cultura barocca
Informat. di B. Ezio Durante

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Il Salvatore, poema Davide Bertolotti qui in un ritratto seguito da note sulla sua attività di apprezzato letterato e poligrafo, Torino, dai tipografi eredi Botta 1844 (digitalizzato nella successione dei 12 canti di cui è composto: il lungo poema tratta con dichiarata adesione ai testi sacri seppur con originali e talora assai gustose rielaborazioni dell'autore tutti i momenti della vita di Gesu' dalla concezione di Maria alla morte per crocifissione = tra le diverse narrazioni è interessante quanto scritto dall'autore nel II canto concernente la nascita del Cristo entro cui lo scrittore concedendosi una delle sue nmerose digressioni tratta dopo la parte dedicata dopo la nascita del Redentore all'arrivo adorante dei pastori descrive la costumanza italiana per celebrare il divino evento di allestire PRESEPI ORA SONTUOSI ORA POVERI SPECIE NELLE CASE DELLA GENTE MODESTA MA RESI SUBLIMI DALLA DEVOZIONE VERSO ESSI RIPOSTA = Cultura-Barocca che ha proceduto a questa digitalizzazione, al momento giunta al VI canto, dove i brani trascritti rimandano, quali link, al testo originale ed alla sua più ampia trattazione contenuta di tali sarcine poetiche propone qui immagini antiquarie sia di NAZARETH che di BETLEMME con una OTTOCENTESCA CARTOGRAFIA EFFIGIANTE LA DIVISIONE GEOGRAFICA DELLA TERRA PROMESSA TRA LE XII TRIBU DEL POPOLO EBREO integrata da questa RASSEGNA DI STAMPE ANTICHE DEI LUOGHI SACRI
[oggi opere come questa di Davide Bertolotti prolifico scrittore di cui qui si vede un ritratto sono accantonate e per i lettori e per le scuole: eppure all'epoca in cui vennero editate in numerose copie con varie ristampe non furono dispregiate ma anzi lodate da critici e letterati del livello di Mai, dal Mustoxidi, dal Bresciani, dal Gioberti, dal Carrer. Il contenuto agiografico ai tempi odierni ne condiziona la lettura, anche per una certa tensione dello scrittore verso una magniloquenza non sempre opportuna. Tuttavia in molte parti dell'opera in 12 canti, celebrante (dopo lo spazio dedicato all'Immacolata Concezione della Vergine la cui figura come qui si vede occupa in pratica tutto il primo canto) la vicenda terrena di Gesu' fino alla sua crocifissione e morte per concludersi nel XII canto con la di lui Resurrezione, non sono assenti sarcine di delicata poesia strutturata nel contesto del recupero a fini letterari dei testi sacri, come preventivamente precisato dallo stesso autore subito dopo la dedica a Maria Cristina di Borbone-Napoli (nome completo Maria Cristina Amalia Teresa; Reggia di Caserta, 17 gennaio 1779 – Savona, 11 marzo 1849) che fu principessa di Napoli e Sicilia per nascita e regina consorte di Sardegna come moglie del sovrano Carlo Felice]
Per agevolare ICONOGRAFICAMENTE
la lettura dopo QUESTA RAPPRESENTAZIONE ANTIQUARIA DI NAZARETH
si vedano
STAMPE OTTOCENTESCHE DEGLI ALTRI LUOGHI SANTI DELLA CRISTIANITA'
ed ancora ai approfondisca l'indagine con con stampe e soprattutto testi digitalizzati dal volume
"Viaggio in Siria e in Palestina di Giovanni Robinson" [tomo XIII (1844) della "Raccolta di Viaggi" curata nel XIX sec. da F.C. Marmocchi per l'editore Giachetti di Prato ] il Robinson, assieme a tanti altri luoghi anche della civilta' classica, ci guida da Gerusalemme (vedine una stampa ottocentesca e leggine la descrizione) sin a Betlemme per poi risalire (ove "Maria e Giuseppe avrebbero dovuto spostarsi da Nazareth per un censimento indetto da Ottaviano Augusto" sulla base di una vexata quaestio qui, quantomeno, menzionata e rimandata a ben altre dissertazioni) procedendo da Gerusalemme verso la Galilea e visitare dopo un viaggio reso complesso e molto piu' lungo dell'usuale a causa dall'inesperienza della guida un altro sito storico vale a dire Nazareth di cui offre una dettagliata descrizione parlando del convento ove trova soggiorno descrivendo di esso l'umile chiesa che sarebbe stata eretta sul luogo dell'Annunciazione dell'Arcangelo Gabriele a Maria per poi ancora soffermarsi su una consuetudine gia' esperita, quella per cui gli abitanti lo conducessero come altrove a vedere i luoghi santi, non esclusi quelli dell'infanzia di Gesu'
VISUALIZZA QUINDI QUI
DALLA GERUSALEMME CELESTE ALLA GERUSALEMME TRRESTRE
ED ANCORA QUI
UN MODERNO VIAGGIO NEL SACRO ATTRAVERSO I LUOGHI MENZIONATI ENTRO IL SANTO VANGELO
CON UN'UTILE RIFLESSIONE PROCEDENDO DAI TEMPI ANTICHISSIMI A QUELLI RECENTI
UN'ANALISI SUI PELLEGRINAGGI DELLA FEDE

* - La dedica

* - "Protesta dell'autore" che dichiara il suo poema coerente alle Sante Scritture e ai dogmi della Chiesa

