cultura barocca
Vedi "Sestri" nell''800 "Sestri" nel complesso della romanità ligure e più estesamente dell' Impero di Roma = visualizza qui nell'area di Genova e Savona le intersezioni fra tre grandi tragitti della romanità imperiale = in epoca preromana erano probabilmente presenti in zona alcuni insediamenti, come dimostrerebbe la scoperta dei resti di un castellaro risalente all'età del ferro, avvenuta nell'estate del 1956 durante i lavori di ampliamento del cimitero di Sant'Alberto, nella zona occidentale della delegazione: il toponimo "Sestri" deriva verosimilmente dalla volgarizzazione del latino Sextum contenuto nella frase Sextvm Lapis ab Urbe Janue, nome di un piccolo villaggio sorto, probabilmente, nel II secolo dove era posta la VI pietra miliare sulla strada consolare romana che collegava Roma con Genova e successivamente con Vada Sabatia.

GENOVA SESTRI PONENTE (o come si scriveva nel '600 "SESTRI" o "SESTRI DI PONENTE") qui sopra in un' immagine antiquaria di cui si propone qui da fonti, delle quali -per quanto in maniera opportuna integrate avvalendosi della procedura multimediale e ipertestuale- solo parzialmente si son reperiti i nomi degli autori, un
UTILE APPROFONDIMENTO DOCUMENTARIO SPECIE IN RELAZIONE ALLA STORIA SESTRESE DAL XVII SECOLO ("CLICCA QUI").
Dal lato politico, come pare evidente, era una "villa" della "Serenissima Repubblica di Genova" di cui qui si può vedere l'apparato politico-demico-economico-amministrativo-militare (vedi gli indici moderni) mentre, anche questo è ovvio ma può giovare a chi voglia approfondire la tematica, dal lato religioso apparteneva alla "Regione Ecclesiastica Ligure" e specificatamente alla Chiesa Metropolitana di Genova (vedi qui gli Indici Moderni) di cui Padre Semeria ci offre, nel testo qui digitalizzato, sui Secoli Cristiani della Liguria ampio e motivato ragguaglio contestamente alle altre Diocesi liguri = "Sestri di Ponente" era divenuta nel XIX secolo una delle "ville rinomate per la villeggiatura" (leggi per un approfondimento antiquario) come scrisse D. Bertolotti nel suo Viaggio per la Liguria Marittima detta anche la "Grande Liguria delle 8 Province" ("Sestri" quasi sarebbe superfluo dirlo risultava ascritta alla Provincia di Genova).
Nel XVII secolo (che qui principalmente interessa dato l'argomento di seguito trattato) per quanto sempre strettamente legata a Genova (vedine qui la cartografia dell'epoca) non sempre ebbe vita facile in forza delle bande e delle "parentelle" che scorrazzarono per essa come per altri luoghi e che si contendevano il Dominio o meglio quella porzione del Dominio di Genova volta per volta meno difeso dalle forze della Repubblica per esse intendendo prima la legge e i funzionari della legge e per ultimo le stesse forze armate di Genova. Tuttavia fu visitata dall'erudito A. Aprosio "il Ventimiglia" che tra parentesi era corrispondente ed amico dello scrittore d'argomenti religiosi il Frate Cappuccino Francesco da Sestri e dal "Ventimiglia" (come era detto l'Aprosio dal luogo di nascita) "Sestri di Ponente" ebbe una particolare ammirazione non solo per l'ambiente ma per aver dato i natali ad uno dei più
celebri romanzieri liguri del '600 vale a dire
****************BERNARDO MORANDO ****************

che a "Sestri" vide la luce nel 1589 e che vi visse fino ai 12 anni = sulla fase giovanile le notizie più esaurienti ci giungono Luigi Matt nel volume 76 (2012), il 10 gennaio 1651 del Dizionario Biografico degli Italiani alla voce da lui curata "Morando Bernardo" ove si legge = "Nacque a Sestri Ponente il 18 aprile 1589 da Guglielmo e da Mariettina Morando. Dopo avere compiuto i primi studi nel paese natale presso gli eremiti geronimini della chiesa di S. Maria della Costa, nel 1598 seguì il padre a Genova [vedine la cartografia seicentesca], dove proseguì la formazione acquisendo conoscenze anche in campo commerciale (la famiglia aveva intrapreso da decenni una florida e consolidata attività in tale ambito). Negli anni genovesi entrò in contatto con Girolamo Preti, con il quale condivise la passione letteraria. Sin da ragazzo si cimentò con la scrittura in versi; della produzione giovanile non è rimasto nulla, ma si ha notizia di composizioni in italiano, latino e greco. Nel 1604 fu mandato dal padre a Piacenza [con Parma dominio dei Farnese], dove la famiglia aveva importanti interessi e il nonno paterno Biagio nel 1596 aveva ottenuto la cittadinanza per sé e per i discendenti. Morando vi trascorse tutta la vita, allontanandosene solo per brevi periodi. Non risulta che proseguisse studi regolari, perciò la solida cultura che emerge da molte sue opere deve essere frutto di impegno autodidattico. Divenne ben presto una figura importante nella vita della corte farnesiana, cui lo legavano tanto le attività economiche quanto la produzione poetica": e quasi consequenzialmente a Piacenza terminò la sua vita nel lugubre anno 1656 (6 marzo): anno che con la peste tante calamità recò in molti Stati, Genova e la Liguria comprese) ottenendovi una cerimonia funebre magnifica in occasione della quale Carlo Bassi tenne un’orazione, dal titolo Le ombre dissipate (editata in volume insieme con una miscellanea di poesie "nell’istesso soggetto").
Bernardo Morando si dimostrò personaggio di valore nella nuova sede dando lustro alla famiglia sia per i meriti mercantili (da segnalare che nel trattatello Della nobiltà, composto nel 1640 e mai pubblicato in vita - ma editato da G. Tononi a Pisa nel 1882), teorizzò la perfetta conciliabilità dello stato nobiliare con le attività economiche, cercando di dimostrare, attraverso la storia dei successi della propria famiglia, che il settore più agiato e intraprendente del ceto mercantile può essere considerato a pieno diritto come un nuovo patriziato) e poi anche gli impegni politico-amministrativi [nel 1630 devastando la peste l’Italia settentrionale per giunta con l'aggravio di altri terribili eventi come la "Caccia agli Untori" resa oscuramente celebre dal Manzoni ma in effetti terribile espressione "giuridica" d'una superstizione paneuropea fu nominato deputato per la parrocchia di S. Nicolò dei Cattanei, col compito di vigilare sugli ingressi in città e coordinarsi con le autorità municipali per la profilassi (sul morbo redasse anche un memoriale, pubblicato oltre due secoli dopo La peste del 1630 a Piacenza, a cura di B. Pallastrelli, Piacenza, 1867). Nel 1639 era uno dei quattro consoli del Collegium nuxii et mercantiae e nel 1647 venne indicato dal Collegio federale come primo nome in una lista di consoli da nominarsi in un’eventuale situazione di emergenza) ed ancor più con quelli letterari che senza dubbio all'epoca lo resero famoso in Italia
Ancora Luigi Matt nel citato volume 76 del Dizionario Biografico degli Italiani ci ragguaglia di un ulteriore lato di successo mondano del Morando (un lato che lo portò anche ad esser sfruttato dall' amico Angelico Aprosio in una sua dotta citazione e che all'Aprosio lo coniugava nonostante le polemiche in essere sul tema: l'amore per gli spettacoli, le feste e soprattutto il teatro e i vari tipi di rappresentazione scenica) = scrive infatti ancora l'estensore dell'utilissimo articolo: "Nel 1610 Morando divenne " direttor primario " degli spettacoli della corte farnesiana, carica che tenne fino alla morte. Delle ricche feste cittadine non si limitò a curare l’allestimento; in molte occasioni, scrisse i testi delle messe in scena, la maggior parte dei quali furono stampati: i balletti Ercole fanciullo (1639), Vittoria d’amore (1641) e Le ninfe del Po (1644); Le risse pacificate da Cupido (1644; come si legge nel frontespizio, è una silloge di poesie scritte per una Festa a cavallo accompagnata da machine, da musiche e da altri solenni apparati); i drammi musicali Il ratto d’Elena (1646) e Ercole nell’Erimanto (1651). L’opera più impegnativa di questa produzione fu l’ultima scritta da Morando: Le vicende del tempo (Parma 1652, drama fantastico musicale diviso in tre azzioni con l’introduzione di tre Balletti, rappresentato nel Gran Teatro di Parma nel passaggio de i serenissimi arciduchi Ferdinando Carlo, Sigismondo Francesco d’Austria et arciduchessa Anna di Toscana). Per la rappresentazione scenica di tali opere, Morando si valse della collaborazione di importanti compositori, come Sigismondo D’India, Francesco Mannelli e Claudio Monteverdi, che volle musicare la Vittoria d’amore".[a titolo documentario è qui utile far notare quante di queste opere furono donate dal Morando all'Aprosio per il potenziamento della Biblioteca da quest'ultimo eretta nella sua Ventimiglia (clicca qui e vedi: tutte le voci delle opere donate -con altri dati documentari utili agli studiosi- evidenziate da una linea rossa sul testo antiquario digitalizzato sono attive e ipertestualizzate)]
Tutto questo insieme di impegni contribuì a concedergli i favori dei duchi Odoardo (1622-1646) e Ranuccio II Farnese (1646-1694) che - come ancora scrive il citato Luigi Matt- lo onorarono variamente: in particolare la crescente rinomanza fece sì che il duca Ranuccio II gli attribuisse (20 settembre 1649) il titolo di nobilis antiquus et originarius, che di fatto lo equiparava ai maggiori rappresentanti della nobiltà cittadina (un analogo riconoscimento gli era giunto l’anno precedente dalla sua città natale) e che poi gli fece ottenere il titolo di Cavaliere Aurato e Conte del Sacro Palazzo Lateranense (titolo, ottenuto per altra via, ma di cui si potè fregiare anche l'amico Angelico Aprosio) fino a quando l’anno successivo il Morando, acquistato il castello di Montechiaro dal conte Gerolamo Anguissola, ottenne la relativa investitura nobiliare [ a titolo di integrazione documentaria vale la pena di riportare anche quanto scrisse di Bernardo Morando e di altri membri della sua famiglia (da p.61, in fine) il sillogista ligure R. Soprani nella sua opera Li Scrittori Liguri e particolarmente della Maritima (vedi qui gli Indici Moderni) e nemmeno si può tralasciare quanto ne scrisse G. B. Spotorno nel XIX secolo nel pur incompleto Tomo V della sua Storia Letteraria della Liguria in un'epoca certamente non felice per la letteratura barocca trattandone non senza elogi (assieme ad altri membri del suo casato; par. 693, pp.71 - 72 ) = vedi per comodità gli Indici Moderni degli Autori (che pur risentono di varie lacune dovute anche alla morte dell'autore e che si sono integrati con note redazionali che di volta in volta anche per evitare confusione si son evidenziate in color rosso)].
