cultura barocca
La Serenissima (vedi) Repubblica di Genova e i possessi dei Doria nel contesto del Dominio (sin dai rispettivi avventi nel Ponente ligure i mai facili rapporti tra la casata dei Doria e quella dei Grimaldi) Stemma dei Doria dal Libro della Nobiltà di Genova: vedi la Signoria dei Doria di Dolceacqua e poi Bartolomeo Doria, perseguito per l'assassinio dello zio Luciano Grimaldi nell'ipotesi di un assassinio, forse guidato da un personaggio e una mente ben superiori, per fare dei Doria di Dolceacqua una vera potenza strategico-diplomatica = vedi qui il fallimento dell'impresa e per salvare la Signoria il vassallaggio dei Doria al Duca di Savoia

DORIA

"I Doria che possono essere assunti a simbolo di principi (dal latino princeps, principis originariamente il "primo avente diritto a parlare in Senato" e quindi "primo - primi" in uno Stato) e di casato principesco proprio della Liguria avevano tra l'altro una loro Signoria genovese di val Nervia"

OBERTO DORIA

" Oberto Doria, ammiraglio di fede imperiale e Signore di Loano, godeva di prestigio (per la vittoria di Canea, presso l'isola di Candia, sui Veneziani del 1266) e come Capitano del Comune di Genova coll'acquisto di Dolceacqua (1270) organizzò una Signoria in Val Nervia (che per derivazione dai possessi dei Conti di Ventimiglia ha i connotati della SIGNORIA BANNALE).
Era sua ambizione politica quella di fare da cuscinetto, e quindi da intermediario super partes, tra guelfi e ghibellini che ne avevan fatto terra di battaglia.
Sulla scia di una gloria militare che sarebbe divenuta eccelsa dopo la vittoria sui Pisani alla Meloria, Oberto avrebbe ampliato i suoi beni di Dolceacqua, Isolabona ed Apricale con l'assimilazione di Perinaldo e poi di S.Romolo e Ceriana, cui era facile accedere dalla Val Nervia per giungere in valle Argentina.
Agli angioini che apertamente miravano al possesso di una loro via tra "mare e Padania", Genova andava quindi opponendo, sullo storico tragitto Nervia di Ventimiglia-Basso Piemonte, la nuova e forte Signoria del suo più celebre esponente militare.
Così al faticoso tragitto angioino verso Tenda si contrapponeva il tragitto "genovese" del Nervia, ormai di impronta ghibellina".

BARTOLOMEO II (BARTOLOMEO DORIA)

Doria, morto prematuratamente, con testamento del 14-I- 1500 (notaio Francesco Camogli faceva erede della Signoria il figlio Bartolomeo II minorenne, sotto la tutela della madre Francesca (Grimaldi) che, come governatrice e coadiuvata dall'Uditore avvocato Guglielmo de Barfeloni, nel 1502 eleggeva il III console di Dolceacqua, come era diritto del Signore, e poi a identica nomina per Apricale e Isolabona, restituendo autonomia a questo paese, concedendogli il III delle rendite già percepite dai 2 borghi e sancendo la divisione fra i due paesi.
Bartolomeo Doria, forse mandato a Genova per un'adeguata istruzione, secondo notizie del tempo avrebbe dato prova di un'indole aggressiva e viziosa = quantomeno indicativa di un'epoca già di per se stessa estrema, in cui gli splendori convivevano con le miserie e nella quale il ricorso al duello ma del pari alla violenza era un fatto quasi istituzionale per quanto avversato dalle autorità".
"In tal frangente apprendeva che lo zio Giovanni Grimaldi era stato assassinato dal fratello Luciano che il Doria avrebbe odiato per il fatto d'aver sposata la nobile Anna di Ponthevez, da lui amata.
Inoltre Luciano Grimaldi (in senso stretto usurpatore di uno Stato di diritto spettante a Maria di Vinol figlia di Giovanni Grimaldi ma anche suo valoroso difensore contro le aggressioni genovesi del 1506 e 1507, respinte anche grazie ai soccorsi, finanziari e militari, della sorella Francesca, donna di indubbia tempra e forte carattere) rifiutava di versare ai Doria (con estremo dispetto di Bartolomeo II e nonostante alcune intermediazioni diplomatiche) la dote (12.000 scudi d'oro) della stessa Francesca" [ pochi in definitiva lo sanno ma le Donne di Genova e sostanzialmente del Dominio tutto godevano di autonomia superiore, anche economica, a quella di tutte le altre donne, italiane e non solo = la cosa, nota anche agli ecclesiastici fu tollerata ma vi fu anche chi chiedeva maggior controllo nei loro riguardi specie in merito a quella che, rispetto alle donne di altre contrade, era giudicata eccessiva libertà sessuale come fece nel dicembre del 1582 il vescovo di Novara Francesco Bosio inviato qual visitatore apostolico a Genova da papa Gregorio XIII ].
"Quando però la donna morì a Genova, vene meno la sua funzione di mediatrice morale, come madre e sorella, così che i rapporti tra Luciano Grimaldi e Bartolomeo Doria divennero molto tesi.
Bartolomeo II che aveva sposato Peretta Doria (da cui gli eran nati più figli) pretese con reiterata ma sempre crescente insistenza la dote materna (da cui sarebbe stato però escluso secondo lo storico Saige sarebbe stato escluso per il comportamento violento).
