosiana, cit, p. 170) e maturò, contro tutte le donne, un’avversione, in parte poi stemperatasi, pur se nel 1646 fece fluire diverse considerazioni antidonnesche nello Scudo di Rinaldo I ed , ancora negli anni ’70, s’adoprò, senza esito, affinché la Maschera Scoperta, per cura di Cinelli Calvoli ed A. Magliabechi, si stampasse seppur modificata e con nuovo dedicatario in Gio.Nicolò Cavana [in B.U.G., “fondo Aprosio”, MS. E.II.39, esiste la redazione del 1644, mentre quella modificata, del ‘71, si trova alla B.N.F. in Codice VI 29: Emilia Biga, che ha individuato questa redazione, l’ha editata nel IV (1989) dei “Quaderni dell’Aprosiana”, V. S., quale Una polemica antifemminista del ‘600]. L'innominato che aiutò la Tarabotti e denunciò Aprosio all'Inquisizione per alcuni suoi scritti, in particolare la II parte dello Scudo di Rinaldo, (v. B. Durante, Angelico Aprosio il "Ventimiglia": le "carte parlanti d'erudite librarie", cit. pp. 46 - 47) era invece ben noto. Si trattava di Girolamo Brusoni [Badia Vangadizza (Rovigo) circa 1614 - Torino dopo il 1686)] certosino, in Venezia fuggito dai conventi in cerca di mondanità tra gli accademici Incogniti. I suoi scritti gli suscitarono però accuse di licenziosità e fu richiamato alla Certosa di Padova donde poi fuggì: accusato di apostasia, fu arrestato nel ‘44 e internato per un semestre nelle carceri veneziane. Liberato soggiornò per sei/sette anni nella Certosa del Bosco del Martello finché fu autorizzato a lasciare la religione: scrisse molto, anche di storia, ma balzò agli onori della cronaca con "La Trilogia di Glisomiro" (posta all’Indice dei libri proibiti: nel XX e ultimo “Indice dei Libri proibiti” del 1948 risultavano censurate ancora La gondola a tre remi edIl carrozzino alla moda) fatta di tre romanzi [La gondola a tre remi (Storti, Venezia 1657) - Il carrozzino alla moda (Recaldini, Venezia 1658) - La peota smarrita (Storti, Venezia 1652)] incentrati su uno squallido "Don Giovanni di provincia”. In occasione delle celebrazioni ventimigliesi per il quattrocentesimo della nascita di Aprosio ho affrontato la tematica dei rapporti di Angelico con la Tarabotti e sulla base di documenti estrapolati dalla II parte dello Scudo di Rinaldo (custodito alla B.U.G. ma da me editato in Angelico Aprosio il "Ventimiglia": le "carte parlanti d'erudite librarie" dell’ ”Aprosiana” del 1993) ho evidenziato come l’agostiniano, per es. in merito alle “monacazioni forzate”, avesse col tempo maturato idee per certi aspetti non lontane da quelle della Tarabotti, pur se la frattura tra loro intercorsa doveva risultare ormai insanabile anchepost mortem: v. B. Durante, Il dibattito tra Arcangela Tarabotti ed Angelico Aprosio su femminismo e misoginia, su monacazioni forzate, su femmine “streghe” o falsamente ritenute tali ed ancora su donne non più capaci d’esser né “sacre” né “sante”, in “Aprosiana”, XV, 2007, numero speciale - a c. di Daniela Gandolfi, pp. 122 – 149 e pp.143 – 146. Nel lavoro – segnato da un lapsus calami a p. 137 per varietà di impegni e ristrettezza di tempi - ho ripreso le Lettere familiari e di complimento editate da Lynn Lara Westwater e Meredith Kennedy Ray (Rosenberg & Sellier, Torino, 2005): una diecina sono le lettere tarabottiane, spesso acri, all’Aprosio indicato quale N.: ma è nell’ epistola Al Serenissimo duca di Parma Ferdinando Farnese (lettera 17) che la Tarabotti dà prova del suo carattere ferreo attaccando [dopo il Brusoni da amico ora reputato “uomo dal cuore mostruoso” avendo progettato di scriverle contro la mai pubblicata Antisatira satirizzata (lettera 99) e giudicato “reo” d’averla defraudata (lettera 231) nelle Turbolenze delle Vestali divenute poi Degli Amori tragici dissertando su vita conventuale e monacazioni coatte (Zanette, cit. pp. 176 – 177): individuati 2 esemplari del Degli amori tragici istoria esemplare descritta da Girolamo Brusoni libri quattro, senza luogo e stampatore, pp. 8, 204, 4, in 12°, in Biblioteca universitaria di Bologna e Biblioteca Casanatense di Roma] l’agostiniano in questa sarcina non priva d’offese, anche in merito alla sua valenza di religioso: “[…]Ma un altro [Aprosio] si fa predicatore delle glorie del vino, confessore dei bugiardi e mecenate degli ubriachi, non sapendo egli con altro miglior mezo termine termine ragionarmi contro nel bel principio della sua Maschera discoperta ch’esaltando con lodi il liquore di Bacco, in cui solo, conclude, starsi come in un centro la sua verità. E’ forza, Serenissimo Signore, che costui sia uno di coloro che non fanno mai profferire la verità se non allora quando con la mente offuscata dai fumi del vino parlano contro l’uso della lor natura e inclinazione. Latrino pur dunque a sua posta come cani alla luna contro i purissimi raggi de’ miei veraci detti, che nulla pregiudicherà al loro splendore ed io farò di loro poca stima [In particolare la suora par esser stata colpita dal periodo aprosiano della Maschera ove leggesi: “…Questa in abito da Satiro (per non partirsi dal rito antico delle feste di Bacco), ora che siamo nel mese di Luglio, s’è fatta vedere sopra le carte d’un libro. Ma siccome lo immascherarsi di Bengodi è fatto in guisa, che senza fatica si conoscono le persone travestite, appena è uscita dallo stampatore, che è stata raffigurata per l’autore dell’Antisatira contro’l Buoninsegni: e pare che lo stampatore a bella posta gli habbia scritto su la fronte D.A.T., acciocché senza sudare ciascuno potesse conoscere chi ella fusse. Hebbi gusto in averla incontrata, essendo bellissima cosa il considerare una Donna vestita da Satiro…”]. E’ arduo dire se quella della suora sia stata risposta diretta al testo aprosiano od architettata sulla direttrice di una non misconosciuta propensione del frate per la buona tavola: ma qualcosa lascia percepire che le allusioni - strutturate sulla tecnica peraltro congenita alla suora del rovesciamento dei ruoli - aldilà del fatto polemico procedano per la direttrice di maturate competenze o generiche dicerie. Ed infatti, non lei, per quanto equiparata ad un “Satiro” volto a “culti baccanali”, ma semmai Aprosio non mancò di esternare i pregi del vino proprio mentre in linea generale e soprattutto in merito al comportamento degli ecclesiastici vieppiù si inaspriva la postazione della Chiesa Romana avverso gozzoviglie e ubriachezza [l’articolo V della voce Clericus nella Bibliotheca canonica, juridica…, cit. di L. Ferraris, ( che altrove condanna Crapula – Ebrietas associate alla colpa della Gula) in particolare detta “Nessun chierico deve darsi alle frequentazioni di bettole e taverne sì da evitare crapula ed ubriachezza” e proprio tale articolo, magari di necessità qual viaggiatore incallito, fu violato, e per sua stessa ammissione, da Aprosio = La Biblioteca Aprosiana…, cit., p. 100, pp. 102-104 e pp. 121-123)]. Più in generale la propensione edonistico-culturale dell’agostiniano intemelio per i conviti la si ricava da pagina 59 della Biblioteca Aprosiana…, cit. sulla linea che rimanda al greco Ateneo di Naucrati (Athenaei Dipnosophistarum siue Coenae sapientum libri 15. Natale De Comitibus Veneto nunc primum e Graeca in Latinam linguam uertente. Compluribus ex manuscriptis antiquissimis exemplaribus additis: quae in Graece hactenus impressis uoluminibus non reperiebantur. ... , Venetiis : apud Andream Arriuabenum ad signum Putei, 1556) conosciuto nella traduzione di Natale Conti (menzionato alla latina Natale De Comitibus) nato a Milano nel 1520, precettore di Francesco Panigarola, autore per Cosimo de’ Medici d’un poemetto sulle Ore del giorno e traduttore di classici. Non è poi da obliare l’interesse aprosiano per Vincentius Opsopoeus, pesudonimo (il "cognome" è un grecismo nel significato di "cuoco, facitore di prelibatezze") del tedesco Vinzenz Heidecker poeta in latino morto nel 1539, amico di Melantone e Camerarius, che insegnò umanità ad Ansbach. Studioso dei classici, Heidecker divenne celebre con il De Arte Bibendi (Norimberga, 1536) un "elogio del vino" che interagisce col culto di banchetti ingentiliti da argute discussioni. Nell’Occhiale Stritolato (1642) Aprosio riprodusse dal lavoro dello Heidecker l'invocazione a Bacco: azzarderei pensare che la Tarabotti, conoscitrice delle opere del frate, da questa altra esaltazione di Bacco abbia tratto il destro per denunciare un’aprosiana debolezza perseguibile in linea disciplinare ed inquisitoriale [cosa quasi di certo percepita e meditata da Angelico, o per l’attacco subito o per una nomea più estesamente radicata, atteso che nella Grillaia del ‘68 dedicò un capitolo, probabilmente strategico, a Pier Francesco Minozzi (V. - Se senza ber vino si possa poetare con eccellenza) ove, confrontati gli estremismi, quasi a sancire la sua morigeratezza scrisse (p. 50): Che s’haverà dunque à dire? Io per me dirò, conforme al comun favellare, che gli estremi siano vitiosi: e che per ciò ne col vino schietto, ne con l’acqua pura si possa poetare con eccellenza. Chiaro, stà, ch’l vino soverchiamente bevuto, offende il capo, in cui è dell’intelletto il domicilio: leggi anche B. Durante, Idealizzazione letteraria di un ambiente geografico (un “elogio barocco” di Ventimiglia, in “Indice”, 1981, n. 28, pp. 26 – 28].


