cultura barocca
INF. DURANTE

G. Rossi da fine pag. 223 della sua Storia della città di Ventimiglia" citando la morte di Angelico Aprosio "il Ventimiglia" pur menzionandone le cause non è esauriente parlando sì di esequie splendide e con concorso di folla ma rimproverando alla città ed ai Ventimigliesi di non avergli eretto un tumulo speciale con una lapide comemorativa degna della sua fama, ma le cose di fatto non andarono così e se si leggono questi collegamenti si intendono molte cose su come realmente sia avvenuta, coll'affettuoso ruolo sino all'ultimo giorno ed vita del discepolo e successore Gandolfo e pure ne siano state fatte le esequie del pari svolte orchestrate dallo stesso affranto Gandolfo con la spiegazione dalla predisposizione di una lapide e per qual motivo ad Aprosio non sia stato eretto un tumulo importante ma sia stato inumato nel "cimitero dei frati" rammentando, altra cosa ignorata dal Rossi, che, senza frapporre indugi, il Gandolfo nel 1682 al mai dimenticato Maestro dedicò in questa sua opera pagine dense di notizie, elogi ed ammirazione anche recuperando inediti poetici aprosiani e proponendosi la ricerca di altri.
Dal 1670 anche per la scomparsa di tanti amici si era andato manifestando un graduale incupimento di Aprosio sia per i tanti eventi guerreschi che per il dilagare della peste ( da poco tempo passata ma con la convinzione di possibili ritorni) quanto e forse soprattutto per l'invecchiamento e lo sgomento a fronte della vita terrena : una condizione emozionale diffusa nel '600 e ben sunteggiata da Cesare Giudici in questo verso di un suo sonetto e cioè "Che al Tempo corruttor tutto è soggetto, / E ch'al tirar de l'ultima Correggia, / Ogni Cosa mortal, non vale un Petto".
Di rimpetto a questa nuova postazione esistenziale con la morte nel 1675 del vero suo mecenate G.N.Cavana e la graduale convinzione, poi comprovata dai fatti, che senza l'appogio del patrizio genovese gli sarebbe stato arduo editare opere per lui importanti e rimaste manoscritte il "Ventimiglia" andava sentendosi sempre più fragile.
Il suo pur grande sussulto finale di "vero soldato della cultura", come fu definito, lo si riscontra nell'ultima opera pubblicata La Biblioteca Aprosiana di Cornelio Aspasio Antivigilmi ove mascherandosi sotto lo pseudonimo appunto di Cornelio Aspasio Antivigilmi che è tutto un programma di criptica letteraria quanto umorale oltre a produrre un'incredibile marea di notizie erudite non mancò di dare sfogo pubblico a molteplici
considerazioni connesse al suo carattere di polemista facendole spaziare da una dimensione italiana sino alla sua realtà locale con pungenti e pubbliche osservazioni osservazioni su Ventimiglia, i Ventimigliesi, gli amministratori della città e puranco i religiosi
nemmeno evitando di denunciare con forte e in buona parte comprensibile astio, problematiche superate ma recenti e ben note, ma da lui mai espresse pubblicamente a stampa come
l'opposizione soprattutto di ecclesiastici ventimigliesi in buona parte ancora vivi che, capeggiati dall'ormai scomparso frate definito "Tragopogono", lo avevano osteggiato aspramente sia come persona che quale creatore in Ventimiglia della sua "Libraria".
Lo pseudonimo in Italia ed a Ventimiglia, a differenza che all'estero, era uno schermo fragile e smantellabile nel voler far credere che non lui ma altra persona attivasse certe accuse, ma in un certo senso a suo giudizio e per usare un'espressione moderna era come il riuscire a liberarsi di un "sassolino dalle scarpe" quanto meno prima che Atropo con lucide cesoie recidesse il filo che per ognuno rappresentava la vita, decretando la fine di un'esistenza che sentiva prossima al crepuscolo.
