cultura barocca
Tutte le lettere, i numeri, i quadrangoli nella mappa vinzoniana sono attivi

A fronte dei "Luoghi" (anche detti "Ville") del Contado Orientale di Ventimiglia poi organizzatisi nella "Comunità degli 8 Luoghi" e dediti/-e principalmente a una vita agronomica di grande rilievo con l'eccezione marinaresca di Bordighera (vedi gli indici) [ tradizione culturale da mettere forse in relazione al fatto che queste ville verosimilmente continuarono, fortificate e popolate, una vetusta tradizone romana = cosa che si riscontra specificatamente per il sito di San Biagio della Cima ma comunque per tutta l'"Armantica") i meno popolosi centri del Contado Occidentale ebbero sorti diverse come nel caso (ancor più di quello di Mortola].
Decisamente emblematico fu poi il caso di LATTE (sopra ben visibile in settecentesca cartografia vinzoniana) che, frazione di Ventimiglia ebbe -pur tra esperienze agronomiche e di commercio di bestiame- un' antica valenza turistico-ambientale (in parte derivata dai residenti facoltosi di Ventimiglia di lasciare per determinati periodi il capoluogo cui era attribuita fama di sito malsano e d'aria pesante peraltro convinti dalla medicina epocale che la villeggiatura in zone reputate climaticamente salubri fosse oltre che un modo per ritemprarsi anche -specie fra '500 e '600- una soluzione per aggirare i pericoli della grande pandemia della Morte Nera: così che, seppur con lo sfarzo possibile ai più modesti mezzi d'una borghesia e d'una nobiltà provinciale presero a sorgere ville signorili anche nel progetto di imitare le ben più ricche ville del contado di Genova (anche se altri nobili come i Clavesana non disdegnavano luoghi alternativi per ritempare spirito e salute come la splendida località di " Rezzo " destinata a divenire scenario entro un romanzo del seicentesco romanziere genovese Bernardo Morando) = effettivamente tra '500 e '600 a livello panitaliano correva l'opinione che Ventimiglia non fosse città salubre e che risiedendovi si potessero contrarre facilmente, anche mortali, febbri (malariche): contro siffatto giudizio, anche per giustificare la sua scelta di ritornare in Ventimiglia ed erigervi la sua "Libraria", si adoperò Angelico Aprosio cercando semmai di evidenziare (pur con alcune quasi necessarie precisazioni) i pregi del capoluogo = la bontà climatica di LATTE si radicò comunque per lungo tempo nell'opinione generale prendendo piede anche tra chi proveniva da lontano, così che, per esempio, con altri personaggi non ventimigliesi, la località di villeggiatura di "Latte" fu frequentata per esempio nel '600 qual luogo di villeggiatura anche dall'allora celebre poetessa romana Camilla Bertelli - celebrata alquanto da Prospero Mandosio- residente a Nizza ove aveva sposato un esponente della ricca casata Martini avendone un figlio letterato cioè Francesco Martini = come qui si vede molto amica di Angeico Aprosio che fu solita ospitare nella sua poprietà) . Varie tracce di insediamenti romani inducono comunque a pensare che siffatta dimensione residenziale della piana di Latte risalisse molto nel tempo, sin forse alla romanità, soprattutto alla romanità imperiale [ferma restando nell'oscurità del medioevo e della lotta contro i Saraceni l'importanza in questa area di qualche insediamento monastico e benedettino, anche, poi (non esclusi coi percorsi della Fede compresa la diramazione della Via Francigena dal Cenisio a Novalesa, Oltregiogo, Camporosso e areale intemelio riconsacrata da un Vescovo di Ventimiglia) a guardia dei percorsi verso i Santuari galiziani (ed in merito a ciò rammentiamo l' Ospedale della Clusa di Latte e l'Ospedale di Cornia)]. Resta peraltro interessante segnalare che nel mare antistante, tra la villa Botti ed il sito detto u muru russu, a giudizio di pescatori e subacquei, si sarebbero rinvenuti laterizi romani, anche con bolli, tracce di vasellame, almeno un'anfora intatta ed un'ancora (anche se leggendo la cinquecentesca, monumentale Storia Naturale del grande Ferrante Imperato -qui digitalizzata nella stampa giudicata ancor più esauriente del '600 e provvista di indici moderni- si intende quanto materiale antico sia stato riutilizzato e/o frammentato per scopi edili nel corso dei secoli dala caduta di Roma) > voci incontrollabili hanno fatto anche cenno all'esistenza del relitto d'una nave oneraria romana ma si può sempre oscillare fra parziali verità e clamorosi abbagli = per questo è esempre doveroso attenersi a quanto ufficialmente e scientificamente segnalato in materia di