cultura barocca
L'incontro a Madrid con Cristoforo Colombo e l'appoggio dato all'impresa del grande navigatore = vedi poi qui pregi e limiti di un volume sospeso tra realtà, fantasia neppur privo d'orrorifiche descrizioni da Geraldini Alessandro, in Dizionario Biografico degli Italiani - Vol. 53 (2000) di F. D'Esposito (con integrazioni multimediali) = analizza anche il rapporto coi nativi, colonizzazione, schiavizzazione o non, encomienda e provvedimenti connessi

"Geraldini Alessandro" (vedi ritratto) nacque ad Amelia, presso Terni, nel 1455; la madre, Graziosa Geraldini, figlia di Matteo, andò in sposa in prime nozze ad Andrea di Giovanni Geraldini, un lontano cugino, e poi, morto costui, a Pace Bussitani. Dalla prima unione nacque Antonio, dalla seconda il G.: data la preminenza della famiglia Geraldini, dovette sembrare conveniente che anche egli assumesse il cognome materno. La famiglia Geraldini, un'antica casata di milites dell'Umbria meridionale, era saldamente radicata in quell'area geografica e in particolare nella Chiesa locale, tanto che alcuni suoi esponenti avevano raggiunto elevate posizioni nella gerarchia ecclesiastica. Ad Amelia il G. apprese le humanae litterae frequentando la scuola di Grifone di Amelia, un umanista assai conosciuto nella cittadina umbra.
Secondo il suo biografo secentesco Onofrio Geraldini de' Catenacci, nel 1469 il G. si sarebbe trovato, insieme con il più anziano fratello Antonio, al seguito di una missione diplomatica dello zio Angelo presso il re d'Aragona Giovanni II e sarebbe da allora rimasto in Spagna.
Tuttavia, in un elenco della famiglia, stilato nell'ottobre 1473, non si fa riferimento a incarichi fuori dall'Italia.
La prima notizia della sua presenza in Spagna, riportata da Antonio, riguarda la partecipazione del G. alla guerra tra Castiglia e Portogallo, già nel 1475.
In un secondo tempo, forse anche per via del successo di Antonio a corte, il G. lasciò la vita militare e mise a disposizione dei sovrani le sue conoscenze di umanista.
Ebbe dapprima incarichi cerimoniali, poi, già prima del marzo 1477, fu segretario reale.
Probabilmente tra il 1484 e il 1485 partecipò, al seguito del fratello, a una missione diplomatica in Bretagna.
In questi anni ricevette l'ordinazione sacerdotale.
Antonio, però, morì all'età di 40 anni, nel 1489, e il G. gli successe nella carica di precettore delle principesse, in particolare dell'infanta Caterina.
Alla corte dei re Cattolici i fratelli Geraldini ebbero probabilmente modo di
incontrare e aiutare Cristoforo Colombo.
Nel 1492, in una seduta della Giunta di Santa Fé che doveva decidere sull'attuabilità del progetto di Colombo, di fronte all'
obiezione secondo cui sia S. Agostino sia Nicola de Lyra ritenevano impossibile una simile navigazione, il G. si sarebbe schierato a favore, sostenendo che i due erano sì grandi teologi ma non si erano mai occupati di geografia.
[Proprio questa certa familiarità con i reali di Spagna verosimilmente fu ciò che permise a Geraldini (vedi tra le sue opere la maggiore, cioè l'Itinerarium: che senza dubbio e data la temperie culturale non poteva non esser gradita, ad esempio ma non solo, per l'esotismo e certe fantasiose descrizioni, ad Aprosio come a molti altri eruditi del tempo), a differenza d'altri parimenti convinti della plausibilità dell'impresa, d'osare di intervenire con favore nei progetti proposti da Cristoforo Colombo per il suo viaggio verso le presunte Indie occidentali (vedi qui la digitalizzazione dei viaggi di C. Colombo: in generale quindi analizza la seguente documentazione digitalizzata = vedi ancora qui = Colombo il tormento e l'estasi di un'immane scoperta geografica - Amerigo Vespucci (le sue lettere al Soderini sull'' "America") - Magellano e la circumnavigazione del globo - A. Pigafetta e la sua relazione sull'impresa di Magellano - Elenco di viaggi, navigazioni ed esplorazioni tra XIV e XVIII secolo condotte per conto della Spagna)].
