cultura barocca
A. Cebà' Splendor de' Letterati ne Li Scrittori della Liguria di Raffaele Soprani - Sarra / Sara Copio Sullam bellissima ed enigmatica erudita del Ghetto degli Ebrei a Venezia = il ruolo per la formazione della donna dell'intellettuale ebreo Leone Modena, i servizi ma alla fine soprattutto gli imbrogli, anche esoterici tra fantasmi ed entità malefiche di N. Paluzzi, la polemica con B. Bonifacio sul dibattito dell'" Immortalità dell'anima " e quindi analizza il "glorioso" fallimento del genovese A. Cebà di convertire la donna dall'ebraismo al cattolicesimo = a titolo di approfondimento basilare vedi infine una importante documentaria lettera di A. Aprosio "il Ventimiglia" all'erudito e sillogista romano Prospero Mandosio e del pari le illuminanti osservazioni di G. Busetto nel suo saggio La leggenda erudita di Sara Copio Sullam, letterata del ghetto di Venezia (in AA.VV., Il gran secolo di A.Aprosio, Sanremo, 1981)

SARA COPIO SULLAM (vedine qui un RITRATTO con la considerazione dell' IMPORTANZA ALL'EPOCA DELL'INTERSCAMBIO DI UNO O PIU' RITRATTI FRA CORRISPONDENTI come nel caso COPIO-SULLAM/ANSALDO CEBA' OVE TALE CONSUETUDINE risulta addirittura un tracciante per comprendere LA PERSONALITA' DELLA DONNA).
SARA COPIO SULLAM fu una ricca erudita ebrea di XVI-XVII secc. residente nel Ghetto di Venezia [nella sua onomastica son però da rammentare anche le varianti Sarra e Coppio, Copia, Coppia (cognome paterno - Sullam era il cognome del marito Giacob) = ancora giovane morì a Venezia nel 1641 ove se ne può ancora vedere la tomba nel cimitero ebraico].
Nell'ambito della loro relazione epistolare evolutasi tra il 1618 ed il 1622 (con un ritorno da parte della donna che scrisse un sonetto per onorare la morte del Cebà) l'allora celebre letterato genovese (ricercato dalla donna dopo che ne lesse con entusiasmo il poema erioco La Reina Esther) ANSALDO CEBA' cercò senza successo di convertirla al cattolicesimo: vedi =
LETTERE DI ANSALDO CEBA' SCRITTE A SARRA COPIA...,
per il Pavoni, Genova 1623 (qui integralmente digitalizzate).
In effetti il libro del Cebà si apre e (tra momenti di profonda partecipazione emotiva sin ai limiti dell'erotismo tra l'uomo e la donna nel contesto di un vero e proprio interscambio d'amorosi sensi) quindi si chiude come una sorta di glorioso fallimento dell'opera di un buon Cristiano a pro della conversione di un'Ebrea cosa che corrisponde ai dettami epocali della Chiesa Romana volta ad un inasprimento come sotto meglio si leggerà a scapito delle Comunità Ebraiche e se proprio si vuole puntualizzare cosa ancora più giustificata dall'Imprimatur concesso dall'intransigente Inquisitore Generale di Genova Eliseo Masini potente e temuto estensore del Sacro Arsenale overo Prattica dell'Officio della Santa Inquisizione.
La finalità teologica e catechistica a pro della conversione della donna al Cattolicesimo (di cui peraltro ancora ai primi del XIX secolo -come in questo caso sempre a Venezia- si usava dar riscontro in quelle forme di protogiornalismo che erano i "Ragguagli" o "Fogli Volanti") pare esplicita ed indubbia, talora persino quasi insistita nel contesto di altre osservazioni non in tema: per chi ha dimestichezza con l'elaborato e talora criptico modo di esprimersi del tempo ed ancor più di comunicare pubblicamente, magari presupponendo altrui letture se non una stampa ne trae l'impressione che, ben oltre il formalismo di una corrispondenza epocale, la corrispondenza Cebà - Copio Sullam abbia in qualche modo risentito della prudenziale costumanza di quella Dissimulazione Honesta che Torquato Accetto trasformò in maniera di comunicare aggirando perigli e sospetti.
