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IN QUESTO VOLUME, CHE E' IL DECIMO DELLA RACCOLTA DI VIAGGI NELL'OTTOCENTO CURATA DAL GEOGRAFO F. C. MARCHETTI, ENTRO IL LAVORO INTITOLATO
STORIA ANTICA DEL MEXICO DI ALVARO DI TOROZOMOC
[il nome indigeno Ŕ verosimilmente ripreso con un di quelle varianti che si possono considerare incrocio fra l'errore tipografico, quello filologico e qualche adeguamento agli idomi europei ma che poco incidono sulla classificazione dell'opera =
Fernando de Alvarado Tezozˇmoc or Hernando Ŕ stato un nobile coloniale Nahua. Fu uno dei figli di Diego de Alvarado Huanitzin (governatore di Tenochtitlan) e di Francisca de Montezuma (figlia di Montezuma), e fu interprete per conto della Reale Audiencia. Oggi Ŕ noto per aver scritto il Crˇnica Mexicayotl -qui Storia del Messico-. Fernando de Alvarado Tezozomoc fu un cronico di una certa fama, appartenente ad un gruppo di cronici "mestizo" -con il termine meticcio, dallo spagnolo mestizo e portoghese mestišo, si definivano in origine gli individui che nascevano dall'incrocio fra i conquistadores o coloni europei tipicamente spagnoli e portoghesi e le popolazioni amerindie indigene precolombiane- assieme a Fernando de Alva Ixtlilxochitl, Diego Mu˝oz Camargo e Domingo San Anton y Mu˝on ChimalpaÝn].
OLTRE CHE AFFASCINANTI INCISIONI (COME QUESTA SOPRA RIPRODOTTA CHE RAPPRESENTA CITTA' DEL MESSICO O MEGLIO L'ANTICA CAPITALE IMPERIALE AZTECA DI TENOCHTITLAN), SI RECUPERANO DATI PREZIOSI SULLA STORIA DEL MESSICO PRECOLOMBIANO (CON ELEMENTI IGNOTI ALLE PIU' CONOSCIUTE RELAZIONI DI ALTRI CRONISTI SPAGNOLI, COMPRESI GLI GLI SCRITTI AUTOBIOGRAFICI DEL CORTEZ) DI MODO CHE E' PARSO GIUSTO RIPRODURNE QUI DI SEGUITO IL
TESTO INTEGRALE
NELLA TRADUZIONE DI ANDREA GERI

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STORIA ANTICA DEL MESSICO
DI
ALVARO DI TOROZOMOC

AVVISO
Infra gli Apostoli serafici della nuova Spagna, si distinse per la intelligenza dello spirito e per la santitÓ delle intenzioni fra Toribio di Benavente, il quale, giunto al Messico nel 1522 insieme con altri frati del suo ordine, prese per umiltÓ il soprannome di Motolino - Motolinia, siccome quello che nel messicano idioma significa povero e mendico.
Lo zelo cristiano, l'attivitÓ prodigiosa nella evangelica missione, ed una condotta veramente esemplare furono qualitÓ, che valsero tanta stima al Motolino, che presto fu elevato al grado superiore di Provinciale, e in tal postazione quell'uomo egregio non solo fu utile alla causa della religione, ma sibbene agli interessi della civiltÓ; poichÚ non ebbe tema di alzar la voce contro gli abusi di ogni genere commessi nel Messico dagli Spagnuoli sui compatriotti, e da non pochi suoi confratelli nell'Apostolato e nel Sacerdozio, e senza posa si adoper˛ onde impedire, che tutto il passato di questi magnifici paesi della Nuova Spagna non andasse a perdersi sotto la falce di una distruzione fanatica e barbara: ei fu il primo che s'occup˛ a riunire le nozioni che potessero nei secoli futuri almeno ricondurre i conquistatori sulle tracce di ci˛ ch'essi aveano conquistato.
Ed infatti devensi a lui principalmente quel poco di antica storia che possediamo su quei popoli infelici nel Messico, e fu a quelle poche di acque a stento da lui riunite, che tutti gli scrittori posteriori sulle antichitÓ della Nuova Spagna attinsero.
perchÚ vide i geroglifici esposti [N.d.R.= probabilmente erano variamente conservati e non limitati a iscrizioni murarie: molti testi - secondo una secolare tradizione- si custodivano entro un facsimile dei papiri egizi, scritti su un tipo di corteccia appositamente elaborata dagli artigiani aztechi] e perdersi colla vita di coloro, che non sapevano esplicarli, egli fece tracciare dagli Indiani, sotto i suoi propri occhi e sotto la sua direzione, in geroglifici ed in figure, quanto credette pi¨ necessario di conservare alla posteritÓ: tutta la dinastia dei re di Messico fu in questa guisa dipinta, ed Ŕ (con poche copie fedeli che ne son rimaste) l'unica opera di questo genere che abbia trionfato dei tempi e del vandalismo: vedevsi l'istoria della meonarchia Messicana, incominciando dall'accampamento guerriero ove fu eletto il primo monarca, indino e compreso Cuoctemoc, cui la pittura indice ultimo re dopo la caduta del grande Montezuma, e che si assoggett˛ alla Corona di Spagna, ed abbracci˛ la fede di Ges¨ Cristo.
Consiste questo curioso monumento di storia in quattordici quadretti dipinti su papiro, che alcuni credono di agave, altri di palma, riuniti con dei nastri ugualmente papiracei, ma pi¨ sottili e flessibili; di guisa tale che i detti quadretti, piegati l'uno su l'altro, formano un libro.
Ogni epoca della dinastia v'Ŕ dipinta separatemente e distinta in un quadretto, ove si rappresenta l'eroe che le appartiene, gli eroi secondari e le altre figure accessorie, non che il paese conquistato sotto il suo regno.
I geroglifici attraversano tutto il piano di ogni quadretto, e contengono probabilmente la spiegazione della gesta dell'eroe principale, e del numero e qualitÓ delle sue conquiste.
Don Alvaro di Tozozomoc o Torozomoc, discendente dai re di Azcapulco, form˛ la base della sua Storia Antica del Messico col predetto prezioso ed in un curiosissimo documento; ma siccome conosceva il sistema geroglifico dei suoi padri, e sapeva molti fatti storici e assai altre cose, per tradizione dai suoi connazionali religiosamente serbate, potÚ comporre una storia di gran lunga pi¨ piena e ordinata, di quella che comprendesi nella serie dei quadri dipinti sopra descritti [Vari studi son stati svolti su questa opera; citiamo Alvarado Tezozˇmoc, Fernando Storia antica del Messico, di Hernando Alvarado Tezozˇmoc (nome corretto dell'autore: anche se qui si Ŕ mantenuta la grafia del Marmocchi) ; a cura di Francesco C. Marmocchi ; traduzione di Andrea Geri ; edizione e studio di Silvana Serafin, Roma : Bulzoni, 2000, 80 p., 9 c. di tav. : ill. ; 20 cm. in " "Letterature iberiche e ibero-americane ; 53" - ISBN 88-8319-484-5 Classificazione Dewey Ě 972 (21.) Storia Generale dell'America Centrale - Lingua di pubblicazione italiano Codice identificativo IT\ICCU\TSA\0259054 = questo "Avviso del Compilatore" giustamente fa cenno nell'incipit al lavoro di Toribio di Benavente per la salvaguardia di codici di geroglifici aztechi andati persi per distruzioni perpetrate dagli Spagnoli ma anche poi dispersi per l'incomprensibilitÓ agli occhi dei discendenti dei nativi sconfitti; altri nomi meritori si potrebbero fare a riguardo di quanti si adoprarono per salvare un patrimonio scrittorio importante, purtroppo come detto in assima parte destinato ad oblio e/o distruzione = vale la pena qui di rammentare il coraggioso domenicano Diego Durßn autore di uno dei primi (e controversi) libri occidentali sulla storia e la cultura degli Aztechi,la Historia de las Indias de Nueva Espa˝a e islas de la tierra firme (opera conosciuta anche come Codice Durßn). Tuttavia pare giusto qui rammentare autori pi¨ tardi il cui lavoro Ŕ valso al recupero di molti atti e documenti: e fra molti credo valga la pena di ricordare l'edizione critica e la gran quantitÓ di integrazioni, con segnalazione di Mss. e documenti rari in specie raccolti dal Boturini, qui leggibili grazue al lavoro di Carlos Maria Bustamante in merito alla sua edizione della Memoria di Don Ferdinando D'Alva CortÚs Ixitlilxochiti ]
Il Torozomoc scrisse in lingua messicana: ma don Carlo di Siguenša y Gongora tradusse la sua opera in Catigliana favella.
Rarissimo Ŕ il manoscritto di questa storia, la pi¨ preziosa che esista intorno alle antichitÓ Messicane (pagina 445, Tomo IV); ma un nostro valente italiano, che nel 1825 era nella cittÓ di Messico, potŔ (non per˛ senza difficoltÓ) consultare una delle poche copie esistenti di detta traduzione, della quale, confrontandola sempre colla serie dei quadri dipinti della dinastia messicana, fu in grado di darci in lingua francese il seguente sostanzioso compendio dell'una e dell'altra opera; compendio, che noi abbiamo fatto tradurre in italiano, e qui lo offriamo alla curiositÓ ed alla meditazione de' nostri connazionali [Avviso del compilatore]
STORIA ANTICA DEL MESSICO
A guisa delle istorie antiche di tutti i popoli, la storia Messicana principia con delle contradizioni.
Vi Ŕ chi pretende, che diverse famiglie o popoli disertassero una contrada ancora inconosciuta del Settentrione, e venissero a popolare al Mezzogiorno il paese dell'Anahuac, propriamente detto il Messico; secondo la quale opinione questo paese era prima deserto.
Altri al contrario tengon per fermo, che la contrada fosse giÓ occupata da molti popoli, tra i quali citano: i Cohisci, i CuitlathŔchi, i Gi˛pos, i MazathŔca, i Popol˛ca, gli ScinothŔca, i T˛nachos, i MazahuÓ, i Mathacinga, gli ZapatŔca, ec., ec.
Ma Ŕ pi¨ probabile credere, che le dette regioni, prima dell'arrivo delle famiglie settentrionali, fossero abitate da poche trib¨ di genti nomade; le quali ponno presumersi esser quelle degli SciapanŔca (le pi¨ antiche), degli OlmŔca, degli ScilÓnca, dei MisthŔca, degli Othomiti; e degli Sciscimeca, siccome quelle che sembrano le meglio autenticate dalle tradizioni degli Aborigeni.
I primi popoli che dal Settentrione emigrarono nell' Anahuac pare fossero i TulthŔcas.
Stettero per istrada pi¨ di cento anni, e non fu probabilmente che in sul cominciare del VII secolo dell'era volgare, che edificarono Tula, forse chiamando cosý questa cittÓ in memoria del Tullan, paese che avevano abbandonato.
Dicono fosser queste genti agricole e civili, iniziate nelle arti, e capaci di fonder l'oro e l'argento: un calendario vhe possedeano, dimostra che non erano estranee all'astronomia, la prima scienza d'altronde di tutti i popoli.
