cultura barocca
Splendore di Genova e del Dominio Ligure nel romanzo La Rosalinda dello scrittore nato a Sestri Ponente Bernardo Morando prima della "Grande Peste del 1656/'57 = approfondisci qui la Peste del 1656/'57, più terribile e diversa per vari aspetti da quella del 1579/'80 (vedi pure l'epidemia, del 1579/'80 in cui si nobilitò il Capitanato di Ventimiglia per i soccorsi prestati a Genova = da fonti manoscritte d'epoca già inedite) = vedi altresì la geografia del terrificante olocausto del 1656/'57 con i dati coevi dell'epidemia nei contributi di Gio. B. Veneroso e Suor Maria Francesca Raggi Vedi Li lazzaretti della Città e Riviere di Genova del MDCLVII di P. Antero Maria da San Bonaventura e di G. B. Semeria gli Atti eroici di cristiana carità nella pestilenza di Genova nel 1656 = la "figura di Padre Teofilo Rainaudo di Sospello" (ingrandisci la stampa = poi nell'800 giunse la "Morte Algida")

Bernardo Morando celebre romanziere barocco nativo di Sestri Ponente, come qui si legge, esaltò la Serenissima Repubblica di Genova e del suo Dominio nelle pagine del romanzo La Rosalinda = qui leggibile nell'edizione Bazachi del 1650 integralmente digitalizzata ) (anche se è da da precisare che, abbastanza restio nel dare alle stampe, il romanziere a giudizio del ventimigliese Aprosio ebbe editata la sua Opera Omnia grazie ai figli e nipoti a lui legati da profondo affetto). Bernardo Morando manifestò sempre, benché presa sede alla Corte dei Farnese di Parma e Piacenza, incommensurabile amore per la patria e proprio entro La Rosalinda ne tracciò di Genova e di tutto il suo Dominio una splendida delineazione, di grandezza e liberalità = chiaramente l'autore non poteva immaginare che la Città colpita con gran parte del suo dominio dalla Peste del 1579/'80 da cui si era brillantemente ripresa avrebbe subita una nuova e più grave aggressione della Morte Nera nel 1656/'57 al punto che in un oramai dimenticato momento di disperazione a fronte di simile catastrofe persino un frate lasciò scritto = " Ora per quanto salda sia la Fede temo per la mia vita come tremo per la mia morte...nella strada l'aria era diventata pesante...quando fui alla porta l'ho sentita ridermi sulle spalle...sembrava mi volesse ghermire come ha fatto con gli altri: Lei...la Morte, foriera dell'Anticristo, già striscia oscura fra noi..."
Anche in forza degli studi scolastici o comunque dalla fama del Decamerone del Boccaccio quasi tutti sono al corrente della prima grande manifestazione di Peste nel 1347/'48 (qui esaminata sulla base degli eventi del Ponente Ligure, di Ventimiglia e Dolceacqua) e che ebbe altissima mortalità e vasta estensione continentale nonostante i tanti interrogativi sollevati sulla patologia data la scarsezza di fonti oggettive: è certo che portò cattive abitudini se così si può dire come quella dell' "Uomo Nero" della Superstiziosa Paura o più specificatamente in senso diabolico della "Belva nascosta nell'Antro" che all'epoca più che negli Untori di manzoniana memoria e/o nelle Streghe Massime e le Streghe Avvelenatrici in effetti ebbe originariamente a che fare per le superstiziose ragioni che scorrono nell'indice con gli Ebrei, al punto tale che dovette intervenire un pontefice (Clemente VI) con una sua Bolla per invitare prelati e parroci a dissuadere la gente che nulla costoro avevano a che fare con siffatta presunta manifestazione di magia nera = contestualmente a ciò si sviluppò un'altra abitudine, in teoria meno razzista ma in effetti altrettanto drammaticamente discriminante, in questo caso tra ricchi e poveri, che si evince dalla "Cornice" stessa del "Decamerone" e che cioè fermi nelle città ed esposti al morbo gli umili, abbienti, ricchi borghesi e nobili trovassero riparo nelle loro ville, sistemate in luoghi isolati, ameni e mediamente destinati alla villeggiatura ed oltre a ciò guardate da uomini sani e fidati, ben provvisti di armi. Non esiste uniformità di giudizi che
si sia trattato nel 1347/'48 (ed anche '49) di vera e propria Peste Bubbonica intendendosi con questo nome la patologia chiarita da Hecker ed Heser: ma certamente quella da essi studiata apparve poco oltre la metà del '500, sì che, costituitisi dei focolai endemici ,presero comunque a reiterarsi nel tempo ondate epidemiche di sicura Peste Bubbonica tanto per intenderci quella "legata ai parassiti dei ratti" e quasi certamente portata dai Tartari in Crimea e da lì giunta su navi, cristiane e non, in Italia, Francia e Provenza e, proprio tra '500 e '600 due terrificanti epidemie di siffatta Peste Bubbonica, contro cui nessun rimedio risultava efficace anche non comprendendosene l'eziologia, colpirono mortalmente Genova e gran parte del suo stesso Dominio come qui di seguito si può leggere, ed addirittura, cosa sconvolgente all'interno stesso dello sconvolgente olocausto, in forme e modi abbastanza diversi come si vedrà leggendo.