I successi mondani fuori del Dominio di Genova (e della natia "Sestri") non fecero però diminuire l'attaccamento di Bernardo Morando alla terra natale e, tal proposito, giova qui ricordare, estrapolato, analizzato ed anche digitalizzato, un
romanzo all'epoca di gran successo vale a dire
LA ROSALINDA
(di cui tutto o quasi si può leggere a questo collegamento: notando l'amore profondo dell'autore per il Genovesato)
:
amore che, prescindendo dai contenuti specifici del romanzo comunque ben comprensibili in questi collegamenti riservati al discorso critico sul romanzo, si intuisce nell'incipit che l'autore da pagina 202 dedica non solo a Genova ma alla Repubblica tutta scrivendo In forma di Teatro appunto Genova altera, e maestosa si mira, d'esser mirata, ed ammirata ben degna, come un Teatro di maraviglie, e di gloria.... = gli elogi continuano per pagine e pagine talora cedendo a quel gusto barocco che oramai ci giunge estraneo -ove si celebrano le gesta eroiche degli antichi abitatori della Repubblica- ma spesso riservando gemme di autentico, genuino amore sì che (pagina 211) dalla descrizione delle Nuove Mura sin all'amenità delle Ville sede di lussuose residenze è un succedersi di iperboli che tuttavia si associano ad un senso profondo di orgoglio e ammirazione non escludendo affatto le periferie del Dominio ovvero la Riviera di Levante e la Riviera di Ponente sin ai loro estremi avamposti e del resto proprio nella Riviera di Ponente tra Taggia e Ventimiglia si compie il "miracolo" della conversione al Cattolicesimo del Calvinista Edemondo che nella Cattedrale intemelia -dopo esser stato preparato dal taggiasco cappuccino Egidio- compie l'abiura dall'"eresia" sotto la guida del menzionato Angelico Aprosio.
Religiosissimo (clicca qui e vedi a p. 547 in basso, paragrafo n. XVI ) [ ed infatti dopo la morte della moglie Angelica Bignami (che sposò il 9 gennaio 1612) anche se non si conosce la data dell’ordinazione, avvenuta comunque tra l’inizio del 1652 e la metà del 1654, entrò a far parte dell'Ordine dei Gesuiti] Bernardo Morando, da dichiarato seppur non fanatico Controriformista in un periodo di guerre religiose e conseguentemente da impegnato nella lotta alla così detta " Idra Eretica ", solo su due argomenti abbastanza discussi e scottanti nelle discussioni dell'epoca (l' eccessiva autonomia a fronte delle altre "Italiane" delle Donne di Genova e del Dominio e la supposta Libertà di Genova a giudizio di alcuni, e non pochi oramai, utopia d'un tempo in cui la Superba non era così come al presente dipendente dalla Spagna) nel contesto del " Romanzo " elude con una certa evidenza postulazioni oramai sorrette da un crescente numero di estimatori: laddove delle Chiese sottolinea a riguardo delle donne genovesi e ligure ne segnala la pietas e la religiosità violando apertamente per amor di Patria, se così si vuol dire, almeno due topoi.
Di questi uno, che verosimilmente andava ad onore delle donne liguri ma che per un Controriformista devoto di Roma poteva suonare come un luogo retoricamente stonato, era costituito probabilmente o piuttosto da una excusatio non petita voluta proprio dal Morando = le Donne liguri e specialmente le Donne di Genova (vedi repertorio iconografico), non solo in confronto di tutte le altre Donne italiane ma anche delle Donne europee, godevano di una superiore emancipazione sessuale dal '500 al '700 cosa peraltro più volte denunciata nei secoli dalla Chiesa di Roma alle Autorità Repubblicane: in maniera abbastanza blanda da Enea Silvio Piccolomini il futuro Pontefice Pio II ma soprattutto da Francesco Bosio, vescovo di Novara che, invitato a Genova in qualità di visitatore apostolico da papa Gregorio XIII, dalla sede di Milano scrisse (come ancora riporta il Belgrano a p. 449) in questi termini alla Signoria (che denunciò la sua severità come pubblicò il Semeria) il 4 / XII / 1582: Sarebbe molto espediente...moderare la troppo larga libertà delle donne...proibire le veglie.
La seconda occasione in cui si scosta da convinzioni discusse secondo pareri spesso assai discordanti dai suoi è quando sottolinea come il "Primo Fiore di Genova" la libertà repubblicana (vedi metà di pag. 210) = in vero parecchie delle cose da lui scritte sono vere ma altre risultano dettate solo da sincero amore e indubbiamente dalla salvaguardia della condizione socio-economica di appartenenza alquanto elevata; ma nel XVII secolo altre voci si erano levate, e non così fauste sulla condizione di Genova vista in particolare nei suoi rapporti con la potentissima Spagna, e in dettaglio Traiano Boccalini nella sua antispagnolesca Pietra del Paragone Politico sostenne la vera condizione del Dominio Ligure laddove l'antica e celebrata "Libertà Genovese" era per lui oramai solo un lontano ricordo a fornte dell'eccessiva sudditanza della Repubblica innanzi allo strapotere spagnolo.
Ma queste "stonature" ben poco incisero sulla nomea del Morando ed anzi Aprosio (ma non solo) si fece un vanto della sua amicizia e del fatto che fosse "Fautore" della sua Biblioteca in Ventimiglia: e variamente si impose di onorare il Morando.
L' eruditissimo bibliotecario ventimigliese nella qui integralmente digitalizzata
"La Biblioteca Aprosiana Passatempo Autunnale di Cornelio Aspasio Antivigilmi"
(repertorio bibliografico parziale edito nel 1673 del materiale della sua Biblioteca scritto in terza persona sotto pseudonimo/anagramma)
già cercando di valorizzare il clima di Ventimiglia che non godeva all'epoca gran reputazione compose una dissertazione davvero interessante a difesa della città, dell'ambiente e della sua gastronomia: ed in siffatta occasione si servì per pubblicizzare i vini che si producevano del Ponente Ligure e soprattutto il Moscatellino di Ventimiglia di un giuoco letterario reso possibile dall' arguta fruizione di una composizione letteraria in anfiglossia contenuta nel Balletto "Ercole nell'Erimanto" di Bernardo Morando mirante a conferire energia ed iridescenza alla sua volontà, esplicitata nel suo Catalogo Biblioteconomico del 1673 di celebrare i "Moscatelli" di Ventimiglia e del Ponente Ligure quasi come migliori dei celebrati vini delle "Cinque Terre".
Ma questa fu solo una piccola quanto utile licenza, un prestito letterario dal Morando reso efficiente e soprattutto esente da critiche in forza di un'amicizia oramai consolidata attraverso tanti anni.
Prima di redigerla del resto Aprosio aveva già ascritto Bernardo Morando tra i "Fautori della sua Biblioteca in Ventimiglia" cioè tra quanti l'avevano arricchita con donativi e lasciti al modo che qui si vede (come d'uso il Morando -scritto Morandi- è citato prima con il nome) = non solo Morando fu un assiduo Corrispondente epistolare de "il Ventimiglia" cosa di cui parimenti "il Ventimiglia" diede contezza ai suoi lettori (e davvero Bernardo ebbe con il frate intemelio vasti rapporti epistolari) ma addirittura scorrendo i nomi, si nota che Aprosio aveva gran dimestichezza con la famiglia tutta del romanziere e che anzi si intrattenne per via di scambi epistolari anche con altri membri del Casato "Morando" anche ben oltre la morte di Bernardo.
Il succo della relazione amicale e intellettuale ldell'erudito agostiniano di Ventimiglia con Bernardo Morando e con vari suoi congiunti si evidenzia però in modo particolare, seppur ancora dal Catalogo o Repertorio della Biblioteca Aprosiana, andando a visualizzare -oltre le casuali menzioni- la specifica
voce " Bernardo Morando " (clicca qui e vedi a p. 547 in basso, paragrafo n. XVI )
ove si possono notare cose interessanti tra cui, ma non solo, che l'amicizia tra Morando (sempre chiamato Morandi da "il Ventimiglia") ed Aprosio sorse per l'intermediazione del celebre pittore genovese Lorenzo Borzone (da fine p. 548 a metà p. 549) e che davvero Bernardo fu generoso quale "Fautore dell'Aprosiana" solo a scorrere l'elenco delle opere da lui donate per la Biblioteca di Ventimiglia.