Le nazioni emigrate dopo i TulthŔcas furono le AmaquemŔcane, delle quali non si pu˛ fissare precisamente il luogo donde partirono: chiamaronsi anche Sciscimeca, forse per alludere al loro stato semibarbaro (del quale la parola Sciscimeca Ŕ l'etimologia), e per distinquerli dai pi¨ inciviliti TulthŔca.
Comunque sia, Sciol˛tl fu il loro capo, si fiss˛ a Tenay¨ca, e fu lo stipite di quella valorosa famiglia, che pi¨ tradi regn˛ a Tesc¨cp.
L'arrivo degli AmaquemŔcani, o Sciscimeca, rimonta verso l'anno 1170: il paese era quasi deserto, poichÚ la fame e la pestilenza aveano distrutto una parte dei TulthŔcas e dispersa l'altra; allearonsi con gli avanzi di questa nazione infelice, dalla quale appresero le arti e l'agricoltura.
Dopo (credesi nell'anno 1178) vannero i NahuatlÓcani, usciti dal regno o dai boschi di AztlÓn, paese anche questo estremamente settentrionale: pretendesi fosser divisi in sei nazioni, che sono probabilmente quelle degli Sciochimilica, degli ScialquŔnos, dei tepanŔcas, dei C˛lhua, dei Tla¨ica e dei TlascaltŔca, nomi che i loro duci respettivi imposero ai differenti regni che costituirono, o alle colonie che fondarono nel loro stabilirsi nell' Anahuac.
Sciol˛tl, re Sciscimeca, ricevette tutte queste genti ospitalmente; accord˛ loro delle terre per coltivare, ma serb˛ sovr'esse una certa sovranitÓ; cosicchÚ divenuto per esse pi¨ potente, trasferý la sede del suo impero dalle cime della sassosa tenay¨ca sulle spiagge del lago di Tezc¨co, e la capitale del suo impero prese questo nome.
Poco tempo dopo (verso la fine del secolo XII), altri tre capitani NahuatlÓchi, seguirono, accompagnati da folte falangi, i sei duci di loro nazione sopraccennati; e Sciol˛tl accolse anche questi colla stessa generositÓ, e di pi¨ diede ad ognuno di essi una propria figlia per isposa: dal nome del paese donde emigravano, il regno di Tesc¨co appellossi reame di AcolhuacÓan, e la nazione si chiam˛ Ac˛lhua, nome di significato pi¨ civile di quello di Sciscimeca, che, come dicemmo, volea significare semibarbaro.
Finalmente giunsero gli AztŔqui, che sono le genti che si appellarono in seguito Messicane, dalla voce mextili, che altri attribuiscono ad un antico capo di loro nazione, ed altri alla loro divinitÓ, designata pi¨ tardi sotto il nome di Huitzilechtli.
Ora noi siamo arrivati agli eroi della nostra pittura: ma bisogna andarli a cercare un poco pi¨ lunge per meglio approfondirne la storia.
Stando ad ogni apparenza, non fu prima dell'anno 1160 dell'era volgare, che gli AztŔqui abbandonarono la contrada di AztlÓn loro cuna, loro patria primitiva, che dicesi Ŕ a borea del mar Vermiglio o Golfo di California, pi¨ di 3000 miglia distante dal Messico: cercar miglior ventura ad austro, fu probabilmente a motivo della loro migrazione.
Dicesi fu il loro Dio, che comand˛ ad essi d'Andarsene; lo che Ŕ naturalissimo: per inculcare grandi risoluzioni ad un popolo barbaro, bisogna sempre che parli l'Oracolo: tale Ŕ la storia di quasi tutti i popoli in tutti i tempi.
Dicesi, che questi AztŔqui si arrestarono prima per qualche anno sulle rive del Rio Gila, ove ancora appariscono le tracce di una grande nazione che le desert˛; ma queste tracce, che indicherebbero nella nazione che ve le lasci˛ un grado considerevole di incivilimento, mal convengono (ne sembra) a genti, che anche in epoca posteriore non abitavano che povere capanne: qualche autore loro attribuiscono i ruderi noti sotto il nome di Las Casas Grandes e situati nella provincia di Sonora, i soli monumenti di una civiltÓ assai antica in queste contrade; ma (lo ripetiamo) se deesi giudicare da ci˛ che questi popoli erano, anche quando giunsero nell'Anahuac, questa supposizione manca di verosimiglianza.
E' pi¨ credibile che gli AztŔqui si arrestassero a HueycolhuacÓn, questo selvaggio CuluacÓn che occupa gran parte della provincia di Sonora anzie detta.
Di lÓ passarono nel MesciuacÓn, cosý chiamato come chi dicesse il paese del pesce; ma che prima aveva nome CoatlicamÓc.
Quivi la discordia entr˛ fra di loro; una fazione vi rest˛, l'altra continu˛ il suo cammino: la quale giunse a Tula nel 1196, e vi dimor˛ per circa nove anni.
Fu qui probabilmente che gli AztÚqui appresero alcune nozioni d'astronomia; infatti il loro calendario rassomiglia moltissimo a quello dei Tulthecas, popolo certamente capace allora d'essere il loro precettore.
Discesero a ZumpÓngo, ove ragnava uno di quei piccoli signori, che, dicesi erano lý giunti prima di essi e forse nel modo stesso; infatti, ei li ricevŔ assai bene, e di pi¨ marit˛ il suo figliuolo con una figlia d'un capo AztŔquo, come per ricongiungere la loro comune antica origine.
Sette anni dopo gli AztŔqui passarono a TizayucÓn, a TolpetlÓc, e a TepayacÓc, luogo dove oggi sorge il santuario di Guadalupa.
Il vecchio Sciol˛tl, che regnava ancora, li lasci˛ fare; e suo figlio Nopaltzin, che gli successe, non li contrari˛ menomamente, quando andaro a piantarsi pi¨ tardi a SciapultepŔc.
Frattanto che gli AztŔqui corrono cosý di contrada in contrada, per non perdere il filo della nostra istoria gettiamo per un istante lo sguardo sull'Anahuac, e rileviamo lo stato politico di questo alto pianoro del Messico.
La famiglia Sciscimeca, o Ac˛lhua, divenuta dominante avea per vassalli tutti gli altri principi dell'Anahuac.
Sciol˛tl, il primo re di questa razza, avea, come dicemmo, trasportata la sede del suo impero da Tanay¨ca a Tezc¨co; Tezc¨co era dunque allora il capo-luogo dell'Anahuac.
Sciol˛tl morý quasi subito dopo l'arrivo degli AztŔqui o Messicani: avea regnato per quarant'anni con saggezza, umanitÓ, munificenza, e morý col dolore di essere stato costretto di punir di morte alcuni dei nuovi ospiti, che voleano uscire dai limiti in cui li avea posti la sua generositÓ.
Nopaltzin, che gli successe, continu˛ degnamente il regno del padre suo: ma giÓ ogni villaggio pretendeva erigersi in reame od in repubblica, come nella Grecia antica e nell'antico Lazio: cosicchÚ era facile prevedere le dissenzioni e le guerre, che pi¨ tardi scossero tutti questi piccoli stati, e fecero del pi¨ misero di essi, come della povera Roma, il gigante dovea tutti domarli.
Ora ritorniamo ai nostri AztŔqui o Messicani.
A SciapultepŔc, dove gli abbiamo lasciati, menarono per quattordici o quindici anni durissima esistenza.
Quel sito, oggi continentale, a tre o quattro miglia a ponente di Messico, era allora paludoso ed invaso dalle acque del lago di Tescuco: consiste in una piccola collina isolata, che non poteva offrire molti mezzi di sussistenza; per˛ il luogo solo fa conghietturare che quegli AztŔqui o Messicani primitivi, non erano che un pugno di profughi, di vagabondi.
Le vessazioni dei signorazzi dei contorni accrebbero la loro miseria; e le persecuzioni del regolo di ScialtocÓn, uno di quei tre Ac˛hlua, che Sciol˛tl avea sý bene ricevuti e maritati, pose il colmo alle loro disgrazie.
Perci˛ gli AztŔqui cercarono un asilo sulle isolette poste verso l'estremitÓ meridionale del lago, e distinsero col nome di Acoc˛lco il loro nuovo stabilimento, indicando con tal voce il luogo di refugio che li avea accolti.
ma qui essi non vissero pi¨ felici che altrove: nutriti di cattivi pesci, d'insetti e delle radici delle piante lacustri, e vestiti di fronde d'am˛stili (forse la palma palustris), la loro vita fu meschinissima per cinquant'anni; e solo addolcivala una certa tal quale libertÓ che conservarono: per˛ questa consolazione dur˛ poco; anche la libertÓ fu tolta ad essi, ed il servaggio pose al colmo la miseria della loro esistenza.
Gli storici differiscono nella relazione di questo avvenimento: secondo gli uni, il regolo di CalhuacÓn (un discendente di quei TulthŔcas dispersi pell'
Anahuac dopo le disgrazie sofferte dalla loro nazione, la peste e la fame, per cui coma sopra dicemmo fu distrutta o dispersa) dichiar˛ loro la guerra, mirando con sdegno ch'eransi fissati, senza sua permissione e senza pagargli un tributo di vassallaggio, in un luogo del quale ei si considerava legittimo signore: il pretesto della guerra simiglia la favola del lupo e dell'agnello: nÚ fu difficile vincere quegli infelici, che divennero schiavi.
Altri autori dicono, che quel regolo, fingendo vilmente di commiserare la disgraziata situazione degli AztŔqui o Messicani, offrý loro delle terre per viverci pi¨ comodamente; e che illusi questi dalle lusinghe di offerta cosý generosa, uscirono dalle loro povere ma libere isolette per cadere schiavi degli Ac˛lhuas, che li attaccarono a tradimento e li fecero prigionieri.
Nel processo del tempo, una guerra ostinata s'apprese tra gli Ac˛lhuas e gli Sciochimilca, nella quale questi eran rimasti quasi sempre vittoriosi: gli schiavi Messicani s'offrirono di combatter quel fiero nimico, che faceasi ogni dý pi¨ formidabile, a patto che la libertÓ fosse il premio della vittoria.
La mostra pomposa dei prigionieri era fra questi popoli, come dovunque altrove, il pi¨ bel trionfo di una vittoria: i Messicani, in una fazione contro gli Scioscimilca trionfarono, ma tornarono a casa senza prigionieri; per cui gli Ac˛lhua, credendo che fossero stati vinti, loro indirizzarono acerbi rimproveri, e li tacciarono di codardi: allora i Messicani rovesciarono davanti ad essi sacchi pieni d'orecchie tagliate ai loro prigionieri, e dichiararono, che non mai condurrebbero i prigionieri finchÚ essi pugnassero da servi, perchÚ non volevano aumentarne il numero degli schiavi; ma che se una volta fosser resi alla libertÓ, recherebbero orecchie e prigionieri.
Eressero un nuovo altare al loro Dio, e domandarono agli Ac˛lhua qualche cosa degna d'essergli consacrata in rendimento di grazia pella loro vittoria; ma per allora gli Ac˛lhua beffaronsi di essi e del loro Dio.