Secondo gli scritti del G., in seguito Colombo, memore dell'episodio, avrebbe dato il nome della madre dei fratelli Geraldini, Graziosa, a una delle isole scoperte nel suo terzo viaggio e da situare presso la costa venezuelana. .
on era certo l'avventura verso Occidente che poteva interessare allora il G.: egli cercava infatti di progredire nella carriera ecclesiastica e ottenne nel 1496 la titolarità di un modesto vescovato, la diocesi di Volturara e Montecorvino, tra i monti dell'Irpinia. Non sappiamo nulla dei rapporti tra il G. e la sua diocesi né è noto se mai vi si recò, benché nella principale delle sue opere, l'Itinerarium ad regiones sub æquinoctiali plaga constitutas (l. XV), il G. stesso racconti di aver accompagnato il re Ferdinando d'Aragona nel suo viaggio napoletano compiuto tra l'estate del 1506 e l'estate dell'anno successivo, allo scopo di visitare il Regno recentemente acquisito. Nel frattempo presso la corte di Castiglia si era aperta una lunga fase di instabilità, iniziata nel 1497, a causa della morte inaspettata del primogenito Giovanni, e durata almeno fino all'ascesa al trono di Carlo d'Asburgo (1516). L'incertezza sulla successione al trono, la morte di Isabella nel 1504, la "follia" di Giovanna, l'arrivo degli Asburgo e le conseguenti difficoltà in cui si trovò Ferdinando il Cattolico, dovettero procurare seri problemi anche al G. che, di fatto, non ebbe più una funzione precisa a corte. Inoltre, nel 1501, la sua allieva Caterina aveva sposato Arthur, figlio del re d'Inghilterra Enrico VII. Il G. partecipò alle trattative per il matrimonio o all'organizzazione delle cerimonie nuziali; comunque seguì la sposa in Inghilterra, e vi rimase dal novembre 1501 al giugno dell'anno successivo. Arthur morì il 2 apr. 1502 e ciò pose gravi problemi alle due monarchie. Sulla questione se il matrimonio fosse stato o meno consumato - questione essenziale che allora si pose perché Caterina potesse sposare il secondogenito, il futuro Enrico VIII - il G. dovette assumere una posizione contrastante con gli interessi sia dei Tudor sia dei re Cattolici, e fu perciò richiamato in Spagna. È possibile, inoltre, che in questa occasione nascessero gravi contrasti con Caterina, cosa che - nonostante i ripetuti tentativi nei quindici anni seguenti - gli precluse ogni opportunità di inserirsi nella corte inglese. Nel 1515 è da collocare un secondo viaggio del G. in Inghilterra; non è chiaro però se si trattasse di un incarico di Ferdinando - per cercare di risolvere i problemi che il comportamento scandaloso del confessore spagnolo di Caterina creava ad Enrico - o se si trattasse solo del tentativo, abbondantemente testimoniato, di ottenere sostanziosi riconoscimenti della sua precedente attività di precettore e di cappellano privato. In ogni caso non ottenne nulla da Caterina, né una ricompensa né, tanto meno, la possibilità di rimanere a corte. Fallite le speranze inglesi e ritornato in Spagna, al G. la situazione non sembrava soddisfacente, non avendo egli ancora raggiunto quel prestigio cui ambiva per sé e la sua famiglia. Il 6 dic. 1515 si era reso vacante il vescovato di Santo Domingo, per la morte di Garcia de Padilla, il primo ad essere investito di quella carica benché non avesse mai raggiunto la sua sede episcopale. Il G. decise allora di proporsi come vescovo della diocesi nel Nuovo Mondo. Gli accordi con la corte spagnola dovettero essere perfezionati ben presto se la morte di Ferdinando, avvenuta il 23 genn. 1516, non bloccò la procedura: il G. fu presentato ufficialmente al papa come vescovo di Santo Domingo il 26 genn. 1516. Il G. era interessato alle ricchezze dell'isola, che promettevano rendite comunque incomparabilmente superiori a quelle di Volturara. Con le sue conoscenze e la sua cultura egli pensava inoltre di poter essere l'organizzatore di tutta la Chiesa del Nuovo Mondo e per questo sviluppò intensi contatti con la Curia romana e con il papa Leone X, al quale più tardi avrebbe dedicato il suo Itinerarium. Le ricchezze delle Indie, di cui si favoleggiava e da cui il G. poteva aspettarsi le decime, o il ruolo eminente che sognava di svolgere, gli avrebbero inoltre consentito di beneficare molti giovani nipoti, come in effetti fece. Non è poi escluso che la sua passione per gli esotismi, che si riflette chiaramente