cultura barocca

A Bordighera nella chiesa parrocchiale di S. Maria Maddalena iniziò Domenico Antonio Gandolfo a guisa d'un figlio amato discepolo di Angelico Aprosio e suo splendido successore nella direzione della Biblioteca intemelia oltreché erudito, all'epoca, di gran fama purtroppo oggi obliato iniziò quella "carriera" di predicatore religioso che lo portò a celebrità in tutta Italia attraverso una sequela di viaggi spesso rischiosi tra varie contrade e che gli gli meritò quel titolo di Concionator Generalis dell'Ordine Agostiniano come attestato in questo documento dopo un un momentaneo ritorno dalle prestigiose sedi laziali e romane nella natia Ventimiglia, prendendo dimora entro il locale Convento di S.Agostino, nel 1702, onde ancora predicare dal pulpito della Cattedrale della città.
Fu però nella predica tenuta nella cattedrale di Ventimiglia nel 1679 a soli 25 anni ( predica poi destinata alla pubblicazione sotto titolo de "Il Beneficato Beneficante...") in un clima di cupa ansia che tenne la sua
orazione sacra forse più coinvolgente dal lato emotivo in un triste primo novembre del 1679 che tempo dopo definì "il giorno della paura" in qualche modo parafrasando ma mai condividendo quanto molto prima Annio da Viterbo aveva tuonato nelle sue iridescenti ed apocalittiche prediche a riguardo dell'"anno della paura"
inquadrando invece il tema d'un vociferato quanto temuto ritorno della peste in un discorso barocco, fideistico e di speranza, per cui, senza cenni a
punizioni divine, infernali apocalittiche catastrofi, untori, stregoneria ecc.
come gradito anche ad alcuni
predicatori del tempo sì da generare ulteriore timore
sarebbe avvenuta la
tutela della città da molti mali, e piuttosto il suo rifiorire, sin dal 1650, garantita dall'incrementato culto per S. Secondo e da quello sancito dopo pregresse e condannabili trascuratezze, per le "Anime del Purgatorio" =
un rifiorire dopo i cenni su una supposta decadenza attestato dal Gandolfo con la frase "Mà che dissi? Eh nò che non sei così ridotta al verde come hora ti descrivo".
La predica si doveva tenere in un giorno speciale dedicato a profonda interiore riflessione cioè la festività di tutti i Santi (che precedeva la commemorazione dei defunti) eventi spirituali sui quali alcuni ventimigliesi capaci o meno di leggere si erano procurati il "Leggendario dei Santi nella traduzione del Manerbio" ma tra i fedeli pure in quel giorno, come in quelli che lo avevano preceduto, mancava la serenità doverosa per vivere la spiritualità di tali ricorrenze e le ragioni, per tutti, dipendevano da un incupimento connesso a ripetute notizie e voci sul possibile avvicinarsi di un male oscuro, quel male di cui con timore talora appena si sussurrava il nome al'epoca usuale cioè di "morte nera" , la peste, che ovunque passava portava incredibili devastazioni, della cui causa nulla si sapeva al punto di alimentare tante dicerie sino a paranoiche e superstiziose spiegazioni quale evento apocalittico, segno di qualche divina punizione od al contrario dello scatenarsi di forze diaboliche.
. Il Gandolfo era conscio di questo clima e avvertiva in molti preoccupazione e paura, era consapevole che dal pulpito si sarebbe trovato di rimpetto una folla spaventata, non tanto né solo per il ricordo dei precedenti contagi (dopo l'epidemia del 1628 e quelle del 1578-'9 e del 1656-'57 che avevano devastato il Dominio di Genova seppur poco colpendo il Capitanato intemelio) e per le notizie via via sempre più diffuse, sull' epidemia milanese del 1629-'30 per la quale si giunse non solo a parlare di diabolici untori bensì addirittura a proporne a stampa improbabili raffigurazioni come qui si vede nel caso del fantomatico Aldrui D'Orsa ma ancor più in quanto tutto ciò induceva a rinvangare vecchi e tramandati ricordi, in effetti mai sopiti, su quanto accadde nel genovesato durante la pestilenza del 1579-'80 per la quale già si era parlato di demoniaci propagatori del male con racconti, enfatizzati per mezzo di fantasiose quanto terrificanti narrazioni, di arresti e torture di alcuni sospetti untori nel Dominio di Genova e nel caso dell'estremo Ponente del ben noto quanto tragico, durante l'epidemia del 1579-'80, evento della lapidazione popolare di uno sventurato da alcuni ritenuto un appestato in fuga dal luogo natio ma comunque propagatore del suo male e da più altri ancora reputato un vero e proprio malefico untore.
