cultura barocca
Vedi qui la storia del SILFIO col tempo eletto a PANACEA CONTRO TUTTI I MALI Vedi qui una plausibile immagine del SILFIO

Contro le tossicosi e quindi contro gli avvelenamenti (vedi qui nel contesto della medicina generale), ma anche per le perfette cicatrizzazioni e contro i rischi di infezioni e cancrene delle ferite un esercito di alchimisti, sulla scorta di Plinio (XIX, 39 e 43; XXII, 48-49) e d' altri classici cercavano (ma anche se non soprattutto sulla scia di un probabile mito alimentato da narrazioni favolose) la leggendaria pianta del SILFIO della Cirenaica da cui si distillava il Làsere dai tempi di Andrea (III sec. a.C), medico del re d'Egitto Tolomeo IV Filopatore ritenuto cura di molti mali, quello che Plinio definì uno "tra i doni più straordinari della natura...[che] entra in moltissimi preparati medicinali": il Làsere di cui si disponeva nel XVI sec. era estratto dalla pianta del Laserpìzio ("Ombrellifere") di Siria, Parmenia, Media, Armenia (M. MONTIGIANO, Dioscoride Anazarbeo. Della materia medicinale, tradotto in lingua fiorentina, Firenze, 1546 o 1547, p.154) e, oltre a non essere facilmente reperibile, non aveva le qualità attribuitegli da Plinio, riferendosi egli a quello della Cirenaica (scrisse che il Làsere delle regioni orientali - estratto dal Laserpìzio del genere Ferula Asa foetida delle Ombrellifere - " è di qualità molto inferiore rispetto a quello della Cirenaica, e per di più spesso mescolato con gomma o sacopenio [gomma di ferulacea orientale ma anche di una specie italica], o fave tritate": e del resto in Italia delle 30 specie di Laserpìzio conosciute ne crescono 8 tra cui importante soprattutto il Laserpizio sermontano [ma leggi anche Siler Montanum alias Seselis Massiliensis del quale da fine pagina 313 a pagina 314 scrisse Amatus Lusitanus (pseudonimo di João Rodriguez de nella sua opera qui digitalizzata Amati Lusitani ..In Dioscoridis Anarzabei de medica materia libros quinque enarrationes eruditissimae. Quibus etiam tum simplicium medicamentorum .., Seselis Massiliensis di cui, ma senza approfondimenti, ebbe modo di fare cenno pure il cinquecentesco medico Tomaso Bovio nelle sue opere integralmente digitalizzate entro questo collegamento, che lo cercò durante il suo soggiorno in Liguria, spostandosi sino al confine di Ventimiglia e quindi a Nizza e Marsiglia nella ricerca di piante dai poteri curativi ] : fra gli attributi medicamentosi del Làsere ottenuto dal Laserpìzio o Silfio della Cirenaica (che non è di sicura interpretazione e per cui si è anche supposta l'identificazione con la Ferula tingitana ed a cui Catone, 156-7 attribuì alto valore terapeutico ) si attribuivano poteri cicatrizzanti e la qualità di antidoto sì forte da neutralizzare ogni veleno. In tempi moderni secondo studi botanici mentre la Ferula assafoetida è reputata la caratteristica di specie ancora esistente più prossima al silfio, nella Ferula tingitana del pari esistente si è pensato di individuare molteplici affinità con il Silfio . Ma di recente si è andata a sostenere l'idea che il Silfio non sia altro che Ferula drudeana, non comune specie endemica della Cappadocia, raccolta nel 1909, classificata nel 1930, riscoperta nel 1983 e riconosciuta con discrete probabilità come vero e proprio Silfio = vedi: Mahmut Miski, Next Chapter in the Legend of Silphion: Preliminary Morphological, Chemical, Biological and Pharmacological Evaluations, Initial Conservation Studies, and Reassessment of the Regional Extinction Event, in Plants, 2021.
Possedere o realizzare tal prodotto avrebbe fatta, dal medioevo in poi, la fortuna di qualsiasi erborista, oppure alchimista, speziale o medico (qui elencati nelle distinte caratteristiche professionali) ed avrebbe risolto i problemi di intervento, che non di rado, come si evince da questo collegamento, imponevano ai Chirurghi l' amputazione dell'arto ferito ed avvelenato con l'applicazione, quando possibile, di protesi.