nell'Itinerarium, fino a occuparne quasi tutta l'estensione, abbia contribuito a motivare la scelta, indubbiamente coraggiosa. Ma la ragione principale stava nell'instabilità politica della corte spagnola e nelle crescenti difficoltà dello stesso G. a trovare un ruolo stabile. Sicuramente influì sulla sua scelta la presenza a Hispaniola di un gruppo di funzionari legati al sovrano aragonese che egli doveva aver frequentato a corte; in particolare si giovò sempre dell'appoggio di Miguel de Pasamonte, il potente tesorero dell'isola, di cui era amico. Nel 1515, comunque, il G. non aveva ancora preso la decisione di recarsi nei Caraibi: ancora due anni dopo vi inviò il nipote Onofrio e un criado (Diego del Río) col compito di curare i suoi interessi, facendoli accettare come canonici del capitolo della cattedrale di Santo Domingo. Intanto cercò di scoprire se, nelle attività diplomatiche della Curia romana, potevano aprirglisi altre opportunità; solo tre anni dopo la bolla papale di nomina (6 nov. 1516) il G. avrebbe raggiunto l'isola di Hispaniola, nel settembre 1519. Nella primavera del 1516 il G. si recò probabilmente nelle Fiandre per prendere contatti col nuovo sovrano, Carlo, e per riprendere quelli con Margherita d'Austria, reggente dei Paesi Bassi, la sfortunata sposa del principe Giovanni che nel 1497 - durante i mesi di permanenza alla corte spagnola - era stata sua allieva; a lei il G. chiese sostegno economico e appoggi. Nell'estate si recò a Roma, dove partecipò alla congregatio generalis dell'XI sessione del concilio Lateranense V, seduta preliminare in cui si prese visione dei materiali e dei problemi da discutere (15 dic. 1516). Il G., impegnato al servizio del pontefice, continuava a rinviare il viaggio nella sua sede episcopale, con grave disappunto delle autorità spagnole, secondo cui l'assenza del vescovo era tra le cause delle difficoltà degli Spagnoli nel Nuovo Mondo. Così, se nel febbraio 1517 una real cédula ordinava alle autorità di Hispaniola di consegnare ai suoi inviati (Onofrio e Diego del Río) le rendite vescovili finché il titolare non fosse giunto nell'isola, il 22 luglio un'altra disposizione sollecitava il vescovo a recarsi di persona e senza indugio a prendere possesso personalmente della sua sede. Ma il G. si trovava in Inghilterra, inviato dal papa per perorare la causa di una crociata di tutta la Cristianità contro i Turchi. L'ambasciatore veneto lo vide, il 23 luglio 1517, al sinodo di Ten, e osservò che il primate inglese, l'influente cardinale Th. Wolsey, fu ben poco impressionato dalla sua missione. Il G. aveva in programma analoghe iniziative in Scozia e in Germania, che quasi certamente non realizzò, fermandosi invece in Inghilterra, da dove scrisse una lettera ai padri geronimiti a Santo Domingo (13 settembre).
Una Oratio Alexandri Geraldini episcopi coram rege Russiae habita, spesso citata dai biografi come testimonianza di una sua ambasceria allo zar, non sembra essere il testo di un discorso realmente pronunciato, ma è piuttosto da considerare come un'esercitazione letteraria o come il tentativo di proporsi per tale missione diplomatica. Non sappiamo se il G. ritornò sul continente o se rimase in Inghilterra, da dove l'estate successiva scrisse ai canonici della sua cattedrale a Santo Domingo e dove forse partecipò alla missione del cardinale Lorenzo Campeggi, al fine di assicurare la partecipazione di Enrico VIII alla progettata crociata. Campeggi fu nell'isola dal 23 luglio al 24 agosto; il G. salpò per la Spagna solo il 18 settembre, giungendo a Cadice il 29 ott. 1518. Tra la fine del 1518 e l'estate del 1519 il G. fu interamente assorbito dalla preparazione del suo trasferimento, come risulta dalla corrispondenza di quell'anno abbondantemente conservata. Il G. scrisse al conte Alberto Pio di Carpi per tentare di pubblicare le sue opere e chiamò in Spagna il nipote Lucio, che in seguito sarebbe stato suo tramite privilegiato con l'Europa, cui fece attribuire una rendita ecclesiastica a Santo Domingo. Accingendosi a partire per il Nuovo Mondo, il G. tentò di approfittare della situazione critica determinatasi in Spagna e nella colonia a causa del cambiamento della dinastia per ottenere, insieme con la dignità episcopale, anche cariche civili. In una lettera della fine del 1518 indirizzata al Consiglio