Non si esclude che alla base della rabbia crescente di Bartolomeo Doria contro lo zio Luciano Grimaldi risiedesse l'abilità persuasiva ed il carisma dello zio, ammiraglio, ANDREA DORIA, che, nel suo generale programma di potenziamento della propria casata, ben sapeva come, per quanto concerneva il DOMINIO DI DOLCEACQUA eliminati Luciano ed i suoi eredi, Bartolomeo II figlio di Francesca Grimaldi potesse avanzare fondati diritti su Monaco sì da riunire in sè (e con estremo vantaggio di tutto il ramo dei Doria) due solidi potentati: e su questa ipotesi giunge perlomeno ambigua una lettera dell'agosto 1523 colla quale Andrea Doria, in modo certamente sibillino, annunciava a Bartolomeo II che era tempo di mandare ad esecutione il noto progetto" [un messaggio difficile da decifrare a priori ma che, alla luce delle conseguenze, sembrerebbe racchiudere in sè un "ordine", una "autorizzazione" a procedere che, forse, solo l'uomo più potente del Dominio poteva dare senza grossi timori = l'occupazione del Principato di Monaco da parte dei Doria indubbiamente avrebbe conferito ai Doria una potenza ma soprattutto una significanza strategico-diplomatica più rara che unica venendo a controllare di fatto un vasto areale di frontiera - quello che sarebbe poi stato definito dei "Bastioni Fiameggianti di Liguria"- mediatore potenziale, con i pericoli ma anche i con i tanti vantaggi possibili in un contesto abilmente diplomatico come negli auspici di un Andrea Doria per es.- tra più Stati quali Francia, Ducato Sabaudo e Repubblica di Genova = non a caso si è sempre fatta rilevare la peuliarità della Diocesi di Ventimiglia (per vari aspetti calco medievale del Municipio Imperiale Romano di Albintimilium) a fronte delle altre Diocesi liguri compresa la Metropolitana di Genova quale
Diocesi di Frontiera detta anche "Diocesi Usbergo"].
" Ad onta delle ipotesi la contesa di famiglia giunse comunque presto ad un epilogo tragico.
Con la complicità del fratello naturale Giovanni Battista, prevosto della Cattedrale di Ventimiglia, Bartolomeo II scriveva allo zio Luciano, che la mattina del 22 agosto , prima di raggiungere Lione per incontrare Francesco I, re di Francia, si sarebbe fermato in Monaco per rendergli visita.
"Il Grimaldi, probabilmente ingannato dai modi premurosi del nipote, prese a correre verso la propria morte" [ nemmeno si valse di Maghi per leggere le Stelle e i Destini, come usuale nel tempo e addirittura fra i Papi: forse gli parve blasfemo dopo tanti reciproci attestati d'affetto e, finalmente, con la quasi certezza di risolvere annosi contrasti di famiglia]. "Così si curò di inviare a Ventimiglia un suo vascello per il viaggio del Signore di Dolceacqua.
Il breve viaggio per mare procedette senza problemi = come del resto i primi momenti della visita al palazzo di Monaco ove BARTOLOMEO II ricevette sincere, festose accoglienze".
" Disposto finalmente il banchetto, il Doria assunse un atteggiamento strano, non assumendo né cibi né bevande e quasi isolandosi in se stesso " = forse a sua volta temeva! Erano questi i secoli dei veleni, quelli in cui i componenti delle grandi Case (per l'indagine su queste è comunque fondamentale lo studio del Libro d'Oro della Nobiltà di Genova del 1528 -destinato comunque a revisioni varie- anche nel contesto dell'accorpamento di più famiglie in quelli che furono detti "Alberghi") solevano valersi dell'opera ben pagata del servo assaggiatore; Bartolomeo Doria se si fosse avvalso dei servigi di questo personaggio avrebbe potuto attirare sospetti inopportuni nel contesto di un incontro ufficialmente oltre che palesemente conciliatore [ ma certo era questa nella globalità un'epoca in cui interagivano splendori e miserie senza alcun dubbio sospesa tra una religiosità talora parossistica quanto a volte pervasa d'esoterismo e superstizioni, tra alchimia, scienza ed empirismo, certo tra scuole mediche diverse oltre che spesso tra loro stridenti, anche per violente contraddizioni: e nel contesto di tante variabili, come verosimilente i componenti di altre grandi Case quali gli stessi Grimaldi, anche i Doria non rifuggirono dall'uso di cure particolare come quella connessa alla "polvere simpatetica" = al punto che ancora nel XVIII secolo da un inventario del materiale custodito nel castello di Dolceacqua si rinvennero sostanze usuali in cure simpatetiche e più che la mummia per scopo medicamentoso, come ci si poteva aspettare, reliquie per finalità terapeutiche come un'"amole di manna di S. Nicola ].
" Proprio perché lo zio Luciano giudicava pacifico e rasserenante l'incontro non dovette per suo conto controntarsi con le imprevedibilità di quel tempo, di cui era pur stato partecipe oltre che attore, e nell'occasione, senza quindi nulla sospettare per quanto si può dedurre dal decorso degli eventi ma pure dal comportamento che tenne, finì per soprassedere ed imputare il comportamento a qualche triste e nascosto pensiero, da cui non dovea però sentirsi toccato, del nipote: lo attesta il fatto che, nell'intento di rallegrare il congiunto, gli mise sulle ginocchia un suo bambinello: ma fu tosto costretto a ripigliarselo, venendo colto il Doria da subitaneo tremito in tutte le membra ".
