cultura barocca

ROIA

Il FIUME nasce presso il Colle di Tenda, scende lungo il versante meridionale delle Alpi Marittime ed ha la sua foce a Ventimiglia: la foce è molto variata rispetto ai tempi passati quando il fiume sboccava in mare a varie centinaia di m. verso levante rispetto all'attuale (congiungendosi colle acque del modesto "Rio Resentello" e permettendo quindi la formazione di un Porto canale.
Il ROIA (il cui nome deriva verismilmente dall'adattamento linguistico del ligure-romano Rutuba, ha un percorso di circa 59 km. con un bacino pressapoco di 660 Km quadrati> dalla fine della II guerra mondiale l'alto e medio corso si trovano in territorio francese: importante, in rapporto al fiume, oltre la recente e controversa (per la lunga interruzione posteriore sempre al II conflitto mondiale) "strada ferrata" che porta in Piemonte, dopo esser passata in territorio Francese e quindi rientrata in quello italiano) è la VIA STRADALE DEL ROIA che da una semplice ricognizione, tanto su documenti che sul campo, risulta esser stata infruibile, data l'asprezza, per millenni e che fu realizzata in tempi relativamente recenti e resa sicura soprattutto dopo gli interventi sabaudi e le ristrutturazioni connesse alle opere pubbliche del programma viario (dalla II metà del secolo scorso) dello Stato italiano unitario.




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Prescindendo da torri, case-torri, fortilizi vari, MURAGLIE, strutture militari diverse il sistema difensivo di Ventimiglia medievale e postmedievale e del suo territorio era imponente.
Il documento più antico in cui sono stati individuate le strutture difensive (oltre che la cinta muraria ed il complesso demico di Ventimiglia) è un'illustrazione di un quaderno cartaceo conservato in A.S.G., Archivio Segret, n.272/40, risalente all'11 giugno 1350, che per praticità e giustezza si definirà CARTA PALMERO dal compianto e instancabile studioso locale e agitatore intellettuale di vita culturale ventimigliese GIUSEPPE PALMERO che, a capo e guida di una squadra di specialisti di cose locali, ha dato grossi contributi alla conoscenza storica di Ventimiglia e territorio (ha editato questa carta in un suo SAGGIO SULLA TOPOGRAFIA INTEMELIA):
Nel territorio di CITTA' specificatamente, da tale documento, si riconoscono:
1-CASTEL D'APPIO.
2-CASTELLO DEL COLLE.
3-CASTELLO DELLA ROCCA.
4-"TORRE NUOVA".
5-CASTELLO DI PORTILORIA.
In succesive documentazioni cartografiche si individuano poi:
1-FORTE SAN PAOLO
2-FORTE DELL'ANNUNZIATA
Altre strutture militari interessanti del circonsario:
1-CASTELLO DI TENDA.
Particolare struttura difensiva e di controllo viario:
PORTA CANARDA

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Destinato a caratterizzare il paesaggio intemelio fu poi il riadattamento nel 1625 del FORTE SAN PAOLO (già intervenuto a surrogare i decrepiti castelli medievali), di cui restano, dopo lo smantellamento di fine dell'Ottocento, parti delle strutture. Nelle cartografie del '600 è rappresentato come un complesso quadrangolare potenziato ai lati da baluardi e circondato da un fossato e cortine di controscarpa.
Per una serie di contingenze e di utilità pratiche dal forte S.Paolo, alla stregua di un'emanazione strategica, verso i primi decenni dell''800, si sarebbe evoluto l'importante complesso fortificato noto col nome di FORTE DELL'ANNUNZIATA, destinato ad ospitare per un certo periodo il futuro diplomatico dell'unità italiana, Camillo Benso di Cavour, che qui sarebbe stato di stanza per una parte del suo servizio militare.
All'interno del castello di S. Paolo infatti, oltre ai vari ambienti specifici per servizi, stava dal XVI sec. una cappella curata dai padri del MONASTERO DELL'ANNUNZIATA: questo complesso religioso, dei Minori Osservanti di S.Francesco, era stato eretto nel 1503 ma, dopo secoli di fruttuosa vita spirituale, nel 1831 sul luogo del monastero venne edificato il FORTE DELL'ANNUNZIATA che andò a costituire un VARIEGATO SISTEMA DI DIFESA di Ventimiglia e da cui, per via di camminamenti sotterranei, si poteva accedere al sito più elevato di forte s.Paolo [attualmente il forte, da molto tempo soppresso e destinato a vari usi, è sede di varie strutture culurali e di pubblica utilità, tra cui ricopre un ruolo significativo, per la ricchezza dei reperti romani, il Civico Museo Archeologico.
Ebbe notevole, seppur non fausto, ruolo come base difensiva delle truppe Gallo-Ispane durante la Guerra di successione al Trono Imperiale di metà settecento.
L'indagine storica ha provato l'importanza strategica delle valli del Nervia e del Roia.
Per questo, accanto a piccoli centri rurali, quasi in ogni tempo in queste contrade fiorirono castelli e fortificazioni.
Tra i castelli il più celebre è oggi forse quello dei Doria in Dolceacqua, nella val Nervia: ma era forte di fondovalle, utile solo in epoca medievale, subito superato appena le moderne artiglierie presero il sopravvento su catapulte e bombarde, pseudomortai che, da sotto le mura, esplodevano verso l'interno oggetti contundenti, pietre di fiume, rimasugli d'armi inutilizzabili.
Fra le linee di fortificazione la barriera militare più efficace fu probabilmente quella realizzata dagli austro-sardi del Leutrum ai tempi della guerra di successione al trono imperiale d'Austria (XVIII sec.: si estendeva dalle piane di Nervia e Vallecrosia sin a Pigna ed oltre ancora, lungo un succedersi di forti imprendibili, posti su alture dominanti: v. R. CAPACCIO - B. DURANTE, Marciando per le Alpi...., Gribaudo [Paravia], Cavallermaggiore, 1993.
La valle del Roia ha vissuto una storia alternativa di fortezze e castelli rispetto a quella del Nervia: una storia forse più drammatica per la gravità strategica dei luoghi e per le lotte sostenute onde difendere quei forti e la loro funzione strategica.
Ventimiglia (sia che fosse Contado, Comune o Capitanato) ebbe sempre cura di questi suoi baluardi: verso levante in verità, così si riteneva nell'Età di Mezzo, per proteggere Ventimiglia alta bastavano le barriere naturali di Nervia e Roia e fra questi il castello di Portiloria.
La PORTA CANARDA guardava invece la strada che procedeva verso la Francia.
Ma la città di costa temeva il pericolo (soprattutto sabaudo e piemontese) che giungesse dalle gole di Saorgio, per la valle del Roia in cui si alternava varietà di caratteristiche: crudi paesaggi di fondovalle ("gole", di Berghe, Gaudarena, Saorgio, "Paganen" dove il Roia si scavò un passaggio a fatica) e abitati d'importanza storica (Tenda o Saorgio, Airole, Libri, Piena, Briga, Morignolo e Viévola.
Della TURRIS NOVA ("torre nuova") si ignorava l'esistenza fino a tempi recentissimi, quando G.PALMERO ne ha dato rendiconto in suo saggio: alla nota 145 dello stesso, commentando la CARTA CONSERVATA NELL'ARCHIVIO DI STATO DI GENOVA da cui ha ricostruito questa ulteriore struttura difensiva l'autore ne ha ricostruito topografia e logistica, in posizione baricentrica rispetto al "CASTRUM COLLIS", alla "PORTA CAYNARDA" e al "CASTRUM APII".
In relazione al CASTRO DI PENNA o PIENA esistevano, alle spalle di Ventimiglia, tre castelli che la proteggevano pei lati di costa e di val Roia: quelli di Appio, della Rocca, del Colle.
Le rovine di CASTEL D'APPIO, Castrum Apii, [che è qui possibile visitare in un breve tour seguendo la "freccia rossa" attiva sulle immagini del breve SERVIZIO FOTOGRAFICO curato da Ruggero Marro] appartengono all'architettura militare del XII sec.: si conservano il mastio poligonale in massi di puddinga ed una grande CISTERNA per il rifornimento idrico: si riconoscono tracce murarie di ripari ed ampliamenti (XIII-XIV secc.): non è mai stato facile individuare invece le strutture preromane e romane che la tradizione gli attribuisce e che si sono cercate soprattutto nella grande vasca (N.LAMBOGLIA, I monumenti medievali della Liguria di Ponente, Torino, 1970, p.17).