repertazione romana sottomarina, ferma restando la potenzialità di sempre nuovi rinvenimenti (attesa anche la proposizione qui fatta di un testo moderno ma già abbastanza datato). La sostanza dei fatti induce a credere comunque che tutta questa parte di costa, lungo i secoli ed i millenni, sia stata un ricettacolo naturale di materiale navale e di relitti in forza della positura e di una ricchezza di scogli destinata a rendere costituzionalmente pericolosa la navigazione prima di accedere alla presumibile guida artificiale verso i porti intemeli del "Faro di Ventimiglia" o, se vogliamo, dello Scoglio Alto. E peraltro, a testimoniare una frequentazione romana di LATTE -parte integrante del SUBURBIO OCCIDENTALE DI VENTIMIGLIA ROMANA- e sito attraversato dal tragitto dell' imperiale via Iulia Augusta, concorrono recenti ritrovamenti archeologici, fra cui in particolare si sono potuti localizzare i reperti di una supponibile VILLA RUSTICA E/O PSEUDOURBANA (L'individuazione, tra altri plausibili, di un edificio romano nella piana conforta l'opinione su un insediamento costiero ad ovest di Ventimiglia: per quanto si è individuato, la struttura del complesso romano risulta di forma allungata, di cui si sono portati alla luce almeno due ambienti con murature in ciottoli di grandi dimensioni, solo parzialmente conservate. La vicinanza alla riva marina induce a ritenere sia stata una villa marittima e residenziale, magari provvista di un proprio approdo se non, in qualche maniera, interagente con uno dei non pochi luoghi di sosta per i viaggiatori che procedevano per la Via Iulia Augusta alla volta della Gallia: ed al riguardo, cosa che indubbiamente fa meditare, nel sito "sullacrestadellonda" (di cui si propone qui l'indirizzo per la lettura integrale del saggio e la visualizzazione delle immagini = Pietre che parlano: ai Balzi Rossi di Ventimiglia le peschiere romane? ) il dottor Sergio Pallanca, sempre attivo nell'evidenziare e scoprire reperti delle antichità locali, ha redatto un saggio bellissimo, già scritto per "Ventimiglia.biz", a corredo di quella che ritengo una importante scoperta da lui fatta (precisando esser avvenuta " Vicino al vecchio confine italo-francese fra la Riviera dei Fiori e la Costa Azzurra nei pressi dei Balzi Rossi") molto importante in relazione a queste ville sul litorale (sicuramente non isolata era quella che è stata rinvenuta!) = saggio che, come detto, si può leggere integralmente all'indirizzo segnalato ma di cui giova dare uno stralcio, ringraziando l'autore per quanto trovato ed esternato e nel contempo per quanto dedotto e scritto: "In un certo punto vicino alla Via Iulia Augusta, nella zona sottostante la "tagliata", le rocce sono scavate, a formare una piccola galleria di circa un metro di larghezza e due e mezzo di altezza per cinque di lunghezza, parzialmente sommersa e percorribile a nuoto senza l'ausilio di auto respiratori con mare calmo; allo sbocco della galleria, a monte, c'è un'ampia vasca a cielo aperto di forma rettangolare, squadrata e dalle pareti levigate di circa tre metri per due e con un'altezza di circa quattro metri e mezzo, ora parzialmente colmata da ghiaia e massi. Col moto ondoso l'acqua all'interno della vasca viene continuamente rinnovata ed è pura ed ossigenata. A mio avviso si tratta di una "peschiera" cioè di opera dell'uomo che serviva a contenere il pesce pescato vivo e vitale, in un luogo da cui potesse essere facilmente prelevato all'occorrenza per essere cucinato fresco". ". Le sue osservazioni sono pregnati non tanto prendendo in considerazione la consuetudine romana dell'utilizzo di peschiere per l' allevamento ma per una consonanza che può risultare sorprendete sotto certi aspetti = qui pare davvero trovarsi a fronte di una "peschiera a cielo aperto" prossima al mare ma atta non all'allevamento, quanto alla migliore conservazione possibile del pescato, cosa di cui i Romani avevano contezza già da tempo. Analizzando peraltro il reperto di una grossa barca da pesca romana ben si nota al suo centro il pozzetto per il pesce atto a conservarlo il più a lungo vivo o fresco: e, giustamente, quasi appellandosi alla conservazione di simile costumanza il dott. Pallanca precisa: "Nel nostro caso si trattava di una semplice peschiera per la conservazione temporanea del pesce pescato, non di un vero e proprio allevamento. Per pura ipotesi potevano anche esistere altre strutture sulla costa di fronte ad Albintimilium, l'odierna Ventimiglia, antico Municipio Romano, poi scomparse per l'erosione del