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Nel 1579 - 1580 Genova ed il Dominio furono colpiti dalla Peste che arrecò migliaia di vittime specie tra gli esponenti dei ceti più umili rinchiudendosi, al modo che si è detto sopra, i patrizi e i benestanti, fra le mura giudicate in grado di proteggerli dei loro ben sorvegliati palazzi, nelle loro "ville" e/o "villeggiature" = dallo stato di generale prostrazione si uscì attraverso uno sforzo immane ed anche grazie ai soccorsi prestati dalle contrade rimaste immuni dal contagio (qui si può leggere una relazione d'epoca sulla peste del 1579/'89 e constatare come il Ponente Ligure non ne sia stato aggredito in forza anche dei severissimi controlli e nel contesto di una assidua collaborazione del Capitanato di Ventimiglia con gli Stati circonvicini: i dati documentari permettono anche di evidenziare come il Capitanato di Ventimiglia abbia invviato soccorsi in derrate alimentari a Genova, donde provenne un lettera di ringraziamento qui di seguito leggibile a titolo di Doge e Governatori della Republica di Genova).
Ma nel PIENO XVII SEC. (1656/'57) LA PESTE RITORNO' E QUESTA VOLTA NESSUNO -A PRESCINDERE DALLA CONDIZIONE SOCIO-ECONOMICA- VENNE RISPERMIATO, ALCUNA VILLA O MURAGLIA POTE' FRENARE LA MORTE NERA": NEPPURE LE PIU' ISOLATE, PER QUANTO TRASFORMATE IN FORTILIZI BEN GUARDATI DA UOMINI IN ARMI = secondo alcuni astrologi l'olocausto, perché di questo si trattò, sarebbe stato presagito da congiunzioni celesti apertamente nefaste (cosa che oggi non deve stupire più di tanto essendo
come qui si vede il medico Felice Passera solo il terminale di una tradizione medica che faceva interagire l' insorgere di peculiari patologie ed anche i morbi di specifiche parti del corpo umano con gli influssi, fausti o nefasti, dello Zodiaco).
Comunque, astri o meno, la sua portata fu ben più spaventosa di quella pur terribile del secolo precedente al punto di
far pronunciare - essendosi persa ogni speranza- persino ai religiosi meno saldi nella fede frasi drammatiche come questa.
Già dagli eventi dell'epidemia del XVI secolo i segni della Peste e della fugacità della Vita (vedi) avevano preso come qui ben si vede ad interagire figurativamente oltre che emblematicamente (e puranche a livello predicatorio) con i segni della Vita che diventa Morte: in qualche maniera esemplificati dal contrasto fra la seggetta (portantina) della vita e seggetta (portantina) della morte.
