cultura barocca
Vedi pietra con calco fossile di vegetale rinvenuto nell' areale di Seborga Informatizzazione ed integrazioni critiche a cura di Bartolomeo Ezio Durante

Nel contesto della Medicina antica e specificatamente di quella Rinascimentale e poi Barocca [in un'epoca in cui si conviveva soprattutto col terrore degli avvelenamenti e si cercava con ossessione l'antidoto universale: Triaca o Teriaca od altro che fosse] un peso notevole ebbero la fitoterapia e l'eboristieria (vedi qui testi antichi digitalizzati ed elenco di piante) che divennero spesso -certo in concomitanza con le diverse postazioni ideologiche e con altre tematiche specifiche del settore- oggetto di dibattito nel contesto del confronto sempre più serrato tra Scienza Antica e Scienza Nuova laddove pur tra mille problemi ed incomprensioni il dogmatismo aristotelico stava oramai irrimediabilmente cedendo il passo alla ricerca sperimentale della Scienza Nuova.
In questa graduale evoluzione della ricerca che data da tempi pregressi una figura particolare di naturalista e ricercatore fu il farmacista o "speziale" (vedi in merito ai controlli sia su questi che sui medici) napoletano FERRANTE IMPERATO (VEDI). Costui ebbe rilevante successo nella sua professione ma a dimostrazione dei contrasti tra le varie correnti scientifiche, di medici e ricercatori dovette spesso difendere la sua figura professionale dalle critiche di altri investigatori e professionisti. Per gli studiosi ed appassionati è grazie a Cultura-Barocca.com possibile accedere alla digitalizzazione integrale dell'opera, celebre quanto rara e preziosa, HISTORIA NATURALE DI FERRANTE IMPERATO (VEDI), peraltro ricca di rare e preziose incisioni utili per esplicare i vari argomenti proposti di un lavoro, come appena accennato, "nato" nei laboratori della sua WUNDERKAMMER O "CAMERA DELLE MERAVIGLIE": ma tornando a questa epoca di contenziosi tra ricercatori e scienziati di varie scuole è, già della lettura dell' INDICE DELL'OPERA intendere la delicatezza di certi argomenti affrontati sospesi tra scienza ufficiale ed alchimia.

- 1 - Nel primo, secondo, terzo, quarto, & quinto libro, si tratta delle terre, e lor diversi usi, e nature
- 2 - Nel libro sesto e settimo si tratta dell'acque, e sue differenze, e nascimenti
- 3 - Nel libro ottavo, e nono si tratta dell'Elemento dell'Aria, e corpi che in esso pigliano consistenza
- 4 - Nel decimo, & undecimo libro si tratta de gli effetti del Fuoco, e della Luce nella contenenza elementare
- 5 - Nel libro duodecimo si tratta della generation del fuoco, e varie operazioni del caldo, e del freddo
- 6 - Nel libro decimoterzo si tratta della generation de minerali nel geno saligno
- 7 - Nel libro decimoquarto si fà consideratione delle spezie di grassezze
- 8 - Nel libro decimoquinto si considerano le sustanze appartenenti al geno metallico
- 9 - Nel libro decimosesto si tratta delle vene de metalli, e sustanze che in esse si concreano
- 10 - Nel libro decimosettimo, decimoottavo, decimonono, e vigesimo si tratta della separation del metallo dalla sua vena, e dell'un metallo dall'altro, e loro raffinamento
- 11 - Nel libro vigesimoprimo si tratta della medicina Filosofica, così secondo l'opra maggiore, come secondo la minore
- 12 - Nel libro vigesimosecondo, vigesimoterzo, vigesimoquarto, vigesimoquinto e vigesimosesto, si tratta delle pietre, e lor diverse conditioni, virtù, e prezzi
- 13 - Nel libro vigesimosettimo si tratta delle consistenze, e vegetali marini
- 14 - Nel libro vigesimo ottavo sono considerate alcune spetie di piante terrestri, e di Animali, non osservate da altri scrittori.
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Allo scopo però di agevolare ulteriormente la lettura per uno studioso od un appassionato e specie per un lettore moderno ma non esperto delle vecchie consuetudini tipografiche si è giudicato utile dare questa esauriente sistemazione dell'opera provvista di un adeguato apparato critico anche per adeguarsi alla terminologia utilizzata spesso alquanto arcaica:
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Frontespizio dell'Opera (edizione II, del 1672, rivista e con giunte di Gio. Maria Ferro Ferro)
* - Dedicatoria dello Stampatore
* - Ferrante Imperato a' Lettori
* - Lo Stampatore a' Lettori
* - Referenze e autorizzazioni di Stampa
* - La celebre e preziosa incisione/stampa in pieghevole effigiante il "Museo di Ferrante Imperato" anteposta alla trattazione del I Libro
* - Lettura dell'Opera nella sua scioltezza, senza interventi di esegesi critica
* - Indici antichi dell'Opera
EDIZIONE CRITICA DELL'OPERA CON INDICE MODERNO E GLOSSE DI APPROFONDIMENTO CAPITOLO PER CAPITOLO