della Corona, il G. chiedeva per sé importanti attribuzioni politiche e amministrative: il potere di controllare l'assegnazione degli indios ai coloni spagnoli, una funzione chiave nell'economia di una terra che dipendeva totalmente dalla manodopera indigena; la carica di presidente dell'Audiencia, che non era solo un organo giudiziario avendo anche importanti attribuzioni politico-militari; il compito di curare l'educazione dei figli dei caciques, già iniziata dai padri geronimiti. A parte l'ultima, le sue richieste non furono accolte. Il 31 luglio 1519 il G. scrisse al re Carlo la sua ultima lettera da Siviglia e finalmente, il 4 ag. 1519, partì per Hispaniola; il 6 ottobre era già insediato a Santo Domingo. Qui fu costretto ad affrontare subito grossi problemi pratici. La chiesa cattedrale era una costruzione troppo modesta sia per ospitare un numero di fedeli che il nuovo vescovo immaginava crescente, sia per svolgere adeguatamente il suo ruolo simbolico di centro della Chiesa locale, mentre non esisteva nemmeno una sede vescovile. Inoltre, una parte della popolazione spagnola e dei vertici politici dell'isola vedeva con grande diffidenza il presule: il governatore Figueroa, infatti, scrisse alla corte spagnola che il nuovo vescovo appariva del tutto imbelle e che ragionava come un bambino. Invece il G. mostrava una notevole capacità organizzativa e inviava lettere al papa, al re, a vari prelati e uomini politici per ottenere aiuti: al re chiese in donazione uno dei due palazzi che la Corona possedeva a Santo Domingo, al papa - dal quale il G. si aspettava un appoggio decisivo - domandò indulgenze per raccogliere soldi da destinare alla cattedrale e all'ospedale, l'invio di reliquie di santi martiri e di quadri sacri. Nello stesso tempo informava Roma dei progressi della scoperta e conquista del Nuovo Mondo e inviava uccelli esotici ed effigi di idoli indigeni (zemí) che chiedeva fossero esposti in S. Pietro come testimonianza dell'opera di evangelizzazione. Il G. concepiva il suo ruolo in maniera ambiziosa e lungimirante. Come l'isola di Hispaniola era allora il punto d'irradiazione per la scoperta e conquista di nuove terre, così la sede episcopale di Santo Domingo poteva diventare il fulcro della nuova Chiesa americana. In secondo luogo, era ben consapevole dell'importante ruolo civile che aveva da svolgere nel disciplinamento di quella società che, nei suoi scritti, si confondeva con la "ferocia" dei cannibali, e che gli sembrava fosse a rischio di anarchia. Proprio in vista di questo scopo era importante poter esibire i simboli dell'autorità e della maestà religiosa: la cattedrale, i quadri, il Ss. Sacramento, la sede vescovile; ma anche mostrare i segni della paterna misericordia di Dio, del papa, del vescovo: l'ospedale, il perdono delle atrocità commesse, il dono della civiltà agli indigeni. Tuttavia non era facile ottenere ciò di cui la diocesi aveva bisogno: le due successioni ravvicinate al trono pontificio e l'enorme distanza che ormai lo separava dai luoghi del potere annullarono l'efficacia degli sforzi del Geraldini. Perfino i lavori per la cattedrale iniziarono solo nel 1523, nonostante la prima pietra fosse stata posata due anni prima. Verso la popolazione indigena il Geraldini ebbe un atteggiamento contraddittorio come spesso è controverso tuttora il discorso sull'opera dei missionari cattolici. L'ammirazione umanistica per le antiche civiltà pagane di Roma e dell'Ellade gli consentiva di assumere un contegno paternalisticamente ecumenico: i pacifici indios Taino dell'isola sono, nei suoi scritti, esseri strappati loro malgrado alla pace e all'innocenza di una sorta di paradiso terrestre, costretti a una disperazione tale da giungere fino al suicidio collettivo; nei fieri Caribe volle riconoscere un'umanità, una storia "antica" e delle "tradizioni", sia pur inaccettabili. Inoltre condannò fermamente gli Spagnoli che si erano resi colpevoli di atrocità ai danni degli indigeni. Essi non potevano non essere perdonati, in quanto cristiani, ma andavano sottomessi all'autorità morale della religione: il G. proponeva che chi per avidità aveva depredato e sfruttato gli indigeni si liberasse dalla colpa restituendo almeno una parte dell'ingiusta ricchezza, acquistando indulgenze a favore della cattedrale e dell'ospedale. Ma