cultura barocca
Alessandro Marchetti un Arcade che "tra timore e tremore" osò divulgare una pubblicazione che poteva costargli denunzie all'Inquisizione e all'Indice dei Libri proibiti = come si legge in questo tomo dell'Arcadia (il celebre sodalizio letterario cui il Marchetti con il nome pastorale di Alterio Eleo fu ascritto il 16 giugno 1691) e dove nel libro secondo da p. 56 a p. 63 corre la stampa di un "Saggio della Traduzione" di T. Lucrezio, fatta da Alterio - Vedi il MS. della "Traduzione" - la I stampa - I tormentati rapporti fra "Traduzione di Lucrezio" e Poema Filosofico nella corrispondenza Aprosio / Marchetti [saggi della sua produzione e dell'Incipit del suo "Poema Filosofico" (leggibili anche nel manoscritto originale cliccando sul titolo moderno evidenziato da sottolineatura in rosso) inviati dal Marchetti al "Ventimiglia" per averne consigli] - I timori marchettiani di "accuse di panteismo" al Dio del suo "Poema Filosofico" temendo d'aver proceduto troppo sulla scia della "Pantologia" di Bartolomeo Burchelati e soprattutto della proibitissima opera cui il Burchelati -vanamente ricercato a Treviso dal ventimigliese Aprosio che dovette accontentarsi della conoscenza od amicizia del di lui figlio Cesario- per certi lati, seppur tra opinioni diverse, si ispirò vale a dire lo Zodiacus Vitae del pensatore dichiarato "eretico" Marcello Palingenio Stellato il pensatore accusato qual eretico, anticattolico e panteista, soprattutto, che, non essendo stato catturato vivo come Giordano Bruno, dovette esser disseppellito dalla tomba, alla fine scoperta, sì che i suoi resti potessero esser bruciati sul rogo assieme ad esemplari della sua opera Editando nella collana "I Diamanti" (2003) il Della natura delle cose di Lucrezio nella traduzione di Alessandro Marchetti il sempre eccellente "Salerno Editore" presenta l'opera con questa breve relazione: " Il volgarizzamento dell'opera di Lucrezio, oggetto di sospetti nel mondo cattolico per la sua forte irreligiosità iconoclasta, venne pubblicato postumo e solo in Inghilterra nella versione (Di Tito Lucrezio Caro Della Natura delle Cose libri sei. Tradotti da Alessandro Marchetti. Prima Edizione, Londra, Giovanni Pickard, 1717) in endecasillabi sciolti realizzata da Marchetti, a causa dell'avversione del pontificato per il suo messaggio epicureo [nell'ultimo Indice dei Libri Proibiti del 1948 (prima della sua soppressione ad opera di Paolo VI) due pubblicazioni del Marchetti tra cui la "traduzione del Lucrezio" erano ancora ascritte come proibite]. A pochi anni di distanza dalla censura di Galilei, l'oscurantismo di Roma mieteva un'altra vittima in Marchetti, la cui opera aveva circolato in Italia solo in alcuni manoscritti semiclandestini, benché lo stesso traduttore si fosse preoccupato di avvertire in una "protesta del traduttore ai lettori" che di Lucrezio egli aborriva "gli empi suoi dogmi", mentre giudicava la sua poesia come "la più robusta e la più nobile". Nella breve esplicazione vi è tutta la morale di una lunga epoca legata sia all'Inquisizione cattolico romana, che all'Indice dei Libri Proibiti che ancora a quella che oggi viene definita con una certa retorica "La leggenda nera dell'Inquisizione": al centro del tutto sta la traduzione d'un'opera d'ascendenza materialistica come il De Rerum Natura (traduzione qui integralmente digitalizzata) di Tito Lucrezio Caro. Come risaputo Angelico Aprosio ricoprì per la chiesa intemelia la carica di Vicario dell'Inquisizione e svolse la sua opera al servizio di diversi Grandi Inquisitori di Genova non raramente affrontando il tema dei libri proibiti: si segnalò per la serietà del suo operato e, contro una certa tradizione erudita ottocentesca, mantenne a lungo l'Incarico di vicario del Sant'Uffizio, sin ai tempi dell'inquisitore genovese Sisto Cerchi che il 26 luglio 1673, facendo cenno a vari suoi "meriti", con propria lettera ufficiale lo riconfermò nell'incarico, ampliandone anzi le facoltà.