In questa sua opera Aprosio non si sofferma però, se non per un accenno, sul fatto che a giudizio di alcuni il Morando avrebbe scritto meno di quanto avrebbe potuto, adducendo a motivo i suoi tanti impegni: e tuttavia in un'opera rimasta a lungo inedita e che ho editato per gran parte solo da un certo periodo di tempo si evincono altre notazioni non prive di più profonde motivazioni su certe opzioni esistenziali di Bernardo al confronto qui passate abbastanza sveltamente in rassegna.
L'opera di Aprosio in questione è la II parte dello Scudo di Rinaldo (in teoria continuazione della I parte edita nel 1646) a lungo rimasta inedita presso la Biblioteca Universitaria di Genova che surrogò la mai realizzata "Biblioteca Centrale Ligure": la "Libraria" centralizzata per la cui dotazione molti libri (dall'Aprosiana ma non solo) furono trasportati su ordine di Napoleone I e in relazione al materiale ventimigliese nel contesto della così detta per quanto mai finalizzata operazione Semino / Semini: una delle operazioni di spoliazione delle biblioteche di Ordini Religiosi soppressi per volontà del Bonaparte.
A testimonianza dei poliedrici rapporti aprosiani con la famiglia Morando sta il Capitolo XVIII dedicato a Ottavio nipote di Bernardo dal titolo "Se l'huomo senza commetter peccato / possa esser avaro" = ma nell'ambito dell'opera -che solo in teoria è continuazione del moralistico e pruriginoso I Scudo di Rinaldo del 1646 e semmai propone nuove e cupe osservazioni sulla fugacità della vita evocate da tanti terrori del pieno XVI secolo non esclusa la citata peste del 1656 che impietosamente e suscitando superstiziosi terrori flagellò Genova e la Liguria mietendo diecine di migliaia di vittime - non è questo il materiale che maggiormente coinvolge Bernardo: questo si trova semmai laddove "il Ventimiglia" trattando della specificità della sua Biblioteca assimilabile per certi aspetti ad una Wunderkammer o "Camera delle meraviglie" in cui i libri interagivano con una Pinacoteca in gran parte dispersa così come i reperti archeologici del frate e la sua raccolta di monete antiche destinata a tramandare nel tempo ed oltre l'oblio i nomi degli autori ma anche dei donatori e/o "Fautori" quasi a testimonianza di un ripensamento critico e della precarietà della vita religiosa in assenza di testimonianze letterarie (dopo aver parlato del triste Cardinale Aldobrandini che, senza figli e coi nipoti morti, vide andar disperse con la sua dipartita le proprie fortune e le fatiche letterarie)
mise a confronto i diversi destini del
celebre predicatore L. Antinori di cui, senza eredi, nulla di ciò che scrisse potè veder la luce per la sua noncuranza nello far stampare
e dell'amico romanziere
Bernardo Morando che, è vero in vita meno del dovuto si curò di dar alla stampa le sue opere, ma che ebbe la fortuna di avere figli e nipoti che s'impegnarono a far pubblicare i 4 volumi della sua Opera Omnia.
Disquisizione che parrebbe una risposta a vetuste considerazioni sull'indolenza morandiana ad editare ma che, nell'analisi del tempo e del momento, sembrano riflettersi su
Aprosio stesso sempre in ansia di lasciar traccia del proprio esser esistito nella "Biblioteca" e negli "scritti" al punto estremo di invidiare (o dar l'impressione d'invidiare) lo stato laico dei coniugati e padri e di rallegrarsi alla fine per esser strato raggiunto alla sua "Libraria" da Domenico Antonio Gandolfo l'ottimo discepolo ed epigono da considerare se non un figlio certo un intimo erede del suo sapere =
fatto che par suffragare certe postulazioni dell'agostiniano di Ventimiglia laddove anni prima ebbe in qualche modo da sottolineare
una considerazione dell'amico Pier Francesco Minozzi sulla fragilità della vita e sull'inevitabilità della morte per chiunque, di qualsiasi rango: da cui lo sfuggire, almeno lo sfuggire dalla dimenticanza delle generazioni a venire, sarebbe fattibile solo in forza di quanto si è fatto e se scrittori di quanto si è affidato tramite le stampe al pubblico ed alle biblioteche ma mai a polverosi cassetti destinati anch'essi alla dimenticanza e all'abbandono.
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" A partire dal 1619 il nobile genovese Gio Battista Negrone padre di Ambrogio Negrone, verisimilmente conosciuto da Angelico Aprosio in occasione dei suoi soggiorni a Genova ma anche dei suoi ritorni nella Capitale: acquista terre, case, molini ed edifici nella valle situata tra Palmaro e Sapello, ai margini orientali del bacino Leira, è attraversata dal rio Branega e percorsa da un'antica strada di collegamento tra la costa, le valli di Voltri e il passo del Turchino (approfondisci la disanima scorrendo gli Indici Moderni da noi allestiti con integrazioni documentarie tratti dall'opera di D. Bertolotti dei primi del XIX secolo intitolata Viaggio nella Liguria Marittima: da qui procedevano i pellegrini (in qualche modo eredi degli antichi pellegrini della fede) per raggiungere il santuario dell'Acquasanta celebre per la terapeutica acqua solforosa di cui ci parla con ampi elogi D. Bertolotti nel suo libro Viaggio nella Liguria Marittima del 1834.
I possedimenti dei Negrone (la cui storia economica fu così legata all'areale tra Voltri e Sestri Ponente) sono descritti molto dopo nel 1736 nel Tipo Geometrico degli Effetti dell'Ill.mo Sig. Ambrogio Negrone q. Gio Batta nel Capitanato di Voltri: la carta topografica rappresenta in modo preciso l'ambito compreso tra il lido del mare e l'alto bacino del Leira. La proprietà ancora nel XVIII secolo comprendeva due palazzi (a Sapello e a Palmaro), case, magazzini ed un'osteria (a Palmaro), quattro molini e tre edifici da carta lungo il Branega, oltre a circa settanta "ville". I Negrone erano magnati nella produzione della carta e della variegata attività commerciale che attorno ad essa stava prendendo sempre più campo = dei "tre edifici da carta" che essi avevano nella valle del Branega il primo, era adiacente ad un molino, si trovava sulla sponda destra in località detta al Ravaro (documentato fin dal XVI secolo) e ospitava fino a poco tempo fa una osteria mentre il secondo e il terzo (XVII secolo) erano siti sulla riva sinistra in località detta alle Casette = indubbiamente interagivano con le cartiere di Voltri e con quell'autentica "città della carta" che era il sito di Fabbriche [oggettivamente come il citato D. Bertolotti nel suo volume fa notare Voltri era da secoli la patria indiscussa della produzione di carta (cosa di cui qui l'autore dà ampio rendiconto) = e qui di seguito si fa notare entro un bellissimo e documentato articolo la grande produzione di carta a Genova, commercializzata in tutta Europa: a puro titolo documentario, anche per attestare la diffusione di tale industria in Liguria, piace qui ricordare nel Ponente di Liguria -a titolo esemplificativo- l'attività di una Cartiera dei Doria ad Isolabona].
Come appena sopra scritto i possedimenti dei Negrone patrizi e magnati genovesi la cui storia economica interagì fortemente con l'areale tra Voltri e Sestri Ponente si estendevano come sopra scritto a molti luoghi del Ponente di Genova ed in particolare spiccavano quelli nell'area dell'attuale delegazione di
SESTRI PONENTE ("SESTRI", "SESTRI DI PONENTE": CLICCA E VEDINE UN'IMMAGINE ANTIQUARIA CON ULTERIORI COLLEGAMENTI)
(ove ad Ambrogio Negrone è anche intitolata una via) località nell'immagine sopra proposta come si presentava nel 1238 vista dal mare in un quadro scoperto in una casa di contadini di San Giovanni Battista dall'erudito reverendo Giuseppe Parodi: come si vede nella sopra proposta immagine antiquaria "Le 25 case allineate lungo la spiaggia, con la porta verso il mare, costituivano la parte superiore della antica Contrada della Paglia: cui si accede da via Casimiro Corradi, a sua volta procedente dalla centralissima via Sestri già via Garibaldi: su tutto domina il complesso dell'allora unica parrocchia di San Giovanni Battista ".
Il quadro appartenne al pittore Antonio Rossi e fu donato nel 1670 al suo trisavolo Giovanni Maria Rossi da un francescano, tale Padre Barnaba Mileti, che lo aveva trovato nell’archivio della chiesa di S.Francesco di Sestri .
La Chiesa dell’Assunta si erge nel centro di Sestri Ponente, a metà di Via Sestri, la via dei negozi e delle “vasche”, di fronte a Viale Canepa che collega la parte bassa con la parte alta, a due passi dalla stazione ferroviaria e dalla via che collega il ponente col centro città: ma all'epoca in cui venne eretta costituì anche un pubblico segnale oltre alla valenza religiosa che comportava.
Fu infatti costruita tra il 1610 e il 1620, per motivi di espansione demografica e di spostamento dell’economia sestrese verso il mare = il processo fu lungo, come ovunque in Liguria, ma comunque inarrestabile ed assieme al pur lento sviluppo di botteghe e di opifici artigianali la marineria attirava sempre più un maggior numero di operatori, dediti alla pesca (assai comune alla maniera che in altre contrade liguri), ma altresì interagenti vieppiù con attività mercantili, laddove assieme al tradizionale commercio via nave in forza del potenziamento della rete viaria stradale esso andava sviluppandosi su scala sempre più estesa per tragitti di terra, in gran parte ancora praticato attraverso la vetusta quanto a suo modo gloriosa tradizione dei mulattieri e carrettieri liguri.
