inform. B. Durante

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Nel suo VOLUME su ROMA ANTICA l'erudito seicentesco G.B. CASALI, analizzando vari aspetti della civiltà classica, passa in rassegna la vita nell'antica roma durante i CONVITI e le FESTE PRIVATE cui dedica l'intiero CAPITOLO XIX (pp.322-334) che, per quanto redatto in tempi in cui la scienza archeologica era ai primordi e semmai prevaleva la cultura antiquaria, veicola molte notizie di prima mano che tuttora giungono utili ed in molti casi (seppur opportunatamente filtrate ed interpretate) offrono sorprendenti informazioni.
Si può comunque sveltamente (oltre che soffermarsi più specificatamente ed in generale sulla GASTRONOMIA ROMANA) dare un'idea di come poteva essere un BANCHETTO IMPORTANTE nell'epoca imperiale: il testo sopra proposto sarà comunque irrinunciabile per alcuni approfondimenti specifici.
Una serie di norme di buona educazione e di etichetta regola la cena (logicamente nell'ambito dei ceti medio-alti e dell'aristocrazia: il momento istituzionale per i BANCHETTI e i CONVITI).
anche rispetto alla disposizione dei posti a tavola.
Nel TRICLINIO (SALA DA PRANZO ove si trovano i LETTI TRICLINARI): della vita condotta in questi amibienti possono dare un'idea vari reperti archeologici ma tra tutto spicca la descrizione, magari enfatizzata, che nel suo Satyricon Petronio fa della cena di Trimalcione.
Secondo l'usanza il padrone di casa fa disporre i letti tricliniari, su cui i convitati si distendono a due o tre, sostenedosi con il braccio sinistro piegato.
In tal modo la mano destra è libera di afferrare i cibi dai bassi tavolini accuratamente imbanditi davanti agli ospiti: cibi che sono spesso sofisticati e che anche se non corrispondono alle esasperazioni culinaria raccontata da Petronio in merito al suo Trimalcione possono essere sofisticati, ispirati magari al celebre RICETTARIO DEL GASTRONOMO-SCRITTORE APICIO
Il posto d’onore, detto "consolare", è comunque sempre situato all’estrema destra del letto centrale, ed è così chiamato dal fatto che un messaggero, entrando dalla porta postagli di fronte, può facilmente trasmettere al convitato ivi disteso una comunicazione importante e urgente.
Il padrone di casa si dispone subito a sinistra dell’ospite d’onore.
Nelle case più ricche le sale da pranzo sono più d’una, e vengono occupate secondo la stagione dell’anno e l’orientamento : i TRICLINI ESTIVI, spesso seminterrati e contenenti fontanelle e giochi d’acqua, sono orientati a nord, mentre quelli invernali prospettano a ovest, fatto che permette di cogliere gli ultimi raggi di sole della giornata.












Petronio, scrittore vissuto all’epoca dell’imperatore Nerone, ci ha tramandato un’indimenticabile descrizione del banchetto del nuovo ricco Trimalchione, rozzo ed esuberante ospite. Anche se il racconto è volutamente esagerato, tutto teso ad enfatizzare la grossolanità del personaggio, ci offre una delle rare possibilità di conoscere il gusto culinario dei Romani : “Tornando all’antipasto, su un grande vassoio era sistemato un asinello, di bronzo corinzio, che portava una bisaccia a due tasche, delle quali l’una conteneva olive chiare, l’altra scure... Dei piccoli sostegni, poi, saldati al piano del vassoio, sorreggevano dei ghiri spalmati di miele e cosparsi di polvere di papavero. Non mancavano anche delle salsicce che friggevano sopra una griglia d’argento e sotto la griglia prugne siriane con chicchi di melograno... Seguì una portata : si trattava di un vassoio rotondo che aveva disposti, uno dopo l’altro, in circolo, i dodici segni zodiacali, sopra ciascuno dei quali il maestro di cucina aveva sistemato il cibo proprio e adatto al referente... Accorsero poi saltellando a tempo di musica quattro camerieri e tolsero la parte superiore del trionfo. Compiuta questa operazione, scorgiamo nella parte più bassa pollame e ventri di scrofa ed in mezzo una lepre, provvista di ali, in modo da sembrare un Pegaso... A questo tenne dietro un vassoio, sul quale era sistemato un cinghiale di grande mole, e per giunta fornito di un cappello, dalle cui zanne pendevano due cestini, fatti di foglie di palma intrecciate, ripieni l’uno di datteri freschi, l’altro di datteri secchi. Intorno al cinghiale, poi, dei porcellini fatti di pasta biscottata, dando l’impressione di stare attaccati alle mammelle, indicavano che il cinghiale era femmina... (Trimalchione) non aveva ancora proferito l’ultima parola che un vassoio, contenente un maiale enorme, riempì la tavola centrale... Il cuoco impugnò un coltello e, con gesto prudente, cominciò ad incidere il ventre del maiale da una parte e dall’altra. E subito dai tagli che si allargavano spontaneamente per la pressione del contenuto, rotolarono fuori salsicce e sanguinacci... Fu poi portato un vitello lesso, disposto su un vassoio di duecento libbre, per di più con tanto di elmo... e già era stato sistemato sulla tavola un trionfo contornato da alcune focacce, il cui centro era occupato da un Priapo, realizzato da un pasticcere, che secondo l’iconografia consueta teneva nel suo ampio grembo ogni sorta di frutti e di grappoli... Seguirono degli stuzzica appetito : al posto dei soliti tordi, furono fatte girare delle galline ingrassate, una per ciascun commensale, e in più delle uova d’anatra incappucciate che Trimalchione ci pregò con grande insistenza di mangiare, sostenendo che erano galline senza ossa... Concesso quindi un momento di calma, Trimalchione fece servire i dolci, consistenti in tordi fatti di farina di segale impastata, farciti di uva passa e noci. Fecero loro seguito anche delle mele cotogne su cui erano confitte delle spine, in modo da sembrare dei ricci di mare” (Petr., Satyr., 31-69 passim). Naturalmente il tutto innaffiato di abbondantissimi vini ! Il vino, del resto, è un alimento fondamentale della mensa romana, tanto da essere compreso perfino nelle razioni degli schiavi, consumato diluito con acqua e spesso con l’aggiunta di miele, resine o spezie. Oltre a manipolare sapientemente sapori tanto diversi, l’abilità dei cuochi romani si esercitava anche nel dare ai piatti un aspetto diverso da quello che ci si poteva aspettare, imbandendo ad esempio carne di maiale preparata in modo da sembrare pesce o selvaggina. Ce ne dà notizia ancora il Trimalchione di Petronio “Il mio cuoco ha ricavato tutto questo dalla carne di maiale. Non esiste al mondo persona più preziosa. A tuo comando, sarà in grado di farti da un ventre di scrofa un pesce, da un pezzo di lardo un piccione, da un prosciutto una tortora, da uno zampone una gallina” (Petr., Satyr., 70) [a cura di Simona Morretta]












APICIO, CLEBRE GASTRONOMO
Il nome di Apicio è da sempre legato alla gastronomia, alle buone pietanze, alle cene succulente. Conosciamo tre personaggi con questo nome: un Apicio vissuto molti anni prima di Cristo che inveisce contro la legge Fannia proposta da Rutilio Rufo per limitare l’eccessivo lusso dei banchetti romani; un Marco Gavio, soprannominato Apicio dal nome del famoso ghiottone che visse nel secolo precedente, operante sotto Tiberio; un Apicio vissuto sotto Traiano specializzato nella conservazione delle ostriche. Al secondo di costoro si deve la raccolta di ricette gastronomiche che costituisce il nucleo preponderante del De re coquinaria.
Dalle testimonianze di Cassio Dione (LVII, 19, 5), della Historia Augusta (II, 5, 9), dallo scolio a Giovenale (IV, 23), da Seneca (Dialog. XII, 10, 8) e da Tacito (Ann. IV,1) possiamo fissare la data di nascita di Apicio intorno al 25 a. C.
Molto ricco, passò alla storia per le sue stravaganze culinarie: manicaretti a base di talloni di cammello, intingoli di creste tagliate a volatili vivi, triglie fatte morire nel garum della migliore qualità, oche ingrassate nei fichi secchi e ingozzate con mulsum, lingue di usignoli, di pavoni e di fenicotteri. Si ignora la data precisa della sua morte, che si può porre alla fine del regno di Tiberio.
Le sue ricerche culinarie non dovettero essere in realtà così stravaganti, ma è sicuro che molti dolci e soprattutto salse presero il suo nome.
Non bisogna dubitare del fatto che Apicio abbia realmente composto un’opera di cucina, anche se sembra piuttosto che egli ne abbia composte due: una spesso citata, unicamente sulle salse; un’altra su piatti completi.
Il De re coquinaria è un testo molto complesso e costituito da più sezioni non omogenee tra loro, perché probabilmente composte in più secoli (dal I a.C. al IV d.C.). L’opera è costituita da ricette di salse e di piatti completi.
La raccolta composita che noi abbiamo si può datare in base alla lingua intorno al 385 d.C.: epoca in cui un compilatore non molto preparato in materia, tanto da confondere i fondi dei cardi con le ostriche, ma abbastanza esperto in medicina, deve avere assemblato varie ricette di Apicio e di altri autori. Il suo latino era povero dal punto di vista letterario, ma adatto al linguaggio dei cuochi dell’epoca. Si trattava di un’opera di uso corrente, alla quale si aggiungevano in margine varianti e nuove ricette, dando così vita poco a poco, edizione dopo edizione al corpus di cui disponiamo.












DE RE COQUINARIA DI MARCO GAVIO APICIO
Libro primo
Il primo libro contiene suggerimenti vari , dal come preparare un vino speciale , al come rendere chiaro il vino nero , come conservare a lungo certa frutta aromatico e certe verdure , come conservare a lungo la carne , come riconoscere il miele cattivo , come conservare le olive verdi in modo da poterne sempre ricavare l’ olio e come preparare le salse adatte a tartufi , ostriche , ecc…
Libro secondo
Il secondo libro , o Sarcoptes , è dedicato all’ impiego di carni tritate . E’ da sottolineare , finalmente , l’ uso di alimenti poveri ed erbe aromatiche . Le ricette sono perlopiù di facile esecuzione .
Libro terzo
Il libro terzo , o Cepuros , è dedicato agli ortaggi . Verdure , frutta , formaggio , legumi e farinacei erano la base dell’ alimentazione dei romani. Apicio spiega con cura come conservarli al meglio e li considera quasi una ghiottoneria e soprattutto un cibo sano , buono , quasi benefico . Lo ritiene un saporito medicinale e non solo un contorno .
