cultura barocca
ACCADEMISMO

L'ACCADEMISMO IN GENERALE E IN PARTICOLARE L'ACCADEMISMO LIGURE TRA XVI E XVIII SECOLO

L'ACCADEMISMO IN ITALIA (COME QUI SI VEDE DA TESTO ANTICO DIGITALIZZATO NEMMENO ESCLUSA LA CONTRORIFORMISTICA ROMA) conobbe tra i secoli XVI e XVIII un fulgore impressionante e attrasse una marea di eruditi tra cui il ventimigliese Angelico Aprosio. A questo fenomeno non partecipò tuttavia, a pari livello, il Dominio di Genova nel cui contesto nessun istituto accademico [anche per l'assenza di un CENTRO UNIVERSITARIO: LE CUI FUNZIONI ERANO, MA SOLO PARZIALMENTE E CON VARI LIMITI, ESPLETATE DAL COLLEGIO DEI GESUITI DI GENOVA che giova dirlo era in contatto con il COLLEGIO GESUITICO DI SANREMO] e nonostante la Liguria potesse vantare un gran numero di scrittori ed eruditi come si evince dalla silloge di RAFFAELE SOPRANI, LI SCRITTORI DELLA LIGURIA E PARTICOLARMENTE DELLA MARITIMA edita nel 1667 e qui INTEGRALMENTE DIGITALIZZATA CON GLI AUTORI DISPOSTI IN INDICI MODERNI PER VIA ALFABETICA DEI COGNOMI) ebbe la vivacità di tanti altri e quantomeno della veneziana, polemica e libertina, ACCADEMIA DEGLI INCOGNITI o la vita fervida e il potente respiro intellettuale di quell'ACCADEMIA PLATONICA sorta in Firenze ai tempi di una gloriosa parentesi umanistico-rinascimentale, ma anche per la beatificazione terrena della Corte Medicea, una corte dai connotati estremamente diversi da quelli di qualsiasi "sociale adunanza" possibile in Genova, e meno ancora in altre città del Dominio ligure.
E' realistica l'immagine di una Liguria, dove l'essere letterati fu più un gusto che mestiere, laddove prima si doveva essere pratici per poi essere fantasiosi e scientifici: come il politico Anton Giulio Brignole Sale o il filosofo ideatore G.B. Baliani o il giurista Agostino Mascardi = leggi anche (l).
E' reale la vicenda di una formazione letteraria del ceto dirigente ligure presso le università di Bologna, Padova, Pisa, Pavia, per l'assenza di un adeguato centro genovese di cultura, ed è pure concreta la vicenda che ora si chiamerebbe "fuga dei cervelli": valgano come esempio i successi di un romanziere del calibro di Bernardo Morando (nativo di Sestri Ponente), colti non a Genova ma a Parma e Piacenza presso i Farnese.
In un tessuto geopolitico e socio-economico come quello della Repubblica, dove non solo la sopravvivenza ma le stesse fortune economiche dipendevano dall'attivismo commerciale, le Accademie letterarie certo non prosperavano, ma pure, in casi e tempi diversi, ebbero una loro dignità e si meritarono l'ascrizione di eruditi di buon nome, non necessariamente liguri.
Pur esistendo in Genova dal 1522 l'Accademia letteraria istituita dal Magnifico Saoli -antico esponente di una nobilissima casata genovese con cui Aprosio ebbe intense relazioni- e ben giudicata dal Tiraboschi, bisogna riconoscere che i più significativi consorzi letterari in Liguria risalgono al XVII secolo.
Senza dubbio l'organismo più importante del FENOMENO ACCADEMICO LIGUSTICO fu quello rianimato dal nobile Anton Giulio Brignole Sale arguto estensore delle Instabilità dell' ingegno che, attorno ai fermenti dell'ACCADEMIA DEGLI ADDORMENTATI, richiamò personalità illustri, da G.A. Spinola ad Ansaldo Cebà, a G. V. Imperiale, a G. Pallavicino.
Il Brignole Sale fu intimissimo dell'erudito intemelio Angelico Aprosio, molti libri gli donò per la sua biblioteca, ebbe con lui fittissima corrispondenza di natura letteraria.