mare e l'impaludamento". Insomma, una struttura come quella descritta da Sergio Pallanca -che con onestà scientifica avanza interrogativi specialmente sulla datazione- avrebbe garantito ai proprietari della villa (che fossero membri di una famiglia che la usasse per se stessa o che i suoi abitanti se ne servissero per commerciare o cucinare per avventori il pesce, importantissimo nella gastronomia romana), di fruire in qualche maniera d'un aspetto della tecnologia, allora possibile, ai fini di una migliore conservazione di quanto raccolto, con soddisfazione propria o di possibili e commensali [ per quanto può sembrare utile a titolo di chiosa e in particolare sorprendente -anche in relazione a dati sul passato- stando a quanto ne scrisse Giacomo Navone riprendendo le informazioni dalle sue guide per il territorio intemelio nel primo '800 Ventimiglia, come il Contado Occidentale non aveva che due o tre barche da pesca insufficienti al bisogno commerciale locale sì che la città per il mercato ittico dipendeva in gran parte dai pescatori di Bordighera e poi da quelli di Mentone]
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Le tracce dell'antica via imperiale romana come qui si vede sono indubitabili ed il percorso era destinato a sostenere quel grande traffico commerciale stradale, dall'Italia verso la Gallia e le Spagne, di cui qui si propone testimonianza e che senza fuor di dubbio interagiva, oltre che con il così detto Mercato Aperto Imperiale Romano- con un notevole traffico di carattere locale, specie dal complesso demico principale di Ventimiglia Romana per tutta l'area del Municipio di Albintimilium ed oltre e di cui, qui, si propone una plausibile ricostruzione analizzando una
possibile esperienza di esistenziale quotidianità di un ipotetico cittadino
residente in
questo ultimo e come qui si vede, amministrativamente peculiare, municipio dell'Italia Augustea, non lontano dal quale si pagava la Quadragesima Galliarum o tassa di passaggio dall'Italia alle Gallie.
In un brano, presumibilmente epistolare ma come in tanti suoi scritti poi adattato sotto forma di capitolo per opere specifiche, redatto ma non edito da Aprosio che era anche antiquario-collezionista (frequentatore come visto sopra della prebenda episcopale o "villeggiatura di Latte") e destinato a trovar spazio, a quanto parrebbe, nelle Antichità di Ventimiglia leggesi: " ....oprandosi da villani in un podere di questa Prebenda e inscavandosi d'una vigna o d' un'olivo marcito da grand'anni, che mai son senza fallo le dicerie di cotesti figliuoli della terra, mi si portò dal Manente o lor capo, dicend'egli d'averlo visto bianco in fra le ruine delle tolte radici, un' Ignudo Puttino, in vero alquanto dannificato, con Occhi grandi e Ghigno di ridanciani Ischerzi ma massimamente con la Vergogna in niente da Putto ma da Bruto se mai : lo pensai sanza fallo cosa del Tempo de' Gentili in ispecie valendomi della ricordanza di quelche n' iscrisse, con Figure il frequente assai Capricciose per non dirne Cose ancor Gravi e e di cui non sempre è Onesta Prudenza fare Uso, l'Eruditissimo Liceto. Ma per stolto Timore tutto coperto di subito il Posto nulla fummi dato videre del Luogo pur mostratomi: ed anco volendo Coloro ruinarlo con Vanghe ed altri Instrumenti, temendo esser Infernal Sogetto tal Putto auta Pena sol ad isfiorarlo e ricacciarlo nel Fosso, ispecie sentite le Parole colle quai sanza cautela l'avea al Manente lor ispiegato credendolo, mai lo sia! vetustissimo Signacolo d' una fra quelle Magion di prezzolata Lussuria, quando mai ivi precipitata verso l'Infirnal Caosse niun omai sa, di Gentili e dove i Ganzi eran usi sollazzarsi con lor venali Giovenche e temendone non so quai Poteri a verso di loro ch'io invero sapea onesti Cristiani del Buono Iddio. Lo chiesi alora pel mio Museo, non curando come Lei sa tai fole ma dovendo faticar a vincere la di lor tema dicendo al fine esser qual religioso imune ed anco usbergo e scudo di contra a tai cose. Fidando per mio conto, avutolo, di darne contezza a qualche perito Antiquario qual vostra Signoria Illustrissima di cui mi professo al solito servitore e cui manderò altro se lo vorrà con risposta a questa mia: alla bisogna fidando senza però osar il troppo nel di lei curiosissimo assenso; d'esso feci disegno con le non gran misure, mancandone però i piedi com'anco i bracci, e i fogli volanti inclusi nel brogliaccio in cui da tempo iscrivo, or ora non per onore di torchi ma sol a guisa di diletto per le memorie mie di cotesta città...."