I dati più antichi sul castello si ricavano dai rogiti del notaio di Amandolesio che a metà '200 stendeva atti per procure di pagamento ai soldati, inventari di materiale e suppellettili, documenti di carico e scarico (allorché annualmente si sostituivano i due castellani genovesi , fra cui era diviso il materiale in dotazione).
Sulla base delle procure e degli inventari si ricava una media di minima e massima presenza, in questo e negli altri 2 forti intemeli, fra il 17-V-1260 ed l' 1-5-63.
Castel d'Appio in quanto a numero di ufficiali, guardiani di torre, balestrieri, serventi, portieri oscillò fra un minimo di 13 soldati ed un massimo di 23 sì da essere mediamente guardato da 18 militi, in genere reclutati fra mercenari di Corsica.
Il CASTELLO DELLA ROCCA raggiunse un massimo di 33 ed un minimo di 21, con una media di 25 soldati.
Il CASTELLO DEL COLLE (identificato dalla Costa Calcagno nel volume Castelli di Liguria col castro comitale intemelio) passando da un massimo di 39 ad un minimo di 20, per una media di 30, aveva la guarnigione più numerosa. Ciò risulta inversamente proporzionale alle possibilità di approvvigionamento e conservazione degli alimenti, ricostruite dagli inventari in base al numero dei contenitori presenti nei castelli.
La maggior quantità stava in Castel d'Appio (2 vegetes, 2 butes, 1 botexella parva), poi in quello della Rocca (3 butes di cui 2 tales quales) mentre nulla compare per il castello del Colle.
Tale differenza dipese dal fatto che questo era a contatto dell'abitato sì da condividerne le sorti per il vettovagliamento e di modo che la guarnigione in casi particolari svolgesse funzioni di polizia urbana.
Il CASTRUM ROCHE era un estremo presidio di Ventimiglia mentre il Castello di Appio stava, al pari di avamposto, sul colle Magliocca ad intercettare gli invasori che procedessero per le giogaie del Roia: in caso di assedio questo forte (cui si accedeva per una via sotto la località in Podio ove erano campi di S. Michele e dei cittadini intemeli Guglielmo Boveto ed Ingone Burono = di Amand. cit., doc. 208 e 451) poteva fruire di autonomo vettovagliamento ed in caso d'assedio avrebbe sopportata lunga resistenza (nel comprensorio erano torri e rocche minori, di cui è impossibile far rassegna: resta da citare la Rocha che il di Amandolesio registrò in località Seestro cioè Siestro, forse collegabile alle costruzioni del Martinengo durante l'assedio genovese di Ventimiglia ai primi di quel secolo = Id., doc.357; cfr. Storia della Magnifica Comunità...cit. p. 355 e seguenti).
L'abitato di Piena Alta (borgo di crinale nella media val Roia, che si raggiunge dalla stradale Breglio-Nizza) è oramai quasi del tutto privo di residenti stabili e sorge nei pressi dei resti del CASTELLO DELLA PENNA costruito dagli ingegneri militari di Genova. La sua funzione strategica sui percorsi di media valle risulta indiscutibile: qualsiasi espansionismo sabaudo verso il mare di Ventimiglia avrebbe sempre fatto i conti con questo avamposto idoneo per una lunga difesa. Il nome del castello ha alla base una rappresentazione linguistica dei luoghi irti su cui fu eretto ( "Vetta rocciosa di forma aspra ed acuta" come prima del 1406 il Buti scrisse:"La capra è animale che volentieri va pascendo sopra la penna de' monti": il termine è un derivato, per la descrizione di una vetta, dal latino pinna nel significato di "penna o freccia" ma anche di "merlo di muro"[però nell'interpretazione di Alessio-de Giovanni - 1983, 35 - la voce "penna (deriverebbe) da una base prelatina in rapporto col latino pinnus vale a dire "acuto".
Ai tempi della guerra ligure-piemontese del 1672-73, combattuta perlopiù nelle valli del Roia, del Nervia e dell'Argentina merita una citazione la resistenza eccezionale della guarnigione genovese del forte della Penna agli ordini di Gerolamo Gastaldi che non cedette neanche alla minaccia del comandante sabaudo di far impiccare 2 suoi figli fatti prigionieri.
Il FORTE (O CASTELLO) DI PORTILORIA [ ove venne firmata nel 1246 una convenzione tra Ventimiglia e Dolceacqua per una reciproca collaborazione anche in caso di guerra incluso plausibilmente lo sfruttamento da parte di Doceacqua dell'approdo del Nervia con i percorsi dell'epoca, non senza verosimilmente precindere dall'accesso al porto del Roia/Roya (ma ferma restando, nonostante questi accordi e ulteriori scontri, l'ineluttabilità della storia "genovese" di Ventimiglia e suo contado documentata dall'8-VII-1251 quando Fulco Curlo e Ardizzone De Giudici si recarono a Genova dal Podestà Menabò Torricella per le convenzioni che sancirono la fine del Comune intemelio proiettandolo definitivamente nel "Dominio" della Repubblica siffatta convenzione durò relativamente poco e anche dal lato fiscale e viario dopo che nel 1296 Dolceacqua tentò l'improba strada all'acquisita Ripa Nerviae ad Rotam si ritornò, non senza liti, al tragitto antico sin agli approdi intemeli fu riattivato, in rapportò però alle mutate condizioni geopolitiche, nel 1355 ] GUARDAVA quanto restava del porto canale del Nervia [ e quindi l'omonima piana sulla riva occidentale, alla foce, di questo torrente) e poi la via di fondovalle, i resti del tragitto costiero romano, il duecentesco ponte di legno sul torrente ( di Amand., cit., doc. 641 del 28-VIII-1254) con il sostanziale quadrivio viario di Nervia = ma la vastità delle potenzialità strategiche e di visualizzazione dei siti non si fermava lì atteso che attraverso le presumibili postazioni in altura siffatta vastità di controllo si estendeva ben oltre (poteva controllare, oltre ad eventuali pericoli provenienti dal mare, la vasta zona dei Piani di Vallecrosia dove ancora sopravvivevano medesti reperti della Strada Romana o Strata Antiqua, cui si accedeva dall'importante Guado "del Verbone o Torrente del Crosa, conducendo ad un polmone agricolo storico tradizionale quello delle Braie verosimilmente percorso, benché chissà in quali condizioni però, dalla deviazione, gergalmente poi denominata "strada per Camporosso" ] .
Il FORTE (da non confondersi assolutamente con torri, erette o già esistenti, attrezzate contro i Turchi a guardia del mare e quindi prossime alla costa o con resti di strutture militari posteriori a partire dalla settecentesca "Guerra di Successione per il Trono Imperiale" = vedi qui una carta antica multimedializzata e la stessa, senza moderne attivazioni di voci, come nel '700 la realizzò l'ingegnere di guerra genovese M. Vinzoni) sorgeva verosimilmente in una posizione egemone (sì da sfruttare il sito strategico ed ad elevata potenzialità d'osservazione di "COLLA SGARBA") rispetto a queste proprietà e agli eventuali insediamenti, su un sito relativamente in altura relativamente all'odierna parrocchiale nervina di Cristo Re eretta non lungi da dove stava nel '700 la ridotta o forte Orengo degli Austro-Sardi (nel XVIII secolo ai tempi della guerra di successione al trono imperiale), a sua volta edificato nel PREDIO (CASSINA) ORENGO già prebenda episcopale dal 1260 - 1261: poco più in basso di dove stava il CASTRUM AQUAE [o distributore alle condotte cittadine del rifornimento idrico portatovi da due acquedotti provenienti da rio Seborrino] eretto dagli ingegneri e dagli operai idraulici di Romani e nei pressi una struttura basilicale del medio Impero, rilevata di recente, su cui in seguito venne forse costruito un edificio paleocristiano (G. Rossi, Dove si trovava il castello di Portiola , “Giornale storico e letterario della Liguria”, 1 (1900), p. 376-80 (latino Portiloria = volgar. Portiola, pron. Porziola): "Manuele, conte e capitano di Ventimiglia, con il consenso dei consiglieri e del consiglio di Ventimiglia, stipula un patto con Carlevario e Giacomo Preposito – per parte di Dolceacqua – onde le due comunità collaborino in pace e guerra con Genova e il conte di Provenza e contestualmente possano percepire i diritti bannali dei cittadini abitanti nei vicini rispettivi distretti. Il documento detta in questa modo: Nos Manuel comes et capitaneus hominum Vintimilii et voluntate et consensu consiliariorum Vintimili et consilio congregato more solito, scilicet Raimundi Saxi, Oberti Marosi, Fulconis de Castello, Wilelmi Prioris, Conradi Intraversati, Fulconis Curli, Ottonis Marchesii, Ugo Speronis, Willelmi Bonabella, Jacobi Grilati, Raimondi Prioris, Wilelmi Valorie, Rubaldi Balbi et nomine capitaneatus Vintimilii concedimus vobis Carlevario consuli Dulcisacque, quod vos possitis accipere banna de seminatis vestris et vestris agregis quos habetis infra territorium Vintimilii de omnibus hominibus preter de hominibus Vintimilii et de suo districtu... in sursum versus collam de fino. Et de dictis confinis in sursum possitis capere banna de vestris seminatis et agregis sicuti dictum est. Item promittimus vobis quod nos non faciemus pacem nec concordiam cun Genuensibus sine vobis. Et contra Iannuenses et Comitem Provincie si guerram habueritis promittimus vobis iuvare pro posse nostro. Et hec omnia predicta promittimus vobis attendere sub ipoteca bonorum Vintimilii. Item nos Carlevarius consul Dulcisaque et Iacobus Prepositus nomine communitatis Dulcisaque promittimus vobis Manuelo capitaneo hominum Vintimilii, quod nos non faciemus pacem nec concordiam cum Genuensibus sine vobis. Et promittimus vobis iuvare pro posse nostro de guerra quam habetis vel habueritis cum Genuensibus et cum Comite Provincie. Et predicta promittimus vobis attendere sub ypoteca bonorum nostrorum. Testes presbiter Ugo Ferrar, Rainaldus Garillius, Ugo Conqua de Saurgio/ Actum in castro Portilorie die XVI. octobris anno dominice incarnationis MCCXLII. inditione V./ Ego Wilelmus Bermundus sacri Palatii notarius extraxi de cartulario quondam magistri Wilelmi notarii nihil addito vel diminuto literam vel punctum quod mutet sententiam vel sillabam scripsi. = Albintimilium...cit., p. 158-9, 183 nota, 189 nota e 197-8).
