cultura barocca

DOLCEACQUA
(LA TOPOGRAFIA STORICA/ UNA RICOSTRUZIONE DUECENTESCA).
UN DELITTO DI PORTATA INTERNAZIONALE> LA VENDETTA DI AGOSTINO GRIMALDI.
I DIRITTI DI UNA SIGNORIA FEUDALE

Comune di media val Nervia a pochi Km. da Ventimiglia. Di origini antiche, con tracce di insediamenti rurali romani, il paese fu capitale (simboleggiata dal castello dominante sul Borgo vecchio ad oriente del Nervia) del Dominio dei Doria.
In Dolceacqua (in cui si son trovati reperti di ordine celto-ligure) si sono concretizzati sia il tema del rovesciamento cultuale (per cui supponibili elementi idolatri furono sconsacrati con l'identificazione di entità positive precristiane in elementi negativi-maligni secondo lo schema-trappola dell' inganno demoniaco: il buco del Diavolo in Dolceaqua, fu uno dei "recessi storici" in cui il folklore cristiano-cattolico ha "nascosto" vari tipi di forze oscure; parimenti nella scomoda "Fonte del Drago" (Fonte Dragurina/ Dragurigna) si depresse il culto delle acque ipotizzando che tra queste si celasse un demone aggressore e/o tentatore) quanto il processo della sovrapposizione cultuale, di modo che una qualche tradizione (o struttura) pagana, resistente nella religiosità popolare non venne combattuta quanto piuttosto assimilata nel contesto di un sistema fideistico criristiano-cattolico (il complesso ecclesiale e le leggende taumaturgiche correlate di "Nostra Signora della Mota" poi detta, per alterazione dell'etimologia popolare, "Convento della Muta") nel vasto sito già occupato dal Priorato benedettino medievale dipendente dal monastero di Novalesa nel circondario di Susa (R. CAPACCIO - B. DURANTE, Marciando per le Alpi... , cit., p.193 sgg.).

(XIII sec.)> Sulla base degli atti del notaio genovese G. di Amandolesio (cartulare 57) è ricostruibile una TOPOGRAFIA DI DOLCEACQUA NEL XIII SEC. in cui il PAESE assumendo i connotati del BORGONUOVO acquisiva un ruolo predominante nel commercio di val Nervia.
Nuclei di tale topografia erano la chiesa di San Giorgio, il Convento di S. Maria, la platea o piazza del Parlamento e il Castello. La sola incertezza può sussistere sulla piazza: un atto del 7-IX-1259 la collocava nel "piano sotto Dolceacqua": essa doveva sorgere nell'area antistante la Tera, il borgo vecchio sulla cui sommità sorgeva appunto il castro comitale.
Nelle Convenzioni del 20-IV-1258 tra Genova e Dolceacqua, la località era stata indicata come castrum o castello e villa: quindi l'insediamento non era concentrato sull'area del castello ma pure in una zona "a villa" non fortificata. E' da pensare che un gruppo di abitazioni esistesse presso S. Giorgio dove sarebbe sorto il nucleo paleocristiano.
In effetti quest'area, nel sito fra S.Giorgio e S.Maria, avrebbe fruito di rifornimento idrico pei suoi buoni terreni grazie alle sorgenti individuate presso il Convento.
Il 12-III-1263 i coniugi Beatrice e Guglielmo Tardito fecero redigere la vendita a Guglielmo Alaria di una proprietà sita in Burgo Novo di Dolceacqua: il notaio stese l'atto non sulla terra in vendita ma davanti alla casa degli sposi nella Tera di Dolceacqua. Il di Amandolesio redigva gli atti in luoghi comodi e noti, sì da poterli usare come punti di riferimento.
Quel giorno egli stava davanti ad una domus o casa residenziale di Dolceacqua e si riferiva ad una località un po' fuori mano per quanto, secondo i riscontri topografici e i prezzi di mercato, doveva stare abbastanza vicina al borgo vecchio, perché era più quotata di terre di località quali "Portus, Villatalla, Mitana".
Il giorno 11 prima di sera aveva già rogato due atti a Camporosso: il sopraggiungere della notte, sempre pericolosa, lo indusse a fermarsi in quel borgo. Partì sul far del dì e prima dell' "ora terza" (8-9 di mattino) aveva steso in Dolceacqua 3 atti: uno presso una casa residenziale (quella dei Tardito) sita nella Tera e 2 davanti al Castello.
Sospese poi il lavoro, sistemò il bagaglio e andò a pranzare: dopo l'ora nona (le 14-15) riprese l'attività.

Il notaio scese verso il Nervia verso la Domus de Butis (residenza di un mercante locale e opificio-magazzeno di botti) davanti alla quale scrisse un ulteriore documento. Prima si era di nuovo fermato in casa dei Tardito ed era andato in quella dei Rambaldo per stendere ancora un atto; gli spostamenti seguivano una logica: aveva redatto un documento innanzi ad una casa residenziale prima di salire al Castello dove svolse altre funzioni.
Tornò poi sui propri passi sostando in luoghi che di volta in volta eran più vicini alla strada per Ventimiglia: solo per casualità il primo lavoro avvenne presso i Tardito ma il notaio imperiale aveva distribuito gli impegni in ordine "geografico-cronologico" sì da iniziare a rogare nel sito più lontano e poi redigere i successivi documenti tornando sulla strada di valle (abitudine suggerita dalle condizioni logistiche: era opportuno in quei tempi sostare il necessario fuori porta e, facendosi tardi, trovarsi in luoghi vicini al proprio ricovero).