L'Aprosio, ottimo nome nel tempo come bibliofilo ed erudito marinista, volentieri partecipò alle adunanze degli Addormentati, e ciò era naturale ritenendo egli un vanto l'ascrizione alle più diverse Accademie e fu infatti Incognito a Venezia, Ansioso a Gubbio, Apatista a Firenze, Geniale a Codogno, Vagabondo a Taggia (2).
Tramite l'Aprosio, il Brignole Sale conobbe poi Pier Francesco Minozzi, incredibile poligrafo di Monte San Savino ai limiti del più esasperato concettismo letterario.
Il Minozzi, che scrisse spesso sotto lo pseudonimo-anagramma di Pirro Mozzi Canfesceni partecipò attivamente alla vita culturale ligure: fu tra l'altro attivo a livello della meno celebre e genovese Accademica dei Vigilanti (il cui esponente più rappresentativo rimane Prospero Antonio Rossi) ma operò, soprattutto con "Discorsi poetici" tra gli Addormentati, sino a fare il verso, ai confini della frenesia poetica, allo stesso Brignole Sale, di cui pure fu ospite ed amico, nelle sue lezioni accademiche pubblicate sotto il titolo ambiguamente provocatorio di Libidini dell'Ingegno.
Le evoluzioni letterarie del Minozzi che giostrò, come con tutti, anche con i genovesi Addormentati per dimostrarsi sempre più audace e provocante sono conservate a centinaia nei volumi o nelle miscellanee della Biblioteca Aprosiana di Ventimiglia, e certo meriterebbero di essere ben studiate per valutare l'eccezionale importanza che questo avventuriero letterario, toscano di origine ma ligure per tante adozioni, ebbe all'interno dei sodalizi culturali genovesi (3).
Nel Levante, qualche contatto con l' "Accademismo genovese" ebbero gli Inariditi di Chiavari, adunantisi nel palazzo del Marchese Costaguta e testimoniati nelle stampe (Genova, per il Calenzano, 1650) da una Lode poetica della città di Stefano della/dalla Cella, accademico Avvivato tra gli Inariditi. A Genova e all'Aprosio fu pure legata la minuscola Accademia della Zappa, istituita a Rapallo dal medico e letterato Giovanni Agostino Molfino che ne scrisse all'erudito intemelio verso il 1670 (4) (anche se Rapallo fu celebre in particolare per aver dato i natali al grande Fortunio Liceti che nel variegato campo della sua erudizione si segnalò anche per lo studio sulle lucerne dei Romani antichi, la loro raccolta e il teorema delle lucerne immortali)
In Savona, la tradizione letteraria confortata tra XVI e XVII secolo dal carisma di Gabriello Chiabrera, si polarizzò intorno all'Accademia degli Accesi, istituita verso la metà del l500, avente per impresa od insegna "alcune legna, un fuoco" e per motto la scritta 'ex se se extollet'. Come risultati a stampa ne sopravvissero il Discorso del signor Francesco Maria Vialardi, fatto all'Accademia di Savona sopra la prima proposizione di Aristotile, che tratta dei costumi (Parma, Seth. Vioti, l578); le Tesi e Conclusioni ideologiche del domenicano padre Achino del 1585; la tragedia Alceste di Giulio Salinero (Genova, per il Bartoli, 1593), l' Abbandonato fra gli Accesi, animatore dell'Accademia col Chiabrera, G.B. Gabotti e F.M. Vialardi. Per il XVII secolo non si conservano a proposito di Savona ulteriori documentazioni accademiche, forse anche in dipendenza dell'originale collocazione ideologica del Chiabrera, e solo nel 1700 si riscopre l'antibarocca ed arcadica Accademia degli Angustiati.
La buona tradizione culturale di Albenga si concentrò intorno all'Accademia degli Arditi, esistente già dal 1605, poi destinata ad evolversi nell'Accademia dei Mesti, sorta verso la metà del XVII secolo e a sua volta, in piena reazione al gusto barocco, affiliata all'Arcadia romana del Crescimbeni come Colonia Ingauna con stemma "piante di giacinto" ed il motto Laeti redeunt.
