cultura barocca
Referenze foto antiquaria PONTI E GUADI Ponti e Guadi = loro valenza nei millenni [per un approfondimento della tematica clicca qui]

Nella romanità le GRANDI STRADE come nel caso della ligure IULIA AUGUSTA valicavano corsi d'acqua mediamente con PONTI [ ma le DEVASTAZIONI DEI BARBARI (con peculiare riferimento alle imprese di ALARICO ed ATAULFO pur calcolando i RESTAURI APPORTATI DAL ROMANO FLAVIO COSTANZO POI COSTANZO III di cui purtroppo le lacune del testo del DE REDITU SUO DI RUTILIO NAMAZIANO CI RAGGUAGLIANO SUL TERRITORIO DI ALBENGA MA NON SU QUELLO DI VENTIMIGLIA) ed il tempo hanno cancellato i ponti dell'LIGURIA PONENTINA, AI CONFINI TRA ITALIA E FRANCIA, salvandosi e venendo anche restaurati ad opera del citato Flavio Costanzo i ponti romani nell'INGAUNIA e nell'AGRO SAVONESE]
ed ancora per via di
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= uno di questi fino a non tanti decenni or sono
*********BEN INDIVIDUABILE E QUI PROPOSTO DA RACCOLTA FOTOGRAFICA SUPERSTITE*********
ai Piani di Vallecrosia nell'alveo del torrente Crosa o Verbone e prossimo ad un'area di
STRAORDINARIA VALENZA RELIGIOSA SIA IN EPOCA ROMANA CHE ATTRAVERSO I SECOLI DEL CRISTIANESIMO.
Nel medioevo si ricorse a strutture in legno che solo dal XVI sec.cominciarono a venir sostituite da complessi parzialmente realizzati in muratura.
Nell'età di mezzo, dimenticata la grande tecnologia viaria romana, si introdusse un grande uso di GUADI A PEDATE, rozzi percorsi di pietroni disposti nei siti fluviali di minor profondità in linea con qualche percorso d'accesso al paese o borgo da raggiungere: a confronto del guado romano, sopra citato, dei Piani di Vallecrosia era un'opera rudimentale davvero il guado a pedate che permetteva di valicare il rio Crosa o Verbone e raggiungere l'abitato di Vallecrosia alta o medievale e così pure il
guado a pedate identificato presso la chiesa di S.Giorgio a Dolceacqua
atteso che il celebre ponte monumentale era una struttura ad uso esclusivo della nobiltà egemone.
Al riguardo dell'ESISTENZA MEDIEVALE DI PONTI SUL ROIA ED UNO SUL NERVIA
(corsi d'acqua quando possibile utilizzati per un trasporto fluviale in sinergia con il complesso delle oasi alluvionali: fluitazione) e del loro rapporto con "OSPIZI - OSPEDALI - STRUTTURE DI RICOVERO PER VIANDANTI - PELLEGRINI - CAVALIERI - CROCIATI"
può convenire lo studio di un testamento, del 29-XII-1258, fatto redigere al di Amandolesio per volere di un certo Ugo Botario.
Questo lasciò vari beni a pro di strutture diverse proprie del territorio di Ventimiglia: 10 soldi genovini all'ospedale de Clusa ed a quello de Rota strutture assistenziali religiose: tali somme sarebbero servite per comprar "sacconi", cioè giacigli per il riposo degli stanchi pellegrini. Il Botario lasciò pure 10 soldi all' "opera della chiesa di San Michele" (presso il cui chiostro voleva esser sepolto) ed altrettanto donò alla cattedrale di S.Maria. All' OPERA DELLA CHIESA DI SAN FRANCESCO DEI FRATI MINORI il testatore stabilì invece che spettassero 20 soldi genovini: intendeva egli che con quei danari si vestissero dieci poveri con tuniche, un pari numero con camicie ed altrettanti ancora con pantaloni. Anche il Botario, pur senza dimenticarsi degli altri ORDINI RELIGIOSI, aveva quindi risentito del messaggio francescano: sì da lasciare a questo Convento il doppio di quanto aveva stabilito per le altre chiese.