1 - * - Libro I - Nel quale si tratta delle terre per quanto appartengono all'uso dell'Agricoltura

2 - * - Libro II - Nel quale si tratta delle terre che appartengono all'uso della Plastica e dell' Achitettura

3 - * - Libro III - Nel quale si tratta delle terre per quanto appartengono all'arte del getto

4 - * - Libro IV - Nel quale si tratta delle terre appartenenenti all'uso di Pittura, & all'arte Fullonia

5 - * - Libro V - Nel quale communemente si tratta delle terre per quanto appartengono ad uso di medicina

6 - * - Libro VI - Nel quale, passando all'elemento dell'acqua, si considerano le sue differenze, secondo le qualità sensibili: e le sue virtù nell'uso medicinale

7 - * - Libro VII - Nel quale si fa consideratione del nascimento de fiumi, & altre acque: dell'origine del mare, e sua salezza

8 - * - Libro VIII - Nel quale passando all'elemento dell'aria si tratta delle varie qualitò, & impressioni che riceve, e che ne fa gli corpi animali

9 - * - Libro IX - Nel quale si tratta dellegeneration de venti, e delle prime consistenze communi all' acqua, & all'aria, che sono pioggie, nevi, rugiade, brine, e grandini

10 - * - Libro X - Nel quale si fa consideratione della generation del fuoco sotterraneo: e de gli vari effetti, che ne gli corpi elementari dalla virtù del fuoco, e della luce provengono

11 - * - Libro XI - Nel quale si tratta delle varie apparenze de lumi, colori, & imagini, che nell'aria si veggono

12 - * - Libro XII - Nel quale si considera, l'essere, e nascimento del fuoco: e le varie virtù, & operationi del caldo, e del freddo

13 - * - Libro XIII - Nel quale universalmente si tratta delli minerali del geno saligno
14 - * - Libro XIV - Nel quale si tratta delle spezie di grassezze terrene
15 - * - Libro XV - Nel quale si fà consideratione delle Sustanze appartenenti al geno Metallico
16 - * - Libro XVI - Nel quale generalmente si tratta delle vene de metalli, e delle sustanze che in esse si concreano
17 - * - Libro XVII - Nel quale generalmente si tratta del saggio delle vene, e della preparzion di esso assaggio
18 - * - Libro XVIII - Nel quale generalmente si tratta dell'strazion delli metalli nelle vene nelle cotture grandi
19 - * - Libro XIX - Nel quale si mostra la separazion dell'oro & argento, l'un dall'altro, e la separazion del piombo, e rame, da ambi
20 - * - Libro XX - Nel quale generalmente si tratta della separazion dell'argento, & l'oro dal rame, e dal ferro: e del compimento di esso rame
21 - * - Libro XXI - Nel qual generalmente si tratta della medicina filosofica secondo l'opra maggiore e minore
22 - * - Libro XXII - Nel quale generalmente si tratta della generazion delle pietre, e delle loro differenze
23 - * - Libro XXIII - Nel quale si riferisce quanto dal nascimento, e prezzo delle gemme si hà dalle navigazioni nell'India, con un breve riassunto datto di esse dall'Autore
24 - * - Libro XXIV - Nel quale si fà considerazione delle restanti spezie d'ingemmamenti oltre le proprie spezie di gemme, e dell'altre spezie di pietre terminate nell figura
25 - * - Libro XXV - Nel quale generalmente si tratta delle differenze da pietre secondo la lor consistenza
26 - * - Libro XXVI - Contiene generalmente la trattazion delle pietre generate da metalli, ò che manifestatamente contengano sustanza metallica: & inoltre il riconoscimento delle pietre della dottrina degli antichi
27 - * - Libro XXVII - Nel quale si tratta delle consistenze, e vegetali marittimi
28 - * - Libro XXVIII - Nel quale si contiene la riconoscenza di alcune piante, & animali: & l'istoria de quali è stata da gli altri meno osservata. Con aggiunta à ciascheduna pianta delle annotationi fatte dal Signor Gio. Maria Ferro speciale alla Sanità