La risposta intellettuale alla situazione estrema della Peste a Genova e nel Dominio oramai decisamente in essere anzi esplosa alla fine in tutta la sua crudezza, non manca e qui piace citare (ringraziando della segnalazione il Sig. Claudio Camerlenghi) un autore ricordato nella sua Silloge di scrittori liguri dal Soprani che lo giudica nativo di Sestri vale a dire
************** Giuliano Rossi ma noto qual letterato sotto lo pseudonimo di Todaro Conchetta **************
che poco prima di morire come tanti per il contagio ne descrisse un quadro terrifico in una sua composizione, quasi a guisa di poemetto in dialetto genovese, intitolata Invention dra Peste (ovvero "Descrizione della Peste": leggibile in testo originale e in traduzione italiana sul bel sito di Alessandro Guasoni = http://digilander.libero.it/alguas/peste.html ) ove non mancano spunti oltre che poeticamente validi quanto drammatici anche documentari come gli interrogativi sul morbo, sulla sua ipotizzata penetrazione in Genova dall'esterno, attraverso abiti o indumenti infetti, sulla Peste effigiata qual Mostro di una possibile Apocalissi pressoché inevitabile avverso uomini oramai dediti principalmente al peccato, per sublimarsi in una sorta di macabra sinfonia della morte costellata dalla casistica più varia di uomini credutisi grandi ed ora abbandonati alla putrefazione anche in luoghi infami e sconsacrati = epitaffio che pare sancito in fine della composizione dal distico
Nuoi de salute no faremo acquisto/ né con triacca né con atro inchiastro (trad. = "Noi di salute non faremo acquisto/ né con triaca, né con altro impiastro")
sollecitando come unico rimedio all'olocausto "il soccorso e la Misericordia della Vergine Maria": l'affermazione che il supposto più potente farmaco contravveleno (in definitiva per i più la peste era un avvelenamento dell'ambiente, dell'aria, dell'acqua ecc.) per secoli vanamente cercato da una miriade di scienziati ed alchimisti vale a dire la
************** Triaca e/o Teriaca (vedi) **************
suona qui davvero come un epitaffio sulla condizione umana portata dalla Peste ai limiti della sopravvivenza (non era una favola questa ricerca di qualsiasi elisir contro la malattia, la morte o a pro dell'allungamento della vita = un nome che può esser fatto tra tanti fu in questa epoca quello di Maria Cristina ex Regina di Svezia che ossessionata dal timore di morte, malattia ed invecchiamento ogni sforzo fece, naturalmente invano, per giungere addirittura oltre la Triaca o Teriaca sin al farmaco universale, alla panacea contro tutto e non a caso sul letto di morte le fu trovata accanto una lettera dell'alchimista S. Forberger in merito al prodigioso Alkaest...qualcosa che rammenta alcune esternazioni di Pier Francesco Minozzi ad Angelico Aprosio in merito al tema della scoperta umana debolezza e del nulla alla fine della vita livella le più svariate condizioni sociali.
A prescindere da queste documentazioni estemporanee quanto belle e di certo emotivamente ad effetto occorre precisare che la " storia " della terribile pandemia è stata a lungo nota in particolare dagli
scritti (specie dall'opera Li lazzaretti della Città e Riviere di Genova del MDCLVII) del sestrese ed agostiniano Padre Antero Maria da San Bonaventura
[ al secolo Antero Maria Micone come giustamente annota il Soprani nella sua opera sugli "Scrittori Liguri" accorpando nome secolare e religioso: Sestri Ponente, 5 settembre 1620 – 7 luglio 1686 come Micconi Fr. Anterus a S. Bonaventura lo registra invece nella sua più moderna silloge il Perini che ne elenca numerose opere oltre quella sulla "Peste" attribuitagli dal Soprani) = l'erudito A. Aprosio nel suo ricchissimo Epistolario lo "registra" col nome religioso Antero Maria da San Bonaventura (3 lettere). sia per consuetudine dell' epoca sia volendo forse sottolineare la reciproca appartenenza alla "Congregazione di Genova, emanazione della Provincia agostiniana di Lombardia" l'agostiniano di Sestri Ponente sempre così si firmò scrivendo al "Ventimiglia" = ad alcuni invero fa specie che Padre Giovanni Battista Semeria nella sua imponente opera qui digitalizzata ove parla dei Secoli Cristiani della Liguria (tracciando fino al XIX secolo la storia dell'Arcidiocesi di Genova e di tutte le Diocesi della Liguria = vedi indici dei vari tomi) parlando