Libro quarto
Apicio contraddistingue il quarto libro con il nome di Pandette che è un nome di origine greca , che significa “ contenitore di ogni cosa “ ed è proprio questo il significato che aveva in mente l’ autore , vista la varietà degli alimenti qui trattati . Ricette per salse , torte , piatti di verdure , antipasti , piatti con frutta cotta e formaggi .
LIBRO QUINTO
Libro quinto o dei legumi : grande sagra dei legumi e delle varie farine che se ne ricavano . Piselli e lenticchie molto spesso servono per fare una farcia da inserire in una sorta di pasta dura che viene chiamata conchiglia.
. Libro sesto
Nel libro sesto si parla di come cucinare cacciagione da piuma e animali da cortile. Appaiono in questo capitolo struzzi, gru, fenicotteri, pavoni e pappagalli con le indicazioni per preparare salse particolarmente adatte alle loro carni.
Libro settimo
Il libro settimo viene pomposamente chiamato delle “ Vivande prelibate “ C’è un poco di tutto e serve a farci comprendere cosa ghiottoni dell’ epoca giudicavano squisito. Vagine sterili , calli di dromedario , cotenne , piedini di maiale e di cinghiale , fegato d’ oca , poppa di scrofa , lombi , rognoni , prosciutti.
Libro ottavo
Il libro ottavo è dedicato a quei quadrupedi di cui si mangiavano normalmente le carni. Apicio inizia questo capitolo con cinghiale e continua con cervo , camoscio , capretto , agnello , lattonzolo , maiale , lepre.
Libro nono e decimo Capitolo nono il mare , capitolo decimo il pescatore. Sono interamente dedicati al pesce , ai molluschi e ai crostacei , ma più che della preparazione vera e propria di queste carni Apicio si preoccupa di consigliare le salse più adatte. Solo raramente le carni di pesce nelle sue ricette hanno il sopravvento sulle spezie.









Nunzio Castaldi un suo splendido saggio on line ci offre una delle più moderne ed esaurienti disanime della figura sempre enigmatica di PETRONIO; ne riprendiamo il lavoro, consigliandone gli spunti per autori di ogni livello:
Gaio (?) Petronio
(? - m. Cuma 66 d.C.)
Vita
La questione petroniana. Per molto tempo si è parlato di una questione petroniana, finché è durata l’incertezza sull’epoca, la persona, il nome completo e il titolo dell’opera narrativa di P., ovvero se si trattasse effettivamente del personaggio rappresentato da Tacito in "Annales" 16: T. Petronius Niger. Ma finalmente quest'identificazione sembra oggi pacifica: le qualità che Tacito dà alla figura di P. sono tutte qualità, infatti, che l’autore del "Satyricon" deve aver posseduto in modo elevatissimo. Non sappiamo se Tacito conoscesse direttamente il romanzo; se lo conosceva, è lecito pensare che ne abbia tenuto conto nella sua descrizione di P., ma non era tenuto a citare nella sua severa opera storica un testo così eccentrico e scandaloso. Certi aspetti del testo, poi, possono benissimo rimandare all’ambiente neroniano, e il gusto di P. per la vita dei bassi fondi può avere una sottile complicità con i gusti dell’imperatore. Se l’autore è in realtà il P. di Tacito, dobbiamo aspettarci certamente allusioni anche sottili all’ambiente della corte neroniana.
Tutti gli elementi di datazione interni concordano, del resto, con una datazione non oltre il principato di Nerone. Le allusioni a personaggi storici e i nomi di tutte le figure del romanzo sono, insomma, perfettamente compatibili con il contesto del periodo storico di Nerone.
Elegantiae arbiter. Il P. di Tacito - anche se a Roma non s’interessò di politica e non aspirò ad onori - fu altresì un uomo di potere (proconsole in Bitinia e "consul suffectus" nel 62); ma la qualità che lo rendeva caro a Nerone era ancor più la raffinatezza, il gusto estetico ("elegantiae arbiter"): gran signore, viveva a corte, dormiva di giorno e dedicava la notte ai piaceri e alle cose serie; non amava il lavoro, bensì il lusso e l’eleganza, ostentando però un carattere trascurato e vizioso.
L’odio di Tigellino e la diffamazione. Appunto per queste "qualità", venne in invidia e in odio a Tigellino, il potente favorito dell’imperatore, il quale lo accusò di essere amico di uno dei capi della congiura di Pisone (65 d.C.).
Il suicidio "epicureo". Ma questo P. stupì ancora una volta, realizzando un suicidio in grande stile: non volle attendere che gli giungesse l’ordine di morire, ma prima ancora, mentre era a Cuma (proprio a séguito dell’imperatore), si fece incidere le vene, e poi, rallentando il momento della fine richiudendosele, passò le ultime ore a banchetto non a discorrere, alla maniera dei saggi e degli uomini forti (insomma, alla maniera stoica di Lucano e di Seneca), i soliti discorsi sull’immortalità dell’anima, bensì - con ostentato atteggiamento epicureo - ascoltando poesie di contenuto poco serio e amene discussioni. Tuttavia, volle mostrarsi anche serio e responsabile: si occupò dei suoi servi (ne ricompensò alcuni, altri li fece sferzare), e scelse di denunciare apertamente, in una serie di "codicilli", i crimini dell’imperatore (non volle adularlo come solevano invece fare i condannati per mettere al riparo da persecuzioni amici e parenti), descrivendone con ogni particolare la vita scandalosa, con nomi di pervertiti e di prostitute; quindi, sigillò lo scritto e distrusse il suo anello, perché non potesse venire riutilizzato in qualche intrigo o per calunniare innocenti.
Opere minori. Vengono attribuiti a P. circa 30 carmi e frammenti poetici. La paternità è, più di una volta, dubbia. L’ispirazione di fondo è quella "epicurea": sensuale, scherzosa, gaudente, ma senza note originali e, comunque, senza che l’arte petroniana ne risulti accresciuta.
Il "Satyricon".
**Premessa. Del capolavoro, il Satyricon, come accennato, sono incerti l’autore, la data di composizione, il titolo e il significato, l’estensione e la trama originarie, il genere letterario e le motivazioni per cui quest’opera venne scritta e pubblicata: in effetti, l’unico attestato dell'opera di P. (quello che, insomma, noi oggi leggiamo) è solo un lungo frammento narrativo in prosa, con parti in versi, residuo di una narrazione molto più ampia.
Il titolo, Satyrica, sembra formato da due grecismi: Satyri (i personaggi del mito e del folklore greco) più il suffisso di derivazione greca "-icus". Il lungo frammento sopravvissuto copre parte dei libri XIV e XVI e la totalità del libro XV. Non sappiamo di quanti libri fosse composto il romanzo. Questo perché il testo ebbe un destino complesso: fu antologizzato già in età tardo antica, con intervento anche di vere e proprie interpolazioni e "censure".
**Trama. [Antefatto]. Tenendo presenti alcuni tratti che si possono ricavare dalla lettura complessiva dell’opera, è possibile ricostruire schematicamente l’antefatto del romanzo. Un giovane, Encolpio, narra le sue strane peripezie in prima persona: in sua compagnia vi sono Ascilto e Gitone, suo amato. Tutti e tre, dopo essersi conosciuti in disavventure svoltesi probabilmente a Marsiglia (e dove Encolpio deve aver commesso una colpa nei confronti di Priapo, dio della sessualità e della fecondità, oltre che un omicidio e un furto), si vengono a trovare in una città di costumi greci dell’Italia meridionale (Napoli? Cuma? Pozzuoli?), che nemmeno gli stessi personaggi conoscono, tant’è vero che non riescono a trovare la via del proprio albergo.
[La decadenza dell’eloquenza]. La parte del romanzo a noi pervenuta incomincia con una discussione sulle cause della decadenza dell’eloquenza, intavolatasi tra Encolpio, che attribuisce la colpa della decadenza alle declamazioni, e un retore di nome Agamennone, il quale se la prende, invece, con la cattiva educazione dei giovani.
[Il rincorrersi dei protagonisti]. Durante tale disputa, Ascilto se ne va per i fatti suoi e, dopo alcune peripezie, giunge ad un lupanare. Encolpio, accortosi di essere stato lasciato solo - anche Gitone, infatti, se n’era andato - va alla ricerca degli amici e, dopo essersi perso in una sorta di labirinto fatto di vicoli e vicoletti, ritrova Ascilto presso il lupanare e Gitone in albergo: qui ha luogo una scenata di gelosia tra i due amici a causa del piccolo Gitone (che confessa ad Encolpio le insistenti avance di Ascilto), che si conclude col proposito di separarsi e di tentare ognuno la fortuna per conto proprio; ma poi segue la riconciliazione.
[La tunica ritrovata al mercato]. Fatta la pace, hanno luogo molte vicende, che noi non conosciamo, finchè Encolpio ed Ascilto vanno al mercato per vendere un mantello rubato, onde rifarsi della perdita di una tunica (episodio evidentemente contenuto in una parte del testo non pervenutaci), in cui avevano nascosto il loro denaro: per fortuna incontrano il contadino che aveva trovato la loro tunica, e gli propongono il baratto col mantello; la cosa suscita un tale parapiglia che interviene la legge; ma i due riescono a riavere la tunica e se ne tornano in albergo, dove sono protagonisti d’un’altra ben strana avventura.
[Il rito orgiastico di Quartilla]. Una donna, di nome Quartilla, sorpresa dai due giovani in uno dei suoi riti orgiastici nel tempio di Priapo (altro episodio evidentemente contenuto in una parte del testo non pervenutaci), e ammalatasi per tal ragione di febbre terzana, li va a trovare, in compagnia di un’ancella, Psiche, e d’una bambina di sette anni, Pannichide, costringendoli a compiere un rito di riparazione (e di guarigione per la propria malattia), durante il quale Gitone è addirittura costretto a sposare Pannichide. Non ci mancasse altro, interviene un cinedo schifoso che intona il canto dei sacerdoti di Cìbele.
[La "cena Trimalchionis"]. I due giovani, sfiniti e disgustati, stavano cercando di liberarsi da quella strega, quand’ecco giungere uno schiavo del retore Agamennone a ricordare loro che avevano accettato un invito a cena presso un certo Trimalchione, tipica figura di arricchito, cafonesco e ridicolo. Qui inizia la descrizione della famosissima e pantagruelica "Cena Trimalchionis" (capp. 27-58): tutto è preparato col solo scopo di impressionare gl'invitati, dalle portate (abbondanti e bizzarramente "scenografiche") ai "numeri di varietà" ("mimi", musica…), dagli argomenti pseudoeruditi o spiritosamente spropositati intavolati dallo stesso padrone di casa per la discussione, alla messinscena pacchiana e patetica (addirittura) del proprio funerale.
