Domenico Antonio Gandolfo, che pure aveva da giovanissimo fatto testamento a pro del cenobio agostiniano intemelio poi durante il fruttuoso periodo di collaborazione con Angelico Aprosio (la cui ultima documentazione risale alla notte dell'Epifania del 1681) da cui apprese molto e grazie al quale amplificò vieppiù l'amore innato per i libri (tanto che assieme a quello di Concionator si meritò il soprannome, comunque abbastanza consueto nell'epoca, di Bibliofilo sia per l'universalmente sua elogiata opera qual successore del Maestro che per aver finalizzato tutte le opere ideate dal "Ventimiglia" per la "Libraria" ma che questi non riuscì a portare a termine a causa della morte nell 1681 per una malaria terzana).
"Giovanni Mario Crescimbeni (Macerata, 9 ottobre 1663 – Roma, 8 marzo 1728) è stato un poeta e critico letterario italiano, noto per essere stato fra i fondatori dell'Accademia dell'Arcadia (1690) di cui divenne custode generale pubblicanso
la qui digitalizzata opera L' Arcadia del canonico Gio. Mario Crescimbeni custode della medesima Arcadia, di nuovo ampliata, e pubblicata d'ordine della Generale Adunanza degli Arcadi, colla giunta del Catalogo de' medesimi (1711). Giovanni Vincenzo Gravina (Roggiano Gravina, 20 gennaio 1664 – Roma, 6 gennaio 1718) è stato un letterato e giurista italiano, nonché uno dei fondatori dell'Accademia dell'Arcadia.
Nello stesso 1678, appena giunto, da autentico innamorato della "Biblioteca ventimigliese" espresse al maestro la propria volontà di fare un lascito a vantaggio della "Libraria".
Non è facile dipanarsi in questa materia e nella motivazione di siffatte volontà ma la cosa che maggiormente stupisce è che da Aprosio ne ebbe un cortese diniego = di questa vicenda proprio il Gandolfo ci ragguaglia grazie alla sua opera "Fiori Poetici dell'Eremo Agosiniano qui digitalizzata: Aprosio come scritto rigettò cortesemente l'offerta a vantaggio della "Libraria-Museo fattagli dal discepolo proponendo altri donativi ma non alla "Libraria" bensì al Convento ed alla annessa Chiesa. Gandolfo accolse il suggerimento ed al complesso religioso donò con notevole spesa sei candelabri d'argento per la "Sagrestia" E' plausibile che per quanto concerne i dati raccolti 5 di questi siano andati poi trafugati durante la "battaglia del Convento tra Francesi ed Austro Sardi nel 1748", restandone uno assai prezioso in seguito purtroppo asportato, con altri preziosi, per i deliberati di requisizione di beni da chiese e conventi ufficialmente allo scopo di incentivare l'istruzione pubblica e laica a danno di quella religiosa della rivoluzionaria Repubblica Ligure di per se stessa programmaticamente anticlericale (e non esente da eccessi come quello perpetrato, da due suoi commissari, a scapito della Diocesi intemelia e del vescovo Clavarino) anche se nella sostanza dei fatti assoggettata alle direttive di Napoleone Bonaparte formalmente protettore della stessa ma di fatto quasi suo padrone, con il proprio malcelato progetto poi attuato di assimilarla nell'Impero francese che avrebbe presto creato e che nel suo programma di centralizzazione in Genova di beni culturali e soprattutto di libri nell'ideazione di una Biblioteca centrale fece spogliare di volumi non religiosi molte "Librarie" di religiosi ed ecclesiastici tra cui spicca il caso dell'operazione Semino/-i, fortunatamente finalizzata in parte limitata, a scapito dell'Aprosiana.
Prescindendo da tal limitata depredazione, è da rammentare che
la trascuratezza sino a metà ottocento delle amministrazioni comunali sotto il cui controllo era passata la Biblioteca degli Agostiniani, aprì la strada perniciosa, a causa di trascuratezza, sine cura, lucroso interesse di vari ed avidi amministratori nen esenti dal vendere a ricchi antiquari volumi e manoscritti di pregio, per un declino di Convento e soprattutto "Libraria-Museo".
Ritornando al diniego aprosiano per il donativo propostogli dal Gandolfo si possono formulare alcune ipotesi = che Aprosio non ritenesse necessaria una sovvenzione per la Biblioteca, sua creatura, pare poco probabile perché "il Ventimiglia", le cui disponibilità economiche erano limitate avrebbe dovuto acquisire altri fondi per finalizzare l'erezione della "Libraria" che data la sua norte sarebbe stata portata a compimento proprio da Domenico Antonio Gandolfo.
