cultura barocca
Dal virile, romano Memento Mori alla vacuità di "Cortigiania" e Servilismo A lato sonetto di C. Giudici sulla "precarietà della vità" (vedilo qui stampato e trascritto in grafia moderna) = vedi pure, sulla scia delle considerazioni sull'umana pochezza di P. F. Minozzi, dalla Grillaia di Aprosio il capitolo IV De' Titoli, e della loro esorbitanza

Spesso si dimensiona l' angoscia seicentesca della fine terrena conseguenza della scoperta precarietà della vita connessa ad una eventi catastrofici di varia natura quanto guerreschi e calamitosi su scala planetaria ma sublimati dalla Guerra dei Trenta Anni e dal monumentale conflitto con l'Impero Turco a personaggi carismatici e fra tutti si antepone spesso Papa Alessandro VII mentore di Maria Cristina ex Regina di Svezia ma per quanto il Pontefice partecipasse di questo stato d'animo epocale al punto di tenere una bara nella propria camera il suo non era comportamento eccezionale al segno che qual memento mori cioè della morte inevitabile si teneva da più persone un cranio, specie di personaggi illustri, sul proprio scrittoio, destino che toccò al grande Cartesio.
Aprosio partecipò parimenti di questo globale incupimento della vita e in ciò è emblematica una lettera-capitolo dello Scudo di Rinaldo II laddove (scrivendo ad Ippolito Marracci il Capitolo VI trattante Sull'uso di nominare i morti a tavola condannata dal corrente "Galateo" e -cosa da Angelico ampiamente riprovata- anche dai Religiosi) "il Ventimiglia" rammenta invece come l'usanza di parlare spesso della morte e di tenerne una di Lei testimonianza sempre in vista ascenda a tempi lontani e di maggior fede = visto egli scrive che gli huomini dopo una breve passeggiata nel mondo hanno da abbandonarlo con tutto ciò che in esso si rimira: costumanza quella del memento mori che l'erudito frate ventimigliese s'onora sia ancora rispettata dai "suoi" Agostiniani Scalzi e dai Carmelitani di S. Teresa.
L'erudito poligrafo toscano di Monte San Savino Pier Francesco Minozzi a sua volta ebbe molto in comune con Aprosio (vieppiù angustiato -anche sulla scia d'una certa tradizione poetica coeva- nel contesto d'un generale incupimento spirituale ed esistenziale dalla consapevolezza tenuta ben celata di non aver in quanto religioso un figlio od erede fidato cui lasciare quanto con fatica fatto e raccolto) in merito ai tormenti del citato ed epocale incupimento a fronte della scoperta precarietà della vita (della vita in tutti i sensi e per tutti i ceti, nemmeno esclusi quegli pseudopotenti che a a giudizio di Cesare Giudici praticano la "Cortigiania" effimero servilismo verso i grandi che è in definitiva sprezzata prigionia nella vita e celere oblio nella morte) reso -come già scritto- eclatante da tanti drammi epocali di un'esistenza sospesa tra molte luci ma ancor più ombre paurose e non a caso il Minozzi fu autore accademico di questo sarcastico commento -salvato dalla dispersione proprio grazie al "Ventimiglia"-
sulla fragile condizione della vita nel tempo anche dei ceti dominanti e abbienti del '600 nonostante i grandi ed ingiusti privilegi di cui godevano.
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Pressoché diffondendo il concetto che guerre, banditismo organizzato e non, criminalità, lotte di religione, caccia alle streghe, persecuzioni razziali ma soprattutto carestie e in primis terribili epidemie - le quali oramai nemmeno i ricchi e i presuntuosi nobili più potevano evitare come accadde nel '500 a scapito dei ceti umili- il poeta
Cesare Giudici, per nulla escrologico e semmai dotato di colorita quanto saggia arguzia ma, come troppi, trascurato dall'accademismo universitario e da qualsiasi proposta didattica
condensò entro la raccolta poetica La bottega de' chiribizzi, specialmente nel
sonetto stampato ma circolato anche manoscritto per il momentaneo successo riscontrato ed intitolato
*****************Orologio Solare in un muro d'un cacatoio*****************
ove finì, con la terzina finale ( per ammonire tutti ma specie i potenti e gli altezzosi ma pure i ricchi (convinti di poter ottenere tutto o quasi col denaro anche la vita eterna sulla Terra come -ma al pari d'altri e spendendo autentici patrimoni- sperò certo vanamente di poter fare Maria Cristina di Svezia che, con altri prodotti ancora, fece cercare la "Fonte dei Giovani" e la "Fonte dell'Eterna Giovinezza") terzina in cui emblematicamente poetò Che al Tempo corruttor tutto è soggetto, / E ch'al tirar de l'ultima Correggia, / Ogni Cosa mortal, non vale un Petto = e chissà che forse il Giudici abbia elaborato tale visione delle cose ( ma è solo un'ipotesi visto che tale tema si trascina da sempre, da grandissimi e antichissimi prodotti letterari come quelli del greco Mimnermo a scritti ingiustamente dimenticati come l'introvabile ma qui digitalizzata Un'ora al Cimitero dell'ottocentesco G. Briano ) dopo aver letto l'allora celebre
Pier Francesco Minozzi allorquando scrisse:

"...Per mutar all'oggidì l'arguta domanda della feroce Tebana Sfinge (che giammai Edipo, sapendo il Fato, l' avrebbe però disvelata al prezzo che sborsar gli fu d'uopo) dell' homo di gran rango dir si puote:
Che nasce a fatica e rischio per esser custodito da prezzolate fantesche e dipoi, crescendo in forze e con fortuna tollerando gli strali di sorte avversa, andar per via in seggetta da vivi a custodia di mercenari servi, e al fin del tutto, che tutto dura il balenio d'un lampo o d'un fortunale, col suon ch'accompagna la seggetta dei morti giunger all'ultima dimora per via di mascherati oranti che sol pensan a testamenti, legati, lasciti od oboli ...Fato triste anche questo, il nulla mai far senza Cerberi guardiani che per soldo fan loro Domino chi talor nell'Averno iscaccierebbero ... e per finir quindi
niun fra Voi, miei Signori, dimentichi di fidar in carte ed arte, per serbarsi il nome dal tempo, che per ogni un fra noi sì frali, sanza fallo, altrimenti destin tristo e comune è l' oblivion Letea dacché da vero vana, a mio provato giudicio almen venendosi per malitia travisato il dire mio sì da perder quasi il buon nome a gran fatica tratto dal fango al sole, resta la Fe' che talor si pone in Fama e Onori del Mondo, li quai ratto il tempo sperde dei più dopo il compianto di men ch'una hora per qualchesiasi mortal fine: ch'Atropo crudelissima ben è lesta a tagliar le fila per via di gran sciagura
[ma per sciagura Aprosio intendeva anche il cambio del vento della Fortuna, per lui esemplificato dalla tragedia di Giacomo (Jacopo) Gaufrido da gran gloria decaduto sin all'oltraggio del patibolo] , di letal morbo comanco per improvvida morte da ria man d' assassin di strada cagionata..."]



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NEL SONETTO (P. 32 SUL MANOSCRITTO CUSTODITO PRESSO LA BIBLIOTECA GIROLAMO ROSSI - ISTITUTO INT. STUDI LIGURI DI BORDIGHERA = VEDI QUI DALLA STESSA RACCOLTA MANOSCRITTA ALTRO SONETTO DI ALTRO TEMA) IL TEMA SCHERZOSO SI CARICA VERSO LA FINE DI TEMI LUGUBRI SULLA BREVITA' DELLA VITA UMANA, ALLA MANIERA PROPRIA DEGLI ULTIMI POETI BAROCCHI COME UN ARTALE OD UN LUBRANO MA NEMMENO IN MODO ESTRANEO A UN CERTA NUOVA PENSOSITA' APROSIANA

OROLOGIO SOLARE IN UN MURO D'UN CACATOIO

PERCHE' BENE DEL TEMPO IO SPENDA L'ORE
INASPETTATO STRAL QUIVI LE SEGNA
E POSTO IN QUESTO POSTO EGLI M'INSEGNA
CHE IL TEMPO SPESO MAL DA' MAL ODORE

TUTTO IL TEMPO, CH'IO PASSO AL CACATORE
TEMO OGNOR IL MAL CHE NON MI VENGA
PERCHE' SO CH'OGNI COSA ABENCHE' DEGNA
AL PAR D'UNA CACATA, NASCE E MORE

QUIVI IL SOL MI CHIARISCE E VOL CH'IO VEGGIA
CHE L'HUOM CHE VA' IN SI' SUPERBO ASPETTO
QUAL OMBRA NELLO STERCO ERRA E PASSEGGIA

CHE AL TEMPO CORRUTTOR TUTTO E' SOGGETTO
E CH'AL TIRAR DELL'ULTIMA CORREGGIA
OGNI COSA MORTAL NON VALE UN PETTO






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