Tra le righe della lettera sotto proposta di Angelico Aprosio a Prospero Mandosio il riferimento a doni ed altri favori intercorsi, oltre la corrispondenza, tra il Cebà e la Copio Sullam si intuisce l'idea, epocalmente poco esplicitata date le costumanze, di un rapporto umano assai più complesso di una intellettuale discussione teologica = la bella, ricca ed autonoma, verosimilmente per i tempi disinibita e intelligente Ebrea -che cercò per prima il Cebà come ancora scrisse Aprosio- dovette lusingare il celebre ma anziano poeta e probabilmente lo coinvolse dal lato emotivo ben oltre l'aspetto sostanziale e formale della discussione di argomento religioso. Per l'estensione di tutta l'opera del Cebà si nota in effetti la ramificata evoluzione di un rapporto profondamente umano tra un uomo ed una donna per quanto diversissimi = non abbiamo le lettere della donna (solo le sue liriche compaiono nell'opera) ma il Cebà già nel suo avviso AL LETTORE si premura di avvisarlo che se non campaiono le lettere e quindi gli argomenti trattati dalla bella Ebrea lui stesso ha provveduto a non rendere oscura la lettura delle sue lettere, specie in caso di risposta a quanto appreso dalla donna: per esempio alla VI riga di pagina 2 -ove l'autore augura alla donna che Dio le conceda la prosperità di generare e allevare figli- in forma di glossa compare sul margine il numero 2 che rimanda al citato avviso al lettore e, come scritto dall'autore, al corrispondente numero 2 dove leggesi "S'era doluta d'essere stata vicino a morte per parto abortivo" (la stringatezza del Cebà, preoccupato soprattutto di informare delle ragioni del suo auspicio per lei ai fini d'una fausta maternità, non permette di intendere con quale tono emotivo la donna lo abbia ragguagliato: ma di certo, vista l'epoca e la riservatezza su certe tematiche, il fatto che una donna informasse specificatamente un lontano corrispondente dei motivi esatti della sua scarsa salute e in particolare a causa di un aborto spicca quantomeno come una sanzione di dimestichezza e confidenza oltre che di spregiudicatezza nell'esprimersi ad un uomo). Ma i segnali d'una autentica "corrispondenza d'amorosi sensi", come già detto, va oltre questo assunto e solo a titolo documentario, fra altre attestazioni, giova qui rammentare alcune sarcine narrative come quella concernente il fatto di potersi finalmente vedere quantomeno per il vicendevole scambio di ritratti cui seguono a guisa di commenti due sonetti, il primo della Copio che si presenta e descrive in catene (dichiarandosi "Ancella di Ansaldo Cebà) e quindi il secondo del Cebà che nella prima parte della donna veneziana elogia beltà e giovinezza ponendole a fronte la sua avanzante vecchiaia [ argomento trattato a lungo invero quello dello scambio di ritratti (peraltro variamente leggibile) e, una volta finalizzatosi il progetto, caratterizzato da una percettibile preoccupazione del Cebà di esser apparso alla donna sgradevole scrivendo egli -lettera XVIII, 1619, di Genova- "Il mio volto è più da spaventare, che da consolare" ] = in siffatto contesto se non stupisce la lettera del Cebà a Giacob Sullam, marito della Copio, quasi a cercarne l'amicizia evidenziando le sue esclusive basilari finalità catechistiche dell'autore genovese indubbiamente colpisce l'immaginazione di chiunque l'incipit della lettera XXXVIII del 1621 sempre di Genova ove si legge "Signora Sarra, che s'io non fossi Christiano, e canuto, mi fareste venire voglia di far l'amore con voi da dovero" (in cui l'inizio emozionale e coinvolgente, assai poco formale, vien poi demotivato -forse per una presa di consapevolezza del Cebà- da riferimenti alle differenze invalicabili tra loro sussistenti e, per riportare il discorso al tema ufficiale dell'auspicata conversione della donna, con cenni alla resistenza della bella veneziana, quasi a preannunciare, verso la fine dell'epistola, l'occaso di un rapporto emozionale strutturato su molteplici postazioni intellettuali ma pure sentimentali).