della Arcidiocesi o Chiesa Metropolitana di Genova (vedi l'indice specifico in rapporto a questa) dedicando, in relazione alle tante cose che scrive riguardo al XVII secolo, un intiero paragrafo agli Atti eroici di cristiana carità nella pestilenza di Genova nel 1656 (ove elogia anche l'impegno degli amministratori e di tanti pubblici ufficiali) non citi esplicitamente la grande opera di Padre Antero ma, riprendendo l'annalista Casoni, si soffermi ad elogiare assieme a ciò che operarono a vantaggio degli infermi di peste i religiosi di S. Camillo (cui peraltro dedica un paragrafo specifico), l'opera caritatevole e l'impegno sia curativo che assistenziale di di " Assai altri sacerdoti sì regolari che secolari " di cui vien in sostanza scritto che troppo lungo sarebbe stato far l'elenco anche per il rischio di non conoscerne alcuni e di tralasciarne altri = in effetti il discorso generalizzante e fatto per interposto attendibilissimo testimone (il Casoni appunto) può esser stata una scelta pressoché obbligata ma questa può altresì esser dipesa dal desiderio di evitare, anche se la questione era rientrata dopo alcune revisioni, di affrontare una vecchia polemica seicentesca in qualche modo innescata dal Gesuita Padre Teofilo Rinaldo (Raynaldo, Rainaldo, Raynaud) di Sospello che -non condiviso da tutti, scrisse un' opera intitolata De Martyrio per Pestem (vedi) la quale venne per un breve periodo posta all'Indice dei Libri Proibiti e su cui ebbe compito di vigilare Angelico Aprosio allora Vicario della Santa Inquisizione- secondo cui i religiosi avrebbero dovuto esporsi a tal punto estremo a favore degli appestati di non curarsi della propria salute e se contagiati di accettare serenamente la morte quale una sorta di martirio: ciò che in fondo riprenderà il Manzoni a proposito della figura di Fra Cristoforo ne "I Promessi Sposi" ed in qualche maniera in sintonia con alcuni eroici comportamenti tenuti da Padre Antero da "Sestri di Ponente".
Senza dubbio fu un vero olocausto che senza la profilassi ed i severissimi controlli allestiti dallo Stato oltre che la partecipazione di autentici "eroi e martiri" avrebbe potuto "cancellare" la città e le sue immediate dipendenze ed estendersi ad ogni parte del Dominio: attivata da un male incomprensibile dalla conoscenza del tempo e dalla competenza dei medici (i quali si accostavano spesso ai contagiati rivestiti quasi ermeticamente con questo incredibile abbigliamento) qual fu la Peste o "Morte Nera" prese piede ovunque la superstizione specie in merito ai supposti diabolici Untori della Peste (vedi indice) e tenendo anche conto del ricordo delle prediche a Genova di Annio da Viterbo sulla venuta prossima dell'Apocalisse/-i (poi vanificate dal magistero di Padre Benito Pereira) e tuttavia occorre dire che nel Genovesato pur se non mancarono episodi estremamente drammatici dettati da frenesia, terrore e disperazione occorre dire grazie anche alla vigilanza degli "Statuti Criminali" non si ebbero fenomeni eclatanti di Caccia agli Untori come avvenuto invece nel Milanesato a riguardo della pestilenza resa ancora più tristemente "famosa" dalla narrazione (vedi qui una un esemplare di "Grida" o "Bando" contro avvelenatori e untori di peste). La
"GEOGRAFIA DELLA PESTE"
si estendeva ininterrottamente da Chiavari a Savona, lasciando immune, salvo casi non particolarmente numerosi, il Ponente: le vittime si contarono a diecine e diecine di migliaia, tra i nobili perirono 2097 individui, si salvarono quanti riuscirono a riparare in luoghi non infetti

ma a patto di mostrare come in occasione della Peste del 1579/'80 (cui si riferiscono anche alcune dei dati che seguono) ai rastrelli o posti di guardia le necessarie patenti di sanità correndo altrimenti il rischio della fucilazione se non, come anche avvenne della lapidazione da parte della popolazione non infetta ed inferocita: per Genova, in questa pestilenza del 1656, dato che il gran numero di morti nelle strade e nelle case abbandonate oltre che nei lazzaretti incrementava il rischio di ulteriori contagi e morbi, fu basilare l'opera, che gli costò la vita, del senatore Giambattista Raggio che riuscì coi suoi uomini a liberare la città dei cadaveri senza ricorrere agli orribili e funesti sistemi, causa di altre morti, esperimentati in precedenza con l'uso del fuoco.