AULO PERSIO FLACCO - TESTO LATINO DELLE SATIRE
PROLOGVS
Nec fonte labra prolui caballino
nec in bicipiti somniasse Parnaso
memini, ut repente sic poeta prodirem.
Heliconidasque pallidamque Pirenen
illis remitto quorum imagines lambunt
hederae sequaces; ipse semipaganus
ad sacra uatum carmen adfero nostrum.
quis expediuit psittaco suum 'chaere'
picamque docuit nostra uerba conari
magister artis ingenique largitor
uenter, negatas artifex sequi uoces.
quod si dolosi spes refulserit nummi,
coruos poetas et poetridas picas
cantare credas Pegaseium nectar.
SATVRA I
[CONTRO I POETI DECLAMATORI ]
O curas hominum! o quantum est in rebus inane!
'quis leget haec' min tu istud ais nemo hercule. 'nemo'
uel duo uel nemo. 'turpe et miserabile.' quare
ne mihi Polydamas et Troiades Labeonem
praetulerint nugae. non, si quid turbida Roma
eleuet, accedas examenue inprobum in illa
castiges trutina nec te quaesiueris extra.
nam Romae quis non--a, si fas dicere--sed fas
tum cum ad canitiem et nostrum istud uiuere triste
aspexi ac nucibus facimus quaecumque relictis,
cum sapimus patruos. tunc tunc--ignoscite (nolo,
quid faciam) sed sum petulanti splene--cachinno.
scribimus inclusi, numeros ille, hic pede liber,
grande aliquid quod pulmo animae praelargus anhelet.
scilicet haec populo pexusque togaque recenti
et natalicia tandem cum sardonyche albus
sede leges celsa, liquido cum plasmate guttur
mobile conlueris, patranti fractus ocello.
tunc neque more probo uideas nec uoce serena
ingentis trepidare Titos, cum carmina lumbum
intrant et tremulo scalpuntur ubi intima uersu.
tun, uetule, auriculis alienis colligis escas,
articulis quibus et dicas cute perditus 'ohe'
'quo didicisse, nisi hoc fermentum et quae semel intus
innata est rupto iecore exierit caprificus'
en pallor seniumque! o mores, usque adeone
scire tuum nihil est nisi te scire hoc sciat alter
'at pulchrum est digito monstrari et dicier "hic est."
ten cirratorum centum dictata fuisse
pro nihilo pendes' ecce inter pocula quaerunt
Romulidae saturi quid dia poemata narrent.
hic aliquis, cui circum umeros hyacinthina laena est,
rancidulum quiddam balba de nare locutus
Phyllidas, Hypsipylas, uatum et plorabile siquid,
eliquat ac tenero subplantat uerba palato.
adsensere uiri: nunc non cinis ille poetae
felix non leuior cippus nunc inprimit ossa
laudant conuiuae: nunc non e manibus illis,
nunc non e tumulo fortunataque fauilla
nascentur uiolae 'rides' ait 'et nimis uncis
naribus indulges. an erit qui uelle recuset
os populi meruisse et cedro digna locutus
linquere nec scombros metuentia carmina nec tus'
quisquis es, o modo quem ex aduerso dicere feci,
non ego cum scribo, si forte quid aptius exit,
quando haec rara auis est, si quid tamen aptius exit,
laudari metuam; neque enim mihi cornea fibra est.
sed recti finemque extremumque esse recuso
'euge' tuum et 'belle.' nam 'belle' hoc excute totum:
quid non intus habet non hic est Ilias Atti
ebria ueratro non siqua elegidia crudi
dictarunt proceres non quidquid denique lectis
scribitur in citreis calidum scis ponere sumen,
scis comitem horridulum trita donare lacerna,
et 'uerum' inquis 'amo, uerum mihi dicite de me.'
qui pote uis dicam nugaris, cum tibi, calue,
pinguis aqualiculus propenso sesquipede extet.
o Iane, a tergo quem nulla ciconia pinsit
nec manus auriculas imitari mobilis albas
nec linguae quantum sitiat canis Apula tantae.
uos, o patricius sanguis, quos uiuere fas est
occipiti caeco, posticae occurrite sannae.
'quis populi sermo est quis enim nisi carmina molli
nunc demum numero fluere, ut per leue seueros
effundat iunctura unguis scit tendere uersum
non secus ac si oculo rubricam derigat uno.
siue opus in mores, in luxum, in prandia regum
dicere, res grandes nostro dat Musa poetae.'
ecce modo heroas sensus adferre docemus
nugari solitos Graece, nec ponere lucum
artifices nec rus saturum laudare, ubi corbes
et focus et porci et fumosa Palilia feno,
unde Remus sulcoque terens dentalia, Quinti,
cum trepida ante boues dictatorem induit uxor
et tua aratra domum lictor tulit--euge poeta!
'est nunc Brisaei quem uenosus liber Acci,
sunt quos Pacuuiusque et uerrucosa moretur
Antiopa aerumnis cor luctificabile fulta'
hos pueris monitus patres infundere lippos
cum uideas, quaerisne unde haec sartago loquendi
uenerit in linguas, unde istud dedecus in quo
trossulus exultat tibi per subsellia leuis
nilne pudet capiti non posse pericula cano
pellere quin tepidum hoc optes audire 'decenter'
'fur es' ait Pedio. Pedius quid crimina rasis
librat in antithetis, doctas posuisse figuras
laudatur: 'bellum hoc.' hoc bellum an, Romule, ceues
men moueat quippe, et, cantet si naufragus, assem
protulerim cantas, cum fracta te in trabe pictum
ex umero portes uerum nec nocte paratum
plorabit qui me uolet incuruasse querella.
'sed numeris decor est et iunctura addita crudis.
cludere sic uersum didicit "Berecyntius Attis"
et "qui caeruleum dirimebat Nerea delphin,"
sic "costam longo subduximus Appennino."
"Arma uirum", nonne hoc spumosum et cortice pingui
ut ramale uetus uegrandi subere coctum'
quidnam igitur tenerum et laxa ceruice legendum
'torua Mimalloneis inplerunt cornua bombis,
et raptum uitulo caput ablatura superbo
Bassaris et lyncem Maenas flexura corymbis
euhion ingeminat, reparabilis adsonat echo.'
haec fierent si testiculi uena ulla paterni
uiueret in nobis summa delumbe saliua
hoc natat in labris et in udo est Maenas et Attis
nec pluteum caedit nec demorsos sapit unguis.
'sed quid opus teneras mordaci radere uero
auriculas uide sis ne maiorum tibi forte
limina frigescant: sonat hic de nare canina
littera.' per me equidem sint omnia protinus alba;
nil moror. euge omnes, omnes bene, mirae eritis res.
hoc iuuat 'hic' inquis 'ueto quisquam faxit oletum.'
pinge duos anguis: 'pueri, sacer est locus, extra
meiite.' discedo. secuit Lucilius urbem,
te Lupe, te Muci, et genuinum fregit in illis.
omne uafer uitium ridenti Flaccus amico
tangit et admissus circum praecordia ludit,
callidus excusso populum suspendere naso.
me muttire nefas nec clam nec cum scrobe nusquam
hic tamen infodiam. uidi, uidi ipse, libelle:
auriculas asini quis non habet hoc ego opertum,
hoc ridere meum, tam nil, nulla tibi uendo
Iliade. audaci quicumque adflate Cratino
iratum Eupolidem praegrandi cum sene palles,
aspice et haec, si forte aliquid decoctius audis.
inde uaporata lector mihi ferueat aure,
non hic qui in crepidas Graiorum ludere gestit
sordidus et lusco qui possit dicere 'lusce,'
sese aliquem credens Italo quod honore supinus
fregerit heminas Arreti aedilis iniquas,
nec qui abaco numeros et secto in puluere metas
scit risisse uafer, multum gaudere paratus
si cynico barbam petulans nonaria uellat.
his mane edictum, post prandia Callirhoen do.
SATVRA II
[A P. MACRINO, CONTRO LA RELIGIONE IPOCRITA ]
Hunc, Macrine, diem numera meliore lapillo,
qui tibi labentis apponet candidus annos.
funde merum genio. non tu prece poscis emaci
quae nisi seductis nequeas committere diuis;
at bona pars procerum tacita libabit acerra.
haut cuiuis promptum est murmurque humilisque susurros
tollere de templis et aperto uiuere uoto.
'mens bona, fama, fides', haec clare et ut audiat hospes;
illa sibi introrsum et sub lingua murmurat: 'o si
ebulliat patruus, praeclarum funus!' et 'o si
sub rastro crepet argenti mihi seria dextro
Hercule! pupillumue utinam, quem proximus heres
inpello, expungam; nam et est scabiosus et acri
bile tumet. Nerio iam tertia conditur uxor.'
haec sancte ut poscas, Tiberino in gurgite mergis
mane caput bis terque et noctem flumine purgas.
heus age, responde (minimum est quod scire laboro)
de Ioue quid sentis estne ut praeponere cures
hunc--cuinam cuinam uis Staio an--scilicet haeres
quis potior iudex puerisue quis aptior orbis
hoc igitur quo tu Iouis aurem inpellere temptas
dic agedum Staio. 'pro Iuppiter, o bone' clamet
'Iuppiter!' at sese non clamet Iuppiter ipse
ignouisse putas quia, cum tonat, ocius ilex
sulpure discutitur sacro quam tuque domusque
an quia non fibris ouium Ergennaque iubente
triste iaces lucis euitandumque bidental,
idcirco stolidam praebet tibi uellere barbam
Iuppiter aut quidnam est qua tu mercede deorum
emeris auriculas pulmone et lactibus unctis
ecce auia aut metuens diuum matertera cunis
exemit puerum frontemque atque uda labella
infami digito et lustralibus ante saliuis
expiat, urentis oculos inhibere perita;
tunc manibus quatit et spem macram supplice uoto
nunc Licini in campos, nunc Crassi mittit in aedis:
'hunc optet generum rex et regina, puellae
hunc rapiant; quidquid calcauerit hic, rosa fiat.'
ast ego nutrici non mando uota. negato,
Iuppiter, haec illi, quamuis te albata rogarit.
poscis opem neruis corpusque fidele senectae.
esto age. sed grandes patinae tuccetaque crassa
adnuere his superos uetuere Iouemque morantur.
rem struere exoptas caeso boue Mercuriumque
arcessis fibra: 'da fortunare Penatis,
da pecus et gregibus fetum.' quo, pessime, pacto,
tot tibi cum in flamma iunicum omenta liquescant
et tamen hic extis et opimo uincere ferto
intendit: 'iam crescit ager, iam crescit ouile,
iam dabitur, iam iam';donec deceptus et exspes
nequiquam fundo suspiret nummus in imo.
si tibi creterras argenti incusaque pingui
auro dona feram, sudes et pectore laeuo
excutiat guttas laetari praetrepidum cor.
hinc illud subiit, auro sacras quod ouato
perducis facies. 'nam fratres inter aenos,
somnia pituita qui purgatissima mittunt,
praecipui sunto sitque illis aurea barba.'
aurum uasa Numae Saturniaque inpulit aera
Vestalisque urnas et Tuscum fictile mutat.
o curuae in terris animae et caelestium inanis,
quid iuuat hoc, templis nostros inmittere mores
et bona dis ex hac scelerata ducere pulpa
haec sibi corrupto casiam dissoluit oliuo,
haec Calabrum coxit uitiato murice uellus,
haec bacam conchae rasisse et stringere uenas
feruentis massae crudo de puluere iussit.
peccat et haec, peccat, uitio tamen utitur. at uos
dicite, pontifices, in sancto quid facit aurum
nempe hoc quod Veneri donatae a uirgine pupae.
quin damus id superis, de magna quod dare lance
non possit magni Messalae lippa propago
conpositum ius fasque animo sanctosque recessus
mentis et incoctum generoso pectus honesto.
haec cedo ut admoueam templis et farre litabo.
SATVRA III
[INVITO ALLA FILOSOFIA]
Nempe haec adsidue. iam clarum mane fenestras
intrat et angustas extendit lumine rimas.
stertimus, indomitum quod despumare Falernum
sufficiat, quinta dum linea tangitur umbra.
'en quid agis siccas insana canicula messes
iam dudum coquit et patula pecus omne sub ulmo est'
unus ait comitum. uerumne itan ocius adsit
huc aliquis. nemon turgescit uitrea bilis:
findor, ut Arcadiae pecuaria rudere credas.
iam liber et positis bicolor membrana capillis
inque manus chartae nodosaque uenit harundo.
tum querimur crassus calamo quod pendeat umor.
nigra sed infusa uanescit sepia lympha,
dilutas querimur geminet quod fistula guttas.
o miser inque dies ultra miser, hucine rerum
uenimus a, cur non potius teneroque columbo
et similis regum pueris pappare minutum
poscis et iratus mammae lallare recusas
an tali studeam calamo cui uerba quid istas
succinis ambages tibi luditur. effluis amens,
contemnere. sonat uitium percussa, maligne
respondet uiridi non cocta fidelia limo.
udum et molle lutum es, nunc nunc properandus et acri
fingendus sine fine rota. sed rure paterno
est tibi far modicum, purum et sine labe salinum
(quid metuas) cultrixque foci secura patella.
hoc satis an deceat pulmonem rumpere uentis
stemmate quod Tusco ramum millesime ducis
censoremue tuum uel quod trabeate salutas
ad populum phaleras! ego te intus et in cute noui.
non pudet ad morem discincti uiuere Nattae.
sed stupet hic uitio et fibris increuit opimum
pingue, caret culpa, nescit quid perdat, et alto
demersus summa rursus non bullit in unda.
magne pater diuum, saeuos punire tyrannos
haut alia ratione uelis, cum dira libido
mouerit ingenium feruenti tincta ueneno:
uirtutem uideant intabescantque relicta.
anne magis Siculi gemuerunt aera iuuenci
et magis auratis pendens laquearibus ensis
purpureas subter ceruices terruit, 'imus,
imus praecipites' quam si sibi dicat et intus
palleat infelix quod proxima nesciat uxor
saepe oculos, memini, tangebam paruus oliuo,
grandia si nollem morituri uerba Catonis
discere non sano multum laudanda magistro,
quae pater adductis sudans audiret amicis.
iure; etenim id summum, quid dexter senio ferret,
scire erat in uoto, damnosa canicula quantum
raderet, angustae collo non fallier orcae,
neu quis callidior buxum torquere flagello.
haut tibi inexpertum curuos deprendere mores
quaeque docet sapiens bracatis inlita Medis
porticus, insomnis quibus et detonsa iuuentus
inuigilat siliquis et grandi pasta polenta;
et tibi quae Samios diduxit littera ramos
surgentem dextro monstrauit limite callem.
stertis adhuc laxumque caput conpage soluta
oscitat hesternum dissutis undique malis.
est aliquid quo tendis et in quod derigis arcum
an passim sequeris coruos testaque lutoque,
securus quo pes ferat, atque ex tempore uiuis
elleborum frustra, cum iam cutis aegra tumebit,
poscentis uideas; uenienti occurrite morbo,
et quid opus Cratero magnos promittere montis
discite et, o miseri, causas cognoscite rerum:
quid sumus et quidnam uicturi gignimur, ordo
quis datus, aut metae qua mollis flexus et unde,
quis modus argento, quid fas optare, quid asper
utile nummus habet, patriae carisque propinquis
quantum elargiri deceat, quem te deus esse
iussit et humana qua parte locatus es in re.
disce nec inuideas quod multa fidelia putet
in locuplete penu, defensis pinguibus Vmbris,
et piper et pernae, Marsi monumenta clientis,
maenaque quod prima nondum defecerit orca.
hic aliquis de gente hircosa centurionum
dicat: 'quod sapio satis est mihi. non ego curo
esse quod Arcesilas aerumnosique Solones
obstipo capite et figentes lumine terram,
murmura cum secum et rabiosa silentia rodunt
atque exporrecto trutinantur uerba labello,
aegroti ueteris meditantes somnia, gigni
de nihilo nihilum, in nihilum nil posse reuerti.
hoc est quod palles cur quis non prandeat hoc est'
his populus ridet, multumque torosa iuuentus
ingeminat tremulos naso crispante cachinnos.
'inspice, nescio quid trepidat mihi pectus et aegris
faucibus exsuperat grauis halitus, inspice sodes'
qui dicit medico, iussus requiescere, postquam
tertia conpositas uidit nox currere uenas,
de maiore domo modice sitiente lagoena
lenia loturo sibi Surrentina rogabit.
'heus bone, tu palles.' 'nihil est.' 'uideas tamen istuc,
quidquid id est. surgit tacite tibi lutea pellis.'
'at tu deterius palles, ne sis mihi tutor.
iam pridem hunc sepeli; tu restas.' 'perge, tacebo.'
turgidus hic epulis atque albo uentre lauatur,
gutture sulpureas lente exhalante mefites.
sed tremor inter uina subit calidumque trientem
excutit e manibus, dentes crepuere retecti,
uncta cadunt laxis tunc pulmentaria labris.
hinc tuba, candelae, tandemque beatulus alto
conpositus lecto crassisque lutatus amomis
in portam rigidas calces extendit. at illum
hesterni capite induto subiere Quirites.
'tange, miser, uenas et pone in pectore dextram;
nil calet hic. summosque pedes attinge manusque;
non frigent.' uisa est si forte pecunia, siue
candida uicini subrisit molle puella,
cor tibi rite salit positum est algente catino
durum holus et populi cribro decussa farina:
temptemus fauces; tenero latet ulcus in ore
putre quod haut deceat plebeia radere beta.
alges, cum excussit membris timor albus aristas;
nunc face supposita feruescit sanguis et ira
scintillant oculi, dicisque facisque quod ipse
non sani esse hominis non sanus iuret Orestes.
SATVRA IV
[CONOSCI E CORREGGI TE STESSO PRIMA DEGLI ALTRI]
'Rem populi tractas' (barbatum haec crede magistrum
dicere, sorbitio tollit quem dira cicutae)
'quo fretus dic hoc, magni pupille Pericli.
scilicet ingenium et rerum prudentia uelox
ante pilos uenit, dicenda tacendaue calles.
ergo ubi commota feruet plebecula bile,
fert animus calidae fecisse silentia turbae
maiestate manus. quid deinde loquere "Quirites,
hoc puta non iustum est, illud male, rectius illud."
scis etenim iustum gemina suspendere lance
ancipitis librae, rectum discernis ubi inter
curua subit uel cum fallit pede regula uaro,
et potis es nigrum uitio praefigere theta.
quin tu igitur summa nequiquam pelle decorus
ante diem blando caudam iactare popello
desinis, Anticyras melior sorbere meracas
quae tibi summa boni est uncta uixisse patella
semper et adsiduo curata cuticula sole
expecta, haut aliud respondeat haec anus. i nunc,
"Dinomaches ego sum" suffla, "sum candidus." esto,
dum ne deterius sapiat pannucia Baucis,
cum bene discincto cantauerit ocima uernae.'
ut nemo in sese temptat descendere, nemo,
sed praecedenti spectatur mantica tergo!
quaesieris 'nostin Vettidi praedia' 'cuius'
'diues arat Curibus quantum non miluus errat.'
'hunc ais, hunc dis iratis genioque sinistro,
qui, quandoque iugum pertusa ad compita figit,
seriolae ueterem metuens deradere limum
ingemit "hoc bene sit" tunicatum cum sale mordens
cepe et farratam pueris plaudentibus ollam
pannosam faecem morientis sorbet aceti'
at si unctus cesses et figas in cute solem,
est prope te ignotus cubito qui tangat et acre
despuat: 'hi mores! penemque arcanaque lumbi
runcantem populo marcentis pandere uuluas.
tum, cum maxillis balanatum gausape pectas,
inguinibus quare detonsus gurgulio extat
quinque palaestritae licet haec plantaria uellant
elixasque nates labefactent forcipe adunca,
non tamen ista filix ullo mansuescit aratro.'
caedimus inque uicem praebemus crura sagittis.
uiuitur hoc pacto, sic nouimus. ilia subter
caecum uulnus habes, sed lato balteus auro
praetegit. ut mauis, da uerba et decipe neruos,
si potes. 'egregium cum me uicinia dicat,
non credam' uiso si palles, inprobe, nummo,
si facis in penem quidquid tibi uenit, amarum
si puteal multa cautus uibice flagellas,
nequiquam populo bibulas donaueris aures.
respue quod non es; tollat sua munera cerdo.
tecum habita: noris quam sit tibi curta supellex.
SATVRA V
[GRATITUDINE PER IL MAESTRO; LA VERA LIBERTA’]
Vatibus hic mos est, centum sibi poscere uoces,
centum ora et linguas optare in carmina centum,
fabula seu maesto ponatur hianda tragoedo,
uolnera seu Parthi ducentis ab inguine ferrum.
'quorsum haec aut quantas robusti carminis offas
ingeris, ut par sit centeno gutture niti
grande locuturi nebulas Helicone legunto,
si quibus aut Procnes aut si quibus olla Thyestae
feruebit saepe insulso cenanda Glyconi.
tu neque anhelanti, coquitur dum massa camino,
folle premis uentos nec clauso murmure raucus
nescio quid tecum graue cornicaris inepte
nec scloppo tumidas intendis rumpere buccas.
uerba togae sequeris iunctura callidus acri,
ore teres modico, pallentis radere mores
doctus et ingenuo culpam defigere ludo.
hinc trahe quae dicis mensasque relinque Mycenis
cum capite et pedibus plebeiaque prandia noris.'
non equidem hoc studeo, pullatis ut mihi nugis
pagina turgescat dare pondus idonea fumo.
secrete loquimur. tibi nunc hortante Camena
excutienda damus praecordia, quantaque nostrae
pars tua sit, Cornute, animae, tibi, dulcis amice,
ostendisse iuuat. pulsa, dinoscere cautus
quid solidum crepet et pictae tectoria linguae.
hic ego centenas ausim deposcere fauces,
ut quantum mihi te sinuoso in pectore fixi
uoce traham pura, totumque hoc uerba resignent
quod latet arcana non enarrabile fibra.
cum primum pauido custos mihi purpura cessit
bullaque subcinctis Laribus donata pependit,
cum blandi comites totaque inpune Subura
permisit sparsisse oculos iam candidus umbo,
cumque iter ambiguum est et uitae nescius error
diducit trepidas ramosa in compita mentes,
me tibi supposui. teneros tu suscipis annos
Socratico, Cornute, sinu. tum fallere sollers
adposita intortos extendit regula mores
et premitur ratione animus uincique laborat
artificemque tuo ducit sub pollice uoltum.
tecum etenim longos memini consumere soles
et tecum primas epulis decerpere noctes.
unum opus et requiem pariter disponimus ambo
atque uerecunda laxamus seria mensa.
non equidem hoc dubites, amborum foedere certo
consentire dies et ab uno sidere duci.
nostra uel aequali suspendit tempora Libra
Parca tenax ueri, seu nata fidelibus hora
diuidit in Geminos concordia fata duorum
Saturnumque grauem nostro Ioue frangimus una,
nescio quod certe est quod me tibi temperat astrum.
mille hominum species et rerum discolor usus;
uelle suum cuique est nec uoto uiuitur uno.
mercibus hic Italis mutat sub sole recenti
rugosum piper et pallentis grana cumini,
hic satur inriguo mauult turgescere somno,
hic campo indulget, hunc alea decoquit, ille
in uenerem putris; sed cum lapidosa cheragra
fregerit articulos ueteris ramalia fagi,
tunc crassos transisse dies lucemque palustrem
et sibi iam seri uitam ingemuere relictam.
at te nocturnis iuuat inpallescere chartis;
cultor enim iuuenum purgatas inseris aures
fruge Cleanthea. petite hinc, puerique senesque,
finem animo certum miserisque uiatica canis.
'cras hoc fiet.' idem cras fiat. 'quid quasi magnum
nempe diem donas!' sed cum lux altera uenit,
iam cras hesternum consumpsimus; ecce aliud cras
egerit hos annos et semper paulum erit ultra.
nam quamuis prope te, quamuis temone sub uno
uertentem sese frustra sectabere canthum,
cum rota posterior curras et in axe secundo.
libertate opus est. non hac, ut quisque Velina
Publius emeruit, scabiosum tesserula far
possidet. heu steriles ueri, quibus una Quiritem
uertigo facit! hic Dama est non tresis agaso,
uappa lippus et in tenui farragine mendax.
uerterit hunc dominus, momento turbinis exit
Marcus Dama. papae! Marco spondente recusas
credere tu nummos Marco sub iudice palles
Marcus dixit, ita est. adsigna, Marce, tabellas.
haec mera libertas, hoc nobis pillea donant.
'an quisquam est alius liber, nisi ducere uitam
cui licet ut libuit licet ut uolo uiuere, non sum
liberior Bruto' 'mendose colligis' inquit
Stoicus hic aurem mordaci lotus aceto,
'hoc relicum accipio, "licet" illud et "ut uolo" tolle.'
'uindicta postquam meus a praetore recessi,
cur mihi non liceat, iussit quodcumque uoluntas,
excepto siquid Masuri rubrica uetabit'
disce, sed ira cadat naso rugosaque sanna,
dum ueteres auias tibi de pulmone reuello.
non praetoris erat stultis dare tenuia rerum
officia atque usum rapidae permittere uitae;
sambucam citius caloni aptaueris alto.
stat contra ratio et secretam garrit in aurem,
ne liceat facere id quod quis uitiabit agendo.
publica lex hominum naturaque continet hoc fas,
ut teneat uetitos inscitia debilis actus.
diluis elleborum, certo conpescere puncto
nescius examen uetat hoc natura medendi.
nauem si poscat sibi peronatus arator
luciferi rudis, exclamet Melicerta perisse
frontem de rebus. tibi recto uiuere talo
ars dedit et ueris speciem dinoscere calles,
ne qua subaerato mendosum tinniat auro
quaeque sequenda forent quaeque euitanda uicissim,
illa prius creta, mox haec carbone notasti
es modicus uoti, presso lare, dulcis amicis
iam nunc adstringas, iam nunc granaria laxes,
inque luto fixum possis transcendere nummum
nec gluttu sorbere saliuam Mercurialem
'haec mea sunt, teneo' cum uere dixeris, esto
liberque ac sapiens praetoribus ac Ioue dextro.
sin tu, cum fueris nostrae paulo ante farinae.
pelliculam ueterem retines et fronte politus
astutam uapido seruas in pectore uolpem,
quae dederam supra relego funemque reduco.
nil tibi concessit ratio; digitum exere, peccas,
et quid tam paruum est sed nullo ture litabis,
haereat in stultis breuis ut semuncia recti.
haec miscere nefas nec, cum sis cetera fossor,
tris tantum ad numeros Satyrum moueare Bathylli.
'liber ego.' unde datum hoc sumis, tot subdite rebus
an dominum ignoras nisi quem uindicta relaxat
'i, puer, et strigiles Crispini ad balnea defer'
si increpuit, 'cessas nugator', seruitium acre
te nihil inpellit nec quicquam extrinsecus intrat
quod neruos agitet; sed si intus et in iecore aegro
nascuntur domini, qui tu inpunitior exis
atque hic quem ad strigilis scutica et metus egit erilis
mane piger stertis. 'surge' inquit Auaritia, 'eia
surge.' negas. instat. 'surge' inquit. 'non queo.' 'surge.'
'et quid agam' 'rogat! en saperdas aduehe Ponto,
castoreum, stuppas, hebenum, tus, lubrica Coa.
tolle recens primus piper et sitiente camelo.
uerte aliquid; iura.' 'sed Iuppiter audiet.' 'eheu,
baro, regustatum digito terebrare salinum
contentus perages, si uiuere cum Ioue tendis.'
iam pueris pellem succinctus et oenophorum aptas.
ocius ad nauem! nihil obstat quin trabe uasta
Aegaeum rapias, ni sollers Luxuria ante
seductum moneat: 'quo deinde, insane, ruis, quo
quid tibi uis calido sub pectore mascula bilis
intumuit quam non extinxerit urna cicutae
tu mare transilias tibi torta cannabe fulto
cena sit in transtro Veiientanumque rubellum
exhalet uapida laesum pice sessilis obba
quid petis ut nummi, quos hic quincunce modesto
nutrieras, pergant auidos sudare deunces
indulge genio, carpamus dulcia, nostrum est
quod uiuis, cinis et manes et fabula fies,
uiue memor leti, fugit hora, hoc quod loquor inde est.'
en quid agis duplici in diuersum scinderis hamo.
huncine an hunc sequeris subeas alternus oportet
ancipiti obsequio dominos, alternus oberres.
nec tu, cum obstiteris semel instantique negaris
parere imperio, 'rupi iam uincula' dicas;
nam et luctata canis nodum abripit, et tamen illi,
cum fugit, a collo trahitur pars longa catenae.
'Daue, cito, hoc credas iubeo, finire dolores
praeteritos meditor' (crudum Chaerestratus unguem
adrodens ait haec). 'an siccis dedecus obstem
cognatis an rem patriam rumore sinistro
limen ad obscenum frangam, dum Chrysidis udas
ebrius ante fores extincta cum face canto'
'euge, puer, sapias, dis depellentibus agnam
percute.' 'sed censen plorabit, Daue, relicta'
'nugaris. solea, puer, obiurgabere rubra,
ne trepidare uelis atque artos rodere casses.
nunc ferus et uiolens; at, si uocet, haut mora dicas
"quidnam igitur faciam nec nunc, cum arcessat et ultro
supplicet, accedam" si totus et integer illinc
exieras, nec nunc.' hic hic quod quaerimus, hic est,
non in festuca, lictor quam iactat ineptus.
ius habet ille sui, palpo quem ducit hiantem
cretata Ambitio uigila et cicer ingere large
rixanti populo, nostra ut Floralia possint
aprici meminisse senes. quid pulchrius at cum
Herodis uenere dies unctaque fenestra
dispositae pinguem nebulam uomuere lucernae
portantes uiolas rubrumque amplexa catinum
cauda natat thynni, tumet alba fidelia uino,
labra moues tacitus recutitaque sabbata palles.
tum nigri lemures ouoque pericula rupto,
tum grandes galli et cum sistro lusca sacerdos
incussere deos inflantis corpora, si non
praedictum ter mane caput gustaueris ali.
dixeris haec inter uaricosos centuriones,
continuo crassum ridet Pulfenius ingens
et centum Graecos curto centusse licetur.
SATVRA VI
[A C. BASSO: LA VIRTU’ TRA AVARIZIA E PRODIGALITA’]
Admouit iam bruma foco te, Basse, Sabino
iamne lyra et tetrico uiuunt tibi pectine chordae
mire opifex numeris ueterum primordia uocum
atque marem strepitum fidis intendisse Latinae,
mox iuuenes agitare iocos et pollice honesto
egregius lusisse senex. mihi nunc Ligus ora
intepet hibernatque meum mare, qua latus ingens
dant scopuli et multa litus se ualle receptat.
'Lunai portum, est operae, cognoscite, ciues.'
cor iubet hoc Enni, postquam destertuit esse
Maeonides Quintus pauone ex Pythagoreo.
hic ego securus uolgi et quid praeparet auster
infelix pecori, securus et angulus ille
uicini nostro quia pinguior, etsi adeo omnes
ditescant orti peioribus, usque recusem
curuus ob id minui senio aut cenare sine uncto
et signum in uapida naso tetigisse lagoena.
discrepet his alius. geminos, horoscope, uaro
producis genio: solis natalibus est qui
tinguat holus siccum muria uafer in calice empta,
ipse sacrum inrorans patinae piper; hic bona dente
grandia magnanimus peragit puer. utar ego, utar,
nec rhombos ideo libertis ponere lautus
nec tenuis sollers turdarum nosse saliuas.
messe tenus propria uiue et granaria (fas est)
emole. quid metuas occa et seges altera in herba est.
at uocat officium, trabe rupta Bruttia saxa
prendit amicus inops remque omnem surdaque uota
condidit Ionio, iacet ipse in litore et una
ingentes de puppe dei iamque obuia mergis
costa ratis lacerae; nunc et de caespite uiuo
frange aliquid, largire inopi, ne pictus oberret
caerulea in tabula. sed cenam funeris heres
negleget iratus quod rem curtaueris; urnae
ossa inodora dabit, seu spirent cinnama surdum
seu ceraso peccent casiae nescire paratus.
'tune bona incolumis minuas' et Bestius urguet
doctores Graios: 'ita fit; postquam sapere urbi
cum pipere et palmis uenit nostrum hoc maris expers,
fenisecae crasso uitiarunt unguine pultes.'
haec cinere ulterior metuas at tu, meus heres
quisquis eris, paulum a turba seductior audi.
o bone, num ignoras missa est a Caesare laurus
insignem ob cladem Germanae pubis et aris
frigidus excutitur cinis ac iam postibus arma,
iam chlamydas regum, iam lutea gausapa captis
essedaque ingentesque locat Caesonia Rhenos.
dis igitur genioque ducis centum paria ob res
egregie gestas induco. quis uetat aude.
uae, nisi coniues. oleum artocreasque popello
largior. an prohibes dic clare. 'non adeo' inquis
'exossatus ager iuxta est.' age, si mihi nulla
iam reliqua ex amitis, patruelis nulla, proneptis
nulla manet patrui, sterilis matertera uixit
deque auia nihilum superest, accedo Bouillas
cliuumque ad Virbi, praesto est mihi Manius heres.
'progenies terrae' quaere ex me quis mihi quartus
sit pater: haut prompte, dicam tamen; adde etiam unum,
unum etiam: terrae est iam filius et mihi ritu
Manius hic generis prope maior auunculus exit.
qui prior es, cur me in decursu lampada poscis
sum tibi Mercurius; uenio deus huc ego ut ille
pingitur. an renuis uis tu gaudere relictis
'dest aliquid summae.' minui mihi, sed tibi totum est
quidquid id est. ubi sit, fuge quaerere, quod mihi quondam
legarat Tadius, neu dicta, 'pone paterna,
fenoris accedat merces, hinc exime sumptus,
quid relicum est' relicum nunc nunc inpensius ungue,
ungue, puer, caules. mihi festa luce coquatur
urtica et fissa fumosum sinciput aure,
ut tuus iste nepos olim satur anseris extis,
cum morosa uago singultiet inguine uena,
patriciae inmeiat uoluae mihi trama figurae
sit reliqua, ast illi tremat omento popa uenter
uende animam lucro, mercare atque excute sollers
omne latus mundi, ne sit praestantior alter
Cappadocas rigida pinguis plausisse catasta,
rem duplica. 'feci; iam triplex, iam mihi quarto,
iam decies redit in rugam. depunge ubi sistam,
inuentus, Chrysippe, tui finitor acerui.'