I Messicani presentarono quattro prigionieri, che si erano riserbati, e avevano tenuti nascosti, e gl'immolarono alla divinitÓ togliendo loro il cuore con un coltello di pietra (iztli): atto orribile, che fu piuttosto l'effetto, io credo, della politica che della devozione, poichÚ voleano ispirare agli Ac˛lhua il timore di quanto sarebbero stati capaci di fare contro di essi, se tardassero a render loro la indipendenza: infatti la ottennero; ma un atto dettato da prima da una utile politica religiosa divenne in seguito usanza religiosa.
Cosý credo incominciasse l'uso di questi orribili sacrifizi, che insanguinarono di vittime umane, gli altari degli AztŔqui o Messicani, e d'altri popoli di questi paesi.
Resi alla loro libertÓ, i Messicani abbandonarono immediatamente il luogo dove gli Ac˛lhua li avevano confinati il quale credesi che fosse Huitzilop˛cho, sette od otto miglia a ponente libeccio di Messico.
Passarono prima ad AcatzitziutlÓn, or Mexicaltzingo; quindi fermaronsi a SztacÓlco, e finalmente nel luogo dove ora Ŕ Messico; e si fermarono in questo luogo, poichÚ tale era il termine stabilito da un oracolo della loro lunga peregrinazione: "un'aquila assisa sur un Nopalo che venisse fuori dalle crepacciature di uno scoglio"; tale era il segno predetto come indicazione del luogo, dove basar dovevano il loro impero.
Questa specie di gnosticismo serve a gettare del maraviglioso e della venerazione colÓ dove amasi speculare sulla credulitÓ dei vicini; e i Messicani avranno forse inventato questa favola per imporre col prestigio ai loro nemici; come loro d'altronde imponevano col coraggio e colla crudeltÓ: ma quanto a me non esito a credere, che si diressero verso questo paese col solo scopo di ravvicinarsi alle isole, dove giÓ avevano gustata la libertÓ, e onde l'abbandono avea loro fruttata la schiavit¨.
Le isole di Acoc˛lco erano adesso troppo piccole per la loro famiglia cresciuta e crescente; per˛ occuparono anche le circonvicine, che chiamarono con nome collettivo Tenostitlan, onde celebrare colla etimologia di questa voce il miracolo dell'apparizione del loro Dio in forma di aquila.
La fondazione dell'impero Messicano fu consacrata in una piccola capanna di giunchi, che quelle genti innalzarono qual tempio dedicato a Huitzilop˛stli; e questo fatto avvenne probabilmente circa il 1325 (anno che chiamarono ome - calli; cioŔ della fondazione), sotto il regno di Quinatzin quarto re di Tesc¨co.
Nopaltzin era morto, dopo 32 anni di regno glorioso; come pure Tlotzin sua successore, che avea fatto per 36 anni la delizia de suoi popoli: quel poco che conoscesi di questi due re barbari, fa disonore a molti monarchi inciviliti.
Tuttavia Huitzilop˛stli non faceva ancora miracoli utili: i poveri Messicani non vivevano che di pesca, e de' pochi legumi che coltivavano sulle loro scinampa, zattere coperte di terra, specie d'isolette galleggianti; abbisognava qualche gran corpo sacerdotale per dare al loro Dio maggior considerazione, e se la procurarono associando alla loro divinitÓ una delle pi¨ potenti famiglie dell'
Anahuac.
La famiglia di Tesc¨co sarebbe loro certamente pi¨ convenuta, ma Quinatzin non era uomo da cadere nel laccio; si diressero dunque al buon re di ColhuacÓn, e gli chiesero la sua figliuola, come colei che il loro Dio voleva assolutamente a titolo di madre.
Quel regolo, fiero per tale alleanza, e temente d'altronde le conseguenze di una repulsa, che avrebbe eccitato la collera divina di un essere, che le pitture messicane rappresentando orrendo e minaccevole, accondiscese facilmente; e la sua figlia, giovane e vezzosa, fu, per esser deificata, uccisa al cospetto del tremendo Huitzilop˛stli: quindi la scorticarono, e della sua pelle rivestirono un giovine Messicano, che, per questa guisa, divenne il figliuolo di Dio e della vergine fanciulla.
Affine di dare pi¨ splendore alla celebrazione questo, ch'essi dicevano grande mistero, fu chiamato il padre di lei, che assistÚ alla barbara apoteosi della propria figlia, divenuta cosý stranamente e madre e sposa al tempo stesso di Huitzilop˛stli : questo povero uomo ad onta dell'ambizione e della falsa gloria di un preteso parentato divino, fu talmente colpito d'orrore e di tenerezza insieme, alla vista del terribile spettacolo delle spoglie di sua figlia, che incapace di superare questa emozione, ne morý pochi giorni appresso: que' crudi ministri di Satana dissero, che era il Dio che avevalo chiamato al cielo, perchÚ, qual essere sacro, non poteva abitare pi¨ nel soggiorno dei profani.
Anche il giovane Messicano, dopo la cerimonia scomparve, e se ne addusse, appresso a poco, simil ragione.
Ma per˛, non tutto andava ancor troppo bene ai messicani: la discordia manifestossi tra di loro, per cui si divisero in varie fazioni; una delle quali si separ˛ da Tenoctýtlan, ed and˛ ad abitare distante due miglia a borea, sur un banco di sabbia che prima chiamarono Scialtil˛lco, e poi Tlatel˛lco, da un terrapieno del quale si cinsero per difendersi dalle escrescenze del lago.
Questo successe nell'anno dell'era volgare 1338.
Infino allora erano stati governati aristocraticamente; venti dei principali e pi¨ rispettabili cittadini erano come degli arconti: ma molestati dai popoli vicini retti da governi monarchici, ed invidiati dai loro disertori di Tlatel˛lco, si decisero a scegliersi un re, che sapesse far valere contro il nemico l'onore e i diritti della nazione.
Acamapitizin fu il primo re.
La storia antica narra, che fu eletto per acclamazione del popolo: ma la pittura della quale abbiamo parlato in principio, indica evidentemente nel primo quadro ch'egli fu nominato da elettori.
Vi Ŕ rappresentata l'elezione di due re; avendovi il pittore indicata anche quella del re di Tlatel˛lco, che imitarono quanto aveano fatto i Messicani loro rivali.
nella elezione del re di Messico, il corpo degli elettori presenta al candidato un mazzo di fiori come simbolo del regno; nell'elezione del re di Tlatel˛lco il nuovo eletto riceve in omaggio un bastone!
Queste due monarchie pare cominciassero nel 1352 (quella dei Messicani), e nel 1353 (quella dei Tlatel˛lco).
Acamapitizýn, era figlio di Ap˛stli nobile Messicano, e della Atoz˛stli dello stipite della famiglia reale di ColhuacÓn, e parente di quella giovine ed infelice principessa, onde la pelle servý ad operare l'incarnazione di Huitzilop˛stli.
I Tlatel˛lco, deboli nei loro mezzi, sacrificarono l'orgoglio nazionale al bisogno d'appoggiarsi a qualche potente sostegno; lande nominarono loro re QuaquauipizÓuac, figlio del re di AtzacapuzÓlco e discendente da Acolpoatzin, che Ŕ uno di quei tre principi Ac˛lhua, che Sciol˛tl avea sý ben ricevuti, ed ai quali avea date terre in sovranitÓ e le figlie in matrimonio.
La dinastia dei re di Tlatel˛lco Ŕ ordinata nella parte superiore dei quadri della pittura storica pi¨ volte menzionata.
I Tlatel˛lco riuscirono con la loro politica a far dividere al re di AtzacapuzÓlco le loro gelosie e le loro inimicizie contro i Messicani; per lo che quel principe, giÓ signore di questi, aument˛ i tributi che nnualmente doveano pagarli, spingendo la cosa in fino all'oppressione; e i Tlatel˛lco godeano che in questo modo i Messicani soffrissero, senza riflettere che rendeano pi¨ fatale, cosý operando, la vendetta che sopra di loro esercitata avrebbero gli oppressi rivali.
Acamapitzýn seppe apprezzare la sua situazione evitando saviamente ogni rottura, che sarebbe stata funesta al suo impero nascente; ad un'impero, che non consisteva allora che in una sola cittÓ di capanne: ei si occup˛ a farla prosperare meglio che potŔ, a cignerla di canali, che servissero in tempo di pace di utile comunicazione e di valida difesa in tempo di guerra, e cominci˛ a fabbricarvi qualche edificio di pietra; introdusse per mezzo di savie leggi un ordine migliore nel governo, per cui morý rispettato al di fuori, amato e di esempio salutare al di dentro: la sua morte successe nel 1389, dopo 37 anni di regno.
Il figlio suo Huitzilihuýtl gli successe per elezione; la qual cosa proverebbe, che la monarchia Messicana era allora veramente elettiva.
Questa seconda inaugurazione, pare fosse pi¨ solenne della prima: siccome l'ambizione, la pompa sempre progredisce, il nuovo re fu condotto processionalmente sul tlacocaicpalli o seggio reale, vi fu unto dal gran sacerdote con una certa vernice o tintura, della quale non Ŕ specificata nÚ la qualitÓ nÚ il colore, e due magnati gli posero sul capo la copilli o corona.
Questo punto istorico corrisponde quasi perfettamente alla dipintura del quadro spettante a questo re; ove si vede assiso sul trono, coperta la testa con una specie di mitra simile quasi a quella dei vescovi, e in un'altra parte del quadro Ŕ rappresentato ritto con un diadema alla guisa di quello dei nostri antichi imperatori, sormontato da due penne.
I Messicani, per far diversivo alla politica dei Tlatel˛lcos, domandarono ed ottennero per isposa del loro giovine re una figlia del successore del re di AtzcapuzÓlco; e,ossia che la bigamia fosse permessa, ossia che i loro sacerdoti ne dassero, secondo le opportunitÓ, le dispense, comunque sia il principe Messicano spos˛ eziandio una figlia del sire di TlauicÓn, oggi CuernnabÓca: vedemmo di sopra, che la madre sua era della regal famiglia di ColuacÓn, cosicchÚ ei era giunto ad imparentarsi con tre potenti famiglie dell'Anahuac.
I Tlatel˛lco suscitarono contro il re Messicano Mestatl˛n suo cognato, fratello di sua moglie, il quale pretendeva, che la propria sorella gli era stata fidanzata, e che per conseguenza quel matrimonio era nullo; conciossiachÚ nell'Anahuac, come tra i Persi, i fratelli sposassero le sorelle.
Con questa scusa Mestatl˛n voleva, che il padre suo rompesse la pace coi Messicani, e li opprimesse di nuovi tributi; ma non potŔ ottener l'intento: ei allora, per troncare in qualche modo qualunque speranza di alto potere che il re Messicano o la sua discendenza potesse trarre in avvenire da questo matrimonio, Mestatl˛n cospir˛ con i Tlatel˛lcos la morte dell'unico figlio che n'era nato, e lo fece avvelenare.