Domenico Antonio Gandolfo ispirato all'arte predicatoria di Paolo Segneri ed Angelico Aprosio estranei al novello "predicare alla moda", da "Il Ventimiglia" definito buffonesco e talora volgare non prese in considerazione di doversi rifare a contenuti apocalittici con i non rari cenni a presagi astrologici messi spessi in atto da altri predicatori per quanto potessero ad effetto, reputandoli disdicevoli particolarmente in questa occasione e nemmeno ritenne opportuno concentrare il suo registro predicatorio su prevalenti riferimenti al temuto avvento della pestilenza.
Dell' "Ircana Tigre" come definì la "morte nera" parlò anche per dare conforto e speranza ai fedeli, ma scelse di farlo in un contesto trattandone entro un organismo predicatorio elaborato con accuratezza. Tra la sorpresa di non pochi
articolò un discorso non direttamente rivolto ai fedeli bensì alla città di Ventimiglia personificata da realtà ambientale ad ipostasi, dapprima compiangendone la decadenzaza da varie ma antiche grandezze e glorie per poi, di colpo, riabilitandola quale città giunta a nuova seppur diversa grandezza per gli effetti di una rinascita religiosa sublimata dal culto di S. Secondo e dall'erezione, di un luogo di culto per le "Anime del Purgatorio", sì da restare in tema ai contenuti spirituali della predica.
Il suo meccanismo retorico custodiva energie imprevedibili che avrebbero quindi sì proposto, ma assieme a varie altre, riflessioni sulla peste senza però farne il perno centrale del suo parlare.
La fioritura della città, secondo l'interpretazione gandolfiana, per una aumentata devozione popolare sarebbe avvenuta in coincidenza con quanto di proficuo fatto, partendo dal 1650, a vantaggio delle "Beneficate" Anime del Purgatorio, per il cui intervento "Beneficante" la città sarebbe rifiorita in tanti aspetti, religiosi, sociali, culturali (accuratamente elencati dal predicatore) e pure di sanità atteso che mentre la Liguria era dilaniata dalla peste, Ventimiglia nel 1656-'57 ne fu risparmiata, giungendo il Gandolfo adaffermare che mai più sarebbe penetrata nella citta per la prevenzione da parte di esse da "Beneficate" divenute "Beneficanti".
Considerazioni funzionali per un popolo semplice il quale, di rimpetto ad un male non interpretabile od in qualche modo spiegabile, invece che nella superstizione con tutta le possibii negative conseguenze, avrebbe potuto trovare nella fede un soccorso spirituale o quantomeno un filo di speranza.
La predica gandolfiana la si potrà certamente definire di parte, nel suo affidarsi alla fede senza proporre all'uditorio l'urilità dei provvedimenti sanitari già messi in essere dal 1578-'80.
Tutto questo è condivisibile, ma il Gandolfo finì con il postulare i rari vantaggi della fede da cui nasceva la speranza, senza l'angustia alimentata da un terrore, dal quale, se generato della superstizione, non sarebbe stato possibile mai emanciparsi.