[Encolpio, lasciato da Gitone, incontra Eumolpo]. Fuggiti dal luogo della cena (il cui clima era divenuto davvero irrespirabile) approfittando di un parariglia, i tre protagonisti si ritrovano nella locanda: Encolpio e Ascilto ancora litigano per Gitone, che alla fine preferisce il secondo. Encolpio, disperato e covando propositi di vendetta, si reca a visitare una pinacoteca, dove incontra Eumolpo, uomo vizioso ma innamorato della poesia, il quale deplora la decadenza delle arti e la corruzione dei costumi, e, ispirandosi ad un quadro, declama un carme in 65 senari giambici sulla presa di Troia ("Troiae halòsis", cap. 89). Ma i presenti, infastiditi dalla "declamatio", prendono il poeta a sassate.
[Encolpio, ritrovato Gitone, si mette in viaggio con Eumolpo]. Stretta amicizia col nuovo personaggio, Encolpio decide di partire con lui, portando con sé il ritrovato Gitone (ma prima abbiamo altre avventure, complicate dalla gelosia del narratore che scopre nel poeta un nuovo rivale in amore; Ascilto, dal canto suo, sembra scomparire dalla scena): sulla nave, però, scoppia una violenta baruffa, perché i due giovani - per l’occorrenza, inutilmente mascheratisi da schiavi - avevano un vecchio conto (ennesimo episodio non pervenutoci) da regolare proprio coi padroni della nave, i due coniugi dissoluti Lica e Trifena, a causa di fastidi patiti in precedenza nella casa di campagna di un certo Licurgo. Tornata la pace, segue un banchetto riparatore, durante il quale Eumolpo narra la gustosa novella della matrona di Efeso (capp. 111-112): una matrona vedova, simbolo della fedeltà e del perbenismo, finisce col concedersi ad un soldato proprio sulla tomba del marito.
[A Crotone, dopo il naufragio della nave]. La narrazione, ora, assume una svolta imprevista: una tempesta spinge la nave sulle coste di Crotone: i nostri vi giungono naufraghi, laceri e senza un soldo. Encolpio ha modo di riconoscere Lica in un cadavere di naufrago: per lui intona, piangendo lacrime ipocrite, un triste lamento sulla mala sorte degli uomini. A Crotone, per tirare avanti, i tre organizzano una truffa colossale: Eumolpo, infatti, venendo a sapere che in quella città vi sono molti cacciatori di eredità, per farsi accogliere cordialmente da tutti, finge di essere un ricco sfondato e senza figli (mentre Encolpio e Gitone si fanno passare per suoi servi) e si prende gioco dei grulli; quindi, approfitta di un’opportunità per rinnovare le sue lamentele sulla crisi della poesia e per improvvisare 295 esametri dattilici un "De bello civili", appunto sulla guerra civile tra Cesare e Pompeo; Encolpio - che intanto ha preso il nome di Polieno - s’innamora della ricca bella e svenevole Circe (fa da tramite la spudorata servetta Crìside), ma l’amore gli è negato dalla persecuzione del dio Priapo, che si vendica delle vecchie offese (il narratore tenta anche di recuperare la virilità perduta ricorrendo, tra l’altro, alla magia). Intanto si scopre la truffa. Eumolpo, per sbarazzarsi dei cacciatori di eredità, dichiara in testamento che lascerà tutti i suoi beni a chi avrà il coraggio di sbranare il suo cadavere. Qui il racconto s’interrompe.
**Personaggi. Maschili. Encolpio. E’ un giovane pieno di talento e di ingegno, sensibile all’arte e amante delle belle lettere, una sorte di intellettuale vagante, coraggioso fustigatore dei vizi che compromettono una buona formazione artistica, buon giudice di poesia e non privo di cultura; tuttavia, la sua perversione morale e sessuale, nonché la sua insanabile gelosia nei confronti di Gitone, spesso lo portano ad atteggiamenti riprovevoli. E’ forse, di tutto il romanzo, il vero alterego di P. .
Ascilto. E’ un bravaccione grossolano e violento, puro istinto, ignaro di cose belle e di letteratura, che vuol risolvere tutto coi pugni e la spada.
Gitone. E’ un sedicenne giovinetto dall’aspetto e dall’atteggiamento femminei e impudichi, e dall’animo ipocrita: amasio (interessato) ora di Encolpio, ora di Ascilto, insomma di chi, sul momento, gli dia maggiori sicurezze.
Trimalchione. E’ il villano rifatto per eccellenza, perciò in tutte le sue manifestazioni tradisce la bassezza della sua origine, la volgarità della sua educazione, la grossolanità dei suoi gusti: qualcuno ha voluto vedere in lui la personificazione di Nerone, ma è piuttosto da vedere la satira feroce di tutti quei liberti imperiali, i quali, strisciando come vermi e sfruttando l’infame consuetudine della delazione, erano riusciti ad ammassare ricchezze favolose. Eppure, Trimalchione è uomo che ha le sue particolari "qualità": ha l’arte di condurre in porto gli affari (anche quelli meno limpidi), conosce il mondo, e soprattutto è ottimista ad oltranza e, come tutti i grandi affaristi, mai si lascia scoraggiare dai rovesci della sorte. Tenace, costante, bonario, a differenza dei suoi simili ci tiene a ricordare le sue basse e crasse origini, e nei confronti di alcuni schiavi sa mostrare simpatia e partecipazione. E pur se immerso nel più plateale edonismo, ha le sue paure: gli astri e le arti magiche, così come si intenerisce davanti al pensiero della sua morte.
Ermerote. Uno degli invitati della cena, puntiglioso, permaloso e saccente.
Echione. Il convitato ignorante, che tuttavia ci tiene che il figlio studi.
Seleuco. Altro convitato, parco nel lavarsi, ma che pure lascia andarsi ad amare considerazioni sulla vita e sulla morte.
Ganimede. Convitato, nostalgico del buon tempo antico.
Abinna. Intimo amico di Trimalchione, marmista (ha il compito di realizzare il monumento sepolcrale dell’amico) che si dà arie di alto magistrato.
Eumolpo. E’ un vecchio squattrinato lussurioso e gaudente, che non indietreggia davanti a nulla pur di raggiungere l’oggetto della sua passione; eppure, in lui vi è il vero temperamento di un poeta, un grande amore per l’arte, un sincero entusiasmo per la poesia, di cui anzi è ammalato, tanto da non poter fare a meno di recitare versi ovunque, in viaggio, nei bagni, nei teatri, rischiando talvolta le sassate di coloro che lo ritengono un importuno: è, insomma, un uomo navigato, che della vita accetta e giustifica tutto.
Femminili. Tra i personaggi femminili non ve n’è uno che mostri delicatezza: per P., la donna è semplicemente strumento di vizio e di depravazione.
Quartilla. La donna dei riti orgiastici priapei è una figura disgustosa, che non sa immaginare altro che atti libidinosi e nauseabondi.
Fortunata. Moglie di Trimalchione, esemplare tipico delle mogli degli arricchiti, è sì premurosa della casa e specialmente del suo vizioso marito, ma è grossolana e volgarissima in tutti i suoi gesti (ad es., l’affettuosità con l’amica Scintilla).
Scintilla. Stupidotta e boriosa moglie di Abinna.
Trifena. Moglie di Lica, è galante, frivola, corrotta, smaniosa sempre di nuove avventure.
Circe. La bellissima dama crotonese, innamorata di Encolpio, è tutta presa dalla sua furia di godimento e non vede nulla al di là della lussuria.
**Considerazioni. Il senso della vita. Il Satyricon, come vedremo, deve molto alla narrativa per trama e struttura del racconto, e qualcosa alla tradizione menippea, per la tessitura formale: ma trascende, in complessità e ricchezza di effetti, entrambe le tradizioni. Il tratto più originale della poetica di P. è forse la forte carica realistica, evidente soprattutto nel capitolo 15, dove diventa anche un fenomeno linguistico. Nel vorticoso avvicendarsi di disavventure luoghi e personaggi, al di là dell’intento di divertire il lettore e di divertirsi raccontando, sembra emergere - d’altra parte - un senso di precarietà e d’insicurezza, una visione della vita multiforme e frantumata, dominata da una fortuna imprevedibile e capricciosa, e oscurata dal pensiero sempre incombente della morte (si pensi, ad es., alla considerazione di Trimalchione sulla durata del vino, che vive più a lungo dell’uomo, e al suo commuoversi al pensiero della propria morte; nonché alla legge della vita, che prevale sempre sulla dura realtà della morte, nella novella della matrona di Efeso).
Il realismo e il distacco. P., dunque, presenta e ritrae un mondo corrotto, popolato da personaggi squallidi e anonimi, che traggono soddisfazione solo dai piaceri più essenziali ed immediati. Insomma, egli raffigura una fascia sociale che non sembra animata da alcuna ispirazione/aspirazione ideale e che nella cultura del tempo non trovava evidentemente spazio. Eppure, P. fa ciò senza compiacimento, anzi quasi con distacco, prendendo le dovute distanze, ma non senza ironia e malizia: egli, cioè, non offre ai suoi lettori nessun strumento di giudizio, e non potrebbe essere altrimenti, in una narrazione condotta in prima persona da un personaggio che è dentro fino al collo in quel mondo sregolato. L’originalità del realismo di P. sta così non tanto nell’offrirci frammenti di vita quotidiana, ma nell’offrirci una visione del reale che è critica quanto spregiudicata e disincantata: ma di una critica, come detto, "estetica", e non di natura sociale e/o politica, senza le stilizzazioni e le convenzioni tipiche della commedia e senza i filtri moralistici propri della satira: ciò che egli veramente disapprova è soltanto il cattivo gusto.
La critica ai filosofi. Semmai, più evidente è l’attacco nei confronti dei filosofi contemporanei, primo fra tutti Seneca: essi vengono ridicolizzati nella loro ansia di rinnovamento, nel loro predicare la virtù e sognare un mondo migliore; e ad essi, P. contrappone realisticamente quell’umanità bassa e desolata, ch’è - se vogliamo - la vera protagonista del romanzo.
La discussione letteraria. Accanto alla rappresentazione di situazioni licenziose, trova inoltre posto nel romanzo la discussione letteraria: le lettere e le arti sono decadute per l’eccessivo attaccamento al denaro, per l’amore sfrenato dei piaceri e del lusso.