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Questa opera ben si capisce è un caposaldo dei processi di transizione tra vecchia scienza e nuove postulazioni = ma non costituì comunque un'eccezione e anche per altri scritti ed autori la varietà delle tematiche, certe influenze paracelsiane connesse ad operazioni alchemiche ed interagenti con una notevole capacità cognitiva e di osservazione naturalistica sono come detto alla radice di reiterati contenziosi e di fiere polemiche = oltre a tutto ciòa causa del mistero che aleggiava intorno ai loro laboratori, con lo scorrere del tempo ed il crescere di superstizioni, la professione di "Speziale" o Farmacista insieme a quella di "Erborista" (talora i due termini erano associati nell'indicare un unico operatore sanitario, anche se ciò non costituiva una costante = molti erano gli "Erboristi" che dietro compenso procuravano ai "Farmacisti" le piante officinali) in certi periodi fu guardata spesso con sfiducia e sospetto più che spregio, specialmente riferendosi agli antichi "Rizotomi" [i "Rizotomi", giudicati non a torto eredi della tradizione medica classica e pagana poi parzialmente ereditata dagli arabi contro cui si adoperavano da secoli i controversisti antislamici erano già per questo guardati con una certa diffidenza, nonostante i loro successi = oltre a ciò le loro investigazioni su medicine che erano divenute leggenda come il Silfio della Cirenaica, cui si attribuivano poteri terapeutici enormi quanto incomprensibili, avevano valenza di indagini pagane e quindi diaboliche = e certo la cosa sarebbe stata vieppiù grave nel giudizio medievale se si fosse appreso che dal Silfio i Romani estraevano una specie di farmaco contraccettivo, una pillola abortiva che per certi aspetti potrebbe, alla lontana, coniugarsi con la "pillola del giorno dopo" come suol dirsi oggi]
Successivamente nell'ecumene cristiano una figura più consona ai tempi ed al credo in auge fu assunta in campo erboristico dagli "Aromatarii" collegati alla tecnica colturale della grangia benedettina con le relative opzioni nel campo fitoterapeutico e della distillazione.
Tuttavia gli "Aromatari" per recepire sempre maggiori competenze col tempo si erano variamente accostati a quelle Donne Savie e/o Rimedianti la cui opera curativa - certo risalente ad epoche remotissime e tramandata di generazione in generazione - specie per i ceti poveri costituiva il solo antemurale contro varie patologie, attesa anche l'efficacia di alcune piante di cui esse avevano realmente contezza come quel "vago presentimento della penicillina che era l'Usnea"
Con il passare del tempo l'imperante emarginazione delle donne evolutasi in misoginia ed antifemminismo finì però poi per accostare -nonostante la loro citata utilità per la medicina popolare- siffatte curatrici alle Donne Medico e/o Medichesse d'epoca pagana (e che pure godettero di gran reputazione secondo i dettami della "Scuola Medica Salernitana") e per conseguenza al livello anticristiano -e di condannabile matrice pagana- di Donne praticanti incantesimi sì da esser alla fine relegate nella tragica condizione, causa di tante persecuzioni dalla giustizia sia laica che ecclesiastica sempre di Malefiche, Masche, Sagane o Streghe.
I Farmacisti su cui si ha una buona documentazione anche grazie alla conservazione, sotto forma di manoscritti, di "Libri di Speciali" in pratica "Libri (prontuari) di Farmacisti" (vedi) come detto erano spesso identificati con l'"Aromatario" (erano diversi quelli che come tali cercavano le piante officinali e poi come "speziali" le trattavano, elaborando i farmaci, nei laboratori delle loro "botteghe").