Tale castro confinava più in alto con la terra di Giorgio Cataneo, inferiormente con l' acqua del Nervia, da un lato con la terra di Mauro de Mauri, dall'altro con quella di Guglielmo Maroso...": da altri documenti si apprende che vi eran nei pressi terre coltivate ed un pozzo per l'abbeveraggio (Id., doc. 357 del 25-III-1261): il toponimo, da cui il FORTE traeva nome, risulta variamente nominato dal notaio di Amandolesio quasi a testimoniare che, accanto alla struttura militare, vi esistessero dei casolari con residenti stabili, impegnati nell'attività rurale.
Sempre dal duecentesco notaio genovese si evince la presenza nel luogo di strutture funzionali per la vita agricola oltre che come detto di terreni da porre a coltura e di tutto quanto fosse necessario, partendo dalla gastronomia, per la vita di relazione: vedi qui doc. 260 del 9 giugno 1260 [citazione di troilum et fons (che sfruttavano ancora la portata degli acquedotti romani?) = Importante è anche il doc. 563 del 18 maggio 1262 (colture di di fichi e di viti [in questo caso, oltre al comsueto toponimo, compare nel documento la citazione in plano Nervie evidentemente per indicare
la zona pianeggiante, a sud dell'area vera e propria del castello, dove grossomodo corrono oggi la via statale e la ferrovia,
sino a confinare con la
prebenda
episcopale, area dell'ex officina del gas e dell'attuale comprensorio ospedaliero intemelio)].
Anche se un rilievo eccezionale ha soprattutto
il
doc. 515 del 25 novembre 1262 [ secondo la tecnica colturale aggregativa di peciam unam terre agregate ficuum et amindolarum
colture di fichi e mandorli (del quale e del cui relativo frutto,
si vedano qui, appena prima delle
considerazioni dei classici in senso botanico e fitoterapico ma anche in merito a certe costumanze socio-sacrali -come in occasione delle nozze- vagamente assimilate nella ritualità cristiana
, quanto ne scrissero nel XVI secolo
i naturalisti Pietro Andrea Mattioli, "Amatus Lusitanus" e Castore Durante.
Questo
documento del di Amandolesio del 25 novembre 1262, qui riprodotto a stampa dal testo di riferimento, è assai importante attestante nell'areale nervino, cenno verosimile ad un più esteso spazio agronomico, la coltivazione di mandorle (vedi IV riga dall'alto del testo latino).
[glossa = "E BÁNE" (dal punto di vista dialettologico Bàna deriverebbe dal verbo sbanà nel senso di spalancare la bocca) sono biscottini alle mandorle, tradizionali di CAMPOROSSO, che fino all’Ottocento era gran produttore di mandorle e giammai
bisogna dimenticare, con quella agronomica, la valenza viario-strategica oltre che spirituale e da antichissimo tempo di questo borgo dal toponimo originario di
CAMPUS RUBEUS
(interagente in senso esteso con le grandi trasformazioni geopolitiche di fine '700 e primi '800, tra Rivoluzione, Repubblica Ligure, Epoca Napoleonica Resturazione viennese e nel dettaglio dell'estremo Ponente Ligure con La Braia, Le Braie = areale agronomico conteso tra Vallecrosia e Camporosso percorso dall'antica "strada per Camporosso": poi dal XIX sec. assegnato a quest'ultimo borgo per la creazione di Camporosso Mare)
UNA IMPORTANTE "VILLA" AGRICOLA, NATURALMENTE GRAVITANTE ANCHE SULLA PIANA DEL NERVIA, NELLA CUI PARROCCHIALE
AI TEMPI DEL VESCOVO G. NASELLI, COME NELLA CATTEDRALE INTEMELIA, FU CHIAMATO A PREDICARE P. SEGNERI ANCHE, MAGARI,
PUR NELL'AVVENUTA SEPARAZIONE PER L'ECONOMICO TRA VENTIMIGLIA E LE SUE VILLE ORIENTALI ORGANIZZATESI NELLA COMUNITA' DEGLI 8 LUOGHI,
ONDE PACIFICARE O SMINUIRE SUPERSTITI CONTRASTI TRA POPOLANI E VILLANI CON I GRUPPI DIRIGENTI INTEMELI
NEL CONTESTO INTERCORRENTE PROPRIO TRA VENTIMIGLIA E IL BORGO DI CAMPOROSSO
I CUI RESIDENTI ERANO TRA I PIU' IRATI VERSO IL CAPOLUOGO ATTESO IL MANCATO RISARCIMENTO DA PARTE DEL PARLAMENTO INTEMELIO DEI DANNI ARRECATI AL LORO TERRITORIO DALLE TRUPPE DEL GENOVESE GENERALE PRATO DOPO LA BATTAGLIA DI S. PIETRO DI CAMPOROSSO NELLA GUERRA DEL 1672/'73 TRA GENOVA E IL PIEMONTE
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Ritornando all'assunto di partenza non può farsi a meno di rammentare che l'origine del dolce potrebbe anche essere remotissima stante non solo documenti relativamente recenti individuati presso la Sezione dell'Archivio di Stato di Ventimiglia dal dott. A. Carassale e trasmessi al Sign. Sergio Verrando (vedi atto di notaio Andrea Battaglia, Ventimiglia, Quartiere Piazza, 25 novembre 1776, n. 289 in cui si legge tal Francesco Squarciafico di Gio. Batta...ha venduto, e vende a Giuliano Squarciafico suo stretto parente, et accettante un pezzo [di terra] aggregata di vitti, fichi e amandole con fontana essa sita nel territorio di Camporosso chiamato Giré ma altresì le indicazioni del citato notaio duecentesco di Amandolesio come pure l'abbondanza del donativo del Capitanato intemelio fatta a Genova in occasione della peste che la tormentava nel 1579-1580 = data la significanza simbolica della mandorla in merito alla cultualità cristiana e attesa la loro confezione specie in rapporto ai periodi delle varie festività religiose non è neppure da escludere che il prodotto abbia avuto origine in tempi remoti ed atto a celebrare la spiritualità religiosa cristiano-cattolica (l'uso della mandorla è molto antico in vari tipi di confezioni e dolciumi: per esempio: "Il termine amaretto, riferito ad un dolce, indica un biscotto di pasticceria, diffuso in tutte le regioni d'Italia. Nati in Italia nel medioevo, verso la fine del XIII secolo si sono diffusi nei paesi arabi e, durante il rinascimento, in tutta Europa. Oltre alla produzione italiana, in particolare quella lombarda, vanta grandi tradizioni quella Francese, soprattutto in Lorena e nei Paesi Baschi. Con il termine amaretto si intende un tipo di pasticcino a base di pasta di mandorle, fatto con zucchero, bianco d'uovo, mandorle dolci e mandorle amare e armelline. Di questo dolce esistono principalmente due versioni differenti: l'amaretto tipo Saronno, croccante e friabile, e l'amaretto tipo Sassello, mollo e più simile al marzapane e di amarena. Entrambi hanno forma tondeggiante, come una piccola calotta, e la superficie screpolata") Sotto la voce "DOLCI e DESSERT la Cumpagnia d'i Ventemigliusi ne propone utilmente www.cumpagniadiventemigliusi.it › CUCINA INTEMELIA" questa attuale ricetta = "Ingredienti per settantacinque biscottini, circa - 400 grammi di farina - 200 grammi di zucchero - 200 grammi di burro - 200 grammi di mandorle pestate e tostate - due tuorli ed un uovo intero - un cucchiaio di marsala - una bustina di lievito per dolci - Attrezzatura: una piastra, fornita di carta da forno - Impastare il tutto a fontanella, poi formare delle palline non più grosse di una noce. Mettere in forno caldo a circa duecento gradi, fino a doratura = da questo contesto, in merito ad un discorso sulla possibile vetustà