Per quanto sarebbe possibile arricchire vieppiù queste notizie che paiono comunque oggettive vale a titolo di moderna integrazione rifarsi ad un lavoro non più recentissimo ma comunque moderno vale a dire quello di Danilo Presotto, Genova 1656-1657. Cronache di una pestilenza in "Atti della Società Ligure di Storia Patria", numero singolo, V, 1965 [ anche se a livello di segnalazione si potrebbe dire che da ulteriori investigazioni, specie all'A. S. G. (Archivio di Stato di Genova), Notai comuni, Patelano Antonio, sg. 919, f. 12 e Costa Angelo, sg. 959, f. 4 si potrebbero ricavare ulteriori documentazioni per svariati approfondimenti] = dal lavoro del Presotto si evince che l'epidemia si manifestò gradualmente dal luglio 1656 con una punta di decessi assommante a 300 decessi entro il settembre dell'anno: numero destinato a crescere nel periodo ottobre - dicembre 1656 (con 2500 morti) a scemare tra gennaio - aprile 1657 (un migliaio di decessi) e poi raggiungere nel mese di maggio un picco di 1000 morti all'incirca: queste era solo il segno, il preavviso dell'olocausto ché il contagio esplose trasformando il dramma in funebre tragedia. I decessi infatti crebbero in maniera quasi esponenziale divenendo prima cento, poi duecento, quindi sin a quattrocento ogni giorno. Sul tema è importante una lettera di Gio. Bernardo Veneroso non datata e pubblicata dal citato encomiabile Presotto alle pagine 402 - 403 della sua utilissima pubblicazione:
" (al cadere di giugno 1657 ed ai primi del mese di luglio) ...rinforzò di tanto il male...che i morti crebbero a più di 1200 al giorno. Morsero la maggior parte de' commissarij, tutti i luogotenenti, tutti i capistrada...Si vedevano per le strade cumuli et montagne di morti, roba infinita gettata dalle finestre et molte pazzamente abbrugiate. Per
seppellire li morti mancarono nell'istesso tempo tutti li beccamorti; somministrarno cento schiavi volontarij per volta, poi ancor essi aumentavano il numero da seppellirsi...Mancarono tutti li ministri et operai et essendo la nobiltà et li Senatori alle ville, a loro ancora mancò il modo di venire alla città; facchini seggettrij non vi erano, li lettighieri tutti morti et il venire a piedi era un esporsi certamente alla morte...sì che cessarono tutti li magistrati compreso l'istesso Magistrato della Sanità; si trovarono a Palazzo da 4 5 Senatori con il Duce, a' quali restò il pensiero di tutti i magistrati e di tutta la città per il politico, per la sanità, per la guerra, per l'abbondanza e per tutto quello che poteva occorrere, il tutto senza ministri, senza sbirri, senza tragette, tutti morti, senza soldatesche si puol dire, poiché di 2000 si ridussero a meno di 500, di modo che appena vi restava l'apparenza della guardia delli posti opportuni".
Ancora il Presotto registrando una lettera scritta verso fine agosto 1657 (op. cit., p.414) di Suor Maria Francesca Raggi del Convento di Santa Brigida contribuisce a caratterizzare la differenza tra i decessi causati da questa epidemia e quella del XVI secolo: "...chi può descrivere il numero delle persone morte del secondo ordine? Di questa sorte di mercanti et artigiani grossi, che erano il sustentamento della città, ne son rimasti pochi....".