Testimonianza di ciò sono:
- per la decadenza dell’eloquenza, il colloquio tra Encolpio e il retore Agamennone (capp. 1-4);
- per la poesia epica, la declamazione sulla presa di Troia (cap. 89); l’affermazione originale del cap. 90, secondo il quale il poeta, nel momento in cui è preso dall’estro poetico, è un essere fuori del normale (la poesia, sembra affermare P., non è un artificio, ma spontaneità); infine, la recita dei 295 esametri sull’argomento "De bello civili" e l’affermazione che soli veri poeti presso i Romani furono Virgilio e Orazio (capp. 118-124).
[Partendo dai brani poetici suddetti, alcuni hanno voluto vedere nella "Presa di Troia" una parodia di un’opera omonima di Nerone, e negli esametri del De bello civili una parodia alla "Farsaglia" di Lucano: in realtà, nel primo caso, c’è semplicemente il desiderio (come detto) di affermare che la poesia è spontaneità, e ciò forse era contro Nerone, che si atteggiava a poeta; nel secondo caso, vi è una condanna alla poetica stoica applicata alla poesia epica, e l’impegno di dimostrare che si poteva fare vera poesia epica anche ispirandosi alla tradizione di Virgilio.]
La lingua e lo stile. Anche la lingua di P. è un fatto composito: l’autore sa servirsi, a seconda delle situazioni e delle sue intenzioni parodiche o ironiche, di tutti i registri linguistici, sa piegare l’espressione ai modi e alle necessità dell’epica, è capace di ricreare la prosa ciceroniana o il classicismo di Virgilio, ma quella che prevale nell’opera è una lingua nuova, moderna, assai più vicina ad una forma parlata, che egli consapevolmente immette nella lingua letteraria. Il linguaggio e lo stile sono, insomma, straordinariamente duttili e "mimetici", e divengono il mezzo principale di caratterizzazione degli ambienti e, soprattutto, dei personaggi: dallo stile generalmente piano colloquiale e disinvolto del narratore, si passa al "sermo vulgaris" di Trimalchione, alla magniloquenza di personaggi come Agamennone ed Eumolpo, solo per citare alcuni esempi; in certi casi, poi, il linguaggio del narratore e dei personaggi colti si eleva notevolmente, facendosi eccessivamente elaborato ed enfatico, con intenti - è evidente - ironici e parodistici.
I lettori. Infine, è da dire che il livello culturale dei lettori a cui il Satyricon si rivolgeva era sicuramente alto, come notava già Auerbach quando scriveva: "P. attende lettori di tale levatura sociale e cultura letteraria da poter subito intendere tutte le sfumature del mal comportamento sociale e dell’abbassamento della lingua e del gusto ... un’élite sociale e letteraria che riguarda le cose dall’alto ... anche P. dunque scrive dall’alto, e per il ceto delle persone dotte". Dunque, il pubblico di P. doveva essere costituito senz’altro dagli aristocratici di Roma, e, molto probabilmente, dai cortigiani e dallo stesso Nerone.
I rapporti col romanzo antico. E’ noto che il Satyricon costituisce, insieme alle "Metamorfosi" di Apuleio, l’unico testo della letteratura latina appartenente al genere del romanzo. E’ interessante, a tal proposito, tracciare dei parallelismi con altre opere dell’antichità appartenenti allo stesso genere.
Riguardo il romanzo antico, è possibile distinguere tre tipologie differenti:
- il romanzo "di avventure e di prove", rappresentato eminentemente dal cosiddetto "romanzo greco" o "sofistico": le "Etiopiche" di Eliodoro, Leucippe e Clitofonte di Achille Tazio, "Le avventure di Cherea e Calliroe" di Caritone, "Abrocome e Anzia" o "Racconti Efesii" di Senofonte Efesio, e "Le avventure pastorali di Dafni e Cloe" di Longo Sofista.
- il romanzo "biografico", al quale sono ricondotti l’ "Apologia di Socrate" e il "Fedone" di Platone, oltre alle biografie retoriche che hanno origine dagli encomi, a loro volta discendenti dagli antichi "threnoi" o, in ambiente latino, dalle "laudationes funebres"; ne sono un esempio le "Retractationes" di Agostino; all’interno di questa tipologia Bachtin distingue poi la biografia "energetica", rappresentata dalle "Vite" di Plutarco, che porta ad una progressiva rivelazione del carattere del protagonista, dalla biografia "analitica", il cui autore più tipico è Svetonio;
- il romanzo "di avventure e di costume", rappresentato in senso stretto solo, e appunto, dalle "Metamorfosi" e dal Satyricon, che Bachtin avvicina al romanzo "picaresco" europeo moderno, in quanto in entrambi quello che egli definisce "tempo di avventura" si intreccia strettamente nella narrazione al "tempo quotidiano".
Al contrario dei romanzi latini, questa serie di opere greche è unita da una notevole omogeneità e permanenza di tratti distintivi. La trama è quasi invariabile: si tratta delle traversie di una coppia di innamorati che vengono separati e che devono affrontare mille pericoli prima di potersi riabbracciare. Il tono è quasi sempre serio, lo scenario è invece variabile e spazia nei paesi del Mediterraneo. L’amore è trattato con pudicizia, come una passione seria ed esclusiva: l’eroina riesce sempre ad arrivare alla fine del romanzo ancora casta.
Nel romanzo di P., invece, l’amore è visto in modo ben diverso. Non c’è spazio per la castità, e nessun personaggio è un serio portavoce di valori morali. Il protagonista è sballottato tra peripezie sessuali di ogni tipo, e il suo partner preferito è maschile. Il rapporto omosessuale tra Encolpio e Gitone diventa, così, quasi una parodia dell’amore romantico che lega gli innamorati dei romanzi greci. Ci sono d’altra parte studiosi che, come Sullivan, non condividono appieno questa ipotesi, e sostengono invece che sia il "Satyricon" sia i romanzi greci si rifarebbero al comune modello dell’epos, e che quindi le analogie strutturali che si riscontrano tra il romanzo latino e quelli greci sarebbero giustificate da questa comune ascendenza.
A partire dal I secolo d.C., poi, ha grande fortuna una letteratura novellistica, caratterizzata da situazioni comiche, spesso piccanti e amorali. Un filone importante è quello che gli antichi spesso etichettano come fabula Milesia; sappiamo con certezza che P. utilizzò ampiamente questo filone di narrativa (una tipica storia milesia è quella raccontata da Eumolpo): i temi tipici di questa novellistica si oppongono a qualsiasi idealizzazione della realtà: gli uomini sono sciocchi e le donne pronte a cedere.
La "pluridiscorsività". Tuttavia, nessun testo narrativo classico si avvicina anche lontanamente alla complessità letteraria di P.: se la trama del romanzo si presenta molto complessa, ancora più complessa è la sua forma (e a ragione, si è parlato [Bachtin] di una sua "pluridiscorsività" e "intertestualità"). La prosa narrativa è interrotta frequentemente con inserti poetici: alcune di queste parti in versi sono affidate alla voce dei personaggi, ma molte altre parti poetiche sono strutturate come interventi diretti del narratore, che nel vivo della sua storia abbandona le relazioni con gli eventi esterni e si abbandona a commenti che hanno funzione ironica. La presenza di un narratore passivo che subisce i capricci della fortuna è tipica di P., come del romanzo di Apuleio, ma l’uso libero e ricorrente di inserti poetici allontana quest’opera dalla tradizione del romanzo e la avvicina agli altri generi letterari. Il punto di riferimento più vicino al "Satyricon" è, così, propriamente, la "satira menippea": questo tipo di satira si configurava infatti come un contenitore aperto, molto vario per contenuti e per forma, e che alternava momenti seri a situazioni giocose, il tutto però sorvegliato da un’abile tecnica di composizione.
A tal proposito, e a mo' di esempio, sono stati oggetto di indagine i riferimenti che P. dissemina nella sua opera ad autori latini, in particolare a Virgilio, la cui opera sarebbe parodiata e/o imitata nel cosiddetto "Bellum civile", cioè quella sezione in versi che Eumolpo recita nella parte iniziale del testo (che, come è noto, è un prosimetro, cioè un componimento misto di prosa e versi) [anche su questo argomento però i pareri sono discordi, dal momento che secondo altri qui P. intenderebbe parodiare il poema epico di Lucano, più che quello di Virgilio].
Suggestioni "odissiache"? Molto nota, invece, e sicuramente più fondata, è l’individuazione nel "Satyricon" di un intento parodistico dell’Odissea, individuato e descritto (tra gli altri) da Courtney, Klebs e Fedeli. I punti a sostegno di questa tesi sono molti, e probanti: si tratta non tanto della ripresa dell’ira di Poseidon che perseguita Odisseo nel poema, parodisticamente adombrata da P. nella persecuzione del dio Priapo nei confronti del protagonista Encolpio; né solo della struttura "odissiaca" (incentrata cioè sulle peripezie di viaggio) delle avventure narrate nel romanzo; quanto piuttosto di elementi di dettaglio, ma perciò stesso assai più significativi, che depongono a favore di questa tesi. Ad es. è indicativo che il già nominato Encolpio assuma, in una avventura di seduzione di una matrona, il nome di Polieno (nell’Odissea "polyainos" è un epiteto che viene attribuito da Omero al solo Odisseo); analogie evidenti presentano poi alcuni episodi, come quello in cui il protagonista del romanzo, per sottrarsi ai suoi inseguitori, si attacca sotto ad un letto, con una palese ripresa dell’espediente con cui Odisseo fugge dalla caverna del Ciclope attaccandosi sotto il ventre dell’ariete avviato al pascolo.
Allusioni alla cultura ebraica e cristiana? Invece, è solo in tempi più recenti che sono stati messi in luce alcuni riferimenti (oggetto ancora di parodia o di semplice allusione) alla cultura ebraica, che sarebbe possibile riscontrare nel romanzo: uno studioso in particolare, J. Clarke, ha rilevato - nell’episodio centrale della parte superstite del Satyricon (ovvero la cena di Trimalcione) - alcuni riferimenti all’ebraismo. Sull’esempio di questo studioso, le ricerche di echi e riprese di elementi della cultura giudaica nel Satyricon si sono moltiplicati, estendendosi anche all’ambito dell’onomastica. In questo settore, già da tempo è stato osservato che i nomi dei personaggi sono assegnati da P. con intenzione allusiva a personaggi o vicende del mito: Labate ad es. osservava che Corace (nome del servo che rivela agli "ereditieri" l’inganno di Encolpio ed Eumolpo nell’avventura di Crotone) è con ogni evidenza ripreso dal mito della cornacchia ("korax") punita da Apollo per la sua attività di delazione di cui parla Callimaco in un suo inno. Estendendo l’indagine anche all’area linguistica semitica alla ricerca di analoghe allusioni, Bauer ha interpretato il nome di Trimalcione come composto da un prefisso "tri-", di significato intensivo, associato alla radice semitica "mlk", portatrice dell’idea di regalità. Trimalcione sarebbe quindi il "tre volte re", titolo certo adatto alla sua smania di esibizionismo e alla volontà di autocelebrazione, che lo contraddistinguono come parvenu desideroso di ostentare la propria smisurata ricchezza.