"Specialmente quest'ultimo indizio avrebbe dovuto porre in guardia il Signore di Monaco.
Ma invece, forse condizionato dal clima festoso, rimase fiducioso": Girolamo Rossi, di cui si è qui sopra talora elaborata, arricchita con nuovi elementi e talora modernizzata la forma stilistica ottocentesca rispettandone i dati, annota a questo punto " che invitato dal nipote di volergli dare alcune istruzioni, mentre si avviavano al gabinetto di studio, venivano sopraggiunti dal maestro di palazzo, annunziante, essere in vista del porto quattro galee.
Ripigliava tosto Bartolomeo Doria che vieppiù faticava a mascherare il suo odio per Luciano Grimaldi, esser quella la squadra del congiunto Andrea, cui indirizzava subito una lettera di preghiera, per invitarlo a discendere a terra; ma per farla recapitare occorrendo apposita imbarcazione, riuscì il traditore ad allontanare dal Palazzo, con un fidato ufficiale, quattordici marinai.
Congedati allora i famigli e il segretario, dicendo il Doria di scrivere egli stesso quanto avrebbe dettato lo zio , entrava nello stanzino certo Barraba di San Remo, che chiudeva tosto la porta [NOTA REDAZIONALE = si veda qui l'indagine sullo scrivere lettere nel Rinascimento estrapolata da quanto pubblicò il Palatino nel suo Libro nel qual s'insegna a scrivere ogni sorte lettera del 1540 da Cultura Barocca poi ampliata con collegamenti sul materiale scrittorio attraverso i millenni] . Era quello il segnale; e il Bartolomeo avventatosi furiosamente contro Luciano con uno stilo, acciuffatolo pei capegli e aiutato dal Barraba, riusciva con trentadue pugnalate a farlo cadere esanime per terra " [ a titolo documentario è da ricordare che in quest'epoca si ricorreva spesso a lame avvelenate]
"Alle prime grida di traditore" -continua il Rossi- "emesse dal Grimaldi, era accorso uno schiavo moro"
[è da dire che la schiavitù era pariteticamente applicata sia nell'impero Turco che nell'Europa Cristiana sia Cattolica che Riformata = così, per stornare del pari altre sfasature cognitive, si rammenta qui che la persecuzione degli eretici oltre che delle streghe eretiche o streghe supreme e su più vasta scala, eventualmente, dei "diversi" in ambito cattolico oggetto di mai facile collaborazione tra legge dello Stato - legge della Chiesa - Sant'Uffizio e/o Santa Inquisizione - specie nel doversi distinguere tra Streghe Eretiche o Streghe Supreme (di spettanza giudiziale della Chiesa) e Streghe Criminali (da giudicarsi tramite la legge degli Stati) spettando sempre e comnque solo al Boia dello Stato ed ai suoi serventi l'esecuzione materiale della condanna qualunque fosse il tribunale che l'avesse comminata - avveniva del pari seppur in maniera maggiormente parcellizzata (oltre che con minor documentazione burocratico-notarile) e quindi facile ad una interpetazione riduttiva nei Paesi Riformati come qui si vede: specie in merito alle Streghe ma senza però dimenticare il tema della emarginazione/persecuzione anche in area riformata dei "diversi" della paritetica applicazione della tortura e delle esecuzioni pubbliche a scopo catartico sotto forma di spettacoli di giustizia non esclusa la persecuzione avverso i supposti Mostri di Natura reputati spesso Mostri Diabolici = prescindendo da queste constatazione ( bisogna ammettere che a fronte dei roghi cattolici su cui si hanno più dati ma sempre poco esaustivi (basta solo leggere questa Relazione di Atto di Fede con pubbliche esecuzioni: Valladolid, 1559 i roghi dei protestanti a scapito di quanti a giudizio dei loro tribunali erano da giudicarsi eretici sian stati meno iridescenti e con minori vittime fatta sempre salva la valutazione dei calcoli possibili ma certo non mancarono roghi, squartamenti ed impiccagioni tra i riformati a danno di cattolici e od eretici nel giudizio di siffatto riformato cristianesimo come si vede in questo elenco del pari verosimilmente incompleto ) e pur tenendo conto relativo del peculiare e per quanto d'area riformata non europeo caso delle Streghe di Salem e di procedimenti non così minutamente regolati ma poi non dissimili da quelli del Sant'Uffizio val la pena di citare la condizione dei bambini in area riformata non dissimile da quella dei fanciulli cattolici e non a caso uno scrittore di area riformata, Charles Dickens, fu tra i più accaniti nemici dello sfruttamento -di vario tipo- cui venivano sottoposti i bambini e le bambine del suo Paese].
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[Lo schiavo moro, quasi certamente un barbaresco nordafricano] "che per nessun conto avea voluto abbandonare la galleria; ma era troppo tardi e vedeva uscire invece colla spada sguainata il Doria, che gridando ammazza, ammazza, ordinava ai congiunti di cacciare colle armi tutti i servi di Luciano, dicendo appartenere la signoria a Maria di Vinol. Ma questi invece essendosi afforzati nella loggia, da dove non pote partire una colonna di fumo, che doveva avvertire le galere per entrare nel porto, alzandosi alte e forti le grida della popolazione costernata alla vista del trucidato Signore, vedendosi il Doria a mal partito, scese a patti e si obbligò di sloggiare, salva la vita; il che accordato, potè a stento coi suoi riparare in quel di Turbia ".