del prodotto resta il problema della dolcificazione - attesa la relativamente tardiva introduzione dello zucchero - sì che in merito a ciò si possono elencare qui altre forme di dolcificazione proprie dell'antichità: un problema verosimilmente più complicato è legato al vino che si usava, riferendosi naturalmente ad epoche remote (leggine qui la storia) ed infatti il marsala della ricetta proposta è un vino liquoroso di diffusione abbastanza recente, sì che la ricetta se fosse stato esclusivo il suo uso rimanda a tempi parimenti "recenti" sempre che non si usasse -salva però la probabilissima possibilità di altre soluzioni- un vino liquoroso molto più antico ma costoso e verosimilmente di ben poco facile assimilazione nonostante i pellegrinaggi della Fede verso Compostela in Galizia che deve il suo nome all'antica città fenicia di Xerò ribattezzata nei secoli con vari nomi: Ceret dagli Antichi romani - Sherish dagli arabi [ Il nome del vino (Sherry nei paesi inglesi, Xérès in Francia, Jerez in Spagna) prende evidentemente spunto dalla geografia: siamo a in Jerez de La Frontera, Andalusia, nel Sud-Ovest della Spagna, dalle parti di Cadice, riconquistata dagli Spagnoli ma a lungo terra pericolosamente di frontiera rispetto ai restanti domini arabi rivolti al Regno di Granada: e come sopra già si intuisce leggendo pare che la vite, portata dai Fenici, sia stata poi coltivata dai Romani allo scopo di produrre vini da importare a Roma; più tardi gli Arabi introdurranno nella zona l’alambicco per la distillazione, che avrà importanza per il processo di fortificazione]. Anche per Soldano una fra le ville orientali di Ventimiglia destinate a costituire la seicentesca Magnifica Comunità degli Otto Luoghi tra XIII e XVI secc. risultano attestate colture aggregative in cui rientrano vari tipi di alberi tra cui quelli (di) avellanarum rotundarum e avellanarum longarum come colture di nocciole e mandorle = però l'analisi filologica più aggiornata di Plinio a riguardo dell'edizione critica della sua Storia Naturale, cui si debbono molti di questi fitonimi, non avvalerebbe l'identificazione delle avellanae con le mandorle ma piuttosto con le sole nocciole (tuttavia i dubbi persistono, anche per le tante trasformazioni liguistiche e terminologiche attraverso molteplici secoli = ed anche per la ragione che qui si parla di due tipi di avellanae cioè rotundae e longae cui Plinio non fa cenno: come non fa cenno un moderno e compianto fautore della Biblioteca Aprosiana Pier delle Ville alias Pietro Loi scrivendo delle avellanae nuces)].

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A titolo integrativo - dopo aver precisato quanto le mandorle rientrassero nella gastronomia, specie se raffinata, degli antichi romani (vedi) non esclusi i ceti benestanti delle città minori come Ventimiglia romana o meglio il Municipium di Albintimilium che inglobava ben più estese emergenze demiche - rammentando dopo i tempi ferrei succeduti al collasso economico imperiale una valida ripresa colturale, anche di frutteti, dal XII secolo agevolata dalla tradizione agronomica dei Benedettini e dal loro sistema colturale della Grangia = qui, poi, si analizzi la citazione, con l'elenco degli autori e dei brani in cui hanno parlato della "mandorla/mandorle" tratta dal "Grande Dizionario della Lingua Italiana" di S. Battaglia con la citazione del testo della stessa collana elencante le opere donde son state tratte le citazioni: contestualmente qui si possono visualizzare sempre da questa grande opera l'etimologia del fitonimo "mandorla" e quella dell' antico e disusato fitonimo "amandola" = risalendo nel tempo è da dire ( al pari di altri prodotti agronomici e zootecnici come le " uova " dalla forte simbologia religiosa, anche in contesto cristiano ) pure la mandorla ha varie valenze simbologiche tanto che che l'amygdala è più volte come qui si vede citata nella Bibbia per il suo particolare significato di rapporto fra Dio e gli uomini (anche se non soprattutto il mandorlo è stato un simbolo di promessa per la sua precoce fioritura, che simboleggia l'improvvisa e rapida redenzione di Dio per il Suo popolo dopo un periodo in cui sembrava lo avesse abbandonato; si veda ad esempio Geremia 1,11-12) = ma ben 11 sono le citazioni della mandorla nel contesto della Bibbia: I suoi frutti hanno un elevato valore nutritivo; i figli di Giacobbe dall’Egitto riportano al padre i “prodotti più pregiati del paese” e, tra questi, le mandorle (Gn 43,11). Per gli ebrei la pianta ha anche un valore simbolico: quando Mosè consegna un bastone ad ogni capo delle dodici tribù, quello di Aronne fiorisce, fa “spuntare fiori e maturare mandorle” (Nm 17,23). Non solo: secondo le prescrizioni di Mosè, il candelabro d’oro del Tempio deve avere sei “calici in forma di fiore di mandorlo” (Es 25,33-34 e quindi 37,19-20) = la vesica piscis o mandorla è un simbolo di forma ogivale ottenuto da due cerchi dello stesso raggio, intersecantisi in modo tale che il centro di ogni cerchio si trova sulla circonferenza dell'altro: Il nome significa letteralmente vescica di pesce in latino. conosciuto in India, in Mesopotamia, in Africa e nelle civiltà asiatiche, esso passa nel Cristianesimo come un riferimento a Cristo, come è evidente nell'ichthys = pesce, utilizzato pure come simbologia di riconoscimento, auspicabilmente ignota a persecutori pagani, fra i Cristiani delle origini. Nella successiva elaborazione dell'iconografia cristiana, la mandorla viene associata alla figura del Cristo o della Madonna in Maestà e rappresentata in molti codici miniati e sculture del Medioevo, come nell'affresco o nell'arte musiva. In tale contesto è un elemento decorativo romanico-gotico utilizzato per dare risalto alla figura sacra rappresentata al suo interno, spesso attorniata all'esterno della mandorla da altri soggetti sacri ed ha una doppia significanza: alludendo al frutto della mandorla, e al seme in generale, diventa un chiaro simbolo di Vita e quindi un naturale attributo per Colui che è "Via Verità e Vita" quindi come intersezione di due cerchi essa rappresenta la comunicazione fra due mondi, due dimensioni diverse, ovvero il piano materiale e quello spirituale, l'umano e il divino. Gesù, il Verbo divino fattosi uomo, diventa il solo Mediatore fra le due realtà, il solo pontefice fra il terrestre e il celeste, e come tale viene rappresentato all'interno dell'intersezione. A conferma di ciò, in alcune miniature del periodo Carolingio e Ottoniano i due cerchi vengono anche rappresentati attorno al Cristo, ma in verticale. vedi = Giulio C. Argan, Storia dell'arte italiana, Sansoni, 2002. ISBN 88-383-1912-X - Meyer Schapiro, Adriano Sofri, Arte romanica Torino, G. Einaudi, 1988. ISBN 88-06-60025-7 - Hans Erich Kubach, Architettura romanica. Milano, Electa, 1978. ISBN 88-435-2474-7 ).