Non si sa, infine, se nella descrizione del banchetto funebre a base di carne umana - ch'è contenuto nel fantomatico e lugubre testamento di Eumolpo - si debba scorgere una parodia delle "agapi" cristiane, così come esse venivano alterate e mistificate da parte dei pagani (i quali credevano che realmente i Cristiani si cibassero della carne del Cristo); ma è forse significativo, comunque, che questo romanzo, documento della corruzione pagana dell'impero romano, si concluda proprio con accostamento, sia pure empio e sacrilego, al sacramento dell'eucarestia, perché due mondi, l'uno in sfacelo l'altro appena sorgente, si oppongono come due contrarie forme di vita.









ALCUNE RICETTE TRATTE DAL DE RE COQUINARIA DI APICIO
[CLICCANDO SUI "LINK" SI POTRA' LEGGERE LA TRADUZIONE, RICETTA PER RICETTA]
1
Ius in pisce elixo
Piper, ligusticum, cuminum, cepulam, origanum, nucleos, careotam, mel, acetum, liquamen, sinapi, oleum modice, ius calidum si velis, uvam passam.
De re coquinaria , 435
2
Aliter in pisce elixo
Teres piper, ligusticum, coriandolum viridem, satureiam, cepam, ovorum vitella cocta, passum, acetum, oleum et liquamen.
De re coquinaria , 436
3
Olus molle ex olivastro
Coctum ex aqua nitrata expressum concides minutum et teres piper, ligusticum, satureiam siccam cum cepa sicca, liquamen , oleum et vinum.
De re coquinaria , 103
4
Aliter olus molle
Apium coques ex aqua nitrata exprimes et concides minutatim. In mortario teres piper, ligusticum, origanum, cepam, vinum, liquamen et oleum. Coques in pultario, et sic apium commisces.
De re coquinaria ,104
5
Carotae seu pastinacae
Carotae frictae oenogaro inferentur.
De re coquinaria , 122
6
Aliter carotas
Carota elixatas concisas in cuminato oleo modico coques et inferes.
De re coquinaria , 124
7
Ius diabotanon in pisce frixo
Piscem quemlibet curas, lavas, friges. Teres piper, cuminum, coriandri semen, laseris radicem, origanum, rutam, fricabis, suffundes acetum, adicies careotam, mel, defritum, oleum, liquamen, temperabis, refundes in caccabum, facies ut ferueat. Cum ferbuerit, piscem frictum perfundes, piper asperges et inferes.
De re coquinaria , 434
8
Pullum elixum ex iure suo
Teres piper, cuminum, timi modium, feniculi semen, mentam, rutam, laseris radicem; suffundes acetum, adicies careotam, et teres, mellae, aceto, liquamine et oleo temperavis. Pullum refrigeratum et siccatum mittes, quem perfusum inferes.
De re coquinaria , 243
9
Ova frixa
Oenogarata
Ova elixa
Liquamine, oleo,mero vel ex liquamine,pipere, lasere
In ovis apalis
Piper, ligusticum,nucleos infusos.Suffunde mel, acetum, liquamine temperabis.
De re coquinaria ,327-328-329
10
Haedum sive agnum Parthicum
Mittes in furnum. Teres piper, rutam, cepam, satureiam, damascena enucleata, laseris modicum, vinum, liquamen et oleum. Fervens colluitur in disco, ex aceto sumitur.
De re coquinaria , 365
11
Patina de piris
Pira elixa et purgata e medio teres cum pipere, cumino, passo, liquamine, oleo modico. Ovis missis patinam facies, piper super asperges et inferes.
De re coquinaria , 162
12
Porcellum oenococtum
Porcellum praeduras, orna. Adice in caccabum oleum, liquamen, vinum, aquam; obliga fasciculum porri, coriandri; media coctura colora defruto. Adice in mortarium piper, ligusticum, careum, origanum, apii semen, laseris radicem. Frica, suffunde liquamen, ius de suo sibi; vino et passo tempera; obliga amulo, porcellum compositum in patina perfunde, piper asparge et infer.
De re coquinaria, 377
13
Ius in dentice asso
Piper, ligusticum, coriandrum, mentam, rutam aridam, malum Cydonium coctum, mel, vinum, liquamen, oleum.Calefacies, amulo obligabis
De re coquinaria 460
14
Ius in pisce aurata assa
Piper, coriandrum, mentam aridam, apii semen, cepam, uvam passam, mel, acetum, vinum, liquamen et oleum
De re coquinaria 463
15
Minutal Matianum
Adicies in caccabum oleum, liquamen, cocturam, concides porrum, coriandrum esicia minuta. Spatulam porcinam coctam tessellatim concides cum sua sibi tergila.Facies ut simul cquantur. Media coctura mala Matiana purgata intrinsecus, concisa tessellatim mittes. Dum coquitur, teres piper, cuminum, coriandrum viridem vel semen, mentam, laseris radicem, soffundes acetum, mel, liquamen, defritum modice et ius de suo sibi, aceto modico temperabis. Facies ut ferveat. Cum ferbuerit, tractam confriges et ex ea obligas, piper asparges et inferes.
De re coquinaria 168
16
Patina versatilis
Nucleos,nuces fractas,torres eas et teres cum melle, pipere, liquamine,lacte et ovis. Olei modicum.
De re coquinaria 129
17
Dulcia domestica
Palmulas vel dactilos excepto semine, nuce vel nucleis vel piper tritum infercies. Sale foris contigis, frigis in melle cocto et inferes
De re coquinaria 296
18
Dulcia piperata
Piper, nucleos, mel, rutam et passum teres, cum lacte et tracta coques. Coagulum coque cum modicis ovis. Perfusum melle , piper apersum inferes
De re coquinaria 300
19
Tiropatinam
Accipies lac, adversus quod patinam aestimabis, temperabis lac cum melle quasi ad lactantia, ova quinque ad sextarium mittis, si ad eminam, ova tria.In lacte dissolvis ita ut unum corpus facies, in cumana colas et igne lento coques.Cum duxerit ad se, piper aspargis et inferes.
De re coquinaria 302
20
Ova sfongia ex lacte
Ova quattuor , lactis eminam, olei unciamin se dissolvis ita ut unum corpus facies. In patellam subtilem adicies olei modicum, facies ut bulliat et adicies impensam quam comparasti. Una parte cum fuerit coctum, in disco vertes melle perfundis , piper aspargis et inferes
De re coquinaria 303

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1
Salsa per pesce lesso
Pepe, ligustico, cumino, cipollina, origano, gherigli di noce, carota, miele, aceto, garum .htm>, senape, olio con moderazione, brodo caldo se si vuole, uva passa.
2
Salsa per pesce lesso in altra maniera
Triterai pepe, ligustico, coriandolo verde, santoreggia, cipolla, tuorli cotti delle uova, vino d'uva passa, olio e garum.
3
Purée di legumi neri
Cotto nell’acqua salata schiacciato taglierai in pezzi e triterai il pepe, il ligustico, la santoreggia secca con la cipolla secca, il garum, l’olio e il vino.
4
Il purée di legumi in un altro modo
Cuocerai il sedano nell’acqua salata, lo schiaccerai e lo taglierai a pezzettini. Nel mortaio triterai il pepe, il ligustico, l’origano, la cipolla, il vino, il garum e l’olio. Cuocerai nel vaso di terracotta e così unirai il sedano.
5
Carote
Le carote fritte sono servite a tavola con salsa di vino.
6
Le carote in un altro modo
Cucinerai le carote lessate e affettate nella salsa di cumino con poco olio e le servirai.
7
Salsa vegetale per pesce fritto
Prepara, lava e friggi il pesce che desideri. Triterai e sminuzzerai del pepe, cumino, seme di coriandolo, radice di silfio, origano, ruta, verserai dell’aceto, aggiungerai una carota, miele, vino cotto, olio, garum , mescolerai e verserai nella pentola e lo farai finché bolla. Quando sarà bollito, bagnerai il pesce fritto, spargerai del pepe e lo servirai.
8
Pollo cotto nel suo sugo
Triterai il pepe, il cumino, una manciata di timo, seme di finocchio, menta, ruta, radice di silfio; versa l’aceto, metti e trita una carota con miele, aceto, garum e olio. Metterai il pollo raffreddato e asciugato, che servirai bagnato.
9
Uova fritte
Con salsa di garum e vino
Uova sode
Con salsa di liquamen, olio, puro o derivato da liquamen , pepe e silfio
Per le uova bazzotte
Pepe,ligustico, gherigli di noci. Aggiungi miele e aceto,stempererai con liquamen.
10
Capretto o agnello partico
Lo metterai nel forno. Triterai pepe, ruta, cipolla, santoreggia, prugne di Damasco snocciolate, un po’ di silfio vino, liquamen e olio. Ancora bollente si bagna sul piatto con l'aceto e si mangia
11
Torta di pere
Triterai pere lessate ripulite al centro con pepe,cumino,miele,vino passito,garum e un po' d'olio. Dopo avervi aggiunto uova, farai una torta,la cospargerai di pepe e la servirai.
12
Maiale in salsa di vino
Prepara e lascia insaporire il maiale. Aggiungi in una pentola olio, garum, vino, acqua, aggiungi un manciata di porri, di coriandolo; colora a metà cottura con vino. Metti in un mortaio pepe, ligustro, cumino, origano, seme di sedano, radice di silfio. Trita e versa il garum, il grasso colato dal maiale stesso, aggiungi il vino e il passito; amalgama con farina, metti il porcello ben preparato in una padella, cospargi il pepe.
13
Salsa per dentice arrosto
Pepe, ligustico, coriandolo, menta, ruta secca, mele cotogne cotte, miele, vino, garum,olio. Scalderai , legherai con amido.