Il re Messicano seppe donde venia il delitto, ma troppo debole contro nemico tanto potente, dissimul˛ e soffrý in silenzio il colpo mortale, che quell'assassinio portava alla sua ambizione ed al suo cuore: saggio per˛ e previdente, fece accettare dalla nobiltÓ (alla quale apparteneva il potere legislativo) una legge, che permetteva di confidare la corona ai fratelli, ai cugini ed ai nepoti del re defunto, anche di preferenza ai figli stessi di lui; cosý ei prevenne gli assassinii, rendendoli inutili.
Questo successe nel 1399; e nel medesimo anno morý QuaquaupitzauÓc primo re di Tlatel˛lco, dopo un regno di 49 anni; regno felice, e distinto per i miglioramenti fatti nella cittÓ, che d'altronde costituiva tutto il suo impero.
Gli successe Tlacat˛ctl, uomo d'incerta origine, il quale non si mostr˛ meno del suo predecessore e de' suoi popoli geloso dei Messicani; gelosia che d'altronde suscit˛ l'emulazione tra i due popoli, e li fece progredire nell'industria e nella civiltÓ.
Secondo qualche storico, il re Huitzilic¨tl sarebbe mancato di vita nel 1410: or siccome era stato eletto nel 1389, avrebbe regnato 21 anno.
Stando all'illustrazione dipinta del quadro spettante a questo re, ei non avrebbe governato i suoi popoli pi¨ di 13 anni: e il manoscritto donde trassi principalmente queste notizie storiche sull'antico Messico, lascia quest'epoca nell'incertezza.
Ma tutto per˛ Ŕ concorde su ci˛, che cioŔ questo re govern˛ con saviezza, che fece buone leggi, e fra l'altre quella che ammetteva alla successione del trono i fratelli, i cugini ed i nepoti del monarca.
Il fatti, egli ebbe per successore il fratello Scimalp˛poca, quantunque esistesse un figlio del re nato da una sua seconda moglie: personaggio che nel processo di questa storia vedremo salire al trono con il nome di Moctez¨ma I.
Sotto il regno di Scimalp˛poca successero nell'Anahuac molti cambiamenti, dei quali non indicher˛ qui che i principali.
Il buon re sciscimeco Sciol˛tl, primo sovrano di Tesc¨co, ed in qualche modo di tutto l'Anahuac, avea come pi¨ volte abbiam ripetuto, date le sue figliuole e varie contrade a quei tre principi Ac˛lhuas, che giunsero ne' suoi dominii crica il dechinare del secolo XII: ebbene questa generositÓ fu fatale alla sua discendenza.
Toroz˛moc, o Tezoz˛moc, re di AtzcapuzÓlco, rampollo d'uno di questi principi, quantunque fosse il sire o l'alto dominatore dei re di Messico e di Tlatel˛lco, ci˛ nonostante pagava il tributo al sovrano di Tesc¨co, discendente di Sciol˛tl.
Era allora sovrano di Tesc¨co Tstlisciochitl, contro il quale Tozoz˛moc si rivolt˛; ed attrasse nel proprio interesse i regi di Messico e di Tlatel˛lco, e quelli di Ot¨mba e di SciÓlco: di pi¨, sorprese l'esercito dei Tesc¨cos, lo vinse, e uccise il suo sire; quindi entr˛ nella metropoli de' Tesc¨cos, e nelle cittÓ onde gli abitanti s'erano per coraggio distinti nella pugna, e tutto abbandon˛ al saccheggio ed al massacro: lasci˛ in questi luoghi dei regi tributari ed ausiliari della sua corona, cosicchÚ quella vittoria lo pose alla testa di quasi tutti i principi dell'Anahuac.
Tozoz˛moc morý nel 1442, dopo un regno di parecchi anni sugli AtzcapuzÓlco suoi antichi sudditi, e dopo una tirannia di 9 anni quasi su tutto l'Anahuac.
Il figlio di lui, Tayatzin, gli successe: ma ci˛ fu per breve tempo, poichÚ il perverso Mastatl˛n, del quale sopra parlammo, lo assassin˛ e si impadroný del potere: siccome Scimalp˛poca, re di Messico, avea difesa la causa dell'infelice Tayatzin, fu posto nella lista delle vittime, notate e richieste dall'odio e dalla crudeltÓ del perfido Mastatl˛n: avrebbe potuto opporre al tiranno una lunga resistenza, nulla ostante am˛ meglio perir solo, piuttosto che esporre il suo popolo in una lotta che era incapace di sostenere, e che poteva esser fatale all'impero: ma per lasciare dietro a se delle forti impressioni nel popolo, e dei sentimenti che lo animassero alla vendetta, affine di rendere in questo modo, come Codro e Curzio, la sua morte utile alla patria, si offerse in olocausto sull'altare del Dio dei Messicani, invocando la salute del suo popolo e la punizione del tiranno; quest'atto fu imitato da parecchi suoi cortigiani, che furono come lui immolati.
Intorno alla tragica fine di Scimalp˛poca gli storici differiscono dalla mia guida: pretendono alcuni che fosse preso da mastatl˛n e fatto morire in una gabbia, come Tamerlano fece a Bajazet; ma io credo che la mia guida sia pi¨ degli storici dal lato della verosimiglianza: avanti di potere impadronirsi d'un re, bisogna ordinariamente combattere e vincere i suoi popoli; oltredichÚ Ŕ da supporre, che Mastatl˛n nutrendo da lungo tempo, come vedemmo, gelosia ed odio mortale contro i Messicani, non avrebbe risparmiata nÚ la cittÓ nÚ gli abitanti della medesima; ma invece successe il contrario, come narreremo, poichÚ furono i Messicani che distrussero in seguito e l'impero e la dinastia dei TepanŔcas, nome che davasi alla famiglia reale dai popoli di AtzacapuzÓlco.
Scimalp˛poca regn˛ 13 anni, essendo stato eletto nel 1410 e morto nel 1423.
I Messicani, dopo la morte del loro re, convennero in un gran consiglio e pensarono seriamente alle misure da prendere per resistere al tiranno: IzcoÓtl erasi distinto nelle guerre contro Tezc¨co come un duce abile e valoroso, laonde l'assemblea vide in lui l'uomo capace di combattere i TapanŔca, e fu eletto re.
Era figlio, come i due precedenti monarchi, di Acamapistli, primo re di Messico; ma perchÚ la madre sua fu una schiava, la legge escludevalo dalla successione; questa volta per˛ la gravitÓ delle circostanze fer porre da banda la legge.
Primo pensiero di questo re, fu di allearsi con Nezahualcozc˛tl, figlio dell'infelice Tayattzýn ultimo re di Tezc¨co: questo giovine principe, per sottrarsi alle persecuzioni dell'usurpatore mastatl˛n era stato costretto a fuggire di monte in monte di bosco in bosco, seguito soltanto da qualche fedele servitore, che sfifava le minacce e disprezzava le offerte perfide del tiranno.
Il re messicano attrasse nei suoi interessi anche i TlascalthŔca, mai ricompensati dei servigi che aveano resi nelle ultime guerre contro l'impero di Tesc¨co e stomacati dalla tirannia di Mustatl˛n e dall'arroganza dei suoi TepanŔca.
Ora, accomodate cosý le cose al di fuori, e rianimati gli abbattuti spiriti al di dentro, spedý un messo al tiranno per parlargli di pace: a questo difficile e periglioso uffizio fu scelto Moctez¨ma, famoso per alte gesta guerriere.
Ma ei fu altieramente ricevuto da Mistlat˛n ed ignominiosamente trattato: fu attentato perfino alla sua vita; ma un manipolo di gente, sceltra tra i suoi, che lo accompagnava, lo aiut˛ ad aprirsi il cammino sul corpo dei sicari che voleano attraversarglielo, e cosý potŔ ritornare vivo al Messico, con la prova di una guerra inevitabile.
I Messicani tremarono a quella notizia: credendosi irremisibilmente perduti, dimandarono in gran parte di abbandonare la cittÓ; il loro re gli parl˛ eroicamente, rammentandogli l'amore della patria e il dovere del coraggio; e Moctez¨ma tuon˛ altamente contro la loro viltÓ, e tutti i nobili lo secondarono.
"Ma che faremo se saremo vinti?" -grid˛ qualche miserabile plebeo- ; "Se sarem vinti, noi ci obblighiamo di porci tra le vostre mani, di metterci a vostra disposizione, di divenir vostri schiavi" -dissero i nobili.
"Bene sta" -rispose il popolo- "ma se voi tornerete vittoriosi, sarete i nostri signori, di noi e de' nostri discendenti; lavoreremo la terra per voi, porteremo le vostre armi ed i vostri bagagli, quando anderete alla guerra, ecc. ecc..
In una parola contrassero la schiavit¨; ed appresso a poco in tale stato il Cortes li trov˛ ai tempi della Conquista.
L'erede di Tesc¨co giÓ s'era unito all'esercito Messicano con i pochi valorosi che gli restavano, quando i TlascalthŔcas entrarono anch'essi nella lega, e raggiunsero i loro alleati in un luogo convenuto.
La battaglia fu data sul territorio dell'impero dei TepanŔcas, distante tre o quattro miglia dai confini Messicani: l'urto fu terribile, e valorosamente da ambo le parti sostenuto tutta la giornata; verso sera, i Messicani, presi dal terror panico all'aspetto di un nemico, che pareva moltiplicasse le sue forze, e si facesse ognor pi¨ formidabile, si scoraggirono, e lasciarono dechinare la vittoria verso la parte del tiranno; i pi¨ vili giÓ gridavano: "o Tapanecas, potenti signori della terra, calmate la vostra furia; noi siamo giÓ vinti e ci rendiamo: se lo desiderate, sacrificheremo qui sotto i vostri occhi i nostri duci, per punirli della temeritÓ che ebbero di combattervi, e della loro ambizione che ci condusse a questo estremo passo".
Ma il re Messicano e Moctezuma, imitati dai nobili pi¨ valorosi della nazione, si gettarono in mezzo a que' vili, interruppero le loro esclamazioni ribelli, e folgorandoli col furore de' loro sguardi e con l'eloquenza del loro eroismo, gridarono:"I veri Messicani ci seguano! Vinciamo, o gloriosamente moriamo".
Ed in un batter d'occhio gettaronsi sulle orde nemiche.
Moctez¨ma invaso di collera tremenda cercava collo sguardo il tiranno Mestatl˛n, e non trovandolo si avvent˛ al suo generale, che di un colpo di clava stese morto ai suoi piedi.
Questo inaspettato accidente pose lo scompiglio nei TepanŔca, mentre rianim˛ il coraggio abbattuto dei Messicani; di guisa che la vittoria abbandon˛ i primi, e la notte sopraggiunse a coprire del suo velo il trionfo dei secondi.
Al sorger del sole del giorno seguente, rinnovellossi la pugna fra questi due ostinati nemici; ed il suo tramonto, vide la disfatta totale dei TepanŔca: la maggior parte giacevano inanimati sul campo di battaglia, e molti in ogni direzione fuggivano: lo stesso Mostatl˛n cercava nascondersi in un bosco, ma fu invano, poichÚ i Messicani lo trovarono, e lo massacrarono a forza di sassate e colpi di clava.