In merito a queste riflessioni sull'Accademismo Culturale e letterario di Liguria tra '600 e '700 vale la pena di menzionare come a Taggia, nell'Imperiese, dove tra l'altro si ebbero non isolate testimonianze di attivismo culturale, il l9 Agosto 1668 nell'abitazione del facoltoso Giovanni Stefano Asdente si inaugurò l' Accademia dei Vagabondi (l'impresa o stemma era un sole raggiante): Angelico Aprosio ne fu il membro più illustre e vi prese il nome di Aggirato; ma non ne ebbe grande stima né la frequentò forse perché troppo periferica e priva di ascritti di nome e troppo dipendente dal poligrafo suo "Principe", l'avvocato Giovanni Lombardi che si limitò a produzioni d'interesse locale o lasciate manoscritte, come quei pochi sonetti che nel XIX secolo individuò l'erudito canonico Lotti: si ricorda altresì il dottore in legge Giovanni Antonio Ruggeri che dallo stesso Aprosio venne citato tra i fautori della sua biblioteca.
Il Rossi ha negato che esistesse a Sanremo un'"Accademia degli Affidatati", e chi comunica queste notizie ha dimostrato, contro quanto credeva Girolamo Rossi, l'inesistenza di un'
Accademia Intemelia degli Oscuri
(vedi da p. 67 e quindi le note 13-21 del saggio critico utilizzato; in particolare poi la nota 36 da fine p. 89 a prime righe p. 90, nota che riguarda il riutilizzo per un appunto gandolfiano di uno scritto di Domenico Ciriaci) che fu soltanto progettata dal successore dell'Aprosio alla Biblioteca,
Domenico Antonio Gandolfo
cui, comunque, a prescindere dalla mancata realizzazione di siffatta istituzione, è da ascrivere la volontà, maggiore rispetto al Maestro, di
coagulare intorno alla Biblioteca Aprosiana talenti locali e non, spesso rimasti estranei ad altre sillogi e di cui il Concionator
soprannome del Gandolfo per l'abilità predicatoria intendeva salvare dall'oblio -e qui non ne mancano i nomi- pur prescindendo dall'intrinseco valore
.
Concludendo queste riflessioni sull'estremo Ponente di Liguria si può affermare che al limite l'unica struttura culturale, in qualche modo organizzata, riscontrabile e documentabile in Ventimiglia fu il labile e settecentesco
Gabinetto Accademico.
Nella diocesi intemelia dal 1654 fu attiva invece l'Accademia degli Intrecciati di Sospello, mentre Mentone e Monaco produssero letterati di una certa vivacità che operarono isolatamente sino a quando, nel 1718, confluirono nella locale Accademia dei Mendichi e, stranamente, in una seconda Accademia, sorta in Sospello (20 luglio 1702) di contro a quella degli Intrecciati, col nome degli Occupati (5).
E per quanto effimero questo Gabinetto Accademico
costituisce la significanza che Ventimiglia e la sua Biblioteca avano assunto per le aree circonvicine (Nizzarda, Sabauda, Piemontese): è molto interessante al proposito, specie per vedere e comprendere quanto avvenne in tempi anche precedenti, l'analisi dell'attività culturale di Francesco Agostino della Chiesa di Saluzzo e Andrea Rossotto di Mondovì (entrambi corrispondenti e "Fautori" di Aprosio) che, in tempi diversi, contribuirono a redigere un' opera basilare qui digitalizzata Scrittori Piemontesi, Savoiardi, Nizzardi (con indici moderni) la se analizzata accuratamente dimostra quanto stretto fu il legame dell'ambiente culturale nizzardo, sabaudo e piemontese con la Biblioteca Aprosiana di Ventimiglia = specie collazionandone i nomi con quelli selezionati da Aprosio sia tra i "Fautori" della sua Biblioteca quanto tra i suoi stessi corrispondenti epistolari (un tipo di collaborazione e interscambio culturale che G. G. Lanteri per certi aspetti inaugurò indicandone la via ad Aprosio: interscambio e vicinanza culturale che in qualche modo ancora ai primi del '1800 veniva segnalata entro questa vastissima opera di Danilo Bertolotti sulla Liguria Marittima qui parimenti digitalizzata con al suo interno digitalizzati dati storici, artistici, geopolitici integrativi e con priori opere biblioteconomiche -modernente in essa inerite- come quella del Soprani sugli autori di Liguria)





1) Dizionario critico della Letteratura Italiana, a cura di V. Branca, Torino 1974, s. vv.