Risulta invece assai più credibile che l'anziano bibliotecario rinunciasse ad un donativo per la sua "creatura", nel contesto di una vita cenobitica sempre possibilistica di contrasti e contenziosi ( pregressi o futuribili in rapporto all'istituzione del suo Museo Aprosiano), non volendo correre il rischio pubblico d'esser accusato d'aver plagiato il giovane allievo atteso che il PLAGIO rientrava pur sempre tra le accuse che abbastanza facilmente si muovevano all'epoca, senza affatto escludere gli ecclesiastici.
Dopo la fondazione prese lo pseudonimo di Alfesibeo Cario.
Divenne custode generale dopo l'allontanamento di Gian Vincenzo Gravina, l'altro fondatore dell'Accademia. Gravina aveva in mente per l'accademia un progetto di rinnovamento culturale molto ambizioso, ma gli altri Arcadi preferirono la proposta più moderata dello stesso Crescimbeni che mirava a ripristinare il buon gusto letterario contro le degenerazioni barocche del secolo precedente.
Crescimbeni presentò come modello letterario Francesco Petrarca e s'impegnò a che l'Accademia diventasse un importante circolo di letterati e uomini colti in tutta Italia.
Fu tra i primi a tracciare (mediante anche la raccolta di testimonianze, documenti e fonti autorevoli) un profilo storico della poesia italiana.
Tra il 1693 e il 1694 Crescimbeni scrisse l'Elvio, pastorale tragica o «più tosto istoria velata di poesia». Le motivazioni alla base dell'opera sono da ricondursi alla diatriba scaturita tra i membri dell'Arcadia e, in particolare, all'insorgere dei primi scontri tra Gravina e Crescimbeni. Lo sviluppo della vicenda nella tragedia è allegorico: i personaggi che la animano trovano i corrispettivi nell'Accademia.
Il protagonista è il pastore Elvio, alter ego dell'autore e personificazione dell'Ingegno. Lucrina, la Poesia, è innamorata del pastore e da lui corrisposta ed è la figlia di Opico Erimanteo, ovvero Gian Vincenzo Gravina. Rivale della Poesia è Mirzia, figlia di Uranio Tegeo (Vincenzo Leonio).
L'opera è introdotta da un Prologo pronunciato da Fedeltà, personaggio che racconta di aver perso la propria condizione di divinità a causa dell'invidia dei nemici e costretto a vagare in cerca di un ricovero, che trova presso i pastori. Qui si unisce ad Amore, ma Gelosia giunge a turbare la pace con l'intento di separare Elvio e Lucrina (Ingegno e Poesia). Lo screzio tra i due scaturisce dalla decisione del pastore di difendere la vergine Mirzia dal mostro dell'Ignoranza cui è destinata ad essere sacrificata.
Nel 1697 alcuni accademici dell'Arcadia si accordarono per la pubblicazione di un'edizione commentata dei sonetti di Angelo di Costanzo; il progetto venne presto abbandonato, ma Crescimbeni decise di comporre comunque l'opera, che intitolò Bellezza della volgar poesia. Scelse la forma dialogica: il testo è composto da otto dialoghi che, prendendo spunto dai componimenti di Costanzo, esprimono i principi estetici generali alla base dell'Accademia dell'Arcadia.
Discendente da una rispettata famiglia, ricevette la sua formazione dal cugino Gregorio Caloprese, il quale era conosciuto come poeta e filosofo, dopo la quale Gravina fu a Napoli dove studiò diritto canonico a lungo. Nel 1689 si recò a Roma, dove, ispirandosi al programma di rinnovamento poetico avviato da Cristina di Svezia, fu cofondatore e ideologo dell'Accademia dell'Arcadia, fondata nel 1690 con l'intento di riformare la poesia mettendo al bando il Barocco e l'eccesso poetico nel nome di più razionali modelli classici. In questa accademia si svilupparono ben presto due diverse tendenze: quella dello stesso Gravina, basata sui modelli di Dante e Omero e sostenitrice della funzione civile della letteratura, e quella più moderata e disimpegnata di Crescimbeni, che si rifaceva più che a Petrarca al petrarchismo cinquecentesco. Le tensioni tra le due fazioni e le rivalità interne all'assemblea degli Arcadi portarono allo "scisma d'Arcadia" del 1711, in seguito al quale i 'graviniani' fondarono nel 1714 l'Accademia dei Quirini, erede dei principi fondativi dell'estetica graviniana: la verosimiglianza a garanzia della funzione educatrice o civilizzante della letteratura. Tra gli allievi di Gravina, anche il poeta e librettista Pietro Metastasio, al quale fornì un'ottima formazione letteraria. Questi divenne anch'esso un eccellente membro dell'Accademia dell'Arcadia" .
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