cultura barocca
MAGNIFICA COMUNITA' DEGLI OTTO LUOGHI

NOZIONI STORICHE GENERALI SUL PONENTE LIGURE
IL CAPITANATO DI VENTIMIGLIA E LA COMUNITA' DEGLI OTTO LUOGHI

Dopo le distruzioni degli Alamanni e i secoli bui delle invasioni barbariche, dell'effimera impresa greco-bizantina del VI sec. che, grazie ad una flotta formidabile e all'incredibile arma delfuoco greco riconquistò parti dell'antico impero di Roma e della successiva vana difesa contro altri conquistatori, oltre anche l'occupazione longobarda dal VII sec. (peraltro non priva di lati ancora oscuri), oltrepassati quindi i tempi di un possibile protettorato dei Franchi, della conquista carolingia e infine delle scorrerie saracene e della vittoria cristiana (arco tormentato di tempo in cui la popolazione abbandonò del tutto la città romana di Nervia per rifugiarsi sull'altura ben protetta della città medievale) e dell'EPOCA FEUDALE (caratterizzata dall'egemonia dei Conti di Ventimiglia, sui ruderi del cui castello sorge dal 1668 il convento delle Canonichesse Lateranensi) si ebbe la FASE COMUNALE.
Nonostante i contrasti tra le fazioni e le contrapposizioni tra Guelfi e Ghibellini la FASE COMUNALE conobbe momenti di fulgore anche se non durò a lungo: troppo gravi stavano diventando infatti le contrapposizioni fra le fazioni sì da aprire la "strada delle ingerenze" a potenze straniere che manipolavano, pei loro intenti, i gruppi di potere che andavano dividendosi, nel XIII sec., Ventimiglia: ed ecco quindi che all'influenza degli ANGIOINI, si contrappose la presenza dei Doria di Dolceacqua in qualche modo vassalli di GENOVA palesemente, ma in maniera non sempre fortunata, antagonista degli ANGIOINI alla cui precaria amministrazione si debbono comunque i primi dati ufficiali su VENTIMIGLIA e VILLE ] destinati (oltre che a parare i colpi dei loro naturali antagonisti, cioè gli ARAGONESI) ad affrontare difficoltà politico-militari e poi ancora, per contese dinastiche, a contrapporsi internamente fra le postazioni di Ladislao il Magnanimo re di Napoli e del rivale Luigi II) ed ancora gli oscuri e contorti interessi di quella DELUSA NOBILTA' INTEMELIA che tentava di recuperare vigore barcamenandosi tra Guelfi e Ghibellini, mentre i decaduti conti di Ventimiglia (dopo aver inutilmente difeso tanti loro privilegi nella preziosa e purtroppo perduta valle del Nervia) potevano ormai soltanto cercare di far da arbitri, dalle basi loro rimaste, tra Angioini, nobiltà locale, Doria di Dolceacqua, strapotere genovese e prime importanti fasi dell'espansionismo sabaudo-piemontese presto impegnato ad aprirsi (naturalmente contro le direttive politico-militari di Genova) una STRADA VERSO IL MARE INTEMELIO, sfruttando anche il prestigio di grandi Case monastiche pedemontane contro le cui possibili connivenze col Piemonte-Sabaudo assunse una posizione sospettosa, per il diplomatico ed il militare, la Repubblica di Genova.

L'episodio comunque più significativo dal punto di vista militare in merito ai contrasti tra Guelfi e Ghibellini resta l'episodio della lunga guerra condotta da Imperiale Doria che portò alla distruzione di Rocchetta Nervina e finalmente alla sofferta ma importantissima PACE DI LAGO PIGO.

Già prima di queste varie traversie bisogna comunque precisare che Ventimiglia comunale fu comunque destinata a scomparire, nonostante prove di reiterato valore degli abitanti gelosi della propria autonomia, dall'ESPANSIONISMO DI GENOVA dal XII secolo (proprio per i crescenti contrasti con Genova dal 1140 si ampliò la cinta muraria, poi rimpiazzata da quella del '500, e di cui restano pochi avanzi nella Porta del Ciòsu): la conquista peraltro non sarebbe stata semplice e l'orgoglio intemelio, non sarebbe stato abbattuto facilmente.

Nel XIII sec. (1219-1222) [dopo aspra lotta e il martellamento cui la sottopose il comandante genovese LOTARINGO DI MARTINENGO dalle alture ad oriente del Roia variamente dette di S. GIACOMO, MAURE E SIESTRO (servendosi degli eccellenti BALESTRIERI GENOVESI ed utilizzando macchine nervobalistiche simili alle catapulte dei Romani) e infine piegata con l'impaludamento del porto canale del Roia (base sicura per la flotta da guerra intemelia)] Ventimiglia fu conquistata da Genova e ne diventò BASE DI FRONTIERA FORTIFICATA (purtroppo anche tormentata da guerre ed invasioni di eserciti nemici della Repubblica): Ventimiglia fu così inserita nel DOMINIO DI GENOVA perdendo speranza di evolversi in potenza marittima. L'atteggiamento filogenovese dei De Giudici, storici nemici dei Curlo, esasperò l'urto fra le fazioni, destinate a inserirsi nel generale urto fra Guelfi e Ghibellini.
Prese così a regnare il disordine, documentato dalle facili gesta del pirata Guglielmo da Ventimiglia e dall'espandersi di una jacquerie nelle Alpi Marittime sin nei pressi di Ventimiglia (F. SURDICH, Rivolte rurali nella Liguria occidentale all'inizio del XIII secolo, in "Rivista Storia Agricoltura", Xl, 1971, pp.355-360).

Nel 1238 Savona, Albenga e Ventimiglia comunque si ribellarono: a Ventimiglia le truppe genovesi dovettero rifugiarsi nei castelli ma poco dopo la città venne liberata dai rinforzi. Inutili per quanto eroiche furono le gesta di pochi indomabili ribelli ventimigliesi: negli Annali della Repubblica di Genova è dedicato molto spazio alle campagne di prima metà del XIII sec. per conquistare il Comune di Ventimiglia e a riguardo di quella del 1238-'39 si diede risalto all'impresa di Fulcone Guercio che, a capo di 13 galee, assalì questi irriducibili intemeli che, nonostante la resa della città, avevano preso quartiere, nella speranza di un'ulteriore resistenza, "dove si dice S.Ampelio" ove poi i Genovesi distrussero "La torre di S.Ampelio, le case, i ricoveri e le coltivazioni"> [il Convento bordigotto non era quindi un'"isola spirituale nel deserto" ma nel XIII sec., in quest'area, già sorgevano strutture agricole e casolari, con una popolazione rurale, fatta di coloni, affittuari e forse uomini dediti alla "pescaggione".

La storia "genovese" di Ventimiglia e suo contado è documentata dall'8-VII-1251 quando Fulco Curlo e Ardizzone De Giudici si recarono a Genova dal Podestà Menabò Torricella per le convenzioni che sancirono la fine del Comune intemelio proiettandolo nel "DOMINIO" della Repubblica.

Le convenzioni che dal XIII sec. legarono VENTIMIGLIA e le sue VILLE (o LUOGHI) a Genova rimasero valide quando la "città di frontiera" cadde sotto controllo non genovese: furono migliorate nel 1396 allorché Genova, per compensare Ventimiglia d'aver resistito agli invasori Grimaldi di Monaco , concesse il riconoscimento di "genovesità" ai suoi cittadini.
Dato che Ventimiglia e distretto (da "S.Remo al torrente Garavano presso Mentone") erano un'unità è da precisare la distribuzione del patrimonio demografico: il torrente Garavano, per quanto modesto, ha sempre avuto una notevole importanza strategica e confinaria nel contesto sia del Territorio di Ventimiglia che della sua Diocesi.

Tra luci ed ombre si è ricostruita la DIFFUSIONE DEL CRISTIANESIMO ORIGINARIO NEL PONENTE LIGURE nell'ambito del quale hanno avuto dapprima peso varie esperienze monastiche [anche di natura eremitica ed ascetica orientale] e sviluppatesi su tutto l'arco ligure, senza escludere gli importanti insediamenti anacoretici in grotte e ripari dell'agro intemelio e delle future ville in particolare specialmente (oltre che nell'area di Bordighera) nel complesso della Cima della Crovairola tra Vallecrosia e S.Biagio: alle origini di questo primo apostolato risiedette, ed il processo durò a lungo sin oltre i tempi di Gregorio Magno, l'esigenza di deprimere la vitalità degli antichi culti idolatri attraverso processi di loro assimilazione nella teologia cristiana o di rovesciamento cultuale

Dopo queste basilari esperienze religiose la Liguria, come tutta la Cristianità europea, fu caratterizzata dal grande e fondamentale apostolato dei BENEDETTINI cui (prescindendo dal ruolo essenziale avuto nella riscossa cristiana contro i Saraceni) risultarono strettamente legate alcune innovazioni importanti sia nel settore generale dell'agronomia e dell'alimentazione, in contrade prostrate dalle invasioni arabe sia in rapporto allo specifico settore della diffusione e del potenziamento dell'olivicoltura.
Attorno ai conventi, ai monasteri, alle più disparate strutture agricole e insediative benedettine, cosa non sempre citata a sufficienza, si concentrò una popolazione dispersa, ancora sgomenta per le violenze dei Saraceni: proprio dalla relazione di un vescovo genovese apprendiamo questa drammatica condizione di tanta povera gente: anche se i suoi dati si riferiscono all'area di Sanremo e Taggia dove i Benedettini del monastero piemontese di Pedona portarono conforto spirituale e ristoro socio-economico, per semplice linea comparativa oltre che sulla base di altri dati, è facile intendere quale enorme peso la missione benedettina abbia avuto per la ricostruzione del devastato Ponente ligure.
Nel territorio ventimigliese, come si è ricostruito dall'analisi di vari insediamenti monastici contemporanei a quelli delle aree di Taggia e Sanremo, si può anzi giungere alla conclusione che proprio intorno a Case benedettine si sia evoluto il ramificato complesso dei borghi minori e delle ville: meno lentamente di quanto si possa credere la popolazione rurale prese a concentrarsi sotto la protezione spirituale e temporale di questi monaci graditi ai feudatari locali e due caso emblematici, nella loro distinzione, sono quelli del Convento di S.Ampelio a Bordighera (in cui all'originaria esperienza eremitica si sovrappose una chiara matrice benedettina) e quello della chiesa benedettina di S.Pietro in Camporosso presso la quale si concentrarono i primi insediamenti urbani di tal paese della valle del Nervia.

Quando il Monastero di Pedona, a sua volta pesantemente colpito da assalti di Saraceni fu distrutto ed entrò in crisi irreversibile, le sue veci vennero, nel territorio intemelio, recuperate dai BENEDETTINI DI S.PIETRO DI NOVALESA in val Cenischia non lontano da Susa, che, scendendo verso il mare e superando le giogaie montane per la via del Nervia, portarono il loro apostolato nel territorio ventimigliese ed eressero un importante Priorato nell'area di Dolceacqua (il sito oggi detto del "Convento") da dove irradiarono la loro opera e la loro spiritualità, attirando coloni e sparsi agricoltori che nei pressi del cenobio presero residenza fissa erigendo casolari e dando vita ad una notevole esperienza socio-religiosa di relazione: accanto ai Benedettini, ed alle loro esperienze "riformate", dei Cluniacensi e dei Cistercensi, tra XI e prima metà del XIII secolo, si affermarono altri importanti ORDINI MONASTICI tra cui però, per l'agro intemelio, il suo entroterra e le sue ville, un ruolo di straordinaria portata, un èò come in tutta Italia, ebbero i FRANCESCANI che raggiunsero presto, per il loro infaticabile operato, grande rinomanza tra i ceti umili e gli abitanti delle ville agricole o marinare.

La genesi della Diocesi di Ventimiglia, per la stessa antichità affonda nelle nebbie del passato ma il suo studio è essenziale per inquadrare la trasformazione dell'antico municipio romano in un nuovo complesso geopolitico laddove la Diocesi, ancor più della Contea e del Comune, finiva per influenzare la delimitazione del territorio e la distinzione, pur all'interno di un solo corpo giurisdizionale e spirituale di Ventimiglia e delle sue ville, specie di quelle orientali destinate ad una grossa evoluzione, e poi ad una tormentata contrapposizione al capoluogo, sin a costituirsi autonomamente sotto il profilo economico, amministrativo e spirituale nella Magnifica Comunità degli Otto Luoghi.
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Un momento importante nella storia della Diocesi ventimigliese, in merito alla suddivisione del suo territorio, si fa risalire a poco oltre la metà del 1200 quando i Canonici del Capitolo della Cattedrale (in quella particolare contingenza panitaliana che vide il clero secolare prevalere su alcuni grandi Ordini monastici in decadenza) procedettero ad una RIPARTIZIONE del patrimonio terriero ecclesiastico in 8 prebende.

Il torrente Garavano in questa divisione rappresentava un punto fermo della suddivisione di quel territorio diocesano i cui confini orientali (a differenza appunto di quelli occidentali) risultarono a lungo poco decifrabili e di cui solo in tempi recenti il compianto Nilo Calvini ha fornito un'esauriente identificazione al Ponte della Lissia presso Ospedaletti sì che, secondo tale motivata interpretazione, prima delle revisioni ottocentesche e dell'ampliamento del territorio della cattedra intemelia coll'agro sanremese e vari siti circonvicini, il territorio della diocesi intemelia anche nei tempi più antichi calcava la "giurisdizione ecclesiastica" che in una sua carta del 1752, sulla linea di costa, Panfilo Vinzoni identificò tra il limite occidentale presso Roccabruna e quello orientale segnato, per l'appunto, al ponte della Lissia.
Quest'ultima cittadina, con cui si "chiudeva" la parte orientale della Diocesi intemelia, racchiude nel suo nome una vicenda secolare di organi assistenziali, con terapie anche empiriche contro le grandi malattie dell'epoca, che si svilupparono proprio dal torrente Garavano sino alla medesima Ospedaletti coinvolgendo anche tutto il territorio delle antiche ville intemelie.
La ragione del fiorire di questi organismi assistenziali non era però legato solo a ragioni curative e di ricovero ma anche, se non principalmente, all'esigenza di dare ospitalità sotto un tetto e su dei letti decenti ai tanti viandanti che proprio in quest'epoca percorrevano il territorio ventimigliese.
Il rinnovato, intenso traffico, sia per la pur ardua linea di costa sia per il citato tragitto alpestre di val Nervia [arcaico TRAGITTO di genesi ligure, quasi certamente potenziato dai Romani, che per lungo tempo fu via di comunicazione fra Liguria Occidentale e Basso Piemonte] è citato soprattutto negli atti scritti a metà del '200 dal notaio Giovanni Di Amandolesio: esso risiedette in un grandioso fenomeno di espansione del Cristianesimo a scapito dell'ormai rallentato espansionismo islamico.
In un primo momento si ebbe infatti il grande fenomeno delle Crociate che raggiunsero pur provvisoriamente lo scopo di riconquistare alla Cristianità gran parte della Terra Santa e Gerusalemme in particolare: nello stesso tempo, seppur tra il lugubre bagliore dei roghi specie nella dolce PROVENZA dopo la feroce Crociata contro gli Albigesi, andava trionfando l'annosa lotta della Chiesa contro le ERESIE ANTICHE, già temute, coll'emblematico nome di Idra Eretica, quali espressioni di un inganno diabolico ma, in verità, ormai sfiancate da anni di lotte e persecuzioni.

Sulla secolare vicenda si innestò, dopo la vicenda puramente militare, un fervente fenomeno di pellegrinaggi alla volta dei Luoghi Santi della Cristianità


Il notaio di Amandolesio fece cenno ad un fervore di viaggiatori che dal Ponente ligure, ove si radunavano, si imbarcavano su vascelli di vario tipo per fare vela alla volta di Gerusalemme e recarsi alla ricerca dei siti in cui il Cristo predicò la sua dottrina: il di Amandolesio, oltre a ciò, fece spesso riferimento ad una intensità sempre in crescendo del traffico marittimo di merci e persone, che in un piano di generale rinascita dopo gli antichi terrori dei Saraceni, si stava sviluppando nel mare che da Ventimiglia e Ville portava verso Arles e Marsiglia come verso Roma: negli atti il notaio registrò un movimento davvero continuo di imbarcazioni di diversa stazza che sfruttava sia i due porti canale di Ventimiglia, quello antico del Nervia e quello del Roia, ma che si avvaleva anche di imbarcazioni a ridotto pescaggio come i copani per sfruttare dove possibile la navigabilità dei due corsi fluviali, all'epoca di portata molto superiore a quella odierna come hanno dimostrato tanti studi storici e idro-geologici.