"VIII.—Era appena partito il Doria" [scrive ancora l'archeologo e storico Girolamo Rossi in questa sua Storia del Marchesato di Dolceacqua] " che arrivava casualmente nella costernata citta, proveniente da Canea, Agostino Grimaldi vescovo di Grassa, fratello dell'ucciso Luciano; e fu vero favore della sorte, se avvicinato alle galere del Doria e richiesto dell'esser suo celò il nome, affine di evitare lunghe cerimonie; poiché a cosi innocente dissimulazione dovette egli la vita.
Quale effetto produssero in lui le grida e i pianti della popolazione mossagli incontro e la notizia del feroce assassinio, non dico; pare per altro che rispondendo ai sensi di una giustissima ira, inviasse sollecito un corpo di armati per impossessarsi della persona dell'assassino e dei complici.
Erano questi infatti raggiunti a Turbia, ma gli ufficiali del duca di Savoia e la popolazione, adducendo la violazione di territorio che si sarebbe commessa, mandarono delusi gli armati accorsi, e il Doria dovette a questo espediente, se salvo potè riguadagnare il suo castello di Dolceacqua, per ripartire tosto non tenendosi quivi sicuro " [la carta è ipertestuale ed i numeri sono attivi: cliccando sul n. 13 si può seguire il percorso verso l'alta valle del Nervia e l'Oltregiogo = il Castello di Dolceacqua era di fatto un buon maniero che nel '500 avrebbe ancora resistito -come già avvenuto in altre circostanze e nell'occasione di altri conflitti ed assedi- alle forze disponibili dai Grimaldi e del resto la sua distruzione e presa (con relativa constatazione dell'obsolescenza di sffatte fortificazioni e dei loro armamenti) risale a metà '700 con le nuove artiglierie messe in campo durante la guerra di successione al trono imperiale dal vero e proprio Distruggitore del Castro cioè il generalissimo spagnolo Marchese Las Minas; quanto fossero superati dal punto di vista bellico e strategico questi splendidi ma antichi fortilizi a fronte delle nuove tecniche di guerra non a caso fu sottolinetato dal Condottiero Sabaudo Carlo Emanuele III allorchè respingendo gli inizialmente vittoriosi alleati franco-spagnoli passò vittorioso per queste contrade e contemplò i ruderi del grande edificio signorile: si dice non a caso in quanto la formidabile efficienza bellica settecentesca del Ducato e poi Regno Sabaudo fu enfatizzata dal peculiare progresso che tale Stato impiegò nello sviluppo e nell'utilizzo di sempre più efficienti artiglierie, micidiali specie contro chi ricorreva a barricarsi nei tradizionali forti medievali e rinascimentali. La fuga di Bartolomeo Doria dipese versosimilmente da una serie di fattori e considerazioni, non esclusa la convinzione, poi suffragata dai fatti come quio sotto si legge, di aver scatenato un evento superiore alle sue forze e possibile motivo di una coalizione di Grandi Potenze: al punto di ritenere qual extrema ratio la soluzione di mettersi al riparo appoggiandosi proprio al già potente Ducato Sabaudo, cedendogli i suoi possedimenti, in cambio di un'investitura degli stessi].
" Intanto alla fama dell'orrendo misfatto, erano tenuti dietro decreti del re di Francia del 7 di ottobre e del duca di Savoia del 13 dello stesso mese (1523), coi quali si ordinava la ricerca e l'arresto del Doria e de' suoi complici.
Non tardarono simili provvedimenti per parte dell'imperatore Carlo V, il quale con sue lettere del 5 novembre, dirette a tutti i principi ecclesiastici e secolari ed un' altra al Duca Francesco Sforza, dichiarando incorso nel bando dell'Impero e decaduto perciò dai suoi feudi il Doria, ordinava l'arresto dell'omicida e commetteva allo Sforza d'istruirne regolare processo " [in dipendenza di ciò, come qui si può leggere, Agostino Grimaldi occupò militarmente il territorio della Signoria di Dolceacqua obbligando i sudditi a prestare in Monaco atto di fedeltà alla nuova Reggenza nello spazio quasi istituzionale del Giardino degli Aranci, [ una curiosità = così come a Monaco i Grimaldi, anche i Doria a Dolceacqua avevano il loro "Giardino" collegato al Castello ed al complesso demico dal Ponte Rinascimentale = vi si coltivavano rarità epocali tra cui comparivano piante giudicate nuove e addirittura nuovissime, provenienti dalla appena scoperte "Americhe" ].
Nel contempo la Repubblica di Genova per quanto fossero coinvolte due sue Grandi Casate parve attendere l' evolversi degli eventi: certo è come si legge nel Manoscritto Borea che si presero dei provvedimenti che fanno meditare sul timore dell'allargarsi delle tensioni sì che per esempio nel dicembre del 1523 a firma del Podestà il Consiglio di San Remo (Sanremo) chiese nuovi reclutamenti per la forza militare a difesa della città].