14
Salsa per orata arrosto
Pepe coriandolo, menta secca, seme di sedano, cipolla, uva passa, miele,aceto,vino,garum e olio
15
Pasticcio Maziano
Metterai a cuocere in una terrina olio, garum, taglierai un porro, coriandolo e piccole polpette. Taglierai a pezzettini una spalla di maiale con la sua cotenna. Farai in modo che cuociano insieme.A mezza cottura aggiungerai mele Maziane pulite all’interno , tagliate a pezzettini.Durante la cottura triterai pepe, cumino, coriandolo verde o seme, menta, radice di silfio,cospargerai di aceto,miele, garum,un po’ di vino cotto, e il suo sugo, stempererai con un po’ di aceto. Porterai ad ebollizione. Quando bollirà, friggerai la sfoglia e legherai con quella, Cospargerai di pepe e servirai
16
Torta semi-liquida
Abbrustolisci mandorle,gherigli di noci frantumati, li triterai con miele, pepe, garum,latte e uova. Poco olio
17
Dolci casalinghi
Farcirai frutti di palma o datteri senza seme con una noce o pinoli o pepe tritato. Tocca fuori con sale, friggi in miele cotto e servi
18
Dolci al pepe
Triterai pepe, pinoli,miele, ruta e vino passito, cuocerai con latte e sfoglia di farina. Cuoci l’intingolo con poche uova.Servirai dopo averlo cosparso di miele e pepe.
19
Tiropatina
Prenderai tanto latte quanto entrerà nel tegame, scioglierai latte con il miele quasi per farne un dolce al latte, metti 5 uova per sestiario ( 542 ml) o 3 per emina (271 ml). Sciogli nel latte in modo da fare un corpo unico, cola in una Cumana ( terrina bassa con coperchio) e cuoci a fuoco lento. Quando sarà rappresa cospargi di pepe e servirai.
20
Omelette al latte
Mescola 4 uova, un ‘ emina (271 ml) di latte un’ oncia d’olio in modo da fare un corpo unico. Metterai in una padella sottile un po’ d’olio , farai in modo che frigga e aggiungerai la mistura che hai preparato. Quando sarà cotta da una parte la girerai in un piatto, cospargi di pepe e servirai.

















ALCUNE RICETTE TRATTE DAL DE AGRI COLTURA DI CATONE
[CLICCANDO SUI "LINK" SI POTRA' LEGGERE LA TRADUZIONE, RICETTA PER RICETTA]
1
Libum hoc modo facito
Casei p.II bene disterat in mortario; ubi bene distriverit, farinae siligineae libram aut, si voles tenerius esse, selibram similaginis solum eodem indito; permiscetoque cum caseo bene; ovum unum addito et una permisceto bene. Inde panem facito; folia subdito; in foco caldo sub testu coquito leniter.
Cato, De Agri cultura, c 75
2
Globulos sic facito
1. Caseum cum alica ad eundem modum misceto;
2. inde, quantos voles facere,facito.
3. In aenum caldum unguem indito.
4. Singulos aut binos coquito;
5. versatoque crebro duabus rudibus;
6. coctos eximito;
7. eos melle unguito;
8. papaver infriato:
9. ita ponito
Cato, De Agri cultura, c 79
3
Familiae cibaria
Qui opus facient:per hiemem tritici modios IIII, per aestatem modios IIII S; Vilico vilicae,epistatae,opilioni:modios III; Compendis: per hiemem panis p IIII ubi vineam fodere coeperint panis pV; usque adeo dum fico esse coeperint;deinde ad p IIII redito.
Cato, De agri cultura liber , c 56
4
Pulmentarium familiae
Oleae caducae quam plurimum condito ;post oleas tempestivas (unde minimum olei fieri poterit), eas condito:parcito uti quam diutissime durent. Ubi oleae comesae erunt, hallacem et acetum dato. Oleum datum in menses unicuique S I ,salis unicuique in anno modium satis est.
Cato, De agri cultura liber , c 58

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1
Farai il libum in questo modo. Trita in un mortaio 1 kg di formaggio di pecora; dopo averlo ben tritato, aggiungerai mescolando 500 g di farina o, se vuoi sia più soffice, soltanto 250 g di farina; aggiungerai un uovo e mescolerai bene. Poi formerai il pane; metterai sotto il pane alcune foglie di alloro; lo cucinerai lentamente su fuoco caldo coprendolo con un coperchio.

2
Farai le palline dolci fritte così
1) Mischierai formaggio di pecora e semola di grano duro nella stessa quantità
2) Poi farai le palline che vuoi tu;
3) Scalderai in una padella olio o burro.
4) Le cucinerai una alla volta o due alla volta;
5) Le girerai frequentemente con due cucchiai di legno;
6) Quando saranno cotte le toglierai;
7) Le bagnerai con del miele;
8) Sbriciolerai sopra semi di papavero:
9) Le servirai in questo modo.

3
Cibo per gli schiavi
Gli schiavi che scaveranno la trincea: per l’inverno avranno quattro moggi di farro,per l’estate quattro moggi e mezzo; per il fattore, la fattoressa, il sovrintendente, il pecoraio: tre moggi; per gli schiavi con i ceppi: per l’inverno quattro libbre di pane; quando avranno iniziato a zappare la vigna cinque libbre; fino a quando non avranno incominciato a mangiare i fichi; infine si ritornerà a quattro libbre.

4
Companatico degli schiavi
Conserverai la maggior parte delle olive cadute; dopo condirai le olive mature (da cui potrai ricavare pochissimo olio):le metterai da parte affinché durino molto a lungo. Quando le olive saranno mangiate metterai l’aceto e il garum. Metterai mezza libbra d’olio per ciascuno ogni mese è sufficiente dare un moggio di sale per ciascuno in un anno.













CATONE IL CENSORE
Fures privatorum furtorum in nervo atque in compedibus aetatem agunt, fures publici in auro atque in purpura (I ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori) così Aulo Gellio, Notti attiche, XI, 18, 18 riportò una massima che caratterizza la altezza morale di CATONE IL CENSORE, simbolo della romanità incorruttibile della prima grande espansione.
Marco Porcio Catone nacque a Tusculum nel 234 a.C. da una famiglia plebea di agricoltori benestanti. Secondo Varrone il nome della gens Porcia sarebbe derivato dal fatto che i suoi membri più antichi allevavano suini.
Da giovane visse nella Sabina, dove aveva un piccolo fondo avuto in eredità dal padre.
A diciassette anni iniziò la carriera militare.
Nel 209 partecipò alla presa della città di Taranto sotto il comando di Fabio Massimo.
Nel 207 partecipò alla battaglia di Senigallia, altrimenti nota come battaglia del Metauro, durante la quale perì Asdrubale, fratello di Annibale.
Nel 205, a trenta anni, divenne questore al tempo del primo consolato di Publio Scipione Africano.
Nel 204 era in Sicilia con Scipione. Entrò in contrasto per la registrazione delle spese. Si fece mandare in congedo a Roma per accusare il console di sperpero del denaro pubblico. Scipione tuttavia seppe ben difendersi e salpò per l'Africa.
Nel 199 divenne edile della plebe.
Nel 198 fu pretore ed ebbe la provincia della Sardegna, dove perseguitò l'usura.
Nel 195, a quaranta anni, fu console con Lucio Valerio Flacco. Inutilmente si oppose al ritiro della Lex Oppia, emanata nel 215 durante la II guerra punica, per limitare il lusso delle donne.
Ebbe in sorte la provincia della Spagna Citeriore. Meritò il trionfo per le sue imprese militari.
Nel 194 Publio Scipione Africano, durante il suo secondo consolato, cercò di rimuoverlo dalla carica di pretore della Spagna, ma non vi riuscì.
Nel 191 Catone, in qualità di legato, fu con Manio Acilio Glabrio nella guerra contro il re seleucida Antioco III. Condusse trattative con le più importanti città greche e il suo intervento nella battaglia delle Termopili fu decisivo. Con un contigente di truppe riuscì ad aggirare le posizioni dei greco-siriani e a sconvolgere lo schieramento avversario.
Tra il 187 e il 184 condusse una campagna contro gli Scipioni, fautori di una politica di apertura alla cultura greca e orientale.
Catone intravide il pericolo di sovvertimento insito in tale atteggiamento e si schierò in difesa degli ideali tradizionali romani.
Scipione l'Africano fu costretto all'esilio volontario e suo fratello, Lucio, venne condannato per peculato.
Nel 189 Catone si era presentato alle elezioni per la censura, ma non era stato eletto.
Nel 184, a cinquanta anni, si ripresentò e divenne censore insieme a Lucio Valerio Flacco.
I censori venivano eletti dal popolo romano riunito nei comizi centuriati.
I nobili tentarono inutilmente di impedire l'elezione di Catone.
I censori fecero la revisione delle liste senatoriali per eliminare gli indegni e i mancanti di censo.
Sette senatori furono esclusi dalla carica. Tra i sette l'ex console Lucio Quinzio Flaminino, insigne per nobiltà e per cariche. Flaminino venne considerato indegno per aver ucciso una persona durante un banchetto, durante il quale si accompagnava ad un amasio o ad una prostituta.
Venne anche tolto il cavallo pubblico a Lucio Scipione Asiatico, che però rimase nelle liste dei senatori. Non è chiaro se il provvedimento fosse stato preso per le cattive condizioni fisiche dell'Asiatico o per il suo comportamento durante la guerra siriaca.
Venne ordinato di registrare gli ornamenti e le vesti femminili e i veicoli di valore superiore a 15.000 assi per un valore legale moltiplicato per dieci.
Analogamente gli schiavi sotto i 20 anni, che, nel corso degli ultimi 5 anni, erano stati pagati più di 10.000 assi vennero registrati per un valore legale moltiplicato per dieci.
Su questi beni venne applicata una tassa del 3 per 1000.
Venne proibito di utilizzare l'acqua pubblica negli edifici e nei terreni privati. Catone fece tagliare i tubi collegati abusivamente all'acquedotto.
Fu ordinata la demolizione entro 30 giorni degli edifici privati costruiti su suolo pubblico.
Furono avviati i lavori per la pavimentazione delle fontane pubbliche, la pulizia delle fogne e la costruzione di altre fognature.
Flacco fece costruire una diga aperta al traffico presso le acque Nettunie e una strada che attraversava il monte Formiano.
Catone acquistò un terreno nel Foro, tra il Campidoglio e la Curia, e vi costruì la basilica Porcia, un edificio rettangolare con colonnati e gallerie, utilizzabile per il passeggio ed il commercio. Il primo centro commerciale di Roma.
Gli appalti per la riscossione delle imposte nelle province furono concessi a prezzi altissimi.
Gli acquisti per forniture statali furono effettuati a prezzi bassissimi.
Il senato, sollecitato dagli appaltatori e dai fornitori, intervenne invalidando gli ultimi due provvedimenti.
Un editto dei censori escluse dalle nuove aste coloro che avevano tentato di eludere le aste precedenti.
Le opere furono aggiudicate praticamente alle stesse condizioni di prima.