TRADUZIONE
PROLOGO
Non ricordo di avere bagnato le labbra
nella fonte del cavallo né di avere sognato sul Parnaso
dalla doppia cima, cosi da diventare all'improvviso
poeta; le dèe dell'Elicona e la pallida Pirene
lascio a coloro le cui immagini lambiscono
attorte edere; io, mezzo paesano,
porto da me stesso i miei versi alla sagra dei vati.
Chi suggerì al pappagallo quel suo "Salve",
e insegnò alle gazze a tentare le nostre parole
Maestro d'arte e largitore d'ingegno il ventre,
un artista nell'imitare voci innaturali.
Poiché se brilli speranza del danaro ingannatore,
ti potrà capitare di credere che poeti corvi
e poetesse gazze stiano cantando il nettare di Pegaso.
SATIRA PRIMA
O cure dei mortali! o quanto vuoto nelle cose!
"Chi leggerà i tuoi versi". Dici a me Nessuno, per Ercole.
"Nessuno" O due o nessuno. "Vergogna, sventura". E perché
Certo Polidarnante e le Troiane mi preferiranno Labeone!
Sciocchezze! Se la torbida Roma non apprezza qualcosa, non farti
avanti a raddrizzare nella bilancia l'ago storto, non cercare
fuori di te. Infatti a Roma chi non... Potessi
parlare... Ma sì che si può, al guardare certe teste
canute e la nostra melanconica vita e cosa facciamo
appena lasciato il gioco delle noci, quando ci diamo
arie di saccenti zii; allora, perdonate. "Non voglio".
Che farci ma sono un burlone con la milza petulante.
Scriviamo rinchiusi, in versi o liberi da impacci
metrici, qualcosa di sublime da soffiare fuori a pieni
polmoni, che infine leggerai in pubblico, pallido, ravviato,
con la toga nuova, la sardonica di compleanno al dito, dall'alto
di un soglio, gargarizzato l'agile gola da modulati sciacqui,
pesto l'occhietto lascivo. E vedrai oscenamente agitarsi
con voce roca i corpulenti Titi se i carmi
gli penetrano nei lombi e i tremuli versi gli solleticano
le pudende. E tu, nonnetto, raccogli esche
per le altrui orecchie cui, per quanto di pelle
incallita, una volta dovrai pur dire basta
"Perché aver studiato, se il fermento e il caprifico che ci nacquero
dentro, lacerato il fegato non possono uscire fuori".
Di qui il pallore e la vecchiaia O costumi! A tal punto
il tuo sapere è nulla se altri non sappia che tu sai
"Ma è bello essere additati, e sentir dire: "Eccolo, è lui!"
Ti pare trascurabile cosa servire da dettato a cento
scolaretti ricciuti". Ecco i discendenti di Romolo chiedere
sbevazzando a pancia piena che cosa narrino i divini poemi.
Ora qualcuno con una mantellina color di giacinto sulle spalle
dice qualcosa di stantìo con balbuziente voce nasale,
e sbrodola tutte le Fìllidi e le Issìpili e quanto di lagrimevole
sia nei poeti, storpiando le parole con il palato languido.
Assentirono gli illustri ospiti: ora non sarà pago
il cenere del poeta non sarà più lieve il cippo sulle sue ossa
I convitati tessono elogi: ora da quell'ombra, da quel tumulo,
da quel cenere venturoso non nasceranno viole
"Tu scherzi", dici "e troppo ti compiaci di arricciare
ironicamente il naso. O vi sarà chi ricusi citazioni al merito
sulle labbra della gente, e composte pagine degne del cedro
che non temono di incartare sgombri e spezie, non voglia tramandarle"
Chiunque tu sia che or ora ho finto mio contraddittore,
se scrivo e per caso mi riesce qualcosa di decente
- uccello raro -, se tuttavia mi riesce qualcosa di decente,
non certo io fuggirò le lodi, non sono di fibra
di corno. Ma escludo che il fine ultimo di ciò che si fa
di buono, consista in quel tuo "Bravo!" "Bene!". Scuoti
ben bene quel "Bravo!". Che cosa non c'è lì dentro Non c'è
l'Iliade di Accio inebriata da ellèboro, e le elegiuzze
dettate da nobili dispeptici, insomma tutto ciò che si scrive
su letti di cedro Tu, furbo, offri una calda
pancetta di scrofa a un affamato, o un consunto mantello a un amico
intirizzito egli dici: "Amo il vero, ditemi il vero
su di me". È possibile Vuoi che lo dica Tu scherzi, zucca
pelata cui sporge di un piede e mezzo una pancia di maiale.
O Giano, al cui tergo nessuna cicogna ha beccato, né alcuno
ha imitato con agili mani le bianche orecchie asinine,
né mostrato tanto di lingua quanto un'assetata cagna
di Puglia! Ma voi, sangue patrizio, che dovete pur vivere
con la nuca cieca, guardatevi dalle smorfie che vi fanno alle spalle!
Ma che dice la gente Cos'altro se non che ora alfine
i carmi scorrono con ritmo così dolce, che sulle giunture scorre
liscia l'unghia più severa "Sa tendere il verso come
se chiuso un occhio tracciasse delle rette con il cordino rosso;
si occupi anche dei costumi, dello sfarzo, dei banchetti regali,
la Musa concede al nostro poeta di scrivere meraviglie".
Ed ecco oggi si insegna ad assumere sentimenti eroici
a gente avvezza a giocherellare con versicoli alla greca, incapace
di descrivere un bosco, di elogiare una campagna rigogliosa con le sue ceste,
i fuochi, i maiali e le Palilie fumose per i falò di paglia,
da cui Remo, e tu, o Quinzio, che logoravi il vomere
nel solco, tu che la trepida sposa vesti da dittatore
al cospetto dei buoi; un littore riportò a casa il tuo aratro.
Bene, poeta! V'è ancora chi indugia sul venoso libro
del bacchico Accio e sulla bitorzoluta Antiope di Pacuvio,
cui pure resse il cuore luttuoso di sventure
Quando vedi cisposi padri instillare nei figli
tali consigli, chiedi di dove provenga lo sfrigolìo
di frittura del nostro linguaggio, e questa vergogna per cui
il levigato Trossulo ti saltella con le natiche da un sedile all'altro
Non ti vergogni di non poter allontanare da una testa canuta il pericolo
d'una condanna, a meno che tu non oda - lo desideri - un "Bravo"
che ti rianimi "Sei un ladro", dicono a Pedio. E Pedio
Pesa le accuse in rigorose antitesi, si fa lodare
per la dotta disposizione delle figure: "Bello, questo". Bello
Romolo, ci sculetti anche Mi commuoverebbe un naufrago che canta,
e gli porgerei l'elemosina Ma sei tu che canti recando appeso
a una spalla il tuo ritratto nel naufragio. Del vero, non dell'inventato
di notte, si dorrà chi vorrà piegarmi con il suo lamento.
"Ma al ritmo prima rozzo si e aggiunta l'eleganza delle giunture:
si e appreso a chiudere i versi così: "il Berecinzio Attis";
e ancora: "il delfino che solcava il ceruleo Nereo";
e così: "sottraemmo una costola al lungo Appennino".
"Le armi e l'eroe" non vi sembra schiumoso e di spessa corteccia,
quasi un vecchio ramo soffocato da un eccesso di sughero".
Qualcosa dunque di tenero, da leggere con la nuca rilassata
"I rochi corni riempirono di mimallònei rimbombi
e la Bassaride pronta a strappare al superbo vitello la testa
e a guidare con tralci d'edera la lince, la Menade,
Evio, Evio ripete, ed Eco risuona duplicandosi".
Esisterebbe ciò se sopravvivesse in noi una vena dei testicoli
paterni Questa roba slombata nuota a galla
della saliva sulle labbra, e la Menade e Attis sguazzano nel bagnato,
non inducono a percuotere il pluteo né risentono di unghie rosicchiate.
"A che serve raschiare con verità mordaci le orecchie
delicate Attento che non si raffreddino per te le soglie dei potenti:
mi sembra già di sentire un nasale ringhio di cane".
Oh per me considera ciò una cosa innocente:
non obietto. Bravi, tutti! tutti diverrete mirabili
cose. Vi piace così "Qui", dici, "nessuno
insudici". Dipingici due serpenti: "ragazzi, qui
è sacro, orinate fuori". Me ne vado, Lucilio morse
a sangue la città, e te, o Lupo, e te, o Mucio,
e ci si ruppe un molare. Lo scaltro Flacco punge i vizi
dell'amico inducendolo a sorridere, e accolto così nel cuore,
scherza esperto nel sospendere lagente al suo naso pulito.
E io non posso fiatare neanche di nascosto, o con la buca
di Mida in nessun luogo Ma scaverò qui: o mio libretto,
ho visto coi miei occhi: chi non ha le orecchie d'asino
Questo segreto e questo mio riso - un nulla - non te li vendo
per nessuna Iliade. O tu, chiunque sii, toccato
dal soffio dell'audace Cratino, o impallidito per lo studio dell'iracondo
Eupoli e del sommo vegliardo, guarda anche me, le mie satire,
se per caso ci trovi qualcosa di ben cotto, a cui si appassioni
un lettore dall'orecchio purgato, non chi si diverte, sudicio,
a celiare sulle pianelle dei Greci, e pensa di poter dire "Guercio"
al guercio, credendosi qualcuno, imbaldanzito dall'italico onore,
per aver infranto - edile ad Arezzo - delle mezzette fasulle,
o quello che si crede furbo se ride dei numeri sull'abaco
e dei disegni tracciati sulla sabbia, pronto alle risa
se una sfacciata meretrice tira la barba a un cinico. A costoro
assegno di mattina l'editto del pretore, dopopranzo Callìroe.
SATIRA SECONDA
Conta, o Macrino, con una pietruzza più lucida questo giorno
che ti segna sereno un altro dei tuoi anni che passano; mesci
vino puro al tuo Genio. Tu non chiedi agli dèi
con preghiere mercantili ciò che si può loro confidare
soltanto in disparte. Ma molti potenti sacrificheranno con tacito
incensiere: non garba a tutti bandire dai templi quel mormorare
e il sommesso sussurrìo delle preghiere, e vivere con richieste palesi.
"Sani pensieri, reputazione, credito": ciò con chiarezza,
e che l'oda chi passa, ma dentro di sé e fra i denti si mormora:
"Mi morisse lo zio, che bel funerale!", oppure: "Oh se
col favore di Ercole mi risonasse sotto il rastrello un vaso
di monete d'argento! Potessi eliminare il pupillo cui seguo
prossimo erede! è anche scabbioso e gonfio d'acre
bile. Nerio seppellisce già la terza moglie!"
Per chiedere santamente ciò al mattino tuffi più volte
il capo nell'onda del Tevere ed espii nella corrente le colpe
notturne Orsù, rispondimi - è una bazzecola che voglio sapere -,
che ne pensi di Giove pensi di anteporlo... a chi a chi
per esempio a Staio o per l'appunto esiti Chi miglior
giudice, o chi più adatto ai fanciulli orfani
Dunque ciò con cui tenti di forzare le orecchie di Giove,
via, dillo a Staio. "Per Giove", invocherai, "O benigno
Giove", ma Giove non invocherà se stesso Tu pensi
che ti abbia perdonato perché, tuonando, con la sacra
folgore abbatte un leccio più presto che te e la tua casa
O perché non giaci fulminato nei boschi sacri, per responso
di fibre di pecora e di Ergenna, luogo malauguroso da evitare,
per questo dunque Giove dovrebbe stolidamente offrirti
la barba da tirare o v'è un compenso con il quale hai comprato
le orecchie degli dèi forse polmoni e grasse budella
Eccoti una nonna o una zia per parte di madre, timorata
degli dèi, ha tolto l'infante dalla culla e col dito impudico
e saliva lustrale gli purifica la fronte e le umide labbra,
esperta com'è nell'esorcizzare il malocchio; poi lo scuote
fra le mani e avvia con supplice voto la sua misera speranza
ora ai campi di Licino, ora ai palazzi di Crasso.
Lo vogliano genero il re e la regina, le ragazze se lo rubino;
dovunque avrà posato il piede fiorisca una rosa".
Ma io non ho mai raccomandato a una nutrice simili voti:
dissuàdila da essi, o Giove, anche se ti pregherà biancovestita.
Un altro chiede aiuto per i suoi nervi esauriti, e salute
in vecchiaia. Sia pure; ma i grandi vassoi e i grassi insaccati
impediscono a Giove di assecondarlo e ostacolano gli dèi.
Tu chiedi di accrescerti il patrimonio sacrificando un bue,
e invochi Mercurio esaminando le fibre: "Arricchisci la mia casa,
concedimi armenti e greggi feconde". In che modo, sciagurato,
quando sul fuoco si strugge il grasso di tante giovenche
Tuttavia si ostina a volerla vinta con sacrifici e pingui
focacce: "Ecco già prospera il campo, s'arricchisce l'ovile,
ecco, ecco, l'ottengo!", finché disilluso e senza
speranza, sospira: "Invano ho dato fondo al mio danaro".
Se ti porto in dono crateri d'argento e sbalzati in oro
massiccio, sudi e il cuore ti batte per la gioia e ti fa
stillare il sudore dalla parte sinistra del petto.
Da qui ti venne l'idea di spalmare una tinta d'oro,
di quello da ovazioni, sui volti degli dèi, perché tra i fratelli
di bronzo, quelli che mandano sogni liberi dal catarro,
abbiano il primo posto e la barba dorata.
L'oro ha soppiantato i vasi di terracotta di Numa e i bronzi
saturnii, e rimosso le urne delle Vestali e i fittili etruschi.
O anime curve in terra e vuote di cielo!
A che giova introdurre le nostre usanze nei templi,
e trasferire agli dèi i piaceri della nostra carne scellerata
Essa ha corrotto l'olio diluendovi per sé la cannella,
essa ha bollito la lana calabra nella deturpante porpora,
essa ci ha indotto a raschiare la perla dalla conchiglia, e a separare
le vene del metallo dalla grezza terra nella massa incandescente.
Pecca anch'essa, pecca, ma nel suo male v'è pure l'utile.
Ma voi, pontefici, ditemi: che ci fa l'oro nel santuario
Proprio lo stesso che le bambole offerte dalle fanciulle a Venere.
Perché piuttosto non offriamo ai celesti ciò che il rampollo
cisposo del grande Messalla non potrebbe con i suoi piatti sontuosi:
un'armonia spirituale di leggi umane e divine, i santi
segreti della mente, un cuore imbevuto di onestà generosa
Allora mi accosterò ai templi, e sacrificherò con semplice farro.
SATIRA TERZA
"Sempre la solita storia già il chiaro mattino
entra dalle finestre e allarga con la luce le strette fessure,
e continui a russare quanto basti a smaltire il robusto
Falerno, mentre la quinta linea è toccata dall'ombra.
Ehi, che fai Già da un pezzo la canicola infuriata cuoce
le messi inaridite e ogni gregge è al riparo d'un ampio olmo",
dice uno degli amici. "Davvero è cosi presto,
qualcuno! Nessuno" Gli si gonfia la vitrea bile:
"Mi sento scoppiare" grida quasi ragliassero gli armenti
d'Arcadia. Subito brandisce un libro, una rasata pergamena
di doppio colore, la carta, il nodoso astile.
Allora cominciano i lamenti: l'inchiostro rappreso ristagna
sulla penna, il nero di seppia sbiadisce per eccesso d'acqua,
è un continuo gemito per la cannuccia che semina gocce.
"O meschino, e ogni giorno più meschino, a ciò siamo giunti
Ma perché piuttosto, al pari d'un tenero piccioncino
e dei figli dei ricchi non chiedi la pappa a bocconcini,
e bizzoso non ti quieti neppure alla ninnananna della balia"
"Studiare con questa penna". "A chi lo racconti Perché
canticchi codeste storielle Ci sei tu, in gioco. Il cervello
ti si scioglie in acqua. Tutti ti sprezzeranno. Risuona del difetto
a percuoterla, e risponde stonata una brocca di creta malcotta.
Sei umido e molle fango, ora bisogna affrettarsi
a plasmarti con l'instancabile ruota. Certo hai un discreto raccolto
di grano dal podere paterno, una saliera tersa e immacolata,
cos'hai da temere - e una padella sicura abitatrice del fuoco.
Basta così o ti si conviene far scoppiare i polmoni di vento,
perché millesimo trai il tuo ramo da una genealogia etrusca,
o perché drappeggiato nella tràbea saluti il tuo censore
Al volgo le fàlere. Io ti conosco fin sotto la pelle.
Non ti vergogni di vivere al modo di quel dissoluto di Natta
Ma egli è inebetito dal vizio e nelle fibre del cuore gli cresce
grasso lardo, è irresponsabile, non sa cosa perde, e se affonda
non ritorna più a gorgogliare alla superficie delle onde.
Grande padre degli dèi, quando un'atroce passione
tinta di bollente veleno sfrena la mente dei crudeli
tiranni, non punirli in altra maniera che questa:
scorgano la virtù, e si sentano marcire per averla abbandonata.
O forse più gemettero i bronzi del siculo giovenco,
o più atterri la spada che pendeva dai dorati soffitti
sulla testa porporata, di chi debba dire a se stesso: "Precipitiamo,
precipitiamo fino al fondo", e in sé impallidisca, infelice,
mentre ne è ignara la sposa che gli dorme accanto."
Da bambino, ricordo, spesso mi ungevo gli occhi con olio,
se non volevo imparare le solenni parole di Catone morituro,
e che mio padre ascoltava sudando con gli amici condotti
fin troppo elogiate dal maestro un po' tocco di mente, con sé.
Giustamente il mio desiderio più grande consisteva nel sapere
cosa mi fruttasse un buon colpo da sei, quanto mi sottraesse
un rovinoso uno, non fallire lo stretto collo di un'anfora,
e che nessuno mi superasse nel far girare la trottola con la frusta.
Ma ormai non dovresti essere inesperto nel redarguire il malcostume,
e di ciò che insegna il sapiente Portico dipinto dei bracati
Medi, per cui la gioventù veglia insonne e rasa
le chiome, nutrita di baccelli e di grosse fette di polenta;
e a te la lettera del filosofo di Samo dai divergenti rami,
già mostrò la via che si leva sul destro lato.
Ma continui a russare, e la testa ti ciondola come slogata,
sbadiglia il vino di ieri con le mascelle sgangherate da ogni parte!
V'è qualcosa cui miri, quasi bersaglio al tuo arco
O insegui qua e là i corvi con cocci e zolle
di terra, affidando al caso i tuoi passi e vivendo alla giornata
Riconoscerai che si ricorre invano all'ellèboro quando la pelle
già ammalata si gonfia: prevenite il morbo mentre
arriva. A che serve promettere a Cratero mari e monti
Imparate, o dissennati, a conoscere le ragioni delle cose;
ciò che siamo, per quale vita nasciamo, il luogo
assegnato, come e da dove aggirare lievemente la méta,
la misura delle ricchezze, ciò cui è lecito aspirare, l'utilità
della ruvida moneta serbata, quanto convenga donare
alla patria e ai cari congiunti, chi volle dio che tu fossi,
e quale il ruolo a te assegnato nella condizione umana.
Apprendi, e non invidiare l'odore delle molte giare
nella ricca dispensa d'un avvocato che ha difeso i grassi Umbri
e le spezie e i prosciutti, ricordo di qualche cliente della Marsica,
e i pesci in salamoia non ancora affondati dalla sommità del barile.
Ma ora qualcuno della razza dei centurioni di lezzo caprigno,
potrà dire: "Per me, quello che so mi basta,
non mi curo di essere un Arcesilao o uno di quei disgraziati
Soloni con la testa bassa e gli occhi fissi a terra,
che sembrano masticare i loro brontolii e rabbiosi silenzi;
con il labbro sporgente pare che ci pesino le parole,
rimuginando le allucinazioni di quel vecchio infermo, "nulla
nasce dal nulla, nulla può tornare nel nulla".
Per questo sei pallido per ciò qualcuno non mangia"
A questo la gente ride e i giovani muscolosi
arricciando il naso ripetono tremule risate.
"Guarda bene, il cuore mi palpita per non so che, e il respiro
mi esala pesante dalla gola ammalata, guarda, per cortesia".
Chi parla così al medico, che gli prescrive il riposo a letto,
se la terza notte constata che il polso gli batte normale,
chiederà a una casa più ricca, con una bottiglia mezzana, del vino leggero di Sorrento da bere prima del bagno.> "Ehi, amico, sei pallido!" "Non è niente". "Ma guarda qui,
sia quel che sia, la pelle, senza che l'avverta, ti si gonfia
giallastra". "Sei più pallido tu, non farmi il tutore;
quello l'ho sepolto: resti tu". "Via, tacerò".
E lui, gonfio di cibo, con il ventre sbiancato, si bagna,
mentre la gola espira faticosamente fiati sulfurei.
Ma tra i calici lo coglie un tremore che gli scuote via dalle mani
un bicchiere di vino caldo, i denti gli battono scoperti,
grassi bocconi gli cadono dalle labbra molli.
Di lì a poco le trombe, le candele, e infine quel signorino
felice sul catafalco, spalmato di grasso balsamo di amomo,
protende tese le rigide gambe verso la porta.
Ma Phanno recato a spalla i Quiriti, fatti ieri,
con il pileo in testa. "Toccami il polso, baggiano, poggiami
la destra sul petto: non brucio; toccami la punta dei piedi
e delle mani, non è mica gelata". Ma se per caso vedi del denaro,