Indubbiamente la citata lunghezza era connessa, sempre al pari che in altre ville e luoghi, a fattori contingenti non esclusi i pericoli della pirateria, specialmente della flotta turchesca ma anche la forte presenza di un banditismo organizzato e poi ancora eventi imprevedibili quanto sconvolgenti spesso collegati sin dal XV secolo al farneticante teorema della venuta dell'Anticristo.
Comunque in un contesto sufficientemente quieto all'inizio del XVII secolo, vista l'importanza che il piccolo centro aveva raggiunto, il Senato della Repubblica di Genova smembrò il Capitanato di Voltri e con un decreto legislativo del I maggio 1609 erigeva "Sestri di Ponente" oramai in pieno sviluppo nel nuovo " Capitanato di Sestri con giurisdizione anche su Pegli, Multedo e le loro ville ". Il primo Capitano del Popolo eletto a Sestri fu il patrizio Andrea Spinola. Non si hanno notizie sicure sulla popolazione di Sestri Ponente fino al XV secolo = Agostino Giustiniani (Genova, 1470-1536), vescovo di Nebbio, nei suoi Annali della Repubblica di Genova (edito nel 1537 e ripreso da autori più tardi), afferma che a "Sestri (Sesto) vi erano circa 800 fuochi, ovvero nuclei familiari, normalmente di 5 o 6 persone" risultando, dopo il centro di Genova il paese più popoloso tra quelli che poi formeranno secoli dopo i quartieri della Grande Genova. Come termine di paragone, gli adiacenti Cornigliano, Multedo (Morzio), Pegli e Borzoli, secondo Giustiniani, avevano rispettivamente 66, 70, 250 e 110 fuochi, mentre quello che più si avvicinava a Sestri era Voltri, che insieme ai suoi immediati dintorni aveva 740 fuochi].
E' noto che nel 1568 il marchese Francesco Spinola ordinò la costruzione di un edificio da adibire a prigione, a fianco di palazzo Micone, costruzioni tutt'ora esistenti al centro della delegazione:ulteriore testimonianza con lo sviluppo demico di un necessario controllo locale sulla popolazione.
I progressi stavano diventando innegabili quando un nemico letale da molti secoli presente ma da molto tempo celato nell'ombra stava in agguato destinato a colpire e decimare il Dominio di Genova ed in merito ad esso - detto in genere "La Morte Nera e da identificare con la Peste" - in un tempo oramai dimenticato oramai persino un frate lasciò scritto =
"Ora per quanto salda sia la Fede temo per la mia vita come tremo per la mia morte...nella strada l'aria era diventata pesante...quando fui alla porta l'ho sentita ridermi sulle spalle...sembrava mi volesse ghermire come ha fatto con gli altri: Lei...la Morte, foriera dell'Anticristo, già striscia oscura fra noi..."
Anche in forza degli studi scolastici o comunque dalla fama del Decamerone del Boccaccio quasi tutti sono al corrente della prima grande manifestazione di Peste nel 1347/'48 (qui esaminata sulla base degli eventi del Ponente Ligure, di Ventimiglia e Dolceacqua) e che ebbe altissima mortalità e vasta estensione continentale nonostante i tanti interrogativi sollevati sulla patologia data la scarsezza di fonti oggettive: è certo che portò cattive abitudini se così si può dire come quella dell'
"Uomo Nero" della Superstiziosa Paura
o più specificatamente in senso diabolico della
"Belva nascosta nell'Antro"
che all'epoca più che negli
Untori
di manzoniana memoria
e/o nelle
Streghe Massime e le Streghe Avvelenatrici
in effetti ebbe originariamente a che fare
per le superstiziose ragioni che scorrono nell'indice con
gli Ebrei
,
al punto tale che dovette intervenire un pontefice (Clemente VI) con una sua
Bolla per invitare prelati e parroci a dissuadere la gente che nulla costoro avevano a che fare con siffatta presunta manifestazione di magia nera
= contestualmente a ciò si sviluppò un'altra abitudine, in teoria meno razzista ma in effetti altrettanto drammaticamente discriminante, in questo caso tra ricchi e poveri, che si evince dalla "Cornice" stessa del "Decamerone" e che cioè fermi nelle città ed esposti al morbo gli umili, abbienti, ricchi borghesi e nobili trovassero riparo nelle loro ville, sistemate in luoghi isolati, ameni e mediamente destinati alla villeggiatura ed oltre a ciò guardate da uomini sani e fidati, ben provvisti di armi.
Non esiste uniformità di giudizi che
si sia trattato nel 1347/'48 (ed anche '49) di vera e propria Peste Bubbonica intendendosi con questo nome la patologia chiarita da Hecker ed Heser: ma certamente quella da essi studiata apparve poco oltre la metà del '500,
sì che, costituitisi dei focolai endemici ,presero comunque a reiterarsi nel tempo ondate epidemiche di sicura Peste Bubbonica tanto per intenderci quella "legata ai parassiti dei ratti" e quasi certamente portata dai Tartari in Crimea e da lì giunta su navi, cristiane e non, in Italia, Francia e Provenza e, proprio tra '500 e '600 due terrificanti epidemie di siffatta Peste Bubbonica, contro cui nessun rimedio risultava efficace anche non comprendendosene l'eziologia, colpirono mortalmente Genova e gran parte del suo stesso Dominio come qui di seguito si può leggere, ed addirittura, cosa sconvolgente all'interno stesso dello sconvolgente olocausto, in forme e modi abbastanza diversi come si vedrà leggendo.
Nel 1579 - 1580 Genova ed il Dominio, quindi anche Sestri furono colpiti dalla Peste che arrecò migliaia di vittime specie tra gli esponenti dei ceti più umili rinchiudendosi, al modo che si è detto sopra, i patrizi e i benestanti, fra le mura giudicate in grado di proteggerli dei loro ben sorvegliati palazzi, nelle loro "ville" e/o "villeggiature" = dallo stato di generale prostrazione si uscì attraverso uno sforzo immane ed anche grazie ai soccorsi prestati dalle contrade rimaste immuni dal contagio ma nel pieno XVII secolo la Peste ritornò e questa volta nessuno venne risparmiato, alcuna villa o muraglia potè frenare la "Morte Nera" = secondo alcuni astrologi l'olocausto, perché di questo si trattò, sarebbe stato presagito da congiunzioni celesti apertamente nefaste (cosa che oggi non deve stupire più di tanto essendo
come qui si vede il medico Felice Passera solo il terminale di una tradizione medica che faceva interagire l' insorgere di peculiari patologie ed anche i morbi di specifiche parti del corpo umano con gli influssi, fausti o nefasti, dello Zodiaco).
Comunque, astri o meno, la sua portata fu ben più spaventosa di quella pur terribile del secolo precedente al punto di
far pronunciare - essendosi persa ogni speranza- persino ai religiosi meno saldi nella fede frasi drammatiche come questa.
Già dagli eventi dell'epidemia del XVI secolo i segni della Peste e della fugacità della Vita (vedi) avevano preso come qui ben si vede ad interagire figurativamente oltre che emblematicamente (e puranche a livello predicatorio) con i segni della Vita che diventa Morte: in qualche maniera esemplificati dal contrasto fra la seggetta (portantina) della vita e seggetta (portantina) della morte.
La risposta intellettuale alla situazione estrema della Peste a Genova e nel Dominio oramai decisamente in essere anzi esplosa alla fine in tutta la sua crudezza, non manca e qui piace citare (ringraziando della segnalazione il Sig. Claudio Camerlenghi) un autore ricordato nella sua Silloge di scrittori liguri dal Soprani che lo giudica nativo di Sestri vale a dire
************** Giuliano Rossi ma noto qual letterato sotto lo pseudonimo di Todaro Conchetta **************
che poco prima di morire come tanti per il contagio ne descrisse un quadro terrifico in una sua composizione, quasi a guisa di poemetto in dialetto genovese, intitolata Invention dra Peste (ovvero "Descrizione della Peste": leggibile in testo originale e in traduzione italiana sul bel sito di Alessandro Guasoni = http://digilander.libero.it/alguas/peste.html ) ove non mancano spunti oltre che poeticamente validi quanto drammatici anche documentari come gli interrogativi sul morbo, sulla sua ipotizzata penetrazione in Genova dall'esterno, attraverso abiti o indumenti infetti, sulla Peste effigiata qual Mostro di una possibile Apocalissi pressoché inevitabile avverso uomini oramai dediti principalmente al peccato, per sublimarsi in una sorta di macabra sinfonia della morte costellata dalla casistica più varia di uomini credutisi grandi ed ora abbandonati alla putrefazione anche in luoghi infami e sconsacrati = epitaffio che pare sancito in fine della composizione dal distico
Nuoi de salute no faremo acquisto/ né con triacca né con atro inchiastro (trad. = "Noi di salute non faremo acquisto/ né con triaca, né con altro impiastro")
sollecitando come unico rimedio all'olocausto "il soccorso e la Misericordia della Vergine Maria": l'affermazione che il supposto più potente farmaco contravveleno (in definitiva per i più la peste era un avvelenamento dell'ambiente, dell'aria, dell'acqua ecc.) per secoli vanamente cercato da una miriade di scienziati ed alchimisti vale a dire la
************** Triaca e/o Teriaca (vedi) **************
suona qui davvero come un epitaffio sulla condizione umana portata dalla Peste ai limiti della sopravvivenza (non era una favola questa ricerca di qualsiasi elisir contro la malattia, la morte o a pro dell'allungamento della vita = un nome che può esser fatto tra tanti fu in questa epoca quello di Maria Cristina ex Regina di Svezia che ossessionata dal timore di morte, malattia ed invecchiamento ogni sforzo fece, naturalmente invano, per giungere addirittura oltre la Triaca o Teriaca sin al farmaco universale, alla panacea contro tutto e non a caso sul letto di morte le fu trovata accanto una lettera dell'alchimista S. Forberger in merito al prodigioso Alkaest...qualcosa che rammenta alcune esternazioni di Pier Francesco Minozzi ad Angelico Aprosio in merito al tema della scoperta umana debolezza e del nulla alla fine della vita livella le più svariate condizioni sociali.