A livello filologico, restando nel campo della cultura del barocco, a pagina 606 del suo repertorio La Biblioteca Aprosiana Angelico Aprosio cita il Calepino ed il suo celebre "Dizionario" = le varie voci concernenti in molteplici lingue il "mandorlo" partendo dal latino amygdala son qui visibili entro un'edizione padovana, per i tipi del Manfrè, datata del 1726 = è inoltre da dire che Aprosio, essendo peraltro un eccellente (e talora anche criticato trattandosi di un religioso) commensale, già si chiedeva, già ai tempi del suo soggiorno a Venezia quanto fosse conciliabile condurre una vita accademica ed una da "opsophago" tra erudite discussioni, buon cibo ed ottime bevande aveva indubbio interesse per l'autore dei Deipnosofisti cioè i "dotti a banchetto" di Ateneo da Naucrati: nella sua smisurata opera Ateneo aveva parlato spesso anche di mandorli e mandorle: a titolo solo documentario si riporta qui, dal contesto della gigantesca opera, un frammento (836e Page = 5 Sutton) tratto da Filosseno di Citera ove si legge questo stralcio "...e c'era una distesa di dolcetti/ al sesamo e formaggio, fritti nell'olio e cosparsi/ di sesamo, e poi ceci/ con zafferano bastardo, floridi/ nella loro stagione, e uova e mandorle dalla tenera pelle/ [...] e deliziose noci/ che i bambini sgranocchiano,/ e quant'altro si addice a un banchetto prospero e lieto ..." = vedi 643c, volume XIV dall'edizione vol. III de I Deipnosofisti - i dotti a banchetto - di Ateneo, Prima traduzione italiana commentata su progetto di Luciano Canfora / introduzione di Christian Jacob, Salerno editrice, Roma, 2001 )].

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Ritornando nuovamente ale riflessioni di base è da far rilevare che
questo sopra studiato duecentesco ( 25 novembre 1262 ) documento del notaio di Amandolesio costituisce il dato forse più antico sulla produzione di ../abczeta/ nell'agro del Capitanato di Ventimiglia e sue Ville
anche se, presubimilmente, è in occasione della
Peste Nera del 1579-'80
che si evincono i dati più significativi.
In siffatta, drammatica situazione
Genova e la restante Liguria furono colpite in maniera impressionante con migliaia di morti,
causati dall'epidemia e dalla conseguente carestia anche per l'arresto dei rifornimenti, rimanendo immuni dal catastrofico contagio l'agro intemelio e alcuni Stati confinanti.
Il Parlamento di Ventimiglia e sue Ville,
onde soccorrere la capitale, deliberò allora una coraggiosa spedizione di
derrate alimentari (costituite soprattutto da prodotti locali) tra cui risultano da ascrivere pure
...undici sacchi di amandorle...

[resta utile far notare che, a prescindere dagli utili rifornimenti alimentari, molti dei prodotti inviati erano ritenuti in campo fitoterapico e nel contesto della tradizione popolare [senza dimenticare il ricorso, diffuso non solo fra il popolo, del ricorso a vari tipi di amuleti, come anche poi scrisse Ludovico Antonio Muratori nel suo trattato Del Governo della Peste (Modena, Soliani, 1714), opera in cui riprendese certe considerazioni di Teofilo Rinaldo (Rainaldo) di Sospello già corrispondente dell'intemelio erudito G. Lanteri] come forme più preservative che medicamentose contro il contagio pestilenziale (clicca e vedi) = compreso il vino, componente base di tanti medicamenti pressoché tutti i prodotti qui citati entravano infatti nel campo, pressoché infinito quanto inefficace, e trattato in tanti libri dei rimedi proposti contro la peste. Una significativa proprietà medicinale era attribuita anche alle mandorle o più precisamente all'olio di mandorle: vedi qui per esempio come col il contributo anche dell'olio di mandorle dolci sarebbero stati curati un uomo ed una donna colpiti dalla sifilide (o "infranciosati" come al tempo anche si diceva) secondo quanto scrisse nel suo Fulmine de' Medici Putatitij rationali di zefiriele Tomaso Bovio Nobile Veronese, interlocutore Marsiglio, Zefiriele, Filologo (vedi qui per individuare anche altri esempi tutte le opere digitalizzate di Zefiriele Tomaso Bovio (1521-1609) medico empirico, alchimista e cabalista veronese, anche attivo tra Genova - Savona - Ponente Ligure. .
In merito a ciò risulta utile qui proporre un particolare testo, che essendo del XIX secolo dimostra quante credenze fossero destinate a sopravvivere. il testo in questione e qui multimedializzato porta un titolo emblematico = Dell'Olio preservativo sicuro e Rimedio contro la Peste e della causa della Peste, se di natura animale: lettera del Cons. A. A. Frari al Cons. Pezzoni a Costantinopoli, per Gio: Cecchini, Venezia, 1847 (la citazione dell'olio di mandorle rimanda a terapie antiche, specie in un libro come questo di metà 1800 = per esempio nel precedente Manoscritto Wenzel qui digitalizzato il dimensionamento delle proprietà farmacologiche dell'olio di mandorle che qui, pur trattandosi di malattie e terapie importanti, risulta ristretto ad un campo quasi solo estetico in merito alla caduta dei capelli)] .

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-Federico Guglielmo Leutrum fratello minore di un condottiero tedesco al servizio dei Savoia nacque il 27 giugno 1692 nel Baden dal barone Federico Cristoforo e dalla baronessa Giuliana de Gemmingenburg. Date prove di attitudine al servizio di guerra si trasferì in Piemonte a soli 14 anni. Agli inizi del conflitto nel 1740 aveva già raggiunto il grado di brigadiere: fu uomo dal carattere deciso, buon stratega e tattico intelligente e si dimostrò anche valido trascinatore dei suoi soldati. Morì all'età di 63 anni il 16 maggio 1755 dopo essere diventato, a compenso dell'eccellente servizio prestato per i Savoia, governatore perpetuo di Cuneo nel 1748.


I primi stadi di fornitura organizzata dell'acqua risalgono a tempi remotissimi.
Nella prima età del bronzo, le sorgenti che rifornivano le comunità dell'Europa erano spesso racchiuse in un rivestimento di legno.
Talvolta si raccoglieva l'acqua piovana e si scavavano cisterne in strati di argilla impermeabile, rivestendoli poi con una struttura di legno.
Oltre a scavarle nella roccia, i Greci e i Romani costruivano le loro cisterne in mattoni o cemento con volte a botte e pilastri, aggiungendovi spesso vasche più piccole di decantazione.
Ai tempi ellenistici e durante l'Impero Romano le grandi città, come Alessandria e Bisanzio, costruirono enormi cisterne.
A Bisanzio la più grande misurava 141x73 metri e aveva 420 colonne.
Ancor oggi le grandiose cisterne di Valente (364-78) e di Giustiniano (527-65) riforniscono d'acqua Istanbul.
Per raccogliere, accumulare e conservare l'acqua delle precipitazioni atmosferiche, furono realizzate in tutte le regioni e in tutti i periodi dell'antichità opere importanti (cisterne teatrali, ipogee, ecc.), che però sono state messe in ombra dalle successive costruzioni di grandi acquedotti.
Né è conferma il fatto che fino a oggi non è stato portato a termine nessun restauro sistematico delle antiche cisterne.
Questa lacuna di conoscenza e di impegno nel campo specifico delle cisterne per cui non ci si rende conto dell'effettivo utilizzo, molto diffuso nell'antichità, dell'acqua piovana, è dovuta a una causa precisa: l'unica funzione delle cisterne era quella della raccolta e della riserva sotterranea dell'acqua e, di conseguenza, non furono stabilite norme particolari relative al loro aspetto esteriore.
Le forme delle cisterne potevano essere infatti molto diverse; la gamma delle varianti ha più interesse storico che estetico.
"Benché espressioni come "cisterne teatrali", limitate a situazioni particolari, o "cisterne navali", inducano a supporre che le cisterne avessero più funzioni, le cisterne vere e proprie servivano soltanto alla raccolta dell'acqua. Dal punto di vista della tecnica idraulica, tutti i bacini di raccolta posti al termine di una conduttura vanno distinti dalle cisterne e sono in realtà dei semplici serbatoi, come ad esempio la cosiddetta Piscina Mirabilis o i famosi serbatoi d'acqua di Costantinopoli, che nonostante le loro dimensioni vengono sempre qualificati come cisterne" (R. T. Kastenbein, 1990).
Gli autori antichi sono concordi nel considerare buona la qualità dell'acqua piovana. All'acqua "mandata da Zeus" si attribuivano infatti varie proprietà benefiche, compresa quella di giovare alla salute.