Il notaio operò nella parte della Tera di Dolceacqua, di cui conosceva toponimo e conformazione: dagli atti si intende che, nonostante le lotte tra Guelfi e Ghibellini, già a metà '200 Dolceacqua si era estesa sulla destra del Nervia e che, lungo la strada a lato del fiume sorgevano poderi, casali e mulini.
Col termine di BORGO NUOVO (A Dolceacqua come in molte altre contrade italiane) si indicavano proprietà diffusesi fra i siti di San Giorgio e di Santa Maria.
Si riaprivano, in queste contrade un po' come in tante altre parti d'Italia e d'Europa, i buoni percorsi di fondovalle (venuti meno sia per l'antiche invasioni barbariche che soprattutto per le scorribande saracene a danno di quelli fra la riva sinistra e gli strapiombi e lungo questa via rianimata dal traffico la Signoria favoriva il moderno sistema insediativo, fiscale e commerciale del BORGONUOVO (i cui terreni avevano raggiunta una stima superiore a quella di altre località fuor che nel sito demico e comitale della Tera).
Il comportamento del notaio riassume dati sulla condizione socioeconomica e topografica del borgo scrivendo i documenti "all'aperto in Dolceacqua": non entrando in case private e nel Castello, per il lavoro si valse di riferimenti ambientali ed architettonici ora utili e chiarificanti. Pei Tardito vergò 2 atti di vendita, il primo ed il quarto . Il primo fu frutto di casualità in quanto salendo verso il Castello venne fermato davanti a casa Tardito sì che registrò una vendita: lasciò per il pomeriggio il secondo atto, quello su una proprietà degli sposi al Borgo Nuovo.
Presso l'androne dei Tardito lo aveva atteso Guglielmo di Codoli, uno dei consoli di Dolceacqua, interessato alla atto compravendita . Guglielmo accompagnò poi il notaio al Castello, ove presenziò da testimone ad un documento di procura; il console sarebbe conciliò un fatto privato con la sua partecipazione ad un rogito publico: l'espediente gli permise di non perder tempo per la burocrazia e tornare ai suoi poderi.

Dai vari atti si apprende che il notaio, superato il Nervia per un guado presso S.Giorgio, percorse all'andata ed al ritorno un tragitto identico e che le case, presso cui s'era fermato a rogare, eran Domus residenziali della Tera di Dolceacqua, costrutte una accanto all'altra, secondo la tecnica "a fortilizio" e prive d'orti o poderi.
Erano le abitazioni della borghesia locale che, scelte nuove attività , vendeva proprietà rurali abbandonate per ricavare liquidità e sostentare le sue imprese: a questo popolo grasso corrispondeva un numero di liberi agricoltori, residenti nel "Borgo" o in altre località del distretto, che ampliavano i loro possessi con tali acquisti per sviluppare l'agrotecnica dell' olivo.

Questa considerazione è avvalorata da un'indagine sui documenti del notaio.
Dal primo atto rogato nel pomeriggio si comprende che l'acquirente, Guglielmo Allaria, era un libero contadino che estendeva, assimilando dai Tardito due poderi per 10 soldi genovini , una sua proprietà sì da preventivare la positura di colture arboricole secondo la tecnica aggregativa (di modo che queste facessero da sostegno ai vigneti e lo spazio al piede servisse ad altre coltivazione di tipo "ortile").

I terreni venduti confinavano con poderi di Guglielmo Arocius, della casata di Oberto Rossi, di tal Giacomo Corradi e che passava in essi una via interpoderale, i cui diritti di pedaggio eran stati sanciti in contratti antichi cui il di Amandolesio fece riferimento (ciò farebbe pensare ad un arcaico insediamento demico al Borgonuovo presso S. Giorgio: forse una contrada agricola di cui si perse il nome, già estesa per l'intiera dorsale collinare, che giungeva alla chiesa, alle proprietà ecclesiali della Chapatecra e della Vignata, registrate nei Diritti di 1523).
Il I documento riguardò i Tardito e un Guglielmo Salvatore che, per 20 soldi, vendettero a Guglielmo di Codoli, un campo in morga de Villatalla che "di sopra e per un lato" confinava colla terra di Santa Maria, "di sotto" con una via e "dagli altri lati" con terre di Enrico Ferrari e dello stesso acquirente. Col testimone Iacobus Oglerius e le parti in causa parteciparono alla stesura Enrico Ferrari, un altro proprietario ed il Console della Comunità Perrianus Conradus come "consiglieri supervisori": la presenza di garanti e d'un magistrato è prova indiretta dell'importanza attribuita allo sviluppo in terre extra moenia di fondi di liberi agricoltori.
Nel II atto, davanti al Castello, Lanfranco Bulbonino ed i consoli Perrianus Conradus, Ortiguerius Gallusius, Guillelmus de Codulo e Iacobus Praellus nominarono Enrico Ferrari curatore di Guglielmo figlio del defunto Arnaldo de Curia. La richiesta era del giovane che desiderava da parte del Ferrari sia la tutela dei suoi beni che l'impegno legale per il recupero della dote di Riccadonna, figlia del defunto Sicardo Moirano e sua promessa sposa (fra i testimoni comparivano ora Iacobus Rambaldus, Guido Gibelli e Guglielmo Anfosso).
Gli stessi presenziarono all' atto con cui Enrico Ferrari, per parte di Guglielmino, ricevette i beni dotali di Riccadonna sotto forma di "21 lire di genovini" pagate, per conto della fanciulla, da Guglielmo Paerno: a questo contratto privato non presenziarono le autorità di Dolceacqua, che sovraintendevano ad atti di pubblico interesse come le compravendite di particolari terreni per l'esatta indicazione dei confini o le concessioni di tutela e procura.
Si è già parlato del primo atto pomeridiano in casa Tardito ma giova registrare la presenza di testimoni nuovi rispetto a quelli dei precedenti rogiti: Guglielmo Cavigia, Raimondo de Prano, Giacomo Catalano ed Ugo Moto.
La casata di quest'ultimo, che risiedeva al Borgonuovo in proprietà confinanti con quelle del Convento, potrebbe aver confermato il suo cognome per qualche relazione (="uomini della Mota"), coi Benedettini di S.Maria della Mota, senza escludere che l'onomastica sia stata codificata per collegamenti della famiglia con l'insurrezione o "Mota" di 30 anni prima (uomini che hanno partecipato alla rivolta).