A proposito del gran flusso di VIANDANTI e PELLEGRINI è sintomatico che tra i documenti redatti dal di Amandolesio compaia un testamento fatto redigere a metà XII secolo da tal Ugo Botario che, fra altri lasciti, stabiliva delle somme di denaro da lasciare alle Confraternite dell'Opera del Ponte sia del Nervia che del Roia: si trattava di uno dei vari donativi, registrati dallo stesso notaio, fatti anche da altri testatori a vantaggio di questi due ponti che per essere in legno dovevano annualmente, con spese non indifferenti, essere restaurati dalle Confraternite.
Con lo stesso testamento il Botario lasciava altresì delle somme di denaro per alcuni Ospedali, retti da Confraternite religiose e sparsi per l'agro Ventimigliese tra Garavano e Ospedaletti.
Il denaro, stando a quanto si legge nel documento, sarebbe servito per comprare "sacconi e giacigli per i poveri viandanti": si intende che gli ospedali oltre che a svolgere funzioni curative per gli ammalati erano anche dei ricoveri ove a pochissimo prezzo erano ospitati i viandanti ed in particolare i pellegrini che giungendo dal Basso Piemonte in particolare, ma anche da altri siti di Liguria, si valevano, come detto, del territorio di Ventimiglia e Ville come di un nodo di partenza verso i luoghi di Terrasanta liberati dalle imprese dei Crociati e da altri cavalieri cristiani tra cui un ruolo importante ebbero i Templari che nell'agro di Ventimiglia e Ville tenevano un loro Ospedale ove ospitavano i pellegrini di fede che spesso scortavano verso i luoghi santi della Cristianità.
Tanto fervore di viaggi e spedizioni, militari e no, era solo parzialmente legato alle Spedizioni in Terrasanta liberata dalle Crociate: in effetti altri porti erano da anteporre a quelli di Ventimiglia e ville per spedizioni in Terrasanta, tuttavia la grande frequentazione del Ponente ligure ad opera di viandanti e pellegrini provenienti dall'Italia ma anche da terre straniere del Settentrione trovava una particolare motivazione in una specifica contingenza di generale riscatto del Cristianesimo che, per le prospettive geografiche del tempo, finì per costituire un fenomeno planetario.
Infatti, dopo aspre campagne di guerra, i Sovrani cattolici della Spagna, secoli prima quasi interamente asservita agli Arabi, con la trionfale vittoria del 1212 a Las Navas de Tolosa, avevano quasi portato a termine la Riconquista cattolica della Penisola iberica relegando i nemici islamici nell'area di Granada donde sarebbero stati cacciati solo nel 1492.
La vittoria cristiana in Spagna fu intesa presto come un'impresa sostenuta dalla potenza divina e il Santuario di Santiago di Compostela, propugnacolo della Riconquista eretto dopo una vittoriosa impresa cristiana, finì per essere ascritto con Roma e la Terrasanta fra i luoghi tradizionali del pellegrinaggio di fede.
Esso raggiunse anzi tanta fama da diventare una meta storica dei viandanti della fede che vi si recavano (o mandavano loro emissari a portarvi qualche ex voto) sfruttando un documento, che divenne celebre ed ambito, il cui nome era, semplicisticamente, Visitandum: si trattava di un'utile guida per raggiungere, attraverso la Gallia, le Spagne e poi spingersi fin all'Atlantico presso cui sorgeva il Santuario
Questo fenomeno spiega la presenza a Ventimiglia di cavalli di buona razza, non destinati alla macellazione ma ad esser commerciati per dar ricambio ai viandanti, ai Santi pellegrini ed a quei bizzarri messaggeri di pietà cristiana che erano i cavalieri della fede a pagamento, veri e propri avventurieri che, per quanti non avessero le forze o mancassero di coraggio, tramite un particolare accordo, spesso redatto su un atto notarile, affrontavano il non facile viaggio per Compostela
Sull'antica carta erano minuziosamente indicati tutti i luoghi spirituali che si sarebbero incontrati durante il lungo tragitto, spesso fatto per luoghi aspri e popolati di briganti: a partire dalle Gallie come si può notare tuttora sulla Carta del Visitandum erano segnati i 4 tragitti storici per Santiago, elencati partendo da Sud a Settentrione: il I Tragitto era identificato nell'area di Arles donde si recavano molti viandanti che eran giunti da tutta Italia nell'agro ventimigliese prendendo riposo ed ospitalità nei ricoveri ed Ospedali sparsi nei dintorni e di cui, dagli atti notarili, si son recuperati sì diversi nomi ma non tutti certamente, data la rilevanza del fenomeno pellegrino (e senza contare i ricoveri privati non retti da Confratelli ma da semplici cittadini che, dando ospitalità a prezzo più elevato e generalmente a ricchi borghesi od a nobili, si arricchivano in modo non indifferente).
Queste convergenze tra Pellegrinaggi, la rinnovata affermazione del Cristianesimo, l'aumento dei traffici viari e marittimi per contrade relativamente liberate dai predoni e fatte salve da Arabi e Saraceni ebbero un singolare effetto su tutta la Diocesi e l'agro di Ventimiglia dislocati geopoliticamente in un'area fondamentale di passaggi ed itinerari, dove si intrecciavano flussi di viandanti, ove soprattutto si poteva riposare e rifornirsi in previsione di partenze per destinazioni anche molto diverse.
In chiave pratica siffatti eventi, come accadde ai tempi di Roma imperiale ed alla maniera che si è constatata per secoli (ed in modo eclatante per l'Ottocento e l'attuale, morente secolo) determinarono contingenze particolarmente favorevoli per la città e le sue ville.
Tutti questi centri, coi relativi luoghi di ricetto, fiorirono nel XIII secolo di una vita di relazione intensissima ed in funzione di ciò, nonostante l'epoca sempre pervasa da tensioni socio-politiche e militari, il capoluogo come le sue dipendenze rurali e marinare si confermarono in identità precise e distinte, videro intensificare un certo benessere, conobbero una fioritura demografica insolita, soprattutto si distinsero in certe specificità ed ancora confusamente ed in modo autonomo e campanilistico le ville maturarono indecifrabili speranze di autonomia economica e gestionale da una città capoluogo che, dal lato economico, amministrava se stessa ed il suo contado attraverso, sulla base delle Convenzioni con Genova, attraverso un "Parlamento" che finiva per utilizzare le risorse di tutti a vantaggio principale della città di Ventimiglia o per esser più precisi dei suoi "Magnifici", cioè della sua nobiltà ben protetta dalle norme statutarie, dalle ricchezze accumulate e dalle splendide case disposte soprattutto nel quartiere di Piazza, là dove sorgeva la Cattedrale simbolo spirituale ma anche temporale dei previlegi di Ventimiglia e del suo ruolo nell'ambito di tutto il Capitanato.


Comunque e per secoli la storia delle "ville" (CAMPOROSSO, VALLECROSIA, S.BIAGIO, SOLDANO, BORGHETTO S.NICOLO', VALLEBONA, SASSO, BORDIGHERA) seguì sempre quella di Ventimiglia e dell' amministrazione politica istituitavi, attraverso i secoli e la sua storia controversa, dalla SIGNORIA DI GENOVA Genova di cui parimenti si seguivano i destini: è doveroso comunque delineare la lunga storia dell'apparato amministrativo genovese e non dimenticare mai la suddivisione del territorio fra la città (cioè Genova e le sue 3 podestierie storiche e le giurisdizioni meno privilegiate delle Riviere (si allude sempre al DOMINIO DI TERRAFERMA risultando esclusa dalle norme di questo la Corsica di fatto sempre relegata al ruolo di possesso o colonia).
Così con Genova e conseguentemente Ventimiglia anche le Ville intemelie orientali furono sottomesse a diversi potentati.

Nel periodo compreso fra gli anni 1335 e 1357 la Vicaria della Contea di Ventimiglia e Val Lantosca, sottratta a Genova, venne assegnata alla Provenza quale possedimento di re Roberto I il Saggio della potente casa d'Angiò.
Come si legge a p. 78 del volume su Vallecrosia visto che le condizioni per l'annessione prevedevano, secondo il quinto articolo, che "ogni fuoco [cioè ogni nucleo di famiglia] sarà tenuto a pagare ogni anno, per la festa dei Santi due soldi genovesi si tenne nel 1340 un censimento che nella terminologia allora corrente era meglio detto FOCATICO] della Vicaria per fuochi o nuclei di familiari.
E. Baratier individuato il documento ne ha correttamente riprodotto i dati: il CAPOLUOGO cioè Ventimiglia risultava all'epoca composta da 671 fuochi. Il complesso geopolitico e demografico era quindi completato dalle grosse VILLE ORIENTALI di cui si dava la seguente consistenza: Camporosso aveva 65 fuochi, Bordighera 15, Vallebona inferiore (verisimilmente "Borghetto S. Nicolò") 16, Vallebona superiore (l'odierna Vallebona) 35, Vallecrosia 20, Soldano 20, la villa Sancti Blasii, cioè San Biagio della Cima, 17.
Nel documento era poi nominata una VILLA COLLE DE COY data come distrutta dai Ghibellini.
Successivamente, sotto l'incerto dominio genovese, VENTIMIGLIA e le sue VILLE ORIENTALI pervennero quindi ai Sovrani di Francia (1395-1410), poi al Duca di Milano Filippo Maria Visconti (1421-'27) e alla Signoria del genovese Carlo Lomellino "infeudato" dai Visconti del distretto intemelio (1427-'35): ma, sotto ogni governo e nell'occasione d'ogni risarcimento, la città era sempre previlegiata mentre per le ville quando necessario, e ciò accadeva spesso, il carico fiscale aumentava sempre.

Dopo la supremazia degli Sforza (1469-99), il "Genovesato" pervenne nel 1499 al re francese Luigi XII: solo dal 1513 la Repubblica riprese controllo dei suoi territori.


L'ORGANIZZAZIONE POLITICA DI VENTIMIGLIA E CIRCONDARIO, nel '500, rimandava alla configurazione del CAPITANATO (CAPITANEATO) per cui si ricava che il complesso era ascritto fra le strutture intermedie del DOMINIO DI TERRAFERMA: prendeva il nome dal fatto di essere governato da un CAPITANO [nominato dalla Signoria di Genova] che era carica di livello secondario, affidabile pure a dei non nobili: il CAPITANO di Ventimiglia per gli affari importanti dipendeva dal GOVERNATORE (donde GOVERNATORATO) di SANREMO: su tutto questo complesso amministrativo vegliava poi la Signoria genovese e direttamente, nella normale amministrazione, la GIUNTA DEI CONFINI e la peculiare struttura governativo-economica e di controllo del FISCO

La GIURISDIZIONE del CAPITANATO DI VENTIMIGLIA, oltre la CITTA' SEDE DEL CAPITANO comprendeva il Ponte dei Balzi Rossi, Grimaldi, Mortola, Latte, Carletti, S. Pancrazio, Bevera e dipendenze, Airole, Calvo, Fanghetto, il Consolato di Penna oltre, naturalmente, la grande COMUNITA' DELLE VILLE O BORGHI.


In senso più ufficiale ed esteso bisognerebbe comunque affermare che, per quanto concerneva l'AMMINISTRAZIONE POLITICA, fatte salve le eccezioni invero modeste concesse dalle antiche Convenzioni, l'essenza del CAPITANATO DI VENTIMIGLIA E VILLE risiedeva in uno stato di totale dipendenza dalla SIGNORIA DI GENOVA il cui vertice gerarchico, passando attraverso un'estesa varietà di ORGANI DIRIGENZIALI, CONSIGLI E COLLEGI, MAGISTRATURE E GIUNTE tra cui quelle sopra citate, si concentrava nella figura del DOGE che operava in stretta collaborazione cogli organi supremi del SENATO e della CAMERA: gradualmente in questo contesto assunsero poi sempre più rilevanza i SUPREMI o SUPREMI SINDICATORI che finirono per costituire un potentissimo organo di controllo sull'operato di tutte le cariche dello Stato.


L' AMMINISTRAZIONE ECONOMICA (vista anche la possibilità di forti pressioni sul Capitano genovese) del CAPITANATO in pratica (saldati sempre gli OBBLIGHI FISCALI DOVUTI A GENOVA) era invece saldamente in mano degli URBANI ("cittadini di Ventimiglia"), distinti in NOBILI LOCALI (poi MAGNIFICI), con ampi previlegi, al cui seguito stavano (anche per indubbi legami di sudditanza economica e sociale) i DISTRETTUALI delle piccole ville del Capitanato occidentale e dell'entroterra, che egemonizzavano il locale PARLAMENTO con l'ausilio, non sempre spontaneo ed anzi più volte coatto, dei POPOLANI DI CITTA': di questo Parlamento nel 1962 si pensò un primo momento di aver scoperta una LOGGIA detta appunto "Loggia del Parlamento": in realtà -vedi A. ARTUSO, Storia del restauro architettonico dei monumenti di Ventimiglia Alta p.47 in "Quaderni dell'Aprosiana", Vecchia Serie, n.5, 1990- si tratta con probabilità della "Loggia" del "Magazzino dell'Abbondanza" mentre della vera e propria "Loggia del Parlamento", a fianco di questa, sotto la facciata dell'antico teatro ottocentesco oggi sede della Biblioteca Aprosiana,, è stato individuato solo l'attacco anche se essa continuava pure dall'opposto lato ovest ove è stata interrotta dall'edificazione di un edificio più recente ).

I VILLANI del ricco contado orientale, non servi ma affittuari di località rurali del contado e poi anche proprietari, ebbero invece sempre scarso peso politico.
Questi abitanti-agricoltori delle grandi e popolose ville dell'agro orientale erano in origine assoggettati a tali vincoli verso i proprietari-signori (come i Giudice di Vallecrosia o il clero secolare ) da non poter reagire contro le ingiustizie se non con azioni guerresche ed insurrezionali: le convenzioni e l'organizzazione del Parlamento fecero poi sì che, anche quando i villani migliorarono di molto le loro condizioni, diventando proprietari ed infine sostituendosi agli stessi antichi proprietari in qualità di piccoli latifondisti, potessero sempre far poco nel Parlamento locale al fine di far fruttare gli introiti fiscali non solo a vantaggio di Ventimiglia ma anche per le pubbliche necessità delle Ville stesse.


GENOVA, indebitatasi dopo tanti CONFLITTI DI POTERE col BANCO DI S. GIORGIO, onde riacquistare indipendenza dal Regno di Francia,per saldo gli concesse, con quella di altri territori (come per esempio la VALLE ARROSCIA), la lucrosa AMMINISTRAZIONE del CAPITANATO INTEMELIO : per una trattazione esaustive vedi anche le pagine importanti dedicate a questo periodo di storia intemelia da G. De Moro.
I Protettori o "Supremi Amministratori" del Banco non ebbero gran cura di un territorio che politicamente era di Genova e che a Genova sarebbe ritornato.
Peggiorarono così i rapporti fra Ventimiglia e ville: la città, per le "convenzioni", poteva aumentare la pressione fiscale a danno delle dipendenze. Essa e le "ville" oltre che a costituire un "CAPITANATO" di Genova, erano una sola cosa dal lato giuridico-fiscale: ma il Parlamento intemelio, che deliberava sull' amministrazione coi due terzi dei voti disponibili spettandone solo uno ai "villani", cercava, con questa maggioranza, di privilegiare le esigenze di città (i voti erano controllati da nobiltà locale, clero e molti asserviti e clienti).


Pur ammettendo i limiti congeniti dell'amministrazione che il Banco di S. Giorgio fece del Ponente Ligure, bisogna tuttavia riconoscere che l'epoca in cui i Protettori di S. Giorgio amministrarono l'agro ligure occidentale fu difficile e complessa sia per ragioni interne allo Stato genovese che, soprattutto, per la gravissima situazione politica continentale.
Esplosa nel 1521 la guerra franco-imperiale, che era poi una guerra di supremazia europea tra Francesco I di Francia e Carlo V re di Spagna e Imperatore di Germania, Genova scelse un prudente assoggettamento agli Spagnoli.
Fu in questo momento che sulla scena della grande storia irruppe ANDREA DORIA già ambizioso ammiraglio al servizio della Francia che, in seguito all'ascesa della famiglia rivale degli Adorno, si vide costretto ad abbandonare Genova per trovar rifugio a Monaco.
Una versione storica che rifugge dall'agiografia del "Padre della Patria" con cui si è spesso delineato il Doria, è stata prudentemente ma con intelligenza portata avanti da Enzo Bernardini in un suo bel libro (pp.73 - 74).
Per giudizio, non privo di motivazioni di questo storico, ANDREA DORIA sarebbe addirittura stato alla base del crimine con cui BARTOLOMEO DORIA Signore di Dolceacqua avrebbe assassinato Luciano Grimaldi.
Bartolomeo Doria non sarebbe stato altro che l'esecutore di un piano ordito da Andrea per impossessarsi di Monaco dopo averne soppresso il reggente.
Come è noto il tentativo andò a vuoto per il risoluto intervento di AGOSTINO GRIMALDI che occupò Dolceacqua mettendo in fuga Bartolomeo Doria. Il Bernardini costruisce a questo punto un condivisibile teorema di coinvolgimenti di Andrea Doria mettendo in evidenza il suo operato dopo la vittoriosa impresa di Agostino Grimaldi.
L'ammiraglio genovese, forse per un patto già stretto con Bartolomeo Doria, uscì infatti allo scoperto più di quanto convenisse ad un personaggio del suo rango.
Per ripristinare il casato dei Doria di Dolceacqua non si astenne infatti dal bombardare Monaco e quindi di occupare militarmente Dolceacqua in modo da far poi presentare da Bartolomeo Doria, da lui sempre protetto, un atto di vassallaggio al duca di Savoia (1524) atto che finì per concedergli l'impunità dal crimine perpetrato.
Analizzando lo scorrere degli eventi non si può non concordare con l'assunto del Bernardini pur facendo notare che col suo atteggiamento ambiguo ANDREA DORIA, cui in epoca di una riscoperta romantica dell'Italia furono irragionevolmente attribuiti i panni del "patriota", era in effetti un figlio ambizioso del suo tempo, sempre sospeso sul labirinto di quegli intrighi e di quelle bassezze (anche costruite su un raffinato esercizio della CRIMINALITA') che per se stessi a volte erano necessaria onde sostenere grandi e impreviste fortune.
In effetti la mutevolezza e la ricerca dell'utile politico (sia considerando il guicciardiniano "particulare" che la "realtà effettuale" del Machiavelli) caratterizzarono molte azioni del condottiero di Genova che senza dubbio aveva una chiara percezione dei grandi eventi politici
Fondamentale per esempio, dopo i servigi prestati per Francesco I, fu il suo passaggio alla Spagna di Carlo V che rispondeva sostanzialmente a quel programma politico che lo avrebbe portato ad esercitare il controllo sulla Repubblica pur senza mai essere eletto Doge.