La città contava all'epoca 73.170 abitanti dei quali solo ed al massimo quattromila non contrassero la peste: la mortalità aveva raggiunto dal 60/70 % l' 80/90 % dei contagiati = per quanto esistano delle difformità di computo anche in rapporto alla topografia analizzata esiste una convergenza tra i calcoli moderni e quelli per esempio del Semeria in relazioni alla portata dell'olocausto che determino tra 45.000 e 55.000 gli abitanti di Genova morti nell'epidemia, raddoppiandosi la cifra con il calcolo dei decessi, pressochè quantitativamente analoghi, avvenuti nel Dominio colpito dalla peste =
con una precisazione d'obbligo già registrata dal Semeria e che cioè, se il tributo di morti maggiore alla maniera solita venne pagato dai ceti umili, questa volta la strage non risparmiò la nobiltà e tantomeno quella borghesia che giustamente nella sua lettera Suor Maria Francesca Raggi riteneva asse portante dell'economia repubblicana (tutto molto diverso da quanto accaduto con la peste del 1579/'80 quando, pur nel contesto di un numero relativamente minore di decessi, di rimpetto ai presunti 28.000 morti entro la città i nobili deceduti sarebbero stati solo 20
Genova vide decimata la propria popolazione e occorsero anni ed immigrazioni dall'entroterra ma pure da altre parti del Dominio (le emigrazioni/immigrazioni in altre zone del Dominio erano possibili se volontarie previa autorizzazione delle competenti autorità ma talora potevano essere anche coatte) per ripristinare la prisca realtà demografica.
Comunque per concludere esaustivamente queste riflessioni vale chiudere rimandando dall'altro allo studio sulla Repubblica di Genova del Costantini che nello stesso volume inizia il capitolo XXII con questa preziosa considerazione:
"Le Peste provocò un vuoto demografico in Genova e colpì selettivamente il Dominio, ma un nuovo rapporto....si era instaurato tra la città e il suo territorio. Dopo il 1657 i popoli delle Riviere scesero ancora una volta a ripopolare la capitale [vedine qui una dettagliata rappresentazione in una cartografia del XVII secolo] in grandi masse, che ricordano quelle descritte da Andrea Spinola negli anni 1610 - '25. In Genova dunque la popolazione tornò in tempi relativamente brevi ai livelli precedenti; nel territorio, al contrario, se si esclude una lieve ripresa agli inizi del XVIII secolo per altro subito interrotta dalla depressione degli anni Venti e Trenta, una stabile tendenza alla crescita demogafica tornò a delinearsi solo nella seconda metà del Settecento "
] .
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Comunque sia grande fu l'opera assistenziale di Padre Antero Maria da San Bonaventura che, nel suo libro, in occasione dell'epidemia di peste che colpì la Repubblica di Genova tra l'agosto del 1656 e la fine del 1658 sconfortato annotò che nella sola Sestri morirono oltre cinquemila persone e che, come drammaticamente ancora scrisse nel contesto di un grande impegno caritatevole, si trattò di una vera strage nonostante le
previdenze profilattiche prese dallo Stato e dall'opera delle strutture assistenziali e sanitarie (peraltro impegnati oltre che ad affrontare la Grande Morte Nera a combattere i ritorni della Superstizione connessa specie alle fantasie su "Untori Demoniaci" e "Streghe Avvelenatrici conniventi con Satana" =
" Sembrava che ci fosse stata la fine del mondo perché da Genova a Sestri non solo non vidi essere vivente, ma neppure un segno che ve ne fossero.
Guardando attorno ero stupito di non scorgere neppure una nave .... Ne seguì una tale moria per cui non vi era più bisogno di
lazzaretti giacché tutto Sestri era un lazzaretto.
Vi si contavano da sessanta a cento morti al giorno, fino quando a Sestri rimase una spaventosa solitudine
".
[l'osservazione di Padre Antero sul fatto di non veder neppure una "nave" non costituiva un'iperbole od un giuoco retorico: era in qualche modo testimonianza drammatica della situazione che rendeva l'attuale epidemia più grave di quella del 1579-'80 quando la popolazione di Genova e dei territori limitrofi fu, come qui si può leggere, rinfrancata da soccorsi da parte di altre località del Dominio = si cita qui, da un manoscritto dell'epoca una spedizione navale da "San Pier d'Arena" in cui palesemente si dichiarava la terribile spedizione di Genova sì che era allora partita dal Capitanato di Ventimiglia, rimasto immune dal contagio, una coraggiosa spedizione guidata dal Capitano di Bordighera Rainero che, con il concorso a fianco della propria d' una nave di Sestri carica di grano, per ordine del "Parlamento di Ventimiglia" condusse a Genova un considerevole aiuto sotto forma di derrate alimentari con l'accompagnamento di questa lettera del Parlamento di cui si ebbe la presente pronta Risposta da parte del Doge e dei Governatori della Repubblica di Genova].