2) Sulla vita dell'Aprosio (Ventimiglia 1607-1681), culturalmente intensissima, sui suoi scambi culturali, sul fatto di aver realizzato nel 1649 la prima Biblioteca pubblica ligure a Ventimiglia vedi S. Leone Vatta, L 'Intellettuale Angelico e la sua Biblioteca in Una Biblioteca Pubblica del Seicento - L'Aprosiana di Ventimiglia, Ventimiglia, Pinerolo 1981, pp. 9-37 e Bartolomeo Durante, Vita e avventure letterarie di A. Aprosio in Il gran secolo di Angelico Aprosio, Sanremo, 1981, pp. 10-28. Sull'Accademismo vedi: G.B. Spotorno, Storia letteraria della Liguria, Genova, 1824-1828, V, passim e G. Rossi, Le Accademie letterarie liguri, Savona, 1913 .

3) Sulle peculiarità del Minozzi vedi M. De Apollonia - B. Durante, L'icona della biblioteca Aprosiana in un Canzoniere del Seicento in "Riviera dei Fiori", XXIV (1980), 1-2 (estratto). Per gli Addormentati però valgono alcune precisazioni. L'Accademia risale al 1587 ed ebbe prioritariamente tendenze letterarie e cortesi; con l'avvento dal 1591 di Ansaldo Cebà e di Andrea Spinola si formò al suo interno un gruppo intellettuale che, suscitando vive reazioni, la volle trasformare in palestra di scuola civile e repubblicana, con prevalenti interessi retorici. Il Brignole Sale rianimandola dall'oblio in cui era caduta, nel 1636, riprese i contatti con l'Accademismo italiano, cercò di farne punto di riferimento per l'intelligenza genovese non disdegnandovi i giuochi poetici ma ancora riproponendovi il tema delicato della militanza politica o quello del rapporto antichi-moderni, o Aristotele-Galileo, a vantaggio di quest'ultimo, come scrisse Agostino Lampugnani. L'Accademia non ebbe però vita salda e rimase per lo più ancorata ai momenti proficui di singole personalità come, oltre ai citati riformatori, Bartolomeo Imperiale e G.B. Baliani: V.C. Costantini, Storia della Repubblica di Genova nell' età moderna, Torino 1974, p. 292 s. Le Libidini dell'Ingegno (Venezia, per il Pinelli, 1636, II ed.) volutamente per eccesso, si contrapposero alle Instabilità dell' Ingegno del Brignole Sale che pur non ebbero subito 1'imprimatur ecclesiastico per volontà della madre furono poi edite a Bologna per Giacomo Monti e Carlo Zenero nel 1635 e poi ancora ristampate con modifiche moralistiche a Venezia, per Iacopo Sarzina e Taddeo Pavoni, nel 1640-1.

4) Sette sue lettere all'Aprosio, tra il 1670 e il 1673, sono conservate nella Biblioteca Universitaria Governativa di Genova (Ms. E.VI.5).

5) Sull'Accademismo nel Ponente pagine fondamentali e fittissime di dati sono in B. Durante, Vita ed opere di Domenico Antonio Gandolfo, "Quaderno dell'Aprosiana", V. S., I, 1984. Dell'Accademia dei Mendichi rimangono tre nomi: il Principe accademico abate Orazio Imberti, l' abate Giovanni Pietro Monleone e il maggiore Vincenzo Monleone. Dell'Accademia degli Occupati rimangono sette nomi di letterati di Mentone: l'avvocato Orazio de Petris, l'abate Giovanni Faraldi, l' abate Antonio Camillo Restagni, il vassallo Ercole di Villa Rey, il padre Angelo Pastoris, l'abate Onorato Luigi Clavesana e il padre Emanuele De Pretis.


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Scrive ancora Antonio Zencovich (pp.38 sgg.): "Passiamo ora a descrivere il contenuto dell'OPERA [di G. B. Della Porta] che, anche a un sommario esame, appare ben diversa da quella del Delrio. In effetti la materia che passava sotto il termine di "magia naturale" aveva poco in comune con i malefici, essendo costituita in primo luogo da un insieme di norme di interesse pratico utili nei piu vari campi delle attività umane - dall'agricoltura, all'allevamento, all'economia domestica - nonché da osservazioni sui fenomeni insoliti della natura, le quali servirono a preparare il terreno alla moderna scienza sperimentale.