Pressoché contestualmente ai semplici "Aromatari" -vista la loro duplice veste- vari "Farmacisti" risultarono così del pari [certo anche col concorso dalla dilagante, epocale superstizione (vedi qui)] collegati in alcuni casi sì a Malefiche, Masche, Sagane o Streghe anche se più di frequente vennero giudicati in combutta con alcune ambigue
figure che con la maggior parte di loro avevano ben poco a che fare ma che, usurpandone in qualche maniera il titolo (contestualmente a quello di medico) si spacciavano per venditori, nelle fiere, di toccasana per ogni male = avventurieri contro i quali giova rammentarlo tanto operò Angelico Aprosio in cooperazione coll'eccellente medico di Ventimiglia Napoleone Giacobi
Sempre che addirittura, dalle voci popolari o da qualche oscura accusa, non venissero accostati, nella confezione di alcuni loro medicamenti, con i temibili e criminali Mangones [il problema -comportante la distinzione tra improvvisatori, onesti e serissimi professionisti e speziali che invece ricorrevano per sete di guadagno ad espedienti inaccettabili scientificamente- a dire il vero (pur senza citare i Mangones ma comunque facendo riferimento a "speziali criminosi") doveva comunque esistere concretamente e non a caso anche T. Garzoni nella sua celebre Piazza Universale di tutte le Professioni del Mondo si espresse apertamente -dopo i dovuti elogi ai validi e seri professionisti- contro i farmacisti disonesti e/o inetti citando sia il Bovio che il Putin
].
Ma non si deve pensare che solo l'Imperato visse (soprattutto in qualità di grande e valido "Farmacista") questa esperienza senza dubbio delicata e complessa -legata anche come visto alla serietà degli "speciali" o, all'opposto, alla loro impreparazione o avidità = basta infatti qui citare e leggere in merito le
situazioni analoghe e non di rado antitetiche esperite -in forza della loro esaltata e/o contestata capacità professionale e anche delle loro relazioni con erboristi e "speziali" di varia formazione e nomea, da parte del medico Fioravanti e poi del Bovio che, ritenuti paracelsiani legati all'alchimia, videro - nonostante i risultati ottenuti - messe spesso in discussione le loro cure e l'uso di piante, come qui si vede, da altri medici non riconosciute come terapeutiche.
Era del resto questa un'epoca di aperti contrasti ideologici cui non era estraneo certo il giudizio ondivago sull' alchimia (a seconda delle distinte corporazioni ora giudicata scienza ora arte connivente con energie malefiche).
E non a caso nella vicenda cinquecentesca del processo alle presunte streghe di Triora si ravvisa a testimonianza della possibile colpevolezza d'una di queste, almeno, l'ammessa frequentazione d'un medico praticante di alchimia.
Sopra si può vedere da da biblioteca privata il frontespizio dell'edizione seconda e postuma della sua opera basilare Dell'historia naturale libri XXVIII.
Essa assurge ad un ruolo dominante nel contesto della descrizione delle prime grandi raccolte in vari campi del sapere compreso appunto quello naturalistico, quella sorte di nuovi "Musei" meglio detti "Camere delle Meraviglie" o "Wunderkammer che si andavano realizzando anche in Italia sì da creare una iridescente ma anche imponente oltre che importante prima via con la realizzaione di
interazione tra biblioteca, pinacoteca, museo naturale, raccolte antiquarie, collezionismo di reperti vari (come qui si vede bene)
in direzione del
lentissimo, spesso variamente ostacolato ma inarrestabile superamento del
dogmatismo irrefutabile destinato a divenire superstizione
in nome e vantaggio di ciò che contribuirà secoli dopo a mutare i destini del mondo
vale a dire la
Scienza Nuova.


























