Sulla scia di Paolo Segneri, già celeberrimo predicatore le cui orazioni con altre pubblicazioni digitalizzate a questo collegamento e pure su quella dell'Aprosio già illustre come oratore sacro di Quaresimali
sentiva di non dover indulgere nel parlare ai fedeli al modo del predicare secondo la nuova moda" facendo del pulpito una sorta di palco per spettacoli con iridescenze verbali e gestuali. spesso inopportune se non sgradevoli onde attirare l'approvazione, quasi si fosse a teatro, degli uditori come pubblicato dal "Ventimiglia" nel rimo Scudo di Rinaldo (capitolo XIV) citandovi casi di predicatori soliti a trasformarsi in veri e propri buffoni atteso, come si legge in questa lettera ad Aprosio del 1660, che la scelta degli oratori sacri specialmente in occasione dei "Quaresimali, era fatta col voto degli "Officiali" delle comunità religiose, e che, venendo retribuiti, vari oratori, per essere scelti, si proponevano alla stregua di veri teatranti in grado di riempire le chiese di fedeli eccitandone l'attenzione e il plauso con ogni sorta di espedienti declamatori, non mancando di ricorrere a narrazioni fantasiose talora intrise di argomenti fiabeschi se non, e purtroppo, orrorifici come poteva essere il richiamo a figure diaboliche, tra cui appunto anche i supposti "untori" o propagatori di pestilenze con il risultato di non offrire speranze ma solo di incentivare paura e superstizione
Era un giorno di paura quel primo novembre 1679, ed il giovane predicatore sapeva in cuor suo di non dover usare
toni apocalittici come quelli che innescarono nel 1480 l'anno della grande paura quando Annio da Viterbo tuonando dal pulpito nella cattedrale di Genova dopo la conquista turca di Costantinopoli preannunciò l'avvento dell'Anticristo tramite l'identificazione di questi con Maometto II il conquistatore e descrivendo turchi e saraceni, scuri di pelle quali suoi serventi demoniaci. Sapeva il Gandolfo sulla base del materiale librario aprosiano quanto questa falsa precognizione , demolita ai primi del '600 da Benito Pereyra, avesse generato frenetico e supestizioso terrore tra le folle in Liguria, e non solo, portandole al limite di paranoica disperazione.
Era consapevole Il Gandolfo che, sarebbe stato un errore gravissimo, accendere quegli animi spaventati sino al mero terrore riesumando paure per diaboliche ragioni, come facevano altri oratori sacri, predicando il dilagare della peste quale una sorta di punizione divina verso un'umanità così rea di scarsa devozione da rendere possibile l'insorgere a suo scapito di infernali propagatori del contagio.
Sapeva altresì di non dover far cenno alcuno a quelle cogiunzioni sia astrali che cataclismatiche e storiche menzionate da Annio a supporto del suo apocalittico presegio, in alcun modo dovevano essere riesumate e ciò per due motivi.
Il primo dipendeva dal fatto che
la peste del 1579-'80 era stata accompagnata se non preannuciata da eventi che ne avevano, per molti, sublimata l'interpretazione, sopravvissuta nella memoria collettiva, qual sorta di punizione soprannaturale mentre il secondo motivo era legato al fatto che l'eclisse solare del 1654 era stata interpretata da vari astrologi liguri anche di grande reputazione come un segno nefasto della peste esplosa ferocemente nel 1656 e della cui strage a Genova fu testimone, durante un suo lungo soggiorno, il maestro Aprosio che ne scrisse in questa lettera al conte Giovanni Ventimiglia.
In siffato momento della storia ventimigliese proporre questi argomenti, anche con abile e corretta oratoria priva di funamboliche iridescenze volte ad eccitare gli animi, avrebbe contribuito a compromettere la sanità mentale, spirituale e di conseguenza generare comportamenti pericolosi se non tragici come quello dell'ottobre 1579 da parte di individui con le menti già pervase dalla febbre di superstiziose angosce.
Il Gandolfo evitò tutto ciò e scelse, fra la probabile sorpresa dei più, di non affrontare direttamente quanto tutti si aspettavano dalla sua arte oratoria ovvero considerazioni, di certo alternative rispetto ai provvedimenti statali in atto, sull'argomento di cui tutti, con timore parlavano, il terrore di ritorni dei contagi della morte nera le cui, per l'epoca, incomprensibili cause erano in grado di suffragare molteplici interpretazioni.
Non è certo dato sapere con quale tono, timbro vocale tenne la sua concione ma esaminarne il contenuto è indiscutibile calcolando che la predica, come già scritto e qui digitalizzata fu pubblicata, anni dopo, nel 1683 sotto titolo de Il Beneficato Beneficante ombreggiato nella città de Ventimiglia rimunerata de'suoi beneficij fatti all'anime del purgatorio discorso composto, e poi recitato nella cattedrale della detta città la sera de' Santi in occasione delle quarant'hore l'anno 1679. Dal Padre Bacciliere Fr. Domenico Gandolfo Agostin. Predicatore Generale, & all'hora Priore del suo Monastero, editato in Genoua, per Anton Gior. Franchelli.