Cosý finý questo mostro, dopo una vita sempre infame, e dopo tre anni di fratricidi, di usurpazioni e di crudeltÓ.
Tale avvenimento Ŕ il pi¨ memorando di tutti quelli della monarchia Messicana, se si eccettua per˛ la sua fine: per esso cangiossi intieramente la situazione politica di questi numerosi reami del Anahuac; la capitale dei TepanŔca, quasi distrutta, fece parte dell'impero Messicano: IcoaÓtzl ripose sul trono paterno Nezahualcoy˛tl, sotto per˛ il vassallaggio di Messico; rese tributarii della sua corona i regoli di CoyoacÓn, di Sciurub¨sco, e di Tecubaya; cre˛ il nuovo regno di Tac¨ba, e lo dette, sotto il suo vassallaggio, ad un rampollo della famiglia TepanŔcaca, volendo cosý calmare i risentimenti, le animositÓ, le ambizioni dei suoi stessi nemici vinti.
Stipul˛ con tutti questi regoli dei trattati, pei quali veniano obbligati a militare sotto le sue bandiere ogni volta ch'ei li chiamasse alla guerra: in somma di tutti quelli che lo aveano aiutato, o che non s'erano opposti alle sue conquiste, i soli TlascalthŔca rimasero liberi dal suo vassallaggio, e baldanzosi della loro porzione di gloria e di bottino.
I Messicani divennero dunque i signori dispotici del Anahuac, ci˛ che prima furono gli SciscilmŔca o AcolhuÓ, e quindi gli AtzapuzÓlcos o TeponŔcas.
Da tutto questo chiaro apparisce, come IzcoÓtl fosse profondo politico quanto valente guerriero: ma in Messico s'erano svegliati tutti gli spiriti dopo questo subitaneo cangiamento di fortuna, e i sacerdoti non vollero rimanere indietro; chÚ, attribuendo alla loro divinitÓ tutti questi felici eventi, le fecero assegnare la sua porzione di bottino e di terre conquistate, e se ne resero i depositari e gli amministratori.
Questa grande rivoluzione pare succedesse nell'anno 1425; e non erano ancora scorsi cento anni, dal tempo che Messico avea vista la capanna del suo dio Huitzilop˛sli come prima base della sua fondazione, che i Messicani giÓ imperavano su tutto l'Anahuac.
Alcuni anni dopo, il nostro re ebbe che dire coi regoli di Scichimilco e di TlahuÓc o CuernavÓca ad austro, e con quelli di CuantitlÓn e di TultitlÓn a settentrione, e li assoggett˛ alla sua monarchia: colle quali gesta il grande IzcoÓtl chiudeva la sua carriera reale e mortale, l'anno 1436, lasciando la cittÓ di Messico adorna di nuovi edifici, di un tempio sacro al suo Dio, e di un altro consacrato alla giovine vergine, che, come narrammo, fu scorticata per divenir nel pi¨ strano modo la madre e la sposa ad un tempo di quella falsa e crudele divinitÓ.
Il valoroso Moctez¨ma, successe per acclamazione al defuncto re IzcoÓtl: la sua esaltazione al trono fu celebrata e festeggiata da tutti i re dell'Anahuac, tanto il valore e l'eroismo di questo personaggio riscuoteva la stima di tutti i popoli.
Lo chiamavano Ilhuicaminac, ma ignoro il motivo di questo nome: dissi di sopra, ch'era figlio di Huitzilihuýtl, e della sua seconda moglie.
Moctez¨ma I, cominci˛ a regnare innanzi d'essere coronato; poichÚ imprese una spedizione guerriera per fare dei prigionieri, coi quali, speculando sul loro massacro immolandoli al suo Dio, volle render pi¨ solenne la pompa della ceremonia: il pretesto d'una guerra glie ne forný molti tra gl'infelici abitanti di Chalco, e primo ei istituý questa sanguinaria inaugurazione dei regi Messicani [a titolo di precisazione giova precisare che dietro stava la capacitÓ e l'eminenza grigia di suo fratello Tlacaelel reputato anche colui che diede la conformazone basilare all'Impero dell'Anahuac].
Tlatel˛lco, non saprei per qual prodigio, era infino allora andato esente dal dominio dei monarchi del Messico; ma Moctez¨ma gli fece la guerra, uccise Cuohtlat˛n suo terzo re, ma non potŔ ancora impadronirsi della cittÓ, ove fu proclamato sovrano Moquiquis, coraggioso guerriero.
L'alto pianoro del Anahuac, con tutti questi piccoli regni, era ormai troppo breve teatro per la grande ambizione di Moctez¨ma, e le otto alte cinte alpine che lo circondano, sembravangli come insultare alla sua potenza: laonde ei le attravers˛, per portare la guerra, la vittoria e la conquista, prima ad ostro, a pi¨ di dugento miglia da Messico, ove soggiog˛ i Cohuýcas, gli stati di HuastepŔc, YantepŔc, tepotzlÓn, Yacapýstla, fece suoi tributari ZompahicacÓn, e tutti i paesi che travers˛.
Queste imprese le oper˛ nei primi nove anni del suo regno.
Al principiare del decimo anno, egli era sul punto d'invadere altre contrade; quando fu arrestato dalle acque dal lago di Tesc¨co che inondarono la cittÓ, portandovi tutti i disastri della fame e della peste.
I Messicani incominciarono a costruire quelle dighe, onde gli avanzi fanno ancora la maraviglia del dotto, non che del semplice spettatore.
L'antica storia Messicana fa menzione di una di queste dighe di 10 miglia di lunghezza, ma non dice ov'era; solo apparisce essere stata costrutta sotto la direzione di Nezahualcoyotl re di Tesc¨co, sapiente molto abile, quantunque senza istruzione, e umano legislatore sebbene educato in una terra ancor barbara.
L'abbondanza e la prosperitÓ successe a tutti questi flagelli mortali: Moctez¨ma ne profitt˛ per estendere maggiormente il suo dominio, e s'impadroný della MiztÚca, a scirocco, che costituisce porzione della moderna provincia di OasciÓca, e finalmente conquist˛ quasi tutto il paese, che costeggia il golfo del Messico.
Sebbene ei fosse quasi continuamente occupato negli affari guerrieri: nulla di meno non trascur˛ quelli del governo temporale e spirituale; fond˛ nuove leggi, accrebbe lo splendore della sua corte, edific˛ un gran tempio al Dio della guerra, istituý nuovi riti, ed aument˛ il numero dei ministri del culto; ne' suoi atti di giustizia si distinse specialmente per le pene severe che inflisse contro l'ebbrezza.
In una parola, questo solo dei due Moctez¨ma, che regnarono sul trono del Messico, pu˛ veramente appellarsi grande: morý probabilmente nel 1464, dopo 28 anni di regno felice e glorioso.
A questo gran re successe Tiz˛, suo figlio; ma non fu degno di tanto padre, perchÚ ad una rara barbarie uný la pi¨ dichiarata stupiditÓ.
Per provvedere alla pompa sanguinosa della sua incoronazione, and˛, imitando suo padre, a caccia di nemici; ma, poco valoroso ed esperto, perse pi¨ soldati di quello che non facesse prigionieri.
Il suo regno non si distinse per nessuna bella impresa, ma per˛ fu breve: i signori di TÓzco e d'IztapalÓpa, lo avvelenarono dopo quattro anni di regno; furono puniti di questo delitto, ma i Messicani e gli alleati benedirono la loro memoria.
AsciayacÓtl, suo cugino, fu chiamato a succedergli sul trono.
Per sopperire alla solennitÓ dell'incoronazione, spinse le sue scoperte e le sue conquiste infino a TehuantepŔc, sul lido del grande Oceano, quasi distante 400 miglia da Messico: s'impadroný anche di altre province dalla parte di ponente, come delle valli di T˛luca, ecc.
Edific˛ un tempio, che chiam˛ CoatlÓn, ed i vicini Tlatel˛lco, sempre gelosi dei messicani, n'edificarono un'altro, che consacrarono sotto nome di Coasciotl˛t; ma dopo breve tempo, i Messicani accusandoli di cospirazione con gli SciÓlco, piombarono sopra di loro, li sconfissero, uccisero Moquihuýz loro re, ne distrussero l'impero, e fecero della loro cittÓ un sobborgo di Messico.
Cosý finý la monarchia dei Tlatel˛lco, dopo circa 140 anni d'esistenza, sotto il governo di quattro re.
Nell'anno dell'era volgare 1475, morý Nazahualcoy˛tl, celebre re di Tesc¨co.
Ad onta di tutte le disgrazie, che la sua dinastia ed il suo regno aveano sofferto sotto la tirannide dei regi della famiglia TepanŔca, Toroz˛moc, e Mastatl˛n, nessuna cittÓ dell'Anahuac non fioriva nelle scienze e nelle arti come Tesc¨co: ella n'era l'Atene, come il re Nazahualcoy˛tl ne fu il Solone, l'Aristide, ed il Pericle: saggio alla sua morte, come era stato buono e prudente in tutto il tempo della sua vita, dette ai propri popoli per suo successore quello dei suoi figliuoli che meglio adattato era a fargli felici; e tale fu [il di lui figlio] Nezahualpýlli.
Il re di Messico, dopo un regno di conquiste e di crudeli rigori sui paesi conquistati, scese nella tomba nel 1481.
Ahuitz˛l gli successe: il merito del suo valore gli valse il trono, quantunque fosse fratello dell' inetto re Tiz˛c, non figlio dell'estinto monarca.
Impieg˛ i materiali riuniti dai suoi predecessori per costruire un gran tempio: e facendone scavare molti altri in una cava di pietra e cellulare come il nostro travertino, incominci˛ la edificazione di quel grande teocalli, del quale gli Spagnuoli e gli altri Europei han tanto parlato.
Volendo solennizzarne la consacrazione con la maggior pompa possibile, and˛ anch'egli in cerca di vittime nelle varie province, sotto pretesto di punir le une di ribellioni non mai meditate, e di soggiogare quelle che poteano divenire pericolose al suo impero.
La storia spagnuola pretende, che alla festa dell'inaugurazione del tempio, in quattro giorni ei facesse scannare al cospetto della sua divinitÓ pi¨ di 60 mila prigionieri: ma la storia Messicana non parla che di umani sacrifizi, senza indicarne il numero [Ben si intende nell'autore una certa difesa di una cultura che in parte sentiva sua; egli aveva senza dubbio letto le lettere resoconto di CortÚs che costituivano una fonte insesauribile di dati sull'Impero e sulla sua Capitale e si doveva esser soffermato particolarmente sugli stralci da CortÚs riservati agli idoli dei templi ai sacerdoti custodi dei templi e soprattutto al discorso sui sacrifici umani agli dei , impostato da CortÚs e poi in particolare amplificato, a suo parere, dai posteriori cronisti iberici]
Certamente quella cifra spaventevole di 60 mila vittime non Ŕ che un'esagerazione Spagnuola: infatti, il solo che fosse autorizzato a ferir gli olocausti era il grande sacrificatore; e siccome a ciascuno di essi dovea strappare il cuore, sola parte di tutto il corpo umano che offrivasi alla tremenda divinitÓ dei Messicani, cosý Ŕ evidente, che quattro mesi di tempo avrebbero bastato appena a questa operazione: e dico quattro mesi, perchÚ il mese Messicano non era che di venti giorni.