Quasi contestualmente al susseguirsi di siffatte vicende Agostino Grimaldi inviò nella Signoria di Dolceacqua il proprio luogotenente Bartolomeo Grimaldi per stendere con precisione documentaria gli
Iura cioè i diritti che già erano spettati ai Doria in merito al loro Dominio e che, non intervenendo varianti, sarebbero passati ai Grimaldi: e ne derivò questo documento, importantissimo, anche per ricostruire la vita dell'epoca nel territorio]
" In così grande pericolo non restava al Doria altro rifugio, che di fare offerta de' suoi feudi al Duca di Savoia per venirne quindi investito. Ed aiutato in queste difficili pratiche dal potente Andrea Doria " [come qui si vede piuttosto ondivago ed ambiguo]", otteneva nel marzo del 1524 dal detto Duca un salvocondotto, con condizione che venisse a presentarsi in corte, e quindi nel successivo giugno altro salvocondotto per la moglie Peretta Doria, pei figli Imperiale, Stefano e Camilla, pel fratello Luca, pel compare Luca Sperone e pei famigli, ai quali era fatta facoltà di abitare a scelta nei paesi di Pigna, Breglio o Saorgio e di aver quivi la provvista del necessario per vivere. Il primo luglio [1524] ebbe luogo la professione di vassallaggio, fatta in Ciamberi dal Doria per le terre di Dolceacqua, Perinaldo, Apricale ed Isolabona e seguì tosto la investizione, fatta dal Duca Carlo III; cosicchè col principiare del XVI secolo, tutti i paesi di val di Nervia, all'infuori di Camporosso e Castelfranco, erano dipendenti dalla
Corona Sabauda " sempre più forte dal lato diplomatico e militare (specie per l'evoluzione delle artiglierie) tanto da potersi confrontare, fra i pubblici elogi anche poetici, con le Grandi Potenze: procedendo da quest'epoca sin al culmine della Guerra di Successione al Trono Imperiale in cui il Piemonte e i suoi Domini ebbero un ruolo fondamentale.
E presto già nel 1625 e quindi nel 1672 in occasione di
due conflitti con la Repubblica di Genova il Piemonte avrebbe dato le prime corpose attestazioni di questa sua straordinaria compattezza militare fautrice di successi

STEFANO DORIA
Stefano Doria" [qui ripreso da Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 41 (1992) "= saggio di Maristella Cavanna Ciappina] fu un nobile genovese, nato, probabilmente nel feudo avito di Dolceacqua , tra il marzo e l'aprile del 1522, terzogenito di Bartolomeo e di Peretta Doria di Stefano, dopo Camilla ed Imperiale.
L'infanzia del Doria fu segnata dalla sventura: il
fallito tentativo del padre Bartolomeo di impadronirsi di Monaco con l'uccisione dello zio Luciano Grimaldi, messo in atto nell'agosto del 1521 costrinse la famiglia alla fuga e all'esilio.
Nel 1525 anche il padre del Doria fu assassinato, per vendetta del vescovo Agostino Grimaldi, fratello dell'ucciso Luciano e nuovo signore di Monaco.
In entrambe le circostanze fu vitale per il Doria e i suoi la protezione del duca di Savoia, Carlo II, e, più indirettamente ma forse più efficacemente, di Andrea Doria.
Andrea in persona aveva raccomandato al duca la sorte del padre dei D., suggerendo la procedura per consentirgli la reintegrazione dei diritti feudali di Dolceacqua (attraverso la dichiarazione di vassallaggio resa da Bartolomeo al duca, che subito lo reinvestì dei feudi, il 1° luglio 1524). Dopo gli anni bui seguiti alla morte del padre, la sorte del Doria e dei fratelli cambiò positivamente, grazie ai rivolgimenti internazionali e alla diretta protezione di Andrea Doria.
Infatti, dopo il ritorno dei Francesi a Genova nel 1527., l'ammiraglio si preoccupò di cacciare i Grimaldi da Dolceacqua e dai castelli dipendenti e di restituirli, nel settembre, alla famiglia del Doria.
Data la minore età del primogenito, la tutela e il governo furono assunti dallo zio Lamberto Doúa, commendatore dell'Ordine di Malta, appositamente giunto da Napoli.
Lamberto operò poi in modo esemplare: fece sposare Camilla al patrizio ventimigliese Luca Sperone, assecondò la carriera militare di Imperiale, fece ammettere il Doria giovinetto come paggio alla corte di Carlo V; poi, alla maggiore età di Imperiale, Lamberto tornò alla sua commenda di Napoli.
Il Doria fu affidato dall'imperatore al celebre capitano Emanuele Filiberto di Savoia, che ne fece un valente soldato.
Nel 1547 il Doria partecipò all'assedio del castello di Montoggio, dove si erano asserragliati i congiurati dei Fieschi, e si distinse per il coraggio e l'abilità dimostrati.
Perciò Andrea Doria lo raccomandò, con una lettera del 28 giugno 1547, a Ferrante Gonzaga affinché lo assumesse nelle milizie imperiali: e il Gonzaga inviò il Doria come comandante al castello di Loano.
Ma, due mesi dopo, Andrea lo reclamava a Genova per "almeno un mese, con qualche pochi fanti" (Lettere, 1886, p.
172) al fine di formare un corpo di guardia personale di assoluta sicurezza per il periodo di entrata in vigore della nuova riforma costituzionale.
In seguito il Doria passò di nuovo al servizio dei Savoia: il duca Carlo II, che lo aveva protetto bambino, lo nominò il 30 luglio 1551 governatore della città di Nizza, seguendo anche le indicazioni di Emanuele Filiberto.