quando i religiosi dell'Ordine di S. Domenico scatenarono la battaglia contro il sistema dell'encomienda e contro il commercio degli schiavi indios - catturati dagli Spagnoli in vere e proprie razzie sulle coste del Venezuela e deportati nelle isole maggiori dei Caraibi - il G. li osteggiò. Chiese al papa di farli tacere e di permettere l'acquisto di schiavi, perché indispensabili alla colonizzazione e per consentire loro di avvicinarsi alla fede. Al di là della trasfigurazione letteraria e di alcuni atteggiamenti di maniera, il G. non abbandonò mai gli atteggiamenti pragmatici e utilitaristici dei colonizzatori spagnoli nel Nuovo Mondo. Secondo questa posizione - sostenuta dai coloni contro i quali si battevano i frati domenicani e Bartolomeo de Las Casas - l'estensione della cultura e della religione europee alla popolazione indigena non poteva essere disgiunta dalla loro utilizzazione come manodopera coatta al servizio degli Spagnoli: in caso contrario non era possibile garantire la presenza europea nelle terre americane. D'altra parte, sin dai primi contatti con il Nuovo Mondo il G. non aveva trascurato i suoi interessi di colonizzatore. Già nel 1519, al momento della partenza, chiese senza successo il permesso di importare nell'isola un buon numero di schiavi negri da impiegare nella nascente industria zuccheriera di Hispaniola, che si avviava a soppiantare l'industria mineraria e per la quale erano previsti contributi governativi. Nei Caraibi, poi, il G. fu interessato ai commerci più lucrosi, pur facendo ovviamente agire in prima persona i familiari di cui si era circondato a Santo Domingo (ai canonici della cattedrale Onofrio e Diego del Río si erano aggiunti almeno la nipote Elisabetta e il marito). Nel 1521 un Geraldini è menzionato tra i primi coloni di Cubagua, l'isola venezuelana in cui schiavi indios pescavano in condizioni inumane le perle da avviare ai mercati europei. L'anno dopo, infine, il G. stesso figura come titolare di un'attività commerciale e un suo nipote è proprietario di una nave: vendevano nell'isola di Cubagua il pan de cassaba di Santo Domingo e non è improbabile che partecipassero anche al commercio degli schiavi. Il G. morì l'8 marzo 1524 a Santo Domingo, nella cui cattedrale si trova tuttora il sepolcro essendo in pieno vigore lo scontro sui diritti degli amerindiani e sull'encomienda. [A documentazione di quanto sia stato lungo ma sostanzialmente senza eficaci soluzioni il dibattito sulla questione degli amerindiani vale la pena di consultare il volume XI (1845) della "Raccolta di Viaggi" curata nel XIX sec. da F. C. Marmocchi ove da pagina 485 a pagina 546 si legge (nella versione italiana di Giacomo Castellani) una delle opere basilari del Las Casas, vale a dire la qui digitalizzata Brevissima Relazione della Distruzione delle Indie: prima del testo vero e proprio dell'opera è leggibile entro la premessa (pp. 463 - 483) intitolata Alcuni Cenni biografici e storici intorno a Bartolomeo di Las Casas vescovo di Chiapa in America stesa dal curatore, e qui leggibile digitalizzata con il resto delle notizie, la vicenda della disputa tra Las Casas e Sepulveda sui diritti e la condizione degli Amerindiani, cui quest'ultimo non riconosceva pari diritti ai Conquistatori = è opportuno anche analizzare la vicenda dell'Encomienda e sulle sue regolamentazioni dalle leggi di Burgos alle Leggi Nuove sin al dibattito della Giunta di Valladolid]
Opere. Il G. scrisse molte opere, quasi tutte rimaste inedite e in buona parte perdute: Gli scritti di cui si ha qualche notizia, spesso il solo titolo, sono di materia assai varia: di argomento ecclesiastico (Acta antecessorum suorum in Vulturariensis Ecclesia antistitum…), agiografici (De vita s. Benedicti sapphico carmine, Vita s. Catherinae virginis et martiris, Vita s. Alberti Monti Corvini episcopi), di spiritualità (Officia varia sanctorum, Sacrorum carminum libri XXIV), orazioni (Volumen orationum ad principes christianos pro bello contra Turcas movendo, di cui ci restano due orazioni: Oratio Alexandri Geraldini episcopi coram rege Russiae habita, Oratio Alexandri Geraldini Amerini episcopi Sancti Dominici habita coram Carolo Hispaniae…, a cui è da aggiungere la segnalazione di una raccolta di "multas ad varios principes orationum"), politici (De iis qui funguntur a