Prescindendo comunque dalle ombre e dagli indubbi bagliori che avvolgono la figura del Doria, resta comunque fuori di discussione che a fronte di simili fatti dettati dalla politica mondiale il PONENTE LIGURE era sostanzialmente indifeso: e per esempio il SACCO DI VENTIMIGLIA perpetrato nel 1526 dal Connestabile di Borbone (che in effetti poco a che fare avrebbe avuto con questa città dovendosi recare a Genova per soffocare una sommossa contro il ducato degli Adorno) fu apertamente condotto non tanto contro la città di frontiera quanto piuttosto contro i partigiani di Andrea Doria (e quindi contro la fazione filospagnola) che in Ventimiglia erano numerosi (vedi: Storia della Magnifica Comunità degli Otto Luoghi, p. 171).
Il fatto che gli EVENTI DEL LUNGO CONFLITTO conflitto fecero passare per Ventimiglia e per l'estremo ponente ligure Carlo III di Savoia (in una data però imprecisabile tra il 1522 ed il 1588), Papa Paolo III Farnese (Luglio 1538) e in particolare CARLO V nel 1536 e quindi suo figlio e successore Filippo II nel 1548 induce a credere che il DOMINIO OCCIDENTALE DI GENOVA finì per essere coinvolto in grandi trasformazioni e soprattutto condizionato dalla presenza di forze ed eserciti contro cui, ad onor del vero, la politica dei Protettori del Banco di S.Giorgio di invitare le popolazioni alla sopportazione, proponendo dei risarcimenti che più volte non mancarono di arrivare, fu forse nel momento la sola applicabile e in grado di offrire una minima salvaguardia.


Così Ventimiglia, controllata per l'amministrazione locale dalla nobiltà locale, onde compensare i grossi danni che andava procurando la cattiva amministrazione dei Protettori inaspriva imposte varie Gabelle) su prodotti come olio, vino, ortaggi, noci, bestiame e pescato (che in pratica colpiva quasi solo la VILLA MARINARA DI BORDIGHERA) tutte le controversie si trattavano comunque nei locali della Curia di Ventimiglia) che erano produzione quasi esclusiva delle ville da cui dipendeva in gran parte l'OLIVICOLTURA ed in senso più esteso il RIFORNIMENTO ALIMENTARE e la PRODUZIONE AGROZOOTECNICA di tutto il CAPITANATO DI VENTIMIGLIA.
Tuttavia per l'incremento delle tasse e l'obbligo di vendere i prodotti "calmierati" (a prezzo "scontato" prima "in pubblica piazza" di Ventimiglia che a prezzo libero su altri mercati) nelle ville (1508) scoppiarono tumulti, pacificati nel 1509 (le ingiustizie erano tante e evidenti.
Il Parlamento retribuiva una sorta di medico condotto per città e ville, ma chi ricopriva la carica (e magari era anche bravo, aggiornato, esperto dei bizzarri quanto costosi strumenti usati per curare una delle patologie più frequenti come le fratture multiple per cadute da cavallo, incidente tipico di nobili e ricchi, i soli che potevano permettersi simili cavalcature) col tacito assenso dei ceti dirigenti, non si recava "nelle ville" [per la celerità degli interventi questi medici si sarebbero dovuti muovere a cavallo, legando alla sella i libri-prontuario specialmente rilegati per loro in modo da restar sigillati e ben stretti alla cavalcatura], mandandovi dei chirurghi se non addirittura solo dei barberii. semplici cavadenti e cavasangue inesperti di terapie che non fossero demolitrici con l'asportazione, senza anestesia, della parte ammalata (ed al riguardo non si dimentichi, per l'assenza di anestetici e battericidi, quanto alto fosse il tasso di mortalità in certe operazioni fatte, peraltro,con una strumentazione paurosamente elementare).
I villani (che, per le solite strategie nobiliari, neppure riuscivano a fruire pienamente come avrebbero avuto diritto dell'ospedale pubblico sito in Ventimiglia e neppure avevano a disposizione i negozi di qualche farmacista dell'epoca, come erano gli speziali) per un buon medico fisico, dovevano pagare di tasca propria a costo di severi indebitamenti].


La TASSA o GABELLA SUL PESCATO, in effetti rischiò, nel contesto della storia della MAGNIFICA COMUNITA' DEGLI 8 LUOGHI, di colpire mortalmente la VILLA MARINARA DI BORDIGHERA che, per conformazione territoriale (al pari di altre località del Ponente ligure come per esempio Cervo) a differenza delle altre ville intemelie dipendeva dalla monoproduzione della PESCA un'attività antichissima (sia a livello di PESCA IN MARE che di PESCA IN ACQUA DOLCE) del consorzio umano che oscillava tra gli estremi del LAVORO PER LA SOPRAVVIVENZA e dell'ATTIVITA' SVOLTA PER SCOPO DI RAFFINATO DIVERTIMENTO (tra gli appassionato di pesca -stando a quanto scrisse l'erudito intemelio Aprosio- nel '500 e '600 godevano grande estimazione le "TROTE DEL FIUME ROIA").
Per ironia della sorte proprio questo contenzioso degli abitanti di Bordighera col Parlamento di Ventimiglia ha finito per tramandare i più significativi ed importanti dati sulle vicende della "pescagione" nell'estremo ponente ligure.
La PESCA e il trasporto per cabotaggio di merci e persone, costituivano di fatto l'attività economica di quasi tutti i residenti di Bordighera, i quali come scrisse l'erudito del '600 di Ventimiglia Angelico Aprosio avevano meno alternative degli altri villani il cui territorio si prestava ad una produzione agricola discreta e comunque decisamente più varia.
La popolazione di questa villa marinara fu particolarmente colpita dalla legge e parecchi furono i processi che colpirono i pescatori bordigotti: naturalmente, come si legge di seguito, a monte di questa disperata situazione stava ancora una normativa fiscale subdolamente introdotta dal Parlamento di Ventimiglia.

Nel 1502 questo Parlamento intemelio, senza valutare la situazione di povertà dignitosa che governava in Bordighera, algidamente, era infatti riuscito a imporre il trattato della GABELLA DEI PESCI per cui il pescato si doveva vendere a prezzi controllati sempre e prioritariamente in "chiappa di città" (di Ventimiglia) alla "Porta Orientale" e che un quinto del ricavato fosse riscosso come imposta della Comunità intemelia. I Bordigotti, marinai e pescatori a differenza degli altri "villani" perlopiù agricoltori, in tal caso furono i più penalizzati, sin ad avere parziali seppur mai complete soddisfazioni, dalle Autorità di Genova cui s'appellarono: il problema non venne mai risolto e costituì una tra le cause d' attrito fra Ventimiglia e Bordighera, nè le successive amministrazioni avrebbero fatto nulla per sminuire le tensioni. Gli abitanti di Bordighera, per sopravvivere e non impoverirsi vendendo in Ventimiglia a basso prezzo il frutto del lavoro in mare, sfidarono l' autorità del Parlamento e navigando di notte a fari spenti o sull'alba, si recarono in altri porti a vendere i pesci a prezzo tale da giustificare la fatica fatta e portare a casa giusto guadagno. La polizia fiscale intemelia ("Gabellotti" e "Gabellieri"), e le guardie del Parlamento presero a pattugliare il mare con barche armate, mettendo posti di controllo sulla spiaggia: non pochi furono i pescatori di Bordighera caduti nelle della Giustizia di Parlamento" sin ad essere denunciati, arrestati e quindi rinchiusi in CARCERE, subendo processi in cui era implicita l'idea di colpa e punizione (in genere sotto forma di multa in denaro).
Nella " Biblioteca Aprosiana" di Ventimiglia, nel Ms 1 del "Fondo Bono", si trovano (carte 53-56 r e v) i rescritti del Cancelliere Rituis della Curia (tribunale) di Ventimiglia sotto la dicitura Processi ai Bordigotti per la vendita di pescato fuori piazza.

Il 4-III-1573, il patrone di barca da pesca Battistino Raineri (evidentemente arrestato dal Bargello o comunque fermato dal Braccio Regio dello Stato) al "Banco del diritto di Ventimiglia" confessò che Giacomo Rolando di Bordighera, con altri , s'era recato a vendere in Sanremo cestini di sardine appena pescate. Il giorno dopo Paola Gerbaldi o Giribaldi confessò che lei e tal Geronima Biancheri (che confermò) avevano venduto a Sanremo un quantitativo di sardine acquistate dal Rolando. Costui ammise d'aver venduto il pesce alle donne perché lo piazzassero sul fruttuoso mercato di Sanremo ma precisò d'aver provveduto a vendere anche del pesce calmierato in Chiappa di Ventimiglia.
Gli inquirenti (G.B.Orengo, Guglielmo Oliva e Giacomo Piana) gli estorsero però anche altre confessioni: la CONFESSIONE nel DIRITTO INTERMEDIO quando si era sempre REI se accusati, a meno che non intercorressero prove o testimoni a favore dell'innocenza, era davvero l'essenza di qualsiasi processo, civile o penale e ai giudici era concesso estremo arbitrio, che spesso addirittura esasperavano con mezzi coercitivi oltre le stesse ampie normative statutarie, pur di ottenere una completa confessione che ponesse fine al procedimento di legge e giustificasse ogni volta l'autorità di Stato e Giustizia.
Così l'inquisito, mai sapremo se sottoposto a pressioni morali e fisiche di varia natura, ammise che il 4 marzo Battistino Raineri aveva pescato molti "pesci biancheti" che mandò a vendere per mare ("con un leudo"=tipo di imbarcazione) a Sanremo : il Rolando (l'unico di cui si sanno condanna e multa inflitte: di 15 lire-moneta vecchia di Ventimiglia) finì poi col coinvolgere un altro bordigotto fin a quel punto non menzionato, certo Francesco Pallanca di Bordighera che avrebbe venduto il pescato (un quantitativo di "biancheti") al cuoco Pietro di Celle Ligure.
Non si tratta di pagine onorevoli ma fanno intendere la situazione dei Bordigotti: erano uomini (e donne) semplici (spesso analfabeti) che si impaurivano difronte al latino arrogante e soprattutto all'ARBITRIO ASSOLUTO dei GIUDICI (tanto della CURIA di GENOVA che delle CURIE LOCALI) operanti secondo le normative del DIRITTO INTERMEDIO...persone umili, insomma, che soprattutto temevano di dover scendere per i "gradini della disperazione", quelli che conducevano alla CAMERA DELLE TORTURE, allestita sempre presso ogni giurisdizione del DOMINIO DI TERRAFERMA, sia che fosse GIURISDIZIONE CENTRALE o "di CITTA'" (ove era la CURIA DI GENOVA presso cui si trattavano i gravi reati penali od i casi di criminali minori recidivi: dove la giustizia era amministrata dai massimi magistrati del diritto genovese come il Pretore di Città ed il Giudice dei Malefici) o delle RIVIERE sotto le varie forme di GOVERNATORATO (come nel caso di Sanremo) di CAPITANATO (qual fu VENTIMIGLIA) o di semplice PODESTERIA come nel caso di TRIORA E SUO TERRITORIO in Valle Argentina, la cui "CAMERA DEL DOLORE" fu tanto tristemente "frequentata" in questi tempi da sventurate donne, accusate d'esser streghe.
Anche per questi terrori, per la suggestione paurosa del dolore inferto dagli inquisitori...soprattutto per l'angoscia di essere INFAMATI o MUTILATI PER PUBBLICA VERGOGNA (cosa più frequente, specie fra i ceti non abbienti, della condanna capitale, comminata con una certa riluttanza, e della pena del CARCERE, ancora molto rara) i semplici, blanditi pure da occulte persuasioni, finivano per denunciarsi o tradirsi a vicenda!.