o la splendida figlia del tuo vicino ti sorride languidamente, il cuore
ti sobbalza come dovrebbe Se ti portano irta verdura
in un gelido piatto, e pane di farina passata a uno staccio
grossolano, proviamo se mangi! Ti viene subito un'ulcera
purulenta nella tenera bocca, invisibile, ma guai se la irrita
una bietola plebea. Agghiacci quando la sbiancante paura
ti drizza i peli del corpo; o il sangue ti bolle, come
per sottoposta fiamma, ti scintillano gli occhi e dici e fai cose
che lo stesso folle Oreste giurerebbe degne di un folle.
SATIRA QUARTA
"Ti occupi di politica" - immagina che queste parole le dica
il barbuto maestro che mori per una pozione di funesta cicuta -,
"E fidando su che Dimmelo, o pupillo del grande Pericle.
Certo l'ingegno e l'esperienza ti giunsero veloci, prima
che ti spuntasse la barba, incallito già nelle cose da dire
o da tacere. E allora quando il popolino è in tumulto e ferve
dalla bile, ti basta l'animo per imporre silenzio alla turba
infiammata con un maestoso gesto della mano. Che dici, poi
"Quiriti, ciò, per esempio, non è giusto; questo e male,
preferibile quello". Infatti sai pesare la giustizia
sui piatti dell'incerta bilancia; distingui la linea retta
anche se passa tra curve, o il regolo inganna per un piede
storto, e sai marchiare il vizio col nero theta.
Ma perché dunque tu che di bello hai solo, inutilmente,
l'epidermide, non cessi di scodinzolare precoce per il volgo che ti blandisce,
tu, più adatto a sorbire l'ellèboro puro di Anticira
Qual è per te il sommo bene Vivere sempre
fra unte casseruole e curarti la pelle con assidui bagni
di sole Attento, una qualsiasi vecchia risponderebbe ugualmente.
Va', e sbuffa pure: "Sono il bellissimo figlio
di Dinomaca"; - e sia, purché riconosca non meno assennata
la cenciosa Bauci quando offre gridando il basilico
a uno schiavo discinto." Nessuno cerca di scendere in sé,
ma ognuno guarda nella bisaccia sulle spalle di chi lo precede!
Poniamo che tu abbia chiesto: "Conosci i poderi di Vettidio";
"Di chi" "Quel riccone che a Curi ara tanta terra
quanta non ne sorvolerebbe un nibbio"; "Parli di quello sciagurato
in ira agli dèi, che quando attacca il giogo agli archi
dei crocicchi, non volendo sturare una bottiglia di vino vecchio,
piagnucola: "Alla salute", mordendo una cipolla non sbucciata cosparsa
di sale, e mentre i servi festeggiano una pentola di farro,
succhia la feccia stracciosa d'un aceto svanito"
Ma se unto riposi e ti lasci trafiggere la pelle dal sole, uno sconosciuto dà di gomito al vicino e sputa acre:
"Bella moda sarchiare il pene e l'intimità
dei lombi e mettere bene in mostra fradice vulve!
Mentre ti pettini il tappetino delle gote profumate al balano,
perché il gorgoglione ti sporge dagli inguini depilato
Anche se cinque palestriti si mettano a svellere i tuoi fittoni,
e con una pinza ricurva stanchino le tue natiche infrollite,
tuttavia non v'è aratro che domi codeste erbacce".
Bersagliamo, e a vicenda offriamo le gambe alle frecce degli altri.
Viviamo così, lo sappiamo. Sotto i tuoi fianchi
s'apre un'oscura ferita, ma la copre una larga cintura
d'oro. Da' ad intendere a parole ciò che preferisci,
e inganna i tuoi nervi, se puoi. "Se il vicinato mi definisce
egregio, non dovrei credergli" Ma se impallidisci, briccone,
alla vista del denaro, e fai tutto ciò che garba al tuo pene,
e flagelli lasciandovi i segni l'amaro pozzo, avrai
offerto invano alla folla le orecchie credulone. Rifiuta
ciò che non sei, la gente riprenda i suoi doni. Rientra
in te: saprai qual breve scorta di virtù possiedi.
SATIRA QUINTA
È costume dei poeti chiedere cento voci, cento
bocche, e desiderare cento lingue per i loro versi,
si tratti di un dramma che reciti a bocca aperta
il tragedo atteggiato a cordoglio, o delle ferite di un Parto
che si svelle il ferro dall'inguine. "A che miri con ciò Che bocconi
di robusta poesia ingurgiti, perché ti servano cento
gole I magniloquenti raccolgano nebbie sull'Elicona, se c'è
ancora qualcuno per cui dovrà bollire
la pentola di Progne o quella di Tieste, vivanda frequente di quell'insulso
Glicone. Ma tu non comprimi l'aria con l'ansante mantice
mentre il metallo fonde sul fuoco, né brontoli cupo
gracchiando fra te e te non so che cosa di solenne,
né tendi le gote rigonfie sino a farle scoppiare.
Usi le parole comuni, esperto nei costrutti energici,
nell'eleganza misurata, nello strigliare i vizi spettrali
e trafiggere la colpa con libero gioco. Trai
da qui il tuo dire, lascia a Micene le sue mense
di teste e piedi, attieniti ai pasti plebei".
Davvero non voglio che le mie pagine si gonfino di funebri
ciance buone soltanto ad emettere fumo.
Parliamo in disparte fra noi: ti offro ora, per esortazione
della Camena, il mio cuore da scrutare. Mi piace mostrarti,
Cornuto, dolce amico, quanta parte della mia anima
ti appartenga. Percuoti tu, accorto nel distinguere
ciò che suona pieno dall'intonaco d'una lingua dipinta.
Per questo si ardirei chiedere cento lingue,
per esprimere con voce chiara con quale profondità ti ho accolto
nei meandri del petto, e perché le parole rivelino quanto
d'ineffabile si celi nelle intime fibre del mio cuore.
Appena la porpora, custode dell'adolescenza, mi abbandonò timoroso
e il ciondolo infantile fu appeso in dono ai succinti Lari,
quando i piacevoli compagni e il fascio di pieghe della toga
ormai bianca mi permisero di guardare impunemente
tutta la Suburra, e il cammino è incerto e l'errore inconsapevole
della vita conduce le trepide menti nella biforcazione dei crocicchi,
io m'affidai a te. Tu accogli la mia giovane
età, o Cornuto, nel tuo seno socratico. Allora il regolo,
con benefico inganno, al solo avvicinarsi corregge le storte
abitudini, la ragione incalza il talento che vuole essere
vinto, e sotto il tuo pollice assume un industre sembiante.
Ricordo, trascorrevo lunghe giornate con te,
e per cenare insieme sottraevo le prime ore alla notte;
comune il lavoro, e ugualmente insieme disponiamo il riposo,
riposiamo dai faticosi impegni con una casta mensa.
Invero non dubitare di ciò, per norma sicura concordano
i nostri giorni, guidati da un'unica stella: o la Parca,
tenace nel vero, tiene le nostre vite sospese
sull'equilibrata Bilancia, o l'ora scoccata degli amici
fedeli divide i concordi destini di noi due fra i Gemelli
e col favore di Giove vinciamo insieme il malefico Saturno:
non so quale,, ma certo un astro mi conforma a te.
Mille le specie degli uomini, e diversi gli usi della vita;
ognuno vuole il suo, né si vive d'un solo desiderio.
Questi, sotto il sole d'oriente, scambia con merci
italiche il rugoso pepe e i granelli di cumino che inducono
il pallore; questi, sazio, preferisce ingrassare in un sonno
vinoso; un'altro si compiace del Campo; un'altro lo rovinano
i dadi; quello è sfatto dalle donne; ma quando la pietrosa
gotta li avrà colpiti alle giunture, rami secchi
d'un vecchio faggio, ormai tardi piangeranno la vita
trascorsa in grevi giorni e in luce palustre.
Tu invece ti compiaci di impallidire sulle notturne carte;
coltivi i giovani, purifichi le loro orecchie per seminarvi
la messe di Cleante; apprendete di qui, ragazzi e vecchi,
il preciso fine dell'animo, il viatico alla infelice canizie!
"Domani sarà lo stesso". "Domani quasi mi facessi
un grande regalo". Ma quando è venuto il giorno seguente,
il domani di ieri è già consumato: altri domani
rapiranno questi giorni, e sempre resterà una piccola
riserva di domani. Per quanto vicina a te e sotto
lo stesso timone, invano inseguirai la ruota che gira,
se corri come ruota posteriore e sull'altro asse.
V'è bisogno di libertà, ma non di quella per cui
qualunque Publio della tribù Velina se la sia meritata,
ottiene con la tesserina un po' di farro scabbioso. Ahi,
sterili di verità coloro che una giravolta trasforma in Quiriti!
Ecco Dama, stalliere da due soldi, cisposo per il cattivo
vino, bugiardo anche per un pugno di foraggio: il padrone
lo gira, e dalla giravolta di un attimo esce un Marco Dama:
cribbio! Se garantisce Marco rifiuteresti un prestito Impallidisci
per un verdetto di Marco ha parlato Marco: è così; firma
e sigilla gli atti, o Marco. Questa è vera libertà,
ce la dona il pìleo. "O chi altro è libero se non chi può vivere
a suo piacimento Se posso vivere come voglio, non sono
più libero di Bruto" "Concludi male", disse allora
uno stoico, lavatosi l'orecchio con abrasivo aceto:
"il resto lo accetto, ma togli quel posso e quel voglio".
"Dopo che grazie alla bacchetta mi allontanai dal pretore, mio
padrone, perché non dovrebbe essermi lecito ogni
desiderio, eccetto quelli vietati dal codice di Masurio"
Ascolta, ma prima ti cadano dal naso l'ira e le grinzose
smorfie mentre ti estirpo dall'animo i pregiudizi delle nonne.
Non è il pretore che può dare agli stolti il delicato senso
del dovere e permettere loro la pratica d'una vita travolgente:
più presto adatteresti la sambuca a quel pezzo di facchino.
Ti contrasta la ragione, sussurrandoti in segreto che non è lecito
accingerti a ciò che, nel farlo, puoi solo guastare.
La legge di natura, comune a tutti gli uomini, ingiunge
l'ignoranza che non può nulla, osservi almeno i divieti.
Se diluisci l'ellèboro, non sai fermare al punto giusto
l'ago della bilancia: te lo vieta l'arte medica.
Se un contadino con gli zoccoli pretende di comandare una nave e non sa
nemmeno qual è Lucifero, Melicerta griderebbe che il pudore
e scomparso dal mondo. L'arte della vita ti ha insegnato a camminare
con passo diritto, e sai distinguere l'apparente dal vero,
affinché non batta falsa una moneta d'oro che ha sotto
il rame E le cose da perseguire e a vicenda quelle da evitare
le hai segnate, le prime con il bianco di creta, le altre con il carbone
Sei moderato nei desideri, in una casa modesta, dolce
con gli amici Secondo il bisogno stringi o apri i sacchi
del tuo grano Riusciresti a non chinarti per raccattare una moneta piantata
nel fango senza ingoiare d'un sorso l'acquolina mercuriale
"Possiedo le qualità che dici". Se avrai parlato sinceramente,
sarai libero e sapiente, con il favore dei pretori e di Giove.
Se invece tu che eri poc'anzi della nostra farina,
sei sempre della stessa pelle, e sotto un limpido volto
conservi nel cuore corrotto la natura dell'astuta volpe,
riprendo ciò che ti avevo concesso prima e ritraggo
la fune. La ragione ti è stata avara: se stendi un dito,
sbagli. Eppure che c'è di più esiguo Con nessuna quantità
d'incenso otterrai che agli stolti aderisca mezz'oncia, un'inezia,
di bene. Non si possono mescolare saggezza e stoltezza. Se per il resto
sei un terrazziere, non potrai danzare, anche per tre sole
battute, il satiro di Batillo. "Ma io sono libero!" Da che
lo deduci, soggetto a tante schiavitù Conosci soltanto
il padrone che ti libera con la bacchetta Se ti gridano: "Ragazzo,
portami le striglie al bagno di Crispino. Muoviti, bighellone!",
l'aspro comando non ti scuote, e nulla di esterno penetra
ad agitarti i nervi. Ma se i padroni ti nascono nel fegato malato,
come scamperai con minore pena di colui che la frusta
e il timore del padrone spingono a portargli le striglie È mattina
e pigro continui a russare. "Àlzati", dice l'Avarizia,
"su, àlzati". Rifiuti. Insiste: "Àlzati". "Non posso".
"Àlzati". "A che fare" "E lo chiedi reca saperde dal Ponto,
castorio, stoppa, ebano, incenso, e vino di Cos
che scivola in gola, scarica per primo il pepe nuovo
dal cammello assetato. Traffica, spergiura". "Ma Giove sentirà".
"Via, gonzo, passerai allegro il tempo a bucare
con un dito una lustra saliera se cerchi di vivere d'accordo
con Giove!". Vestito alla svelta carichi il sacco e il barile sui servi.
Nulla impedisce che su un vasto battello divori
l'Egeo; ma pronta la Baldoria ti chiama in disparte
e ammonisce: "Dove ti precipiti, folle, dove Che cosa
ti salta in mente Nel petto infiammato ti si gonfia con tanta
maschia energia la bile che un'urna di cicuta non la placherebbe
Tu attraversare il mare tu mangiare su un banco,
appoggiato ad attorte gomene e a un orcio che odora
di rosatello di Veio guastato dalla cattiva pece
Che cerchi che il denaro accresciuto qui modestamente con l'interesse
del cinque per cento, ti frutti con avido sudore l'undici
Gòditela; prendiamo a volo le dolcezze, la vita allegra
ci appartiene; cenere e ombra e favola diverrai.
Vivi memore della morte; l'ora fugge, l'istante
in cui ti parlo è già passato". Ora che fai
Due ami opposti ti lacerano. Quale seguirai Occorre
che a vicenda li subisca con alterno ossequio, e a vicenda
li sfugga. Né tu potrai dire, una volta resistito
all'incalzante comando, che hai rifiutato di obbedire: "Ormai ho spezzato
i legami"; infatti anche una cagna dibattendosi strappa
la catena, ma fuggendo, con il collo ne trascina un lungo frammento.
"Davo, presto, voglio che mi creda, intendo finirla
coi tormenti passati" - ma Cherestrato dice questo mordendosi
le unghie a sangue -. "O dovrei disonorare parenti così
a modo con la mia sinistra fama dovrei frantumare
le sostanze paterne dinanzi a una turpe casa, mentre
canto ubriaco, con la fiaccola spenta bagnando ben bene
la porta di Crìside "Bravo, ragazzo, rinsavisci. Sacrifica
un'agnella agli dèi redentori". "Ma piangerà, Davo, se la lascio"
"Scherzi, si scaglierà su di te, ragazzo, a colpi delle sue rosse
pianelle, non trepidare e non cercare di rodere la fitta rete,
ora feroce e violento; ma se ti chiamasse, "Subito", diresti".
"Che fare dunque, non andarci neanche ora
se mi chiami e sia lei a supplicarmi". "Se uscisti di lì interamente,
neanche ora". È qui, è qui l'oggetto della ricerca,
non nella verga agitata da uno stolto littore.
forse padrone di sé l'adulatore che l'inamidata Ambizione
porta in giro con la bocca spalancata "Vigila e getta
ceci abbondanti al popolo che tumultua affinché anche
da vecchi, seduti al sole, ricordino le nostre Florali".
Cosa di più bello Ma al ricorrere dei giorni di Erode, quando
le lucerne cinte di viole sulle unte finestre emanano
una grassa fumea e sguazza la coda del tonno
in cerchio nel rosso catino e la bianca brocca e ricolma
di vino, muovi silenzioso le labbra e impallidisci al sabato
dei circoncisi. Allora i neri fantasmi e i pericoli che derivano
dall'infrangersi dell'uovo, e i giganteschi galli, e la guercia sacerdotessa
con il sistro, introducono in te gli dèi che gonfiano il corpo
se al mattino non gusti i tre capi d'aglio prescritti.
Ma prova a dire ciò fra i centurioni che soffrono di varici.
Subito l'enorme Puliennio scoppia in una grossolana risata
e per meno di cento assi ti offre all'asta cento Greci.
SATIRA SESTA
Già i primi freddi ti hanno condotto al focolare sabino,
o Basso già le severe corde della lira vibrano
sotto il tuo plettro Mirabile artefice, adatti
il virile suono delle antiche voci ai ritmi della cetra
latina, poi, straordinario vecchio, susciti giovanili
scherzi e giochi sulle corde con pollice onesto. Per me
s'intiepidisce la spiaggia ligure e l'inverno del mio mare
dove gli scogli formano un ampio fianco e il lido s'inarca
in un profondo seno. "Visitate il porto di Luni, o cittadini,
ne vale la pena!" A ciò esorta l'anima di Ennio,
dopo avere sognato russando di trasformarsi da pavone
pitagorico in Quinto Meònide. Qui non mi curo della gente,
né di cosa minacci al bestiame l'infausto scirocco,
né dell'angolo di terra del vicino perché più fecondo; e anche
se tutti quelli di nascita peggiore arricchissero, rifiuterei
d'intristirmi per questo, curvo di vecchiaia, di cenare di magro,
di toccare con il naso il sigillo d'una bottiglia di vino scipìto.
Divergano altri da ciò; l'oroscopo produce gemelli
di indole opposta. Uno soltanto nel giorno del compleanno
furbastro acquista della salsa e ci condisce l'asciutta insalata,
spruzzando da sé nel piatto il pepe al pari di cosa
sacra; l'altro, un ragazzo generoso, ha denti capaci
di finirsi un patrimonio. Io godrò del mio, ma senza
strafare: non imbandirò dei rombi ai liberti, non sarò pronto
a distinguere il delicato sapore delle torde. Vivi della tua messe,
e macina il granaio, lo puoi; che temi Èrpica, e il nuovo
raccolto è già in erba. Ma il dovere ti chiama: un amico
rovinato da un naufragio si afferra ai càlabri scogli. Tutto
il suo e i voti inascoltati li ha inghiottiti lo Ionio. Egli
giace sul lido con i grandi dei strappati dalla poppa,
il fianco delle nave lacerata in balìa degli smerghi. Spezza
una parte viva del tuo, dònala al misero, affinché
non vaghi dipinto sulla tavoletta azzurra. Ma il tuo erede trascurerà
il banchetto funebre, adirato perché decurtasti il patrimonio;
darà all'urna le tue ossa senza profumi, deciso
a ignorare se il cinnamo non olezzi e se il ceraso guasti la cannella.
"Allora indenne intacchi il capitale" E Bestio incalza
i maestri greci: "Così è: di quando è venuto
a Roma, con le spezie e i datteri, codesto nostro gusto
effeminato, persino i falciatori guastano la polenta con denso
grasso". Temerai tutto ciò dopo morto Ma tu, mio erede,
chiunque sarai, ascoltami un po' in disparte dalla gente:
caro, non sai è giunto l'alloro di Cesare per una straordinaria
vittoria sulla gioventù germanica e già si spazza la fredda
cenere dalle are, e Cesonia dà in appalto armi
da appendere sulle porte, clamidi regali, parrucche bionde
per i prigionieri, carri da guerra, enormi statue del Reno.
Allora per gli dèi e per il genio del condottiero a celebrarne le egregie
imprese compiute, offro cento paia di gladiatori.
Chi me lo vieta Pròvati! Guai se non lo consenti!
Elargisco olio, pane e carne al popolino: me lo proibisci
Dimmelo con chiarezza. "Il tuo campo vicino non è così
dissodato da permetterti ...". Via, se non mi resta nessuna zia,
cugina, pronipote di zio paterno, se la zia da parte
di madre fu sterile, e da parte della nonna non resta nessuno,
me ne vado a Boville o al poggio di Virbio, e subito trovo
per erede Manio. "Un figlio di ignoti" Chiedimi chi era
il mio quadrisnonno: non subito, ma lo dirò; aggiungine uno,
ancora uno: è già un figlio di ignoti, e questo
Manio per parentela mi diventa all'incirca fratello della bisnonna.
Tu che mi precedi perché mi chiedi la fiaccola mentre
corro Per te sono il dio Mercurio, vengo giù io, proprio
come lo dipingono. Rilutti Desideri goderti i resti
Manca qualcosa alla somma: l'ho intaccata per me; ma per te
è intera, di qualsiasi entità. Evita di chiedere la sorte
dell'eredità lasciatami un tempo da Tadio, e non dire: "Poni
i beni paterni, aggiungi gli interessi, detrai le spese,
che resta". Che resta Via, ragazzo, metti più olio
sui cavoli! Nei giorni di festa dovrei cucinarmi dell'ortica
e una mezza testa di porco affumicata appesa per un'orecchia,
affinché quel nipote sazio di fegati d'oca,
quando la sua uretra capricciosa si stancherà di inguini vagabondi,
minga in una vulva patrizia e di me non resterebbe che lo scheletro
e a lui tremolerebbe d'adipe il ventre macellaio
Vendi l'anima al lucro, commercia, fruga instancabile
ogni parte del mondo, non vi sia nessuno più abile
nel battere la mano sui grassi Cappàdoci esposti sul tavolato;
raddoppia il patrimonio. "L'ho gia fatto, tre, quattro e dieci
volte mi torna fra le pieghe: segna dove fermarmi".
Si è trovato, o Crisippo, chi è capace di stabilire la misura del tuo mucchio.