La buona qualità dell'acqua di una cisterna, d'altro canto, dipendeva anche dalla cura dell'impianto; se poi l'acqua di una cisterna non era solo per gli usi comuni, ma anche per l'alimentazione, si consigliava di bollirla.
Secondo Aristotele, una città ben progettata deve avere: "specialmente una naturale abbondanza di acque e di fonti e, in caso contrario, vi si deve far fronte predisponendo serbatoi per l'acqua piovana, capienti e numerosi".
Benché oggi le cisterne richiamino più l'idea dell'acqua d'uso comune che di quella potabile, specialmente perché si tratta di acqua ferma, nell'antichità l'acqua delle cisterne veniva impiegata anche per bere.
Questo accadeva soprattutto quando ancora mancavano i grandi acquedotti, e cioè in qualche grande città prima della fine del VI secolo a.C., in numerose città fino all'inizio dell'età imperiale e in molte altre località per l'intera storia della città.
Ciò poteva accadere inoltre in periodi di guerra o di altre contingenze.
Conformemente alla raccomandazione di Aristotele, le cisterne sulla rocca di Pergamo (attuale Bergama in Turchia), ad esempio, dovevano essere sorvegliate secondo le ordinanze con grande attenzione, anche quando veniva garantito un soddisfacente approvvigionamento idrico attraverso le tubazioni.
In periodi normali, tutte le fattorie, tutti i poderi, tutti gli allevamenti di bestiame, tutte le ville dovevano disporre di una o più cisterne, per non lasciare disperdere le precipitazioni atmosferiche che cadevano in quantità diverse a seconda del periodo e del luogo, e che si sarebbero rivelate preziose nei periodi di siccità. Su questo principio di compensazione tra i periodi di grande abbondanza e quelli di siccità si regolavano soprattutto le isole prive di sorgenti, prime fra tutte quelle di origine vulcanica come Tera/Santorino, e molte altre delle Cicladi.
Ventotene col suo complesso sistema di captazione mediante cisterne rappresenta un significativo modello di circolazione delle acque che collega tutti gli insediamenti principali dell’isola portando l’acqua alla fine del percorso in una piscina con annessa peschiera localizzata nel porto.
Tutto il sistema di captazione e di accumulo tramite cisterne contribuiva a rendere l’isola autonoma dal punto di vista idrico.
Delo, notoriamente povera di sorgenti, presenta quindi numerose cisterne, e così Nasso, che fino all'inizio del nostro secolo ha vissuto esclusivamente di acqua di cisterne.
Anche alcune città di terraferma, dove la falda freatica era troppo profonda per essere raggiunta da pozzi, come ad esempio la città mineraria di Laurio in Attica (Regione della Grecia) o alcune piccole città siciliane, si rifornivano soltanto di acqua di cisterne.
Per gli abitanti delle zone aride dell'Africa settentrionale, che una sola volta all'anno godevano di un periodo di pioggia breve ma abbondante, l'acqua piovana era un bene così prezioso che essi costruirono grandi terrazze lastricate per raccoglierla al meglio.
Il metodo più semplice per raccogliere l'acqua piovana era quello di sfruttare i tetti delle case: una superficie modesta, ma sufficiente con un pratico sistema di raccolta in grandi pithoi come a Olinto (Regione Calcidica della Grecia) o a Priene (in Turchia).
La pianta delle case signorili greche e romane, con i due cortili interni, (atrio e peristilio), era straordinariamente adatta alla raccolta dell'acqua piovana.
Ci si può quindi domandare se il tipo comune di casa sviluppato dai Greci e dai Romani non fosse proprio conseguenza del largo bisogno di acqua piovana.
Dai tetti relativamente piatti e pendenti verso il cortile interno (compluvium), l'acqua piovana fluiva, direttamente oppure attraverso grondaie e doccioni, in una vasca al centro, del cortile stesso, ossia nell'impluvium.
Da qui l'acqua scorreva in cisterne sotterranee, per depurarsi in bacini di sedimentazione.
Parallelamente al costante miglioramento del rifornimento idrico grazie alla costruzione di condutture, aumentò anche, in generale, il numero delle cisterne private.
Questo accadeva soprattutto per la volontà della gente di essere indipendente evitando di recarsi ogni volta ai punti pubblici di distribuzione.
La maggior quantità di acqua piovana veniva raccolta sui tetti: si pensi, oltre alle case private, anche alle sedi di lavoro, agli edifici pubblici di ogni genere o alle superfici di copertura dei templi, talvolta gigantesche, che spesso erano collegate con cisterne. I grandi edifici, con cisterne di raccolta per singole zone della città, oppure costruzioni particolari, come teatri, che si prestavano ottimamente alla raccolta dell'acqua piovana, erano collegati con l'imboccatura delle cisterne mediante grondaie, tubature in terracotta o canalette.
Le cisterne poste in superficie, erano piuttosto infrequenti, perché troppo esposte all'azione del calore.
In alcune località, come a Pompei, c'erano invece delle cisterne sopraelevate, da non confondere con gli impianti di raccolta idrica con cisterne sotterranee.
Questi contenitori sopraelevati assolvevano a una doppia funzione: oltre a immagazzinare acqua dai tetti, posti ancora più in alto, servivano contemporaneamente all'immediata distribuzione.
Una via di mezzo tra le cisterne di superficie e quelle sotterranee è rappresentata dalle camere di riserva scavate nella roccia, come le cisterne in pietra presso il tempio di Apollo Maleatas vicino a Epidauro (nel Peloponneso in Grecia), risalente all'età imperiale.
Normalmente si preferiva immagazzinare l'acqua piovana in impianti sotterranei (lacus, cisterna), che erano protetti dal calore, dalla sporcizia e da sgraditi agenti esterni.
Per conservare l'acqua fresca e pulita, le cisterne greche e romane più antiche venivano scavate nel terreno con il fondo a forma di pera o di bottiglia, e avevano soltanto una piccola apertura verso l'alto.
Già nell'età cretese-micenea, le cisterne interrate vennero rivestite di intonaco, per ridurre e più tardi per bloccare completamente le perdite per drenaggio.
Molte cisterne arcaiche del Pireo vennero costruite, in un primo momento, a forma di pera e, nel corso del tempo, furono notevolmente ampliate con camere sotterranee e, in alcuni casi, collegate l'una all'altra mediante gallerie praticabili.
Queste costruzioni con gallerie, tipiche di Atene, ritornano nell'Alessandria ellenistica, dove però non venivano sfruttate per l'acqua piovana, bensì per l'acqua portata da un canale del Nilo.
Le cisterne sotterranee non murate non sono legate a particolari periodi storici, ma si presentano in ogni secolo dell'antichità, sulla rocca di Pergamo (profondità media di 7-9 m, capacità 50-70 Mc) come sull'acropoli della città di Samo, dove un vecchio pozzo venne sostituito con una cisterna originariamente piccola, più tardi ampliata con alcune camere laterali.
Nell'età arcaica non sono documentate cisterne completamente murate, e nell'età classica sono una rarità: nella colonia milesia di Olbia nel Ponto c'era invece una cisterna con una classica muratura a conci, che poteva contenere circa 22 Mc di acqua piovana.
Nel corso dell'età ellenistica e repubblicana, la capacità media della cisterna aumenta sensibilmente e, in seguito all'impiego della pietra da taglio come materiale edile, vengono preferite le piante rettangolari a quelle rotonde, e ci si preoccupa sempre più di mantenere pulita l'acqua delle cisterne.
Il criterio sperimentale fissato dal Palladio, secondo cui una cisterna deve essere più lunga che larga, veniva rispettato ad esempio nella Perachora ellenistica.
Si trattava ancora di una cisterna a navata unica: i piloni mediani riducevano solamente la campata delle travi in pietra, che sostenevano la copertura orizzontale della cisterna.
Se in età tarda le cisterne venivano impiegate prevalentemente per l'acqua d'uso comune, all'inizio, invece delle camere comunicanti separate da filtri, doveva essere stato realizzato qualche sistema sconosciuto di purificazione soprattutto per l'acqua potabile.
Le cisterne più antiche, che non possedevano ancora nessun dispositivo di depurazione, furono dotate in seguito, come la cisterna di Dictinna a Creta, di un bacino di sedimentazione.
Dall'età ellenistica in poi si moltiplicarono le strutture edili e le tecniche di muratura. In particolare, la tecnica degli archi a cunei si dimostrò molto promettente per la costruzione dei ponti d'acquedotto e delle cisterne.