LE PROTESTE DELLE VILLE

Quando il Capitanato rientrò fra i possessi della Repubblica (1562) era in condizioni precarie. Nel 1579-'80 il CAPITANATO DI VENTIMIGLIA -per certi aspetti ancor più di altri luoghi del Dominio della SERENISSIMA REPUBBLICA DI GENOVA- venne "ghermito" da quella che, metaforicamente, può giudicarsi la più devastanta "Pandemia" = la
SUPERSTIZIONE
che, prescindendo dall'ignoranza e dalla fragilità di comportamento donde nasce e nel contempo è causa, può diventare -certo più colpevolmente nell'oggi che in secoli passati spesso dominati dall'oscurità della ragione- nei casi di più ottuso fanatismo una sorta di esaltazione contro chiunque non risulti allineato alla norma istituzionale e sia o si giudichi (al di fuori di ogni civile confronto, di qualsiasi filosofia e di un paritario quanto lecito diritto alla difesa delle proprie scelte e/o del proprio stato)
DIVERSO PER PENSIERO, CREDENZE, ABITUDINI ESISTENZIALI, ETNIA, SESSO, COSTUMANZE... SI' DA ORIGINARE BRUTALI QUANTO INAPPELLABILI FORME DI INTOLLERANZA E PERSECUZIONE.
In un frammento di lettera (?) tra il carteggio vario dell'intemelia Biblioteca Aprosiana si legge (qui adattato rispetto alla grafia frenetica ed antiquaria) questa sorta d'urlo di terrore grafologico: "Ora per quanto salda sia la Fede temo per la mia vita come tremo per la mia morte...nella strada l'aria era diventata pesante...quando fui alla porta l'ho sentita ridermi sulle spalle...sembrava mi volesse ghermire come ha fatto con gli altri: Lei...la Morte, foriera dell'Anticristo, già striscia oscura fra noi...": si direbbe la trama o meglio l'"incipit" d'un romanzo horror!...niente di tutto ciò, è solo qualche frase iridescente d' uno scritto sincero di un religioso realmente vissuto tra '500 e '600: la MORTE (DEATH) in vero era la "Peste", il ghigno il rantolo dei ratti morenti nelle latrine od ai bordi delle strade paludose! Ma per quanto uomo, perlomeno acculturato data la condizione sociale, che ne poteva sapere l'ecclesiastico, quando nemmeno medici accreditati intendevano le ragioni della moria che stava flagellando Genova stessa, la Capitale del Dominio? Di rimpetto allo scempio spesso ci si rassegnava sin ai limiti estremi dell'orrorifico e dell'idea d'una "Fine del Mondo Conosciuto"! Caos, anche superstizione e stregonesche credenze s'addensano, e di frequente, quando all'ignoto non si sa dare risposta e in quel momento le ragioni c'erano proprio tutte per dire il vero: la terrorizzata, superstiziosa scrittura in definitiva aveva un suo fondamento, strutturato sulle notizie degli agenti di sanità: davvero si temeva che la "Morte Nera" procedendo dalla Liguria centrale ne stesse per aggredire l'estremità ponentina...no...era paura, incomprensione, certo superstizione ma non era frutto d'un cervello anelante di malarica febbre. Ed ancora più estesamente, nella tradizione epocale, la MORTE (DEATH), evento così possibilistico da determinare sia terrore che rassegnata convivenza, si sublimava in un APPARATO ICONOGRAFICO DELLA MORTE o come si diceva in quei SEGNI DELLA MORTE che non esaurivano, come oggi, nella funzione commemorativa e fideistica la loro finalità ma che si sublimavano in un apparato in cui processioni, inumazioni, cimiteri, riti, scongiuri, costumanze... si collocavano quali formidabili espressioni giuridiche, catartiche, ammonitrici, scaramantiche e via dicendo...oltreché religiose e salvifiche in stretto rapporto (anche e forse soprattutto -entro un coacervo di parossistiche paure- avverso i teoremi di INTERFERENZE DIABOLICHE, RITORNANTI, VAMPIRI, PROFANATORI SACRILEGI DI CIMITERI E NECROPOLI, ALCHIMISTI, STREGHE E PRATICANTI DI MAGIA NERA) con la salvaguardia e quasi l' esorcizzazione della
VITA
in casi estremi anche sfidando le leggi della Chiesa
alla ricerca di un qualsiasi mezzo per ottenere RINGIOVANIMENTO E/O ETERNA GIOVINEZZA attivando, tra l'altro, una cultura parascientifica destinata, ancora tra '800 e '900, ad alimentare RICERCHE PIU' O MENO DISCUSSE SUL TEMA DEL RINGIOVANIMENTO O QUANTOMENO DELL'ARRESTO DELL'INVECCHIAMENTO.
Si trattava peraltro di un periodo greve, in un crepuscolare '500, quello in cui il territorio intemelio venne circondato da due fra le MASSIME ESPRESSIONE DEL MALE dalla CARESTIA ( con -a superstizioso giudizio di alcuni, destinati però a crescere via via di numero, anche malignamente suscitabile per artifici di magia tempestaria perpetrati da donne che avrebbero venduto la loro anima al male: le "Streghe"- di tutto un ramificato SISTEMA PRODUTTIVO, AGRONOMICO,ALIMENTARE ED ANCHE GASTRONOMICO tradizionale schermo all'incubo epocale di FAME E DISPERAZIONE e per conseguenza di INDEBOLIMENTO ORGANICO E MALATTIE) ed ora dalla PESTE (MORTE NERA = THE BLACK DEATH) [quest'ultima in effetti poi ben controllata dal sistema dei blocchi stradali e della quarantena coi siti di controllo viario principali ai rastrelli guardati da militi armati dei Balzi Rossi, dove stava anche un piccolo lazzareto per la segregazione dei sospetti di contagio, e sulla via del Nervia tra Camporosso e Dolceacqua: anche se, pure in questo caso, sempre più si alimentavano dicerie sorte nel XIV secolo ma destinate oltre il pensabile a sopravvivere nella coscienza collettiva dell'opera luciferina ed infausta di uomini collusi con forze arcane e preposti all'avvelenamento dell'ambiente tutto e quindi di colture, animali ed uomini: gli "Untori" = e purtroppo -accanto a manifestazioni di saggezza ed umana solidarietà- non mancarono né sarebbero mancate -paventandosi la presenza di perpetratori volontari e non di contagio- anche nel corso delle tante manifestazioni di Peste nel Dominio della Repubblica di Genova alcune forme di collettivo e superstizioso terrore destinate -come nel corso dell'epidemia cinquecentesca- a degenerare sin ai limiti del linciaggio popolare di qualche sospetto].
Giammai venendo meno, SIFFATTI EVENTI CATACLISMATICI [in cui da un lato si mescolavano problemi alimentari, difficoltà socio-economiche, miseria ed epidemie e dall'altro l'incompetenza dei poveri medici del tempo nel classificare e curare molte "incomprensibili" malattie (la gente peraltro era ancora sconvolta dagli effetti dal grave terremoto del 1564)] contribuirono a rafforzare le citate superstiziose postulazioni operando sempre più in sinergia con eventi oscuri e drammatici come il proliferare di conflitti sia generali che locali e del pari di violenza comune e faide di criminalità organizzata, la ben nota dissoluzione della fede per lo Scisma di Lutero e la crescente aggressività dell'Impero dei Turchi [ la vittoria di Lepanto costituì solo un parziale momentaneo deterrente -pirati barbareschi e turcheschi avrebbero operato sul litorale ligure sino oltre il XVII secolo- dopo il navale assalto a Nizza e le scorrerie turchesche a danno del litorale ligure le cui fortificazioni erano inefficienti al punto da sì rendere eroica una difesa popolare di Taggia ma lasciar serpeggiare sia la convinzione della sostanziale impotenza della Repubblica di Genova quanto l'opinione che ( anche per i recenti peccati degli uomini un tempo protetti da Dio stesso tramite i Cavalieri della Fede sia su dimensione locale sia su scala "planetaria", nel contesto dei "Grandi Tragitti della Fede" sin al punto di una totale Riconquista della Spagna alla Cristianità interpretata come un segno dell'affermazione della Chiesa di Cristo rafforzato dalle poi pur discusse "colonizzazioni ed evangelizzazioni" di quel Nuovo Mondo scoperto con somma partecipazione della Potenza della Spagna Cristianissima) fosse irrimediabilmente venuto meno l' istituzionale antemurale storico contro il male degli "Ordini Cavallereschi Regolari" = in particolare attesa la tragica soppressione dei Templari e la gloriosa ma sempre più difficoltosa resistenza opposta da Gerosolimitani ed Ospitalieri ] raggiunsero il catastrofico segno di indurre le masse le masse ora ad un rassegnato fatalismo ora a timori angoscianti, in particolare sulla non recepita ma in effetti già verificatasi VENUTA DELL' ANTICRISTO = come anche a Genova, PREDICATO DA ANNIO DA VITERBO, FANATICO SOSTENITORE DELL'"EQUAZIONE MAOMETTO = ANTICRISTO" (argomento assai contestato ma anche fermamente creduto) sì da determinare la fine del mondo conosciuto in forza della paventata giovannea APOCALISSE.
Ma, come sopra detto, con maggior frequenza le superstiziose ed impaurite coscienze indugiavano vieppiù, nel tentativo di darsi una qualsiasi giustificazione, sulla meno fiammeggiante ma pressoché alternativa, contestuale e teologicamente meno complessa, ipotesi di qualche concessione di POTERI OSCURI AD OPERA DEL DEMONIO, SEMINATORE DI MALE E DI DISCORDIE a varie quanto variamente pericolose figure dell'occulto quali principalmente
STREGHE
ma altresì MAGHI - LICANTROPI - UNTORI - VAMPIRI ed infine persino "RINNEGATI CRISTIANI" -AL PARI DEGLI ALTRI- REPUTATI "COMPLICI DEL DEMONIO" PER ESSERSI MACCHIATI DELLA COLPA ESTREMA DELL'"APOSTASIA": ed oltre a tutto ciò ai confini con la Francia proprio nell'areale ventimigliese in cui operavano gli eruditissimi Angelico Aprosio e Domenico Antonio Gandolfo il Dominio di Genova presentava ulteriori anomalie interagenti sia con le citate tracce di superstite cultura pagana quanto con le calamità portate dalle guerre di modo che se il Gandolfo giunse a chiedersi se Giammai Iddio darà quiete a cotesti nostri Bastioni di Liguria prima di lui Aprosio era rimasto indubbiamente suggestionato da strani ritrovamenti, accompagnati da superstiziose dicerie, e da inspiegabili fatti accaduti od in qualche maniera attribuiti a qualcosa che giacesse sotto quel mare di sabbia che in verità ricopriva da un millennio la dimenticata Ventimiglia Romana.
Mediamente la massima preoccupazione era comunque attivata da presunte FATTUCCHIERE [ dette, oltre che STREGHE, MALEFICHE, LAMIE, SAGANE o con termine regionalistico MASCHE = poco se ne è parlato ma atteso il persistere dell'ancoraggio ad innocue FORME CULTUALI E CULTURALI PRECRISTIANE specie nell'estremo Ponente di Liguria -ancora nel XVII secolo scosso, sotto il Grande Inquisitore di Genova Michele Pio Passi dal Bosco- dal caso di MARIA TOSCANA "SUPPOSTA STREGA DI VALLEBONA" la vigilanza divenne estrema anche a scapito di quelle figure del paranormale quali le FATE (FATAE) che -per quanto esse stesse inserite nel persistente popolareggiante COMPLESSO DI TRADIZIONI CULTUALI PAGANE- erano state assimilate e ufficialmente tollerate nel crescente e relativamente tranquillo contesto del FOLKLORE per esser rapidamente giudicate "ex novo" IN SENSO NEGATIVO sì da venire ascritte tra le CREATURE DEL PARANORMALE PERTURBATRICI IN SENSO DEMONIACO DI SONNO E SOGNI].
La MAGIA NERA costituiva un incubo epocale ( e nonostante una già secolare CODIFICAZIONE DELL'IDEA STESSA DI ESOTERISMO su cui vigilava -in ambito cattolico anche se non meno attenta e severa o se vogliamo superstiziosa era la giurisdizione dei Riformati- il DIRITTO ORDINARIO) specialmente intorno alle FATTUCCHIERE attraverso i secoli si era sviluppata non solo un'impressionante letteratura ufficiale e non oltre soprattutto una tradizione popolare non di rado feroce e discriminatoria. Sì che nella sinergie di siffatte postazioni interagivano voci di varia natura, spesso contestate o quantomeno discusse ma che procedevano attraverso i più disparati sentieri di riflessione sulla casistica di STREGONERIA - STREGHERIA, sulle molteplici POTENZIALITA' DI MAGHI E STREGHE, sulle PROCEDURE DA ATTIVARSI AVVERSO STREGHE E MAGHI, sulla tipologia di possibili PENE sin ancora, questione che non chiude questa selezione di voci ma che costituì argomento tra i più controversi e dalla Chiesa frequentemente messo sotto giudizio, dei "possibili, leciti o non leciti"
PROFILATTICI E/O RIMEDI AVVERSO PRATICHE DI STREGONERIA.
E così, in siffatto terribile crepuscolo del XVI secolo, e quindi sotto l'influsso tanto di di calamità reali quanto di illusoria superstizione, le STREGHE erano viste dalla crescente esaltazione come di continuo impegnate nel riunirsi in DIABOLICI SABBA, nel dominare ESSERI BESTIALI o nel generare CREATURE MOSTRUOSE (in vero vittime di alterazioni genetiche per le pessime condizioni igienico-alimentari), nel favorire l'insorgere di MISERIE AMBIENTALI (di cui PESTE e CARESTIA erano l'espressione massima), nell' indurre inermi sventurati alla condizione di INDEMONIATI, nell' uccidere i bimbetti (poi destinati a diventare FANTASMI GENTILI se non PICCOLI DEMONI), nel condizionare irrequieti LEMURI o addirittura nell' allearsi coi demoni onde controllare intere città, per liberare le quali si richiese l'opra di SANTI ESORCISTI.
In questo campo, che non deve essere relegato nella spazzatura dell'inutilmente orrorifico ma che appartiene comunque alla cultura ed al folklore, l'estremo Ponente ligure era realmente pervaso ed avrebbe continuato ad esserlo da un clima oscuramente magico, destinato ad alimentare credenze, paure e fantasie (anche in nome di un crescente antifemminismo) in cui i giudici, laici ed ecclesiastici, si servivano, alternativamente, di testi che similmente, seppur con modi distinti, si occupavano della persecuzione della STREGHERIA o STREGONERIA [ come peraltro di devianze religiose non ritenute esenti da possibili intereferenze paranormali quali l' ERESIA].
Infatti [ per quanto, sulla scorta di un illuminismo pregno di anticlericalismo ma nobilitato sempre -a fronte di alcuni massimalisti e frettolosi giudizi- dalla encomiabile lotta contro le pregresse EFFERATEZZE DI SUPERSTIZIONE E DISCRIMINAZIONE: UN DIBATTITO LAICO, IN PREVALENZA MA NON SOLO E A CUI, TRA ALTRI ECCLESIASTICI, PARTECIPO' UN RELIGIOSO DI GRANDE LEVATURA MORALE QUALE IL DOMENICANO SPAGNOLO B. G. FEIJOO ] ogni interventismo sia poi stato attribuito alla SANTA INQUISIZIONE [ ed oggettivamente tanto nota quanto discussa fu in Liguria l'opera dei opera dei GRANDI INQUISITORI DEL "SANTO UFFICIO" DI GENOVA in merito a temi di STREGONERIA, ERESIA, LIBRI PROIBITI, PRATICHE ILLECITE ECC.] le cose non stavano propriamente così e, sia sulla base degli STATUTI CRIMINALI che del pur controverso ...PRINCIPIO DELL'UNO E DELL'ALTRO FORO..., sussisteva una compartecipazione in tali procedimenti anche del DIRITTO ORDINARIO O DELLO STATO.
E' certo però che a fronte dei LIBRI CRIMINALI O PENALI, in merito ad una POSSIBILE CONDANNA DI ERETICI E/O STREGHE, l'iridescente e volutamente catartica SCENOGRAFIA DEGLI "ATTI DI FEDE" esercitava un' influenza assai più potente sull'immaginario collettivo, sì da trascinare nell'orrorifico tutti i testi della SANTA INQUISIZIONE sia il SACRO ARSENALE di Eliseo Masini che le pensose DISSERTAZIONI SULLA MAGIA di M. Del Rio indubbiamente dai contenuti molto diversi sia in senso formale che pratico a fronte del leggendario, temutissimo quanto oramai surrogato MAGLIO DELLE STREGHE (MALLEUS MALEFICARUM).
Comunque al proposito dell'influenza nella fantasia popolare di tutto questo apparato giudicante e non raramente punitivo, gestito dalla Chiesa e per conseguenza ritenuto a torto di sola spettanza ecclesiastica, non sembra affatto casuale l'incentivarsi nell'iconografia pittorica del '500 di immagini truculunte che variamente alludono alla condanna eterna dei vizi umani ma che sfruttano a fini catartici più che l'immaginario di una eterna condanna post mortem il naturale referente degli STRUMENTI DI TORTURA E DI MORTE, secondo l'uso del diritto intermedio, sempre messi in mostra prima di qualche castigo sulle pubbliche vie a titolo di ammonimento contro chi solo pensasse di commettere qualche reato contro lo Stato o la Religione (e in questo senso meritano di essere citati, per quanto di contenuto terrificante, gli affreschi dei SANTUARI nell'imperiese di REZZO e di MONTEGRAZIE).
Durante i tragici processi alle "STREGHE DI TRIORA" ed alla sventurata MALEFICA PEIRINETTA RAIBAUDO, che erano state rinchiuse nelle CARCERI DELL'INQUISIZIONE od avevano insanguinato i patiboli e scardinato molte anime ingenue, la lettura di queste raccolte di leggi ed interpretazioni sul tema della stregoneria era stata una costante di tante udienze e di tanti seminari degli inquirenti.
Così fra gli altri espedienti per non esserne "affatturati" cioè tormentati sino anche alla morte con vari malefici corse l'abitudine di portare amuleti protettivi e soprattutto di recitare preghiere atte a scongiurare le forze malefiche come questa, piuttosto rara, di cui si è riuscito a riprodurre un ESEMPLARE.
La DONNA in particolare, dopo secoli di relativa tranquillità sociale pur in uno stato di PERSISTENTE GREGARIATO rispetto all'uomo, finì per esser ricacciata nei lugubri sospetti del medioevo per colpe, a volte reali, che si caricavano però sempre di valenze magiche connesse a quella SENSUALITA' ed a quella IMPREVEDIBILITA' (controllata da un astro "subdolo" come la luna) che, biblicamente, era giudicata un elemento scatenante del male diabolico (venivano così imputate di connivenza con SATANA in qualità di STREGHE o LAMIE, di praticare magie ma anche di connivenze col demone MAMMONE, variamente collegato alla temuta figura del GATTO [animale simbolo nella stregheria] ma anche erano accusate come criminali comuni, seppur per realizzare coi resti delle vittime malefici intrugli, in quanto PROCURATRICI DI ILLEGITTIMI ABORTI e di conseguenza condannabili tanto dalla legge dello Stato che della Chiesa).

In siffatte occasioni, di fronte ai sospetti avanzati contro qualche donna d'esser una strega, un ruolo temuto, ma spesso condiviso dalla popolazione (come nel caso dei quasi contemporanei processi alle STREGHE DI TRIORA o tempo dopo della FATTUCCHIERA PEIRINETTA RAIBAUDO), venne svolto da INQUISIZIONE tramite la figura di un Vicario, o rappresentante dell'Inquisitore Generale di Genova, che risiedeva -come tutti i potenti- nella città di Ventimiglia o in qualche suo convento.

In effetti, oltre alle contingenze climatiche, economiche ed ambientali, al di là dei timori ancestrali per l'ignoto, a far crescere il panico in questo momento di crisi generale, cui non era estranea la debole politica interna di Genova, era da collocare un evento nuovissimo di politica internazionale, l'avvento sempre più deciso in Occidente delle armate navali dei Turchi che sotto SOLIMANO IL MAGNIFICO costituirono la principale potenza "europea" se non mondiale.
Per la gente semplice i Turchi, però, non erano dissimili dai Saraceni di tanti secoli prima, quei pirati feroci che avevano saccheggiato l'Europa e che, profanando i calici, eran penetrati nelle chiese come una giovannea armata delle tenebre, quasi fossero un' anticipazione dei tenebrosi CAVALIERI DELL'APOCALISSE, il momento di quell'ultimo scontro in cui streghe e demoni si sarebbero levati, a fianco di impostori ed idolatri, ad alimentare il potere della Bestia Suprema, l'Anticristo.
La confusione delle coscienze, intorpidite da tanti eventi nefasti e da segni oscuri, mentre re cattolici disconoscevano i pontefici e semplici frati sulla scia di LUTERO (a volte interpretato come un segno della degenerazione, quasi un'anticipazione della giovannea APOCALISSE) negavano la santità della chiesa romana, balenava tra le prediche fiammeggianti di improvvisati profeti o di ciarlatani impazziti: per quanto terribile fosse il suo ruolo, per quanto oggi possa giungere incomprensibile gran parte del suo operato, il S. Ufficio dell'Inquisizione fu quasi obbligato dagli eventi a sguinzagliare i suoi mastini tra quell'umanità dolente, che pareva spasimare nel pericoloso dubbio che l'angoscia evoca di frequente.
L'ERESIA era ricomparsa nel Ponente Ligure con la RIFORMA PROTESTANTE: la CHIESA DI ROMA, dapprima con iniziative autonome poi con la sua principale emanazione teologica del CONCILIO DI TRENTO, pose le basi per una riconciliazione e quindi, fallita ogni soluzione, per una lotta allo SCISMA tramite una revisione, in linea più severa, di LITURGIA e CONFESSIONE (a scapito soprattutto della DONNA, ridimensionata in una CONDIZIONE sociale e morale di retroterra, sospesa tra i limiti tipicamente medievali ed antitetici di ANGELO/DEMONE) ed altresì avvalendosi dell'opera, anche spiritualmente eccezionale, di NUOVI VIGOROSI ORDINI RELIGIOSI.
LUTERO fu visto come un'anticipazione dell'ANTICRISTO e le forme di persecuzione si acuirono tra le spire di INQUISIZIONE e S.UFFICIO: non mancarono pubbliche abiure ed atti di fede...in un romanzo del '600, che ora è dimenticato ma che all'epoca costituì un caso letterario, si giunse al punto di descrivere un'ABIURA dal CALVINISMO e un ATTO DI FEDE al CATTOLICESIMO fatta proprio in Ventimiglia, nella CATTEDRALE: la favole poetica nascondeva alcune realtà di fondo, da quella evidente della lotta ai CRISTIANI RIFORMATI a quella, in apparenza meno esplicita, del generale timore per le alterazioni delle verità costituite su cui poggiavano Stato e Chiesa, a quella ancora del PUBBLICO AMMONIMENTO ad una massa di fedeli sempre più perplessa, di non lasciarsi sviare dalla retta via dell'obbedienza al credo cattolico-romano.
In termini elementari, davanti alla fine della vecchia solida Chiesa ed innanzi allo sconvolgimento delle coscienze, l'animo degli uomini, nel Capitanato intemelio come ovunque nel mondo cattolico, si trovò in bilico tra verità messe in discussione e punizioni sbandierate come necessarie CATARSI: il caos si impadronì di molti spiriti e l'angoscia per le sventure reali finì per non esser più consolata, in modo totalizzante, dalla fede nell'onnipotenza della CHIESA ROMANA.