Claudio Achillini: bolognese è Claudio Achillini (1574\1640). Insegnò diritto civile a Ferrara e Bologna. Soggiornò anche a Roma, dove entrò nell'Accademia dei Lincei, e presso la corte di Parma. Fu amico e seguace di Marino, di cui prese le difese nella polemica contro Stigliani. La sua raccolta di Rime e prese (1632) fu più volte ristampata dai contemporanei: è uno degli esempi più vistosi del barocchismo, farcito di metafore bizzarre e sorprendenti. Suo il verso "sudate, o fochi, a preparar metalli" che fu oggetto di sarcasmi e ironie da parte della critica a partire dal XIX secolo: in particolare il verso del sonetto di Achillini fu usato da Alessandro Manzoni come citazione ironica nel cap.28 dei "Promessi sposi". Al cap.37 dello stesso romanzo sono riprese sempre con lo stesso intento sarcastico, le argomentazioni di Achillini sulla peste, contenute nella lettera "Sopra le presenti calamità" (1630).


nunziatura apostolica = loc.s.f. eccl., rappresentanza della Santa Sede in uno Stato estero, che svolge la duplice funzione di organo diplomatico e di controllo del clero locale.


Pietro Bonarelli della Rovere (la cui morte è collocata al 1669) è citato da Aprosio nella sua Biblioteca Aprosiana a pagina 554 in merito all'acquisizione di due sue opere: sul personaggio i dati sono quasi inesistenti ma consultando l'Italia Accademica del Malatesta Garuffi si apprende che costui fu figlio ed erede culturale culturale del più celebre Prospero Bonarelli della Rovere che nacque a Novellara presso Reggio Emilia nel 1582 e si spense ad Ancona nel 1659 essendo figlio del conte Pietro e fratello dell'erudito Guidobaldo: costui dopo aver prestato servizio alle corti di Ferrara e Modena si trasferì presso quelle di Firenza e di Vienna ove fu un protetto dell'arciduca Lepoldo. Tra le sue amicizie è da ascrivere quella per il poeta marinista Antonio Bruni: di indole irruenta, fuse la professione d'uomo d'armi con la cura delle lettere, segnalandosi in particolare come autore teatrale e in particolare drammatico.
Una volta che prese residenza stabile ad Ancona vi fondò l'Accademia dei Caliginosi di cui resse la carica di presidente o "Principe" sino alla morte nel 1659 = vedi: Applausi funebri de' signori Accademici Caliginosi in morte del signor conte Prospero Bonarelli della Rouere fondatore, e prencipe della loro Accademia in Ancona. ..., In Roma : nella Stamperia d'Ignatio de' Lazari, 1659.
Considerevolissima fu la sua produzione letteraria, come visto spiccatamente teatrale: cosa che si riscontra facilmente compulsando il sito del SERVIZIO BIBLIOTECARIO NAZIONALE.
Presso la CBA di Ventimiglia si custodiscono le seguenti sue opere:
1 - Gl'abbagli felici comedia del Sig. Conte Prospero Bonarelli della Rovere In Macerata : appresso Agostino Grifei, 1642. - 157 p. ; 12°
2 - La Fidalma regia pastorale del Sig. Co. Prospero Bonarelli della Rovere ..., In Bologna : per Nicolo' Tebaldini, 1642. - [14], 94, [1] p. ; 12°
3 - L'Imeneo, opera teotragicomica pastorale del Co. Prospero Bonarelli ..., In Bologna : per Nicolo' Tebaldini : ad instanza de gli eredi di Vangelista Dozza, 1641. - [8], 119 p. ; 12°
4 - Tomo terzo ed ultimo in cui si contengono Il Solimano del Bonarelli. L'Alcippo del Ceba'. L'Aristodemo del Dottori. La Cleopatra del Cardinal Delfino non piu' stampata, In Verona : presso Jacopo Vallarsi, 1725. - XVI, 376, [2] p. ; 8o.
volume che a parte di: Teatro italiano o sia scelta di tragedie per uso della scena Tomo primo [-terzo], Tomo 3.


BURCHELATI, BARTOLOMEO [anche "Burchellati - Burchielati - Burchiellati" = nome su edizioni: Bartholomaeus Burchellatus; Barptholemaeus Burchelatus] medico, filosofo, letterato, storico nato a Treviso nel 1548 e morto nel 1632. Fondò, tra l'altro, l'Accademia Burchelata, poi de' Cospiranti. Ebbe molteplici interessi e provvide a stendere una sua bibliografia entro una propria opera a stampa i Commentariorum Memorabilium del 1616: del resto già poco prima della fine del secolo XVI aveva editato a sue spese un'operetta in cui elencava i titoli della sua produzione.
Dopo secoli d'oblio un rinnovato fascino avvolge la figura di Bartolomeo Burchelati cioè la sua quasi certa consonanza intellettuale verso un autore dannato come MARCELLO PALINGENIO STELLATO (condannato come eretico post mortem: la tomba ne fu violata ed i resti dati alle fiamme del rogo = B. Croce, Poeti e scrittori del pieno e tardo Rinascimento, III, Bari, Laterza, 1952, p. 85) e la parimenti "dannata" opera di quest'ultimo, posta all'Indice dei Libri Proibiti, vale a dire l'affascinante e misterioso ZODIACUS VITAE....
Fascino per MARCELLO PALINGENIO STELLATO dovette provare pure Angelico Aprosio che, nonostante la severa ed autorevolissima condanna dello Stellato sancita da Martin del Rio, sicuramente lesse, magari con un certo tremore, lo ZODIACUS VITAE come chiaramente si evince dalla lettura della pagina 95 - righe 8 - 10 della parte edita dello Scudo di Rinaldo: un fascino che verisimilmente lo indusse a cercare, invano, dei contatti con Bartolomeo Burchelati il cui nome, all'epoca, notoriamente correva prossimo a quello dello Stellato alla stregua di suo studioso o continuatore.
E proprio ai tempi del soggiorno aprosiano a Treviso il frate intemelio avrebbe voluto conoscere l'ormai vecchio Bartolomeo Burchelati: ma dovette accontentarsi della amicizia o della conoscenza del di lui figlio, il canonico Cesare (Cesario) Burchelati.
Roberto Cheloni, Per la tradizione dello "Zodiacus Vitae", in "Studi Secenteschi", XXI, 1980 dedica alcune pagine a questo erudito evidenziandone alcuni aspetti precedentemente abbastanza trascurati (ad esempio l'amicizia con Paolo Aproino brillante allievo di Galileo pur restando il Burchelati nel contesto di un rigido aristotelismo e della conseguente postazione tolemaica) ma quello che maggiormente qui interessa lo studioso moderno recupera l'opera di A.A. Michieli, Vaniloqui e scorribande erudite d'un secentista trivigiano (Bartolomeo Burchelati) in "Atti dell'Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti", Classe di Scienze morali e lettere, CXII, 1953-1954, pp. 307-352.
In effetti, come sottolineato da Roberto Cheloni, nel lavoro del Michieli, tra osservazioni anche non condivisibili, spicca (come già evidenzia il titolo) l'accenno all'etereogeneità dell'opera del Burchelati
, peraltro comprovato dalla semplice visualizzazione dei titoli reperiti qui sotto trascritti.
Il Michieli però nella sua citata indagine, in merito alle opere rimaste inedite del Burchelati, scrive a p. 341 :"Un Ms. che, come altri suoi, rimase incompleto è un curioso tentativo di Poema Italiano in dodici canti di endecasillabi sciolti, in 64 carte n.n. (128 ff.) a grande formato, a caratteri minutissimi, col misterioso, strano titolo di PANTOLOGIA, OVVERO ZOOLOGIA POETICA FILOSOFICA ET CHRISTIANA.
Di seguito (pp. 341-342) il Michieli ancora annota: "Nemmeno da quel cenno [del Burchelati] si desume chi possa esser quell'Autor dannato di cui il poeta dice d'aver tratto la materia del suo canto. Dal contesto dei libri che ce ne restano si penserbbe però a Lucrezio o a Bruno, naturalmente espurgati ad unguem da Mgr. l'Inquisitore, ma confesso [...] che non son riuscito a precisarlo".
Non si può non convenire col Cheloni (cit. p. 183) come l'ulteriore descrizione data dal Michieli (cit. p. 342) di quella misteriosa volgarizzazione rimandi puttosto ad un rifacimento dello Zodiacus Vitae di Marcello Palingenio Stellato: in particolare spicca la frase del Michieli in cui si legge esser tal opera caratterizzata da un'indagine su "l'origine dei mondi e delle creature viventi, piante, animali, caratteri e scopi della nostra esistenza; problema del dolore e della felicità".
E d'altronde la PANTOLOGIA, sempre stando al Michieli aveva altre peculiarità non indifferenti in comune con lo Zodiacus Vitae: era divisa in 12 canti come lo Zodiacus Vitae e contava 14.000 versi contro i 12.000 di quest'ultimo.
Roberto Cheloni nella sua acuta disanima va oltre questi dati e passa ad analizzare un'altra opera del Burchelati vale a dire la Philoponia (di cui segnala una copia a stampa anche alla Biblioteca Marciana di Venezia segnata Misc. 2054.10) ed evidenzia alcune incongruenze, come l'assenza in questa opera a stampa di una nota del manoscritto della Philoponia in cui compare un cenno della Pantologia verismilmente cassato data la natura pericolosa della fonte latina cioè lo Zodiacus Vitae.
Ecco comunque l'elenco delle opere del Burchelati fin ad ora individate secondo il censimento informatico del Servizio Bibliotecario Nazionale:
Bartolomeo <1548-1632>, Stimamondo ouero Ragionamento dell'humana conditione, In Treuisi: Mazzolini, Angelo, 1590
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, Tyrocinia poetica, Patavii: Pasquato, Lorenzo, 1577-1578
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, L' huomo spiritato, ouero Ragionamento de gli spiriti, fatto a nome dell'Impauido academico de' Cospiranti, In Treuigi: Mazzolini, Angelo, 1590
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, Breuiloquia poetica. Bartholomaei Burchelati phisici Teruisini. Dialogus item Araneae, & Podagrae, Teruisii: Amici, Domenico, 1593
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, Il ternario, ouero l'Ethimologia di Treuigi. Dialogo, In Treuigi: Amici, Domenico, 1592
Burchelati, Bartolomeo<1548-1632>, Il senso amoroso. Dialogo, In Treuigi: Deuchino, Evangelista <1593-1631>, [1597]
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, Ragionamento di rapina, del discreto academico cospirante. Opera dell'eccell. signor Bartolomeo Burchelati fisico, In Triuigi: Amici, Domenico, 1591
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, Trattato de gli spiriti di natura secondo Aristotele, & Galeno. Fatto nell'Academia dal Risoluto academico Cospirante, In Treuigi: Mazzolini, Angelo, eredi, 1591
Burchelati, Bartolomeo<1548-1632>, Catalogo di tutte le opere, che sin'hora ha composto il dottor Burchelati, In Treuigi: Deuchino, Evangelista <1593-1631>, 1597
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, Oratione, et altri componimenti, di Bartolomeo Burchelati fisico. In honore dell'illustrissimo signor Lorenzo Soranzo, di Treuigi rettor di partenza. .., In Treuigi: Righettini, Angelo, 1615
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, Commentariorum memorabilium multiplicis hystoriae Taruisinae locuples promptuarium libris quatuor distributum ... Auctore Bartholomaeo Burchelato physico .., Treviso, Righettini, Angelo, 1616
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, Stimamondo, ouero Ragionamento dell'humana conditione fatto nell'Academia dall'eccell. sig. Bartholomeo Buerchelato fisico il pietoso fra gli Academici Cospiranti di Treuisi, In Treuisi: Mazzolini, Angelo, 1590
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, Il ternario, ouero L'ethimologia di Treuigi dialogo di Bartolomeo Burchelati fisico il Pietoso fra gli Academici Cospiranti, In Treuigi: Amici, Domenico, 1592
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, Il funerale del signor Giouambattista Burchelati Amiconi. Celebrato, & pianto dall'eccell. sig. Bartholomeo Burchelati fisico, lo addolorato padre, con varie compositioni volgari, & latine, di lui, & d\'altri pellegrini ingegni. ..., Stampato in Treuigi: Deuchino, Evangelista <1593-1631>, 1599
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, Silis Barth. Burchelati physici Taruisini carmen. Ad illustriss. d.d. Franciscum Maurocoenum ... Aliaque adhuc eiusdem physici in vtraque lingua nostra epigrammata. Ad illustrissimorum Iugalium laudes latius aeque, ac operosius decantandas, Taruisii: Zanetti, Fabrizio, 1600
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>,
Le opinioni, ragionamento hauuto dal Curioso academico Cospirante, In Triuigi: Reghettini, Aurelio, 1600
Burchelati, Bartolomeo<1548-1632> , Il funerale del signor Gouambattista Burchelati Amiconi, In Treuigi: Deuchino, Evangelista <1593-1631>, 1599
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, Silis carmen. Aliaque adhuc in vtraque lingua nostra epigrammata, Taruisii: Zanetti, Fabrizio, 1600
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, Il Quero, ouero del paragon delle cose dialogo del Severo accademico de' Conspiranti di Trevigi, In Treuigi: Mazzolini, Angelo, 1589
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, Ritratto del bello, horreuole, & vistoso colle di S. Zenone, vicino ad Asolo di Triuigiana. ... Ottaua rima del s. dottor Burchelati di Treuigi honorar non satio mai. Aggiuntiui tre scenarij di sonetti, all'opra, & al gusto dell'auttore non disdiceuoli, In Treuigi: Righettini, Angelo, 1621
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, De mundo reddito; ab omni inquam impedimento, ac sordibus expurgato cagnano medio diebus 27. profestis in autumno. Bartholomaei Burchelati phys. carmen epicum. Ad perillustres prouisores magn. communitatis Taruisinae, Taruisii: Righettini, Angelo, 1628
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, Oratione di Bartholomeo Burchelati fisico, nella partenza dell'illustriss. signor Giulio Contarini podesta, et capitano di Treuigi meritissimo. Venuto l'anno 1600 di ultimo Aprile, & partito l'anno 1602 di 30. Gen, In Treuigi: Zanetti, Fabrizio, 1602
Burchelati, Bartolomeo<1548-1632>, Ragionamento di parsimonia hauuto dal solecito academico cospirante. Opera dell'eccell. fisico il sign. Bartholomeo Burchelati, In Treuigi: Deuchino, Evangelista <1593-1631>, 1605
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, Condoglienza per l'acerba morte del sign. Buonauentura, figliuolo dell'eccell. signor Bartholomeo Burchelati fisico. A consolatione dell'afflitto padre, In Treuigi: De Antonio, Marco, 1607
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, Charitas siue Conuiuium dialogicum septem physicorum. Barptolemaei Burchelati ... opus. In quo quidem apparatus, ritus, ordines, cibaria, potus, vtensilia, & id genus plurima ex antiquorum promptuarijs apposita elucidantur. Additus in id quaestionibus conuiuantium studiosis perinde, atque contemplatiuis hominibus apprime profuturis. ... Teruisii : infra Auctoris aedes. Aurelium Reghettinum, 1593 (Taruisij : Dominicus de Amicis typographus, 1593), Reghettini, Aurelio Amici, Domenico
Burchelati, Bartolomeo<1548-1632>, Oratio Barth. Burchelati physici Taruisini, coram illustriss. d.d. Iustiniano Contareno ... Ad eiusdem illustriss. viri laudes explicandas, Taruisii: Deuchino, Evangelista <1593-1631>, 1598
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, Ragionamento sopra vna fronda di bianca pioppa, fatto da gli Academici Cospiranti, & registrato da Bartholomeo Burchelati fisico, il Pietoso fra quelli, et da lui consacrato alla instabilita regina vniuersale nell'incostanza sua sempre costante, In Treuigi: Deuchino, Evangelista <1593-1631>, 1597
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, Le veglie hauute in Treuigi nel publico palazzo l'anno 1610. Registrate dall'indefesso Academico Cospirante. Per relatione dell'eccellentiss. signor Bartholomeo Burchelati fisico. Aggiuntoui poer la sesta, e ultima veglia, il Senso amoroso, dialogo del Sensato fra gli Academici Cospiranti. .., In Treuigi: Righettini, Angelo, 1614
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, La morte, et la vita. Due ragionamenti academici hauuti l'vno dall'Animoso, l'altro dal Consigliato, nell'Academia de' Cospiranti. Opera dell'eccellentissimo signor Bartholomeo Burchelati fisico ... Aggiuntoui quel marmo eretto, & esposto da lui ne' mesi adietro in honore del Serenissimo nostro prencipe, l\'occasione diquello, & le attestationi di alquanti eleuati ingegni della riuscita, & del piacimento, In Treuigi: Righettini, Angelo, 1618 Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, Epitaphiorum dialogi septem. Auctore Bartholomaeo Burchelato Taruisino physico. Ad illustriorem Taruisii, ciuiumq. memoriam, Venetiis [Venezia]: Guerra, Domenico & Guerra, Giovanni Battista
Burchelati, Bartolomeo <1548-1632>, Philoponia. Siue laboris voluntarii studium, ac industria. Opusculum arbitrarium Bartholomaei Burchelati physici. Ad perillustrem d.d. Georgium Georgium Taruisinum, Taruisii : ex Typographia Regectina, 1629 - Segn.: A-B4 - Impronta - isi- n*r- suut DEDo (3) 1629 (R) - Localizzazione: Biblioteca universitaria di Padova - Padova
Il Burchelati ebbe cura di tramandarsi e di tramandare il proprio lavoro secondo la moda del suo tempo. Tuttavia diverse sue opere sono rimaste inedite e gli iediti hanno patito varie vicissitudini sì che non solo si è persa la Pantologia ma al momento risulta scomparso dalla Biblioteca di Treviso anche un canzoniere di ottanta sonetti di fattura petrarchesca come scrive il citato Cheloni pp. 182-183. Siffatto materiale avrebbe dovuto invece tuttora trovarsi in 4 scatole segnate N. 1046 Ms. appunto alla Biblioteca Comunale di Treviso. In esso si trova ancora una considerevole serie di scritti quasi sempre non finalizzati dall'autore ma anche l'indicazione di altre opere manoscritte date per perdute
Alla Biblioteca Aprosiana di Ventimiglia si trovano due opere del Burchelati:
1 - Commentariorum memorabilium multiplicis hystoriae Tarvisinae locuples promptuarium libris quatuor distributum ... auctore Bartholomaeo Burchelato .., Tarvisii : apud Angelum Righetinum, 1616 [4], 712 p. : ill. ; 4°.
2 - Ritratto del bello, horrevole, et vistoso colle di S. Zenone, vicino ad Asolo di Trivigiana. Sopra il quale gia' fu' il fortissimo castello di Alberico da Romano, fratello di Eccelino il crudele, con varij passaggi ben curiosi, e con la tragica morte di Alberico. Ottava rima del S. Dottor Burchelati, In Trevigi : appresso Angelo Righettini, 1621 [55] c. : ill.
Solo la prima risulta esser stata donata all'erudito ventimigliese da Cesare (Cesario) Burchelati figlio di Bartolomeo: se ne può dedurre che la seconda Aprosio l'abbia acquisita personalmente durante il suo soggiorno a Treviso (1637 - 1639).