Verso l'inizio del primo libro l'autore descrive le qualità richieste a chi vuole dedicarsi a quell' arte.
Ne risulta un'immagine del "mago" visto non tanto nel ruolo del mistico ispirato, quanto del sapiente artigiano, che assomma in se le capacita proprie di tutte le altre specializzazioni:

Bisogna che sia consumatissimo nella filosofia e dottissimo... che non sia ignorante della Medicina... Bisogna esser ancora molto intelligente della natura dei semplici, cioè non semplice herbolaio, ma gran investigatore delle piante... Ne men bisogna haver esatta congnitione di metalli, di minerali, delle gioie e delle pietre. Oltre a ciò... sapere l'arte del distillare... ciop come si cavino le semplici acque, le spiritose, l'olii, le gomme e l'acque gommose, e le quinte essenze... Bisogna ancora che sappia delle Matematiche e principalmente l'Astrologia... Sappia ancor molto della Prospettiva... come s'ingannino gli occhi... e come si possano veder chiaramente quelle cose che si fan di lontano... Sia ancora... molto industrioso, e mecanico delle sue mani.

Vengono quindi enumerate le cause naturali su cui si fondano gli effetti meravigliosi, quali la simpatia e antipatia reciproca delle cose, le influenze celesti e le virtù proprie dei corpi e dei luoghi, comprese quelle "segrete", che il sapiente deve essere in grado di rilevare attraverso l'osservazione attenta della forma.
Ciò vale in particolare nel caso delle erbe medicinali, a proposito delle quali si insegna il modo di raccoglierle e lavorarle nei posti e nei tempi opportuni; l'ultimo capitolo tratta delle combinazioni dei "semplici" che, uniti insieme in modo opportuno, sono in grado di operare con maggior efficacia.

Il libro successivo MAGIA NATURALE [del Della Porta ] affronta dapprima il tema della generazione spontanea degli insetti i quali, secondo gli antichi, nascrebbero dalla putrefuzione di animali più grandi, secondo la regola che, se è vile la specie di questi ultimi, altrettanto lo sarà quella dell'insetto generato: così dal cavallo, più nobile, si produrrebbero le vespe, mentre dalle spoglie dell'asino verrebbero fuori gli scarafaggi.
Si parla poi degli incroci tra animali, compresi quelli che vedono coinvolto l'uomo, dai quali avrebbero origine i mostri.
Ma non sempre essi sono conseguenza di simili unioni, derivando non di rado della forza di suggestione: si riferiscono perciò casi di donne che partorirono figli pelosi per aver osservato l'immagine di S. Giovanni Battista col vello nel momento del concepimento; o col labbro leporino, per essersi imbattute in lepri durante la gravidanza.
Di conseguenza, a quelle che vogliono avere discendenti ben formati, si suggerisce di tenere sempre davanti agli occhi immagini di Cupidi, Adoni e Ganimedi.
Sarebbe pure possibile definire il sesso del nascituro, sapendo che la metà destra del corpo è più calda e quindi provvista di caratteristiche maschili, mentre quella sinistra è tendente al freddo.
La donna che voglia generare dei maschi dovrà fare in modo che il seme vada a finire nella parte destra dell'utero, voltandosi in maniera adeguata durante il rapporto.
Avendo invece a che fare con animali, si potrà legare il testicolo opposto del maschio: operazione che a quei tempi, a quanto pare, si faceva con i tori.
Bisogna poi tenere conto dell'influenza dei venti poiché, quando essi sono meridionali, ci si deve aspettare il concepimento di femmine, mentre il contrario avviene con quelli settentrionali, più stimolanti.

Il terzo libro [libro della MAGIA NATURALE del Della Porta] tratta degli incroci tra vegetali e del modo di produrre frutti migliori, grandi, profumati, teneri, senza semi o privi di scorza esterna.
Sarebbe pure possibile ottenerne di doppi, o compresi uno dentro l'altro, o con forme particolari: ai tempi, una curiosità proposta nei hanchetti era rappresentata da quelli in forma di testa umana o animalesca, ottenuti lasciandoli sviluppare dentro appositi stampi.