D'altronde, come pu˛ supporsi che delle contrade, le quali erano quasi deserte due o tre secoli prima, che dei paesi onde i popoli, ancora nell'infanzia soffriano frequentemente dei flagelli della peste, della fame e della guerra pi¨ micidiale, potessero fornire tante vittime per festeggiare tutte le cerimonie cosý spesso consacrate ora agli Dei ora agli uomini?
Comunque per˛ sia, Ŕ certa la costruzione del tempio; e disgraziatamente certi sono eziandio gli umani sacrifizi in quella congiuntura operati.
Sotto il governo di questo re poco manc˛ che Messico non fosse sommersa, e ci˛ per sua imprudenza: l'acqua della laguna di Tesc¨co s'era abbassata a tal punto, che la navigazione, solo mezzo di trasporto e di comunicazione per la cittÓ, rimase quasi a secco.
Il re fece voltare nella vallata, le acque che prima scaricavansi in quella di T¨luca, sul fianco occidentale della cordilliera, che s'eleva alle spalle di Messico.
Ma presto sopraggiunse una pioggia straordinaria, e quel nuovo nemico contribuý a rendere pi¨ formidabile l'irruzione di cinque laghi, che scolano in un centro comune, presso il quale Ŕ fabbricata la cittÓ.
Passata l'alluvione il re rimedi˛ per allora a questo inconveniente colla costruzione di nuovi argini.
Poi, dicesi, abbellý la cittÓ di magnifici edifizi, tutti costrutti di grandi masse di travertino; e si pretende inoltre che questo re spignesse le sue conquiste infino nell'Hautematlan, moderna Guatemala, circa 8 o 900 miglia distante da Messico.
In qualunque modo, fu lui che dette all'impero Messicano i limiti in cui gli Spagnuoli trovaronlo.
Tent˛, ma indarno, di soggiogare il mesciuacÓn, e morý nel 1502 lasciando di se reputazione di gran guerriero, e d'uomo ostinato e crudele; egli era stato magnifico nella sua corte, generoso inverso quelli che lo aveano ben servito, ambizioso ed insaziabile di conquiste, e innalzato al soglio regale per i suoi propri meriti.
Gli successe Moctezuma II, che gli Spagnuoli chiamano el grande monarca Montezuma: ma i Messicani, all'opposto, appellanlo Moctezuma Sciocoyotzin, vale a dire Montezuma il Minore, per distinguerlo dal grande Moctezuma I.
Ed invero, la sua vita fu piuttosto quella d'un ipocrita, d'un tiranno, che d'un grand'uomo o d'un gran re; la fine del suo regno fu anche pi¨ vile del principio.
Era figlio del re Asciayacatl, e la pittura del quadro che gli appartiene lo rappresenta in due modi: da sacerdote e da re; poichÚ fu l'uno e l'altro.
Quantunque Montezuma non sia l'ultimo re della dinastia messicana, finý per˛ con lui lo splendore del trono del Messico; mi estender˛ quindi un poco sulle particolari circostanze del suo regno e della sua corte, perchÚ si possa meglio giudicare intorno all'antico Messico, sugli antichi Messicani e sui loro antichi monarchi; ed a questo oggetto sceglier˛ quello che le stravaganze e le esagerazioni dagli scrittori narrate offrono di pi¨ probabile, lo che per˛ non esclude, che il lettore non debba adoperare tutto il discernimento di cui pu˛ esser dotato, per aiutarsi a vagliarle e scegliere il verosimile dallo impossibile.
Mentre tutto preparavasi pella elezione di in successore dell'impero, Montezuma facea il modesto ed il ritroso: nel momento della decisione ritirossi in un tempio, dimostrando come di fuggire gli uomini e di aborrire il grave peso della corona; e colÓ ei si fece trovare assorto in estasi, conversando col magno Dio de' Messicani: e mentre i sacerdoti faceano ogni sforzo per impedire che la scelta cadesse sopra di lui, ingelositi delle troppe frequenti pretese sue visioni, il popolo per˛ considerando la cosa diversamente, lo acclam˛ ad una voce, Mocyezuma saggio, pontefice e re!
I sacerdoti fremerono in silenzio, e giurarono di vendicarsi delle usurpazioni che da lui temerono sulla estenzione della loro autoritÓ: per˛ Moctezuma cadde piuttosto per dato e fatto dei sacerdoti, che per le armi degli Spagnuoli.
Ma, per ora, veniamo al suo regno.
Appena fu acclamato re, depose la sua finta modestia e manifest˛ l'ambizione, l'orgoglio, e il despotismo che sempre aveanlo animato.
Come i suoi predecessori, anch'egli and˛ a cercar lite con qualche popolo disgraziato, per fare provvisone di vittime, che sacrific˛ pi¨ da pontefice che da re [ben presto inimicandosi i sacerdoti dell'antica religione e la sua stessa sorella Tapantzin].
Si dichiar˛ solo arbitro di quanto fosse concernente lo stato e la religione; e per maggiormente avvicinarsi alla divinitÓ, e mettere una maggior distanza tra sŔ e i suoi popoli, ordin˛, che docunque presenterebbesi, tutti avessero a chiuder gli occhi o per lo meno abbassarli, decretando pena di morte contro chiunque osasse fissarli su di lui: proscrisse dalla sua corte i plebei, misura impolitica poichÚ i plebei, pella industria, la ricchezza, e il numero, fanno la forza delle nazioni; e si circond˛ di nobili e di sacerdoti: ma niuno per˛ potea toccarlo, essendosi dichiarato come una specie di sancta-sanctorum, cui neppure i preti erano giudicati degni di toccare.
Le genti ammesse in sua presenza, non poteano, come i suoi cortigiani, vederlo che con gli occhi della immaginazione; e guai a colui che avesse osato volger sulla sua persona gli occhi del corpo, o troppo scrutatori o troppo indiscreti e sempre sminuenti le grandezze e la fede!
Non era permesso avvicinarsi a questo monarca altro che in ginocchioni: faceansi tre pause, come al cospetto dell'imperatore della Cina, eslamando alla prima signor!, alla seconda signor mio!!, alla terza gran signore!!!.
Parlavaglisi, come a Dio, con voce dimessa e la faccia sulla terra, e la risposta a quello che si domandava era considerata come un oracolo, e venia sempre per mezzo di una terza persona: la voce del monarca non mai si udia!
Uscivasi dalla sala di udienza camminando come i granchi, vale a dire di traverso, e facendo altrettanti inchini, retrocedendo, quanto eransene fatti avanzando.
Non mai il monarca uscia dal suo palazzo, se non che portato in un palanchino e sulle spalle di quattro grandi dell'impero; la folla si prosternava di contro alla etrra al suo passarsi, come fanno i popoli pi¨ abietti dell'Asia al cospetto dei loro tiranni: i suoi piedi non mai doveano toccare la nuda terra, a similitudine delle donne le pi¨ effeminate dei nostri popoli civili.
Il manoscritto del mio autore assicura, che la grandezza e magnificenza dei palazzi, delle ville, dei giardini, dei parchi, ecc. ecc., tutto sotto il regno di
Montezuma, stava in armonia colla ostentazione della suprema sua maestÓ.
Secondo questa cronica, il principal palazzo, residenza ordinaria e reggia di Montezuma, avea cinque grandi porte principali su cadauna delle quattro facciate che lo decoravano; nell'interno contenea tre vasti cortili, e quello del mezzo era abbellito da una superba fontana di acque zampillanti: avea delle grandi sale, pi¨ di mille camere, tutte icrostate o di fini marmi o di pietre dure: i soffitti erano di cedro, di cipresso e d'altri legni rarissimi intagliati, cesellati, intarsiati di mosaici: ed una di queste sale era sý grande (ed il mio autore assicura averne avuta la descrizione da uno Spagnuolo che l'avea veduta), che potea comodamente tenere tre mila persone.
Oltre questo grande palagio, altri vi esistevano nei diversi quartieri della cittÓ.
Vicino alla reggia, sulla grande piazza, era situato l'harem principale del re e tutte le abitazioni necessarie per i suoi consiglieri, ministri, grandi e piccoli uffiziali della corona, e perfino pei magnati ed i re forestieri, che andavano a visitare il signore del Messico, corteggiarlo ed ossequiarlo.
Avea dei serragli per ogni specie di animale quadrupede, volatile ed anfibio: un vasto giardino circondato internamente da un gran porticato sostenuto da magnifiche colonne di marmo, conteneva dieci ampie vasche, le une piene di acqua dolce per gli uccelli acquatici ed i pesci di fiume, le altre piene di acqua salata per gli uccelli ed i pesci marini.
Ma a questa straordinaria maestÓ era unito il grottesco, il ridicolo pi¨ evidente: una folla di medici e di speziali vegliava alla salute di queste bestie; e ci˛ pare fosse un uso antico nel Messico: ma Montezuma ve ne aggiunse un altro pi¨ singolare.
Avea fatto riunire nel suo impero tutto ci˛ che v'avea d'uomini mostruosi o deformi, per fare un serraglio di essi!
Bizzarra e vana idea: ma almeno questa vanitÓ avea un lato filantropico, poichÚ salvava un gran numero d'infelici dalla miseria, e dalla derisione del volgo
[senza queste ultimissime considerazioni cosý si legge nella Relazione di CortŔs].
Intorno al suo palazzo erano riuniti in quartieri privilegiati gli artisti d'ogni genere: uno di questi quartieri era specialmente riserbato ai ballerini e saltimbanchi, che doveano divertire quella barbara, vana e strana corte.
Del resto, tutti questi serragli, uccelliere, vivai, giardini, quartieri, abitazioni di stato, palazzi, ec., doveano abbracciare una immensa estensione: narravasi che anche tutto lo spazio, che oggi comprende l'ampissimo convento di san Francesco ne facea parte; le bestie sole doveano ocupare almeno la metÓ della periferia, che cinge la odierna cittÓ del Messico: fin dove dunque s'estendeva l'antica, per contenere tanti e cosý immensi edifizi, piazze, giardini ed altri luoghi di lusso, residenza di tanti principi ordinari e straordinari, di tanti mostri ed animali, di tanti Indiani, che gli Spagnuoli ci dicono avervi trovati?
Montezuma era decisamente un principe assoluto, al cospetto del quale chiunque dovea inchinarsi, non esclusi i sacerdoti.
La sua tirannia era spesso formidabile, ma non bisogna credere che mancasse totalmente di buone qualitÓ: quella, fra l'altro, di detestare l'ozio Ŕ lodevolissima, poichÚ ordin˛ che ognuno in qualche cosa si occupasse; perfino i mendici, che non aveano nulla da fare, volea si occupassero a cercar pulci, ec., e si liberassero da questi insetti parasiti, che divorano le classi pi¨ degradate della plebe.
I magnati tributavangli quanto di meglio possedevano: ed egli dal canto suo, in ricompensa dei sacrifici e delle umiliazioni che ad essi imponeva, aumentava i loro privilegi sui plebei, trovando cosý il modo di farsi odiare da tutte le classi de' suoi sudditi!