protonotario: s.m. stor. [av. 1442; dal lat. mediev. protonotariu(m), comp. di proto- = "proto-" e notarius = "notaio"] 1 nell'Impero Bizantino, funzionario civile alle dipendenze dello stratego 2 [av. 1540] presso la curia pontificia, ciascuno dei sette notai apostolici con l'incarico di redigere e registrare gli atti emanati dalla curia stessa e i processi di canonizzazione dei santi 3 nel Regno delle due Sicilie, dall'età normanna a quella aragonese, capo della cancelleria reale con l'incarico di soprintendere alla redazione e all'invio dei diplomi regi


Sacra Rota: loc. s.f. dir.can., organo giudiziario della Santa Sede con competenza contenziosa e penale che giudica, in seconda istanza, le cause sulle quali si sono precedentemente pronunciati i tribunali diocesani e, in prima istanza, le cause avocate direttamente a se stessa (abbr. S.R.): anche "Sacra Rota Romana", "Tribunale della Sacra Rota", "Tribunale della Sacra Rota Romana".
Uditore di Rota loc.s.m.: dir.can., giudice che appartiene alla Sacra Romana Rota.


Solari, Grisanto, Oratione nell'esequie dell'eccellentissimo sig. Marchese Giulio Rangoni. Celebrate solennemente dalla Comunita di Spilamberto nella Chiesa di S. Adriano. Composta dal ... Grisanto Solari..., In Modona : Per Giulian Cassiani, 1640 - 16 p. ; 8. - A8. - Stemma in front - Impronta - e.uo era- o-ua grtr (3) 1640 (R) - esemplari censiti in Biblioteca Estense Universitaria - Modena - Biblioteca pubblica e casa della cultura - Fondazione Achille Marazza - Borgomanero - NO
-Solari, Grisanto, Le glorie della Chiesa epitafi sagri sopra le feste de' santi, e beati, che corrono in tutto l'anno del r.p.d. Grisanto Solari piacentino chierico regolare, In Bologna : per Domenico Barbieri, 1647 - 212 p. ; 12. - Impronta - lihe o.ti i.a, ViSe (3) 1647 (A) : anche in Biblioteca nazionale centrale - Firenze.
Solari, Crisanto [nome variato Grisanto per Crisanto ma è lo stesso personaggio: anche col nome scritto Chrisanto] , R.P.D. Chrysanthi Solarij Placentini ... Pentateuchus mortuorum. In quo leges perutiles quinque libris traduntur, quibus ad celestes aedes euehuntur mortui. ... Omnia Sacrae Scripturae, ac sanctorum patrum authoritate confirmata, priscorum gentilium eruditione referta, ad vniuersalem concionatorum vsum pro caeteris etiam moralibus materijs concinnata, & quatuor indicibus locupletata ..., Patauii : typis Pauli Frambotti bibliopolae, 1645 - [38], 463, [81] p. ; fol. - Front. stampato in rosso e nero. Marca non controllata (Albero di ulivo e Minerva : Pacis opus) sul front Segn.: -26 38 (-38) A-2V6 2X8 2Y6 - Impronta - i-r- o-22 i-,& tiil (3) 1645 (R): esemplari in Biblioteca del Seminario vescovile - Asti - Biblioteca universitaria di Cagliari - Cagliari - Biblioteca statale del Monumento nazionale di Casamari - Veroli - FR - Biblioteca universitaria di Padova - Padova - Biblioteca di giurisprudenza e scienze politiche dell'Università degli studi di Urbino - Urbino- Biblioteca comunale Classense - Ravenna - Biblioteca nazionale centrale Vittorio Emanuele II - Roma


Emmius, Ubbo, Opus chronologicum novum, pluribus partibus constans; elaboratum & concinnatum ab Vbbone Emmio, Frisio Grethano, historiarum ac Graecae linguae professore in academia Groningana Groningae : excudebat Ioannes Sassius typographus ordinarius, sumptibus Elseviriorum, 1619 - 3 pt. ([24], 252, [2]; 327 [i.e. 329, 19]; [8], 95, [9]) p. ; 2o. - Errori nella numerazione delle p. della pt.2 La c.ch1 contiene l'errata Le c. A6, H6 e 2E6 della pt.2 e la c. I4 della pt.3 sono bianche Le 3 pt. annunciate sul v. della c.*6 Marca (Aquila. Concordia res parvae crescunt 1595) sul front. della pt.1 e pt.3 Segn.: *6)(6A-X6ch1; A-F6G4H-2E62F8; 4A-H6I4 Tit. della pt.2: Canon chronicos compendiosus geminus seriem saecolorum mundi ab ejus origine ad tempus hoc praesens duplici modo summatim proponen - s Tit. della pt.3 Chronologia rerum Romanarum, cum serie consulum - Impronta - m.ta m.n- 5.os seMA (7) 0000 (Q) Impronta - nsma s.r. i.t, anap (3) 1619 (R) Impronta - t,s, r,s, m.no tean (3) 1619 (R): esemplari anche in Biblioteca nazionale centrale Vittorio Emanuele II - Roma - Biblioteca Estense Universitaria - Modena - Biblioteca universitaria Alessandrina - Roma


Viviani, Giuliano, Praxis iurispatronatus acquirendi, conseruandiq. illud, ac amittendi modos breuiter continens. Pluribus in locis aucta, et locupletata, & Sacrae Rotae Romanae decisionibus firmata, & ornata ... Auctore Iuliano Viuiano Pisano I.V.D. ... Addito locupletissimo librorum, capitum, decisionum, rerum, & verborum indice, Romae: Stamperia Camerale , 1628
Viviani, Giuliano, Praxis iurispatronatus acquirendi, conseruandique illud, ac amittendi modos breuiter continens. Denuo pluribus in locis aucta, et locupletata, et Sac. Rot. Rom. decisionibus posterioribus, ac novissimis amplificata. Addito locupletissimo librorum, capitum, decisionum, rerum, & verborum indice, Geneuae - 1673
Viviani, Giuliano , Praxis iurispatronatus acquirendi, conservandique illud, ac amittendi modos breviter continens, denuo pluribus in locis aucta et locupletata, et Sac. Rot. Rom. decisionibus firmata et ornata et ad singulas materias secundum stylum Romanaecuriae, Venetiis: Bertano, Giovanni, 1652
Viviani, Giuliano , Praxis iurispatronatus acquirendi, conseruandique illud, ac amittendi modos breuiter continens. Denuo pluribus in locis aucta, et locupletata. Et Sac. Rot. Rom. Decisionibus posterioribus, ac nouissimis amplificata. Addito locupletissimo librorum, capitum, decisionum, rerum, & verborum indice, Venetiis: Bertano, Giovanni, 1670
Viviani, Giuliano, Praxis iurispatronatus acquirendi, conseruandiq. illud, ac amittendi modos breuiter continens. Denuo pluribus in locis aucta, et locupletata, & Sac. Rot. Rom. firmata, & ornata ... Episcopis, vicariis, caeterisque in foro ecclesiastico versantibus vtilis, & necessaria. Auctore Iuliano Viuiano Pisano I.V.D. ... Addito locupletissimo librorum, capitum, decisionum, rerum, & verborum indice, Romae sumptibus Io. Dominici Franzini sub signo fontis Romae: Franzini, Domenico Feo, Andrea, 1648
Viviani, Giuliano , Praxis iurispatronatus acquirendi, conseruandiq; illud ; ac amittendi modos breuiter continens ... Auctore Iuliano Viuiano Pisano, Romae: Zannetti, Bartolomeo <1607-1621>, 1620


Geloso, Giuseppe, Santorale discorsi de sourani lodamenti di Cristo, dell'eccellenze, della Vergine; delle grandezze de santi, nelle due stagioni del verno, e della primauera dalla Chiesa solennizati ... Del R.P.D. Gioseppe Geloso ..,In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1650
Cenci, Lodovico , Ludouici Cencii i.c. Perusini Additiones ad eius Tractatum de censibus, vna cum 142. Sacrae Rotae Romanae decisionibus ad materiam spectantibus hactenus non impressis. Cum duplici indice copiosissimo, capitum & materiarum ..,Venetiis: Tomasini , Cristoforo, 1630
Cenci, Lodovico , Ludouici Cencii i.c. Perusini Additiones ad eius Tractatum de censibus, vna cum 142. Sacrae Rotae Romanae decisionibus ad materiam spectantibus hactenus non impressis. Cum duplici indice copiosissimo, capitum & materiarum ..,Venetiis: Tomasini , Cristoforo, 1629
Plati, Guglielmo , Il Sacro areopago ouero Annuale per le domeniche doppo le Pentecoste ... Del molto reuerendo ... Guglielmo Plati .., In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1649
Cartari, Vincenzo , Imagini delli dei de gl'antichi di Vincenzo Cartari reggiano. Ridotte da capo a piedi alle loro reali, & non piu per l'adietro osseruate somiglianze. Cauate da' marmi, bronzi, medaglie, ... da Lorenzo Pignoria padoano. Aggionteui le annotationi del medesimo sopra tutta l'opera, ... Con le allegorie sopra le imagini di Cesare Malfatti padoano, migliorate, & accresciute nouamente. ..,In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1647
Marino, Giovambattista , La sampogna del caualier Marino, diuisa in idilij fauolosi, & pastorali. Aggiontoui in questa vltima impressione, la seconda parte, In VenetiaIn Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1643
Campelli, Bernardino , Albesinda tragedia del signor Bernardin Campelli, In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1623
Mendoca, Francisco : de <1573-1626> , Delle prediche del p. Francesco di Mendoca diuise in due parti. Nella prima delle quali si contengono le prediche della domenica auanti l'Aduento fino a Pasqua di resurrettione, con i mercordi, e venerdi di Quaresima. E nella seconda si racchiudono vaghi, e pellegrini sermoni per le sere delle domeniche di Quaresima ..., Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1637
Niseno, Diego , Il politico del cielo formato sopra le azioni misteriose del santo patriarca Giacob dal R.P.F. Diego Nisseno trasportato dallo spagnolo nell'italiano idioma dal P.D. Biasio Cialdini teologo, e predicatore. ..,In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1640
Quintana Duenas, Antonio de <1550-1628> , Singularia theologiae moralis ad septem Ecclesiae sacramenta. Accessit ad celebriora christiani orbis Iubilaea appendix. Auctore Antonio de Quintanaduenas e Societate IIesu,Venetijs: Tomasini , Cristoforo, 1648
Soarez, Cipriano <1524-1593> , Cypriani Soarii e Societate Iesu, De arte rhetorica, libri tres. Ex Aristotele, Cicerone, & Quinctiliano praecipue deprompti. Nuper ab eodem recogniti, & multis in locupletati. Adiectis tabulis Ludouici Carbonis,Venetiis: Tomasini , Cristoforo, 1644
Mascardi, Agostino <1591-1640> , Prose vulgari di monsignor Agostino Mascardi, cameriere d'honore di N. Signore Vrbano 8. Prima parte, In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1652
Guazzini, Pietro Paolo,Tractatus moralis ad defensam animarum aduocatorum, iudicium, reorum, Petri Pauli Guazzini abbatis congregationis oratorii ciuitatis Castelli ... in quo spectantia ad forum fori pro foro poli discutiuntur. ... Cum duplici indice copiosissimo,Venetiis: Tomasini , Cristoforo, 1650
Mascardi, Agostino <1591-1640>,Prose vulgari di monsignor Agostino Mascardi, cameriere d'honore di n. signore Vrbano 8. Prima [-seconda] parte. Dedicate all'illustriss.mo, & eccell.mo sig.re ... Aloisio Vallaresso. ..,In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1646
Cotonio, Antonio ,Antonii Cotonii Nicosiensis, tertij ordinis S. Francisci ... Controversiarum celebrium ad statum & mores christiane reipublicae pertinentium, libri decem in quibus repudiata summa Diana vniuersa morum doctrina nouo ordine traditur ... Tomus prior,Venetiis: Tomasini , Cristoforo, 1661
Avendano, Cristobal : de,Mariale perfettissimo delle feste ordinarie, et estraordinarie della glorissima Vergine Maria Madre di Dio; ... composto in lingua spagnola dal M. R. P. M. F. Cristoforo D'Avendagno carmelitano calzado; e trasportato nella fauella italiana dal M. R. P. F. Bartolomeo Dalla Bella domenicano, con tavole copiosissime. ...,In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1636
Brignole Sale, Anton Giulio <1605-1665>,Della storia spagnuola libri quattro di Antongiulio Brignole Sale .., In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1640
Noalis, Nicolaus , Nicolai Noalis I.C. Veneti clarissimi Consilia nunc primum posthuma typis data cura Io. Francisci Montanarii I.U.D. Brixiensis in Ecclesiasticis Foris Venetiarum aduocati, cuius etiam industria adiectus est Index rerum, & verborum copiosissimus. Opus iudicibus, aduocatis, omnibusque in foro versantibus, ac Iurisprudentiae studiosis vtilissimum,Venetiis: Tomasini , Cristoforo, 1654
Niseno, Diego , Il politico del cielo formato sopra le azioni misteriose del santo patriarca Isaac dal r.p.f. Diego Nisseno. Trasportato dallo spagnolo nell'italiano idioma, In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1639
Cadana, Salvatore <1597-1654> , Santuario commune del molto reuer. padre F. Saluatore Cadana di Torino. Minor osseruante di S. Francesco, predicatore preclarissimo, teologo, e consigliero dell'Altezza di Sauoia, fra prouinciali ministri di sua prouincia padre, superiore nel Convento di S. Tomaso di Torino,In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1642
Campelli, Bernardino ,Gerusalemme cattiua. Tragedia del signor Bernardin Campelli. Al signor Giouanni Sturani, In Venetia, Appresso Antonio Pinelli: Pinelli, AntonioTomasini , Cristoforo, 1623
Moroni, Giovan Battista ,Il principe santo di Gio. Battista Moroni. .., In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1641
Pona, Francesco <1594-1654> , La Lucerna di Eureta Misoscolo Academico Filarmonico, In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1626
Capriata, Pietro Giovanni , Dell'historia di Pietro Giouanni Capriata parte seconda in sei libri distinta. Nel primiero de' quali si contengono alcuni mouimenti d'armi fuor d'Italia succeduti. E ne' cinque sussequenti la continuatione di quei d'Italia. Dall'anno 1634. Fino al 1644,In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1649
Serpetro, Niccolo , Il mercato delle marauiglie della natura, ouero Istoria naturale del caualier Nicolo Serpetro .., In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1653
Marino, Giovambattista , [La sampogna del caualier Marino, diuisa in idilij fauolosi, & pastorali], In Venetia: Tomasini , Cristoforo
Campelli, Bernardino , Albesinda. Tragedia, In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1623
Marcellin : de Pise<1594-1665>,Moralis encyclopaedia. Id est, scientiarum omnium chorus, expendens moraliter sacrosancta Euangelia Quadragesimae. Homiliis editis in singula quaeque Euangelia adiectis scientiarum omnium flosculis & pigmentis. Authore p. Marcellino de Pise, Matisconensi praedicatore capucino prouinciae Lugdunensis. ...,Venetiis: Tomasini , Cristoforo, 1645
Guevara, Antonio Ferdinando , Dominicae passionis octo supra quadraginta Homiliae, in honorem sanctissimi domini nostri Iesu Christi cruci affixi, cuius simulacrum Iudaeorum nonnulli per summam impetatem caeciderunt, & concremarunt. A d. Antonio Ferdinando Guevara ...,Venetiis: Tomasini , Cristoforo, 1637
Pallavicino, Ferrante,Successi del mondo dell'anno 1636. Descritti da Ferrante Pallauicino .., In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1638
Pepe, Stefano ,Le leggi nuzziali date da genitori a Sara di Tobia scritte dal padre Don Stefano Pepe Chierico Regol, In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1655
Niseno, Diego ,L' Abraam del padre Diego Nisseno. Quinto tomo delle sue opere predicabili. Tradotto in italiano dal p.d. Biasio Cialdini, canonico regolare ... Con tauole copiosissime per commodo, & vtile de' predicatori,In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1643
Moscheni, Carlo ,G. Cornelio Tacito historiato, ouero aforismi politici con vn confronto d'historie moderne di Carlo Moscheni .., In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1662
Niseno, Diego ,Il Politico del cielo formato sopra le azioni misteriose del santo patriarca Isaac dal r.p.f. Diego Nisseno. Trasportato dallo spagnolo nell'italiano idioma dal p.d. Biasio Cialdini ... Con tauole copiosissime,In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1639
Gretser, Jacob <1562-1625>,Rudimenta linguae graecae ex primo libro institutionum Iacobi Gretseri Societatis Iesu. Pro infima, & pro media schola grammaticae, Venetiis: Tomasini , Cristoforo, 1625
Torsellini, Orazio<1545-1599>,Ristretto delle historie del mondo del p. Torsellino volgarizzate dal sig. Ludouico Aurelii perugino. Con l' aggiunta fino alli tempi presenti, In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1642
3, Presso Cristoforo Tomasini: Tomasini , Cristoforo
Porres, Francisco Ignacio ,Sermoni sopra tutte le domeniche doppo la Pentecoste del padre Francesco Ignatio Porres tradotti dallo spagnolo nell'italiano idioma dal p. baciliere fr. Giuseppe Celauri ... con tauole copiosissime ..,In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1643
Lengueglia, Carlo : della <1582 ca. - 1667 ca.>,La principessa d'Irlanda, historia sacra, descritta, e moralizata dal caualier F. Carlo de' conti della Lengueglia, In Venetia, presso Cristoforo Tomasini: Tomasini , Cristoforo, 1664
Perez de Montalvan, Juan,Prodigi d'amore, rappresentati in varie novelle dal dottore Montalbano, e trasportati dallo spagnolo in italiano dal p.d. Biasio Cialdini .., In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1640
Cinciglia, Alfonso,Memoriale de gli effetti del Santissimo Sacramento dell'altare nelle anime nostre, opera del p.f. Alfonso Cinciglia ... tradotto dalla spagnuola nella fauella d'Italia ...,In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1643
Frangipane, Placido ,Il Trionfo della Vergine nostra signora. Rappresentato in otto dottissimi discorsi predicabili in lingua castigliana dal p.d. Placido Mirto Frangipane chierico regolare; e trasportato in idioma italiano dal p.d. Biasio Cialdini canonico regolare de Saluatore, teologo, e predicatore del serenissimo signor duca di Mantoa, consacrato al molto illustre, & ecc,In Venetia: Tomasini , Cristoforo <15..-166.>, 1636
Camus, Jean Pierre <1582-1652>,L' Ifigene del vescouo di Belley. Austerita sarmatica trasportato dal francese per il sig. Reginaldo Lalmano. .., In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1646
Enriquez, Francisco ,Discorsi morali sopra gl'euangelii delli mercordi' venerdi', e domeniche della Quaresima del P.F. Francesco Enriquez dell'ordine di Santa Maria della Mercede. Portati dallo spagnuolo nell'italiano idioma dal reuerendiss.mo P. abbate Cialdini ..,In venetia: Tomasini , Cristoforo, 1646
Campeggi, Annibale,Nouelle due esposte nello stile di Giouanni Boccaccio dall'academico oscuro, In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1630
Campelli, Bernardino,Gerusalemme cattiva. Tragedia, In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1623
Gaetano, Costantino <1560-1650>,De religiosa S. Ignatii siue S. Enneconis fundatoris Societatis Iesu per patres Benedictinos institutione. Deque libello exercitiorum eiusdem ab exercitatorio... Garciae Cisnerij ... magna ex parte desumpto, Constantini abbatis Caietanis ... libri duo,Venetiis: Tomasini , Cristoforo, 1641
Barclay, John <1582-1621>,Ioannis Barclaii Argenis, Editio nouissima cum nominum propriorum elucidatione hactenus nondum edita: Tomasini , Cristoforo
Mascardi, Agostino <1591-1640>,Discorsi morali di Agostino Mascardi su la Tauola di Cebete tebano. In questa vltima impressione corretti e migliorati, In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1660
Moroni, Giovan Battista ,Il principe santo di Gio. Battista Moroni dedicato all'illustrissimo signor D. Ascanio Pio di Savoia, In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1641
Avendano, Cristobal : de ,Santuario, ouero Discorsi predicabili sopra le feste piu principali dell'anno, del m.r.p. maestro f. Christoforo d'Auendagno carmelitano scalzo, .., In Venetia: Sarzina, Giacomo <1.>Tomasini , Cristoforo, 1634
Avendano, Cristobal : de,2: Parte seconda. Trasportato dalla spagnuola nella lingua italiana dall'illustrissimo sig. Gio. Francesco Loredano. Con tre tauole copiosissime ..., In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1634
Porres, Francisco Ignacio ,Quaresimale del dottore Francesco Ignazio di Porres sopra li mercordi, venerdi, e domeniche della quaresima. Tradotto dallo spagnolo nell'italiano idioma dal p.f. Paolo Tosi predicatore. Con tauole copiosissime ..,In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1639
Lengueglia, Giovanni Agostino ,Orationi sacre del padre D. Gio. Agostino della Lengueglia C.R. Somasco. Con la fonte del Guiderdone, & le Therme Emiliane, In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1649
Pallavicino, Ferrante,Il Giuseppe di Ferrante Pallavicini. Tra gl'Incogniti di Venetia Accademico occulto. Libri quattro .., In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1637
Marino, Giovambattista,La Lira del caualier Marino. Amorose, marittime, boscherecce, Heroiche, lugubri, morali, sacre, & varie. Parte prima (-terza).,_Nuouamente dall'auttore purgata, & corretta,In Venetia: Tomasini , CristoforoSalis, Giovanni eredi, 1647
Riccardi, Niccolo,Ragionamenti sopra le letanie di Nostra Signora del padre maestro fra Nicolo Riccardi detto il Mostro, dell'Ordine de' predicatori, ... Con due copiosissime tauole, .., In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1626
Niseno, Diego ,Prediche sopra le domeniche dell'Auuento, dopo' l'Epifania, e dopo Pasqua di Resurrettione fino alle Pentecoste. Del padre fra Diego Nisseno. Tradotte dallo spagnuolo nell'idioma italiano, dal p. d. Biasio Cialdini, Canonico Regolare del Saluatore. ... Con tauole copiosissime. ..,In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1635
Niseno, Diego ,L' Abraam del padre Diego Nisseno. Quinto tomo delle sue opere predicabili. Tradotto in italiano dal p.d. Biasio Cialdini, canonico regolare, ... Con tauole copiosissime ..,In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1636
Bignami, Innocenzo ,Discorsi per le domeniche, et alcune solennita, che sono dalla pentecoste fino all'auuento del M.R.P. F. Innocentio Bignami da Lodi ... Con tre tauole copiosissime. .., In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1640
Carafa, Tommaso < -1614>,Dicerie poetiche ouero Vaghissime descrittioni, & discorsi accademici, del M.R.P.F. Tomaso Carraffa dominicano, vtili a predicatori, poeti & altri amatori di belle lettere,In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1652
Ripa, Cesare ,Iconologia di Cesare Ripa perugino caualier di SS. Mauritio et Lazaro. Diuisa in tre libri ... Ampliata dal sig. Cau. Gio. Zaratino Castellini .., In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1645
Lengueglia, Carlo : della <1582 ca. - 1667 ca.>,La principessa d'Irlanda historia sacra, dscritta, e moralizata dal caualier F. Carlo de' Conti della Lengueglia, In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1652
Della Porta, Giovan Battista ,Della fisionomia dell'huomo del signor Giouanbattista Della Porta napolitano libri sei tradotti dal latino, dallo stesso authore accresciuti di figure di passi necessarij a diuerse parti dell'opera. Aggiuntaui la Fisionomia naturale di monsignor Giouanni Ingegnieri, Polemone e la Celeste dello stesso Porta,In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1644
Osseruationi politiche, e morali sopra la vita di Marco Bruto trasportate dallo spagnolo dal caualier Nicolo Serpetro .., In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1653
Ioachim : Florensis,Profetie dell'abbate Gioachino, et di Anselmo vescouo di Marsico con l'imagini in dissegno, intorno a' pontefici passati, e c'hanno a venire. Con due ruote, & vn'oracolo turchesco, figurato sopra simil materia. Aggiuntoui alcuni marauigliosi vaticinij, & le annotationi del Regiselmo. ..,In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1646
Della Torre, Raffaele <1579-1667>,Squitinio della republica di Venetia, d'autore incognito; squitinato da Rafaelle Della Torre genouese, In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1654
Calvario, Placido ,Sacra ottaua sermoni del Santissimo sacramento, del r.d. Placido Caluario messinese. .., In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1646
Pallavicino, Ferrante,Il Sansone di Ferrante Pallauicino. Libri tre, In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1638
Pallavicino, Ferrante,La pudicitia schernita di Ferrante Pallauicino, In Venetia: Tomasini , Cristoforo, 1639