Il console Ugo Moto era esponente dei nuovi ceti dirigenti di Dolceacqua: aveva raggiunta la carica di Console, svolgeva funzioni pubbliche ed era esponente del "popolo grasso".
Il Moto conosceva il di Amandolesio, da 2 anni almeno, in quanto con Enrico Ferrari, essendo colleghi consoli del Comune, col Sindaco Enrico Burna e Guglielmo Bursa, aveva partecipato alla stesura di un pubblico documento il 18-IV-1261.
Essendo presenti l'esecutore del Comune Guilliocius Anfosso ed i testi Enrico Boleto, Giovanni Rosso de Praedis notaio e Giovanni Testa, "radunati e convocati a voce dal messo banditore secondo il costume solito del luogo", quegli amministratori dichiararono d'aver agito "in nome del comune ovvero della maggior parte degli uomini del Parlamento.. di aver agito per il vantaggio della collettività e di impegnarsi ora a consegnare nelle mani di tal Egidio Capelleto (un commerciante di grossa importanza) 24 quartini di frumento e 32 soldi di genovini tutto ciò entro il prossimo primo settembre in castro Dulcis Aque".
Nel pomeriggio di quel giorno del 1261 il di Amandolesio sarebbe andato col notaio Boleto e Giovanni Rosso, nella casa dei coniugi Todesca: questi ed il Moto si impegnarono poi collo stesso mercante a consegnare entro gli stessi termini 4 quartini di frumento a saldo dei prodotti avuti (cogli atti del 1261 il notaio di Amandolesio registra un passaggio dall'economia chiusa del medioevo a trasformazioni economiche che presuppongono ripresa di scambi commerciali e riapertura dei sistemi stradali di fondovalle).

Pure nel 1263 Ugo Moto avrebbe seguito il notaio ante domum de Butis presso i Todesca che vendevano a Giovanni de Ayrolis una terra "aggregata a ficheti e vigneti.
Il Moto possedeva nella medesima località Portus un campo di simili colture e ora, come "consiliatore", controllava la delineazione dei confini, dei diritti e pedaggi sulle vie interpoderali (si intuisce lo sviluppo della zona, un tempo deserta ed ora al centro di molti interessi: tra l'altro vi era segnalato un "vecchio mulino", ancora attivo che, evitando agli agricoltori viaggi costosi alle fabbriche della Tera, faceva alzare il valore dei poderi).
La famiglia Moto viene pur citata nell'ultimo atto del notaio, davanti all'abitazione di Beatrice e Guglielmo Rambaldo. Un Enrico Moto, fratello del precedente personaggio, fu presente come "garante e consiliatore" alla vendita fatta dagli sposi, a proposito di una terra coltivata a ficheti e vigneti (per 2 lire di genovini): il podere era nel territorio dolceacquino in Mitana e lo acquistava un Ottone della casata rurale dei Marchesano.
Si apprende che i Rambaldo avevano altre proprietà nel luogo e che vi esistevano possedimenti di altri come Guglielmo Cantucius, Pietro Ferrario, Rolando Montaltinus.
L'onomastica dei proprietari non dice granché ("Montaltino" rimanda alla provenienza da uno dei numerosi borghi liguri-piemontesi col toponimo Montalto) ma, confrontando l'atto col precedente si hanno altre notizie. A parità di azienda agronomica, un podere in Mitana valeva circa la metà di uno ubi dicitur Portus. In Mitana v'era anche un frammentarismo di piccoli poderi rispetto a Portu: si deduce che era sito disagevole, che la terra non era delle migliori e che vi stessero liberi agricoltori di modeste condizioni.
Fondi come questo, isolati e lontani dalla "strada nuova" di fondovalle, paiono i più antichi perché negli atti costantemente si rimanda a vecchie mappe catastali e si fa cenno ad una lunga vicenda di proprietari . Per quanto ricostruibile, questo podere in Mitana doveva ospitare un casale per la residenza di una famiglia: i piccoli poderi amministrati da liberi contadini nel '200 erano in genere più frequenti nelle località di ardua comunicazione viaria mentre nel Contado prossimo al borgo si verificava un graduale spopolamento delle terre colla susseguente concentrazione di masse e latifondi nelle mani di grossi proprietari inurbatisi nella Tera.
La località in Mitana era indicata a metà '200 con un nome specifico, senza ricorrere alle formule di precisazione utilizzate per siti che avessero assunto denominazione da tempi relativamente recenti, come nel caso delle perifrasi "luogo del distretto di Dolceacqua, dove si dice...; valle o campo detto... ecc. ). Il toponimo non sembra di origine medioevale nè voce del dialetto: peraltro il suffisso femminile -ana rimanda spesso all'idea della villa rustica romana.
Se per Bussana, sorta su una villa agricola imperiale presso Sanremo, il nome vien fatto derivare, con qualche incertezza, da una gente romana Vibia-Vipsia non è da escludere che il toponimo Mitana si sia evoluto da quella famiglia Mettia-Messia-Mittia che ebbe ruolo economico e politico in Ventimiglia romana.
Diverse genti del municipio imperiale possedettero aziende rurali lungo la costa e nell' entroterra e alcune di queste conservarono il nome sin all'Alto Medioevo, divenendo prima beni feudali poi sedi monastiche oppure terre frammentate tra coloni (oltre Bussana, nell'area tabiese di Capo Don si rammentino la Pompeiana, la Porciana che seguì peculiari trasformazioni insediative e topografiche).