Avea perfino prescritto un segno distintivo, che gl'individui di ciascuna classe doveano immancabilmente portare indosso.
Nulladimeno, siccome un tiranno non puossi sostener da sŔ solo, ei mostravasi generoso inverso i suoi capitani ed i suoi ministri.
Dividea con essi loro in qualche modo anche la sua pretesa divinitÓ, poichÚ permetteva che indossassero le sue vecchie vestimenta: le quali dovea mutare spesso, se Ŕ vero che non mai le rivestisse due volte, e che se ne spogliasse infino a quattro volte il giorno!
Per attirarsi l'amore delle soldatesche e di bravi fedeli, dimostrava per esse particolare premura, ed avea a loro utile convertito in ospizio e spedale tutta la cittÓ di ColhuacÓn dalla quale scacci˛ il sire e i principali abitanti.
ma in mezzo a questa grandezza (ed ogni grandezza Ŕ effimera, quando ha per unica base una politica cavillosa e tirannica),
Montezuma era umiliato nel vedere gli stati di TlascalÓ, di TepeÓca e di MescinacÓn reggersi indipendenti dal suo impero: quindi dichiar˛ ad essi la guerra, o per meglio dire, fece che gliela facessero i suoi vassalli ed i suoi capitani: cominci˛ dal TlascalÓ; ma esordý con perdervi il suo primogenito e quasi tutto l'esercito, nÚ un secondo tentativo riuscý pi¨ felice.
Anche TepeÓca e MescinacÓn respinsero vittoriosamente i suoi attacchi e la sua tirannia.
Montez¨ma avea fatto edificare anche molti templi; ed il mio autore aggiugne, che in tutti era associato il suo nome a quello della divinitÓ, nelle iscrizioni e nei geroglifici che li consacravano: ma i preti protestarono contro questo strano miscuglio di sacro e profano, quantunque prevedessero, che le loro rimostranze uscirebbero inutili; infatti, elle non valsero ad essi che nuovi segni di disprezzo ed atti di despotismo, i quali non potendo tollerare decisero in ogni modo vendicarsi.
Ma per meglio spiegare quello che segue, bisogna riascendere per un istante al tempo nel quale i Messicani erano gli astŔqui, e nel quale gli AstŔqui non aveano ancora abbandonato il paese di AztÓn per emigrare nell'
Anahuac.
I loro sacerdoti, che in quel tempo non erano probabilmente che stregoni, come sono quelli dei selvaggi di molti altri paesi, per risolver le masse ad emigrare in lochi lontani, fecero correr la voce, che una tradizione sacra era stata riferita ad essi da un certo Topilcin, antico capo di loro nazione morto in concetto di santo: e cosý Topilcin divenne il dio conduttore: prima ebbe il nome Mixtli, che significa potente, e quindi quello di Huitzililhuýtl, che vuol dire dio formidabile, o della guerra.
I sacerdoti messicani, irritati contro Montezuma, cominciarono a vociferare che Topilcin era scomparso, ma che non era morto; che avea promesso, che ad una certa epoca ritornerebbe a governarli, e che questa epoca non era lontana.
Ci˛ bast˛ per indebolire la cieca devozione che il popolo avea per Montezuma, che considerava un semideo, e per molto diminuire il prestigio della sua grandezza e della sua santitÓ: i preti aveano dato un gran colpo alla sua potenza, e qui mi limiter˛ a riferire una sola delle invenzioni che impiegarono per meglio colorire di maraviglioso quella presdizione.
Io narro una favola e l'effetto dell'impostura, poichÚ trattasi di un miracolo ispirato e diretto da sacerdoti empi: ma l'impostura e le favole spesso sono le guide pi¨ sicure che menino all'istoria, gli specchi pi¨ fedeli del cuore umano.
Montezuma avea una sorella che non amava: era bigotta, amica dei sacerdoti, e per conseguenza avversa al sistema teocratico stabilito dal fratello: ei l'avea maritata al governatore di Tlatelolco, che volle innalzare all'onore del suo parentado non per altro che per umiliare maggiormente la sorella, che si chiamava Tapantzin.
Questo governatore avea probabilmente sposati i sentimenti di sua moglie, che amava, per cui presto morý, non senza sospetto di veleno; e poco tempo dopo corse la nuova della morte anche della vedova principessa: di pi¨, dicono che gli furono fatti solenni funerali. e che il corpo di lei fu deposto nella tomba degli antichi re di Tlalolco, posta nello stesso palazzo ove diceasi era morta.
Ma il giorno dopo il suo preteso seppellimento, una giovanetta la vide assisa presso la fonte ove era solita bagnarsi; spaventata all'aspetto di questa apparizione, la fanciulla fuggý e ne inform˛ la madre; la quale, prima si burl˛ della credulitÓ della ragazza, ma sulle assicurazioni reiterate della realtÓ della cosa, risolvŔ di verificarne il fatto coi suoi propri occhi: e veramente trov˛ la principessa assisa sul margine del fonte, bella, sana, eloquente.
Diceva aver viaggiato, e ritornare adesso dall'altro mondo: fece chiamare il marito di questa donna, e lo incombens˛ di annunziare la sua resurrezione a
Montezuma suo fratello; ma il buon uomo ricus˛, per tema della crudeltÓ del re, pensando (e non s'ingannava) che il ritorno in questo mondo di una sorella da lui odiata, dovea fortemente irritarlo.
Allora ella gl'ingiunse d'avvisarne il re di Tesc¨co e di dirgli, che volea vederlo: e ci˛ fece.
Questo re accorse all'istante.
La principessa [sorella di Montezuma -su cui il "moderno" autore raccoglie dati anche in funzione della sua attenta lettura del Motulinia alias il padre francescano Toribio di Benavente- in fama di religiosissima se non addirittura sibilla ma, cosa da lui oltremodo destastata, concorde coi Sacerdoti del culto tradizionale , e dopo la catastrofe dell'Impero -anche se Ŕ impossibile chiarirlo quanta pubblicistica risieda nei vari racconti- destinata alla conversione al Cristianesimo] pregollo [oltre la "favola", non si pu˛ escludere un qualche fatto reale e che, con il supporto dei sacerdoti avversi alla riforma teocratica dell'Imperatore, la donna avesse fatto ricorso per una sorte di catalessi alle svariate proprietÓ della medicina sciamanica = di fronte alla notte dei tempi ed a vicende spesso mascherate dalle diverse fazioni altre profezie ed altri funesti presagi si sarebbero manifestati: Una cometa apparve in cielo, in pieno giorno - Una colonna di fuoco (probabilmente la cometa) sarebbe comparsa nel cielo della notte - Il tempio di Huitzilopochtli sarebbe stato distrutto dalle fiamme - Un fulmine avrebbe colpito il tempio di Tzonmolco - Tenochtitlßn avrebbe subito un'inondazione - Gente strana con molte teste su un corpo solo sarebbe stata vista camminare per la cittÓ - Si sarebbe udita la voce di una donna intonare un canto funebre per gli Aztechi - Venne catturato uno strano uccello. Quando Montezuma guard˛ nei suoi occhi, che erano come specchi, avrebbe visto degli uomini dalle strane sembianze che sbarcavano sulla costa] di far sapere a Montezuma suo fratello ch'ella avea un affare dell'altro mondo da partecipargli.
Montezuma, accompagnato dal re di Tesc¨co e da alcuni grandi della sua corte and˛ a vedere la pretesa resuscitata: trovolla in mezzo ad una folla di preti, mentre assicurava a tutta questa assemblea colla massima franchezza, ch'era veramente morta, ma che nel momento che passava il fiume dell'oblivione, un giovane l'arrest˛, la prese per mano, e le fece comprendere che il regno dei cattivi era finito, che TOPILCIN [propriamente CE ACATL TOPILZIN QUEZALCOATL] era in via per tornare nel Messico e spandere una nuova luce sull'Anahuac; e che la consigli˛ a riedere nuovamente alla vita, per annunziare l'ultima risoluzione di Dio, e predicare che tutti si preparassero a ricever TOPILCIN rispettosamente e con gratitudine, siccome una celeste redenzione, e per ricevere ella la prima, devotamente, il divino liberatore [e il tutto innegabilmente risuonava come una condanna della riforma teocratica realizzata da Montezuma = Giovanni Botero riprende nelle sue Relazioni, con le modifiche che il tempo, la superstizione e la postazione ideologica (nel suo caso impostata su una punizione del Dio cristiano agli idolatri sudditi di Montezuma) comportano sempre, gli eventi straordinari di cui sopra si parla: soffermandosi per˛ in particolare sul tema del ritorno di Tolpicin e del momentaneo sfruttamento della sua identificazione con il dio, giovevole a Cortes].
Dicono alcuni storici Messicani, che a questa predizione si scorse sulla fronte di Montezuma una viva espressione di funesti pensieri, ed altri assicurano, ch'ei si accorse incontanete dell'artifizio e della furberia della sorella e dei sacerdoti. ma che dissimul˛: frattanto i suoi cortigiani sparesero, che la principessa non era veramente morta, ma che, gravemente malata, fu soprappresa da un profondo deliquio, dal quale, dopo due giorni, svegliossi delirante; e dicevano che ora era pazza, ed indicavano i farmaci pi¨ atti a sanarla.
Ma per quanto si studiasse la corte ed il re a spandere il ridicolo su questo affare, non poterono per˛ prevenire le profonde impressioni che fece nello spirito della moltitudine, credula sempre, ed in questo caso influenzata dai sacerdoti irritati contro Montezuma: minacciato dal cielo, ei perdeva agli occhi dei popoli tutta la sua divinitÓ terrestre: ridotto uomo, si videro allo scoperto tutti i suoi vizi ed i suoi difetti, ed apparve mostruoso forse pi¨ di quello ch'apparir non dovea: l'odio contro di lui crescea ogni dý maggiormente, e la voce dei sacerdoti riacquistava a colpo d'occhio l'antica autoritÓ sulle genti messicane, e fu nel momento di questo urto delle ambizioni regale e sacerdotale, nel momento di questa convulsione delle masse, convulsione che paralizzava l'unione, la forza, l'unitÓ nazionale, che Ferdinando Cortes comparve nei paesi del Messico.
Ma questa subitanea apparizione e questa ben'ordita impostura furono in fine dannose ai sacerdoti; e le loro profezie, le loro visioni, le loro imposture, servirono a maraviglia l'avvunteriere spagnuolo, nel quale i Messicani credettero vedere adempiuta la voce dell'oracolo: lo stesso Montezuma credette in principio che il Cortes fosse veramente Topilcin, quel santo famoso del quale predicavasi il ritorno; tanto pi¨ ch'ei precisamente venia dalla parte d'onde le genti hanno tratte le divinitÓ, le religioni e tutte le cose straordinarie, cioŔ dalla parte dell'oriente.
Assicurasi, che i primi ambasciatori spediti da Montezuma al Cortes erano incombensati di presentargli il suo omaggio come a Topilcin suo signore, e che s'offria di servirgli in luogotenente.