Aprosio allude qui ad un repertorio per confessori che godette estrema fortuna e che fu opera del francese padre Berteau, Bertold: alla biblioteca intemelia si trova l'edizione Director confessarum in forma catechismi. Complectens methodum novam brevem et facilem confessiones excipiendi. Per P.M. Bartholdum Berteau. - Editio decima octava ... Venetiis : apud Franciscum Storti, 1654. - [96], 707 p. ; 12°.
Di questo autore il SERVIZIO BIBLIOTECARIO ITALIANO segnale nelle biblioteche pubbliche la presenza di queste edizioni:
1 - Director confessariorum in forma catechismi. Complectens methodum nouam, breuem, & facilem confessiones excipiendi. Per p. m. Bartholdum Berteau ...Editio vigesima , Venetiis : typis Stephani Curtij, 1676
2 -Director confessariorum in forma catechismi. Complectens methodum nouam, breuem, & facilem confessiones excipiendi. Per p.m. Bartholdum Bertau. Editio vigesimaprima , Venetiis : apud Brigna, 1685
3 -Director confessariorum in forma catechismi. Complectens methodum nouam, breuem, & facilem confessiones excipiendi per p.m. Bartholudm. Berteau ...Editio vigesima , Venetiis : apud Nicolaum Pezzana, 1672
4 -Director confessariorum in forma catechismi. Complectens methodum nouam breuem, & facilem confessiones excipiendi. Per P.M. Bartholdum Berteau ... Editio decimaoctava , Venetijs : apud Franciscum Storti, 1654
5 -Director confessariorum in forma catechismi. Complectens methodum nouam, breuem, & facilem confessiones excipiendi. Per m.m. Bartholdum Berteau. - Editio vigesimatertia, Venetijs : apud Blasium Malduram, 1718. - 669, [3] p. ; 12((Tit. dell'occhietto : Director confessarirorum p.m. Bartholdi Berteau. - Marca non controllata (Aquila) sul front.. - Segn. : A-2E12.
6 -Director confessariorum in forma catechismi. Complectens methodum nouam, breuem, & facilem confessiones excipiendi. Per p.m. Bartholdum Berteau ...Editio decimanona, Venetiis : apud haeredes Storti, 1664


Quattrocase, Celso (1621-1694) , Racconto delle feste per la canonizatione di S. Gaetano Tiene fondatore de Cherici Regolari fatte in Vicenza sua patria. Dedicato all'illustriss. et eccellentiss. signora Cecilia Mosti. / D. Celso Quattro Case, In Vicenza: Lavezzari, Giacomo, 1671
Quattrocase, Celso (1621-1694), Racconto delle feste per la canonizzazione di s. Gaetano Tiene fondatore de Cherici regolari fatte in Vicenza sua patria ... / [Celso Quattrocase], In Vicenza per Giacomo L'uezari [i.e. Giacomo Lavezzari]: Lavezzari, Giacomo, 1671
Quattrocase, Celso (1621-1694), Racconto delle feste fatte ad honore di s. Gaetano Thiene dalla citta di Vicenza sua patria per hauerlo eletto in protettore ... / [Celso Quattrocase], In Vicenza: Amadio, Giacomo eredi, 1674
Quattrocase, Celso (1621-1694), Il giglio del carmelo oratione funerale in lode del ... Maestro Gio. Antonio Giusani ... Del ... Celso Quattro Case ... Recitata da lui nell'esequie solennizate nella Chiesa di S. Bartolomeo de PP. Carmelitani di Cremona il di 18. Settembre 1656, In Cremona: Zanni, Giovanni Pietro, [1656]


Bruni Fr. Coelestinus, non Neapolitanus [giustamente scrive il Perini] uti dicitur a Lanteri (Postr. Saec. Sex. T. III, p. 37), sed Venusinus, ortum habuit in fine saec. XVI, et, ut scribit Ossinger (Biblioth. August., p. 165) sua profunda scientia theologica, et singulari peritia artis rhetoricae, ac philosophandi acumine Ordini nostro magnum attulit splendorem. Iam ab anno 1610 erat Pulcini Lector studii; fuit inde missus Panormum, ubi et artium et philosophiae et sacrae theologiae professorem nec non studiorum illius coenobi regentem egit. An. 1620 reperitur Mediolani ad S. Marchum Regens, totus in docendo et in libros conscribendo occupatus, ita ut, decoro sui periculo in universa theologia peracto, die 25 iunii 1621 divinae scientiae Magister crearetur. Mense maii 1623 locatus fuit Senis et anno insequenti Bononiae ut studia Ordinis suo ingenio regeret atque illustraret. Interim quadragesimales et adventuales conciones habuerat Panormi, Senis, Venetiis, Augustae Taurinorum, Romae et aliis in civitatibus. Praefuit Provinciis Romandiolae, Apuliae et Terrae Laboris; cumque esset Neapoli, almi illius civitatis theologorum Collegii doctor evasit. In Capitulo Generali an. 1640 celebrato Assistens Italiae fuit renuntiatus. Romae cum degeret amicitiam initam Senis in Tuscia cum Fabio Chigi, cuius praeceptorem egerat, quemque philosophiam docuerat, laetus redintegravit. Ille autem a Coloniensi Nuntiatura reversus, apud Innocentium X egit ut Coelestinus noster professor in Romana Sapientia constitueretur, ac deinde, nimirum postquam in Sacrum Cardinalium Collegium adscitus fuit, effecit etiam ut ad Episcopale Boviani Cathedram in Aprutio promoveretur. Mitram itaque accepit die 23 augusti an. 1653, at mors illam ei eripuit die 31 maii 1664. Dicitur a Nicolao Toppio praedicator celeberrimus. Typis ab eo prostant:
1. Parva Logica sive Proeludium necessarium ad arduam Logicae disciplinam illustri [Pag. 159] Ad.m. ac Rev.mo P. Mag. Nicolao a S. Angelo Ord. Gen. Priori. Panormi apud Io. Antonium de Francis, 1618, in 4. (Prima pars cursus).
2. Logicalium Disputationum ad Ill.mum et Excell. DD. Antonium de Aragona et Moncada Ducem Montis Alti Principem Paternionis etc. - Panormi apud Io. Antonium de Francis, 1619, in 4. (secunda pars cursus). Opus iterum impressum fuit Neapoli ex Typographia Costantini Vitalis, an. 1620. Ambae editiones sunt in Angelica.
3. Apes Urbanae, sive de viris illustribus. Neapoli, 1618 (Cfr. Minieri Riccio, Memorie storiche del Regno di Napoli, Napoli, 1850, p. 66).
4. Trattato a difesa della Realità del Cambio della ricorsa, secondo che si osserva in ogni città d'Italia e fuori d'Italia, pel P. M. C. Bruno Reg. nello studio di Bologna 1622. In Firenze, 1623 in 4. Extat in Angelica sub signo T. 4. 13.
5. Quodlibeticae disputationes theologicae ad Rev.mum P. M. Hyppolitum Montium Finalensem Ord. Erem. S. Aug. Generalem. Neapoli, Typis Iacobi Gaffari, 1741 in fol. et iterum Neapoli, an 1644 in fol.
6. Opuscula contra quinque Iansenii propositiones ex genuina mente D. Augustini, una cum vera Augustiniana concordia gratiae cum libero arbitrio contra eumdem Iansenium ad Alexandrum VII Pont. Max. Extat Romae in Biblioth. Chisiana in cod. 740 in fol. ms; et in Angelica in cod. 894 et cod. 895 n. 22,1, adest eiusdem iudicium, sive medius modus conciliandi liberum arbitrium cum gratia.
7. Vota et consilia diversa. mss.; ipse enim fuit unus ex illis theologis, qui supramemoratas quinque Iansenii damnatas propositiones examinare debebant.
8. Lettera operi inserta cui titulus: Gloriosa morte de' 18 fanciulli Giustiniani ab abate Michaele Giustiniani composita atque edita: Avellino, 1656 in 12.
9. Vita prothoparentis Adami ms. et Conciones italicae Vol. 2, mss.; De Cambio cum recursus; Vota et consilia diversa Moralia.
10. Medius modus conciliandi liberum arbitrium cum gratia, ms. in Bibliotheca Chisiana Urbis. An sit hoc opus idem ac illud n. 6 recensitum, nescimus.
(Cfr. Mazzuchelli, Vol. II. Part. IV, col. 2185 et Ossinger, p. 165).
Sue opere rinvenute nelle biblioteche italiane consultando l'S.B.N.:
Bruno, Celestino , Logicalium disputationum pars prior: fratre Coelestino Bruno Venusino Ordinis eremitarum sancti Augustini; ... Secunda pars cursus. ... Panormi : apud Io. Antonium de Franciscis, 1619, De Franceschi, Giovanni Antonio
Bruno, Celestino , Magistri Coelestini Bruni ... Quodlibeticarum disputationum pars prior theologica ... cum duplici indice ..., Neapoli: Gaffari, Giacomo, 1644
Bruno, Celestino , Magistri Coelestini Bruni ... ord. eremitarum sancti Augustini ... Quodlibeticarum disputationum pars prior theologica, in qua opiniones inueniet vel aliorum sententias particulari modo explicatas ... Cum duplice indice .., Neapoli: Gaffari, Giacomo, 1641
Bruno, Celestino , Parua logica, siue proludium necessarium ad arduam logicae disciplinam. A frate Coelestino Bruno Venusino ... Prima pars cursus, Panhormi: De Franceschi, Giovanni Antonio, 1618
Bruno, Celestino , Logicalium disputationum pars prior: authore Fr. Coelestino Bruno Venusino ... Secunda pars cursus. .., Neapoli: Vitale, Costantino, 1620


Gonzalez de Salas, Jusepe Antonio (1588 1651): di lui nelle biblioteche italiane si son individuati:
Gonzalez de Salas, Jusepe Antonio, De duplici viventium terra dissertatio paradoxica. Autore inl. vir. don. Joseph. Antonio Gonzalez de Salas, equite Calatrabensi ... magni operis, quod inscribitur Epitoma geographico historica ... , Francofurti ad Moenum : apud Mich. Thomam Gotzium ; typis Balth. Cristoph. Wustii sen., 1691 , 12, 168 p., 2 c. di tav. : ill. ; 12o - Segn.: 2)(6 (A)-(G)12 Impronta - n-o- S.A- 3.ed bumo (3) 1691 (R) - Paese di pubblicazione:: Germania - Lingua di pubblicazione: lat. - Localizzazioni: Biblioteca del Seminario maggiore - Padova
Gonzalez de Salas, Jusepe Antonio, De duplici viventium terra dissertatio paradoxica. Autore inl. vir. don. Iosepho Antonio Goncalez de Salas ... Magni operis, quod inscribitur, Epitoma geographico-historica, apospasmation, Lugduni Batavorum : apud Elzevirios, 1650 , !, XVIII, 4, 240, 10 p. ; 4 - Segn. p" *-3*4 A-V4 X4(-X4) Y-2H4 2I" - Front. inciso - Incisione a c. 3*3r - Le incisioni sono di S. Savri, su disegno di D. Sebast. De Herrer - Cfr. Annales typographiques des Elzevier, 681 - Impronta - S.AS t:u- r-c, busu (3) 1650 (A) - Paese di pubblicazione: Olanda - Lingua di pubblicazione: lat - Localizzazioni: Biblioteca nazionale centrale - Firenze
Gonzalez de Salas, Jusepe Antonio, Nueva idea de la tragedia antigua o ilustracion ultima al libro singular De poetica de Aristoteles Stagirita por don Iusepe Antonio Goncalez de Salas, En Madrid : lo imprimio Franc. Martinez, 1633, 12, 363, 1, 24, 24 p., 3 c. di tav. ; 4 - Palau y Dulcet v. 3 p. 380 - Front. inciso - Ritratti incisi di Aristotele e di Seneca - Segn.: pi greco2 \paragrafo!4 A-2Y4 2Z2 a-f4 - Impronta - ueue S.TA e,u- lotu (3) 1633 (R) [Variante del titolo] Ilustracion al libro De poetica de Aristoteles Stagirita. Por don Iusepe Antonio Goncalez de Salas - Paese di pubblicazione: Spagna - Lingua di pubblicazione: spagmolo - Localizzazioni: Biblioteca nazionale centrale - Firenze - Biblioteca nazionale Marciana - Venezia
Petronius Arbiter, T. Petronii Arbitri E.R. Satiricon. Extrema editio ex musaeo D. Iosephi Antonii Gonsali de Salas E.H.... , Francofurti : cura Wolfgangi Hofmannj, 1629 - 8, 36, 96, 462, 226 p. : 1 ritr. calcogr. ; 4o - Note Generali: A c. "A1r, con proprio occ.: Don Iosephi AntonI GonsalI de Salas Commenta in T. Petronii Arbitri Satiricon - Segue, a p. 445, con proprio occhiello.: Casparis Scioppii Franci Symbola Critica in T. Petronii Arbitri Satiricon, scripta anno 1604 - La c. 3M4 bianca - Front. calcogr. e ritr. di Gonzalez de Sala, incisi da Matthaus Merian - Impronta - C.AS *,i- r.y- Vacu (3) 1629 (R) - Paese di pubblicazione: Germania - Lingua di pubblicazione: latino Localizzazioni: Biblioteca nazionale centrale - Firenze - Biblioteca Trivulziana - Archivio storico civico - Milano - Biblioteca nazionale centrale Vittorio Emanuele II - Roma



Anisio, Giano: Poeta accademico nato forse a Sarno circa nel 1465 e morto a Napoli nel 1540 circa Nelle edizioni si ritrovano diverse sue nominazioni tra cui Ianus Anysius , , Anisio, Giovanni Francesco/Giano, Anicio Giano, Anisi, Giovanni Francesco, Anisio/Anisi, Anicio, Giovanni Francesco/Giano.
Tra le sue pubblicazioni identificate si trovano:
Anisio, Giano, Iani Anysii Satyrae. Ad Pompeium Columnam cardinalem Neapoli: Sultzbach, Giovanni
Anisio, Giano , Iani Anysii Protogonos tragoedia , Neapoli: Sultzbach, Giovanni
Anisio, Giano, Iani Anysii Variorum poematum libri duo , Neap.: Sultzbach, Giovanni
Anisio, Giano, Epistolae de religione et epigrammata , Neap.: Sultzbach, Giovanni, 1538
Anisio, Giano, Ianii Anysii Varia poemata et satyrae. Ad Pompeium Columnam cardinalem , Neapoli: Sultzbach, Giovanni
En habes lector Bucolicorum autores 38. quotquot uidelicet a Vergilij aetate ad nostra usque tempora, eo poematis genere usos, sedulo inquirentes nancisci in praese , Basileae: Oporinus, Johann



Foppe van Aitzema nelle edizioni anche Foppe van Aizema, Foppius van Aissema, Scheltonius ab Aezema (Foppius). nato nel 1580 a Dokkum , morto il 28 Ottobre 1637 in Wien, fu giurista ed uomo politico olandese.
Si è individuata l'opera citata da Aprosio sotto la dicitura:
Foppii Scheltonii Aezemae Frisii Poemata Iuvenilia, Parisiis, ex typographia Philippi a Prato, 1605, [xviii] + 91 + [1], piccolo 8vo.