Altro atto del di Amandolesio che chiarisce la TOPOGRAFIA DUECENTESCA di Dolceacqua, fu redatto il 3-V-1260 "in Ventimiglia, davanti alla chiesa di Santa Maria".
Con esso il podestà di Dolceacqua Guglielmo Malocello sentenziò che certa Benvenuta, vedova di Guglielmo Bonanato, avesse alcuni beni in Dolceacqua a saldo della sua dote, corrispondente a 30 lire di genovini.
La donna, sulla base di un atto del 30-I-1243 del contratto nuziale, si era appellata al Podestà per entrare in possesso dei beni che aveva "trasmesso" al marito defunto.
Secondo la trafila dei tempi, il Podestà (un forestiero neutrale preposto al Comune che poteva farsi sostituire temporaneamente da un Rettore per qualche pratica: come fece il Malocello con Giacomo Calcia) aveva incaricato i Rettori del luogo (funzionari elettivi e collegiali, con incarichi amministrativi, giudiziari e governativi di numero variabile, ora 3 ora 4) di ingiungere al praeco o messo locale di bandire ad intellegibile et alta voce per Dulcem Aquam (da intendersi quale distretto) se mai qualcuno avesse maturato diritti su quei beni od intendesse esserne Curatore".
Passato il tempo di 3 giorni, gli "estimatori" del Comune, Rollando Montaltino e Guglielmo Pinello, depositarono la loro perizia: trattandosi di un atto pubblico e non di scrittura privata, il documento acquista valore sia per la precisione dei riferimenti topografici che quale testimonianza di civiltà medievale.

Benvenuta aveva una DOMUS in Dolceacqua (casa residenziale della Tera) prossima ad un'altra domus di Durante Caravelli e presso cui "di sopra e di sotto" correvano due viae ( i vicoli del complesso della Tera: le case non eran né prossime al fiume né al Castello).
Il corredo della casa di Benvenuta a Dolceacqua era rustico ma di qualità; vi appartenevano una mastra o madia per il pane, una tina o recipiente per sardine salate, due botti di castagno o rovere per il vino [veges = sulla diffusione di tale coltura e della vinificazione non mancano testimonianze ed anche a proposito dei beni terrieri della stessa vedova che, stando ai rogiti sembrerebbe quasi esercitare una sorta di monopolio della vinificazione: il che evidentemente non era cisto che -per quanto il peso economico di Benvenuta nel settore dovesse essere notevole- da altri atti non mancano si possono citazioni di ulteriori produttori, tra cui si può qui citare un privato cittadino di Dolceacqua ed un altro possidente ancora specializzatosi nella coltura del vino, visto anche che nell'atto che lo riguarda è registrata una località che prendeva sicuramente il nome dalla presenza di una fabbrica locale di butis e veges].
Oltre a ciò il notaio elenca pure tre tavoli di legno di noce, due letti coll'intelaiatura di legno (i più umili dovevano accontentarsi di un pagliericcio per terra).
Appartenevano alla casa una pelle animale o "cuoio", una falce per "fare erba", una catena, tre quartarii di grano, un magaglio, una roncola, una fiala per l'olio, tre asce ben affilate, una lancia, un lebète, una sauma (unità di misura identificata con un recipiente), un paiolo, un mantello bruno di Lombardia, due ramaioli, 4 scalpelli di cui uno tagliente, una certa quantità di tela (tutto ciò fu stimato 11 Lire).
La casa aveva un "magazzino" ed una "stalla piccola" nella parte inferiore sulla strada, con ingresso autonomo: i proprietari erano ascritti alla borghesia duecentesca o "popolo grasso" di Dolceacqua.
La strumentazione dei beni testimonia origine contadina della famiglia di provenienza della vedova ma il possesso di letti, stoffe ed apparecchi sofisticati per quei tempi prova una volta di più l'elevazione in senso borghese di parecchie famiglie del luogo: il possesso di armi permette di inquadrare i padroni della casa fra quei liberi che all'interno della Compagna avevano dato vita al Comune di Dolceacqua.
I fondi della famiglia erano disseminati su una superficie estesa, fuori complesso urbano del borgo vecchio: si estendevano da zone prossime alla Tera ma proseguivano a mezzacosta fin alla "località San Giorgio".
"Dove si dice Clapa" (quindi sempre a Dolceacqua) Benvenuta possedeva una "pezza di terra ortiva" (con colture da "bassa corte", per un fabbisogno donestico di fave e cavoli): questo "orto" confinava con una terra dei fratelli Giovanni e Rainerius Frenguelli ed era delimitato da vie interpoderali.
Anche se non esistono dati ulteriori, la ramificazione di tali percorsi induce a credere che ubi dicitur Clapa fosse località con piccoli poderi e vari orti: la stima (14 soldi) rimanda a un fondo di piccole dimensioni.