La fortezza, una delle poche rimaste al duca, era stata precedentemente governata da Cristoforo Pallavicini e da Erasmo Galleani, sperimentati condottieri: il fatto che fosse ora affidata al D., in un momento in cui rivestiva un'importanza strategica vitale, conferma la fama di alta professionalità e di assoluta onestà di cui egli godeva: doti che confermò e nell'espletamento dell'incarico e in altre circostanze, legate alle fasi conclusive del conflitto franco-asburgico: nell'affrontare vittoriosamente navi francesi condotte dal Cursez che avevano assalito, davanti a Villafranca, alcune navi cariche di oggetti preziosi diretti a Ferdinando I d'Asburgo; in una spedizione congiunta contro Ajaccio, nel 1554, al comando di navi spagnole e infine nella difesa di Cuneo dall'attacco francese nel 1557.
In quest'ultima circostanza pagò di suo i soldati alienando rendite paterne e impegnando preziosi della dote della seconda moglie, Caterina Del Carretto.
Tanta fedeltà fu compensata, dopo la conclusione della pace di Cateau-Cambrésis (1559), e dal nuovo re di Spagna Filippo II (con la nomina a cavaliere di Santiago di Compostela e una pensione annua di 600 ducati) e dal nuovo duca di Savoia, Emanuele Filiberto, con la contea della Rocchetta, confinante con Dolceacqua, con la nomina a consigliere di Stato e ciambellano e infine, il 5 dic.
1560, con quella di capitano generale della città e provincia di Nizza.
Le capacità politicoamministrative dimostrate dal D., a complemento di quelle militari, spinsero il duca sabaudo ad affidargli la delicata pratica dell'acquisto del territorio di Oneglia da altro ramo dei Doria: acquisto che avrebbe permesso al duca un più sicuro accesso al mare, ma che era ovviamente ostacolato dall'atteggiamento di Genova.
La condotta del D., improntata all'assoluta discrezione, fu tanto abile da meritare insieme la riconoscenza del duca e la stima della Repubblica, nonché l'apprezzamento del giovane Giovan Andrea Doria, che era appena succeduto di fatto al vecchio principe defunto.
Probabilmente proprio Andrea prima di morire aveva raccomandato il Doria al suo delfino: così, all'inizio del 1561, allorché Giovan Andrea, con l'intenzione da lui dichiarata di avere figli, decise di restare a casa per un certo tempo e di affidare il governo delle galee che aveva ereditato da Andrea a persona di assoluta fiducia, dopo aver scartato lo zio Filippo (figlio del conte Filippino) ritenuto poco coraggioso, e Pier Francesco Doria, nipote di Antonio, per non meglio specificati "altri rispetti", fece cadere sul Doria la sua scelta.
Questa ebbe il benestare del re di Spagna e l'approvazione del polemico suocero di Giovan Andrea, Marcantonio Del Carretto, che mise in guardia il genero solo dalla fama di "largo spenditore" del D., peraltro compensata dal "molto credito" di cui godeva tra i soldati.
Il D., che probabilmente desiderava allentare i propri legami col duca sabaudo, accettò l'incarico delle galee di Giovan Andrea per un compenso di 250 scudi d'oro al mese.
Ma alla fine dell'estate dello stesso 1561, mentre il Doria era a Napoli con la flotta, Giovan Andrea, a bordo dell'armata spagnola comandata dal suocero, ritornò a prelevarla.
Il D., con signorile iniziativa, gli rimise subito l'incarico e si fece congedare, guadagnandosi ulteriore stima.
Meno di tre anni dopo Giovan Andrea lo indicava alla Repubblica come il condottiero in grado di soffocare la nuova rivolta di Sampiero della Bastelica in Corsica.
Il Doria chiesta e ottenuta licenza dal duca sabaudo, accettò l'incarico: alla decisione dovette concorrere un certo desiderio di vendetta, poiché alcuni anni prima, nel 1558, in Corsica, all'assedio di San Fiorenzo, aveva trovato la morte il fratello Imperiale.
La Repubblica temeva che i Turchi, impegnati a sostenere Dragut e Algeri, approfittassero della spedizione nel Mediterraneo occidentale per dar man forte a Sampiero che, ritornato da Istambul e riorganizzata la ribellione con l'appoggio della corte francese, era sbarcato in Corsica il 12 giugno 1564.
Il D., nominato comandante supremo dell'esercito genovese, dopo aver scritto personalmente al viceré di Sicilia, don Garcia de Toledo, e ad Alberico Cibo (con cui aveva militato negli anni giovanili) per ottenere aiuti e truppe, sbarcò a San Fiorenzo il 29 luglio.
La sua dura condotta di guerra consentì una serie di successi alle armi genovesi, anche se ottenuti con incendi e rapine che gli guadagnarono fama di crudeltà presso le popolazioni corse.
I capi ribelli amici di Sanipiero cercarono invano di fermarlo, tentando di coinvolgere altri principi cui offrirono la signoria dell'isola: Emanuele Filiberto (che rifiutò forse non solo per precise ragioni politico-diplomatiche, ma anche per rispetto del D.) e Cosimo I (cui fu vietato dalla Spagna). Le operazioni militari del Doria intanto continuavano soprattutto contro uno dei capi, Achille Campocasso, che fu più volte sconfitto dalla cavalleria genovese guidata da Andrea Centurione; poi, alla fine del novembre 1564, giunse anche Giovan Andrea con la flotta: la loro azione combinata consentì rapidamente la non facile occupazione di Portovecchio, di Ajaccio e del castello d'Istria, che Sampiero fu costretto ad abbandonare, e la riconquista del territorio fino a Bastelica.