IMPERATO, Ferrante (La fonte qui utilizzata è il Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 62 (2004) di Cesare Preti) nacque, probabilmente a Napoli, intorno al 1525, come si ricava da un'affermazione del figlio Francesco, che in una opera scritta nel 1605 (Lettera composta in verso sdrucciolo intorno alle procelle, et esalationi occorse in Napoli, nel dì 14 del mese d'ottobre, l'anno 1605, Napoli 1606, p. 25; citata in Stendardo, 2001, p. 12) lo dice "vecchio ottuagenario".
Forse il padre si chiamava Luca.
La congettura si basa sull'esistenza, nel secolo XVII, di una lapide nella chiesa partenopea dello Spirito Santo, sulla quale era inciso il nome di tale Luca Imperato (segnalata da D'Engenio Caracciolo, e sul rinvenimento di un documento (Arch. di Stato di Napoli, Archivi notarili, Notai del Cinquecento, prot. 1254, c. 164) che in data 1° genn. 1589 concedeva all'I. un suolo da adibire a sepoltura nella stessa chiesa.
Di certo la famiglia apparteneva ai ceti produttivi napoletani.
Sulla giovinezza dell'I. e sui primi anni della sua professione non si hanno notizie.
Lo si conosce già speziale e naturalista affermato, di solidissima posizione economica, sposato e padre di tre figli: oltre a Francesco, Andrea e una femmina, della quale non è noto il nome e che morì verso la fine del 1612.
Nello stesso anno venne a mancare anche la moglie dell'Imperato.
L'inizio della sua attività professionale va comunque fatto risalire perlomeno agli anni intorno al 1554, come attesta B. Maranta, che nel suo Della theriaca et del mithridato libri due (Venezia 1572, p. 35), così scrisse: "Et io mi ricordo, che quando l'Imperato la fece la prima volta [scil. la teriaca] stentò poco meno di tre anni, per potere avere tutte le cose; […] nella prima […] la quale egli fece nell'anno 1557".
La bottega dell'I. era situata in piazza S. Chiara, come locale annesso alla sua abitazione.
In quest'ultima era invece accolto, in una sala e sul terrazzo, adibito a giardino pensile, il suo famoso "museo" naturalistico.
Nato, oltre che dalla passione, da esigenze pratiche collegate alla sua attività di speziale, il museo raccoglieva un grande numero di oggetti appartenenti ai tre regni, animale, vegetale e minerale (animali imbalsamati, mirabilia, fossili, pietre e gemme, terre, succhi, essenze, profumi, oli, inchiostri, piante ed erbe secche, semi e altro), una certa quantità di artificialia, collezionati in quanto in relazione con il mondo della natura, la corrispondenza scientifica dell'I. e, infine, una galleria di ritratti di scienziati illustri.
Sappiamo inoltre, da alcune fonti, che nel museo furono accolti anche animali vivi (almeno un icneumone e una tartaruga).
Il contenuto di un contratto stipulato il 25 sett. 1566 tra l'I. e due maestri intagliatori del legno, F. e B. Canosa , ha avvalorato la convinzione che le raccolte ebbero una loro prima sistemazione verso il 1566-67; sicuramente furono poi riordinate e ampliate nel 1586, come attesta una lettera indirizzata dall'I. a G.V. Pinelli e datata 28 ag. 1586
Una parziale rappresentazione dell'allestimento con il quale furono esposte le collezioni dopo quella data la si ritrova nell'unica opera data alle stampe con il nome dell'I., Dell'historia naturale (1599), e in particolare nell'elegante xilografia di autore ignoto che apre il libro: la disposizione, che rispondeva al tipico canone estetico dei musei tardorinascimentali, prevedeva scaffali e armadi lungo le pareti e pezzi d'ingombro, soprattutto grossi animali imbalsamati, sul soffitto.
I materiali esposti provenivano da campagne naturalistiche condotte personalmente o commissionate dall'I., da acquisti, doni e scambi con altri studiosi di tutta Europa, molti dei quali conosciuti a Francoforte, durante l'annuale fiera-mercato del libro che, a quanto risulta, fu frequentata dall'I. con una certa regolarità.
Parte integrante delle collezioni era poi un copioso e celebre erbario secco, che l'incisione dell'Historia mostra come collocato su una scaffalatura sulla sinistra dell'area espositiva.