A questo punto giunge interessante notare come soltanto sei mesi dopo, grossomodo, Alessandro Marchetti abbia scritto ad Aprosio cioè ad un Vicario dell'Inquisizione questa lunga lettera del 9/I/1674 nel corso della quale apertamente esplicita la portata del suo lavoro su Lucrezio chiudendo la missiva con due liriche fra cui un sonetto di argomento spirituale (qui studiabile in maniera approfondita) ma, cosa che fa meditare davvero dato il destinatario, anche l'incipit o Principio del mio Poema filosofico: opera di cui nel volume del Di Tito Lucrezio Caro Della natura delle cose libri 6. Tradotti da Aless. Marchetti, Firenze : presso Gius. Molini e comp. all'insegna di Dante, 1820 subito dopo una vita e bibliografia di A. Marchetti si può leggere qualche interessante considerazione nel paragrafo VII, da p. 36 a p. 37 e di cui soprattutto si può leggere la Dedicatoria a Luigi XIV, includente l'Incipit spedito all'Aprosio, stralcio che sostanzialmente si presenta come un "Appassionato inno a Dio" ma che in un'epoca tanto controversa e di fiere lotte tra Scienza Nuova e Scienza Aristotelica non evita di rischiare potenziali accuse di cedimenti all'empirismo, al materialismo ed al panteismo addirittura potendo esser accusato di risentire l'influsso della pantologia di Bartolomeo Burchelati e soprattutto della proibitissima opera cui il Burchelati si ispirò vale a dire lo Zodiacus Vitae di Marcello Palingenio Stellato : libro mandato al rogo, coi "resti del suo autore", più che per le "accuse al Clero e l'apertura ai Riformati" (cosa che A. Marchetti dà l'impressione di voler fin troppo insistentemente eludere nella dedica al re di Francia) per il panteismo che lo caratterizza e che obbiettivamente si riscontra in quella sorta di forza universale con cui Dio è da Marchetti identificato come peraltro fu evidenziato già da critici ed interpreti del '700.
Occorre comunque rammentare che, ad onta delle preoccupazioni espresse anche ad Aprosio, come il Marchetti non abbia mai smesso di leggere ed anche editare per stralci (con altre copere come appunto il "Poema") la sua discussa "Traduzione di Lucrezio", magari con le dovute cautele, come si legge in questo tomo dell'Arcadia (il celebre sodalizio letterario cui Alessandro Marchetti con il nome pastorale di Alterio Eleo fu ascritto il 16 giugno 1691) e dove nel libro secondo da p. 56 a p. 63 corre la stampa di un Saggio della Traduzione di T. Lucrezio, fatta da Alterio (precisamente in merito alla peste di Atene con cui, tramite il VI libro si chiude il poema latino di Lucrezio).
E' plausibile che l'anello di congiunzione tra Aprosio e Marchetti sia stato Federigo Nomi in una cui lettera del 1671 compare esplicito riferimento al lavoro marchettiano su Lucrezio: e verismilmente, ma il problema è sempre lo stesso cioè la mancanza delle missive aprosiane, quella del Nomi era una risposta a qualche quesito dell'Aprosio atteso che molto si vociferava, con tanto di polemiche od approvazioni, del lavoro del Marchetti mentre però a Ventimiglia giungevano davvero poche notizie in merito.
Per vie che non è mai facile ricostruire è comunque comprensibile anzi evidente che Marchetti nulla o poco si sia sentito intimorito dal contatto con un vicario dell'inquisizione.
Se la prima lettera dell'epistolario genovese - cosa però non certa- è stata realmente la prima della breve ma densa corrispondenza Aprosio - Marchetti essa indubbiamente costituisce, per l'evidente tipologia, una risposta e presuppone che la lettera precedente di Angelico sia stata estremamente cortese ed informale, tanto da suggerire al Marchetti l'impressione di poter avere non solo una corrispondenza ma altresì una corrispondenza senza velami: in ciò possono peraltro esser chiarificatrici anche la prima e la seconda fra le postulazioni qui proposte.
La lettera del 9 gennaio 1674 per quanto scritta con abilità retorica (si noti il riferimento marchettiano di volersi adeguare ad eventuali osservazioni aprosiane) denota una sincera volontà di esser registrato nei repertori biblioteconomici aprosiani: Alessandro sa bene che, per il ritardo del contatto umano ed epistolare con Angelico, non ha potuto essere menzionato nella prima parte della Biblioteca Aprosiana ove secondo la moda antica i fautori della Libraria intemelia, sino alla lettera C, sono indicati per via del nome proprio e non del cognome.