Anche se alcuni studiosi attribuiscono parte delle FORTIFICAZIONI COSTIERE fatte erigere in Liguria, Corsica e nelle isole minori come Capraia ai tempi antichi dei contrasti fra i Catalani e la Repubblica, la maggior parte di fortilizi e torri, a guardia e difesa del mare (compreso il complesso di TORRI che correva per la costa da Ventimiglia a Vallecrosia -coi Piani protetti dal complesso armato del massiccio Torrione e Bordighera) le quali caratterizzano tuttora il paesaggio ligure [assodato ormai che non risalgono al periodo delle invasioni dei Saraceni o musulmani del golfo sambracitano (VIII-X sec.)] furono in gran parte erette, o comunque ristrutturate, al tempo in cui (prima metà del '500) il re francese Francesco I contendeva alla potenza di Carlo V re di Spagna e Imperatore di Germania, il controllo dell'Europa.


Francesco I re di Francia, per colmare in parte la sua inferiorità militare nei confronti di Carlo V di Spagna, con cui guerreggiava per la supremazia europea, chiese soccorso all'IMPERO TURCO di Solimano il Magnifico che gli inviò in aiuto la sua forte flotta "occidentale" detta "turchesca" in quanto composta per la maggior parte da equipaggi non turchi ma da sudditi dell'impero (nordafricani in maggioranza) e da CRISTIANI RINNEGATI: per tradizione il soglio di Costantinopoli turca privilegiava la flotta orientale composta da equipaggi turchi e su cui prendevano posto le milizie scelte tra cui i giannizzeri.


Tra il 1533 ed il 1565 la flotta "turchesca", di oltre 200 navi da battaglia unite alla più piccola squadra francese di galee nell'assedio di NIZZA, sotto il comando di vari ammiragli e con l'utile guida di RINNEGATI, perpetrò diversi saccheggi sul litorale ligure, dall'agro intemelio a quelli di Sanremo e, drammaticamente, della vasta area tra Taggia e S.Stefano, luoghi tutti di grande importanza nel DOMINIO DI TERRAFERMA, e destinati a sopravvivere, con particolari forme giurisdizionali ed amministrative, sin quasi alla SCOMPARSA SETTECENTESCA DELLA REPUBBLICA, per procurarsi vettovaglie e soprattutto SCHIAVI da vendere ad un "mercato di schiavi" [fenomeno comunque bifronte: pure gli Stati Cristiani -non esclusa Genova che anzi in tale commercio ricopriva un ruolo importante- parimenti vendevano i loro SCHIAVI DI GUERRA od ACQUISTAVANO I COSI' DETTI SCHIAVI DI NATURA"] .


Pagina nota, per quanto concerne il rapporto delle ville intemelie coi turcheschi, è soprattutto quella di Vallebona quando a metà XVI sec.come detto, la flotta imperiale "turchesca" o "barbaresca", ritardata dall'accanita difesa che opponeva Nizza, per approvvigionarsi di vettovaglie inviava le sue galee a devastare la costa ligure, compreso il Capitanato di Ventimiglia e ville.
VALLEBONA [assieme a Seborga (con cui però insorgeranno gravi liti confinarie) , la Colla, Bordighera, e Ospedaletti] fu saccheggiata da marinai e miliziani turcheschi" una prima volta il 5 settembre 1543.
Il borgo corse tuttavia il suo massimo pericolo quando, nel contesto di nuove guerre e razzie, l'ammiraglio turchesco Ulugh-Alì -un rinnegato calabrese meglio noto come Chialì od Occhialì - lo fece assalire, con uno sbarco ai Piani di Vallecrosia" di oltre mille soldati (provenienti da 7 "galeotte" ancoratesi sul braccio di mare antistante i luoghi circonvicini e che, nonostante le razzie perpetrate nel sito di Vallecrosia, avevano soprattutto come meta la fertile e popolosa terra di Vallebona.
Un servo del capitano Giulio Doria, ad Antibo, era però riuscito ad apprendere i piani di quell'operazione da uno schiavo turchesco originario di Dolceacqua, a servizio sull'ammiraglia di Ulugh-Alì.
Grazie a ciò i paesani di Vallebona, preavvertiti, mandarono le famiglie al sicuro nella più ritirata villa di Sasso ed un buon manipolo di capifamiglia, inquadrati come militi villani, attesero l'arrivo della colonna "turchesca" riparati entro la chiesa fortificata di S.Lorenzo.
Un fuoco serrato accolse in Vallebona gli invasori che si ritirarono verso mare limitandosi a saccheggiare sparsi casolari o gruppi non organizzati di villani: i predoni se ne tornarono alle navi portando 19 prigionieri -tre originari di Vallebona e fra cui due soli uomini e 17 fra donne o bimbi destinati al "commercio degli schiavi".


F.Amalberti (Ventimiglia la Nuova, Ventimiglia, 1985) ha riesumato la ricostruzione di Portovecchio in Corsica ("Ventimiglia la Nuova") ad opera di famiglie "ventimigliesi" che, col consenso di Genova, emigrarono nel centro insulare, lo riedificarono e per poco vi sopravvissero dal 1578. Varie calamità avevano colpito il Ponente ligure: la gente, prostrata da carestie e miseria, scelse spesso di emigrare: in tal caso rientra l'impresa di Pietro Massa e Giacomo Palmero che, ottenuta licenza dall'"Ufficio di Corsica", condussero a Portovecchio 150 capi di casa "con loro massate, originari della riviera di ponente, per i due terzi sudditi di loro Signorie Illustrissime, i quali avendo con difficoltà il vivere in casa loro..." sarebbero risultati disposti a sopportare i pericoli dei pirati e delle incursioni turchesche che avevano desolato il sito> 87 famiglie di Ventimiglia, 7 di Vallecrosia, 4 di Airole e Borghetto, 10 di Vallebona, 8 di Camporosso, 4 di Soldano e 3 di S.Biagio (oltre ad 11 non ascritte a località della Repubblica) affrontarono l'impresa.
Il fatto che parecchi emigranti fossero artigiani, commercianti o piccoli proprietari è prova di una massa di individui indifesi difronte al tracollo economico e commerciale del "Capitanato intemelio": è pure testimonianza del collasso della piccola borghesia, costretta a liquidare, di fronte alla paralisi di una Ventimiglia indebolita da eventi reali (un terremoto di metà XVI sec.) e da incompetenze della classe sociale che dominava il Parlamento (cioè i nobili dell'esclusivo e signorile sestiere/quartiere Piazza). L'onomastica degli emigranti rimanda a residenti dei quartieri di città sede di piccoli imprenditori ed artigiani colpiti dal sisma, da mancati risarcimenti e da crescenti oneri fiscali. Il minor numero degli emigranti delle "ville" prova che queste avevano risentito meno della città di quei danni ma che li dovevano compensare in vari modi> il territorio intemelio, che versava alla "Camera" di Genova il gettito fiscale di 3000 e poi 5000 "lire di genovini", fu obbligato, dal Magistrato delle Galere, a contribuire all'armamento della flotta da guerra, nonostante le spese gravose per la "costruzione di un ponte [sul Roia che sarà causa di futuri contrasti coi Magnifici e di ripetute proteste inoltrate alla Signoria genovese] e di un forte alla marinara a guardia delle ville di detta città" (Torrione di Vallecrosia in vigore delle deliberazioni del Parlamento intemelio, assieme ai popolani di Ventimiglia la maggior parte dei villani secondo la tecnica della sequella o lavoro fiscale per opere pubbliche era tenuto a disertare le proprie attività per impegnarsi nella durissima prestazione di forza lavoro onde realizzare il ponte sul Roia, parte in legno e parte in muratura: opera, ben si intuisce, a vantaggio esclusivo del capoluogo).

Nel 1609 (13 luglio) il Sindaco intemelio Gio.Francesco Porro s'appellò al Senato contro il Magistrato dell'Arsenale (con ingiunzione del Capitano intemelio) per altri oneri fiscali per mantenere buonavoglia o remari sulle navi.
Su ordine dei Supremi Sindicatori il Senato accettò la petizione: al Capitano fu scritto:"non darete agli agenti di codesta comunità molestia alcuna".


Nel 1622 (vigilia della guerra di Genova col Piemonte) i sudditi intemeli erano arruolati come soldati locali ("militi villani" di guardia allafrontiera e alle mura) e protestavano per il regime di vita:"La città di Ventimiglia ed abitatori di essa hanno per conto delle loro milizie il solito Colonnello che da Vostre Signorie Serenissime vien deputato, al quale ubbidiscono con ogni prontezza in tutto ciò possa concernere per servizio pubblico e disciplina militare. E' vero che, pretendendo il Colonnello di fare la rassegna dei Cittadini, cosa che non si costuma nelle altre città del Dominio di Vostre Signorie Illustrissime, non vorrebbero essi essi cittadini che, per non cedere ad alcuno di fedeltà ed ubidiedenza, aver questo disvantaggio, posciaché quanto alla disciplina militare ben si sa che essi fanno tutte le funzioni ed avendo più obblighi e carichi e per la sanità e per il castello e per le guardie notturne e diurne di quello che abbino li altri Cittadini d'altre città del Dominio di Vostre Signorie Illustrissime, aggiungendosi a questo l'obbligo di assistere alla fabbrica del Ponte [Edificazione del ponte cinquecentesco di Ventimiglia, parte in muratura e parte in legno, andato distrutto poco dopo metà '800 per una piena del Roia e realizzato secondo la tecnica fiscale della sequella] vorrebbero a tal risegna esser fatti esenti"("Petizione" dei Sindaci di Ventimiglia: si allude ai restauri degli edifici pubblici, ai lavori prestati da popolari e villani per la costruzione del ponte, alla necessità di tener pulita la palude che univa per la piana i mal arginati Roia e Nervia).

Nel 1625 solo i militi villani (cioè reclutati tra i solidi abitanti delle ville)" si opposero a Carlo Emanuele di Savoia (in una prima GUERRA contro Genova sull'arco ponentino) e la loro IRA INSURREZIONALE si scatenò poi in una vera e drammatica RIVOLTA contro i comandanti delle poche truppe di Genova (pronti a rapida fuga) e contro i Magnifici di Piazza disposti a una resa disonorevole di VENTIMIGLIA E DELLE SUE FORTIFICAZIONI.
Il Vescovo Gandolfo, per quanto apprendiamo da una RELAZIONE CONTEMPORANEA indubbiamente filonobiliare, pacificò gli animi inaspriti dei "villani" che s'erano riversati a centinaia nella città, depredando ogni cosa (grazie al Prelato e con l'aiuto della Spagna la Repubblica il 14 settembre, riprese Ventimiglia e ville (occupate dai "nemici") pacificandosi ufficialmente col Piemonte nel 1634).


Nonostante questa loro fedeltà a Genova i residenti delle Ville soffrivano più di chiunque i periodi di guerra e di carestia: per essi rifornirsi di vettovaglie, in casi di emergenza, presso il Pubblico Magazzino in Ventimiglia costituiva un'impresa logistica e burocratica cui si tentò, o forse si "finse", di porre rimedio poco dopo la I metà del XVII secolo.

All'8 settembre 1655 risalgono i (rivisitati, per comodo anche delle Ville) CAPITOLI DELL' UFFICIO DELL'ABBONDANZA: manoscritto originale in Biblioteca Rossi, VI, 74 h presso Ist. Interna. di Studi Liguri - Bordighera). Nell'ambito della Repubblica di Genova si indicava con tale termine l'organismo preposto alla pubblica annona cioè a quel complesso di uffici dell'amministrazione statale che avevano il compito di provvedere viveri, indumenti ed altri generi di prima necessità per il rifornimento della popolazione, specie in periodi di carestia.
Il termine ANNONA, dal latino dotto, vale per produzione agricola annuale di un territorio e quindi quale pubblico approvvigionamento di viveri: l'equivalente abbondanza non fu tuttavia usato in solo area genovese e già nel XIV sec. lo storico fiorentino G. Villani nella sua Cronica (12-119 edita a Firenze per I. Moutier e F. Gherardi Dragomanni nei 1844-45) scrisse: " ... si provvide per gli ufficiali dell'abbondanza di fare quadrare i passi a confini..." mentre il celebre marchigiano del XVI secolo Annibale Caro definì "abbondanziere" il magistrato preposto a tale ufficio (Lettere scritte in nome del cardinale Alessandro Farnese, 3 voll., Padova, 1765, I 353).
Il termine Abbondanza, benché sinonimo di Annona, comportava una valenza militaresca di cui ancora nel XIX secolo si sentiva la arcaica portata: “...Abbondanziere: chiamavasi con questo nome negli eserciti coloro ai quali o per appalto o per altro dovere spettava la cura dell'abbondanza, cioè dei viveri dei soldati..." (v. Dizionario teorico-militare, compilato da un ufficiale del già Regno d'Italia, 2 voll., Firenze, 1847, sotto voce).
Abbondanza od Annona che fosse, l'Ufficio che la gestiva aveva in teoria la funzione di presiedere coi propri vettovagliamenti alle esigenze della popolazione, specie più povera, in periodi particolarmente calamitosi, anche se tale organismo, spesso appaltato o malgestito non produsse sempre gli effetti desiderati, tanto che i pensatori del XVIII-XIX secolo finirono per attribuirgli più difetti che qualità "...un vecchio errore di economia pubblica, l'annona, erasi convertito in sangue e succo dei nostri popoli..." (così Pietro Colletta, Storia del Reame di Napoli, 4 volumi, Capolago, 1834,I,32).
Secondo l'economista genovese Girolamo Boccardo, autore del Dizionario della economia e del commercio (Torino, 1857-63) l'ANNONA era più estensivamente "il complesso delle leggi relative al commercio dei generi di prima necessità, massime frumentarie, come i magistrati addetti a farle osservare, ed infine i locali e magazzini pubblici delle Granaglie".

Sotto quest'ultima considerazione di MAGAZZINO PUBBLICO si può giudicare l'Ufficio della Abbondanza istituito per Ventimiglia e Ville: da quanto reperibile dal documento di seguito trascritto l'Ufficio era stato istituito da tempo ma il suo funzionamento era stato tanto discusso e discutibile da rendere obbligatorie, all'8 settembre del 1655, la stesura di NUOVE NORME o CAPITOLI DELL'UFFICIO DELLA ABBONDANZA.

I nobili, che ne ebbero il controllo, non adempirono probabilmente ai loro compiti: ma ben si intende che gli aristocratici intemeli amassero controllare un organismo che gestiva cifre considerevoli e del resto il Commissario genovese (di cui non sappiamo il nome ma certo un Magnifico, dalla titolatura usata) se fece redigere dei CAPITOLI per il buon funzionamento della ABBONDANZA, ne affidò la cura provvisoria al nobile di Piazza Paolo Geronimo Orengo, ne concesse il controllo al discusso Parlamento intemelio e dei sei funzionari preposti all'Abbondanza ne attribuì quattro alla città e due alle ville, quando queste ultime erano già demograficamente superiori alla città e con abitanti più bisognosi dei soccorsi dell'Abbondanza.
Il primo capitolo sanciva appunto, l'istituzionalizzazione di 6 ufficiali preposti eletti dal Parlamento di Ventimiglia e Ville che però conferiva alla Città una pratica superiorità elettorale elettorale dei due terzi: cosi che a due agenti delle Ville ne sarebbero stati affiancati quattro per parte di Ventimiglia.
Tuttavia, e questo permette di recuperare ancor più l'idea di un istituto manovrato dalla nobiltà, il Commissario genovese tenuto conto che le Ville erano lontane (sic!) e i loro agenti dell'Abbondanza non avrebbero potuto, in caso di necessità, rapidamente coadunarsi coi colleghi per prendere opportune decisioni aggregò ai sei ufficiali, in perpetuo, il Sindaco del quartiere di Piazza (il quartiere cioè della nobiltà, nell'area della Cattedrale dove sorgevano le belle case dei Magnifici) che, quale Presidente avrebbe legalizzato le adunanze disertate per vari accidenti dagli abbondantieri delle Ville.
Nel contesto dell'annosa LOTTA DI SEPARAZIONE PER L'ECONOMICO TRA VENTIMIGLIA E SUE VILLE ORIENTALI la redazione del PRIMO CAPITOLO delle NUOVE NORME o CAPITOLI DELL'UFFICIO DELLA ABBONDANZA sembrerebbe andare incontro alle richieste dei villani specie Bordigotti che nel XVIII secolo, almeno in due occasioni, protestarono per l'assenza di propri ufficiali presso un inefficiente ufficio dell'Abbondanza, per la lentezza del servizio e perché i loro panettieri, obbligatisi a valersi del grano del Magazzeno pubblico intemelio ma spesso impediti dal mal tempo e dalle alluvioni del Nervia e del Roia a recarvisi anche per la durata di dieci giorni, una volta giunti per il rifornimento si sarebbero sentiti rispondere che non vi erano più granaglie, con grave pregiudizio della popolazione distrettuale.
Tuttavia, a ben guardare, una petizione bordigotta del 1633 proprio coi riferimenti alle difficoltà di contatti con Ventimiglia se da un lato impose in pratica la stesura di capitoli e la concessione di Ufficiali dell'Abbondanza alle Ville dall'altro rese possibile riconoscere legittima la loro eventuale assenza dalle riunioni e concesse la facoltà legale di istituire una Presidenza che garantisse il numero e la valenza statutaria all'organismo sì che le riunioni, a fronte dei controlli delle Autorità genovesi, risultassero fattibili e legittime.
L'inghippo evidente, a scapito delle Ville, stava nel fatto che la Presidenza venne conferita al Sindaco rappresentante della aristocrazia intemelia: come nel caso del serpente che si morde la cosa o nel giuoco di "prestigio" delle tre tavolette i Nobili o Magnifici di Ventimiglia potevano continuare a gestire l'Abbondanza come cosa propria.
All'apparente democrazia dei nuovi capitoli "dicevano di no" gli intoppi della burocrazia elefantesca e la possibilità di tenere delle riunioni affrettate accusando il maltempo (anche quando ai villani fosse possibile raggiungere per tempo la città).
E poi...in caso di vero maltempo, quando soprattutto il Nervia per lunghe piogge entrava in piena ed impaludava alla foce o addirittura, per mancanza di buoni argini, giungeva ad allagare un'ampia zona tra Vallecrosia, Camporosso Mare oltre tutta la vasta area nervina [e magari i danni si accentuavano in quanto si ingrossava persino il torrente Crosa o Verbone, quello quasi sempre asciutto che si usava valicare con un guado romano], l'Ufficio intemelio dell'Abbondanza poteva funzionare regolarmente, distribuire in città le sue riserve alimentare mentre gli isolati villani, trattenuti da piogge e paludi, finivano per sentirsi scornati ed ancor più impotenti coi loro due agenti dell'Abbondanza impossibilitati a raggiungere una Ventimiglia dove intanto, però, un Presidente nobile locale li sostituiva nell'Ufficio e faceva gli interessi del suo ceto, non certo quelli delle ville.
Così, specie nei periodi alluvionali e di carestie, la consapevolezza di essere stati gabbati si trasformava in sordo rancore ed i Villani eran sempre più convinti della necessità non di correttivi limitati e di piccole riforme ma di una loro completa emancipazione da Ventimiglia: ma questo lo sapevano anche i più astuti fra i Nobili di Piazza e parecchi di loro "tremavano" nell'attesa di qualche, improrogabile ormai, reazione dei popolani delle Ville, sempre più decisi, preparati e soprattutto finalmente uniti contro l'esosa città.