Ma il sopraggiungere dell'inverno fermò le operazioni; poi lo svanire del timore che la flotta turca si muovesse in soccorso dei ribelli corsi contribuì a rallentare l'impegno militare di Genova, dove si andava diffondendo l'opinione che il D., privilegiando la soluzione di forza, trascurasse di agire diplomaticamente sfruttando le rivalità dei capi.
Perciò, a metà del 1565, nonostante la nuova vittoria di Corte, il Doria venne richiamato a Genova e sostituito con Gian Pietro Vivaldi, cui era affidata la direttiva di favorire tradimenti e defezioni tra i ribelli e sopra tutto quella di Achille Campocasso, che si imputava al Doria di aver trascurato.
Dopo il ritorno dalla Corsica, il Doria si chiuse nel feudo di Dolceacqua, ereditato alla morte di Imperiale, senza prole, nel 1558 (che, come già detto, il duca sabaudo aveva ampliato nel 1560 con la contea della Rocchetta).
Applicò le doti del "buon governo": regolò i rapporti tra le varie Comunità (specie quelli secolarmente conflittuali tra Apricale e Isolabona), costituì una propria corte (cui impose il minuzioso rispetto dell'etichetta spagnola che aveva appreso negli anni giovanili), provvide all'abbellimento del suo castello (i cui affreschi commissionò a Luca Cambiaso), mantenne buoni rapporti coi paesi confinanti, specie con Ventimiglia: anzi, durante la peste del 1579, collaborò attivarnente con le autorità sanitarie della città ma non solo [come si evince dai rapporti epistolari (oggi in Ms 1. - Fondo Bono - Ventimiglia - Biblioteca Aprosiana che tenne con i Commissariati di Sanità di Ventimiglia e Bordighera, e con i Grimaldi di Monaco] .
Morì a Dolceacqua il 26 luglio 1580 (forse, anche se non è un dato certo, in conseguenza del contagio), dopo aver lasciato in testamento la signoria al cugino Giulio Doria, primogenito dello zio Luca che, a suo tempo, aveva seguito il padre nell'esilio.
Il Doria infatti non aveva avuto figli né dalla prima moglie, Apollonia Grimaldi (morta poco dopo le nozze, celebrate nel 1552) né dalla seconda, Caterina Del Carretto, figlia del marchese del Finale.
A lei lasciò l'usufrutto della contea della Rocchetta, gli 8.000 scudi di dote e vari legati; a un altro Doria, Gerolamo conte di Cirié, lasciò 150 balle di papiri della sua cartiera di Dolceacqua.
Fu sepolto nella locale chiesa di S. Giorgio, dove sono ancora, con la tomba di Giulio Doria, il suo sepolcro e la sua epigrafe .
Contemporanei al Doria operarono almeno due omonimi: uno Stefano Doria, signore per un terzo del Sassello, fu protagonista di una tormentata vendita alla Repubblica negli anni 1595-96 (vendita che sarà oggetto di annose questioni diplomatico-finanziarie, che si trascineranno fino ai primi decenni del sec.
XVII; cfr.
R.
Ciasca, I, pp.
279 s., 287, 301, 338, 366), e uno Stefano fu Giovanni (citato sempre dal Ciasca e anche lui erroneamente assimilato al D., in II, p.
189) fu testimone dei diritti di precedenza dello stendardo genovese.
Un terzo omonimo, di una generazione più giovane (ma sempre assimilato al Doria dal Ciasca, II, pp.
46 s.), figlio di Marco Doria e di Caterina Pinelli, fu ambasciatore straordinario in Spagna nel 1621 e commissario delle galee nella guerra savoiarda del 1625.




FRANCESCO DORIA

"Vivente il padre" [scrive ancora G. Rossi nella sua Storia del Marchesato di Dolceacqua] "avea mostrato sensi di conciliazione e che si era avvisto per prova quanto si guadagnava a lottare coi potenti, mostrandosi disposto a soscrivere le condizioni che dalla Corte ducale venivano imposte, nominava a suo Procuratore presso il Duca Carlo Emanuele I il già citato monsignor Cotta Sismondi da Ventimiglia, il quale avea riportato fama di abile negoziatore politico, nella qualità di uditore del vescovo Gavotti nella sua legazione presso gli svizzeri. Bastò che egli non si opponesse ad accogliere le clausole d'investitura, usate nel 1524 collo sventurato Bartolomeo Doria, perche ogni difficoltà venisse appianata e perchè oltre alla reintegrazione negli antichi feudi, venisse assegnata al novello signor Francesco Doria una pensione annua di lire due mila (5 gennaio 1652) e perché pochi giorni dopo, per grazia speciale, i feudi di Dolceacqua [ed ancora quelli di] Perinaldo, Apricale, ed Isolabona fossero eretti in titolo marchionale e mantenuto in comitato quello di Rocchetta. Che il novello marchese fosse entrato pienamente nelle grazie del monarca sabaudo, e fatto chiaro dal matrimonio, che egli nel 1660 pote contrarre con donna Lucrezia del Pozzo dei Principi della Cisterna, marchesi di Voghera, casato dei piu in credito e potenti nella corte ducale, alle cui insistenze non fu certo estraneo il conferimento del collare supremo della SS. Annunziata, fatto poco dopo al Doria. Sperava egli mercè così forti aderenze di ottenere nel 1671 di esser investito del luogo di Pigna, ma essendo trapelate tali pratiche, si trovarono cosi forti opposizioni, che il tentativo andò fallito.