Il Botario, contestualmente, col suo duecentesco testamento, lasciò 10 soldi oltre che all' OPERA DEL PONTE DEL ROIA all' OPERA DEL PONTE SUL NERVIA [a differenza del ROIA questo secondo fiume o, come altri preferiscono, grande torrente fu sino a tempi moderni superato sempre IN VARI MODI DA UN PONTE LIGNEO, SFRUTTANDO QUALCHE GUADO, QUALCHE COSTRUZIONE PROVVISORIA DI GUERRA, PERFINO AVVALENDOSI DELLA "BARCHETTA DI UN REMUNERATO TRAGHETTATORE" = in merito al complesso tema dei PONTI SUL NERVIA vale comunque la pena di aggiungere siffatta e preziosa integrazione = DA QUESTA CARTA DI ANONIMO DEL '700 SI DEDUCE CHE -ANCHE PER GLI EFFETTI DELLA GUERRA DI SUCCESSIONE AL TRONO IMPERIALE DI META' '700- NON LONTANO DALLA RIVA DEL MARE IL NERVIA ERA SUPERATO PER VIA D'UN PONTE IN LEGNO MA SI NOTA CHE UNA DIRAMAZIONE VIARIA DETTA "STRADA DI CAMPOROSSO" CONDUCEVA ATTRAVERSO "LE BRAIE" LUNGO LA RIVA ORIENTALE DEL NERVIA SIN AD UN PONTE AD UNA SOLA ARCATA CHE IMMETTEVA AL BORGO DI CAMPOROSSO E QUINDI ALLA VAL NERVIA COME HA LASCIATO SCRITTO IL BERTOLOTTI IN QUESTA PAGINA DEL SUO MAI ABBASTANZA STUDIATO VIAGGIO NELLA LIGURIA MARITTIMA DEL 1834 (ENTRO CUI NATURALMENTE, OLTRE A QUESTO PONTE DI CAMPOROSSO, NON MANCA DI CITARE IL MONUMENTALE PONTE DI DOLCEACQUA) : i secoli passano oggi veloci ma nel passato lo "stato del presente replicava spesso soluzioni utilizzate da tempi immemori" e comunque -a titolo di approfondimento giova ribadire che mutatis mutandis dal noto tattico sulla via Romea del Nervia la varia tipologia di viaggiatori (pellegrini, crociati e cavalieri ecc) che intendeva raggiungere il mare e quindi le sue varie stazioni od ospizi il tragitto del Nervia poteva -sulla linea di quanto detto e senza dubbio possibilistico se non plausibile in assoluto- fruire sin dal medioevo di varie opzioni proprio dal nodo strategico ed anche "segnato" pei pellegrini dal lato iconografico della chiesa di S. Pietro di Camporosso ove si era soliti stipulare contratti tra i viandanti della Fede e nel caso i loro emissari nel caso non si volesse o si potesse operare di persona e delegare altri più pratici od audaci ai fini dei sempre perigliosi viaggi della Fede = da quella di accedere direttamente agli ospedali di Nervia e Ventimiglia quanto di fruire -anche a secondo delle mete scelte dei Luoghi Santi (vedi cartografia)- di più diramazioni dal percorso più arduo per raggiungere l' importante Ospedale di N. S. della Ruota tra Bordighera e Ospedaletti (nemmeno escludendo la possibile variante di attraversare il Principato Monastico di Seborga per accedere al Montenero) alla diramazione di cui qui sopra si parla e detta strada di Camporosso che immetteva sul tragitto per Bordighera-Ospedaletti sin ancora -sempre volendo accedere a questa meta orientale del Capitanato di Ventimiglia- al valicamento diretto del Nervia quando provvisto di ponti o guadabile non troppo rischiosamente anche in presenza di tracimazioni ma grazie alla fruizione di efficienti traghettatori [ Ugo Foscolo militante nell'armata francese d' Italia ai tempi napoleonici, fuggendo, con frotte di vinti commilitoni, da Genova ripresa a fine '700 dagli Austriaci nel descrivere (su una direzione quindi opposta e comunque diversa da quella citata ma grossomodo speculare, cioè da Ovest ad Est) nella sua "Lettera da Ventimiglia" del romanzo epistolare Jacopo Ortis- può davvero risultare l'ultimo viandante e descrittore di questi tragitti di cui il NERVIA (VEDI), fiume-torrente imprevedibile seconda del flusso delle acque rendeva alternativamente necessario avvalersi a seconda delle sue condizioni e della sua portata, anche rinunciando ai percorsi più semplici per sfruttare quelli decisamente ardui, come qui si legge pur di raggiungere Ventimiglia e da lì la Francia e tuttavia, pur realizzando e/o finalizzando i Savoia -ma con lentezza eccessiva- la "Strada della Cornice" ideata da Napoleone, ancora nel 1826 Giacomo Navone erudito diretto a Ventimiglia provenendo da Bordighera, per unirsi ai suoi amici sulla sponda opposta del Nervia, dalla costruenda "Strada della Cornice" dovette guadare il fiume con l'aiuto magari di un traghettatore ed altresì oltre un decennio dopo pur dichiarandosi per pubblicistica di Stato finita la "Strada" seppur con l'onere di terminare alcune infrastrutture si sminuiva ad arte -anche per non inasprire ulteriormente i Liguri giustamente rabbiosi per l'annessione coatta e inaspettata al Piemonte dopo la Restaurazione di Vienna- l'entità reale dei lavori da concludere perché tra queste "infrastrutture" date come di poco conto stavano molti ponti di modo che al tempo del Bertolotti, quindi nel 1834, non esisteva ancora un ponte sul Nervia].