La separazione economica delle ville da Ventimiglia: La Magnifica Comunità degli Otto Luoghi


Nel 1672/3, sorto altro CONFLITTO tra Genova e Amedeo I di Savoia [in effetti le operazioni si concentrarono soprattutto nell'interno tra Piena e Triora) i terreni di Camporosso furono devastati dalle TRUPPE GENOVESI del comandante PRATO.
Gli abitanti chiesero l'indennizzo dei danni al Parlamento ma, non soddisfatti, si appellarono a Genova il 14-XII-1682 (son introvabili le suppliche delle altre ville :B.DURANTE-F-POGGI, Storia della Magnifica Comunità degli Otto Luoghi, Bordighera, 1986, pp. 283 sgg).

La Repubblica (timorosa di tumulti a vantaggio del Piemonte e per questo motivo più o meno consapevolmente preoccupata dell'insorgere, in questa periferia strategica del Dominio, di espressioni destabilizzanti di violenza contadina e/o privata/locale, connesse magari allo sviluppo esponenziale di fazioni e "parentelle" ) emise, l'11-II-1683, un decreto per la separazione delle ville da Ventimiglia rispetto all' "economico": ferma restando l'unità giurisdizionale di Ventimiglia e ville nel "Capitanato intemelio", si concedeva autonomia economica e fiscale ai borghi rurali di modo che gli introiti di tasse e gabelle andassero a vantaggio delle comunità rurali: per regolamentare la questione il Senato ingiunse che, fatta la divisione, si redigessero Capitoli per regolamentare separazione, reciproci carichi, obblighi ed introiti. Le ville accettarono la divisione e nominarono propri deputati per seguire la procedura.


Gli anni passarono tra confronti legali (accesi soprattutto da Ventimiglia abbastanza in crisi per la mancanza degli introiti fiscali delle ville, della vendita obbligatoriamente calmierata dei loro territori e soprattutto della mancanza di aree coltivabili, tenendo conto pure dei gravi danni causati da carestie e guerre: ultima ma gravissima per la città quella di Successione austriaca).
L' 1/ 2/ 1686 a Genova si comprovarono i Capitoli per le operazioni di divisione, con riferimento alla separazione economica per territori, stante onesta valutazione.

Il 21-IV-1686, a Bordighera (nell' Oratorio di S. Bartolomeo) i deputati delle Ville stesero un DOCUMENTO BASILARE PER LA LORO AUTONOMIA ECONOMICA:
si trattava di un atto -la SEPARAZIONE PER L'ECONOMICO DELLE VILLE DA VENTIMIGLIA E LA LORO ISTITUZIONE IN "MAGNIFICA COMUNITA' DEGLI OTTO LUOGHI" - per secoli introvabile, sin alla sua scoperta negli anni '80 di questo secolo ad opera del ricercatore d'archivio ed appassionato di storia locale Ferruccio Poggi, nel quale alla SANZIONE DI SEPARAZIONE, seguono i primi e fondamentali CAPITOLI che costituirono l'ossatura su cui, fatte salve alcune necessarie revisioni, in sostanza si governò per oltre un secolo, con autentico spirito democratico e di mutua collaborazione, la MAGNIFICA COMUNITA' DEGLI OTTO LUOGHI.

Tra '600 e '700 vennero poi gradualmente redatti tutti i documenti necessari per ratificare quel Grandioso processo di separazione economica per cui le antiche ville del contado orientale pur continuando ad essere politicamente ascritte al CAPITANATO DI VENTIMIGLIA e tramite questo connesse al DOMINIO DELLA SERENISSIMA REPUBBLICA DI GENOVA, potevano usare di una totale autonomia economica, sì da sfruttare per le proprie esigenze l' annuale gettito fiscale.

Nel complesso di tante norme e statuti scritti per le esigenze della nuova Comunità son da citare per importanza assoluta, coi più tardi e rivisti CAPITOLI DEL BUON GOVERNO, i CAPITOLI CRIMINALI o NORMATIVA (qui commentata) per dirimere le cause minori insorte nella Comunità [per i delitti gravi tutte i residenti delle località del DOMINIO GENOVESE e quindi tanto Ventimiglia che gli Otto Luoghi erano soggetti agli Statuti civili ed agli statuti criminali] e i CAPITOLI PER LA SALVAGUARDIA DEL MONTENERO [che era una comunaglia cioè un bosco comune e quindi fiscale: le comunità se ne servivano come di un bene pubblico, ne vendevano il legname, ne gestivano la fruizione sempre a favore della comunità] ed ancora il REGOLAMENTO CAMPESTRE DEGLI OTTO LUOGHI.

Vista inoltre la crescente importanza commerciale, alimentare e sanitaria dell'AGRUMICOLTURA (dato che il clima favorevole agovolava la coltivazione di cedri, aranci e limoni) negli anni le ville si dotarono anche di una normativa (o CAPITOLI) idonea a regolare sin nei minimi particolari la cultura degli agrumi e l'attività mercantile loro connessa che, via via, assunse per l'economia locale un ruolo importantissimo].

In base all'ATTO DI FONDAZIONE le ville avrebbero costituito una Comunità, una sorta di "democratica confederazione", la cui amministrazione (il cui fine doveva risiedere in un'oculata ed equanime distribuzione del gettito fiscale per le esigenze diverse delle diverse località) risiedeva nell'autorità di un PARLAMENTO composto di membri di provata onestà della Comunità stessa, con ampi poteri in materia economico-fiscale locale> il Parlamento non aveva peraltro una sede fissa ma si radunava, secondo un processo cronologico ben preciso di rotazione, nelle sedi delle ville principali, di modo che per consuetudini e carisma alla fine la villa sede dell'edificio del Parlamento non potesse come Ventimiglia influenzare o variamente lusingare, corrompere od asservire i "parlamentari" meno decisi delle altre località.

Le PROCEDURE DI DIVISIONE si protrassero sin al 1696 e continuaronono nel XVIII sec. per proteste di Ventimiglia la cui situazione degradava a vantaggio delle ville: comunque, alla fine. si tracciarono nuove linee confinarie tra le amministrazioni, fissando pietre di limite a disegno cruciforme (quelle che Ugo Foscolo durante un suo soggiorno ventimigliese, lugubremente, interpretò essere delle tombe sparse sui monti): una prova dei cippi di confine degli "Otto Luoghi" si vede sul Monte Nero di Bordighera (le pietre portano da un lato la sigla 8L [Otto Luoghi] e dall'altra la sigla S [Seborga] e SR [Sanremo].

Bordighera, esente da vari obblighi fiscali connessi al "pescato", migliorò la situazione socio-economica con un incremento demografico: pure Camporosso e Vallecrosia si giovarono della situazione.
Le ville meno fortunate, come Soldano e Sasso , presero a sospettare che Bordighera diventasse una novella Ventimiglia, desiderosa di egemonizzare il Parlamento delle ville: attriti tra i borghi sorsero tra 1773 ed 1787 quando si sparse voce di "Incursioni dei Turchi" (Arch. Com. Bordighera, "Atti 1759-1797). I Bordigotti ottennero da Genova che venissero sistemati "Per la difesa dei bastimenti nazionali" 2 CANNONI sul Capo della Ruota e 2 sul Capo S.Ampelio: gli abitanti delle altre ville avrebbero contribuito al mantenimento ma non sentendosi protetti da quelle lontane batterie, si appellarono a Genova contro una spesa per loro a vantaggio di Bordighera. Di fronte a una Bordighera "novella rapace Ventimiglia", si propose nuova separazione: vi furono petizioni e discorsi nel Parlamento di Comunità. La situazione si fece calda ma i deputati delle ville furono fermati dai fermenti rivoluzionari francesi che cancellarono Repubblica di Genova e sue istituzioni, compresi "Capitanato di Ventimiglia" e "Comunità degli Otto Luoghi"(B.DURANTE - F.POGGI - E.TRIPODI, I "graffiti" della storia: Vallecrosia e il suo retroterra, Vallecrosia, 1984, p.178, n. 10).


ULTIMI EVENTI STORICI DI POLITICA INTERNAZIONALE DELLA COMUNITA' DEGLI OTTO LUOGHI

INDICE
I danni furono notevoli, nonostante la neutralità di Genova, visto che al confine intemelio si affrontarono Austro-Piemontesi e Franco-Ispani asserragliati in "Ventimiglia" e protetti dalla flotta inglese.
Tante difficoltà sorsero, nell'area delle Ville, per il rifornimento di piemontesi ed austriaci ma, in rapporto ai danni che subì Ventimiglia, i quartieri di soldati in Bordighera e nelle terre di altri Luoghi costituirono un problema relativo.

Nel Ponente ligure la fine del 1745 e i primi del '46 erano trascorsi senza grossi scossoni, prescindendo dalla presenza di soldati francesi a Ventimiglia con la conseguente paura di rappresaglie ad opera dei nemici.

Dopo la pesante sconfitta subita di Piacenza il 16 giugno 1746), l'armata spagnola, su espresso ordine di Ferdinando VI, si stava ritirando lungo la Riviera Occidentale.
I suoi comandanti , per il pericolo di qualche imboscata piemontese, avevano deciso di controllare le vie di crinale sllo scopo di salvaguardare il fianco settentrionale dell'esercito.
La flotta inglese, peraltro, costituiva una minaccia perenne coi suoi bombardamenti dal mare e il 7 settembre alcune navi da battaglia britanniche colpirono con una pioggia di bombe e granate la cavalleria del conte De Gages ai Balzi Rossi.
Onde rifugiarsi nella munita piazza di Mentone evitando il micidiale tiro dei cannoni inglesi le truppe in fuga furono costrette ad intraprendere per un tragitto montano.
Il giorno eseguente gli Inglesi optarono per uno sbarco in forze contro la solida base francese ai Balzi Rossi: questa però, rafforzata da un contingente di granatieri corsi alle dipendenze di Genova, ricacciò l'invasione anche se patì quasi subito, per ritorsione, un serrato cannoneggiamento.

Intanto l'esercito piemontese, agli ordini diretto del suo Sovrano inseguiva sino a Finale i borbonici.
La Signoria genovese nel frattempo aveva spedito a Ventimiglia un dispaccio con cui si ordinava al marchese Doria di non impedire l'avanzata degli Austro-Sardi nè di ostacolare un qualsiasi sbarco inglese.
Tali comandi, per certi lati in contraddizione con quanto finora stabilito da Genova, erano un frutto della diplomazia che aveva appena ratificato gli accordi di Sampierdarena in dipendenza dei quali la Repubblica disarmava le sue truppe dietro concessione di un protettorato garantito dagli eserciti di Maria Teresa: nella città di frontiera vennero così smantellate 2 compagnie della forte milizia locale arruolate solo l'anno precedente e guidate dai capitani Roberto Aprosio e Saverio Rossi.
La Signoria, agli occhi perplessi dei sudditi, giustificava il processo generale di smilitarizzazione col principio di non voler assolutamente rallentare l'inseguimento dei Franco-Spagnoli ad opera delle forze Austro-Piemontesi.
I francesi, che però controllavano ancora la città di frontiera, come pronta risposta, imposero la resa delle fortificazione e il colonnello Tombeu del reggimento La-Sarra, interotti accessi e comunicazioni, occupò il forte a guardia della città.
I Franco-ispani, reputando basilare il controllo di tal fortificazione la potenziarono di nuove difese e di migliore artiglieria allo scopi di bloccare l'avanzata nemica.
Furono quindi messe in postazione nuove batterie, si ripararono casematte e mura: conferendo peso eccessivo alle proprietà difensive del castello, i francesi minarono pure il ponte sul Roia.
Di conseguenza rasero al suolo le diverse cascine circostanti e scavarono trincee presso la vecchia chiesa di S. Giuseppe.
Si portò quindi a termine un cammino coperto che correva dalla piazza d'armi al bastione del Cavo ove furono sistemati ulteriori cannoni, dislocando quindi altre batterie a guardia di tutti lati delle mura.
Circa 20 battaglioni avrebbe di conseguenza difeso il forte che finiva per trovarsi strategicamente al centro di un esteso schieramento il cui caposaldo era a Ventimiglia mentre le restanti forze avvolgevano La Turbie, l'Escarene e tutto il crinale che portava a Sospello.
La popolazione, senza trascurare il timore dei DISERTORI il cui numero andava crescendo fra le montagne come l'audacia resa necessaria da fame e disperazione, era impaurita dall'idea di una città contesa da 4 eserciti e dalla flotta inglese ma non potè far altro che supplicare il patrono S. Secondo con una fastosa cerimonia religiosa e votiva.
Mentre l'armata sabauda avanzava sul litorale, altre truppe, giunte dal Piemonte, per le valli liguri portavano i necessari rifornimenti.
Il 15 settembre i piemontesi di De la Roque occuparono Pietra Ligure mentre quelli agli ordini di Balbiani conquistarono Alassio.
Balbiani stesso,il 23 del mese, raggiunse Diano mentre la piemontese Oneglia era stata liberata da 100 carabinieri e 4 compagnie di granatieri scesi per aspre vie montane.

Le vittorie austro-piemontesi sui Franco-Spagnoli non smisero di finire in un crescendo di iniziative belliche: il 25 si arrese quindi Porto Maurizio, sito fondamentale nella strategia del DOMINIO DI TERRAFERMA, ed il 27 il Re Sabaudo conquistò San Remo con 4 brigate.
Pressapoco nello stesso tempo le truppe del De la Roque presero Taggia mentre i soldati di Balbiani rioccuparono Pigna in alta val Nervia.
Il 29 settembre cedettero poi le armi i nemici asserragliati nel castello Dolceacqua.
Don Filippo infante di Spagna, in fuga per Nizza, aveva superato Ventimiglia, allorché (29 settembre) Carlo Emanuele III con la Guardia e forze austriache raggiunse BORDIGHERA dove fuse le sue truppe con quelle del Leutrum e del Gurani (6 compagnie di granatieri e 40 ussari) e a quelle di De la Roque (brigata Savoia, brigata fucilieri).
A Bordighera il Re venne a conoscenza del fatto che forte S. Paolo era stato potenziato e, temendo qualche disavventura che potesse minare la contingenza favorevole in cui al momento si trovava con gli alleati austriaci, non provò alcun assalto e preferire ordinare al brigadiere Martini di aggirare Ventimiglia da Bevera insieme a 1.000 uomini ben preparati ed ottimamente equipaggiati.
I nemici, dalla manovra, trassero l'impressione di una grande operazione bellica contro cui sarebbe stato difficile difendersi anche sfruttando le risorse del forte.
Preferirono quindi lasciare a forte S. Paolo pressapoco 200-300 soldati del 3° battaglione svizzero di Vigier, e scelsero la strada della ritirata a Mentone.
Il Balbiani (4 ottobre), su comando esplicito del re, inviò da Dolceacqua, dove aveva messo quartiere, 2 contingenti, sotto il colonnello Alfieri e il conte Pampara, al fine d'aggredire Penna: la forza operativa, complessivamente, risultava composta da 50 carabinieri, 4 compagnie di granatieri e 5 picchetti ciascuno; i 60 uomini a difesa del forte di Piena si arresero senza colpo ferire e vennero catturati.