Per i crudeli giuochi del destino tre personaggi illustri videro intrecciati i loro destini intorno a "Sestri di Ponente" (e conseguentemente a Genova) e purtroppo anche i vari aspetti della pestilenza: l'appena citato Padre Antero Maria da San Bonaventura, l'illustre romanziere e poeta di Sestri Ponente ma ormai residente a Piacenza Bernardo Morando che, fra tanti impegni meritoriamente svolti nella sua vita, anche contro la peste o "morte nera" aveva svolto un ruolo importante presso i Farnese a vantaggio della popolazione e che si spense appena prima che la sua mai dimenticata Sestri Ponente ne fosse nuovamente flagellata con tutto il Dominio (ma che, pur lontano, grazie ad amici e parenti era stato rattristato negli ultimissimi tempi della sua vita da lugubri presagi degli astrologi su ritorni di terribili sventure e pandemie) e l'amico di entrambi il ventimigliese Angelico Aprosio che scrivendo al dotto amico siciliano e storico di "Albintimilium o meglio vanamente impegnato a dissipare il teorema epocale del Fuimus Troes cioè di una dispersa Ventimiglia Romana ", il nobile Giovanni Ventimiglia desideroso di riscoprire le radici del suo Casato (anche se, per ammissione dell'archeologo ottocentesco G. Rossi in una lettera a T. Mommsen il celeberrimo studioso tedesco della romanità e in dettaglio del suo diritto e dell'epigrafia fu proprio Angelico Aprosio il primo a scoprire la topografia o meglio intuire il vero sito ove giacevano sotto tonnellate di sabbia i resti della scomparsa città romana) annotò in questa lettera (che qui si può leggere integralmente) =
Mentre un giorno tutto ansioso, e non senza tema d'esser ferito dal pestifero contagio il quale ha poco meno che desolato l'emporio Regio delle onde ligustiche , me n'andava passeggiando per Banchi, m'incontrai per buona sorte nel nostro dottissimo Daniele Spinola, e da esso intesi qualmente V.S. nel bel principio, che si scuoprì il male in Roma, imbarcatosi in Livorno verso Sicilia, se ne fusse tornata in Messina a ripatriare. Io ne lodai il Signore: che per altro haverei temuto non fusse seguito di essa come del virtuosissimo Herrico e d'altri amici".
[a prescindere dai tanti amici letterati uccisi dalla peste in terraferma allude qui agli eruditi meridionali, molti dei quali vanamente cercarono scampo di salvarsi dal contagio imbarcandosi soprattutto verso la Sicilia = molti erano esponenti anche illustri di quell'importante Accademismo letterario meridionale ( di cui faceva parte anche l'enigmatico letterato messinese Antonino Mirello Mora autore del rarissimo e qui digitalizzato poema Arcadio Liberato ) che era variamente legato all'Accademismo Italiano più in generale (vedi indice) neppur escluso Accademismo Ligure in verità assai fragile a fronte di altre esperienze italiane anche per l'
assenza in Genova di una Università: di maniera che per gli studi superiori si ricorreva ad Ordini Religiosi locali o, dai ceti più abbienti, si optava per inviare i figli presso altre grandi città da tempo culturalmente potenziate dall'esistenza di una Universitas Studiorum od Alma Mater
dove i giovani genovesi prendevano spesso a frequentare le
locali rinomate Accademie che fiorivano attorno alle sedi universitarie come a Venezia la celeberrima Accademia degli Incogniti:
ricordiamo a titolo di esempio il
caso del nobile genovese Giuliano Spinola Marmi che condusse a Venezia a studiare il figlio Tommaso destinato a scrivere giovanissimo un'opera anche apprezzata cioè L' Anatomia dell'Invidia
ma neppure dimentichiamo l'
importanza attribuita come sedi universitarie per esempio a varie città della Toscana che (ma anche dell'Emilia e Romagna)
e, per citare a campione un caso celebre nel XVII secolo, basta pensare a
Siena accanto alla cui Università stavano prestiose tradizioni accademiche e presso cui tanti furono i giovani genovesi che vi studiarono prendendo poi consuetudine a frequentare gli eruditi delle locali Accademie].

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(Informatizzazione e testo a cura di Bartolomeo Ezio Durante)

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