Il quarto insegna l'economia che con poca spesa habbia le cose domestiche et havuto le conservi, descrivendo le migliori regole per la raccolta dei frutti e le tecniche di conservazione degli alimenti mediante miele, vino, strutto, aceto, vinacce o vino distillato: in grado, quest'ultimo, di conservare qualunque sostanza anche per secoli.
I due successivi si occupano, rispettivamente, della trasmutazione dei metalli attraverso l'alchimia e della fabbricazione di pietre preziose.
Il settimo [libro della MAGIA NATURALE del Della Porta ], di ben 59 capitoli, è dedicato alla calamita e alle sue meravigliose proprietà che eccitavano in modo particolare la fantasia dei curiosi di allora. Parlando della bussola, viene riferita la leggenda secondo cui essa sarebbe neutralizzata dai vapori dell'aglio e, di conseguenza, fosse vietato mangiarne a chi, sulle navi, era addetto allo strumento, affinché non venisse a imbriacarsi la lancetta. Ma io - seguitava l'autore - avendo fatto esperienza di questa cosa l'ho ritrovate false, che non solo i fiati e i rutti di coloro che hanno mangiato agli non bastano a far che la calamita non feci l'ufficio suo, ma ongendola tutto di succo di agli, così facea le sue operationi come se non fusse stata di aglio bagnata; d'altronde, avendo ascoltato l'opinione dei marinai, si era sentito rispondere che si trattava di parole di vecchiarelle e loro, in genere, si sarebbero fatti ammazzare piuttosto che privarsi di quell'apprezzato alimento.
Nell'ottavo libro il Porta tratta della materia medica, a cominciare dai sonniferi quali la mandragora, lo stramonio e la belladonna, che trovano impiego pure come allucinogeni in grado di far impazzire gli uomini per un giorno: una persona di sua conoscenza, dopo averne fatto uso, si persuadeva di tramutarsi in pesce o in uccello e muoveva le braccia come se stesse nuotando sott'acqua, oppure le agitava quasi avesse avuto le ali e batteva in terra con i denti convinto di avere il becco.
Per quanto riguarda i medicinali di uso più corrente, si sofferma sui rimedi alla podagra, al mal francese (sifilide), alla peste e alle ferite, proponendo quindi uno dei soliti unguenti "magici" per guarire da ogni malattia.
Alla fine della sezione descrive gli antidoti contro la fascinatio, l'amore e l'invidia.
Passa quindi alla cosmetica e al preparati per tingere i capelli, eliminare i peli o - al contrario - farli crescere, togliere le lentiggini, schiarire la pelle, fare che diventi vellutata o risplenda come argento.
Accenna anche a formule delittuose per conseguire effetti opposti, cui ricorrevano le donne per vendicarsi delle rivali: allo scopo di far cadere i capelli, li aspergevano con un liquido estratto dalle salamandre, mentre per fare venire la pelle a pois, facevano bere alle malcapitate del vino in cui erano stati tenuti a macerare degli stellioni (genere di lucertole).
Il decimo libro, corredato da alcune figure, tratta della distillazione, argomento affrontato dal Porta anche in un testo specifico. Il successivo si occupa dei profumi o "acque odorate" e quello dopo ancora dei fuochi d'artificio.
Il tredicesimo della siderurgia e di come si possa temprare il ferro o farlo diventare più tenero, nonché preservarlo dalla ruggine.
II quattordicesimo fornisce consigli per i banchetti, al fine di meglio presentare i cibi e condire le carni in modo gustoso; insegna inoltre come prevenire l'ubriachezza, concludendo con alcuni maligni suggerimenti per scacciare le persone sgradite, come quello di impedire loro di deglutire somministrando, prima del pasto, del vino corretto con belladonna.
Il quindicesimo rivela i trucchi per catturare gli animali con il veleno o facendoli ubriacare.
Il successivo rivela i segreti degli inchiostri simpatici e gli espedienti per nascondere le lettere dentro gli oggetti piùimpensati.
Il diciassettesimo tratta di lenti e specchi, compresi quelli ustori.
Il diciottesimo del grave e del leggiero e di come mescolare liquidi di peso specifico diverso, oppure separarli, in particolare nel caso del vino, allo scopo di farlo ritornare puro una volta che lo si sia riconosciuto per annacquato. Viene descritta anche una burla per convitati, consistente in un vaso in cui l'acqua e il vino non si mescolano e vi si possa bere, alternativamente, l'uno o l'altro liquido.