La cisterna di Delo, datata al III secolo a.C., che raccoglieva l'acqua dalla cavea del teatro, si distingue, nella sua epoca, per le dimensioni (circa 200 mq di superficie di base) e per gli otto archi in granito, collocati a regola d'arte, che sorreggono una volta a botte.
Nel periodo successivo, ebbe grande importanza l'introduzione della malta e della muratura a gettata, la tecnica di costruzione in mattoni e il continuo miglioramento della tecnica degli archi anche nelle cisterne.
Tutte queste tecniche edilizie romane sono presenti negli impianti di deposito sotterranei.
Il sistema di camere con volta a botte e a crociera viene realizzato anche con sei o sette locali adiacenti o con combinazioni di locali più grandi e più piccoli, più alti e più bassi, collegati l'uno all'altro.
Vengono costruite perfino cisterne a due piani (Leptis Magna).
Soltanto alcune cisterne grezze, prive della muratura in malta, non avevano intonaco.
In genere le pareti delle cisterne venivano intonacate con opus signinum, mentre il suolo veniva rivestito con pavimentum testaceum (ammattonato), per smussarne le asperità.
Alcuni o molti strati di intonaco o di pavimentazione in mattoni testimoniano un uso più o meno prolungato della cisterna.
L'intonaco impermeabile, che veniva applicato sulle superfici ruvide, come in diversi casi a Delo, caratterizzata da rocce scistose, necessitava in particolar modo di manutenzione.
L'acqua piovana veniva attinta dalle imboccature chiudibili delle cisterne nello stesso modo e utilizzando gli stessi mezzi che servivano per attingere l'acqua dei pozzi.
Nell'antichità, il metodo del prelievo rappresenta un elemento che collega molti e diversi impianti di approvvigionamento d'acqua.
I medici e gli ingegneri antichi insistevano concordemente sulla necessità di avere un'acqua pura.
Galeno, Vitruvio e altri denunciarono l'uso del piombo per i rivestimenti delle cisterne o per fare tubi, ma nonostante alcune precauzioni sebbene l'incrostazione prodotta dal carbonato di calcio e di piombo sulla superficie interna dei tubi ne riducesse il pericolo continuarono, sorprendentemente, a manifestarsi casi di avvelenamento da piombo sì da far ipotizzare qualche altra indecifrabile ragione del malessere.
Vitruvio raccomanda i seguenti metodi per provare la purezza dell'acqua: "l'acqua, spruzzata su un recipiente di bronzo corinzio (una lega di oro-argento-rame) o su qualsiasi altro bronzo buono, non dovrebbe lasciare traccia. Se si fa bollire dell'acqua in un recipiente di rame e dopo averla fatta riposare la si versa, essa sarà soddisfacente se non lascerà tracce di sabbia o di fango sul fondo del recipiente di rame. Inoltre, se i legumi bolliti nel recipiente cuociono presto, vuol dire che l'acqua è buona".
Diversi testi antichi riferiscono che certe acque "possono sopportare un po' di vino"; ed è possibile dedurre che, mescolando l'acqua a goccia a goccia con un vino ben colorato, i Romani valutassero il tenore di calce della loro acqua.
Gli antichi consigli per la depurazione dell'acqua vanno dalla semplice esposizione al sole, all'aria e alla filtrazione.
Erodoto segnala che l'acqua del Karkheh (in Iran, il nome originario del fiume era Choaspes), che scorre nei pressi di Susa, veniva bollita e conservata in caraffe d'argento per i re persiani.
Sono stati rinvenuti filtri porosi di tufo, e la filtrazione attraverso la lana o il lino ritorto era ben nota.
Sulla depurazione dell'acqua, Ateneo di Attila scrisse un'opera (50 d.C. circa) dove si parla della filtrazione.
Il filtraggio attraverso strati di sabbia è anche consigliato da Vitruvio.
Per la depurazione dell'acqua gli antichi autori consigliano l'aggiunta di varie sostanze, tra cui la più comune e la più efficace era il vino.
Le coperture dei tetti non dovevano essere di materiale organico (legno) né di lastre di piombo o contenenti comunque piombo.
Da preferirsi erano i tetti in laterizi o in lastre di lavagna.
Tali coperture non dovevano essere comunque a livello inferiore a quelle di contigue abitazioni, dalle quali potevano essere gettate sostanze di rifiuto, né dovevano essere accessibili all'uomo o agli animali.
Le dimensioni delle superfici di raccolta e delle cisterne dovevano essere calcolate in funzione delle necessità.
Se si trattava di località piovose si calcolavano in genere dimensioni tali da sopperire alle necessità di un bimestre, mentre se si trattava di località con piogge scarse ci si riferiva ad almeno un quadrimestre.
Per le cisterne si aumentava del 20% la quantità di acqua calcolata necessaria, al bimestre o al quadrimestre, come quota riservata alla sedimentazione delle sostanze sospese.
Le cisterne dovevano essere installate lontano da qualsiasi fonte di inquinamento (almeno 10 m da pozzi neri e 20 m da depositi di letame); dovevano essere possibilmente interrate per favorire la costante temperatura dell'acqua; non dovevano ricevere luce, altrimenti veniva favorita la formazione di alghe; dovevano avere un'apertura o botola di ispezione, ben protetta dall'eventuale ingresso di animali e contornata da una platea impermeabile con inclinazione verso l'esterno al fine di impedirvi l'infiltrazione di acqua caduta sul suolo circostante.
Infine la loro forma doveva essere preferibilmente a fondo semisferico per favorire la sedimentazione delle sostanze sospese, e la muratura doveva essere rivestita interamente con materiale assolutamente impermeabile (il rivestimento era di solito in malta di cocciopesto ed uno strato finale di olio di cocciopesto). Il sistema di attingimento era dall'alto, attraverso la canna del pozzo. Era inoltre opportuno periodicamente svuotare la cisterna e ripulirla.
Nella domus delle città di provincia troviamo l'essenziale dell'architettura civile romana.
Nelle case più arcaiche l'atrium aveva solo una stretta apertura che fungeva da camino e da lucernaio a un tempo.
Successivamente l'apertura diventò un vero e proprio pozzo di luce, il compluvium, al quale doveva necessariamente corrispondere un bacino a terra, l'impluvium, in cui confluiva l'acqua piovana.
Fu probabilmente a partire dal VI secolo a.C., che le case si dotarono di tali cisterne.
Da qui, tramite un orifizio di presa, la cui ghiera diventerà in seguito un elemento decorativo, l'acqua fluiva nella cisterna sottostante.
Anche gli edifici pubblici (terme) furono dotati di adeguate cisterne.
La più grande fu quella riservata alle terme del Foro, costruite nell'80 a.C., con una lunghezza di 15 metri, una larghezza di 5 e un'altezza di 9; da questa cisterna una macchina elevatrice travasava l'acqua nelle piscine delle sezioni maschile e femminile dell'impianto termale.
Le cisterne destinate a raccogliere l'acqua piovana, anche se innumerevoli, non ci hanno lasciato, se non raramente, la possibilità di rilevare esattamente il loro sistema di alimentazione.
Gli architetti, sempre attenti nel disporre i piani dei tetti inclinati verso l'interno delle case, applicavano sistematicamente il principio del compluvium.
L'impluvium, a parte il suo valore ornamentale, serviva ad una prima decantazione delle acque, che abbandonavano sul fondo di questo bacino le impurità più grosse che avevano raccolto sui tetti.
Nel peristilio, un canaletto, periferico di pietra o di mattoni dotato di pendenza, conduceva l'acqua a una vaschetta di decantazione, nel fondo della quale, si apriva il condotto per la cisterna.
Il prelievo dell'acqua dalla cisterna avveniva attraverso una sorta di pozzo di presa aperto nell'atrium, o talvolta nel peristilio, raramente nella cucina, la cui vera, detta puteal, era un cilindro di marmo o di terracotta, spesso decorato.
Una stagione eccessivamente piovosa poteva provocare la fuoriuscita dell'acqua dalla cisterna; si predispose allora un condotto di troppopieno posto a un livello inferiore a quello dell'alimentazione.
A Pompei, città sprovvista di fognature urbane, questo condotto portava l'acqua in eccesso alla strada, passando sotto i marciapiedi.
Primo esempio significativo di riuso dell’acqua a Pompei si ritrova nella Casa del Poeta tragico dove l’acqua della cucina portata da un tubo di piombo veniva utilizzata come sciacquone nella latrina.
Le dimensioni delle cisterne erano assai variabili in funzione della loro destinazione: nelle case private la cavità, accuratamente rivestita di calce e di cocciopesto, poteva limitarsi a 2 mq, mentre, se si trattava di un edificio termale, doveva contenere decine di migliaia di litri d'acqua.