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Il tramonto della corrispondenza Ansaldo Cebà - Sara Copio Sullam -che comunque rappresenta uno spaccato documentario essenziale per accostarsi alla comprensione di Sara- non si pone certo come fine dell'attivismo culturale della donna: volendo anzi puntualizzare è proprio o quasi dalla fine di siffatti scambi emotivi e culturali si innescano nella Copio ulteriori interessi, elaborati con altri intellettuali e nel contesto della sua Accademia ma destinati con l'innesco di una polemica, peraltro ambigua se non poco compresa, in relazione al tema della
MORTALITA' O IMMORTALITA' DELL'ANIMA
di cui qui sotto si parla e su cui, quale informatore, irrompe Angelico Aprosio "il Ventimiglia" e che, volenti o nolenti,
si deve riconoscere che, emersi imprevisti, scandali, incomprensioni ed inimicizie, svolse, lentamente, la funzione di accompagnare il pur fulgido declino della bella Ebrea sino alla morte abbastanza anonima.
ANGELICO APROSIO
in questa sua
LETTERA TUTTORA DA ANALIZZARE CON ATTENZIONE,
ragguagliò sull' ormai misconosciuto letterato romano Numidio Paluzzi l'erudito PROSPERO MANDOSIO in merito alla stesura di una sua OPERA in fieri (per la quale gli fornì dati anche sul Camilla Bertelli ne' Martini, poetessa romana, residente a Nizza, solita villeggiare a Latte di Ventimiglia e amicissima di Aprosio).
Trattando del modesto Numidio Paluzzi, anche per fortuna di storici della letteratura e ricercatori, Aprosio non potè evitare di far riferimenti ben più sostanziosi sulla BELLA ERUDITA VENEZIANA tanto in relazione ai rapporti di questa con l'ambiguo erudito (o avventuriero?) romano PALUZZI quanto con il ben più illustre letterato di Genova genovese ANSALDO CEBA' quanto ancora con
BALDASSARRE BONIFACIO (CON QUASI SCONTATI RIFERIMENTI ALLA POLEMICA CHE COINVOLSE COSTUI CON SARA COPIO SULLAM IN MERITO AL TEMA DELL'IMMORTALITA' DELL'ANIMA: PUR SE IL BONIFACIO MAI CREDETTE NE' AD UN'OPERA ESCLUSIVA DELLA COPIO O AD UN INTERVENTO DEL PALUZZI MA SEMMAI A QUELLO DEL GRANDE RABBINO EBREO LEONE MODENA)].
Sicuramente alquanto bella, visti i diversi apprezzamenti maschili che ci sono pervenuti (non escluso quanto ne scrisse ANSALDO CEBA' = E SI LEGGA PER ESEMPIO LA QUARTINA INZIALE DI QUESTO SUO SONETTO), quasi certamente piuttosto autonoma e nel contempo tanto intellettualmente curiosa quanto intelligente la bionda Sara non si trattenne dal provocare la curiosità maschile in più di un’occasione e fu corrispondente oltre che diretta interlocutrice di parecchi letterati veneziani e non.