Si arriva così al penultimo libro, intitolato dei Segreti dell'aria e dell'acqua: vi si parla di congegni idraulici e pneumatici e in particolare di orologi ad acqua e fontane a pressione.
L'ultimo, senza tema, espone varie curiosità che non hanno trovato posto nelle sezioni precedenti; verso la fine vengono rivelati alcuni inganni al quali sono soliti far ricorso i falsi maghi.
Segue, in fondo al volume, la Chirofisionomia, il cui intento dichiarato è di riscattare la materia contro i Chiromanti che con impure e vane osservationi havevano sporcata questa Scienza, la quale si dimostra fondata sopra naturali congetture e si condannano le vane e ridicole inventioni de gli Impostori.






Dal 1200 a Genova erano attivi Collegi sotto la cui egida agivano culturalmente quanti professavano simale branca sapere.
Tali Collegi, che conferivano titoli in legge, teologia, medicina e arte, erano regolamentati da Statuti, che, in merito all'iscrizione, sancivano che il candidato fosse obbligato a superare un esame innanzi ai componenti del Collegio.
Il Collegio dei Giudici doveva essere attivo in tempi precedenti il 1307 visto che in tale anno i Capitani del popolo stabilirono che ciascun membro del Collegio fosse esentato dal versamento delle gabelle.
Esistono dati incerti anche in rapporto alla fondazione del Collegio dei Medici: alcuni studiosi hanno avanzato l'ipotesi che la sua istituzione avvenisse pressoché contemporaneamente a quella del Collegio dei Giudici e, comunque, prima del 1353, quando fu riproposta l'esenzione dalle imposte anche per siffatta istituzione.
Più esattamente essa era nominata Collegio di medicina e delle arti: nel periodo intermedio infatti la chirurgia (disciplina peraltro oggetto di non poche discussioni) era intesa all'interno di una strutturazione polivalente cui concorrevano conoscenze varie, ed in particolare di quella porzione di filosofia, di matrice aristotelica, la cui cognizione era fondamentale per qualsiasi indagine sulle scienze naturali.
Lo Statuto definitivo del Collegio fu però redatto, abbastanza tardi, ad opera del Consiglio degli Anziani, l'8 agosto 1481.
Il Collegio di teologia è presumibilmente da mettere in relazione ad una Bolla papale di Sisto IV (Francesco della Rovere di Savona) pubblicata nel 1471.
Ettore Vernazza, in forza di un lascito testamentale del 1512, dispose che fessero istituite in Genova quattro cattedre di medicina.
Poco dopo Ansaldo Grimaldi (1536) con un suo lascito rese possibile la creazione di altre quattro cattedre universitarie: di diritto canonico, diritto civile, filosofia morale e matematica.
Queste, nel 1569, con decreto del Senato, furono assegnate alle scuole dei Padri Gesuiti, che avevano preso a far opera di proselitismo in Genova, grazie alla loro esperienza nel campo educativo,si sono dedicati all'insegnamento a Genova già dal 1554: da tale anno infatti avevano iniziato a fondare scuole minori e soprattutto un Collegio destinato a conseguire grande fama.
Questi religiosi impiegarono del tempo prima di ottenere una sede definitiva nella capitale ligure: presero finalmente dimora presso la Chiesa di S. Girolamo Del Roso creandovi una loro sede, destinata poi ad essere potenziata in forza dell'acquisto di alcuni terreni destinati alla costruzione di un collegio e di altre scuole.
Qui avrebbero eretto quindi il nuovo edificio che avrebbe costituito la sede definitiva e prestigiosa del Collegio: si tratta dell'odierno "Palazzo universitario" che venne eretto su disegno dell'architetto Bartolomeo Bianco.
La struttura culturale iniziò la sua attività a pieno regime solo dal 1640.
In esse i Gesuiti gestivano le cattedre di filosofia e di teologia: sin dal 1628 furono rilasciate le prime lauree.
Dopo la soppressione della Compagnia del Gesù (1773) fu creata una deputazione agli studi e si ricostituirono tutte le cattedre, sia quelle relative all'insegnamento superiore (sacri canoni, filosofia, giurisprudenza civile, teologia, logica e metafisica, fisica), sia all'insegnamento inferiore (classi di retorica, di lettura, di scrittura).