Le forze spagnole, temendo un accerchiamento, il 5 ottobre 1746 fuggirono da Sospello, importante base subito presa dal Balbiani assieme al colle di Castillon che unisce la Valle della Bevera e quella Roia con Mentone.
Da Bordighera il sovrano sabaudo inviò 10.000 soldati sin al Nervia.
Da lì truppe di ussari austro-sardi combatterono contro forze spagnole sin al PONTE sul Roia: Ventimiglia era assediata.
Da Nervia il comando austro-sardo mandò il generale Gurani con 6 battaglioni di fanteria tedesca (circa 4000 soldati) ad occupare i siti di Bevera e Seglia.
Sul far del 5 ottobre, presso le strutture del vecchio Castel d'Appio, gli Austro-sardi si scontrarono coi Francesi che proteggevano la ritirata dell' armata gallo-ispana diretta a Mentone e Nizza.
I Ventimigliesi, visto che la città era inerme e temendo un attacco austro-sardo al forte S. Paoloi, inviarono i sindaci Nicolino Galeani, Gio Angelo Orengo e Pietro Rossi al quartier reale di Bordighera per consegnare le chiavi di Ventimiglia a Carlo Emanuele III.
Intanto il tenente colonnello Di Palfi entro in città coi suoi granatieri austro-sardi, ben poco disturbato attraversando il Roia, da alcune cannonate delle batterie gallo-ispane di forte di San Paolo.
Le truppe tedesche entrarono con ordine in città, ma occupata la Piazza si abbandonarono al saccheggio nonostante nel '700 esistesse un diritto militare, applicato da tutte le nazioni civili, che condannava a pene pesanti chi si abbandonasse al sacco delle città: ma spesso, nelle strettoie morali di qualche faticosa battaglia, i soldati, sconvolti dalla tensione agivano in massa sì da non poter essere fermati da comandanti talora impigriti o rassegnati se non, nella maggior parte dei casi, convinti che qualche operazione eccezionale, al pari di un saccheggio, di volta in volta potesse avere un effetto devastante sui nemici vinti, con terre e fortificazioni devastati.
Il re sabaudo, informato di ciò, richiamò il Gurani coi fanti tedeschi e i granatieri del Di Palfi.

Gli Austro-sardi mandarono quindi il capitano d'Autigher a trattare le resa della guarnigione di FORTE SAN PAOLO, comandata dallo svizzero Dieffenthaller.
Costui si rifiutò di cedere le armi, e fece rompere parte dell'acquedotto che transitava sotto il forte privando la città di rifornimento idrico.
Carlo Emanuele ordinò allora di assediare il castello al generale Bertola col II° battaglione fucilieri, il battaglione Chablais e l'Aosta.
Il 10 ottobre le truppe austro-sarde, guidate dal Re, si mossero da Nervia per Dolceacqua e da lì per Bevera e, tramite la strada di S. Antonio, giunse a Mentone.
Nel frattempo il Bertola con una batteria da 8 pezzi di cannone calibro 24 e 32, sistemati sulle alture di Siestro, aveva preso a cannoneggiare la fortificazione.
Visto che la batteria non otteneva risultati decisivi, ne venne sistemata un'altra, di 4 cannoni calibro 16 e 2 mortai, sul monte Pedaigo che devastò i muraglioni del ridotto della tenaglia abbattendo la parte superiore del maschio.
Il Diffenthaller, comandante del 3° battaglione reggimento svizzeri di Visier, tentò un'orgogliosa resistenza ma la mattina del 23-X-'46, la guarnigione, decimata, si arrese.

I Gallo-ispani il 17 ottobre si erano rifugiati oltre il Varo: tennero presidi nei forti di Montalbano e Villafranca presto assediati dai nemici.
Carlo Emanuele III il 19 ottobre entrò in Nizza donde i Piemontesi risalirono la riva sinistra del Varo fino alla confluenza con la Tinee.
Dalla viaVal Roia, liberata dai nemici, transitarono vari reggimenti di cavalleria sabauda alla volta di Nizza.
I Ventimigliesi dovettero dar alloggio a parecchi battaglioni tedeschi del generale Novatin in atto di invadere la Provenza con i Piemontesi.
Il pomeriggio del I novembre gli Austro-sardi presero il forte di Montalbano catturandone la guarnigione di 70 uomini e 2 giorni dopo presero il castello di Villafranca.
Si formava un corpo di spedizione in Provenza con campo presso il Varo: vi stavano 37 battaglioni di fanti imperiali con 2.000 cavalieri agli ordini del generale Brown: vi si unirono quindi 18 battaglioni di fanteria piemontese rinforzati da 1.000 cavalleggeri sotto il Balbiani.
Carlo Emanuele III, prima dell'invasione, sfibrato dalla campagna, s'ammalò di vaiolo il 19-XI-1746. Nonostante le cure e i soli 45 anni, il Re, che stava a Nizza, sembrava cedere al morbo.
Il principe ereditario prese il comando affiancato dal barone Leutrum.
Il 30 novembre presero il via le operazioni militari austro-sarde oltre il Varo mirandosi alla conquista della Provenza fino a Tolone.
L'armata si mise in marcia su 6 colonne: l'avanguardia del marchese Novatin, di 16 battaglioni d'imperiali rinforzati dalla brigata Saluzzo, doveva attaccare i Franco-ispani a nord.
Altri 12 battaglioni sotto il generale Roth mossero contro il castello di La Gaude: 9 battaglioni d'imperiali del generale Newhaus si spinsero contro St. Marguerite.
La IV colonna, agli ordini del Balbiani, costituita dal reggimento Guardie, dal Savoi, e dal Monferrato, marciò a tappe forzate su St. Laurent.
Il generale Petazzi, a capo della V colonna costituita da Schiavoni, da 7 compagnie di granatieri imperiali e da 10 compagnie piemontesi, procedette a settentrione del villaggio di St. Laurent.
Il generale Sorbelloni, che guidava la VI colonna, guadò il Varo tra questo villaggio e il mare, comandando personalmente la cavalleria austro-sarda.
Dal mare le fregate inglesi proteggevano gli spostamenti di queste forze cannoneggiando i nemici.
I risultati non si fecero attendere e difatti già il primo di dicembre le forze d'occupazione entrarono a Grasse.
Il comando fu allora assunto dal conte Belleisle e si decise di chiamare a rinforzo le truppe spagnole che occupavano la Savoia.
Con 22 battaglioni di rinforzo e l'ausilio del generale Mirepoix, il Belleisle attestò le truppe sul fiume Siagne presso Antibes.
Tra il 15 e il 16-XII-1746 gli Austro-sardi, sempre protetti dalla flotta inglese, occuparono le isole Lerins e spararono molte bombe su Antibes: le operazioni seguitarono, con pause saltuarie fino al gennaio del 1747.


In Ventimiglia stava a quartiere un distaccamento piemontese sotto il Borea che curò la riparazione di molti danni di guerra tra cui quelli alle muraglie di forte S. Paolo.
Lo stesso comandante provvide con solerzia a rifornire i magazzini di legname, olio, candele, vino, carne salata e viveri diversi sin alla somma di 7.000 : oltre a ciò si procedette all'acquisto di 1.000 sacchi di farina e 80 botti.
Sopravvenne una certa tranquillità , in teoria senza vinti né vincitori, ma la Guerra, in modo quasi occulto, prese la via d'una lenta trasformazione strutturale.
Lo stato di tensione ed il pericolo di qualche scaramuccia, tuttavia, nell'agro prossimo a Ventimiglia fu sempre in agguato: a discreti periodi di tranquillità si contrapponevano imboscate ed aggressioni (specie di bande di disertori), assalti e scontri sanguinosi.
Sotto questo profilo la Comunità degli Otto Luoghi fu meno coinvolta per quanto tormentata dai campi e dai saccheggi dei soldati: in effetti però il vero rischio di stupri e saccheggi dipendeva dalle bande di disertori e sbandati, nel XVIII secolo i soldati regolari dovevano sempre ben guardarsi da eccessi e violenze sui cittadini, pena la morte.
Come tutti gli Stati europei, per esempio, anche la Repubblica di Genova, su mandato dei Serenissimi Collegi aveva preso a regolamentare l'inquadramento, l'addestramento e la disciplina dei suoi soldati ed in caso di quelle violenze (specie a scapito di fanciulli e fanciulle minori, delle donne e del buon cittadino, più in generale ancora della famiglia e delle sue proprietà essenze stesse dello Stato) che avevano contraddistinto il comportamento delle soldatesche dal medioevo al tardo Rinascimento le pene erano terribili: al proposito delle punizioni per i soldati criminali molti dati, per analisi comparativa alquanto simili a quelli delle grandi potenze, si possono oggi ricavare dall'analisi del raro testo degli Statuti Militari della Repubblica di Genova redatti nei primi decenni del 1700 dal colonnello Lorenzo Maria Zignago.
A Ventimiglia invece lo stato delle cose era sempre in bilico, costantemente precario, un nulla sarebbe sempre bastato ad accendere una miccia qualsiasi per qualche devastante esplosione.
Il comando franco-spagnolo, per valutare l'entità delle opere di fortificazione nemiche nella pianura, dovette affidarsi a una ricognizione della costa fatta dal mare per mezzo di una "felucca" il 23 dicembre 1747.
Dopo pochi giorni dalla ricognizione costiera il comandante della guarnigione gallo-ispana Conte de Broglie comandò a 60 miliziani e a 2 compagnie di granatieri con picchetti del reggimento Poitou (per complessivi 500 fanti) di compiere una sortita al di là del Roia.
Tra il 13 e il 14 gennaio 1748, con la complicità delle tenebre notturne, si svolse l'attacco sotto la direzione dell'ufficiale francese La Moliere.
Il contingente franco-spagnolo procedette su 3 linee: la prima assalì l'altura di Siestro mente le restanti due colonne mossero contro il convento di S. Agostino tenuto da una postazione nemica: l'antica, bella struttura era stata infatti scientificamente fortificata dagli ingegneri di guerra austro-piemontesi con la conseguenza di alterarne la struttura, le funzioni e da segnarne l'inizio del degrado dopo un glorioso passato.

Subito gli Austro-sardi spedirono truppe di ausilio dal campo di Nervia ma i Franco-Spagnoli riuscirono comunque ad occupare le palizzate erette intorno al cenobio e al suo ingresso.
Durante lo scontro, violentissimo, il La Moliere restò mortalmente colpito, con vari granatieri, da una scarica di moschetteria nemica.
La formidabile opposizione dei fucilieri austriaci costrinse gli aggressori a ritirarsi con celerità sulla riva opposta del Roia: naturalmente, in questo contesto di assalti e contrattacchi, gli assalitori meditarono un'intervento diversivo di riscossa e non molto tempo dopo spostarono in altra direzione le loro operazioni militari investendo l'agro intemelio cui faceva capo il borgo di Airole sulla via del Roia
Fu questo una fra i tanti tragici eventi che coinvolsero Ventimiglia ed il suo territorio: fortunatamente diplomatici e plenipotenziari, vista la condizione di stallo che ovunque caratterizzava il conflitto, ad Aquisgrana nel 1748 sottoscrissero la pace.
Ancora per un pò la città e la Magnifica Comunità degli Otto Luoghi rimasero esenti da altri fatti drammatici: tuttavia la Francia, sotto la spinta dei liberi pensatori e del trionfante Illuminismo, cominciò ad esser percorsa da brividi di innovazione.
Il pensiero antimonarchico, le giuste rivendicazioni contro l'Antico Regime ed il miope assolutismo dei Sovrani transalpini avrebbe presto coinvolto, con la Francia, tutta l'Europa.
L'Italia, coi suoi infiniti problemi politici, sarebbe stata presto un campo fertile per le nuove idee e la Liguria in cui il DOMINIO DI GENOVA, era ormai una larva a fronte della vitalità espansionistica sabauda sarebbe stata ancora una volta terra di esperimenti militari e politici, l'area perfetta dove, dopo la caduta dei Rivoluzionari intransigenti e la traballante affermazione del Direttorio, avrebbero preso il volo, sulla scia d'altri grandi condottieri francesi, il genio e la fortuna di Napoleone Bpnaparte.

Già alle origini della Rivoluzione di Francia, nello stesso fatidico 1789, avevano preso a rifugiarsi in Nizza sabauda perseguitati politici transalpini: la vicinanza tra Nizza e Ventimiglia anticipò la diffusione delle idee nuove e dei violenti contrasti politici, anche nella città ligure si schierarono opposti partiti, sulla scorta del nuovo pensiero rivoluzionario e dell'arrivo dei fuggiaschi.
Presto si accesero tumulti tra "reazionari" e "progressisti", il sangue non mancò di scvorrere, l'ira delle fazioni si accese prima che in altre parti d'Italia.
Comunque dopo Aquisgrana, e la Guerra di successione al Trono imperiale che tecnicamente e strateficamente aveva costituito un nuovo sistema di interpretare i conflitti, la storia "parve accelerare" i suoi passi su un piano continentale.
Nel '92 la Francia entrava in guerra con la Prussia e si costituiva in Repubblica: periodo grandiosi e terribili si sarebbero presto alternati, il terrore e la tragica grandezza morale di Massimiliano Robespierre, a seconda dei punti di vista, infiammarono o sconvolsero le coscienze turbate.

Presto si guastarono le relazioni col Regno di Sardegna e i governi non impedirono il conflitto.
Dopo il trionfo di Valmy (20-IX-1792) a capo delle divisioni francesi il Generale Massena, superato il Varo, conquistò la Savoia e l'importante base navale sabauda di a Nizza e, per l'asprezza degli scontri, i combattimenti, coi Francesi che parevano inarrestabili, si spinsero fin oltre i limiti territoriali delle nazioni coinvolte, investendo pesantemente la Liguria Occidentale.
Nel 1793 il Principato di Monaco venne preso e assimilato nel Distretto delle Alpi Marittime.
Durante la primavera del '94 i generali Arena e Mouret sfondata la frontiera genovese, conquistarono Ventimiglia il 6 aprile.
Il giorno dopo raggiunsero e oltrepassarono Bordighera e Sanremo conquistando (8 aprile) Porto Maurizio e Oneglia che apparteneva ai Savoia.
Durante tali operazioni operazioni i residenti della MAGNIFICA COMUNITA' DEGLI OTTO LUOGHI patirono requisizioni e danni: normalizzatasi la situazione, essi si abituarono al nuovo stato di cose, così che, con tutte le altre genti liguri, sottostavano al dominio francese già da 2 anni prima che, nella primavera del '96, iniziasse la campagna d'Italia di Napoleone.

Nel '97, costituitosi a Genova il Governo provvisorio della Repubblica Ligure, si soppressero l'amministrazione genovese e le sue varie ramificazioni a mosaico, fra cui la Magnifica Comunità di Ventimiglia e quella degli Otto Luoghi.
Il 26-VI-'97 una deputazione degli Otto Luoghi, ratificandosi a Genova la Costituzione della Repubblica, pronunciò un discorso che celebrava la fine dell'antico regime.
Il territorio repubblicano fu distinto in 28 distretti e Bordighera venne fusa in quello del Roia di cui era capoluogo proprio Ventimiglia.
Nel '98, domata una controrivoluzione a Genova e in Ventimiglia pacificati rivoluzionari e conservatori, l'ordinamento repubblicano fu dimensionato in 20 distretti e i paesi di quello del Roia entrarono in quello delle Palme con capoluogo Sanremo: Bordighera divenne Capo Cantone con Giudice di Pace di I classe.
L'anno II della Repubblica Ligure, l'8 marzo 1799 essendo presidente nazionale il cittadino Leveroni fu trasmessa al Consiglio dei Seniori, di cui era presidente il cittadino Pizzorni, una bozza di legge che, approvata il 4 aprile 1799, fu trasmessa, essendo presidente il cittadino Costa e segretario generale il cittadinoSommariva, al direttorio esecutivo che l'approvò e la fece pubblicare il giorno successivo: venne così promulgata la fondamentale LEGGE che per riordinare la REPUBBLICA LIGURE sanciva alcuni punti basilari dai seguenti titoli: DELLE AMMINISTRAZIONI GIURISDIZIONALI, CONTRIBUZIONI, BENI NAZIONALI, ISTRUZIONE PUBBLICA, STABILIMENTI RELIGIOSI E SOCCORSI PUBBLICI, LAVORI PUBBLICI, POLIZIA GENERALE, SORVEGLIANZA SULLE AMMINISTRAZIONI MUNICIPALI> essa davvero segnava la fine delle ultime parvenze burocratiche dell' AMMINISTRAZIONE DELLA REPUBBLICA DI GENOVA ed inaugurava la breve ma importante storia della REPUBBLICA LIGURE!]

Nel 1800, dopo che gli Austro Sardi ebbero riconquistata la Liguria, la nobiltà intemelia spinse il Generale Elnitz a restaurare il vecchio regime e la dipendenza degli "Otto Luoghi" da Ventimiglia (20-V- 1800).
Napoleone, vincendo a Marengo (14-VI-1800) riaffermò presto il dominio francese e nel 1802 attuò un III ordinamento della Repubblica Ligure in 6 distretti: Bordighera con Ventimiglia, Sanremo, ed i paesi vicini, fu inserita in quello degli Olivi.

Con l'Impero napoleonico, la Repubblica Ligure fu soppressa e divisa in 4 dipartimenti francesi (1804): Bordighera rimase quindi ascritta, fin alla Restaurazione(1815), a quello delle Alpi Marittime, circondario di Sanremo.
Durante la dominazione francese, nel Ponente serpeggiava uno stato di disagio, sia per timore di invasioni che per il rallentamento dei commerci, a causa dei corsari francesi e onegliesi.
Nel '93 una carestia colpì, con la Liguria occidentale, anche gli Otto Luoghi, costretti a rifornirsi di granaglie e commestibili per la popolazione: la situazione si aggravò negli anni seguenti specie fra aprile '94 e primavera '96 viste le requisizioni di guerra del fieno per le bestie (muli in particolare, destinati a trasportare armi e provviste).
Ad aumentare la crisi nell'estate '94 giunse un'epidemia.
Il ventennio francese in Liguria occidentale fu distinto da difficoltà economiche ma è doveroso ricordare che proprio i Francesi (oltre ad introdurre l'uso di due alimenti mal visti dai Liguri delle vecchie generazion cioè i pomodori e soprattutto le patate) crearono le basi per l'incremento di traffici e commerci.
A riguardo delle ville fu incentivato il commercio dell'olio dopo la realizzazione (1804, 1810 e quindi conclusa nel 1828) della Strada della Cornice (oggi "via Aurelia") voluta dal Bonaparte.
Si trattava della I linea costiera di agevole comunicazione in Liguria dai tempi in cui i Goti ed altri barbari distrussero la Julia Augusta.
Una corrente di traffico si sviluppò sul litorale ligure: la parte più vicina alla Provenza fruì di gran transito di merci e viaggiatori.
In Bordighera la nuova strada dopo l'Arziglia non saliva al paese sul Capo, ma correva nella piana, fiancheggiando la spiaggia.
Il vecchio paese, con le strette porte, non rispondeva più alle nuove esigenze.
Gli abitanti della villa, attratti dai traffici lungo la Strada della Cornice , vi si trasferirono, fabbricando case ai suoi margini: poco per volta strutturarono, ai lati della via, il I nucleo di una moderna città.