A prescindere da queste documentazioni estemporanee quanto belle e di certo emotivamente ad effetto occorre precisare che la " storia " della terribile pandemia è stata a lungo nota in particolare dagli
scritti (specie dall'opera Li lazzaretti della Città e Riviere di Genova del MDCLVII) del sestrese ed agostiniano Padre Antero Maria da San Bonaventura
[ al secolo Antero Maria Micone come giustamente annota il Soprani nella sua opera sugli "Scrittori Liguri" accorpando nome secolare e religioso: Sestri Ponente, 5 settembre 1620 – 7 luglio 1686 come Micconi Fr. Anterus a S. Bonaventura lo registra invece nella sua più moderna silloge il Perini che ne elenca numerose opere oltre quella sulla "Peste" attribuitagli dal Soprani) = l'erudito A. Aprosio nel suo ricchissimo Epistolario lo "registra" col nome religioso Antero Maria da San Bonaventura (3 lettere). sia per consuetudine dell' epoca sia volendo forse sottolineare la reciproca appartenenza alla "Congregazione di Genova, emanazione della Provincia agostiniana di Lombardia" l'agostiniano di Sestri Ponente sempre così si firmò scrivendo al "Ventimiglia" = ad alcuni invero fa specie che Padre Giovanni Battista Semeria nella sua imponente opera qui digitalizzata ove parla dei Secoli Cristiani della Liguria (tracciando fino al XIX secolo la storia dell'Arcidiocesi di Genova e di tutte le Diocesi della Liguria = vedi indici dei vari tomi) parlando della Arcidiocesi o Chiesa Metropolitana di Genova (vedi l'indice specifico in rapporto a questa) dedicando, in relazione alle tante cose che scrive riguardo al XVII secolo, un intiero paragrafo agli Atti eroici di cristiana carità nella pestilenza di Genova nel 1656 (ove elogia anche l'impegno degli amministratori e di tanti pubblici ufficiali) non citi esplicitamente la grande opera di Padre Antero ma, riprendendo l'annalista Casoni, si soffermi ad elogiare assieme a ciò che operarono a vantaggio degli infermi di peste i religiosi di S. Camillo (cui peraltro dedica un paragrafo specifico), l'opera caritatevole e l'impegno sia curativo che assistenziale di di " Assai altri sacerdoti sì regolari che secolari " di cui vien in sostanza scritto che troppo lungo sarebbe stato far l'elenco anche per il rischio di non conoscerne alcuni e di tralasciarne altri = in effetti il discorso generalizzante e fatto per interposto attendibilissimo testimone (il Casoni appunto) può esser stata una scelta pressoché obbligata ma questa può altresì esser dipesa dal desiderio di evitare, anche se la questione era rientrata dopo alcune revisioni, di affrontare una vecchia polemica seicentesca in qualche modo innescata dal Gesuita Padre Teofilo Rinaldo (Raynaldo, Rainaldo, Raynaud) di Sospello che -non condiviso da tutti, scrisse un' opera intitolata De Martyrio per Pestem (vedi) la quale venne per un breve periodo posta all'Indice dei Libri Proibiti e su cui ebbe compito di vigilare Angelico Aprosio allora Vicario della Santa Inquisizione- secondo cui i religiosi avrebbero dovuto esporsi a tal punto estremo a favore degli appestati di non curarsi della propria salute e se contagiati di accettare serenamente la morte quale una sorta di martirio: ciò che in fondo riprenderà il Manzoni a proposito della figura di Fra Cristoforo ne "I Promessi Sposi" ed in qualche maniera in sintonia con alcuni eroici comportamenti tenuti da Padre Antero da "Sestri di Ponente".
Senza dubbio fu un vero olocausto che senza la profilassi ed i severissimi controlli allestiti dallo Stato oltre che la partecipazione di autentici "eroi e martiri" avrebbe potuto "cancellare" la città e le sue immediate dipendenze ed estendersi ad ogni parte del Dominio: attivata da un male incomprensibile dalla conoscenza del tempo e dalla competenza dei medici (i quali si accostavano spesso ai contagiati rivestiti quasi ermeticamente con questo incredibile abbigliamento) qual fu la Peste o "Morte Nera" prese piede ovunque la superstizione specie in merito ai supposti diabolici Untori della Peste (vedi indice) e tenendo anche conto del ricordo delle prediche a Genova di Annio da Viterbo sulla venuta prossima dell'Apocalisse/-i (poi vanificate dal magistero di Padre Benito Pereira) e tuttavia occorre dire che nel Genovesato pur se non mancarono episodi estremamente drammatici dettati da frenesia, terrore e disperazione occorre dire grazie anche alla vigilanza degli "Statuti Criminali" non si ebbero fenomeni eclatanti di Caccia agli Untori come avvenuto invece nel Milanesato a riguardo della pestilenza resa ancora più tristemente "famosa" dalla narrazione (vedi qui una un esemplare di "Grida" o "Bando" contro avvelenatori e untori di peste) = la "geografia" della peste si estendeva ininterrottamente da Chiavari a Savona, lasciando immune, salvo casi non particolarmente numerosi, il Ponente: le vittime si contarono a diecine e diecine di migliaia, tra i nobili perirono 2097 individui, si salvarono quanti riuscirono a riparare in luoghi non infetti ma a patto di mostrare come in occasione della Peste del 1579/'80 (cui si riferiscono anche alcune dei dati che seguono) ai rastrelli o posti di guardia le necessarie patenti di sanità correndo altrimenti il rischio della fucilazione se non, come anche avvenne della lapidazione da parte della popolazione non infetta ed inferocita: per Genova, in questa pestilenza del 1656, dato che il gran numero di morti nelle strade e nelle case abbandonate oltre che nei lazzaretti incrementava il rischio di ulteriori contagi e morbi, fu basilare l'opera, che gli costò la vita, del senatore Giambattista Raggio che riuscì coi suoi uomini a liberare la città dei cadaveri senza ricorrere agli orribili e funesti sistemi, causa di altre morti, esperimentati in precedenza con l'uso del fuoco = per quanto sarebbe possibile arricchire vieppiù queste notizie che paiono comunque oggettive vale a titolo di moderna integrazione rifarsi ad un lavoro non più recentissimo ma comunque moderno vale a dire quello di Danilo Presotto, Genova 1656-1657. Cronache di una pestilenza in "Atti della Società Ligure di Storia Patria", numero singolo, V, 1965 [ anche se a livello di segnalazione si potrebbe dire che da ulteriori investigazioni, specie all'A. S. G. (Archivio di Stato di Genova), Notai comuni, Patelano Antonio, sg. 919, f. 12 e Costa Angelo, sg. 959, f. 4 si potrebbero ricavare ulteriori documentazioni per svariati approfondimenti] = dal lavoro del Presotto si evince che l'epidemia si manifestò gradualmente dal luglio 1656 con una punta di decessi assommante a 300 decessi entro il settembre dell'anno: numero destinato a crescere nel periodo ottobre - dicembre 1656 (con 2500 morti) a scemare tra gennaio - aprile 1657 (un migliaio di decessi) e poi raggiungere nel mese di maggio un picco di 1000 morti all'incirca: queste era solo il segno, il preavviso dell'olocausto ché il contagio esplose trasformando il dramma in funebre tragedia. I decessi infatti crebbero in maniera quasi esponenziale divenendo prima cento, poi duecento, quindi sin a quattrocento ogni giorno. Sul tema è importante una lettera di Gio. Bernardo Veneroso non datata e pubblicata dal citato encomiabile Presotto alle pagine 402 - 403 della sua utilissima pubblicazione:
" (al cadere di giugno 1657 ed ai primi del mese di luglio) ...rinforzò di tanto il male...che i morti crebbero a più di 1200 al giorno. Morsero la maggior parte de' commissarij, tutti i luogotenenti, tutti i capistrada...Si vedevano per le strade cumuli et montagne di morti, roba infinita gettata dalle finestre et molte pazzamente abbrugiate. Per seppellire li morti mancarono nell'istesso tempo tutti li beccamorti; somministrarno cento schiavi volontarij per volta, poi ancor essi aumentavano il numero da seppellirsi...Mancarono tutti li ministri et operai et essendo la nobiltà et li Senatori alle ville, a loro ancora mancò il modo di venire alla città; facchini seggettrij non vi erano, li lettighieri tutti morti et il venire a piedi era un esporsi certamente alla morte...sì che cessarono tutti li magistrati compreso l'istesso Magistrato della Sanità; si trovarono a Palazzo da 4 5 Senatori con il Duce, a' quali restò il pensiero di tutti i magistrati e di tutta la città per il politico, per la sanità, per la guerra, per l'abbondanza e per tutto quello che poteva occorrere, il tutto senza ministri, senza sbirri, senza tragette, tutti morti, senza soldatesche si puol dire, poiché di 2000 si ridussero a meno di 500, di modo che appena vi restava l'apparenza della guardia delli posti opportuni".
Ancora il Presotto registrando una lettera scritta verso fine agosto 1657 (op. cit., p.414) di Suor Maria Francesca Raggi del Convento di Santa Brigida contribuisce a caratterizzare la differenza tra i decessi causati da questa epidemia e quella del XVI secolo: "...chi può descrivere il numero delle persone morte del secondo ordine? Di questa sorte di mercanti et artigiani grossi, che erano il sustentamento della città, ne son rimasti pochi....".