Sorprendentemente senza riferirisi immediatamente ai ventilati ritorni di un'epidemia (temuta al momento che invero non si sarebbe però verificata) il Gandolfo, in maniera colta ma senza erudite esagerazioni, non si rivolge ai fedeli ma alla città di Ventimiglia della quale, in una sorta di climax in apparenza discendente menziona, documentandola nei suoi vari aspetti storici, l'antica e perduta grandezza sin dai tempi della romanità per giungere all'età medievale ed al Rinascimento ma, dopo aver data l'impressione di compiangere tale decadenza quello che pareva un climax discendente dall'oratore viene di colpo convertito in uno ascendente con la cesura segnata con l'esclamazione, in un'imprevista inarcatura espressiva contraddicendosi per voluta efficacia retorica , "Mà che dissi? Eh nò che non sei così ridotta al verde come hora ti descrivo".
Da qui un nuovo climax ascendente si snoda procedendo il discorso dall'affermazione a partire dal 1650 di una nuova e diversa grandezza della città non più connessa a fortezze, monumenti od eroiche imprese ma alla fortezza spirituale di Ventimiglia via via proponentesi nell'erezione di edifici cristiani di culto ed in un incremento popolare di devozionea suo motivato parere sublimato dall' erezione appunto nel 1650 d'un nuovo complesso cultuale a riguardo del quale nella nota 14 di pagina 25 della pubblicata predica gandolfiana si legge " La prima volta la sua fundatione del 1643, in un'altra Chiesa, della quale non c'è altro, che le vestigie, e questo perché era molto angusta"
Da questo punto il Gandolfo procede ad esaminare come sempre volgendosi idealmente alla città di Ventimiglia dicendo "Ben conosco che da, ch'appena ergesti la Pira Beata di quella Chiesa vai proseguendo, che fù del mille sei cento cinquanta, per abbrugiare con una santa Carità parte di tue sostanze in suffragio dell'Anime del Puratorio, che all'hora novella Fenice cominciasti à risogere più gloriosa".
Le Anime del Purgatorio diventano così il motore di tutta l'opera retorica gandolfiana celebrando con l'incremento della fede popolare lo sviluppo ventimigliese seicentesco in rapporto a tante strutture religiose pure connesse ad eventi di ordine culturale come da qui si può leggere ma il loro culto diviene una discriminante tra il bene generato dalle origini di simile suffragio ed il male precedente alla sua assenza. E così il Gandolfo, a guisa d'esempi propone come durante la guerra tra Ducato sabaudo e Repubblica di Genova nel 1625 la città priva del supporto delle Anime del Purgatorio avesse pagato a caro prezzo, come di fatto avvenne, il "furore dei nemici" essendone invece risparmiata, assistita dalle Anime del Purgatorio in occasione di tal reiterato conflitto nel 1672 dopo che ormai da anni la città era dedita al suffragio delle stesse.
Senza tralasciare altri esempi di migliorie successive al fatidico anno 1650 come caratterizzato sorgere nel territorio ventimigliese di splendidi edifici religiosi e civili entro una condizione ambientale in un via via di costante miglioramento, con bei giardini, ville ed orti senza dimenticare il sempre crescente numero di letterati, tra cui non pochi religiosi deatinati a luminosa "caeeiera", e più in generale e del livello generale istruzione anche in virtù dell' erezione di quella autentica " Gemma" della città ovvero la "Biblioteca Aprosiana in grado di conferire lustro a Ventimiglia con la diffusione del sapere in ogni contrada d'Italia ed Europa.
Sono riflessioni fideistiche, oggi certamente discusse e discutibili, ma in grado di far breccia nell'animo semplice dei fedeli dell'epoca, di rimpetto ad un male devastante sulle cui cause non esisteva alcuna certezza: un motore, come si è detto appena sopra, che permette al Gandolfo di affrontare il tema spinoso della peste portando speranza in luogo della paura e di atti inconsulti.
Ed eccolo allora rammentare agli uditori come
le Anime del Purgatorio in cooperazione con il martire San Secondo patrono della città avessero preservato i ventimigliesi dalla terribile dalle epidemia del 1656-'57 come si evince attivando questo collegamento che porta alla visualizzazione pure dei brani dalla pubblicazione gandolfiana: una prevenzione, a giudizio del relatore, destinata a reiterarsi nel tempo, fermo restando il culto delle Anime del Purgatorio e di S. Secondo




riproduzione a cura di B. E. Durante

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