Nel 1812 s'era costituito un gruppo d'abitazioni, detto Sobborgo della Marina e il nome comparve in una relazione francese del 19-VII-'12, quando 2 fregate e un vascello inglesi sbarcarono circa 200 uomini tra la batteria di cannoni al Capo e quella della Ruota, in regione Bagnabraghe.
Volevano dar prova di forza dopo che il 14-VII-1811 una loro nave era stata bombardata [dal 1783 eran state poste a guardia del mare 2 batterie di cannoni alla Ruota, alle porte di Ospedaletti, e sul Capo : i 3 pezzi del Capo, disposti intorno alla Polveriera del Marabutto, eran detti Butafoegu, Tiralogni e Cagastrasse].
Così il 19-VII-1812 gli inglesi marciarono contro il Capo: portarono via i cannoni, sin alla Cappella di S. Sebastiano.

Nell'aprile del 1814, dopo l'abdicazione del Bonaparte sconfitto a Lipsia dagli alleati, gli inglesi entrarono in Genova e restaurarono la Serenissima Repubblica , fra la contentezza di tutti i ceti sociali sfiancati dai lunghi anni delle guerre napoleoniche.
Si trattò però di un atto provvisorio in quanto‚ un anno dopo il Congresso di Vienna, per un quasi naturale appagamento dei Savoia, la Liguria fu assegnata al Regno di Sardegna. Bordighera divenne allora Comune indipendente con proprio Sindaco: il territorio della Contea di Ventimiglia venne di nuovo smembrato senza essere eretto in Provincia.
La Liguria occidentale restò quindi divisa nelle tre province di Nizza, Sanremo e Oneglia con un'alterazione degli equilibri che avevano governato di Ventimiglia e degli Otto Luoghi: per esempio a differenza della città e soprattutto di Camporosso, villa con cui ebbe una lunga storia comunitaria, che vennero ascritte a Nizza, Bordighera rientrò nella Provincia di Sanremo e siffatto smembramento finì per complicare seriamente i rapporti burocratici ed amministrativi tra centri legati da antichi interessi unitari e messi ora in condizione di far capo, con vari e comprensibili problemi, a due distinti Capoluoghi burocratici.
Infatti, benché la "Comunità degli Otto Luoghi", come istituzione politico-amministrativa, non esistesse più da anni, sopravvivevano interessi comuni tra gli otto paesi, da cui era stata istituita, che i Sindaci, anche per evitare scontri di interesse, scelsero ancora di trattare in maniera collegiale, pur rendendosi ormai inevitabile una revisione amministrativa e confinaria tra le ville, ora moderni comuni, revisione che, per tanti fattori, si protrasse a lungo, fra il 1819 ed il 21 giugno 1848.
Dal 1817 iniziarono le prime incomprensioni, poi dal 1819 si intrapresero le pratiche di divisione ufficiale e queste, annosamente, si trascinarono sino al 1848 quando una delegazione, di Regio incarico, costituita dall'Intendente della Provincia, dall'Avvocato Fiscale e dal Prefetto del Tribunale di Sanremo riuscì a risolvere i diversi interessi.
Dal 21-VI-1848 Vallecrosia, che ormai aveva una pluridecennale esperienza comunale, vide finalmente sanciti i suoi limiti amministrativi la Municipalità non parve però soddisfatta dalla soluzione in quanto l'operazione, che attribuì a Camporosso uno sbocco al mare, lasciò perplessi e fece, a più di un abitante di Vallecrosia, maturare l'ipotesi di un'illecita mutilazione.
I1 problema della sistemazione dei confini e conseguentemente dell'individuazione delle distinte aree amministrative aggiudicabili rispettivamente agli otto borghi dell'ormai estinta Magnifica Comunità, fu annoso e controverso, ma si può ben dire che proprio dalla sua tormentata risoluzione nacquero, ufficialmente, i moderni comuni di Bordighera, Vallecrosia, San Biagio, Sasso, Soldano, Camporosso, Borghetto, Vallebona (che pure andarono incontro a destini diversi: alcuni rimasero come erano sempre stati, altri si ingrossarono come Camporosso, altri ancora quali Vallecrosia e Bordighera, che fini coll'inglobare Sasso e Borghetto, assunsero poi i connotati di autentiche città).
Per integrare quanto detto prima giungono però opportune alcune precisazioni prioritarie.
Il riordinamento della Liguria nelle due Divisioni, di Genova e Nizza, non fu, come anche pare logico, contemporaneo al passaggio dell'intera regione alla corona Sabauda (1815): in effetti si tentarono soluzioni compromissorie e provvisorie che talora scatenarono perplessità e proteste e la divisione ufficiale oltre che definitiva e ascrivibile a qualche anno dopo (1818).
Nel 1816 si sparse a Vallecrosia l'impietosa notizia di un reale progetto secondo cui, nell'ambito della divisione del territorio ligure in due Contadi (di Genova e Nizza), la linea di demarcazione sarebbe stata spostata dal corso del torrente Nervia alla Collina della Nunziata e il territorio ad oriente del Nervia sino al nuovo limite sarebbe poi finito sotto l'amministrazione del comune di Camporosso, che avrebbe così quindi fatto parte del contado nizzardo.
Pur nell'ambito delle ambigue demarcazioni della Magnifica Comunità, la parte terminale dei territori immediatamente a est del Nervia fu ritenuta ab antiquo di Vallecrosia (e, nella porzione superiore, di San Biagio) ora, nell'ipotizzata nuova sistemazione, questi due borghi, appartenenti invece al Contado di Genova, sarebbero stati depauperati di diritti e proventi ritenuti antichissimi.
Da qui derivarono le impaurite petizioni, espressioni magari di campanilismo ma soprattutto dettate da concrete valutazioni storiche, che si leggono nel Registro della corrispondenza, anno 1816, in Archivio Comunale di Vallecrosia.
Il grave della faccenda consisteva nel fatto che, contestualmente, si stavano in pratica risistemando, a livello amministrativo, la Liguria e gli Otto Luoghi: e questo incrementava, nella gente di queste località, confusione e stupore.
Tra le vecchie ville intemelie non vigeva più l'armonia di un tempo e la coscienza di una propria autonomia amministrativa, maturata nell'esperienza rivoluzionarla, valse ad accelerare un processo di separazione, che venne però recepito straordinariamente prima a livello culturale (e campanilistico) di quanto venisse ufficializzato dalle lentezze burocratiche.
Camporosso parve il Comune privilegiato, sia perché assegnato con Ventimiglia al Contado di Nizza sia perché gratificato di quell'imprevisto accesso al mare che è tuttora ribadito dal corridoio orientale del Nervia che con la stessa area costiera si nomina quale frazione di Camporosso Mare.
Ma ormai tra i Comuni, nell'attesa di una definizione dei vari problemi giurisdizionali e amministrativi, vigeva una certa tensione, in quanto, per la volontà di tutelare la propria autonomia e nello stesso tempo per l'altrettanto fiera volontà di conservarsi vecchi privilegi, ogni municipalità sr arrogava diritti e pretese ma, con tenacia, misconosceva quelli altrui.
Cosi, anche quando nel 1818 però il territorio intemelio venne ascritto alla Divisione di Genova, continuarono le petizioni e le proteste per quanto riguarda Vallecrosia, in particolare, contro Camporosso e gli ufficiali del Dazio (da sempre invisi) delle stazioni di controllo site al Nervia e ai confini con Soldano (Registri della corrispondenza, anni vari, in Archivio Comunale di Vallecrosia, documenti).
Tra liti e momentanee rappacificazioni i Sindaci degli otto borghi tentarono di risolvere le questioni della divisione, affidandone prima il progetto al geometra De Tommasi (1819) che realizzò nel 1828 il Tipo figurativo del territorio per la divisione degli Otto Luoghi, e poi al geometra nizzardo Escoffier che fece nel 1833 una sua proposta tecnica: ma nessuno si dichiarò soddisfatto.
Poi nel 1835 ci si dovette appellare all'imparzialità della Commissione Regia.

Un Progetto di Divisione del territorio della Comunità degli Otto Luoghi fu registrato a Sanremo il 30-V-1843 e per quanto riguardava Vallecrosia vi si legge: "Valle di Vallecrosia, composta di questo comune e di quelli di San Biagio e di Soldano, stimo doverle essere assegnato tutto il territorio compreso tra i limiti descritti, e dati come sopra alla valle di Camporosso, e così inclusivamente ai a meta della larghezza del letto del torrente Nervia a ponente, li territori di Dolceacqua e di Perinaldo a tramontana, il Vallone che prende il nome dal detto villaggio di Vallecrosia a levante, ed il lido del mare a mezzogiorno. Ed attesoché il detto villaggio di Vallecrosia si trova sulla sponda sinistra di quel torrente, io credo doversi anche assegnare a questa Valle una porzione del territorio sulla medesima sponda a finché quel villaggio non si trovi nel territorio d'un'altra valle..".
L'estensore del progetto Regio Misuratore Ludovico Escoffier basò queste sue riflessioni, che paiono sincere, sul fatto che "...la situazione rispettiva di quei villaggi, e la vasta estensione del territorio esistente sulla sponda destra della Nervia, ove trovasi il Villaggio di Camporosso non permettono in alcuna maniera ne dl stabilire una divisione cosi naturale e così comodo ne di dare una uguale quantità di territorio ad ogni valle, come si riconosce evidentemente dalla semplice oculare ispezione della pianta medesima stante che se queste quattro valli dovessero comporsi dei due pendenti a destra ed a sinistra dei torrenti, il Comune di Camporosso asservirebbe quasi la metà del territorio, e quello di Bordighera Capoluogo, o sarebbe confuso colla valle di Vallebona ossia col vallon di Batallo, o sarebbe così ridotto ad una ben piccola superficie. Laonde, dopo di avere il tutto attentamente esaminato io sono in senso che per conciliare gli interessi di tutti li villaggi condividendi e per dare a cadauno di essi l'estensione di territorio che si approssimi quanto sia possibile alla tangente cui li medesimi hanno diritto in precedenza, ed ai limiti più naturali, si deve assegnare".
A Camporosso venne, sulla base di queste riflessioni, proposto di assegnare "tutto il territorio esistente a ponente della sponda destra del Nervia inclusivamente alla metà della larghezza di questo torrente"; Vallecrosia, con grande soddisfazione, si vedeva riproporre il confine comunale occidentale del Nervia!
Ma Camporosso si oppose a questo progetto di cui il Prefetto di Sanremo Uberti fece inoltrare copie per ogni comunità.
Per quattro anni si ridiscusse la questione e nonostante le pressioni di Vallecrosia che si riconosceva limitata dal Nervia questo progetto venne sostituito da un successivo che riportò le questioni al punto di partenza.
Della soluzione definitiva, a riguardo delle relative aree comunali e della Divisione della Comunità delli Otto Luoghi non si hanno molti altri documenti specifici: come già detto essa fu comunque sancita nel 1848 e , secondo l'ottica municipalistica, fu ritenuta penalizzante da Vallecrosia in particolare, anche se ogni borgo aveva rimostranze e distinguo da avanzare.
Tuttavia per chiarire la questione e riconoscere come dopo il 1848 il confine comunale di Vallecrosia ad occidente non fu segnato col Nervia ma col discriminante più orientale del Colle della Nunziata vale la pena di riproporre un documento datato 12-III-1849, e quindi posteriore alla definitiva soluzione confinaria redatto dal Segretario comunale dell'epoca Biancheri e conservato nel Libro delle deliberazioni consiliari, stesso anno, in Archivio comunale di Vallecrosia, intitolato: Relazione del Segretario Comunale, stante che non vi sij Catastraro, relativo all'Asse Catastrale della Comunità di Vallecrosia, ed alcuni dati Statici della medesima.
In tale atto si legge: "e il territorio della Comunità di Vallecrosia sarebbe composto delle falde di due Colli in direzione da tramontana a mezzogiorno, una posta a destra del Torrente denominato Vallon di Vallecrosia e l'altra a sinistra del medesimo, ed una pianura sita alle estremità di detti Colli sino al lido del mare.
Questo territorio confina a tramontana col territorio del Comune di San Biaggio mediante due Piane, una cioè a destra del torrente chiamato Piandodo dal punto dove sgorga nello stesso Torrente dalla sua origine, ed in direzione diretta sino alla sommità del Colle, e l'altra alla sinistra detta di Caossa dal punto ove versa nel Torrente medesimo sino alla sua origine ed indi in direzione retta sino alla sommità del Colle ove si incontra una strada; a Levante questa strada in direzione a mezzogiorno sino all'origine del Vallon di Rattaconiglio, ed indi questo Vallone sino al lido del mare in confine della Comunità di Borghetto; a Ponente la cresta del Colle, in confine del Comune di Camporosso, seguitando l'... dello stesso Colle in direzione a mezzo giorno sino all'estremità del medesimo, indi dalla metà del piede di questo, mediante una linea retta, sino al lido del mare; ed a mezzogiorno il lido del mare dal Vallon di Rattaconiglio sino alla detta retta ".

Pare ormai evidente che nell'ambito della raggiunta conciliazione dei borghi, relativamente al problema delle rispettive aree amministrative, la municipalità di Vallecrosia abbia poi dovuto accettare una soluzione compromissoria che ribadì l'accesso al mare di Camporosso, altrimenti infattibile, relativamente alla striscia di territorio che oggi attraverso la località Braie porta a quella rivierasca di Camporosso Mare.
Vallecrosia fu cosi individuata nella sua esatta porzione amministrativa segnata ad occidente dal Colle della Nunziata e a levante dall'origine del Vallon di Rattaconiglio (per i restanti limiti non sorsero in linea di massima grosse controversie): e quest'area amministrativa, bene o male poi accettata, fu quella con cui si identificheranno le successive vicende del moderno Comune di Vallecrosia.
Lo stesso accadde per gli altri borghi, pian piano si risolsero tutti i vari problemi e si aprì la strada della loro storia moderna, destinata a passare ancora attraverso le tormentate vicende di guerre, scontri politici, trasformazioni economiche, sino ai cataclismi della II guerra mondiale, quando forze nemiche trasformarono la quiete mistica del S.Croce, antichissimo castellaro ligure, tra Vallecrosia e S.Biagio, in un'area di lotte e di scontri.

Poi, dopo la fine della guerra, nel fiorire della pace si ebbero altre trasformazioni ancora, con l'esplosione della floricoltura e del turismo: ormai gli Otto Luoghi vivevano la loro autonomia in una sorprendente vitalità di iniziative: ma forse, meditando un poco su quanto fecero i Padri fondatori dell'antica Comunità, oltre la loro semplicità, al di là della loro lotta per una vita più giusta tramandano all'oggi un messaggio straordinario di democrazia, il segnale che, se la volntà regge e governa gli uomini, ogni ostacolo si può superare, ogni difficoltà diventa superabile, i giorni non si succedono più oscuri ma fruttuosi di promesse.
Un messaggio su cui neppure oggi, quando tutto sembra così banale, val la pena di meditare un pò, per scoprire le proprie radici ed assaporare il gusto, mai abbastanza provato, della fratellanza!






Su questa villa intemelia le perplessità son state molte (e ribadite in vari volumi, da quello su Vallecrosia a quello specifico sulla Comunità degli Otto Luoghi).
In un utilissimo lavoro edito di recente Renzo Villa, entro un suo contributo, Toponimi dei Quartieri e delle Ville (specificatamente a p.287 del suo Glossario dei toponimi) ha utilmente scritto: "PIAN DE COY [a lo pian de Coy] SO 340, ma il toponimo risulta a San Biagio dove è tuttora vitale nella forma contestuale in dialetto IN CIAN DE CUI".
Apportando la debita documentazione lo studioso continua poi: "Franciscus Peitavinus quondam Marci possidet partem superiorem domus in Santo Blaxio item terram in lo Pian de Coy: registrazione catastale in OL 112. - 1554: Fassiam unam terre zerbidam sitam in territorio Vintimilij et loco dicto Pian de Choj, Fondo Not. Fil. 153. - 1655: una terra detta il Chian de Coi, Villa di Santo Biaggio c. 12 v."
Sulla scorta di queste acquisizioni e di successive postulazioni è forse possibile delineare sull'argomento un quadro geomorfologico e sociopolitico abbastanza esauriente, tale che, completando le affermazioni di Renzo Villa, si può con alto grado di probabilità delineare l'arcaica genesi di questa fantomatica, ma realmente esistita e per certi aspetti mai del tutto scomparsa, VILLA COLLE DE COY [nemmeno citata per un riferimento storico in più tardi CENSIMENTI] di cui però la persistenza odierna del menzionato toponimo PIAN DE COY (dialetto = CIAN DE CUI) potrebbe facilmente essere il superstite relitto linguistico e l'area sopravvissuta, appunto quella pianeggiante e posta a colture a fronte del complesso demico, magari raggruppato attorno a qualche edificio maggiore e pubblico come ad esempio la ROCHA di cui si parlerà continuando questo tragitto multimediale.