Intanto dopo la guerra del 1625 tra Genova e Piemonte, che comportò a Ventimiglia una rivolta antigenovese e antinobiliare
esplose un nuovo serio
conflitto nel 1672 a turbare la sua quiete, quello ed ancora fra fra il Ducato Sabaudo e la Repubblica di Genova
".

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Il GENERALE GENOVESE PRATO (scrive ancora G. Rossi nella sua Storia del Marchesato di Dolceacqua in merito alla guerra tra Genova e il Piemonte sabaudo del 1672] partito da Ventimiglia il 10 ottobre assaliva il castello di Dolceacqua, nel quale con forte presidio erasi forticato il Marchese di Entraque.
Dolceacqua stava per cedere agli assalitori quando il Prato informato che un contingente nemico aveva assalito Penna e minacciava Ventimiglia, temendo di trovarsi rinchiuso fra due fuochi, ordinava una pronta ritirata.
Ma era egli giunto appena nelle vicinanze di Camporosso, che si accorse di'essere inseguito alle spalle dai soldati, che egli avea resi liberi col partire; ed ordinato un alto, presso la
CHIESUOLA DI SAN PIETRO ANNESSA AL CIMITERO
, aiutato di consigli ed opera da uomini di Camporosso, rosi da lungo astio contro quelli di Dolceacqua, fu in grado d'ingaggiare in favorevoli condizioni i un'aspra zuffa contro gli assalitori.
Durò essa accanita per più ore, volgendosi alla fine in aperto sbaraglio contrario ai ducali, che dovettero ritirarsi malconci, lasciando morti sul campo sessantasei di loro, oltre non pochi feriti e prigionieri.
Questi perturbamenti guerreschi forse contribuivano fortemente a deteriorare lo stato morale del marchese, che assalito da tetra melanconia e disgustato di tutto e di tutti, benché avesse appena varcati nove lustri, si mostrava deciso di voler consacrare a Dio gli ultimi anni di sua esistenza, vestendo l'abito degli Agostiniani Scalzi nel convento di N. D. della Muta [di Dolceacqua].
A nulla valsero i consigli dei congiunti più stretti, che gli rappresentavano, essere ancora nella troppo tenera eta di diciotto anni il primogenito Carlo Imperiale, per potersi addossare le cure del governo; il marchese si mostro irremovibile nel suo proposito; e il 22 aprile dell'anno 1676, per pubblico atto, facea rinunzia del marchesato e del contado al suo primogenito, dicendo essere sua intenzione di rendersi claustrale. Il che però non fece mai nei dieci anni di vita che ancora meno, durante i quali forte dubitiamo, non lo stimolassero ripetute volte, nuovi desiderii di comando, non avendo luogo abdicazione senza pentimento. La morte venne a coglierlo il 9 gennaio dell'anno 1686, sepolto il giorno 2 nella cripta di S. Giorgio con solenni funerali e con orazione funebre recitata dal poeta e letterato braidese Andrea Valfrè" (amico di Aprosio e fautore della Biblioteca di Ventimiglia). [Così lasciò scritto Girolamo Rossi!]
Ad integrazione delle sue note diciamo qui come fosse questa la CHIESA DELLA PIU' ANTICA CONTRADA di CAMPOROSSO (leggi qui la storia della località) [borgo che qui possiamo vedere in una carta del XVIII secolo] in Val Nervia già appartenente al Capitanato di Ventimiglia e la cui STORIA ANTICHISSIMA -COME SI PUO' VEDERE ANCHE ICONOGRAFICAMENTE SCORRENDO QUESTO INDICE- FU ANCHE GRATIFICATA DALLA REALIZZAZIONE DI VARI EDIFICI E MONUMENTI.
Questa CHIESA COME SI LEGGE ANALIZZANDONE L'INTERNO era stata un PUNTO DI INCONTRO E DI RIPOSO PER I PELLEGRINI DELLA FEDE che facevano CAPO ALLA DIRAMAZIONE OCCIDENTALE DI UNA VIA ROMEA PIEMONTE - MAR LIGURE - VENTIMIGLIA.
Utili reperti notarili ci attestano che al suo INTERNO furono stipulati vari accordi fra VIANDANTI PER QUESTI PERCORSI DELLA FEDE sia in merito alla mai facile MANUTENZIONE DEI PERCORSI E DEI PONTI -come si evince da questo TESTAMENTO DUECENTESCO DI ANFOSSO RAINERIO DI CAMPOROSSO- sia per la questione dei CAVALIERI DI PASSAGGIO PER QUESTE CONTRADE SIA PER QUELLA ABBASTANZA COMPLESSA DEI "MESSAGGERI DELLA FEDE A PAGAMENTO".
E a dimostrazione che questa Chiesa di S. Pietro di Camporosso rappresentava un punto sacrale e pubblico di assoluta importanza per l'antica Diocesi di Ventimiglia
basta affermare che andò a costituire il "capoluogo" -come qui si vede- di una delle 8 prebende in cui nel XIII secolo il territorio diocesano venne suddiviso.
Fa tristezza quindi, a testimonianza delle alterne sorti umane, che alla fine del XVIII secolo questo monumento alla fede ed alla collaborazione fra le genti sia diventato un avamposto bellico e sede di una battaglia con tante vittime!



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