La città contava all'epoca 73.170 abitanti dei quali solo ed al massimo quattromila non contrassero la peste: la mortalità aveva raggiunto dal 60/70 % l' 80/90 % dei contagiati = per quanto esistano delle difformità di computo anche in rapporto alla topografia analizzata esiste una convergenza tra i calcoli moderni e quelli per esempio del Semeria in relazioni alla portata dell'olocausto che determino tra 45.000 e 55.000 gli abitanti di Genova morti nell'epidemia, raddoppiandosi la cifra con il calcolo dei decessi, pressochè quantitativamente analoghi, avvenuti nel Dominio colpito dalla peste =
con una precisazione d'obbligo già registrata dal Semeria e che cioè, se il tributo di morti maggiore alla maniera solita venne pagato dai ceti umili, questa volta la strage non risparmiò la nobiltà e tantomeno quella borghesia che giustamente nella sua lettera Suor Maria Francesca Raggi riteneva asse portante dell'economia repubblicana (tutto molto diverso da quanto accaduto con la peste del 1579/'80 quando, pur nel contesto di un numero relativamente minore di decessi, di rimpetto ai presunti 28.000 morti entro la città i nobili deceduti sarebbero stati solo 20
Genova vide decimata la propria popolazione e occorsero anni ed immigrazioni dall'entroterra ma pure da altre parti del Dominio (le emigrazioni/immigrazioni in altre zone del Dominio erano possibili se volontarie previa autorizzazione delle competenti autorità ma talora potevano essere anche coatte) per ripristinare la prisca realtà demografica.
Comunque per concludere esaustivamente queste riflessioni vale chiudere rimandando dall'altro allo studio sulla Repubblica di Genova del Costantini che nello stesso volume inizia il capitolo XXII con questa preziosa considerazione:
"Le Peste provocò un vuoto demografico in Genova e colpì selettivamente il Dominio, ma un nuovo rapporto....si era instaurato tra la città e il suo territorio. Dopo il 1657 i popoli delle Riviere scesero ancora una volta a ripopolare la capitale [vedine qui una dettagliata rappresentazione in una cartografia del XVII secolo] in grandi masse, che ricordano quelle descritte da Andrea Spinola negli anni 1610 - '25. In Genova dunque la popolazione tornò in tempi relativamente brevi ai livelli precedenti; nel territorio, al contrario, se si esclude una lieve ripresa agli inizi del XVIII secolo per altro subito interrotta dalla depressione degli anni Venti e Trenta, una stabile tendenza alla crescita demogafica tornò a delinearsi solo nella seconda metà del Settecento "
] .
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Comunque sia grande fu l'opera assistenziale di Padre Antero Maria da San Bonaventura che, nel suo libro, in occasione dell'epidemia di peste che colpì la Repubblica di Genova tra l'agosto del 1656 e la fine del 1658 sconfortato annotò che nella sola Sestri morirono oltre cinquemila persone e che, come drammaticamente ancora scrisse nel contesto di un grande impegno caritatevole, si trattò di una vera strage nonostante le
previdenze profilattiche prese dallo Stato e dall'opera delle strutture assistenziali e sanitarie (peraltro impegnati oltre che ad affrontare la Grande Morte Nera a combattere i ritorni della Superstizione connessa specie alle fantasie su "Untori Demoniaci" e "Streghe Avvelenatrici conniventi con Satana" =
" Sembrava che ci fosse stata la fine del mondo perché da Genova a Sestri non solo non vidi essere vivente, ma neppure un segno che ve ne fossero.
Guardando attorno ero stupito di non scorgere neppure una nave .... Ne seguì una tale moria per cui non vi era più bisogno di
lazzaretti giacché tutto Sestri era un lazzaretto.
Vi si contavano da sessanta a cento morti al giorno, fino quando a Sestri rimase una spaventosa solitudine
".
[l'osservazione di Padre Antero sul fatto di non veder neppure una "nave" non costituiva un'iperbole od un giuoco retorico: era in qualche modo testimonianza drammatica della situazione che rendeva l'attuale epidemia più grave di quella del 1579-'80 quando la popolazione di Genova e dei territori limitrofi fu, come qui si può leggere, rinfrancata da soccorsi da parte di altre località del Dominio = si cita qui, da un manoscritto dell'epoca una spedizione navale da "San Pier d'Arena" in cui palesemente si dichiarava la terribile spedizione di Genova sì che era allora partita dal Capitanato di Ventimiglia, rimasto immune dal contagio, una coraggiosa spedizione guidata dal Capitano di Bordighera Rainero che, con il concorso a fianco della propria d' una nave di Sestri carica di grano, per ordine del "Parlamento di Ventimiglia" condusse a Genova un considerevole aiuto sotto forma di derrate alimentari con l'accompagnamento di questa lettera del Parlamento di cui si ebbe la presente pronta Risposta da parte del Doge e dei Governatori della Repubblica di Genova].
Per i crudeli giuochi del destino tre personaggi illustri videro intrecciati i loro destini intorno a "Sestri di Ponente" (e conseguentemente a Genova) e purtroppo anche i vari aspetti della pestilenza: l'appena citato Padre Antero Maria da San Bonaventura, l'illustre romanziere e poeta di Sestri Ponente ma ormai residente a Piacenza Bernardo Morando che, fra tanti impegni meritoriamente svolti nella sua vita, anche contro la peste o "morte nera" aveva svolto un ruolo importante presso i Farnese a vantaggio della popolazione e che si spense appena prima che la sua mai dimenticata Sestri Ponente ne fosse nuovamente flagellata con tutto il Dominio (ma che, pur lontano, grazie ad amici e parenti era stato rattristato negli ultimissimi tempi della sua vita da lugubri presagi degli astrologi su ritorni di terribili sventure e pandemie) e l'amico di entrambi il ventimigliese Angelico Aprosio che scrivendo al dotto amico siciliano e storico di "Albintimilium o meglio vanamente impegnato a dissipare il teorema epocale del Fuimus Troes cioè di una dispersa Ventimiglia Romana ", il nobile Giovanni Ventimiglia desideroso di riscoprire le radici del suo Casato (anche se, per ammissione dell'archeologo ottocentesco G. Rossi in una lettera a T. Mommsen il celeberrimo studioso tedesco della romanità e in dettaglio del suo diritto e dell'epigrafia fu proprio Angelico Aprosio il primo a scoprire la topografia o meglio intuire il vero sito ove giacevano sotto tonnellate di sabbia i resti della scomparsa città romana) annotò in questa lettera (che qui si può leggere integralmente) =
Mentre un giorno tutto ansioso, e non senza tema d'esser ferito dal pestifero contagio il quale ha poco meno che desolato l'emporio Regio delle onde ligustiche , me n'andava passeggiando per Banchi, m'incontrai per buona sorte nel nostro dottissimo Daniele Spinola, e da esso intesi qualmente V.S. nel bel principio, che si scuoprì il male in Roma, imbarcatosi in Livorno verso Sicilia, se ne fusse tornata in Messina a ripatriare. Io ne lodai il Signore: che per altro haverei temuto non fusse seguito di essa come del virtuosissimo Herrico e d'altri amici".
[a prescindere dai tanti amici letterati uccisi dalla peste in terraferma allude qui agli eruditi meridionali, molti dei quali vanamente cercarono scampo di salvarsi dal contagio imbarcandosi soprattutto verso la Sicilia = molti erano esponenti anche illustri di quell'importante Accademismo letterario meridionale ( di cui faceva parte anche l'enigmatico letterato messinese Antonino Mirello Mora autore del rarissimo e qui digitalizzato poema Arcadio Liberato ) che era variamente legato all'Accademismo Italiano più in generale (vedi indice) neppur escluso Accademismo Ligure in verità assai fragile a fronte di altre esperienze italiane anche per l'
assenza in Genova di una Università: di maniera che per gli studi superiori si ricorreva ad Ordini Religiosi locali o, dai ceti più abbienti, si optava per inviare i figli presso altre grandi città da tempo culturalmente potenziate dall'esistenza di una Universitas Studiorum od Alma Mater
dove i giovani genovesi prendevano spesso a frequentare le
locali rinomate Accademie che fiorivano attorno alle sedi universitarie come a Venezia la celeberrima Accademia degli Incogniti:
ricordiamo a titolo di esempio il
caso del nobile genovese Giuliano Spinola Marmi che condusse a Venezia a studiare il figlio Tommaso destinato a scrivere giovanissimo un'opera anche apprezzata cioè L' Anatomia dell'Invidia
ma neppure dimentichiamo l'
importanza attribuita come sedi universitarie per esempio a varie città della Toscana che (ma anche dell'Emilia e Romagna)
e, per citare a campione un caso celebre nel XVII secolo, basta pensare a
Siena accanto alla cui Università stavano prestiose tradizioni accademiche e presso cui tanti furono i giovani genovesi che vi studiarono prendendo poi consuetudine a frequentare gli eruditi delle locali Accademie].

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Ritornando a parlare della realizzazione della "Nuova Chiesa dell’Assunta" (qui visibile come era in una stampa antiquaria) -la cui realizzazione iniziò prima dell'avvento della "Grande Peste del 1656 - '57 come un'esigenza irrinunciabile e che conobbe una pausa dei lavori dovuta ai terribili danni della pandemia- è da dire che la torre delle campane fu innalzata nel 1624 e la campana maggiore è del 1628: abbastanza celermente nel pieno Seicento il nuovo edificio di culto "entrò in competizione" con la Chiesa di San Giovanni Battista, come scritto edificio esistente allora da diversi secoli e che già si vede nell'immagine sopra proposta.