Curiosamente manca certezza che abbia scritto davvero o quanto meno senza assistenza le opere attribuitele = comunque a testimonianza del rilievo culturale che aveva assunto in Venezia e non soltanto -fra esaltazioni e critiche di eruditi a lei contemporanei- BALDASSARRE BONIFACIO (abate erudito [Crema 1585 - Capodistria 1659], amico e corrispondente di ANGELICO APROSIO [che di lui e della sua polemica con la Sullam (dalle ultime 6 righe di p. 504) parlò nella Biblioteca Aprosiana...] il quale accese con la colta ebrea una polemica teologica scrivendo Dell’immortalità dell’anima, discorso di Baldassarre Bonifaccio alla Signora Sara Copia)
le attribuì la responsabilità sfruttando l'attrazione che esercitava sul sesso opposto
(accompagnando all'uopo l'opera inviatale con un sonetto che, controbattutto prontamente dalla donna tramite una acuta risposta, riteneva enfatizzata la superbia intellettuale di cui la rimproverava con la vanità per la sua eccezionale bellezza)
di far sì che nel
Circolo Culturale od Accademia allestito nella sua splendida dimora veneziana venissero trattate tematiche antireligiose, vertenti specie sulla negazione dell'immortalità dell'anima.
Qual risposta da parte dell'erudita ebrea si ebbe quasi contestualmente uno scritto che avrebbe suscitato interminabili disquisizioni vale a dire il
Manifesto di Sarra Copia Sullam Hebrea, nel quale è da lei riprovata, e detestata l’opinione negante l’immortalità dell’anima, falsamente attribuitale dal Sig. Abate Baldassarre Bonifaccio
(per il Pinelli, Venezia 1621)
operetta conservata nella raccolta ottocentesca del Gamba intitolata Lettere di donne del secolo decimosesto.
[l'interruzione della corrispondenza con la Copia, stando all'epistolario del Cebà, suggerisce l'impressione che l'autore genovese prima praticamente di congedarsi dalla donna e dal loro rapporto epistolare (lettera XXXXXIII) sia da individuare entro la lettera XXXXXI laddove Ansaldo, nel contesto pregresso di discussioni in cui si è ritrovato impotente a convertire al cattolicesimo la donna, dimostra di attendere il Manifesto appena stampato da lei speditogli che finalmente gli giunge come si apprende dalla sua lettera XXXXXII entro cui palesemente deluso scrive -avendo verosimilmente letto l'opera della Copio pur senza far cenno a ciò ed avendo preso consapevolezza della di lei convintissima adesione all'ebraismo- dell'inevitabile conclusione del rapporto epistolare sancito dalla successiva lettera lettera XXXXXII "...V'accuso ben io la ricevuta della vostra Apologia [cioè il "Manifesto"] , la quale insieme con la lettera de gli otto d' Agosto mi fu portata finalmente al primo di questo mese. Sì come ancora fu dato già è buon pezzo il vostro ritratto al Dipintor Castello; della qual cosa pare che voi non haveste notititia, con tutto ciò ch'egli se ben mi ricorda, disse già d'havervela data. Noi habbiamo adunque del vostro volto assai sufficiente copia; ma delle vostra conversione pertinacissima carestia: pensate, vi priego, su questo punto piu che non havete fatto fin hora; e ricordatevi, che non basta, che crediate l'anima immortale, se non prendete anche la via, che è necessaria per haverla beata [ la conversione dall'ebraismo al cattolicesimo]. Di Genova li 19 di Marzo 1622./Ansaldo Cebà servitore di Vostra Signoria affezionatissimo" ].
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La posizione di Sara Copio Sullam era all'epoca estremamente pericolosa e quindi coraggiosa atteso l'
irrigidimento della Santa Inquisizione avverso non solo i riformati
ma gli stessi
EBREI
(IRRIGIDIMENTO COME QUI SI LEGGE ATTESTATO ANCHE DA AUTORI ESTRANEI ALL'AMBIENTE ECCLESIASTICO)
.