Composto secondo le fonti da un numero di volumi variabile tra i dieci e gli ottanta, in folio di carta di lino imperiale e rilegati in pergamena, l'erbario subì - già prima della dispersione delle raccolte, compiutasi nella seconda metà del XVII secolo - un ridimensionamento.
Sopravvissero solo nove volumi, acquistati insieme con altri reperti nei primi anni del XVIII secolo da N. Cirillo.
Da costui, attraverso il figlio Sante, i volumi passarono al nipote Domenico.
La maggior parte di essi fu poi distrutta nell'incendio dell'abitazione di Cirillo, procurato, nel giugno 1799, dai sanfedisti, che non gli perdonarono la partecipazione alla Repubblica napoletana.
Dalla rovina si salvò un solo volume che, acquistato da C. Minieri Riccio, fu poi donato alla Biblioteca nazionale di Napoli, dove è oggi conservato (Mss. e rari, XIV.D.43).
Nella sua professione l'I. godette di una notevole autorità e stima, tanto che già prima del 1572 fu eletto (lo si ricava dalla dedica del Della theriaca et del mithridato libri due di B. Maranta) dai suoi colleghi partenopei membro del Consiglio di ispezione e sorveglianza dell'arte degli speziali, il Consiglio degli otto, che, oltre a controllare la correttezza dell'attività dei membri della corporazione, aveva anche il compito di sovrintendere alla preparazione dei composti farmaceutici più delicati.
D'altronde, era ben nota la sua tempra non solo di "prattico", ma anche di studioso e ricercatore.
Anzi, le tre figure in lui coincidevano, potenziandosi a vicenda, tanto che, quando vide la luce a Venezia, nel 1572, per i tipi di M. Olmo, l'opera Della theriaca et del mithridato libri due… ne' quali s'insegna il vero modo di comporre i sudetti antidoti, et s'esaminano con diligenza tutti i medicamenti che v'entrano (terminata nell'ottobre 1570), apparve evidente ai contemporanei che, sebbene firmata solo da B. Maranta, essa fosse il frutto di un sodalizio teorico e sperimentale tra questo e l'Imperato.
Il libro era una sorta di prontuario per la realizzazione dei due rimedi, che sfruttava l'esperienza professionale dell'I. e puntava sul suo rigore nell'applicazione delle modalità di preparazione originali.
Le ricette indicate erano quelle codificate dalla tradizione, integrate - lì dove il testo originale risultava lacunoso - con il metodo filologico.
Conosciuto dal pubblico europeo nella traduzione latina curata da J. Camerarius (Libri duo de theriaca et mithridatio a Bartolomeo Maranta… Italico sermone scripti…, Francoforti ad Moenum 1576), il Della theriaca innescò un'aspra polemica con il Collegio dei medici patavini, che dissentivano su componenti, dosi e modalità di preparazione dei due composti.
Nelle Meditationes doctissimae in theriacam et mithridaticam antidotum a clarissimis philosophis et medicis Iunio Paulo Crasso, Bernardino Taurisano, Marco Oddo ex inclyto Patavinorum Medicorum Collegio ad id selectis accuratissime elucubratae et ab eodem Collegio confirmatae: per quas verissima methodus conficiendarum antidotorum perhibetur et multi medicorum et pharmacopaeorum errores confutantur (Venezia 1576) i padovani attaccarono duramente il pharmacopola I. (Maranta era deceduto nel 1572), pur senza mai apertamente nominarlo, e, al di là dei singoli motivi di dissenso, misero in discussione quella che era l'idea di fondo dell'opera, che medicina e farmacopea fossero strettamente legate tra loro, e medici e speziali fossero colleghi alla pari. La replica partenopea non si fece attendere, ed ebbe carattere collettivo.
Infatti il Theriace et mithridatia libellus, in quo harum antidotorum apparatus atque usus monstratur. Marantae, ac Patavini Collegii controversiae perpenduntur. Praeterea de plurimis haud satis cognitis medicamentis disseritur (Napoli 1577), oltre al lungo scritto di pugno di N.A. Stigliola che dà il titolo all'opera e confuta sistematicamente le asserzioni dei medici padovani, contiene anche una lettera dell'I., in apertura del libro, di tono assai pungente, rivolta contro la superbia e la slealtà di chi non accettava il confronto delle idee.