Tutto il corteo degli Spagnuoli, sý nuovo e sý imponente agli occhi de' messicani, aumentava la forza delle impressioni ond'erano dominati, e appianava gli ostacoli dell'impresa: e se i Cristiani non avesser presto tolto d'illusione questi nuovi popoli con delitti e licenze d'ognie specie, poteano, senza sparger neppure una goccia di sangue, conquistare tutto il Messico in breve ora.
Ma presto i Messicani dubitarono della procedenza divina dei loro nuovi ospiti, e riederono alle loro cittÓ e casali pieni d'impressioni e di congetture tutte diverse.
Montezuma, con una seconda ambasciata, ingiunse al Cortes di arrestarsi, e quantunque lo colmasse di doni, gli fece nel tempo stesso notificare, che ricusava di riceverlo: ma era troppo tardi.
Tutto militava in favore del Cortes: Montezuma avea persa l'aureola che lo avea reso sý abbagliante, ed i preti erano assoggettati, i nobili avviliti, i popoli oppressi, i principi vassalli tirannizzati, i soldati privi d'energia, la corte in dissidio: tutto, insomma, cospirava alla rovina dell'impero.
All'esterno, i TlascalŔsi [la potente Confederazione o Repubblica di Tlaxcala] ed altri popoli mortali nemici di Montezuma, e come quelli del mescinacÓn, sempre gelosi della messicana dominazione, erano pronti a confederarsi con chiunque avese saputo abbattere il gran tiranno; per˛, abbracciarono subito il partito degli Spagnuoli, i quali, se avean perso quel prestigio divino in sulle prime loro supposto, aveano abbastanza dello infernale nella natura delle armi che portavano, per spandere la paura e lo scoraggimento, e per rianimare, sebbene sotto diverso aspetto, la mistica influenza di una falsa profezia, che coincideva cosý perfettamente con quanto era successo: alle quali cose se aggiungasi la mancanza di energia e di coraggio in Montezuma ed in tutti i suoi servili e codardi cortigiani, Ŕ facile spiegare come un pugno di Europei potesse assoggettare impero cosý potente, popoli cosý numerosi.
Tremenda infatti dev'esser stata l'impressione degli schioppi e dei cannoni sull'animo del'Indiani, che credeano queste armi vomitassero le folgori del cielo; delle lance e lunghe spade che infilzavano gli uomini quasi fosser rane; dei cavalli e dei cavalieri che credevano un mostro di un sol pezzo; di quelle loriche, di quegli scudi, elmi, corazze rilucenti come adamante ed impenetrabili, di quei navigli ch'essi credevano mostri marini, vomitanti guerrieri, demoni e folgori.
Alle quali cose i poveri Messicani non potevano opporre che un corpo ignudo, misere lance, deboli frecce, coltelli di sasso; ed anche la potenza di queste armi meschine venia neutralizzata dalla eloquenza della nuova convertita donna Marina, la bella schiava di Tabasco, l'amante, la consigliera, la interprete di Cortes; la quale magnificava, esaltava ai suoi compatriotti, i prodigi, la divinitÓ, la onnipotenza de' suoi eroi.
Quando gli Spagnuoli, dal luogo ove sbarcarono, marciarono inverso il Messico, erano giÓ sicuri dei suffragi di tutti i paesi che doveano attraversare soggetti a Montezuma; erano sicuri dell'alleanza dei Tlascalesi, nemici irreconciliabili e spesso vincitori de' Messicani: infatti il Cortes assembr˛ sotto le sue insegne pi¨ di 70 mila Tlascalesi, e con essi si present˛ davanto alla cittÓ di Messico, sentina d'ipocrisia, di voluttÓ e di superstizione; vi regnava il malcontento tra gli abitanti, e l'anarchia ed il disordine era al colmo in fra il trono e l'altare: di guisa tale che tutto congiurava in quell'epoca al Messico per appianare la strada all'eroe Spagnuolo per impadronirsi dell'impero, distruggere i sacerdoti ed albergare nei palazzi del re.
Il Cortes incendi˛ la sua flotta per decidere i suoi compagni malcontenti; e certamente questa fu azione d'anima poco comune; ma potrebbe anche corroborare l'opinione di quelli che credono ch'egli avea molta sicurezza della buona riuscita dell'impresa.
Comunque sia di ci˛, ora vogliam narrare la fine della storia della principessa Papantzin, che abbiamo lasciata in mezzo ai sacerdoti a profetare la venuta di Topilcin per vendicarsi della iniqua condotta di suo fratello Montezuma.
Sorpresa, anzi stordita di un fatto che rispondeva genericamente all'oracolo, quantunque ella sapesse di non essere stata che l'istrumento della impostura de' sacerdoti messicani, nulla ostante le parve di scorgere in questa coincidenza o la mano del destino, o un fatto provvidenziale; per cui disertati i suoi complici, abbracci˛ con fervore la religione dei forestieri, e probabilmente fu la prima cristiana dell'Anahuac.
E qui la storia cessa di narrarci di lei.
Passiamo ad altro [scrive l'autore di questa opera basilare] prima di abbassare il sipario del teatro dell'antica storia del Messico.
Per ci˛ che riguarda le gesta del Cortes e dei suoi compagni,
son troppi gli storici che ne scrissero perchÚ sia permesso a noi di narrarle qui in fondo a questo compendio [N. d. R. = leggile qui digitalizzate];
il Cortes istesso ha scritto le proprie imprese, e molti de' suoi compagni, adoprando ad un tempo la spada, la face e la penna, conquistarono, distrussero e descrissero le vicende della conquista, e gli orrori delle loro distruzioni: bisogna leggere le loro opere.
Ora a noi non rimane, che accennare qual fu il destino dei figli e dei parenti di Montezuma, dopo che il Messico divent˛ provincia e colonia spagnuola.
La morte di Montezuma Ŕ argomento di speculazione storica: secondo alcuni, ei fu ucciso da un Messicano mentre predicava a' suoi sudditi il rispetto e la fedeltÓ inverso gli Spagnuoli; e secondo altri (e questo pare molto pi¨ probabile), fu ucciso dagli Spagnuoli stessi nella notte funesta della rivoluzione dei messicani, con tre de' suoi figliuoli [La storia di questa tremenda rivoluzione leggesi in una lettera di Fernando Cortes a Carlo V, per noi pubblicata nel tomo XI della presente Raccolta di Viaggi].
Dicemmo di sopra che il primogenito di Montezuma perse la vita in una pugna contro i TlascaltŔqui; il suo quinto figlio salvossi con gli Spagnuoli, abbracci˛ la fede di Cristo, prese il nome di don Pedro di Montezuma, e da lui discende la famiglia ancora esistente dei conti di Mentezuma e di Tula, grandi di Spagna: una sorella di lui (tecuispotzýn), fuggita agli orrori di quella trista notte, si fece cattolica, come suo fratello, e da lei discendono le altre due famiglie dei Montezuma, quella di Cano cioŔ e quella di Andrada.
Gli storici notano anche un sesto figlio di Montezuma ma s'ignora il nome di lui.
E' per˛ certo, che nessuno de' suoi figliuoli lo rimpiazz˛ sul trono: i Messicani sollevati ci posero un nipote dell'estinto monarca, che avea nome Cuohtemotzýn (Quauhtemoc, nel contesto della grafia antiquaria al modo che scrisse il Bustamante) [in effetti nella Memoria di Ixtlixochitil si legge fine p. 312 che dapprima i messicani elessero re un fratello di Mochthezuma di nome Culahuatzin che regn˛ per solo quaranta giorni venendo ucciso "dal vaiuolo, ch'era stato portato da un Negro" e che solo allora gli stessi Messicani elessero qual re Cuauhtemoctizin (da IX riga dall'alto, da pag. 313), figlio del re Ahuitzotin del lignaggio di Tlatelulco = nello stesso luogo il Bustamante in nota critica scrisse (nota 1 di p. 313) Il vaiuolo fece grande strage nel Messico per sessanta giorni continui, e lev˛ di vita un'infinitÓ di Indiani. La desolazione fu tale e siffatta che un gran numero d'infermi morirono di fame, non v'avendo chi loro apprestasse il cibo ( = vedi sempre la n. 1 a fine pag. 313 Sahagun, Historia general de las cosas de Nueva Espa˝a, lib. XII, cap.29)], il quale valorosamente difese la cittÓ, quando gli Spagnuoli ne fecero l'assedio; ma caduto prigioniero, e condotto al cospetto del Cortes mentre questi entrava in Messico (addý 15 agosto 1521), gli disse con voce ferma e faccia impavida:
"Io feci quanto dovea per il mio popolo e pel mio paese; ora non mi rimane che morire; uccidimi".
Lo arsero vivo.
[L'autore con questa chiusa drammatica nella sua terrificante concisione sancisce la fine del suo discorso = per quanto criptica la chiusa ci esprime comunque tutta la sua angoscia per la rovina di una civiltÓ che fu grande, pur tra bagliori e terrifiche oscuritÓ, e venne cancellata sia dall'umana ingordigia quanto -cosa forse meno trattata- dalla diffusione di malattie importate dal Vecchio Continente e che come qui si vede quasi cancellarono la numerosa popolazione precolombiana = meno conciso (ma anche letterariamente, e forse storicamente, meno efficiente) di Fernando de Alvarado Tezozˇmoc or Hernando fu invece nella sua Memoria Don Ferdinando D'Alva CortŔs Ixtlilxochitil che scrisse come qui si legge sulla resa gloriosa di Quauhtemoc che di fatto segna la definitiva conquista spagnola della grandissima capitale dell'Impero azteco: la morte dell'ultimo Signore dei Mexica Ŕ per˛ accompagnata da un appassionato
commento - con il concorso critico del Bustamante - dell'ottocentesco editore messicano nella lunghissima nota 1 qui specificatamente proposta ove si narra che Quauhtemoc fu catturato dagli Spagnoli ma non ucciso e semmai imprigionato e quindi torturato orribilmente col fuoco, seppur vanamente per il suo coraggio, onde rivelasse ove si custodisse il tesoro di "Montezuma II, venendo alla fine barbaramente ucciso.
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Per quanto apporti notizie importanti e inedite si tratta di un'
opera non priva di controversie la sopra citata e qui digitalizzata Memoria di Don Ferdinando D'Alva Cortes Ixtlilxochitil editata criticamente dal Bustamante che non lesina osservazioni critiche.
L'autore, per quanto valido, come discendente mira infatti a rivalutare l'antenato, re se non usurpatore di Texcuco, passato dalla parte degli Spagnoli per un'ambizione di potere legata ad un'effettiva grandezza guerresca: la difesa dal discendente nella citata Memoria dipende anche da una denunzia anche per la trascuratezza nei riguardi dell'antico condottiero e in quelli delle migliaia e migliaia di suoi soldati, come parzialmente degli alleati di Tlaxcala, dimostrata da CortŔs il cui piccolo esercito, ad onta della superioritÓ tecnologica, sarebbe stato travolto se l'Impero non fosse stato travagliato da lotte intestine in parte addebitabili a certa insipienza e presunzione di Montezuma.






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