I professori ed i maestri venivano nominati dal Senato della Repubblica: poi dal 1777 un ulteriore benefico lascito rese possibile l'istituzione di una cattedra di chimica e il mantenimento di un gabinetto scientifico a corredo della medesima.
L'insegnamento fu inizialmente affidato a Guglielmo Batt che si adoprò alla realizzazione di un orto botanico sulla collina alle spalle del Palazzo universitario.
Nel momento delle grandi trasformazioni del secolo dei lumi anche le lauree in teologia, dal 25 ottobre 1781, furono conferite dall'Università e, con decreto del 29 aprile 1782, il Senato fuse il Collegio di teologia con la facoltà di teologia dell'Università.
Nel 1784 fu introdotto l'insegnamento di aritmetica commerciale, di storia naturale e di fisica sperimentale: Il corso di algebra e geometria fu attribuito in maniera temporanea al lettore di metafisica.
I governi che si alternano dall'anno 1797, che segnò la "morte" dell'antica Repubblica di Genova e l'avvento della rivoluzionaria e filofrancese Repubblica Ligure, si impegnarono molto nel settore dell'educazione, superiore e non.
Il governo locale, ricostituito dal 1802, emanò un regolamento per l'Università attivando una commissione agli studi di cinque membri, di cui 4 in rappresentanza delle quattro facoltà (teologica, filosofica, legale, medica) ed un ulteriore membro a garanzia dell'elezione libera dei professori.
Gli studi di medicina, che fino a tale periodo ssi erano tenuti a Pammatone ed erano vigilati dai protettori dell'ospedale, passarono all'Università.
Il ciclo degli studi per il conseguimento delle lauree prevedeva tre o quattro anni sotto la vigilanza della commissione che ha il compito di ordinare il piano degli esami che gli studenti sono tenuti a superare per conseguire il titolo di laurea.
Dopo la costituzione dell'Impero francese, che assimilò la Repubblica ligure, gli studi superiori furono suddivisi nelle scuole speciali di diritto, medicina, scienze fisiche e matematiche, scienze commerciali, lingua e letteratura, farmacia.
L'Università di Genova ebbe quindi a patire un declassamento e, seguendo un destino simile a quello di altri centri culturali periferici dell'Impero, prese ad esistere solo in funzione dell'unica Università imperiale di Parigi.
Dopo la caduta del regime napoleonico, il governo provvisorio della Repubblica creò una deputazione preposta alla cura degli studi : ma, dopo il congresso di Vienna del 1815, le potenze partecipanti sancirono la scomparsa del Dominio di Genova, che fu aggregato al Regno Sabaudo, di modo che l'Università genovese potè usufruire dei privilegi concessi dalla monarchia piemontese all'Università di Torino.
Durante la fase dei moti del 1821-23 e del 1830-35, l'Università di Genova fu chiusa a causa dei i fermenti patriottici e successivamente per motivi di ordine pubblico.
Di questa epoca fervida di idealità politiche ed intellettuali si scoprono preziose testimonianze nell'atrio del Palazzo dell'Università: i busti di Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Goffredo Mameli, Nino Bixio si uniscono a quelli di docenti genovesi come Cesare Cabella e Cesare Parodi che, in diversi ruoli, hanno partecipato ai moti risorgimentali.
Nell'Ateneo è altresì tuttora custodita la prima bandiera tricolore, futuro simbolo dell'unità nazionale, che gli studenti, guidati da Goffredo Mameli, sventolarono per le strade di Genova il 10 settembre 1847 onde commemorare il centesimo anniversario della cacciata degli austriaci.
Nel 1862, la legge Matteucci attribuì quindi a Genova la qualifica di Università di secondo livello.
Essa fu poi annessa al primo livello nel 1885 e confermata in questa fascia di valutazione degli atenei nel 1923, con l'entrata in vigore della legge Gentile.
Di rilievo è la costituzione a Genova, dal 1870, delle Regie scuole superiori: la Navale e quella di Scienze economiche e commerciali, più tardi, dal 1936, assimilate nella Regia Università degli Studi di Genova assumendo rispettivamente i titoli di Facoltà di Ingegneria e di Economia e Commercio.