Ducher, Gilbert [n. 1490?], Gilberti Ducherii Vultonis Aquapersani Epigrammaton libri duo Pubblicazione: Lugduni : apud Seb. Gryphium, 1538 - Descrizione fisica: 167, [1] p. ; 8o - - Note Generali: Baudrier VIII, 113-114 - Marca sul front. e in fine - - Cors. ; gr. ; rom. - Segn.: a-k8 l4 - Numeri: Impronta - o-ad o:o, t:b* InIn (3) 1538 (A) - Marca editoriale: Grifone che regge una pietra alla quale e' attaccata una sfera alata. Motto: Virtute duce, comite fortuna - Paese di pubblicazione: Francia - Lingua di pubblicazione: lat. - Localizzazioni: Biblioteca comunale dell'Archiginnasio - Bologna
T. Liuij Patauini ... Rerum gestarum populi Romani ex centum quadraginta, libri triginta, qui soli supersunt, castigatiores quam antehac vnquam visi. Lucij Flori epitome in 140 T. Liuij libros, adiecto vbique ab Ascensio literarum indice capitibus in Liuio notandis, aptissime conuenienti, adiectis praeterea praenotamentis, regulis, ... quae inter legendum occurrerunt eiusdem explanatione, cum annotationibus M. Antonij Sabellici diligenter recognitus. Index quoque rerum memorabilium, quae in Liuio continentur, Parigi : Pierre Vidoue : vaenundantur ab Bernardo Aubri bibliopola adscriptitio : Jean Petit, 1527 (Parigi : Imprimebat Petrus Vidouaeus, mense Aprili 1527) - Descrizione fisica: 30, CCLXXXVIII, 33 c. ; 2o - - L'Indice a cura di Gilbert Ducher, inizia con proprio front. a c. "2a1 - Marche di P. Vidoue sul front. e di Jean Petit nella cornice e sul front. dell'indice - Colophon a c. N8r - Got. ; rom - Iniziali, fregi e cornici xil. - Numeri: Impronta - e.t, asoq r-eu N*do (3) 1527 (R) - Impronta - g..b a-.b .bLu Prau (C) 1527 (R) - Nomi: Livius, Titus - Bade, Josse <1462-1536> - Florus, Lucius Annaeus - Ducher , Gilbert - Sabellico, Marco Antonio <1436-1506> Paese di pubblicazione: Francia - Lingua di pubblicazione: lat. - Localizzazioni: Biblioteca nazionale centrale Vittorio Emanuele II - Roma - Biblioteca universitaria Alessandrina - Roma



Bione di Smirne è nativo di Flossa, nei pressi di Smirne, della fine del II secolo a.C., e per quanto riferisce un suo allievo, ha vissuto in Sicilia fino alla fine dei suoi giorni. Come molti dei suoi contemporanei si è dedicato al genere agreste, bucolico; ma pel materiale che è stato riportato dallo Stobeo possiamo considerarlo a tutti gli effetti anche poeta lirico amoroso. Abbiamo così la possibilità oggi di leggere, raggruppati nelle Bucoliche, 17 tra frammenti e lavori completi; oltre ciò abbiamo l'importante Epitafio di Adone, in 98 esametri, che si può considerare ispirato alle tematiche ed allo stile teocriteo. Immaginiamo che un cantore, seguendo i versi e il ritornello con uno strumento musicale, ci esegua una melodia degna del senso del dolore che le parole di questo epitafio vogliono comunicare. Viene a Bione attribuito anche l'Epitafio di Achille e Deidamia; ed appartiene quasi sicuramente ad un suo allievo che ha ricalcato gli aspetti salienti dell'Epitafio di Adone, l'Epitafio di Bione in 127 esametri. Un esempio della sensualità permeata di tristezza, tipica della personalità poetica di Bione, lo abbiamo nell'ottavo frammento riportato da Stobeo: Necessità d'espero. L'opera migliore di Bione, lo ripetiamo, è dedicata e trae ispirazione dalla mitica vicenda di Adone. Questi era un ragazzo talmente bello, che di lui si innamorò la dea Afrodite (sopranominata Cipride, la Venere dei Romani). La rabbiosa gelosia del dio Ares nei suoi confronti giunse al punto che lo fece aggredire da un cinghiale da lui reso furioso. Ma altro mito narra che fu Apollo a far agire il cinghiale, per vendicarsi di Afrodite che aveva accecato suo figlio Erimanto, che l'aveva vista nuda bagnarsi nel fiume. Non bastano le lagrime della dea ad evitare la morte del fanciullo, che giungerà nel regno dei morti, facendo innamorare di sè Persefone. Ne nacque una disputa tra le due divinità che attirò l'intervento di Zeus: venne così deciso da Giove che lo spirito del fanciullo rimanesse per sei mesi l'anno nell'Ade con Persefone e, in primavera, ritornasse tra i vivi da Afrodite per rimanervi per i restanti sei. In tale occasione, con il siculo d'adozione Bione, forse "per la prima volta nella storia della poesia, dolore e voluttà prendono lo stesso timbro e si fondono in una sola ebrezza di pianto e canto" (Cantarella)[da www.liberliber.it/biblioteca/c/carubia/autori_classici_greci_in_sicilia]



All'intemelia aprosiana si trova quest'opera Perpetuo calendario, e facil mettodo per saper in qual si voglia anno l'aureo numero, il ciclo solare, l'indittione romana, l'epatta, il far della luna, la Pasqua, tutte le feste mobili, Advento, e quattro tempora, il tutto conforme allo stil vecchio, e nuovo, per li anni passati, e per li anni avvenire. Opera di Ermanu Polito, In Padova : per Gio. Battista Pasquati, 1644. - [4] c. ; 4°.
L'opera al momento non è stata reperita in alcuna altra biblioteca italiana, il nome è pseudonimo e secondo la
Visiera Alzata...p.45 sarebbe prodotto del genio di Emanuele Porto un ebreo di Padova "fautore della biblioteca intemelia" e fugace corrispondente di Aprosio: proprio per la rarità della breve ma densa composizione, essa viene qui riprodotta integralmente digitalizzata.
Aprosio risulta piuttosto generico e caratterizzato da qualche imprecisione ma dà prova di non disdegnare affatto, come anche si vede da altre opere ebraiche raccolte per la sua "Libraria", l' assimilazione di documenti culturali provenienti dall'ambiente intellettuale ebraico: Emanuele Ebreo, matematico ed astronomo evidentemente operante nell'ambito universitario padovano, è verisimilmente da identificarsi con il rabbino di Trieste Porto, Menahem Siyyon di cui il SERVIZIO BIBLIOTECARIO NAZIONALE segnala la presenza nelle biblioteche italiane di queste altre opere:
Porto, Menahem Siyyon , Dipluranologia qua duo Sacrae Scripturae miracula, de regressu solis tempore Ezechiae, & immobilitate luminarium sub Iosue declarantur ab Emmanuele Porto rabbino .. , Patauii : typis Sebastiani Sardi, 1643 - 4, 72 p., 1 c. di tav. ; 4 - British Library, Catalogue of seventeenth century Italian books v,. 2 p. 703 - Segn.: pi greco2 A-I4 - Antiporta incisa - Impronta - a-e- e-t, r-se vtsu (3) 1643 (R) - Localizzazioni: Biblioteca nazionale centrale - Firenze - Biblioteca civica Attilio Hortis - Trieste - Biblioteca nazionale Marciana - Venezia
Porto, Menahem Siyyon, Breue e facil introduzzione alla geografia, e alla trigonometria, con la dechiarazione de' principali cerchi della sfera; e misura delle distanze & altezze; con la tenuta d'ogni figura; & alcune tauole per li nouelli nell'aritmetica. D'Emmanuel Porto rabbi hebreo ... , In Padoua : per il Criuellari, 1640 - 12, 55, 1 p., 1 c. di tav. ; 4 - Michel & Michel v. 6 p. 146 - Segn.: a2 b4 A-G4 - Fra b4 e A1 1 folio inc. calcogr. - Impronta - erdi co8. ton- disi (3) 1640 (R) - Altri titoli collegati: [Variante del titolo] Breve e facil introduzzione alla geografia, e trigonometria ... - Localizzazioni: Biblioteca nazionale centrale - Firenze - Biblioteca del Seminario maggiore - Padova - Biblioteca civica Attilio Hortis - Trieste - Biblioteca nazionale Marciana - Venezia
Porto, Menahem Siyyon, Porto astronomico di Emanuel Porto rabbi hebreo di Trieste oue si ha la dottrina di fabricare le tauole dei seni, tangenti, e secanti, con la risolutione d'ogni triangolo sferico, il far la figura celeste, e sue direttioni. Aggiontoui vn facil metodo della regola aurea, ouer del tre, il tutto con le sue dimostrationi. E le tauole de seni, tangenti, e secanti, corrette dall'Autore. ... , In Padoua : per Sebastiano Sardi, 1636 - 2 v. (160; 199, 1 p.) : ill. ; 12° - Vol. 2: Tomo secondo del porto astronomico ... Nel quale si contiene, le figure demostratiue del primo tomo. E le tauole dei seni, tangenti, e secanti. Correttissimi - In testa al front. del vol. 1 tit. in ebraico - Segn.: \1" A-E\1" F8; A-H\1" I4 - Il front. del vol. 1 in cornice xil. - Impronta - i.DL N.la e.a. BIpr (3) 1636 (A) - Impronta - oama i-he i.he 2V1H (3) 1636 (A) - [Variante del titolo] Porto astronomico di Emanuel Porto rabbi hebreo di Trieste ove si ha la dottrina di fabricare le tavole dei seni, ... - Localizzazioni: Biblioteca nazionale Sagarriga Visconti-Volpi - Bari - Biblioteca Trivulziana - Archivio storico civico - Milano - Biblioteca del Seminario maggiore - Padova - Biblioteca nazionale centrale Vittorio Emanuele II - Roma - Biblioteca civica Attilio Hortis - Trieste - Biblioteca nazionale Marciana - Venezia



Henri Estienne, dal nome italianizzato in Henrico Stefani, nacque a Parigi nel 1531 (morì a Lione nel 1589). Figlio di Robert, e nipote di Henri I, fu umanista di grande cultura, ricercatore di manoscritti, editore dell'importante Thesaurus della lingua latina (Thesaurus linguae latinae, 1572). Studioso e appassionato difensore della lingua francese, scrisse un Trattato sulla conformità del francese con il greco (Traité de la conformité du langage français avec le grec, 1565) e due dialoghi sul francese italianizzato (Deux dialogues du noveau langage français italianisé, 1578) in cui protestava contro il diffuso italianismo linguistico. Henri Estienne scrisse anche un'opera narrativa, di tipo aneddotica, filoprotestante e violentemente anticattolica: Apologia di Hérodote (Apologie pour Hérodote, 1566).
Aprosio aveva peraltro grande reputazione di un'opera cui aveva partecipato lo "Stefani":
T. Petronii Arbitri, equitis romani, Satyricon, cum Petroniorum fragmentis. Nouiter recensitum, interpolatum & auctum (per H. Goldastum) Acceserunt seorsim Notae & observationes variorum. (L. Gregorii Gyraldi Petronii vita, P. Guirandi epistola, P. et Fr. Pithoei De Petronio. Annotationes H. Buschii, H. Stephani, J. Sambuci, F. Danielis, J. Tornaesii, G. Colladonii, Cl. Bineti, Chr. Richardi, J. Dousae et filii, C. Rittershusii, J. a Wouweren, G. Barthii, G. Erhardi. Carmina J. Philippi Parei, Gotardi Arthusii), Publication 1615, Lugduni, Apud Paulum Frellon, 1-1bl-10- 971 (-1) p. - sign. *6, A-Rr12, Ss6



Epitafio di Adone
Piango Adone: "E' morto il bello Adone";
"E' morto il bello Adone", fanno eco gli Eroti al pianto.
In purpuree coltri, Cipride, più non dormire;
destati, misera, e il petto vestito di viola
percuoti, e di' a tutti: "E' morto il bello Adone".
"Piango Adone", fanno eco gli Eroti al pianto.
Giace il bello Adone sui monti, il fianco dal dente,
candido dal candido dente ferito, e Cipride
addolora, lieve spirando; e atro sangue gli stilla
per le nivee carni, sotto le ciglia gli occhi si spengono,
mentre la rosa fugge dalle labbra, sopra le quali
muore pur il bacio, che a Cipride mai sarà reso.
A Cipride il bacio piace anche di lui non più vivo,
ma non sa Adone che ella pur morto lo bacia.
"Piango Adone", fanno eco gli Eroti al pianto.
Cruda ferita ha nel fianco Adone,
ma ferita più grande Citerea porta nel cuore.
Intorno al fanciullo i cani fedeli gemono,
e le Ninfe Oreadi piangono, ma Afrodite,
sciolte le chiome, per le balze va errando
piangente discinta scalza, e i rovi
nel suo andare la lacerano e il sacro sangue colgono.
E acutamente gridando per vaste convalli s'aggira,
l'assiro sposo invocando, chiamando il fanciullo.
E a lei atro sangue presso l'ombelico correva
e il petto arrossava e i fianchi, e i seni
nivei un tempo per Adone si facevano di porpora.
"Ahi ahi, Citerea!", lamentano gli Eroti.
Insieme col suo amore la divina bellezza ha perduto.
Cipride aveva bellezza, quando era vivo Adone,
ma è morta la bellezza con Adone. "Cipride, ahi ahi!",
i monti tutti dicono, e le querce "Ahi Adone!"
E i fiumi piangono lo strazio di Afrodite,
e le fonti Adone sui monti lacrimano,
e i fiori per la pena si arrossano, e Citerea
per le balze, per ogni forra pietosamente grida:
"Ahi ahi, Citerea! è morto il bello Adone".
Di Cipride il misero amore, ahi!, chi non piangerebbe?
Come vide, come intese di Adone l'atroce ferita,
come vide il purpureo sangue nella coscia sconciata,
le braccia tendendo gemeva: "Rimani, Adone:
Adone sventurato, rimani! Che per l'ultima volta ti tocchi,
che ti abbracci e le labbra con le tue labbra io congiunga.
Destati un attimo, Adone, e per l'ultima volta baciami,
tanto baciami quanto vive un bacio:
finché dalla tua anima sulla mia bocca e nel cuore
il tuo anelito fluisca e il dolce incantesimo io attinga
e ne beva l'amore. E conserverò questo bacio
come lo stesso Adone, poi che tu, sventurato, mi fuggi; fuggi lontano, Adone, e vai nell'Acheronte
odiato e feroce sovrano: e io, l'infelice,
vivo e sono dea, e non ti posso seguire!".
Accogli, Persefone, il mio sposo: poi che tu sei
molto di me più potente; e ogni cosa bella a te scende.
E io sono sventuratissima, ed ho insaziabile pena,
e piango Adone, che a me morì, e di te ho timore.
Tu muori, amatissimo, e amore come sogno mi volò via,
e vedova è Citerea, e vani nella casa gli Eroti,
e con te andò perduto il mio cinto. Perché temerario andavi a caccia?
Tu così bello, perché bramasti affrontare una fiera?"
Così pianse Cipride; fanno eco al lamento gli Eroti,
"Ahi ahi Citerea, è morto il bello Adone!"
E la Pafia tante lacrime versa, quanto sangue
versa Adone; e tutti a terra ne nascono fiori:
il sangue genera la rosa, le lacrime l'anemone.
Piango Adone: "E' morto il bello Adone".
Nelle selve quell'uomo non piangere più, o Cipride:
a Adone non s'addice un solingo letto di foglie;
abbia ora, o Citerea, il tuo letto il morto Adone:
anche morto è bello, è bello, morto, come dormisse.
Deponilo ora sulle morbide coltri, nelle quali dormiva,
nelle quali con te nella notte dormiva il sacro sonno;
nel letto tutto d'oro: esso ama Adone anche se bruttato.
Su lui getta ghirlande e fiori: tutti con lui;
come egli morì, anche i fiori tutti marciscono.
Cospargilo di siri unguenti, cospargilo di profumi;
periscano tutti i profumi: Adone è morto, il tuo profumo.
Giace il tenero Adone in vesti purpuree,
e intorno a lui piangendo singhiozzano gli Eroti,
che per Adone si recisero le chiome; e chi le frecce,
chi l'arco gettava, chi il dardo e chi la faretra;
e chi sciolse i calzari di Adone, e altri in un lebete
d'oro portano acqua; e chi gli lava i fianchi,
e chi di dietro con le ali fa vento per Adone.
"Ahi ahi, Citerea!" lamentano gli Eroti.
Spense ogni face sulle soglie Imeneo
e la corona nuziale disfece: non più "Imèn,
Imèn" cantava il suo canto, ma diceva
"Ahi ahi!" e "Adone" ancor più che "Imeneo".
Le Cariti piangono il figlio di Cinira,
"E' morto il bello Adone" l'una all'altra dicendo,
e "Ahi ahi!" acutamente dicono molto più che "Peana".
Anche le Muse Adone compiangono, Adone,
e lo invocano cantando, ed egli più non le ode;
non che non voglia, ma Core non lo libera.
Cessa i gemiti, Citerea, quest'oggi, rattieni il pianto;
bisogna che tu ancora pianga, ancora per l'altro anno lagrimi.
(Le più belle pagine della lett. greca classica, C.Coppola, Nuova Accademia Ed.)



Dell'antifemminismo aprosiano si è sempre parlato molto. Assai meno si è invece discusso del suo ruolo di VICARIO INQUISITORIALE quello che ha indotto ad attribuire, specialmente alla Grillaia del 1668, una plausibile variazione sul contenuto storicamente attribuitola per ergerla ad una sorta di bizzarro ma anche geniale PRONTUARIO INQUISITORIALE.
Sulla direttrice di queste postulazioni non è da escludere che anche la II parte dello Scudo di Rinaldo sia stata, più o meno consapevolmente, elaborata da Aprosio su una linea analoga.
In merito a ciò si può analizzare il Cap. IX (in merito al celibato ecclesiastico) ma tuttavia ritengo che una "gemma" sia in merito costituita dal Capitolo X (Della conversatione con le Donne etiamdio professanti vita spirituale e virtuosa. Quanto sia pericolosa) che, per un verso riprende antiche discussioni connesse presumibilmente al complicato rapporto aprosiano con Arcangela Tarabotti, ma che soprattutto si propone utilizzando varie fonti erudite quale una dissertazione sui perigli degli ecclesiastici nel conversare e frequentare le donne.
Per l'agostiniano intemelio il capitolo rappresenta un'occasione ghiotta per citare autori liguri altrimenti misconosciuti quali Francesco Maria Aprosio (ed indirettamente ma in maniera consequenziale Marco Lamberti discusso autore di scritti escrologici cioè osceni dal greco aiskron): per quanto l'antifemminismo aprosiano vi sopravviva nell'equazione per esempio donna = ipocrita ed il capitolo sia stato, verisimilmente rivisto in un tempo che non ci è dato sapere con certezza, vedi la sua nuova intestazione non più a Francesco Maria Aprosio ma all'erudito francese Gilles Menage le osservazioni più interessanti sono guelle in merito a Giano Nicio Eritreo.
Queste osservazioni risultano interessanti non tanto per il pur significativo contributo aprosiano estrapolato qui dalla parte inedita della sua Biblioteca Aprosiana ma soprattutto per il fatto che l'agostiniano intemelio recupera o suggerisce l'idea di recuperare uno scritto introvabile dell'Eritreo, in merito ad un
religioso rovinatosi sin alla carcerazione ad opera del Santo Ufficio per la sua peccaminosa unione con una donna.