I provvedimenti di Catone attirarono gli odi di gran parte dei potenti che intentarono contro di lui ben 44 processi con varie accuse.
L'ultimo processo avvenne quando Catone aveva 86 anni.
Nel 181 Catone, terminato il periodo di censorato, propose la Lex Orchia contro i beni di lusso.
Nel 169 propose la Lex Voconia per il controllo della libertà finanziaria delle donne.
Nel 168 si oppose all'annessione di Rodi. La sua politica si opponeva a quella della oligarchia che desiderava impadronirsi dei beni dei rodiesi.
Nel 154 Catone ottenne di far ripartire da Roma i tre filosofi che nel 155 erano giunti come ambasciatori da Atene: lo stoico Diogene, Critolao e Carneade.
Durante una sua ambasciata a Cartagine, probabilmente nel 153, Catone, ottantunenne, si convise della minaccia che la città costituiva ancora per Roma e iniziò una campagna per distruggere l'antico nemico: delenda est Carthago .
Prima di morire, nel 149, Catone riuscì nel suo intento: Roma e Cartagine entrarono in guerra per l'ultima volta.
Catone scoprì il poeta Ennio (Rudie, Taranto 239 - 169 a.C.) e dalla Sardegna, dove militava tra le truppe ausiliarie, lo portò a Roma.
Catone fu un grande oratore. Cicerone conosceva più di 150 orazioni del Censore.
Fondò la storiografia latina con le Origines, opera in 7 libri, sulle tradizioni italiche. L'opera venne cominciata dopo il 174 e tenne occupato Catone fino agli ultimi giorni della sua vita. Nel trattato i generali non sono chiamati per nome, ma si fa riferimento ad essi semplicemente con l'appellativo imperator romanus. Secondo Catone il fondamento della repubblica romana era l'ingenium non di un solo uomo ma del popolo romano nel suo insieme. Catone reagiva al culto della gloria delle grandi personalità di moda nelle famiglie aristocratiche, influenzate dai maestri greci.
Per l'educazione del figlio, contro la moda grecizzante, scrisse i Libri ad Marcum filium.
Contro il crescente diffondersi del latifondo CATONE scrisse il De agricultura (qui in testo integrale latino) in difesa della medio-piccola proprietà terriera.
Trasmise i suoi principi morali nel Carmen de moribus.
Nel III secolo d.C. si diffuse una raccolta di sentenze morali in versi i Monosticha Catonis (leggili subito qui sotto nel testo originale) ed i Disticha Catonis (vedine qui il testo latino) ritenuti opera de il CENSORE per antonomasia, ma in effetti prodotti della letteratura dell'Impero, forse del III secolo e che risentono corposamente della temperie culturale cristianeggiante in piena diffusione e certo interferente sui nuovi programmi ideologici di etica e morale:
MONOSTICHA CATONIS
Incipiunt dicta Marci Catonis ad filium suum.
Cum animadverterem quam plurimos graviter in via morum errare, succurrendum opinioni eorum et consulendum famae existimavi, maxime ut gloriose viverent et honorem contingerent. Nunc te, fili carissime, docebo, quo pacto morem animi tui componas. Igitur praecepta mea ita legito, ut intellegas; legere enim et non intelligere neglegere est.
Deo supplica.
Parentes ama.
Cognatos cole.
Datum serva.
Foro parce.
Cum bonis ambula.
Antequam voceris, ne accesseris.
Mundus esto.
Saluta libenter.
Maiori concede.
Magistratum metue.
Verecundiam serva.
Rem tuam custodi.
Diligentiam adhibe.
Familiam cura.
Mutuum da.
Cui des videto.
Convivare raro.
Quod satis est dormi.
Coniugem ama.
Iusiurandum serva.
Vino tempera.
Pugna pro patria.
Nihil temere credideris.
Meretricem fuge.
Libros lege.
Quae legeris memento.
Liberos erudi.
Blandus esto
Irascere ob rem gravem.
Neminem riseris.
In iudicio adesto. Ad praetorium stato.
Consultus esto.
Virtute utere.
Trocho lude.
Aleam fuge.
Litteras disce.
Bono benefacito.
Tute consule.
Maledicus ne esto.
Existimationem retine.
Aequum iudica.
Nihil mentire.
Iracundiam rege.
Parentem patientia vince.
Minorem ne contempseris.
Nihil arbitrio virium feceris.
Patere legem quam ipse tuleris.
Benefici accepti esto memor.
Pauca in convivio loquere.
Miserum noli irridere.
Minime iudica.
Alienum noli concupiscere.
Illud aggredere quod iustum est.
Libenter amorem ferto.
Liberalibus stude.









DISTICHA CATONIS
Liber I
1. Si deus est animus, nobis ut carmina dicunt,
Hic tibi praecipue sit pura mente colendus.
2. Plus vigila semper nec somno deditus esto;
Nam diuturna quies vitiis alimenta ministrat.
3. Virtutem primam esse puto compescere linguam:
Proximus ille deo est, qui scit ratione tacere.
4. Sperne repugnando tibi tu contrarius esse:
Conveniet nulli, qui secum dissidet ipse.
5. Si vitam inspicias hominum, si denique mores:
Cum culpant alios, nemo sine crimine vivit.
6. Quae nocitura tenes, quamvis sint cara, relinque:
Utilitas opibus praeponi tempore debet.
7. Constans et lenis, ut res expostulat, esto:
Temporibus mores sapiens sine crimine mutat.
8. Nil temere uxori de servis crede querenti;
Saepe enim mulier, quem coniux diligit, odit.
9. Cumque mones aliquem, nec se velit ille moneri,
Si tibi sit carus, noli desistere coeptis.
10. Contra verbosos noli contendere verbis:
Sermo datur cunctis, animi sapientia paucis.
11. Dilige sic alios, ut sis tibi carus amicus;
Sic bonus esto bonis, ne te mala damna sequantur.
12. Rumores fuge, ne incipias novus auctor haberi,
Nam nulli tacuisse nocet, nocet esse locutum.
13. Rem tibi promissam certam promittere noli;
Rara fides ideo est, quia multi multa loquuntur.
14. Cum te aliquis laudat, iudex tuus esse memento;
Plus aliis de te, quam tu tibi, credere noli.
15. Officium alterius multis narrare memento,
Atque aliis cum tu bene feceris ipse, sileto.
16. Multorum cum facta senex et dicta recenses,
Fac tibi succurrant, iuvenis quae feceris ipse.
17. Ne cures, si quis tacito sermone loquatur;
Conscius ipse sibi de se putat omnia dici.
18. Cum fueris felix, quae sunt adversa, caveto;
Non eodem cursu respondent ultima primis.
19. Cum dubia et fragilis sit nobis vita tributa,
In morte alterius spem tu tibi ponere noli.
20. Exiguum munus cum dat tibi pauper amicus,
Accipito placide, plene laudare memento.
21. Infantem nudum cum te natura crearit,
Paupertatis onus patienter ferre memento.
22. Ne timeas illam, quae vitae est ultima finis:
Qui mortem metuit amittit gaudia vitae,
23. Si tibi pro meritis nemo respondet amicus
Incusare deum noli, sed te ipse coerce.
24. Ne tibi quid desit, quaesitis utere parce,
Utque, quod est, serves, semper tibi deesse putato.
25. Quod praestare potes, ne bis promiseris ulli,
Ne sis ventosus, dum vis bonus esse videri.
26. Qui simulat verbis nec corde est fidus amicus,
Tu quoque fac simules: sic ars deluditur arte
27. Noli homines blando nimium sermone probare;
Fistula dulce canit, volucrem dum decipit auceps.
28. Cum tibi sint nati nec opes, tunc artibus illos
Instrue, quo possint inopem defendere vitam.
29. Quod vile est, carum, quod carum, vile putato;
Sic tibi nec cupidus nec avarus nosceris ulli.
30. Quae culpare soles, ea tu ne feceris ipse:,
Turpe est doctori, cum culpa redarguit ipsum.
31. Quod iustum est, petito, vel quod videatur honestum
Nam stultum est petere, quod possit iure negari.
32. Ignotum tibi tu noli praeponere notis;
Cognita iudicio constant, incognita casu.
33. Cum dubia incertis versetur vita periclis,
Pro lucro tibi pone diem quicumque laboras.
34. Vincere cum possis, interdum cede sodali;
Obsequio quoniam dulces retinentur amici.
35. Ne dubites, cum magna petas, impendere parva:
His etenim rebus coniungit gratia caros.
36. Litem inferre cave, cum quo tibi gratia iuncta est;
Ira odium generat, concordia nutrit amorem.
37. Servorum culpis cum te dolor urget in iram,
Ipse tibi moderare, tuis ut parcere possis.
38. Quem superare potes, interdum vince ferendo;
Maxima enim morum semper patientia virtus.
39. Conserva potius, quae sunt iam parta, labore;
Cum labor in damno est, crescit mortalis egestas.
40. Dapsilis interdum notis et carus amicis,
Cum fueris felix, semper tibi proximus esto.
Liber II
II. praef. Telluris si forte velis cognoscere cultus,
Virgilium legito; quod si mage nosse laboras
Herbarum vires, Macer tibi carmina dicit.
Si romana cupis et punica noscere bella,
Lucanum quaeras, qui Martis proelia dixit.
Si quid amare libet, vel discere amare legendo,
Nasonem petito; sin autem cura tibi haec est,
Ut sapiens vivas, audi, quae discere possis,
Per quae semotum vitiis deducitur aevum;
Ergo ades et, quae sit sapientia, disce legendo.
l. Si potes, ignotis etiam prodesse memento;
Utilius regno est meritis adquirere amicos.
2. Mitte archana dei caelumque inquirere quid sit;
Cum sis mortalis, quae sunt mortalia cura.
3. Linque metum leti; nam stultum est tempore in omni,
Dum mortem metuis, amittere gaudia vitae.
4. Iratus de re incerta contendere noli;
Impedit ira animum, ne possit cernere verum.
5. Fac sumptum propere, cum res desiderat ipsa;
Dandum etenim est aliquid, dum tempus postulat aut res.
6. Quod nimium est, fugito, parvo gaudere memento;
Tuta mage puppis est, modico quae flumine fertur.
7. Quod pudeat, socios prudens celare memento;
Ne plures culpent id, quod tibi displicet uni.
8. Nolo putes pravos homines peccata lucrari;
Temporibus peccata latent, sed tempore parent,
9. Corporis exigui vires contemnere noli;
Consilo pollet, cui vim natura negavit.
l0. Cui scieris non esse parem te, tempore cede;
Victorem a victo superari saepe videmus.