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Il motivo della scelta da vecchio, onde pubblicare, dello strano pseudonimo "Cornelio Aspasio Antivigilmi" in particolare per mascherare alcune indempienze talora imputategli per non mantenute promesse fatte e , dato il carattere a volte rancoroso, i ritorni di polemismo non solo contro rivali letterari vecchi e nuovi ma pure contro la città natia, i suo amministratori, i religiosi della stessa compresi gli abitanti in generale
Aprosio morì sì per un attacco di malaria come scritto dal Rossi, la malaria in effetti era una piaga che falcidiava tutta la città, al pari della villa di Bordighera, sì che ancora al '700 si parlava di "mali abitatori" con "il lor colore che pare cera gialla di candele". Chi se lo poteva permettere durante le calure estive amava trovare riparo nell'area salubre di Latte frazione occidentale intemelia nota al tempo come "Villeggiatura di Latte" che non accoglieva solo residenti locali ma pure agiati ed anche illustri visitatori
Il grande ma anziano bibliotecario, che soprattutto dal 1673 quando fu colpito da un collasso, come leggesi in questa lettera di Pio Mazza dell'ottobre 1673, che lo lasciò svenuto proprio mentre pregava innanzi all'altare della sua chiesa conventuale non godeva più della solida salute di un tempo, aveva già espresso, nella forma criptica dello "scrivere in maschera", cioè non svelando la propria identità, costumanza solita nel '600, la consapevolezza che l'età gli pesava cosa che in qualche modo volle comunicare utilizzando, quale alternativa ai tanti pseudonimi che usò per pubblicare le sue opere tutte scritte in prima persona, in merito alla stampa, proprio nel 1673, del suo repertorio "La Biblioteca Aprosiana..", scritta invece in terza persona, quello nuovo di "Cornelio Aspasio Antivigilmi" onde suggerire che non lui fosse autore della grande silloge ma un suo discepolo o "Fautore" resosi disponibile ad assemblare un lavoro immenso, cosa oramai improbabile per un uomo di 64 anni afflitto da vari problemi per salute e soprattutto età (leggi qui da riga 6 dall'alto di pag. 20 del repertorio biblioteconomico).
Le vere ragioni di questo novello "scrivere in maschera" erano molteplici e dipendevano dal cautelarsi contro possibili ritorsioni date le sue critiche talora feroci sia nel generale contesto socio-culturale (con una nomea di polemista diffusasi sin da giovane e poi enfatizzatasi per l'acredine in quella su femminismo-antifemminismo destinata ad un inasprimento imprevisto che fece salpore, nonostante la morte della rivale A. Tarabotti, dal 1673 sino agli ultimi giorni di vita), sia in ambito locale per i suoi attacchi
(rivedendo per tante ragioni quanto in precedenza scritto a pro di Ventimiglia da molti reputata città malsana e non ideale per attività culturali)
tanto
contro la città natale inaugurati dall'espressione che "nessuno è profeta in Patria"
quanto
contro gli abitanti di Ventimiglia rei di poco rispetto dell'ambiente, ma soprattutto avverso amministratori e governanti da lui definiti più interessati al proprio bene che a quello pubblico
senza risparmiare severi
rimbrotti ai religiosi descritti come poco interessati alla tutela dei beni culturali, litigiosi ed avari
oltre che, in senso più esteso, rivolti un po' contro
tutti gli abitanti di Ventimiglia, da lui definiti poco interessati alla cultura e piuttosto portati a bere buon vino, anzi a tracannarlo.
Il vertice di questa invero fragile difesa preventiva era però costituito da due ben precisi motivi quello di giustificarsi dagli errori nella pubblicazione ed ancor più dalla possibile mancata citazione di alcuni "Fautori" o di autori che si sarebbero dovuto elencare, lacune da lui attribuite alla frettolosità di stesura del manoscritto, alla necessità di inviarlo a Bologna senza poter sovraintendere alla stampa e soprattutto imputate alla trascuratezza dei tipografi che lo obbligarono a redigere molte pagine di Errata Corrige e quello per cui che il dotto frate voleva giustificare le motivazioni per cui non era in grado di stendere l'immenso catalogo, in effetti richiestogli da più parti e con insistenza crescente e talora irritata, dei suoi libri calcolati per quanto si può vedere tra fine pagina 20 ed inizio pagina 21 fino ad un numero compreso tra i 10.000 e i 12.000 [ Nei suoi Fiori Poetici editi nel 1682 scrisse il Gandofo che la Biblioteca nel 1678 (anno dell'arrivo proprio del Gandolfo come detto successore dell'Aprosio) quando il patrizio genovese Filippo Lomellino la visitò assieme ai due figli ( essendo governato il convento intemelio dal padre Baccelliere G. B. Aprosio) agli eruditi Padri Maestri Agostiniani Agostino Gasti e Prospero Gavazza che lo accompagnavano disse con stupore " Invero cognosco che non m'hanno narrato la metà, di quello che io la ritrovo essere: con precisione a pagina 51 della stessa sua opera precisò quindi il Gandolfo " Detta Libraria è numerosa di 8.mila Tomi, la maggior parte legati, e coperti con la mani del Padre Aprosio, e se li libri, che sono legati in un'istesso Tomo, si computano separati, ascenderà al numero di 10.000 tra' quali molti bellissimi manoscritti. Resta fuor di dubbio che dal 1678 anno in cui il Gandolfo diede questa valutazione del patrimonio librario, il numero di libri e tomi sia aumentato come si evince dalla corrispondenza aprosiana e per diretta assimilazione di volumi ad opera del Gandolfo stesso, anche dopo il suo trasferimento a Roma, quando ne inviava per posta e corriere].