Benvenuta possedeva in Prael una "pezza di terra arborata a viti e fichi ed altri alberi" (quotata 5 Lire) i cui confini vennero indicati "di sopra da una Rocca...di sotto dall' acqua del Nervia..per un lato dalla terra di Obertus Rubaldus...e per un altro lato dalla terra di Berno Satalee ed Oberto suo fratello".
La scansione topografica del sito risulta semplice (anche se confrontata ad una ricostruzione moderna informatizzata) sia per la conservazione del toponimo ad una località rurale sita oltre il Nervia, di fronte al cimitero, sia per esser stata identificata la Rocha in una moderna abitazione in retta linea d'aria colla Rocha gemella inglobata nell'edificio di S.Giorgio, donde era possibile sfruttare un guado verso la riva est del Nervia (la strada di fondovalle era tornata nel '200 via principale dei commerci, specie verso il Piemonte, e per l'evoluzione del Borgonuovo: nello stesso tempo la sopravvivenza di queste strutture fortificate, del guado e dell'insieme topografico sembra avvalorare l'impressione che, attraverso i secoli, la gente abbia atteso la riattivazione di quel percorso tormentato da tante vicissitudini ed un ulteriore segnale sembra da collegarsi con l'ipotesi non peregrina che l'area del Borgonuovo avesse fruito nel passato di un insediamento demico poi abbandonato per tante emergenze ma sempre agognato per la sua importanza viaria e ambientale).

In terra Praelli la donna teneva un LINUM stimato 3 soldi: si alludeva a un campo per coltura del lino ma il testo non indica se il casato di Benvenuta ne facesse vendita alle manifatture od operasse in proprio sin alla trasformazione in tessuti.
Il bialdo de tela della stima dei beni di casa potrebbe anche intendersi come il risultato della coltura e poi della lavorazione, per autoconsumo e vendita al dettaglio, di quel campo di Linum in terra Praelli.
L' indagine sulla coltura risulta utile: il Linum usatissimum, da cui si ricava l'omonima fibra, pur originario dell'area mesopotamica, fu introdotto in Europa ai tempi dell'Impero romano e la sua fortuna perdurò fin all'ultimo Medioevo.
I contratti agrari stipulati sul finire di tale periodo inducono a credere che piantagioni e telerie esistessero per tutto il Centro-Nord italiano, anche se in Ligura la maggior parte della produzione era frammentata in poderi limitati , sfruttati per fabbisogno domestico o commercio locale.
La CANAPA (Cannabis Sativa), pure originaria dell'Asia Minore, fu coltura gregaria di quella del lino, benché fosse stata praticata sia dai Romani che nel Medioevo.
Si affermò dal XVII sec., benché in val Nervia alcune "Fascie canapili" fossero comparse dal '200, indicate col nome "Canapaira-canavaira" e destinate a sostituire le piantagioni di lino come risulta dagli atti del Notaio Borfiga nei cartulari degli anni 1687 - 1701 (rogiti in Centro Culturale di Dolceacqua : gli Statuti di Apricale del 1267 al capo 92 riportano una disposizione che riguarda la macerazione del lino e della ginestra "Item statuerunt quod aliqua persona non debeat ponere seu poni facere ginestram, linum,canavum in fossatis de Mendacio -oggi Merdanzo- a fontana usque aquam de valle".
La diffusione del toponimo "Canapaira" segue i percorsi storici , conseguendo la massima percentuale nel luogo antico di transito della VIA ROMEA identificato dal tardo Medioevo col toponimo "predio di Veonegi".
La coltura entrò in crisi nel XIX sec. con l'avvento del cotone importato: dagli atti si ricava che i contadini l'andavano disponendo sempre, per la commercializzazione sui porti di costa, in campi che non fossero mai distanti dalle frequentate vie di crinale.

In Podio Oliverii Benvenuta aveva "una pezza di terra arborata a fichi e viti" del valore di 5 Lire: i confini catastali erano "di sopra della terra di Petrus Malonus, di sotto da quella degli eredi di Oberto Aroscio, da un fianco per mezzo della proprietà di Dalfine vedova di un Carlevarius e dall' altro in virtù di una strada interpoderale".

La donna in valle Baudete possedeva poi "un campo aggregato a fichi e viti" e "una terra a biada che è sopra": il tutto era quotato 20 soldi.
Il "campo" risultava delimitato dai beni di Peirallus de Rocheta (lato super.), di Guglielmo Manfredi e del Prevosto di Dolceacqua (ai lati), da un fossato nella parte inferiore.

Inoltre Benvenuta teneva poi una speltam in campo de Celsa: il podere era incluso fra i limiti di una via che gli passava sopra, della terra sottostante detta dei Verdiliorum e di un vallone.
La proprietà fu stimata 13 soldi: la "spelta" è una pianta delle Graminacee, sorta di frumento dell'Asia Minore coltivato dalla remota antichità.
"Nel piano di Dolceacqua" Benvenuta aveva poi un orto del valore di 12 soldi: vi passava sopra una via e il suo lato inferiore coincideva colla terra Buxii Vermilii mentre ai margini erano i beni di Guglielmo de Cogo ed Ortiguerius (il termine "vermiglio" per una tonalità di rosso aveva preso piede nell' etimologia popolare, come espressione collegata al fenomeno Crociato ma che poi prese ad esser denominazione del vin vermiglio locale: dall'analisi dei rogiti riguardanti il territorio di Ventimiglia il colore "vermiglio" vien dato alla croce dei vessilli dei miliziani assoldati dalla Repubblica di Genova).