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Le parole con cui Aprosio chiude questo scritto, strutturato come detto a guisa di lettera, rimandano a certe sue osservazioni, verbalmente espresse ed anche pubblicate ma non senza altrui avversità e rimostranze, contro, non solo gli amministratori pubblici, ma soprattutto
avverso i "Galli di Esopo" come l'agostiniano definisce, in un luogo stampato, i frati e genericamente molti religiosi, di Ventimiglia ma non solo,
così culturalmente lontani dagli studiosi tedeschi propensi a custodire come gemme i reperti della civilà classica

sin al segno di rimpiangere, attese le contestazioni patite per ragioni spesso anche capziose, il principio seguito del
"Nusquam bene, nisi in Patria", sugeritogli da B. Bonifacio, e pentirsi della scelta per i fastidi avuti non trovando la pace agognata al punto di scrivere, esprimendosi in terza persona a proprio riguardo "Ma s'ingannò non havendo provato giamai maggior quiete, che in Siena, ed in Venetia".

Tornando al discorso sulle supposte "ville romane di Latte" giunge ora una necessaria integrazione atteso il fatto che, per tradizione popolare e culturale, in un suo
podere di Latte sarebbe stata uccisa in forza della guerra dei tre imperatori del 68-69 Iulia Procilla madre di Iulio Agricola generalissimo di Vespasiano e conquistatore della Britannia.
In particolare, dai tempi in cui la
Riviera Occidentale intraprese il percorso social-culturale-turistico che l'avrebbe fatta divenire uno dei percorsi per eccellenza del Grand Tour, specie da parte di viaggiatori-scrittori-documentaristi, anche italiani, si prese la consuetudine di redigere notizie di vario tipo sulle contrade visitate: l'opera forse più significativa fu quella del Bertolotti che, nella descrizione di un suo "Viaggio per la Liguria Marittima" (vedi Indici), si rivelò piuttosto attento anche alla monumentalistica ed ai reperti di romanità in Liguria: a proposito del tratto che univa il confine di Ponte San Luigi con la Liguria, nella XIII Lettera - Da Mentone a Ventimiglia egli citò -ma in maniera alquanto libresca e nemmeno topograficamente ordinata la morte violenta di Iulia Procilla.
Leggendo con attenzione il vecchio libro si deduce che, a differenza di altri luoghi, il Bertolotti non visitò adeguatamente questa zona e forse nemmeno Ventimiglia: cosa che invece pare sicura, anche per i riferimenti esplicitati dall'autore, nella precedentemente edita, e pur più semplice, pubblicazione di Giacomo Navone che, nella sua Passeggiata per la Liguria Occidentale fatto nell'anno 1827..., incontrò al sito del Nervia due amici ventimigliesi (indicati con nomi spurii, qual Scipione e Torquato) destinati a fargli esplorare -in maniera approfondita- tutta la zona .
Scipione, "Conservatore laico della Biblioteca Aprosiana", lo condusse a visitare oltre che Ventimiglia diverse ville orientali tra cui Camporosso, Vallecrosia e San Biagio, non lesinando osservazioni sui reperti antichi romani trovativi (nel caso, oltre ai tre amici ed altro ventimigliese a nome Bismon, qual guida della piccola compagnia v'era anche certo Padre Eugenio). In compagnia di Scipione e di Torquato -stando alla "Lettera XV datata Ventimiglia il 18 ottobre 1827"- il Navone si recò poi verso ovest entrando nella Piana di Latte ove a dire suo (e della tradizione, avvalorata dai compagni e dalle letture) fu uccisa in un proprio podere la menzionata Iulia Procilla (da questo punto i dati presero ad esser forniti da Torquato, di cui il Navone comunicò poi il nome reale = le informazioni di costui furono registrate dal Navone sin a tutto il territorio restante, anche in merito al Principato di Monaco, a Nizza ed ai percorsi stradali. Il 30 ottobre, come leggesi nella Lettera XVII i tre amici, tornati in Ventimiglia, si recarono quindi a visitarne le antiche fortezze ma il mentore che esplicava la storia e descriveva i luoghi era tornato ad essere Scipione).