Tale giustificazione venne compresa pur se in Italia lo pseudonimo utilizzato, anagramma puro del nome reale dell'autore, non ingannò quasi nessuno, anche per la propaganda che il frate tramite corrispondenza, fece della diffusa opera mentre all'estero, specie in Germania, l'inganno funzionò come si evince da quanto pubblicato nel 1734 il filologo Johann Christoph Wolf sotto titolo de "Bibliotheca Aprosiana, liber rarissimus..." fece una ristampa del repertorio aprosiano con traduzione in latino, seppur con lacune e senza apporre sul frontespizio alcun nome d'autore. Il Wolff pur decifrando l'anagramma e spiegandone, nella prefazione, essere autore "il Ventimiglia", scrisse che quello strano nome aveva ingannato diversi suoi connazionali su chi avesse davvero redatta l'opera.
L'aiutante reale, con aprosiana soddisfazione come si legge in questa lettera al Magliabechi finalmente giunse nel 1678 e fu Domenico Antonio Gandolfo che assistette con affetto, come pure scrisse Aprosio, collaborando ai lavori per la manutenzione della Libraria sino a non molti giorni dalla di lui morte e che ne curò e descrisse a stampa le esequie con la pubblica esposizione in vari luoghi della città di un manifesto cartaceo del luttuoso evento subito seguito dalla progettazione di questo elogio del maestro destinato a divenire una lapide onorifica da apporre all'ingresso della Biblioteca: lapide commemorativa che purtroppo non si sa se mai realizzata o piuttosto e verosimilmente andata divelta o distrutta durante la feroce battaglia del 1748 tra Francesi ed Austriaci entro il convento intemelio e la stessa "Libraria".
Ad ulteriore integrazione di quanto scrisse il Rossi giova altresì precisare che Aprosio non ambiva a particolare sepoltura ma che da incredibile bibliofilo desidera essere inumato nel "cimitero dei frati" prossimo ed a nord del convento sì come in fin di vita confessò al Gandolfo, che ne registrò ed accolse la volontà di poter stare anche da morto vicino ai suoi libri come lo fu da vivo
Gandolfo divenuto così direttore dell'Aprosiana con la collaborazione di alcuni confratelli molto si adoperò per potenziarla e la resse con passione sino alla sua partenza per Roma e quindi Genzano dettata da compiti religiosi cosa che gli impedì di fare ancora di più per la "Libraria" creata di Aprosio che comunque arricchì di ben altri volumi rispetto a quelli registrati per il 1682 non mancando di inviarne altri per corriere dal soggiorno laziale come qui si vede
L'affetto per Aprosio non sminuì con gli anni ma la testimonianza più lampante resta, ad 1 anno dalla morte del "Ventimiglia", quanto Domenico Antonio Gandolfo pubblicò in questo volume ovvero nei FIORI POETICI DELL'EREMO AGOSTINIANO opera ormai rarissima in cui con sentita partecipazione omaggiò "ANGELICO APROSIO DI VENTIMIGLIA" facendo seguire oltre a questo elenco di liriche lasciate manoscritte dal maestro poco interessato a produrre poesia un "CATALOGO DE SCRITTORI, E LETTERATI INSIGNI, CH'HANNO NELLE LORO OPRE STAMPATE, NOMINATO ED ENCOMIATO IL NOSTRO PADRE ANGELICO APROSIO VENTIMIGLIA". Il tutto integrando con citazione di autori variamente legati, per motivo di studio dei loro scritti oppure di contatti e corrispondenza con "il Ventimiglia", ed elencati sotto le voci qui digitalizzate G. B. FALCONI DI CHIAVARI - ANTONIO MAGLIABECHI - NICOLA GAVARDI MILANESE - LUIGI TORELLI DI BOLOGNA ISTORIOGRAFO - AGOSTINO DE ROSSI GENOVESE - AURELIO BRANDOLINI FIORENTINO - CORNELIA ADRICOMIA OLANDESE - EGIDIO CANISIO DI VITERBO CARDINALE - FEDERICO NICOLA GAVARDI MILANESE - GABRIELE FOSCHI ANCONITANO - LODOVICO DELLA CASA GENOVESE - LODOVICO DE LEON SPAGNUOLO - NICEFORO SEBASTO MELLISSENO - PROSPERO ANTONIO ROSSI PARMEGGIANO.