secretis principum, De officio principis), pedagogici (De educatione nobilium puellarum liber unus, De educatione nobilium puerorum liber unus), encomiastici (Vita Caterinae Angliae reginae Henrici VIII), morali (Elogia virorum Roman0rum illustrium ab Aenea usque ad Pompeium magnum), uno scritto di argomento archeologico-epigrafico (Monumenta antiquitatum Romanarum e veteribus incriptionum recollecta suis itineribus et studio), esercitazioni poetiche (De Latii et Romae laudibus et antiquitatum praestantia elegiaco carmine, Invectivae liricae in malam fœminam, Multarum odarum opusculum, accanto a uno scritto di teoria della composizione poetica: De quantitate syllabaria et carminum compositione), raccolte di lettere (Epistolarum libri duo, Libellum variarum epistolarum, ma brevi raccolte di lettere si trovano in diversi manoscritti) e infine l'opera maggiore, L'Itinerarium ad regiones sub æquinoctiali plaga constitutas. Terminato il 19 marzo 1522, l'Itinerarium fu dato alle stampe solo nel 1631, a Roma, a cura di Onofrio Geraldini de' Catenacci. Di esso sono conosciuti sei manoscritti, quattro latini e due in traduzione italiana: dei primi, due sono conservati presso la Biblioteca apostolica Vaticana, uno presso l'Archivio segreto Vaticano e uno presso l'Archivio di Stato di Firenze; i due italiani sono presso la British Library di Londra e la Biblioteca Nacional di Lisbona. L'Itinerarium è stato pubblicato in traduzione italiana, a cura di A. Geraldini, a Torino nel 1991, e poi a cura di E. Menestò, Todi 1992. Il testo risente della sua destinazione (doveva stupire e interessare) e degli stereotipi letterari cui il G. si ispira. Egli distribuisce lungo il viaggio tutti gli esotismi che conosce: quelli dell'Africa romana (libri I-II), dell'Africa nera (libri III-XI), alle meraviglie che si raccontavano sul Nuovo Mondo (mostri oceanici, antropofagi, fenomeni naturali, libri XII-XIII). L'ultima parte (libri XIV-XVI) è dedicata alla descrizione dell'isola di Hispaniola.
Dall' "Itinerarium ad regiones sub aequinoctiali plaga constitutas Alexandri Geraldini Amerini, episcopi ciuitatis S. Dominici apud Indos occidentales, apostolicis, imperialibus, & regijs legationibus suncti. Opus antiquitates, ritus, mores ... Nunc primum edidit Onophrius Geraldinus de Catenacciis .. ", Romae ; typis Guilelmi Facciotti : instante Octauio Inghrilano, 1631 (Romae : typis Guilelmi Facciotti, 1631) - [40], 284, [36] p. ; 8o.- Front. calcogr. a c. 2r. - Marca calcogr. (Sole e luna. In basso iniziali O.I - Segn.: 8a8b4A-V8 - Impronta - ntn- i-a, sin- mole (3) 1631 (A) - Localizzazioni: Biblioteca nazionale centrale Vittorio Emanuele II - Roma - Biblioteca universitaria Alessandrina - Roma.
Aprosio trasse in particolare lo spunto per le sue considerazioni sul capitolo VIII dello "Scudo di Rinaldo" laddove, riprendendo uno stralcio della relazione edita del viaggio verso il Nuovo Mondo del vescovo Geraldini, discusse di quelle donne guerriere che sulla scorta dell'esploratore religioso furono nominate abitatrici della Terra Onzonea.
Sull'affascinante tema delle donne guerriere si soffermò parimenti uno dei tanti "conquistadores", vale a dire Consalvo Fernando d'Oviedo che, stando ad una sua relazione indirizzata al cardinal Bembo, le avrebbe anche combattute dandole il nome di
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Il dibattito però non si concluse certo con "il Ventimiglia" ma si estese variamente anche al tema dei Vizi Capitali coniugati, pure sotto il lato iconografico, più alle donne che agli uomini in quanto più vanitose e sensuali e quindi maggiormente esposte al rischio di stupro - violenza sessuale in un contesto estremo di dibattiti su femminismo ed antifemminismo donde si evolse l'assioma che dettava Donne che si travestono non per Carnovale e non per fascinatione ma onde far mestieri d'homini e che finiva per coinvolgere "il poco noto ma epocale confronto sulle" (Gladiatrici) quanto più modernamente ed estesamente soldatesse o donne soldato - guerriere - amazzoni donde, in un continuum di intrecci culturali, trassero energia le ragioni storiche e non di fantasia per cui nel 1557, al ritorno da un viaggio in Brasile, l'esploratore André Thevet nel saggio Les singularitez de la France antarctique, riprendendo il tema delle donne guerriere incontrate dagli Spagnoli, scrisse, tra il serio ed il faceto ma certo con guizzi di misoginia, che finalmente "ai tre tipi di Amazzoni (Amazzone) descritti nell'antichità (Amazzoni di Scizia, d'Asia e di Libia) si venivano ad aggiungere così le Amazzoni del "Nuovo Mondo" di maniera che ciascun continente aveva le sue Amazzoni"