Tuttavia a dimostrazione del desiderio d'esser menzionato e quindi d'esser ascritto tra gli amici d'Aprosio (cosa peraltro non disdicevole agli occhi del potentissimo Enrico Noris) lo scienziato toscano si permette di dare all'Aprosio dei suggerimenti non banali.
Visto il fatto di poter esser menzionato parlandosi del suo maestro Giovanni Alfonso Borelli od anche del suo prediletto allievo Giuseppe Del Papa.
Quanto si legge in questa lettera del 9 gennaio 1674 laddove vedesi scritto "...Con questa occasione già che ella [Aprosio] come mi scrive vuole onorarmi, bench'io nol voglia, di far menzion di me nella sua dottissima ed eruditissima 'Libraria Aprosiana' e non ha più luogo di farlo alla lettera A per esser di questa già stampata ella potrà farlo alla lettera G non tanto con l'occasione di nominare il Signor Giovanni Alfonso Borelli, che è mio Maestro, ma anco con quella di nominare il detto Signor Giuseppe da Papa, che come ho detto e come egli stesso dice nella sua 'Opera', è mio scolare" permette peraltro di decifrare una lettera marchettiana del 15 marzo 1679 e stabilire contro le affermazioni della nota 1 che presubibilmente Aprosio con una lettera che non ci è giunta aveva comunicato ad Alessandro la postilla preparata per lui e da lui non condivisa: laddove cioè era definito autore di una parafrasi di Lucrezio mentre lo scienziato toscano desiderava comparire quale estensore di una traduzione di Lucrezio: e verisimilmente, proprio contro quanto a suo tempo si è scritto nella citata nota 1, evidenziare che il Marchetti fa riferimento non ad una ma a due opere e che se per la prima possono valere gli assunti della nota 1 in merito alla seconda è da pensare che la citazione del Marchetti sia proprio da porre in relazione alla continuazione rimasta inedita della Biblioteca Aprosiana ed al fatto, non raramente posto in essere dall'erudito intemelio, di comunicare per iscritto stralci dei propri lavori agli interessati, inserendo entro lettere, di cui come detto si è purtroppo persa traccia, alcuni brani da sottoporre al giudizio degli interessati.
Scorrendo, al pari di una cronistoria, queste lettere di Alessandro Marchetti ad Angelico Aprosio si "vive" comunque, sbirciando fra le righe, una angoscia sottile che permea la consapevolezza di essersi addentrato in un terreno rischioso, su cui sdrucciolare è costantemente facile.
A mio avviso la lettera delle grandi delusioni di Alessandro Marchetti [dopo quella delle grandi illusioni e speranze] è tuttavia l'epistola datata 12 ottobre 1675:
Nello splendido sito informatico [www.francescoredi.it"] dedicato a Francesco Redi trattandosi di Alessandro Marchetti si legge "la fama resta legata soprattutto alla traduzione in italiano del De rerum natura di Lucrezio, pubblicata postuma solo nel 1717. L'oneroso impegno aveva avuto inizio nel 1664 e s'era concluso nel 1668: tuttavia era stato portato avanti fra le opposizione degli aristotelici più conservatori ed infine dello stesso Granduca Cosimo III, che in alcun modo diede il proprio permesso per la stampa.
Come Redi il Marchetti andava rivestendo un ruolo primario in merito alle accanite discussioni sull'atomismo esplose, è il caso di dirlo, in seno all'Università di Pisa all'alba degli anni '70. Proprio nell'ottobre del 1670 Alessandro compose alcune Risposte de' filosofi ingenui e spassionati, falsamente detti Democritici, alle obiezioni e calunnie de' Peripatetici, che fece pervenire al potentissimo Cardinale Leopoldo: le sue geniali postulazioni ebbero però la sorte di poter esser editate soltanto nel 1762 dal figlio atteso che la sostanza del contenuto aveva assolutamente i caratteri d'una apologia della scienza moderna e della libertà di pensiero proponendosi l'autore di emancipare da ogni sospetto l' ortodossia dell'atomismo a fronte di diverse implicazioni anti-cristiane insite nel pensiero aristotelico.
Ritornando alla vexata quaestio della traduzione di Lucrezio bisogna peraltro mai dimenticare che, come nel contesto del dibattito sull'atomismo, Redi sempre rimase favorevolmente vicino a Marchetti e che partecipò, sia per l'aspetto culturale che per solidarietà emotiva, all'avventura della traduzione, nella quale Marchetti, cui era legato da profonda amicizia, aveva profuso smisurate energie umane ed intellettuali.