Nonostante la fede popolare per la Chiesa di San Giovanni Battista non venisse mai meno le ragioni pratiche di cui sopra si è già detto furono alla radice di nuove scelte di frequentazione spirituale: infatti la popolazione si concentrava sempre più lungo la spiaggia, dove si andavano costruendo interi quartieri e ristrutturando i vecchi, e come accadde in molti altri luoghi del Dominio di Genova l'esigenza di un nuovo, ampio e comodo, luogo di culto finì con l'imporsi.
La progettazione della nuova e grande Chiesa prossima al mare non fu come altrove accadde contenuta per ragioni economiche o per scelte popolari ma in qualche maniera divenne, nella sua opulenza -"pur tra le pause imposte da emergenze terribili come la citata Peste"- un significante di rilievo a riguardo sia della ripresa della vita che poi dell’espansione del potere economico di Sestri, peraltro destinata dopo l'"indipendenza" da Voltri ad ulteriori trasformazioni sin al punto di potersi costituire nel XVIII secolo in forma di Governatorato con giurisdizione da Pegli a Fegino.
La "Chiesa" crebbe celermente di importanza = fu elevata al rango di Arcipretura nel 1672 e poi sede del Vicariato nel Settecento fin a divenire Basilica Minore nel 1951.
A metà Settecento la Chiesa aveva l’organo, l’orologio e quattro campane.
La Chiesa dell’Assunta (qui visibile come era in una stampa antiquaria) ha dimensioni imponenti: è larga più di 18 metri, lunga più di 36 (se si esclude il presbiterio che è di 17), alta più di 14. Progettista fu Rocco Pellone di Como (che la leggenda vuole suicida per paura che la struttura della volta della Chiesa non reggesse). Fu costruita praticamente sulla spiaggia, tanto da doverla orientare verso sud e non verso est (come era la regola dell’epoca che voleva i fedeli rivolti in tale direzione durante la Messa) per impedire che l’acqua di mare entrasse durante le mareggiate. La navata è unica, d’ordine corinzio. Ha tre altari in cima e quattro per lato: al suo interno oprarono, tra gli altri, artisti del calibro di Giuseppe Leoncini, Paolo Boccardo, Domenico Piola, Nicolò Barabino, Virginio Grana, Domenico Fiasella.
La sacrestia più antica fra le due esistenti in origine divenne la
stanza del “Consiglio per gli affari economici” del periodo napoleonico: epoca indubbiamente non facile per la Chiesa atteso l'anticlericalismo ma soprattutto la grande e invero oramai necessaria revisione del Clero alla luce dei tempi nuovi.
Entrambe le sacrestie custodiscono tuttore opere d’arte che vanno dal Seicento all’Ottocento. L’antica facciata era del pittore voltrese Giovanni Andrea Ansaldo e raffigurava la Madonna e gli Apostoli mentre la facciata odierna risale agli anni Trenta e l'altorilievo in bronzo posto alla sommità, il quale mostra la Madonna Assunta in Cielo, fu realizzata dallo scultore sestrese Luigi Venzano ".






"...in tutta Europa altra carta non s'adopra che quella dé Genovesi= si legge in A.S.G., Archivio Segreto, 2944, 27 maggio 1567.
L'impulso per la costruzione delle cartiere nella valle del Leira nacque grazie al cartaio Damiano Grazioso da Fabriano (luogo dove furono costruite le prime cartiere già nel XII secolo) che fondò a Sampierdarena una fabbrica e poi si trasferì a Voltri nel 1406.
L'edificio da carta assunse, a metà del XVI secolo, un assetto spaziale ben definito che rimarrà praticamente invariato fino al XVIII secolo.
Tra il 500 ed il 700 a Voltri si sviluppò un'industria che per dimensioni, perizia tecnica e mercantile non ebbe uguali in Europa.
Si produceva carta pregiata, fabbricata con cenci di vero filo di lino, resistente ai tarli, e fra i suoi acquirenti c'erano nazioni quali l'Inghilterra e la Spagna.
Sono molteplici i fattori che hanno contribuito al formarsi in queste valli di un importante "sistema di cartiere": la ricchezza di sorgenti, la ventosità, la presenza del porto di Voltri, scalo marittimo e terrestre, la posizione allo sbocco di due valli (Cerusa e Leira) che da sempre rappresentano, insieme con la Valpolcevera, le più importanti direttrici interne dei traffici di collegamento con la Padania.
Per costruire una cartiera erano coinvolte più figure professionali: per le parti in muratura l'architetto o capo d'opra o maestro di casola, il maestro d'ascia per le ruote, i canali, i martelli, le soppresse, le casse ed il banchalaro per gli infissi in legno, le porte finestre, le rebatte (persiane).
L'edificio è situato in un luogo fresco "dominato da vento di tramontana e ponente" che serve per asciugare la carta, e con acque "abbondanti, chiare, con buona caduta, perchè habbia maggiore forza per battere le pile, che pestano le straccie".
G.Domenico Peri, Frutti di Albaro, Genova, 1661.
Non è stato possibile reperire un censimento antico delle cartiere genovesi, ma un accordo del 21 giugno 1675 tra i proprietari delle cartiere di Voltri ci fornisce i dati seguenti: Bartolomeo Dongo figura per le 5 cartiere (edifizi) che lavorano per lui.
Onofrio Scassi per 4 cartiere.
Nicola Delando per 5 cartiere che ha in affitto, e per altre che farà.
Andrea Gambino per 5 cartiere che affitta e per quelle del Dongo.
Gian Antonio Dongo per 4 cartiere.
Nicola Enrile per 2.
Gian Agostino Grasso 2.
Gian Agostino Ansaldo 2.
Gian Maria Spinola per 2 in costruzione a Voltri.
Francesco Pavia per 2 in costruzione a Voltri.
Giacomo e Agostino Ottoni per 5 in costruzione a Voltri.
Gian Domenico Pavia 3.
Giacomo Avanzino per 3 in costruzione a Pegli.
Gian Benedetto Rovereto 1.
Luigi Francesco 1.
Pietro Salvo 1.
Bartolomeo Carregha 1.
Giovanni Robalo 1 in costruzione.
Giulio Antonio Rovereto 2 in costruzione.
In totale abbiamo 20 cartai che possiedono o gestiscono 51 cartiere, costruite o in costruzione (Archivio di Stato di Genova, Artium).
Queste cifre eloquenti testimoniano la prosperità di quest'industria a Genova nel XVII secolo.
Questa posizione preminente durò e si rafforzò fino alla metà del secolo seguente, tanto che nel 1762 si contavano 40 fabbricanti a Voltri e altri 15 tra Pegli, Arenzano, Cogoleto e Varazze .
Da quel momento iniziarono a manifestarsi dei segni di decadenza: il 10 marzo 1736 i Censori avevano esortato i produttori a curare maggiormente i loro prodotti mentre il 7 dicembre 1762 il Magistrato e i Censori pubblicarono una nuova ordinanza "per fermare la decadenza dell'industria" (Archivio di Stato di Genova, Artium).
Vengono realizzati canali di adduzione dell'acqua (beudi) alla ruota, che riveste un ruolo fondamentale per la cartiera, innescando con il suo movimento l'azione dei macchinari.
Le ruote più antiche erano in legno e di piccole dimensioni, quelle visibili ancora oggi, in ferro, furono costruite nell'800, ed hanno un diametro di cinque metri ed oltre, con larghezze che arrivano anche al metro.
Il processo di lavorazione avveniva, a differenza di altre manifatture preindustriali, completamente all'interno della manifattura.
Vi sono due tipi di cartiere: quella da bianco e quella da gruzzo, che si differenziano sia per la produzione che per le dimensioni.
L'edificio da bianco produceva carta bianca per i documenti, l'edificio da gruzzo rispondeva alla domanda locale di carta da confezione per stoffe, alimenti, ecc. ...
A differenza dell'edificio da bianco, l'edificio da gruzzo è di dimensioni minori, non ha strutture voltate ma solai in legno e rifiniture meno accurate.
Quando, alla metà del 500, si stabiliscono gli standard produttivi della carta, si delineano anche i caratteri dimensionali, distributivi, formali e tecnico-costruttivi della cartiera genovese.
L'edificio da carta, disposto di solito su tre piani, si distingue dalle case coloniche, padronali o dai mulini, sia per le dimensioni (ha una lunghezza che varia dai venti ai trenta metri, una larghezza di dieci metri ed una altezza di circa nove metri), sia per l'ubicazione presso luoghi impervi, sia per l'essere costruito con materiali poveri e con grezze tecniche costruttive.
È una architettura senza stile, spoglia e asciutta, priva di linguaggio: è espressione della sua funzione, nulla è superfluo e non esistono ornamenti.
Gli stracci di lino, cotone, canapa, provenienti sia dal mare che dal Piemonte e dalla Lombardia, attraverso i passi appenninici, erano portati al primo piano per la cernita, dove venivano divisi per tipo di fibre, e poi per la crolladura che consisteva nel battere gli stracci su un graticcio per togliere la polvere e ridurli in strisce, con un gancio chiamato squarcio.
Gli stracci si trasportavano al piano terreno nella stanza delle pile (vasche di pietra poste in batteria): prima fermentavano in una grossa tina chiamata troglio, successivamente posti nelle pile venivano lavoorati da martelli o mazze di legno con chiodi azionati dalle ruote idrauliche ottenendo una pasta omogenea detta pisto.
A seconda della carta che si voleva ottenere vi erano più o meno pile: ad esempio, per la carta da scrivere erano necessarie dieci pile.
L'insieme delle pile era detta tina che rappresentava la capacità lavorativa ed il valore di una cartiera.