Fonti e Bibl.: Siviglia, Archivo General de Indias, Patronato, 172, r. 2; Arch. segr. Vaticano, Fondo Borghese, s. I, ms. 215; Bibl. apost. Vaticana, Barb. lat., 2312, ff. 121-123: De Geraldina familia…; B. Geraldini, Cristoforo Colombo e il primo vescovo di Santo Domingo mons. A. G. d'Amelia, Amelia 1892; G. Palmieri, Doglianze di A. G. contro Caterina d'Inghilterra, in Il Muratori, I (1892), II (1894); B.M. Biermann, A. G.: Bischof von San Domingo, in Neue Zeitschrift für Missions- und Religionswissenschaft, 1950, n. 34, pp. 195-206; M. Gimenez Fernandez, Bartolomé de Las Casas, I, El plan Cisneros - Las Casas para la reformación de las Indias, Sevilla 1953, pp. 37 s., 227, 561, 650; II, Política inicial de Carlos I en Indias, ibid. 1960, pp. 286, 288, 1029, 1193; E.W. Palm, Los monumentos arquitectónicos de la Española, I, Santo Domingo 1955, pp. 12, 31, 67, 92; A. Gerbi, Oviedo e l'Italia, in Rivista storica italiana, LXXVI (1964), pp. 101 s.; L.M. Kaiser, The earliest verse of the New World, in Renaissance quarterly Review, 1972, n. 25, pp. 429-439; E. Otte, Las perlas del Caribe. Nueva Cádiz de Cubagua, Caracas 1977, pp. 252, 293, 465; P.E. Taviani, Cristoforo Colombo: la genesi della grande scoperta, Novara 1982, pp. 178, 210, 394, 430, 437, 441; J. Petersohn, Ein Diplomat des Quattrocento. Angelo Geraldini (1442-1486), Tübingen 1985, pp. 2-5, 18-20, 263-265; S. Conti, Il mare delle Antille in un portolano anonimo della seconda metà del XV secolo, in Scritti in onore del prof. Paolo Emilio Taviani, III, Genova 1986, pp. 93-106; S. Baggio, A. G. di Amelia: primo vescovo residente nelle diocesi riunite d'America, Grotte di Castro 1987, pp. 16-27; R.M. Tisnes, Alejandro G. primer obispo residente de Santo Domingo en la Española. Amigo y defensor de Colón, Santo Domingo 1987; A. Manzano, Sette anni decisivi della vita di Cristoforo Colombo in Spagna, 1485-1492, Roma 1990, pp. 219-226; J. Meier, Die Anfange der Kirche auf den Karibischen Inseln, in Neue Zeitschrift für Missionswissenschaft, 1991 (Suppl. XXXVIII), pp. 86-89; A. G. e il suo tempo. Atti del Convegno… Amelia… 1992, a cura di E. Menestò, Spoleto 1993 (in particolare: M. Sensi, La famiglia Geraldini di Amelia, pp. 57, 65, 67-76; M. Donnini, Alla scuola di Grifone di Amelia maestro di A. G., pp. 153-157; T. Cirillo, Il vescovo G. e la questione dei cannibali, pp. 310-322; J.E. Law, A. G. and the Tudor court (1501-1518), pp. 361-382; A.M. Oliva, A. G. e la tradizione manoscritta dell'Itinerarium, pp. 175-209); A.M. Oliva, A. G., primo vescovo residente nella diocesi di Santo Domingo, in Sardegna, Mediterraneo e Atlantico tra Medioevo ed Età moderna. Studi storici in memoria di Alberto Boscolo, a cura di L. D'Arienzo, III, Cristoforo Colombo e la sua epoca, Roma 1993, pp. 419-443; J. Petersohn, Amelia, Roma e Santo Domingo. A. G. e la sua famiglia alla luce di un convegno recente e di fonti contemporanee, in Quellen und Forschungen aus ital. Archiven und Bibliotheken, LXXVI (1996), pp. 253-273; G. Gulik - C. Eubel, Hierarchia catholica, III, Monasterii 1910, p. 203. [da voce GERALDINI, Alessandro, da Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 53 (2000) saggio di Francesco D'Esposito (con integrazioni multimediali)]















Geraldini, Alessandro <1455-1525>, "Itinerarium ad regiones sub aequinoctiali plaga constitutas Alexandri Geraldini Amerini, episcopi ciuitatis S. Dominici apud Indos occidentales, apostolicis, imperialibus, & regijs legationibus suncti. Opus antiquitates, ritus, mores ... Nunc primum edidit Onophrius Geraldinus de Catenacciis .. ", Romae ; typis Guilelmi Facciotti : instante Octauio Inghrilano, 1631 (Romae : typis Guilelmi Facciotti, 1631) - [40], 284, [36] p. ; 8o.- Front. calcogr. a c. 2r. - Marca calcogr. (Sole e luna. In basso iniziali O.I - Segn.: 8a8b4A-V8 - Impronta - ntn- i-a, sin- mole (3) 1631 (A) - Localizzazioni: Biblioteca nazionale centrale Vittorio Emanuele II - Roma - Biblioteca universitaria Alessandrina - Roma.