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Nella duecentesca divisione delle prebende o proprietà della Diocesi di Ventimiglia (13-V-1260) a LATTE era indicata la presenza di un grosso ficheto (alla Chiusa di Latte non lontano dalla struttura ospedaliera allora tanto rinomata> interessanti qui, nel XIII sec., le funzioni assistenziali dell'Ospedale de Cornia, anticipo storico del Lazzaretto di Latte per il ricovero ed il controllo dei contagiati che per secoli avrebbe funzionato in sinergia con il Rastrello sito a guardia dei "Balzi Rossi" sin dall'epidemia cinquecentesca di peste bubbonica a quella ottocentesca di colera o come si diceva al tempo anche "morte azzurra" o "morte color turchino": vedi anche Ponti) e poi di vigneti ed alberi da frutto di diversi proprietari. La presenza di ricoveri era in gran parte connessa al traffico di mandrie e pastori ed alla probabile esistenza di un mercato vaccino. Documenti di XIII-XIV sec. attestano l'esistenza in Ventimiglia di una corporazione o "compagna" di macellarii. Il 18-I-1264 Ardizzone "macellario" si dichiarò debitore di Corrado Guarachio per 100 capi di bestiame, vendutigli per 30 lire di genovini, e sancì di saldare il debito entro la festa di S. Michele (notaio di Amandolesio cit., doc. 603). La macellazione in Ventimiglia è documentata in un atto dello stesso notaio (doc.524, del 7-I-1263) quando i coniugi Giovanni Columberio e India si impegnarono a restituire 9 lire e 3 soldi genovini ricevuti in mutuo per acquistare bestie da macello. Dalla zona del Convento di Dolceacqua si arrivava ad Airole per raggiungere il porto sul Roia o l' agro di Ventimiglia. Questi percorsi trasversali, i tratti di edilizia romano-imperiale scoperti dalla Mortola sin a Latte ed a Bevera inducono a credere che queste diramazioni fossero ancora più antiche, per il traffico bovino, di quanto affermino i reperti ossei. Secondo le superstiti fonti si può dire che nel '200 il traffico di mandrie fosse principalmente innestato sulla strada Breglio-Dolceacqua, con pascoli, bandite, e ricoveri in successione: dal sito dolceacquino donde si accedeva a Ventimiglia marciando in linea colla strada sì da aggirare a Nervia il castello di Portiloria. Sfruttando le deviazioni per le valli del Roia o del Verbone (Vallecrosia) si giungeva ai prati del Roia (area della stazione ferroviaria, ove si individuarono tracce di un pozzo medioevale), uno sei siti per il commercio locale o marittimo poco a monte del Convento S. Agostino (ove in quel tempo era una cappella di S.Simeone che serviva per il nucleo abitato ai fianchi della Rocca detta di Bastia o Bastita) e poi ai recinti di Latte, sui tratti della superstite via romana di costa, fra area intemelia e frontiera (Turbita, Castellaro il Vecchio, Villafranca, Monaco e Mentone).
Il vescovo intemelio Mascardi (1710-1731) riducendo le prebende di Nervia e di S. Vincenzo diede grande impulso a quella di LATTE ove fece costruire un palazzo vescovile per la villeggiatura nel 1720 facendo apporre nella scala della bella costruzione l'iscrizione "Carlo Maria Mascardi/ Vescovo intemelio/ a sue spese questa casa nel 1719/ fece erigere dalle fondamenta/ e la ralizzò compiutamente nell'anno 1720/ per maggior gloria di Dio/ e comodità dei suoi successori" (trad. da Storia di Ventimiglia di G. Rossi). Nonostante la peculiarità del suo toponimo la località di LATTE godette tra XVII e XVIII secolo di una certa fama per la produzione di un tipico "marsala ligure prodotto dal suolo di Pammatone": il toponimo PEIMATON [detto anche REGIONE DI PIEMATONE] è attribuito ad una collina della località di cui rimane tuttora il nome dialettale in Piematùn: secondo il Villa [in Catasto intemelio di metà '500 (p. 286, col. I)] "a volte il toponimo è scritto nella forma PAMMATONE...forse per attrazione del genovese PAMMATONE antico e famoso ospedale fondato nella prima metà del '400 da Bartolomeo Bosco".



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