Con orgoglio, in essa l'I. rivendicava il diritto di uno speziale a trattare di argomenti di materia medica, sulla scia della competenza maturata in anni di lavoro e di ricerca.
Peraltro, non è azzardato considerare la bottega e il museo dell'I. come veri e propri laboratori di ricerca.
Furono perciò frequentati, oltre che dal Maranta e dallo Stigliola, anche da G.B. Della Porta, da G. Donzelli, F. Colonna, M.A. Severino e, forse, da T. Campanella.
L'I. vi conduceva osservazioni sperimentali, tra cui una sul parto delle vipere, sulla quale nel 1572 inviò, per il tramite di G.V. Pinelli, una relazione a P.A. Mattioli, da questo inserita nei suoi Discorsi…nelli sei libri di Pedacio Dioscoride anazarbeo della materia medicinalehora di nuovo… ricorretti et in più di mille luoghi aumentati (Venezia 1573, p. 245).
Le attività di studioso, di naturalista e di speziale non furono sufficienti a soddisfare le poliedriche attitudini di cui si nutriva lo spirito dell'Imperato.
Dal nono decennio del XVI secolo, infatti, a esse venne ad affiancarsi un nuovo ruolo, assunto in campo politico-amministrativo e sociale.
Tale impegno è documentato già a partire dalla metà degli anni Ottanta (cfr. Fr. Imperato, Privilegi capituli e grazie concesse al fidelissimo populo napolitano et alla sua Piazza, Napoli 1624, p. 76): nel 1585, infatti, fu capitano del Popolo dell'ottina di Nido, e in questa veste fu assiduo frequentatore di G.L. Pisano, capitano della piazza della Selleria, ritenuto dagli Spagnoli il suggeritore di una sommossa verificatasi nel maggio di quell'anno, nella quale le rivendicazioni di maggiore peso politico della componente popolare nel governo della città venarono un moto plebeo ed essenzialmente economico nelle sue origini. A quanto sembra, comunque, le posizioni dell'I. sono riconducibili a un ambito di assoluto lealismo spagnolo e monarchico, fatto che non escludeva però la richiesta di riconoscimento di antichi privilegi per la propria parte, in evidente funzione antiaristocratica.
Due anni dopo, nel 1587, l'I. fu eletto a un importante incarico di carattere assistenziale: governatore popolare della Gran Casa dell'Annunziata, complesso che comprendeva un collegio, cinque ospedali, una spezieria, un Monte di pietà e un organo preposto all'elemosina e che amministrava un ingente patrimonio anche in feudi (Fr. Imperato, Discorsi intorno all'origine, regimento e stato della Gran Casa della Santissima Annunziata di Napoli, Napoli 1629, pp. 60 s.).
A tale carica fu rieletto nel 1594.
Infine, nel 1597, fu protettore del Sacro Monte di pietà, per il quale, insieme con altri cinque benefattori, comperò una nuova sede in contrada Nilo, il palazzo Carafa.
A due anni da questa ultima data videro la luce, editi a nome dell'I. e per le cure del figlio Francesco, i Dell'historia naturale libri XXVIII. Nella quale ordinatamente si tratta della diversa condition di miniere, e pietre. Con alcune historie di piante, et animali sin hora non date in luce (Napoli, C. Vitale, 1599).
Sebbene da un passo di un'opera di F. Colonna (Minus cognitarum rariorumque nostro coelo orientium stirpium ekphrasis…, Romae 1616, lettera al lettore) si possa desumere che, prima di questo, l'I. avesse scritto altri commentari intorno alle cose naturali, e benché da una lettera dell'I. a I. Agostini del 1° genn. 1601 parrebbe che la citata edizione del volume non sia la prima, allo stato degli studi, non essendo emerso altro, la si deve considerare l'editio princeps dell'unica opera data alle stampe dall'Imperato.
Bisogna aggiungere che, poco dopo la sua pubblicazione, iniziarono a circolare dubbi sulla paternità.
Voci sostenevano che il volume sarebbe stato di pugno dello Stigliola, da lui venduto all'I. per una somma utilizzata come cauzione per la sua libertà, ai tempi del processo subito per irreligiosità.