Benvenuta aveva poi una blavam in campo Iacobi Matilde, ubi dicitur in Ulmo valutata 6 soldi: la "blava" è un cereale usato come foraggio mentre il toponimo trae origine da un fitonimo, cioè da un olmo di caratteristiche vistose per età e dimensioni.
Alla donna spettava poi una "terra aggregata a fichi", stimata 2 soldi, in Ubalga per contra Dulcem Aquam (il dialettale "Ubalga-Ubaga" indica un luogo umido, non solatio, disposto su una dorsale che guarda a levante, in opposizione col nucleo della Tera) che confinava colla proprietà di un certo Pictavinus.

L'ultima proprietà di Benvenuta stava ubi dicitur Costa, i cui limiti eran forniti da una via, dalle terre di Oberto Rubaldo ed Ugone Matilde: si trattava di una "pezza di terra alberata a fichi ed olivi" del valore di 30 soldi".
Il rilievo di questo possesso è caratterizzato dalla segnalazione che esso, oltre che ad alberi di fico, era coltivato ad OLIVI.
Questa riflessione sui possessi di terre coltivate ad olivi di una Benvenuta, ricca vedova residente a Dolceacqua, è una delle più antiche segnalazioni del graduale passaggio dell'olivicoltura medioevale da una gestione monastica di ordine monopolistico ad un'autonoma attività d'aziende private rurali del popolo grasso.

L'"IMPORTANZA" DI UNA VICENDA STORICA FRA GRIMALDI DI MONACO E DORIA PER LA TOPOGRAFIA CINQUECENTESCA DI DOLCEACQUA: UN DELITTO, UNA GUERRA E LA CONQUISTA DEI GRIMALDI, IL CATASTO MARCHIONALE E I DIRITTI SIGNORILI >

Un documento importante per la topografia di Dolceacqua nel '500 (dopo il complesso fortificato, la Tera, intorno al castello, oltre il Nervia, il Borgonuovo si sviluppò abbastanza tardi, fra XII e XIII sec., nel contesto dello sviluppo della via di fondovalle -oggi Via Barberis Colomba- rinvigorita e riaperta a mercanti e viaggiatori) del "Marchesato" dei Doria, ed in buona parte della porzione valliva soggetta al dominato genovese, è poi costituito dai " Diritti del Magnifico Signore di Dolceacqua" stesi nel 1523.

Per certi aspetti risulta storicamente più "importante" del pensabile che Bartolomeo Doria, con l'assassinio dello zio Luciano Grimaldi, avesse scatenato l'ira del vescovo di Grasse Agostino Grimaldi [Secondo alcuni su suggerimento di Andrea Doria il delitto del 1523 sarebbe stato progettato nel contesto d'un piano di politica internazionale che, variamente, contrapponeva, FRANCIA e SPAGNA. All'epoca i Doria erano alleati della Francia, i Grimaldi, nell'evenienza, ottennero facilmente l'appoggio spagnolo: ciò avrebbe permesso loro di punire l'assassino e la Signoria di Dolceacqua ma, soprattutto, di attuare un colpo di mano su Ventimiglia, con la giustificazione politica diplomatica che che avrebbe ospitato alcuni complici dell'assassino (1524): tale evento sarebbe stato un eccellente casus belli per scatenare contro l'importante base genovese di Ventimiglia, nel 1526, le truppe spagnole di Carlo di Borbone che, nell'ambito di una versione storica non condivisa universalmente, avrebbe posto a sacco la città, con la distruzione dell'antico archivio, in modo da prostrarla e porre la Repubblica di Genova in una condizione di sudditanza politico-economica, militare ma anche psicologica di fronte allo strapotere spagnolo].

Agostino Grimaldi era andato a reggere la Signoria di Monaco per i nipoti minorenni, Francesco ed Onorato I, orfani del Grimaldi : benché Clemente VII, nell' autorizzare con sua "Bolla" il vescovo a tal compito politico, aveva invocato la pace, Agostino Grimaldi intervenne militarmente contro i Doria, prendendo i castelli di Dolceacqua ed Apricale. Essendo fuggiti e caduti in disgrazia gli antichi Signori, i Consoli di Dolceacqua, Apricale, Isolabona e Perinaldo dovettero accettare che i loro borghi andassero ad ampliare il dominio dei Signori di Monaco: nel "giardino degli aranci" di questa cittadina costoro fecero quindi atto di vassallaggio ad Agostino il 3-IX-1523.

Poco dopo tal data, il luogotenente di Agostino, Bartolomeo Grimaldi, si recò in Dolceacqua e prese dimora nel castello; ordinò poi di redigere un INVENTARIO degli ANTICHI DIRITTI spettanti ai Doria, giunti in mano dei Signori monegaschi: poiché la Repubblica di Genova non si oppose, grazie anche al lavoro diplomatico del legato Marco Grimaldi, la nuova Signoria di val Nervia fu in grado di arrogarsi i previlegi feudali della casata Doria. In virtù di quella ricognizione cinquecentesca si è in grado di acquisire altre informazioni sull'evoluzione geopolitica della valle del Nervia.