Da quest'opera l'Aprosio trasse lo spunto per le sue considerazioni sul capitolo VIII dello "Scudo di Rinaldo" laddove, riprendendo uno stralcio della relazione edita del viaggio verso il Nuovo Mondo del vescovo Geraldini, discusse di quelle donne guerriere che sulla scorta dell'esploratore religioso furono nominate abitatrici della Terra Onzonea.
Sull'affascinante tema delle donne guerriere si soffermò parimenti uno dei tanti "conquistadores", vale a dire Consalvo Fernando d'Oviedo che, stando ad una sua relazione indirizzata al cardinal Bembo, le avrebbe anche combattute dandole il nome di
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Amazzoni: mitica popolazione di donne guerriere, nate da Ares e da Afrodite o dalla ninfa Armonia. Originarie della regione del Caucaso, s'erano stabilite nell'Asia Minore sulle rive del mar Nero, lungo il Termodonte, nei pressi di Trebisonda. Sulla loro esistenza storica v'era divergenza già tra gli antichi; del carattere mitico di esse non si può dubitare; esse hanno origine e sede nel mondo divino. Avevano usanze e costumi considerati barbari dai greci; il loro nome secondo un'errata etimologia (dal gr. a-priv. , mazòs , mammella ) derivava dal costume di tagliarsi la mammella destra per essere più libere nel tirar d'arco; ma non trova conferma in nessuna delle numerose opere d'arte antiche raffiguranti le Amazzoni. Non ammettevano uomini presso di loro; per perpetuare la razza si recavano una volta l'anno presso il vicino popolo dei gargarei e poi ritornavano alle loro città, di cui Licastia, Temiscira e Cadesia erano le principali. Dei figli nati da questa unione passeggera, i maschi erano uccisi o rimandati presso i gargarei, le femmine erano allevate a cavalcare, a tirar d'arco, a cacciare, a guerreggiare. La leggenda è piena delle loro lotte contro i principali eroi greci, Achille, Bellerofonte, Eracle, Teseo, delle incursioni tentate sulla Tracia, nelle isole dell'Egeo, nell'Attica, nella Licia, nella Siria, in Africa. Le Amazzoni veneravano Ares e Artemide; ad Ares avevano innalzato un tempio sul mar Nero. Erano governate da una regina, una delle quali, Ippolita, soccombette di fronte a Eracle, il quale, per ordine di Euristeo, doveva spogliarla della cintura d'oro, dono di Ares; Antiope, sorella di lei, fu rapita da Teseo, donde il combattimento delle Amazzoni con i greci (amazzonomachia) la cui vittoria fu interpretata come annuncio della lotta vittoriosa dell'Occidente contro l'Oriente; Pentesilea accorsa in aiuto di Troia fu uccisa da Achille. In molte località del mondo greco si incontravano tombe di Amazzoni. Da Plutarco sappiamo che un sacrificio era loro offerto nel mese di Pianepsione (ca. ottobre), prima delle feste in onore di Teseo. Il mito delle Amazzoni, più che costituire la testimonianza di un ordinamento matriarcale, è la rappresentazione di un rovesciamento di valori rispetto all'ordine greco, e come tale, di una minaccia la cui rimozione è demandata di volta in volta ai grandi eroi panellenici. Il tema delle Amazzoni fu ampiamente diffuso nell'iconografia greca. Possediamo le copie di alcuni classici tipi di statue di Amazzoni attribuiti a scultori del sec. V a. C.: a Policleto l'Amazzoni di Berlino (Staatlische Museum), a Fidia l'Amazzoni Capitolina (Roma, Museo capitolino), a Cresila l'Amazzoni Mattei (ivi, Musei vaticani). Soggetti assai rappresentati furono le amazzonomachie: tra le più celebri quelle dei fregi del thesauros degli ateniesi a Delfi (fine sec. VI-inizio sec. V a. C., British Museum) e del Mausoleo di Alicarnasso (metà sec. IV; ivi). [GIUSEPPE CORRADI - NOVA - UTET - s.v.]