Francesco nella risposta, in una lettera del 1694, a un suo corrispondente, precisò con un velo di rassegnazione che l'opera tanto discussa non era per anche stampata ma che comunque andava girando manuscritta per le mani de' virtuosi.
A questo punto - sempre avvalendosi di notizie desunte da questo eccezionale sito informatico [www.francescoredi.it"] - viene da pensare ad Antonio Magliabechi, ai suoi rapporti con Aprosio ma anche alla ricambiata antipatia di Francesco Redi per Antonio Magliabechi: al Magliabechi certo la natura non aveva dato un carattere straordinariamente eletto come le capacità intellettuali, e spesso in lui si mescolavano ad ingiustificate simpatie avversioni altrettanto discutibili, come, uscendo di tema ma a titolo d'esempio, nei riguardi di Anna Maria Schurmann, la Saffo di Colonia, un rifiuto intellettuale ed umano che in pratica impose ad Angelico Aprosio per una sua pubblicazione: ed il frate ventimigliese si "adattò" alla richiesta per non urtare il suscettibile ed ormai influentissimo bibliotecario fiorentino ma non certo sulla scorta d'una personale convinzione.
Verso altri eruditi ed intellettuali si fissò, di volta in volta, l'acredine del grande bibliotecario fiorentino: non di rado essa si trasformò in una diaspora dal mondo della cultura.
Certo così non poteva essere a riguardo di un genio come Francesco Redi ma tutto poteva stravolgersi in un ergersi di barriere ed ostacoli avverso le sue proprie postulazioni ma anche a scapito di suoi amici ed allievi.
"Redi in effetti sin dagli anni anni '60 aveva preso a giovarsi dei servizi eccellenti, questo è fuor di luogo, del Bibliotecario del Granduca al fine di poter visualizzare libri sempre più rari e sofisticati ma necessari alle sue investigazioni: fu proprio grazie ad Antonio Magliabechi che lo scienziato ebbe modo di studiare ad esempio, il De spontaneo viventium ortu di Fortunio Liceti o la Zootomia Democritaea del Severino.
Eppure, prescindendo dalla stima reciproca che a parole ostentavano, non correva però buon sangue tra Magliabechi e Francesco Redi.
Il grande scienziato, in ambienti a lui molto parziali, non si asteneva dal dire d'aver parecchie cose da rimproverare all'erudito fiorentino, ma essendo ben consapevole di quali fossero il suo carattere e la sua influenza, non si vergognava di confessare, per esempio al Menagio, di non voler entrare in guerra con uomini così potenti.
[...] Francesco in effetti non poteva esimersi dal ritenere il bibliotecario del Granduca un uomo singolare per erudizione ma, in ambito privato, era solito tratteggiarne un oscuro se non misero ritratto umano, con qualche frecciata anche al genere della sua cultura, per lui sostanzialmente antiquata: Costui veramente non si può negare che abbia una bella infarinatura di molte cose nelle buone lettere, ma il fondamento non lo ha; e si accerti Vostra Signoria Illustrissima che egli si potrebbe far amare da tutti, ma egli vuol fare odiarsi, perché vuol dir male di tutti, e si è fatto in capo questa gran frenesia di voler persuadere a tutto il mondo, che in questo paese non vi sia nato né nasca né vi sia per nascere mai veruno abile a saper né meno leggere, e per conseguenza egli solo debba chiamarsi l'Archimandrita, degno di essere incensato. Tanto basti l'animo. Quanto al corpo, egli è magro e secco quanto mi son io, e così stretto in cintura, che si assomiglia tutto sputato a un formicon di sorba. Ha una boccaccia sdrucita e squarciata fino agli orecchi, con la dentatura tarlata, e simile a quella d'un can mastino arrabbiato, e bavoso in modo che quando la spalanca, bisogna stargli ben lontano, non solo per cagione del puzzolente fiato (che ciò sarebbe pan unto), ma perché le parole vanno sempre accompagnate con una bava così puzzolente, che farebbe svenire qualsiasi più sporco vuotacessi.
La toscana mordacia del Redi non rispondeva però a fantasia, pure un suo illustre amico Giacinto Cestoni confessò di ammirare le qualità intellettuali del Magliabechi, che reputava un mostro di natura, non un uomo ma alla stregua del Redi non reggeva moralmente al fatto che di indole fosse un maldicente al maggior segno e che, contestualmente, vivesse come un animalaccio.