11. Adversum notum noli contendere verbis;
Lis minimis verbis interdum maxima crescit.
12. Quid deus intendat, noli perquirere sorte;
Quid statuat de te, sine te deliberat ille.
13. Invidiam nimio cultu vitare memento,
Quae si non laedit, tamen hanc sufferre molestum est
14. Esto animo forti, cum sis damnatus inique;
Nemo diu gaudet, qui iudice vincit iniquo.
15. Litis praeteritae noli maledicta referre;
Post inimicitias iram meminisse malorum est.
16. Nec te collaudes nec te culpaveris ipse;
Hoc faciunt stulti, quos gloria vexat inanis.
17. Utere quaesitis modice, cum sumptus abundat,
Labitur exiguo, quod partum est tempore longo.
18. Insipiens esto, cum tempus postulat aut res;
Stultitiam simulare loco prudentia summa est.
19. Luxuriam fugito, simul et vitare memento
Crimen avaritiae; nam sunt contraria famae,
20. Noli tu quaedam referenti credere semper;
Exigua est tribuenda fides, quia multa loquuntur.
21. Quae potu peccas, ignoscere tu tibi noli;
Nam crimen nullum vini est, sed culpa bibentis.
22. Consilium archanum tacito committe sodali;
Corporis auxilium medico committe fideli.
23. Noli successus indignos ferre moleste;
Indulget fortuna malis, ut laedere possit,
24. Prospice, qui veniant, hos casus esse ferendos;
Nam levius laedit, quidquid praevidimus ante.
25. Rebus in adversis animum submittere noli;
Spem retine; spes una hominem nec morte relinquit.
26. Rem, tibi quam noscis aptam, dimittere noli;
Fronte capillata, post haec occasio calva.
27. Quod sequitur specta, quodque imminet ante videto;
Illum imitare deum, partem qui spectat utramque.
28. Fortius ut valeas, interdum parcior esto;
Pauca voluptati debentur, plura saluti.
29. Iudicium populi numquam contempseris unus,
Ne nulli placeas, dum vis contemnere multos.
30. Sit tibi praecipue, quod primum est, cura salutis;
Tempora nec culpes, cum sis tibi causa doloris.
31. Somnia ne cures; nam mens humana, quod optat,
Dum vigilat, sperat; per somnum cernit id ipsum.
Liber III
IlI.praef. a Hoc quicumque velis carmen cognoscere lector,
Cum praecepta ferat, quae sunt gratissima vitae:
l. Instrue praeceptis animum, nec discere cesses;
Nam sine doctrina vita est quasi mortis imago.
praef. b Commoda multa feres, sin autem spreveris illud,
Non me doctorem sed te neglexeris ipse
2. Cum recte vivas, ne cures verba malorum;
Arbitrii non est nostri, quid quisque loquatur.
3. Productus testis, salvo tamen ante pudore,
Quantumcumque potes, celato crimen amici.
4. Sermones blandos blaesosque cavere memento;
Simplicitas veri fama est, fraus ficta loquendi.
5. Segnitiem fugito, quae vitae ignavia fertur;
Nam cum animus languet, consumit inertia corpus.
6. Interpone tuis interdum gaudia curis,
Ut possis animo quemvis sufferre laborem.
7. Alterius dictum aut factum Me carpseris unquam,
Exemplo simili ne te derideat alter.
8. Quod tibi sors dederit tabulis suprema notato;
Augendo serva, ne sis, quem fama loquatur.
9. Cum tibi divitiae superant in fine senectae
Munificus facito vivas, non parcus amicis.
10. Utile consilium dominus ne despice servi;
Nullius sensum, si prodest, tempseris unquam.
11. Rebus et in censu si non est, quod fuit ante,
Fac vivas contentus eo, quod tempora praebent.
12. Uxorem fuge ne ducas sub nomine dotis,
Nec retinere velis, si coeperit esse molesta.
13. Multorum disce exemplis, quae facta sequaris,
Quae fugias; vita est nobis aliena magistra.
14. Quod potes, id tempta, operis ne pondere pressu
Succumbat labor et frustra temptata relinquas.
15. Quod nosti haud recte factum, nolito tacere,
Ne videare malos imitari velle tacendo.
16. ludicis auxilium sub iniqua lege rogato;
Ipsae etiam leges cupiunt, ut iure rogentur.
17. Quod merito pateris, patienter ferre memento,
Cumque reus tibi sis, ipsum te iudice damna.
18. Multa legas facito, perlectis neglege multa;
Nam miranda canunt, sed non credenda poetae.
19. Inter convivas fac sis sermone modestus,
Ne dicare loquax, cum vis urbanus haberi.
20. Coniugis iratae noli tu verba timere;
Nam lacrimis struit insidias, cum femina plorat.
21. Utere quaesitis, sed ne videaris abuti;
Qui sua consumunt, cum deest, aliena sequuntur.
22. Fac tibi proponas mortem non esse timendam,
Quae bona si non est, finis tam!n illa malorum est.
23. Uxoris linguam, si frugi est, ferre memento,
Namque malum est, non velle pati nec posse tacere.
24. Dilige non aegra caros pietate parentes.
Nec matrem offendas, dum vis bonus esse parenti.
Liber IV
IV. praef.
Securam quicumque cupis perducere vitam,
Nec vitiis haerere animos, quae moribus obsint.
Haec praecepta tibi semper relegenda memento;
Invenies, quo te possis mutare, magistrum.
1. Despice divitias, si vis animo esse beatus,
Quas qui suscipiunt, mendicant semper avari.
2. Commoda naturae nullo tibi tempore deerunt,
Si contentus eo fueris. quod postulat usus.
3. Cum sis incautus nec rem ratione gubernes,
Noli fortunam, quae non est, dicere caecam.
4. Dilige denarium, sed parce dilige formam,
Quam nemo sanctus nec honestus captat habere.
5. Cum fueris locuples, corpus curare memento;
Aeger dives habet nummos, se non habet ipsum.
6. Verbera cum tuleris discens aliquando magistri,
Fer patris imperium, cum verbis exit in iram.
7. Res age, quae prosunt, rursus vitare memento
In quibus error inest, nec spes est certa laboris.
8. Quod donare potes, gratis concede roganti;
Nam recte fecisse bonis in parte lucrosum est.
9. Quod tibi suspectum est, confestim discute, quid sit;
Namque solent, primo quae sunt neglecta, nocere.
10. Cum te detineat Veneris damnosa voluptas,
Indulgere gulae noli, quae ventris amica est.
11. Cum tibi proponas animalia cuncta timere,
Unum praecipue tibi plus hominem esse timendum.
12. Cum tibi praevalidae fuerint in corpore vires,
Fac sapias; sic tu poteris vir fortis haberi.
13. Auxilium a notis petito, si forte labores;
Nec quisquam melior medicus quam fidus amicus.
14. Cum sis ipse nocens, moritur cur victima pro te?
Stultitia est morte alterius sperare salutem.
15. Cum tibi vel socium vel fidum quaeris amicum,
Non tibi fortuna est hominis sed vita petenda.
16. Utere quaesitis opibus, fuge nomen avari;
Quid tibi divitiae prosint, si pauper abundes?
17. Si famam servare cupis, dum vivis, honestam
Fac fugias animo, quae sunt mala gaudia vitae.
18. Cum sapias animo, noli ridere senectam;
Nam quicumque senet, sensus puerilis in illo est.
19. Disce aliquid; nam cum subito fortuna recessit
Ars remanet vitamque hominis non deserit unquam.
20. Prospicito cuncta tacitus, quid quisque loquatur;
Sermo hominum mores celat et indicat idem.
21. Exerce studium, quamvis perceperis artem,
Ut cura ingenium, sic et manus adiuvat usum.
22. Multum venturi ne cures tempora fati;
Non metuit mortem, qui scit contemnere vitam,
23. Disce, sed a doctis; indoctos ipse doceto;
Propaganda etenim est rerum doctrina bonarum.
24. Hoc bibe quod possis, si tu vis vivere sanus;
Morbi causa mali nimia est quaecumque voluptas.
25. Laudaris quodcumque palam, quodcumque probaris,
Hoc vive, ne rursus levitatis crimine damnes.
26. Tranquillis rebus semper adversa timeto,
Rursus in adversis melius sperare memento.
27. Discere ne cesses; cura sapientia crescit;
Rara datur longo prudentia temporis usu.
28. Parce laudato; nam quem tu saepe probaris,
Una dies qualis fuerit ostendet amicus.
29. Non pudeat quae nescieris te velle doceri;
Scire aliquid laus est, culpa est nihil discere velle.
30. Cum Venere et Baccho lis est et iuncta voluptas;
Quod lautum est animo complectere, sed fuge lites.
31. Demissos animo et tacitos vitare memento;
Quod flumen placidum est, forsan latet altius unda.
32. Cum tibi displiceat rerum fortuna tuarum
Alterius specta, quo sis discrimine peior.
33. Quod potes id tempta; nam litus carpere remis
Tutius est multo quam velum tendere in altum.
34. Contra hominem iustum prave contendere noli;
Semper enim deus iniustas ulciscitur iras.
35. Ereptis opibus noli maerere dolendo,
Sed potius gaude, si te contingat habere.
36. Est iactura gravis quae sunt amittere damnis;
Sunt quaedam, quae ferre decet patienter amicum.
37. Tempora longa tibi noli promittere vitae;
Quocumque ingrederis sequitur mors corporis umbra.
38. Thure deum placa, vitulum sine crescat aratro;
Ne credas placare deum, cum caede litatur.
39. Cede locum laesus fortunae, cede potenti;
Laedere qui potuit, prodesse aliquando valebit.
40. Cum quid peccaris, castiga te ipse subinde;
Vulnera dum sanas, dolor est medicina doloris.
41. Damnaris nunquam post longum tempus amicum,
Mutavit mores, sed pignora prima memento.
42. Gratior officiis, quo sis mage carior, esto,
Ne nomen subeas quod dicitur officiperdi.
43. Suspectus caveas ne sis miser omnibus horis,
Nam timidis et suspectis aptissima mors est.
44. Cum fueris proprios servos mercatus in usus,
Et famulos dicas, homines tamen esse memento.
45. Quam primum rapienda tibi est occasio prima,
Ne rursus quaeras quae iam neglexeris ante.
46. Morte repentina noli gaudere malorum:
Felices obeunt quorum sine crimine vita est.
47. Cum tibi sit coniux, ne res et fama laboret,
Vitandum ducas inimicum nomen amici.
48. Cum tibi contigerit studio cognoscere multa,
Fac discas multa, vita nil discere velle.
49. Miraris verbis nudis me scribere versus?
Hoc brevitas fecit, sensus coniungere binos.