Con l'evoluzione tecnologica nel XIX secolo, quest'ultimo tipo di lavorazione venne eseguita dal cilindro all'olandese, un cilindro dotato di punte e coltelli, che ruota attorno al proprio asse, dentro una vasca contenitore.
A questo punto cominciava la formazione del foglio: nella tina con il pisto si immergeva un telaio di legno delle dimensioni di un foglio di carta, costituito da un'anima in rame con in rilievo il marchio del fabbricante.
Eliminata l'acqua in eccesso si poneva il foglio tra due feltri e poi si passava al torchio per togliere ancora acqua.
Nel XIX secolo il pisto si trasforma in foglio lungo il percorso della macchina continua.
All'ultimo piano (spanditoio) avveniva l'operazione dell'asciugatura: si stendevano i fogli a mazzette su un sistema di cordicelle che attraversava tutto il locale.
La sala asciugatura, priva di tramezze, è dotata di numerose finestre i cui telai fissi racchiudono delle tavolette orizzontali basculanti (rebatte) che si aprono con i venti favorevoli e si chiudono con i venti contrari.
Nel XIX secolo l'operazione di trasformazione e di asciugatura del foglio veniva svolta dalla macchina continua.
Tra ottobre e giugno si effettuava l'incollatura (operazione che venne eliminata nel XIX secolo determinando una minore qualità della carta).
Nella colla calda versata in un troglio si immergeva il foglio poi torchiato nella soppressa piccola, e di nuovo ad asciugare nello spanditoio.
Nella sala lisciatura infine i fogli venivano levigati, battuti, divisi per qualità e legati in balle.
La produzione della carta coinvolgeva numerose figure professionali: le due più importanti erano quelle del mercante (imprenditore proprietario della manifattura) e del maestro che rivestiva un ruolo prestigioso in quanto dirigeva la cartiera (e qui abitava con la sua famiglia).
Si occupava del personale e della sua formazione, veniva pagato dal mercante ma a sua volta versava un salario agli operai e anticipava i pagamenti per la merce.
Vi era poi l'indotto: boscaioli, cavatori, trasportatori di pietre, produttori di calcina, padroni e marinai dei leudi che portavano la carta a Genova e che da qui partiva per l'Europa, commercianti di stracci, legname, corda, grasso: era un mondo ampio, variegato, ricco di interessi, scambi e relazioni.
La classe imprenditoriale, che si contraddistinse nel 500 per la sua intraprendenza e lungimiranza, con l'avvento della rivoluzione industriale non fù più in grado di di rinnovarsi ed adeguarsi alle innovazioni tecnologiche determinando l'uscita dal mercato internazionale della carta genovese.
Le antiche cartiere si rivolsero alla domanda del mercato locale, mantenendo l'antico procedimento di fabbricazione della carta addirittura sino al dopoguerra: è per questo motivo che un gran numero di edifici si sono conservati nell'assetto originario fino ai nostri giorni a memoria dei fasti di un tempo.
[A cura di Angela Rosa Centro di testimonianza ed esposizione dell'arte cartaria MUSEO DELLA CARTA, Acquasanta, Comune di Mele]





Gli edifici Negrone nella valle del Branega
Il dominio dei Negrone nella valle del Branega rappresenta uno dei più cospicui e precoci esempi di azienda fondiaria basata su criteri di integrazione delle attività agricole e industriali.
Esso andò ad inserirsi in relazione con il complesso delle
cartiere di Voltri ed ancora del borgo di San Bartolomeo di Fabbriche.
La valle si trova tra Palmaro e Sapello ai margini orientali del bacino Leira, attraversata dal rio Branega è sede di una antica strada di collegamento tra la costa, le valli di Voltri e il passo del Turchino, da quì passavano i pellegrini per raggiungere il santuario dell'Acquasanta.
La valle si svolge quindi alle spalle di Prà perpendicolarmente alla linea di costa, strettissima nella parte centrale si riallarga verso la linea spartiacque con il canale dell'Acquasanta, le coltivazioni di orti, frutteti e uliveti sono agevolate dalla positiva presenza del mare, sui terreni a fascia sorgono numerosi edifici rurali.
A partire dal 1619 Giò Battista Negrone procede all'acquisto di terre, case, molini ed edifici nella valle del Branega.
L'azienda è descritta e celebrata nel 1736 nel già citato Tipo Geometrico degli Effetti dell'Ill.mo Sig. Ambrogio Negrone q. Gio Batta nel Capitaneato di Voltri, carta topografica che rappresenta in modo dettagliato l'ambito compreso tra il lido del mare e l'alto bacino del Leira, la proprietà comprende due palazzi (a Sapello e a Palmaro), case, magazzini ed un'osteria (a Palmaro), quattro molini e tre edifici da carta lungo il Branega, oltre a circa settanta 'ville' (poderi di medie dimensioni al centro dei quali talvolta è presente un palazzo centro di direzione dell'attività agricola).
Gli edifici da carta del Negrone nella valle del Branega sono tre, il primo con adiacente il (secondo) molino si trova sulla sponda destra in località detta al Ravaro (documentato fin dal XVI secolo)[25], il secondo e il terzo (XVII secolo) in sponda sinistra in località detta alle Casette.
Il primo edificio con annesso molino che ospitava fino a poco tempo fa una osteria risulta in discreto stato di manutenzione (foto), il terzo edificio è riconoscibile sebbene ridotto a rudere (foto). Vedi: P. Cevini, Edifici da carta genovesi. Secoli XVI - XIX, Sagep, Genova 1995, p. 63.
Il borgo di San Bartolomeo di Fabbriche
Il borgo di Fabbriche si trova al centro della Valle del Cerusa, a poche miglia da Voltri, il più significativo borgo industriale antico venne costruito dalla famiglia Dongo tra il 1610 e il 1630.
I fratelli Guglielmo, Bartolomeo e Giuseppe Dongo q. Antonio si inserirono nel settore della produzione cartaria tra la fine del Cinquecento ed i primi anni del Seicento, non possedevano all'epoca tradizioni specifiche ma si avvalsero delle esperienze già maturate da altri.
Guglielmo il più anziano dei tre, diede vita con soci voltresi, fiorentini e spagnoli ad una ricchissima compagnia di negozio che aveva nel suo orizzonte anche il commercio della carta.
Di seguito vi fu il loro ingresso nella manifattura per fornire adeguatamente la compagnia.
Rilevarono lungo il Cerusa alcuni edifici esistenti, ne fecero costruire di nuovi e diedero vita a Fabbriche, una città della carta.
Dai loro edifici la carta prese la via del mare e riempì i magazzini della casa di Siviglia, Alicante, Cadice.
Con gli anni trenta del Seicento Fabbriche era un complesso di 19 edifici da carta, collegati tra loro da una ardita serie di canali, una ramiera, un
mulino, un forno, un palazzo padronale e, dal 1622, una cappella dove si officiava regolarmente.
Lo stesso Bartolomeo dà una descrizione di "San Bartolomeo delle Fabbriche" nel suo testamento (1650) facendone un "fedecommesso" e incaricandone uno dei figli, il cardinale Giò Stefano Dongo, dal cardinale l'amministrazione del "fedecommesso" passava al fratello Antonio e in seguito al figlio di questi, Bartolomeo che, sposo di Maria Adorno, lo lasciava a quest'ultima (1684).
Nel 1704 giunse a Filippo Maria Adorno, fratello di Maria, e da questi al figlio Antonio.
Nel 1798 il "fedecommesso" risultava essere sotto il controllo di Cristoforo Spinola che l'aveva ereditato (1786) da Antonio per parentela.
In un elenco delle cartiere del dipartimento di Genova datato 28 aprile 1812 Cristoforo Spinola risulta proprietario di 17 cartiere sul Cerusa delle quali in funzione soltanto cinque[28], mentre Carlo Dongo risulta proprietario di quattro cartiere nel comune di Voltri, due sul torrente Cerusa di cui una soltanto in funzione e due sul torrente Leira.
Nella prima metà del XIX secolo inizia il processo che, attraverso l'abbandono delle cartiere, la progressiva alienazione degli immobili, la loro conversione d'uso e trasformazione, porta il borgo alle attuali condizioni.
Nel 1833 a Fabbriche risultavano ancora funzionanti 19 manifatture (16 per la carta bianca e 3 per la carta straccia), in affitto a 14 proprietarii.
Nel 1847 il borgo subisce una prima importante trasformazione quando alcuni edifici della parte bassa, quelli più vicini alla strada, vengono trasformati da Giacomo e Giuseppe Westermann in filanda, inizia così una conversione delle risorse locali, e più in generale di tutta l'area voltrese, a favore della manifattura tessile.
La filatura Westermann viene rilevata nel 1851 da Giuseppe Castelli, la cui ditta confluisce dopo 7 anni nella Società Anonima Manifattura di Voltri e Serravalle, quest'ultima estende il proprio controllo ad altre cartiere al di sopra della strada.
Nel 1868 un'altra azienda tessile rileva due edifici nella parte superiore del borgo e vi si insedia, si tratta del cotonificio Revello, poi Cerusa (1920).
Nel 1897 la Società Anonima fallisce dando il via all'ultima grande ristrutturazione: la costruzione dello jutificio Vigo, che occupa tutto il borgo ad eccezione del cotonificio Revello.
Nel 1952 lo jutificio chiude segnando la conclusione di una esemplare e plurisecolare vicenda industriale.
I diciannove edifici da carta del XVII secolo sono tuttora riconoscibili seppur trasformati (solo uno, sotto la strada, è stato rimosso e sostituito), alcuni edifici, dapprima destinati ad abitazioni operaie e dormitori ad uso degli stabilimenti tessili, sono oggi adattati a case di civile abitazione.