Un fenomeno epocale a proposito dei quali non mancano
TESTIMONIANZE

nello stesso
Ponente ligure
e più estesamente sulla condizione degli
EBREI DEL GHETTO DI GENOVA.


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Il Busetto nel suo bellissimo saggio meritevole di una rilettura vede nella "polemica Bonifacio - Sullam" l'inizio del declino della donna già danneggiata dagli straschi letterari della "querelle".
Il fatto cui lo studioso allude (dopo aver segnalato che le postulazioni aprosiane avverso il livello intellettuale della Sullam come rigurgiti di misognia aprosiana occasionalmente ricorrenti -come da me scritto- anche da vecchio, nonostante un effettivo ridimensionamento del suo antifemminismo giovanile) in effetti poco ebbe a vedere con la cultura ma con le miserie della vita: ma il tutto prostrò ulteriormente la Sullam la cui salute non era particolarmente salda.
Per quanto fosse stato compensato anche oltre il lecito per aver in qualche maniera soccorso la Sullam nel suo lavorio intellettuale ed accademico, senza alcun senso di dignità e riconoscenza il Paluzzi che se per un certo periodo servì la Copio come scritto da Angelico Aprosio a Prospero Mandosio
certamente poi
raggirò e derubò la donna, con l'ausilio di complici.
In primis, approfittò della credulità della donna (epocale del resto) in merito alla presenza di spiriti malefici rei di furti effettivamente avvenuti nella di lei ricca dimora ma in realtà commessi dai summenzionati complici.
In secondo luogo, recuperando ulteriori notizie da Aprosio, essendosi recato a visitarla un bellissimo giovane francese, "invitato dalla fama della donna, che non restò affatto indifferente al suo fascino innamorandosene, e stando sempre a "il Ventimiglia", ignominosamente Numidio Paluzzi "...accortosi dell'amore di quella, pensò d'havere ritrovata la strada d'uccellarla; e fu che, fatta scrivere da un Francese una lettera a nome di quello alla Sarra, non lasciò d'insinuarle i suoi amori, che diceva d'haver tenuti celati, supplicandola di cortese risposta, e che per fargliela avere la rimettesse nelle mani di chi glie l'havesse consegnata, perchè in meno di 24 hore gli l'haverebbe con le sue arti fatta capitare a Parigi, delle quali egli pure si era servito. Non fu difficile a farle ciò credere, non lasciando gli Hebrei di dar opera e credito all'arte magica...." [la giunta aprosiana non impedisce di far cenno come nell'epoca anche i cristiani, sia cattolici che riformati, dessero gran credito a certe tematiche, alimentate dalla dilagante superstizione]
L'imbroglio divenne però presto di dominio pubblico e la Sullam, edotta dei fatti, li denunziò ai "Signori di Notte al Criminale" sì che secondo l'Aprosio imprigionarono il pittore Berardelli "romano e pittore". mentre la Sullam si liberò del Paluzzi licenziandolo il 9 liglio 1624. Numidio Paluzzi morì nel 1625 ma non senza cercare di vendicarsi assieme al Berardelli editando una satira intitolata Sarreide: più velenoso fu poi il Berardelli che pubblicando le Rime del Signor Numidio Paluzzi all'illustrissimo et eccellentisimo Signor Giovanni Soranzo (Venezia, 1626) inserì nella raccolta i sonetti spediti dalla Sullam al Paluzzi affermando però nella dedica che il Paluzzi sarebbe stato il vero autore degli scritti su cui verteva la fama dell'Ebrea che, approfittando del momento drammatico dell'agonia di costui, si sarebbe recata al di lui capezzale fingendo pietà e compassione ma in realtà apprpriandosene per editarli sotto suo nome. Nulla è dato sapere sulla reazione della Sullam a tutto ciò: disperazione, depressione? chissa! l'oblio regna sovrano fino alla sua morte, precoce, il 15/II/1641 in Venezia ove fu sepolta nel Cimitero degli Ebrei.

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