L'atto in questione ribadisce ANTICHI DIRITTI (JURA) dei DORIA e TASSE o GABELLE e, cosa di rilievo, lo jus di pedaggio. In traduzione corretta si riproduce di seguito la parte degli Jura concernente i diritti istituzionali della Signoria sulle singole Università o Comunità della valle(orig. latino in Storia del Marchesato cit. doc. Diritti sotto anno di rifer.)

DOLCEACQUA
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1- Il Signore possiede il castello in Dolceacqua ed ha sia in questo che negli altri castelli il mero e misto imperio colla potestà di gladio e qualsiasi facoltà giurisdizionale di istituire procedimenti, condannare ed assolvere sia dal lato civile che penale e di imporre pene tanto di ordine corporale che pecuniario e di emettere sia bandi che proclami ed agire di sua lecita volontà senza che si possa far appello a qualsiasi autorità.

2-Annualmente, in occasione della festa di S.Giovanni Battista nel mese di Giugno da parte della Comunità di Dolceacqua devono esser eletti tre consoli ed ufficiali mentre il signore nomina per sua parte un console. Questi tre consoli della comunità assieme al console del Signore possano governare i ministeri e applicare la giustizia agli abitanti di siffatto luogo sia ne contenziosi civili che per i danni che ancora per le accuse riguardanti i regolamenti campestri.

3- Al Signore spetta una parte e gli altri quattro quinti ai consoli dei luoghi a riguardo delle condanne eseguite e delle bannalità da esigersi.

4- Le Bannalità del Signore nelle sue terre vengono riscosse al doppio del prezzo stabilito in altrui proprietà.

5-La Comunità sia obbligata a pagare annualmente al Signore nella Festa di tutti i Santi la somma di quaranta lire.

6- In occasione delle Feste natalizie si paghino al Signore in natura 5 montoni di cui tre da parte dei Bandioti e due dalla Comunità mentre i consoli sian tenuti in siffatte feste a dargli una femmina di pecora e nella festa di Pasqua i Bandioti debbano ancora tre capretti e la Comunità due.

10- Il signore detiene l'intiera giurisdizione delle acque in siffatto modo che nessuno può edificare o costruire dei mulini o degli edifici ad olio se non lo stesso Signore".

I restanti capitoli degli Jura riguardavano i beni immobili che la Signoria aveva nei centri e no di valle sotto suo controllo: Isolabona, Apricale, Perinaldo, Baiardo. In Dolceacqua essa possedeva 3 mulini, cui la popolazione doveva recarsi obbligatoriamente per far macinare i cereali, versando la tassa della sedicesima parte del prodotto.

Dal capitolo 11 dei "Diritti" si apprende che i Doria, presso i mulini ed i frantoi che si succedevano lungo la riva orientale del Nervia (le cui acque fornivano energia alle macchine), avevano DUO VIRIDARIA: si trattava di grandi orti signorili recintati che si estendevano in piano dalle falde della Tera sin ai confini della località Praelli: come si evince da questi atti ma anche dalla cartografia sabauda del XVII-XVIII secolo.

Al Signore toccava poi una pezza di terra tenuta a prato e recintata da un muro nel luogo contiguo al sistema di mulini e frantoi, detto "besta" o "berta": sopra la località berta ( toponimo più sicuro) stava ancora un'altra proprietà signorile " in una pezza di terra chiamata lo prao".

Fra i beni della Signoria di Dolceacqua nel XVI secolo eran da computare proprietà fondiarie anticamente già appartenute ad organismi ecclesiastici che, per crisi istituzionale, le avevano lasciate cadere in degrado: A - una pezza di terra detta chapatecra, probabilmente un gerbido, che era stata della vecchia chiesa parrocchiale di San Giorgio; B - una terra coltivata a vigneti nella località mototium o motonti che era stata data in gestione a tal Dionisio Fiore (a costui la Signoria, secondo un codicillo dei "Diritti", aveva anche assegnato l'usufrutto di una terra detta le mandolete), con l'obbligo di versare annualmente in natura quattordici metrete di vino normale ed una di moscatello" (la metreta era un'unità di misura classica dei liquidi, poi identificata popolarmente e sotto il profilo fiscale in un particolare tipo di vaso); C - una terra coltivata a vigneti sita presso la chiesa di San Giorgio, che risultava divisa in due parti, fra i Signori e le chiese di S. Giorgio o della Beata Maria de Mota: la lettura critico-topografica risulta qui difficile per l'ambiguità del testo dei diritti.

Fra le altre minori proprietà signorili esistevano poi una terra chiamata le noxe (il toponimo rimanda senza dubbi ad un noceto che caratterizzò il luogo), la terra posta a vigneti nella località reges, un'altra terra a viti detta di San Martino (che parrebbe alludere ad un'altra proprietà ecclesiastica pervenuta ai Doria), un terreno incolto presso il Castello detto La collecta, la proprietà fondiaria chiamata lo graiz, una fascia di terreno sotto la via ed un'altra dentro il luogo di Dolceacqua sotto il Castello.
Al Signore spettava poi un viridarium detto lo jardin de li citroni de lo trolio ( l'espressione è già in italiano nel testo cinquecentesco)
Ulteriori proprietà signorili erano poi un "campo" in località lo conio (dove stava anche un "casale" ancora affittato a tal Dionisio Fiore per i lavori di semina), due "pezzi di campo" in luogo la gorra (anche questa era affittata al Fiore, ma con vecchio contratto medioevale: "il Signore procura i semi e Dioniso Fiore presta le giornate di lavoro e poi nel tempo delle messi il Signore di Dolceacqua recupera tutti i semi mentre il prodotto del campo si divide a metà").
La Signoria controllava da tempo una pezza di terra a prato nel luogo detto le isole dove è un casale distrutto, ora ad uso per recinto delle bestie (il vecchio casale era stato un mulino ed ora veniva usato per tenere al riparo animali da stalla che non furono specificati: forse cavalli ma più probabilmente muli da soma).
Nel "luogo detto Porto" i Signori avevano poi un altro molino chiamato lo molinetto : sviluppando una scansione di ordine cronologico sulla comparazione topografica si intende che il piccolo mulino è rapportabile ad un complesso del tardo Duecento impiantato sull'area del Porto importante sia per l'agricoltura che in qualità di nodo strategico e viario.