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Per "OPERA" si intendeva una sorta di CONFRATERNITA preposta alla manutenzione dei ponti; è impossibile dire se si trattasse di una sola OPERA preposta alla cura dei ponti in legno su entrambi i corsi d'acqua o due OPERE = queste donazioni alle opere dei ponti rientraVano comunque nel XIII secolo in una finalità assistenziale ma anche devozionale legata ai grandi fermenti duecenteschi dei Pellegrinaggi della Fede, attraverso una diramazione della Via Francigena, come ben si evince anche dall'irrinunciabile analisi di questo TESTAMENTO DUECENTESCO DI ANFOSSO RAINERIO DI CAMPOROSSO IN VAL NERVIA).
Comunque è da menzionare che si doveva trattare di un tipo di organizzazione piuttosto importante, e in continua attività, come si deduce da ulteriori testamenti o lasciti che fecero altri benestanti del luogo: dal documento traspare una moderna consapevolezza di tutelare il vecchio persorso di costa, non solo per i pellegrinaggi religiosi ma pure per le relazioni commerciali.
I porti e approdi di Ventimiglia, gli Ospedali, le vie costiere, le antiche direttrici parallele, i percorsi di questa e quella valle con le relative diramazioni, soprattutto i ponti lignei da restaurare in continuazione su quei due ribelli corsi fluviali, costituivano ai tempi del Botario un arabesco di porte spalancatesi da poco sul resto del mondo.
Un discorso particolare vale per il PONTE SUL ROIA o per essere precisi per l'edificazione di un ponte parzialmente in muratura per certi versi erede tanto dell'edilizia medievale che della riscoperta tecnologia romana.
su questo esistono alcuni dati fermi:
-nel 1564 UN TERREMOTO (o magari i suoi effetti secondari) ed uno straripamento del Roia (gli atti parlano di una grave rujna) determinano la distruzione del vecchio ponte in legno che quasi annualmente doveva essere restaurato (B. DURANTE - F. POGGI, Storia della Magnifica Comunita' degli otto luoghi, Bordighera, 1986, pp. 149-155 con riferimenti archivistici).
-nel 1582, su petizione dei Parlamentari intemeli e dei Sindaci delle Ville, esisteva una autorizzazione alla realizzazione di un ponte in muratura usufruendo di peculiari vantaggi fiscali.
-nel 1585 da una petizione del Sindaco Michele Aprosio si apprende che era prevista per la primavera l'inizio della costosa opera.
-nel 1587 la richiesta di ulteriori esenzioni a Genova lascia intendere che l'opera del ponte ( come quella di una fortezza alla marina, verisimilmente il Torrione) procedeva a rilento.
-L'opera procedette comunque e venne alla fine conclusa.
E' interessante notare che l' 11-VIII-1782 la lunga impresa fu data per compiuta e che, come si può in qualche modo vedere dalle riproduzioni ottocentesche il PONTE (poi gravemente danneggiato da una piena del fiume del 1866 e di cui restano solo i BASAMENTI DEGLI ANTICHI PILONI poco a sud dell'attuale ponte stradale vecchio) sarebbe stato costruito (previo accordo fra i Sindaci della Comunità degli Otto Luoghi e quelli della Comunità di Ventimiglia) con 2 ARCATE APERTE per rendere possibile l'accesso dei bastimenti al ricovero portuale che si trovava all'altezza dell'attuale frazione di Roverino (Sez. Archivio di Stato di Ventimiglia, Notaio Pietro Antonio Aprosio, filza n.37, 1778-1783, atto n. 353).
Nell'immagine il "ponte antico" si vede ancora in piedi, seppur danneggiato, a fianco, poco più a meridione, del PONTE NUOVO.
La curiosità dell'immagine permette di evidenziare come, ancora nel 1870, quando si andava ultimando, il ponte nuovo sul Roia era attivo, per quanto malconcio ma viste le esigenze della città, il ponte vecchio: seppur a stento, anche in questa immagine si nota il particolare delle arcate mobili in legno per il passaggio delle barche ed il loro ancoraggio all'interno del fiume: il ponte nuovo (quello che attualmente serve il traffico stradale e pedonale fra la città moderna e quella medievale, oltre che -seppur non più da solo- il traffico verso la Francia) si vede nella sua compiutezza, dalle linee architettoniche compatte e, naturalmente, non provvisto di arcate mobili vista l'irrilevanza, da parecchio tempo, del fiume sia come porto canale che come attracco.
Un' altra preziosità di questa immagine sta nel fatto che è una inconfutabile prova fotografica -fra le ultime prove esistenti- di FORTE S. PAOLO ancora notevole, rispetto al centro abitato nella sua considerevole mole.
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