La villa romana di Russi costituisce una delle ville rustiche più esemplificative e meglio conservate dell'Italia Settentrionale.
Presenta una estensione di almeno 8.000 metri quadrati, un impianto termale e 3 cisterne per la raccolta dell'acqua.
Sul lato est della villa c'è un ambiente scoperto in cui si usava molta acqua, come si può desumere dalle fognature e da un pozzo; particolarmente interessante risulta una vasca sopraelevata, pavimentata in mosaico a tessere appuntite e collegata ad una vaschetta più bassa, con un incavo per la raccolta dei liquidi: probabilmente era destinata alla lavorazione del vino.
L'ingresso principale era a sud del complesso in un altro cortile, od aia, nel quale sono stati scavati solo alcuni ambienti sul lato ovest, una probabile latrina ed una cisterna per acqua.
L'impianto termale serviva un ambiente , con pavimento in marmo e mosaico e con una scala che permetteva di accedere ad altre stanze sopraelevate; vi sono poi una fognatura con pozzetto in marmo traforato, due vasche in mosaico per il bagno, di cui una semicircolare, e altri ambienti con resti di intonaci parietali.
Complicati sistemi di rifornimento idrico furono creati in epoche sbalorditivamente remote.
Nel monastero di Christchurch, a Canterbury, si installò un impianto idraulico completo nel 1150.
Vicino alla sorgente c'era un serbatoio principale, in forma di torre rotonda, dalla quale si dipartiva un tubo sotterraneo di piombo che passava attraverso cinque cisterne di decantazione oblunghe, ciascuna munita di suspirail o apertura per controllare la pressione; di qui, il tubo passava sotto le mura della città ed entrava nel territorio del monastero.
Raggiungeva quindi un lavabo, dove alimentava un serbatoio collocato su un pilastro per creare una centrale di distribuzione.
Da questa si dipartivano due tubi: uno andava al refettorio, al retrocucina e alla cucina; l'altro andava al forno, alla distilleria e alla sala degli ospiti, e infine a un altro lavabo vicino all'infermeria.
Nei lavabi, sottili rivoli d'acqua si riversavano ininterrottamente nelle vaschette.
Altre diramazioni alimentavano il bagno e una cisterna che serviva agli abitanti del luogo.
L'acqua in eccedenza si raccoglieva in una vasca di pietra per i pesci, e di lì passava a una cisterna accanto alla cella del priore e quindi alla "vasca" del priore, dove arrivavano anche l'acqua in eccedenza del bagno e l'acqua piovana dei tetti, in modo da formare un energico flusso purificatore che correva attraverso lo scarico principale sotto le latrine o "retrodormitori".
Inoltre, esisteva una riserva d'emergenza: nel cortile dell'infermeria c'era un pozzo, e accanto a questo una colonna cava collegata al condotto principale, nel quale si poteva così immettere l'acqua del pozzo in modo che l'erogazione non venisse sospesa nei tempi di siccità.
Brevi diramazioni, chiamate purgatoria, servivano per lavare periodicamente le tubazioni.
L'efficienza di questo sistema idraulico può spiegare come mai il monastero rimase immune dalla peste nera nel 1349.
Il tracciato dell'impianto idraulico della Certosa di Londra è indicato dalla "Watercourse Parchment", la "pergamena del corso d'acqua", esposta nella sala-archivio della Certosa stessa.
Nel 1430, un certo John Feriby e sua moglie Margery, concessero al priore e al convento una fountain (sorgente d'acqua) e un tratto di terreno attraverso Irlington per installarvi una conduttura sotterranea.
Dalla sorgente, l'acqua passava in un tubo di piombo e in un canale di pietra, con suspirails come a Canterbury. Da una torre-cisterna nel chiostro principale si dipartivano diramazioni per portare l'acqua al lavabo, alla lavanderia, al caseificio e alla distilleria.
Poiché il certosino viveva quasi isolato, cucinandosi i pasti da sé e coltivando un orticello personale, ogni cella aveva la propria provvista d'acqua.
L'abbazia di Praglia, situata ai piedi del Monte Lonzina nei Colli Euganei (Padova), è dotata di 4 chiostri.
Il chiostro doppio che risale al 1490, ha un pozzo ancora funzionante per l'approvvigionamento idrico.
Il chiostro pensile, che risulta sicuramente il più interessante, risale al 1495, come è attestato da una iscrizione posta sull'architrave del pozzo, attribuito all'architetto Tullio Lombardo.
Esso è ubicato nella stessa posizione del chiostro medievale, di cui ricalca all'incirca la geometria, il pavimento è lastricato con ottima trachite con andamento leggermente convesso, per favorire la raccolta dell'acqua piovana nella sottostante grande cisterna (magnifico spazio funzionale ricavato nella roccia del monte Lonzina e costruito con pilastri e volte).
L'acqua raccolta dai tetti, veniva filtrata attraverso uno strato di sabbia fine, per poi essere prelevata dal pozzo.
Il chiostro botanico risale al 1490 ed è dotato di una fontana, alimentata dalla sorgente del monte Lonzina.
Infine, il chiostro rustico del 1550, sistemato dalla parte del monte Lonzina, serviva come spazio di fattoria.
Il Santuario di S. Maria delle Grazie di Covignano (Rimini), conserva ancora a lato della chiesa, un classico chiostro francescano di stile cinquecentesco.
Rifatto dopo la distruzione bellica, presenta al centro il tradizionale pozzo conventuale con cisterna sotterranea.
Infatti ad una profondità di circa 5 metri, si trova la cisterna dotata di un filtro a carboni, che serviva a captare e depurare le acque raccolte dai tetti.
Nelle fortezze medievali erette per far fronte agli assedi prolungati, il pozzo era un elemento di prima necessità, non solo nella cerchia dei bastioni difensivi, ma all'interno dell'ultimo rifugio, il "mastio" vero e proprio.
Spesso i castelli sorgevano in posizioni elevate e l'approvvigionamento d'acqua era assicurato da cisterne, alla maniera di quanto era stato fatto in ambito greco e romano che raccoglievano la pioggia.
Le superfici di raccolta erano: la corte, i tetti o le terrazze delle torri degli edifici e persino i cammini di ronda.
Usualmente l'acqua veniva filtrata prima di essere ammessa in cisterna con filtro a ghiaia e sabbia.
Nella fortezza normanna, il cannone del pozzo veniva elevato a volte fino al primo piano e anche più su, come protezione accessoria contro gli assedianti, se avessero invaso il pianterreno.
L'acqua si poteva attingere a qualsiasi piano.
A Newcastle, il pozzo si trova in una torre d'angolo del mastio e a entrambi i lati della fonte principale vi sono vaschette o nicchie nelle pareti con tubi e condotti che alimentano le altre parti del forte.
Dalla fine del secolo tredicesimo i masti non si costruirono più, e il pozzo venne situato nella corte centrale, o in una torre speciale come a Carnarvon, dove l'acqua veniva distribuita da una cisterna rivestita di piombo per mezzo di canali di pietra.
Nella Rocca dei Conti Guidi a Modigliana (915 - 1376, Forlì), dove si ritrova un peculiare esempio di tonacatura impermeabile, scavi archeologici hanno portato alla luce un sorprendente impianto di captazione, filtraggio e contenimento dell’acqua piovana.
La superficie interna delle tre cupole sovrapposte e del cilindro che le contiene sono tonacate con uno spesso strato di malta di cocciopesto e rifinite di uno stucco oleoso ancor di cocciopesto.
Questa tecnica, che ricorda le affascinanti rifiniture "sagramate", tipiche di quell’area, non si avvale dell’opera marmorata superficiale. Ciò non toglie che il manufatto non sia stato, a suo tempo, trattato adeguatamente per ottenere che diventasse impenetrabile all’acqua.
Di fatto, un intonaco di cocciopesto, anche se ben battuto ed assodato, ha una porosità superiore a qualsiasi altra crosta marmorata.
Ragione per cui questi manufatti sono molto più avidi d’olio di quanto non lo siano i comuni intonaci di calce e sabbia: anzi, queste materie sembrano non saziarsi mai, ed assorbono l’olio sino a farlo penetrare nelle loro più profonde ed intime vacuità, conferendo allo strato di rifinitura, una volta essiccata, uno straordinario potere di contenimento dei liquidi.
E’ poi riconosciuto, che gli intonaci di calce e cocciopesto, per la loro composizione chimica e la loro struttura, garantiscono le qualità organolettiche dell’acqua.

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