Altri possedimenti signorili in Dolceacqua erano una casa nella piazza del borgo nominata lo palacio, una appotheca o magazzino dispensario e presso il Castello, dove si dice la torretta , un'altra casa: per quanto concerne lo palacio risulta evidente il riferimento alla dimora signorile detta in antico Camminata, ove nel salone eran sistemati i ritratti di famiglia: edificio di linea rinascimentale veniva abitato dai Doria in alcune stagioni dell' anno (il suo degrado iniziò dal 1715, quando la Marchesa Matilde Balbiano ne fece un monastero di suore: che non vi rimasero molto tuttavia per i conflitti che sarebbero sopraggiunti ed infatti a metà del '700 il palazzo disabitato - i Doria si erano trasferiti in Camporosso entro il territorio della neutrale Repubblica di Genova - sarebbe stato colpito gravemente dalle cannonate delle truppe austro-sarde durante la Guerra di successione al Trono Imperiale).






Spesso citando nel corso della trattazione borghi, ville, luoghi e città capita di citare la voce DOMUS con cui si allude ad un tipo di edificio proprio del ceto medio-abbiente, indubbiamente diverso dal Palacium dell'aristocrazia quanto dal casale dei ceti più umili.
E' arduo ipotizzare la realtà strutturale delle Domus del XIII-XIV secolo: anche se dagli atti del notaio di Amandolesio, sembrano tutte a due piani, tenendo conto del piano terra e di una sua parziale utilizzazione oltre che per fornire l'accesso all'edificio, allo scopo di ospitare gli animali, specie da trasporto come muli e cavalli: ci si riferisce qui alla stabula = stalla.
Molto di più si può dire per le Domus di epoce successive anche per la sovrabbondanza di atti superstiti.
Per offrire un'idea di questa struttura abitativa, pur segnalandone le diversità implicite a seconda che sorgesse in ambiente residenziale od in un borgo minore, Giuseppe Palmero in un suo saggio limitato alla storia locale di Ventimiglia, ma dal taglio così ideologicamente esteso da valere per altri tessuti demico-insediativi della Liguria (Assestamento e rinnovamento urbano in Il Catasto...), sulla base di atti notarili di fine '400 e primi '500, e quindi di una sostanziale oggettività di legge, ha proposto la ricostruzione interna di un tipo di casa in area residenziale, propriamente in Platea Longua di Ventimiglia (Archivio di Stato di Genova, Notai Ignoti, notaio Bernardo Aprosio, n. 355/4).
Lo studioso, per raggiungere la massima, possibile obiettività, si è valso di più documenti del notaio ventimigliese Bernardo Aprosio che rogava i suoi documenti proprio nella domus che egli possedeva ed in cui teneva lo studio in Platea Longua di Ventimiglia medievale.
Per conchiudere al maglio il suo teorema il Palmero afferma di aver scelto il notaio, oltre che per la massa di notizie che offre sulla sua attività e indirettamente sugli spazi della casa-studio in cui opera, anche perché egli per estrazione sociale apparteneva ai tipici habitatores in platea sì che la descrizione della sua residenza finisce per costituire un utile esempio comparativo e di similitudine con altre, consimili domus di proprietà medio-alta: per precisione scientifica lo studioso sottolinea che, salva restando la convergenza tipologica, la domus dell'Aprosio si doveva distinguere da altre a lei vicine quasi soltanto per il fatto di non possedere probabilmente un "porticato".
Stando quindi ai documentati calcoli del Palmero la domus del notaio doveva essere composta di non meno di 7 vani od ambienti.
Si entrava in essa attraverso un hostium (portale) presso cui sorgeva un'apotheca (diremmo la bottega professionale in cui il notaio sembra aver redatto la maggior parte dei suoi atti pubblici).
Si saliva per delle scallas (scale) sin a raggiungere in mediano (piano di mezzo o rialzato) una camera (camera, locale però dall'uso imprecisato) presso cui, secondo le razionali valutazioni del Palmero, doveva essere la coquina (cucina) e lo scanus o studiolo cioè l'ambiente di studio del professionista ed ancora l'aula cioè la "sala", quindi un locale particolarmente ampio in cui pure doveva ricevere i clienti: di questa si parla un documento del 31 maggio 1508 in cui il notaio si rivolgeva a clienti che stavano seduti su una grande panca fornita di schienale (diremmo oggi l'arredo necessario per l'utenza di un libero professionista).
Il privato vero e proprio della domus doveva invece essere identificabile ad un piano superiore, che indirettamente il notaio cita in altri documenti: al proposito troviamo menzionata la camera cubicolaris cioè la vera e propria camera da letto e quindi un altro locale, di cui è arduo proporre la funzione, definito un pò genericamente, quasi fosse stato un ampliamento dell'edificio o fosse stato piuttosto il risultato di una ristrutturazione, la camera nova.