In effetti le ricerche non avrebbero poi confermato tutto quanto pur senza negare varie qualità al SILFIO = a prescindere dagli usi nella cucina greco-romana la pianta era utilizzata per molte applicazioni mediche: contro tosse, gola irritata, febbre, indigestione, dolori, verruche e vari tipi di malattie sì che sulla scorta di successivi medici ed erboristi si conferì al prodotto il titolo di vera e propria panacea: Plinio il Vecchio in effetti ne segnalò soprattutto la qualità quale contraccettivo ed è oggi noto che molte specie appartenenti alla famiglia delle Apiaceae hanno proprietà estrogeniche mentre è stato realmente esperimentato come alcune (come la carota selvatica) possono fungere da abortivo; è quindi possibile che la pianta (vanamente ricercata assieme alla Mummia ed altre sostanze ritenute dotate di grandi proprietà terapeutiche anche nel Medioevo sulle tracce superstiti del Mercato aperto Imperiale Romano) fosse farmacologicamente attiva per la prevenzione o l'interruzione di indesiderate gravidanze specie se frutto di amori illeciti specialmente in un'epoca in cui come scrisse Serviez, Jacques Roergas : de (1679-1727) molte matrone romane ed in primis alcune imperatrici spregiudicamente si sarebbero abbandonate ad eccessi di lascivia come qui si può leggere = un argomento di cui non mancò, già prima, di scrivere Angelico Aprosio in un suo censuratissimo "Grillo", solo in tempi moderni pubblicato sul primo (1984) "Quaderno dell'Aprosiana".
Da quanto si è scritto si potrebbe pensare che il SILFIO, dalle prodigiose qualità terapeutiche, sia stata solo una leggenda proveniente dal passato remoto: se però, trattando della pianta Ippocrate, Galeno, Dioscoride, Apicio, Plinio Seniore e tanti altri medici ed eruditi, nel campo delle reciproche competenze, parlarono sempre in termini entusiastici, alludendo soprattutto alle straordinarie qualità medicamentose, un fondo di verità nella "leggenda" deve pur esservi stato.
Tenendo in particolare conto del fatto che Nerone ne pagò a prezzo elevatissimo l'ultima spedizione e che reclamò per sè alla vigilia dell'estinzione della pianta, e valutando che, già da molto prima, il succo del Silfio veniva conservato, sotto stretta custodia, nel tesoro pubblico e nei templi [ sull'estinzione del silfio variano le ipotesi: una cita un aumento di pascoli di animali che si nutrivano della pianta in correlazione con un eccesso di raccolta sì da determinarne l'estinzione. Per altri il clima del Maghreb inaridendosi sino alla avrebbe contribuito in maniera determinante alla scomparsa della pianta. Altri ancora dell'estinzione accusano l'avidità dei governatori di Creta e Cirene per lucro indotti a massimizzare i profitti facendo coltivare il silfio in modo intensivo ma al punto di rendere il terreno inidoneo per la pianta selvatica quella che avrebbe posseduto il massimo il valore medicinale (come sostenne Teofrasto -comunque utilizzando una fonte mediata- secondo cui il vero "Silfio" sarebbe potuto crescere solo allo stato selvatico recentemente J. S. Gilbert ha ipotizzato che il prodotto esportato -sotto forma di una sorta di gomma- non derivasse solo dalla pianta ma che fosse il risultato di una miscelazione della pianta trattata con intestini di insetto contenenti cantaridina ma con un espediente atto a rendere il gusto accettabile e minimizzare i rischi della cantaridina. Una volta però che i governatori romani presero il controllo della regione, per la produzione del silfio si sarebbero avvalsi di schiavi ignari del segreto di trattamento del prodotto al punto da non più ottenere la qualità di un tempo pensandosi così che la vera pianta del Silfio si fosse estinta = Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XIX: 38-46 e XXII: 100-106 - vedi anche = Dalby, Andrew, Dangerous Tastes: The Story of Spices, University of California Press, 2002].
Fatto certo è che in merito al SILFIO esiste un solo modo per cercare di ricostruirne la struttura botanica, quello di visualizzarla sulle monete, i tetradrammi (come quello qui riprodotti) di CIRENE dove gli antichi incisori e zecchieri lo immortalarono nei suoi frutti, nei germogli e persino nelle dimensioni, che dovevano essere notevoli se la testa di un cavallo giungeva a malapena alla sua cima.

CIRENE (colonia greca fondata forse nel 631 da coloni dori originari di Tera [Santorini] sulle coste settentrionali dell'Africa, donde la regione fu poi detta Cirenaica), a dimostrazione della grande quantità di tali piante così fiorenti nel suo territorio da caratterizzarlo come ne fossero un "simbolo", scelse, per oltre tre secoli (631-300 a.C.) di utilizzare l'immagine della pianta come "marchio della propria identità nazionale": alla stessa maniera di come fecero un pò tutte le altre città stato e colonie greche> celebre e splendido il caso di RODI e della rappresentazione della rosa, caratteristica della pianta, sulle sue monete a decorrere dal tempo (411-407 a.C.) dell'unione (sinecismo) dei tre centri antichi dell'isola ("Lindos", "Jaliso" e "Camiro").

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