Oggi si è concordi nel ritenere il libro sostanzialmente dell'I., pur se si reputa probabile un intervento, soprattutto sul piano della stesura, dello Stigliola.
Chi, invece, sembra destinato a rimanere ignoto è l'autore - o gli autori - delle 119 notevoli tavole naturalistiche che illustrano il testo: le congetture avanzate (M. Cartaro, un ignoto fiammingo) sono state tutte rifiutate, per le troppe difficoltà che sollevano.
L'opera si configura come un trattato di storia naturale, la cui caratteristica più significativa sta forse nella volontà da parte dell'autore di integrare e verificare le notizie fornite dalla fonti ritenute più attendibili, scelte in maniera appropriata e filologicamente sorvegliata, con i dati risultanti dalle sue personali ricerche.
È così manifestata un'intima adesione al punto di vista dei novatori e al loro metodo sperimentale, peraltro annunciata a chiare lettere con tutta una serie di dichiarazioni a tutela della libertas investigandi.
Da tale adesione discende quel ruolo primario assunto nel testo dalla categoria dell'utile: terre, piante, erbe, animali, minerali e metalli sono tutti studiati in funzione della farmacopea, la trattazione sull'aria è in relazione al rapporto tra clima e salute dell'uomo, le trasmutazioni iatrochimiche rivestono interesse al fine di individuare il processo da seguire per produrre il "rimedio universale".
Non che manchino disquisizioni più strettamente teorico-scientifiche.
Anzi, esse sono storicamente molto rilevanti in quanto costellate da molteplici intuizioni, in aperto dissenso con la cultura allora corrente, che spaziano dalle affermazioni sulla natura dei fossili a quelle sulle maree e sulla salinità del mare, dalle ipotesi avanzate a proposito di vulcanismo e di sismicità a quelle fatte per i fenomeni ottici e per le comete, così come a quelle su tematiche inerenti la botanica e la zoologia.
Ma ciò da cui il libro è alieno è l'intento enciclopedico-classificatorio, ancora prevalente in tante altre trattazioni naturalistiche contemporanee, e da questo trae quell'aspetto che gli è proprio e che lo pone in linea con le esigenze di specializzazione negli studi scientifici che andavano allora emergendo.
L'ultimo scorcio della vita dell'I. fu caratterizzato, a giudicare dalle fonti, dal gran numero di visite di viaggiatori che lui, e il suo museo, ricevettero.
Tra queste di notevole rilievo è quella di F. Cesi, giunto a Napoli nel 1604 per valutare la possibilità d'insediarvi una colonia dell'Accademia dei Lincei.
Tra i due si stabilirono cordialissimi rapporti .
Colpisce, quindi, che quando nel 1612 venne fondata la colonia napoletana dell'Accademia romana, nell'elenco dei suo membri non figurò il nome dell'I. (così almeno secondo il Lynceographo, pur se un'altra fonte, le schede che M. Fogel redasse tra il 1662 e il 1666 in previsione di una storia dell'Accademia dei Lincei, annovera anche l'I. tra gli accademici.
È stato detto che a sconsigliare l'ascrizione fu probabilmente sia l'impegno politico attivo dell'I., sia la sua non piena rispondenza ai requisiti del candidato linceo, anche se è da rilevare che tali caratteristiche non rappresentarono un ostacolo all'associazione dell'I., negli anni intorno al 1611, alla napoletana Accademia degli Oziosi.
Di fatto, l'I. continuò a tenere corrispondenza e a essere frequentato da personaggi legati ai Lincei, in particolare J. Faber, con il quale entrò in contatto nel 1608, quando costui si recò a Napoli alla ricerca di vie per aiutare T. Campanella.
Quando, e dove, l'I. morì, non è noto.
La fonte più tarda che lo cita in vita è in un passo dell'Additio apologetica ad suam de opobalsamo orientali synopsim (Neapoli 1640), di G.
Donzelli, dove si racconta di una certa quantità di liquore di opobalsamo che l'I. ricevette da Padova nel 1615.
Tutte le date successive proposte sono, allo stato degli studi, frutto di mere congetture.





























Informatizzazione a cura di Bartolomeo Durante