Cestoni e sua moglie avevano perlatro avuto l'esperienza di uno squallido rapporto conviviale col Magliabechi: e prestando fede ad un rescritto di Cestoni ad Antonio Vallisneri vi è modo di restare abbastanza stupefatti: Domenica mattina (conforme gli accennai) venne da me a pranzo il Sig. Magliabechi in casa del mio amico; la mia consorte restò stomacata dal vedere tanta sudiceria in sì gran cervello, e se il frate Servita gli disse del pidocchio, non ha detto bugia. V. S. glie lo creda pure, perché è un vero porco.
Sono parole forti ma non v'è motivo di credere che siano nate dalla fantasia del Cestoni, anche perché sulla trascuratezza magliabechiana della propria persona le dicerie si intrecciavano, e non potevano esser tutte frutto di fertile inventiva.
Proprio il Cestoni tentò di ricostruire le origini di un'antipatia di vecchia data tra Redi e Maglabechi scavando nella loro "archeologia" di uomini e studiosi. A suo dire le relazioni improntate ad acredine fra Redi e Magliabechi dipendevano esclusivamente dalla gelosia e dall'ingratitudine di quest'ultimo. In altra lettera di Cestoni a Vallisneri si legge: Il Redi scoprì questo cervello, e principiò ad andare alla sua bottega circa 30 anni sono, e toccò con mano che questo era un uomo singolare di cervello, e lo propose al Gran Duca Ferdinando, il quale credeva al Redi tutto quello, che gli rappresentava […]. Ora ella consideri come un tal uomo principiò ad insuperbirsi, et a tirar calci a tutti i letterati, et a trattarli male, et ebbe ardire ancora di sparlar del Redi. Questi che era un uomo tanto santissimo, e che non ha mai a' suoi giorni fatto male a nessuno, non gli fece altro male, che nelle sue opere non lo volse mai nominare.
Anche Magliabechi mostrava di apprezzare, seppure con qualche riserva, le doti d'ingegno di Redi e scriveva: Quantunque gl'impegni della Corte poche ore gli concedano di ritirarsi fra le pareti domestiche a far pompa con la sua penna del suo vivace ingegno su le carte, nulladimeno perché inclinato è di molto alle applicazioni studiose, di quando in quando comparisce su 'l teatro del mondo con nuove operazioni del suo vago intelletto e particolarmente con disamine d'osservazioni interne alle cose naturali, da lui con tanto studio indagate, credendo egli in queste materie più assai a quello che vede in fatti che a quello che l'acume dello spirito speculativo arguisce per vicino al vero.
Nessun umano rimpianto tuttavia frenò il Magliabechi, quando a Firenze si sparse la notizia della morte di Redi, di divulgare ulteriori maldicenze su una sua presunta adesione ad idee eretiche, cosa smentita da altri fiorentini quali Anton Maria Salvini e Salvino Salvini.
Che il Magliabechi si sia lasciato andare a siffatte esternazioni non sembra, anche in questo caso, mera illazione ma chiaramente si evince da una risposta, del 27 marzo 1697, data da Ludovico Antonio Muratori ad una lettera irreperibile del Magliabechi: Mi dispiace sommamente l'accidente improvviso e funesto del signor Redi, che Dio abbia in cielo, e molto più per le circostanze che l'anno accompagnato. Io ho sempre avuto in gran credito quel Signore, e mi spiace ch'egli in tutto non abbia corrisposto alla vera morale.
Sarà sempre difficile risolvere l'arcano della pubblicazione o non del "Lucrezio" ma se si confrontano la lettera delle illusioni del 15/V/1674 (e non tanto al suo inizio quanto alla parte centrale) con la lettera delle definitive disilluzioni del 12/X/1675 si nota una sola e fondamentale caratteristica cioè la presenza del Magliabechi quale motore della prossima stampa e di tutte le necessarie autorizzazioni e la sua totale assenza.
Mentre la lettera del 26 luglio 1674 pare assolutamente interlocutoria, quasi che al Marchetti stiano più a cuore opere sue di altra natura o addirittura di altri autori la lettera qui chiamata delle illusioni pare esser riflessa al negativo nella missiva per comodità detta delle delusioni.
L'argomento centrale è sempre la traduzione di Lucrezio, ma la prima lettera ed in particolare tutte le speranze alimentate dal Magliabechi si convertono entro la seconda lettera nella loro totale negazione.


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