* - CANTO PRIMO

* - Invocazione di DAVIDE BERTOLOTTI CHE COSI' INIZIA IL SUO POEMA IL SALVATORE = l'autore spiega le caratterisiche di quest'opera, precisando esser suo intento cantar la prima venuta di Gesù in terra senza l'ardir di poetare sulla seconda riguardante la di lui venuta qual giudice sul finir del mondo in merito all'universale giudizio Del Salvator la gran venuta io canto, i soavi precetti, i duri affanni, e la morte, il trionfo, ed il ritorno, in uman vel, di doppia gloria cinto, alla destra del Padre,. Etereo campo ove a mertar de' vincitor la palma, d'uopo il carro saria da' fiammeggianti cavalli che rapir per l'aere il Vate, il cui ricomparir sopra la terra, fia nunzio al fin de' giorni del secondo venir di Cristo, or Redentor pietoso, giudice allor tremendo: Oltre i celesti zaffiri alzar le fortunate piume, e in faccia, al padiglion del Sempiterno, temprar le fila di serafic'arpa,chi può sperar, nel fango immerso? Il volo temerario altri tenti; a me sol basta che il suon de' carmi onde l'eterne geste, con nuovi itali modi all'eco insegno, qual su rogo che langue aura improvvisa, ravvivi in qualche sen fiamme di puro amor verso il divin dolce Maestro, il cui amor n'aprì col sangue il cielol'autore, fervidamente credente, esprime in questo inizio del poema una sua volontà cioè quella di celebrare Gesù e l'avvento del cristianesimo anche per RICHIAMARE ALLA FEDE VARIE PERSONE IN UN'EPOCA, COME LA SUA CARATTERIZZATA DA ATTEGGIAMENTI ANTICLERICALI OLTRE CHE DA CRESCENTE ATEISMO ED AGNOSTICISMO di seguito però affermando che non sarebbe probabilmente riuscito a finalizzare tal suo impegno poetico senza il soccorso della, da lui invocata, Vergine Maria e questo ancor saria disio superbo, se tu, per quel giglio onde sì splendi, supplice invoco, dal sidereo soglio ove siedi degli Angioli reina, benignamente il lampeggiar d'un riso non mi dimostri, o diva Sposa e Madre, che i tesori del ciel dispensi al mondo né mai nieghi, implorata, il tuo soccorso

FEDELE SEGUACE DEL CREAZIONISMO CHE RECUPERA DA QUESTO TESTO SETTECENTESCO l'autore inizia la sua opera dalla menzione del peccato originale di Adamo ed Eva con la conseguente gioia del Demonio per una colpa estensibile a tutte le generazioni così poetando Dio creò l'uomo a propria immago, e sire della terra lo disse; entro il felice orto il locò, d'ogni delizia ostello, e una dolce compagna, a lui dal fianco tratta, gli pose di sue gioje a parte, prescrivendogli a legge unica un lieve divieto: ch'ei dell'arbor non gustasse della scienza: Eva sedusse adamo, pria dall'angue sedotta. il feral pomo egli assaggiò dell'interdetta pianta, e col suo trasgredir, se stesso e i figli diè 'n poter della colpa. allor la morte impeto fe' nel mondo, e il tenebroso stuol de' mali vi trasse. Ai dolci chiostri d'ond'ebbe l'uom, mertata pena, esiglio, brillò cusode la fiammeggiante spada di vigil Cherubino Il Rio Nemico baldanzoso n'andò di sua vittoria, e fu gran gioja nelle inferne porte. Gioja breve e fallace! Il Verbo amante volontario olocausto offrì se stesso alla giustizia dell'eterno Padre, per espiar dell'uomo il diro eccesso, ostia accetta, e placar di Dio lo sdegno a questi versi il Bertolotti fa quindi seguire la "Profezia dell'avvento del Salvatore" dimostrando di possedere varie nozioni sulle PROFEZIE BIBLICHE SUL REDENTORE scrivendo = La tua gloria, o Signor; la cantan gli astri e i firmamenti, e per le vie del tuono le ripetono i venti e le procelle. Ma sopra ogni altra voce alto rimbombi dell'uom la voce, e ti dia gloria. Oh somma Misericordia oltre ogni speme! il Figlio, lume eterno del Padre, e in un col Padre, e con lo Spirto, unico e trino Dio, spoglia mortale a nostro scampo assunse! Cantate, o genti, del Signor la gloria: per restaurarci ei si vesti' di carne nel vergin alveo di Maria, l'eletta infra le donne, s'ogni grazia nido, preannunziata dal di' della condanna in colei che schiacciar dovea la testa del serpente infernal, che l'uom sospinse a fallir della fede al suo Fattore quindi ancora aggiungendo Stirpe d'Adamo, al tuo Signor dà laude, in che modi stupendi ei ti redense! E mediatore e vittima ad un tempo l'Agnel di Dio che le peccata toglie, per te che la condanna in fronte porti pende svenato!Ei l'immortal riscatto paga col sangue, di salute il regno conduce sulla terra, e la diletta Sua Sposa asside sopra immobil pietra pria di salir vittorioso al Padre umanato, eternamente santo! Sì vivo amor per l'uom caduto il tragge!continuando ad esplicitare l'opera del Salvatore rivolgendosi poi a citare il "Santo Spirto" onde indicare come avesse suggerito a Patriarchi e Profeti le profezie concernenti l'avvento e la storia di Gesù Divino amor, ch'ove sì largo è il fallo, spicciar più largo fa di grazia il fonte, né sta pago al salvar, ma del terrestre Paradiso, che all'uom rapia la colpa, dona in cambio il celeste, e nelle eterne sedi noi fa della sua vita degni. Della tela immortal le eccelse fila or a svolger m'insegna, o Santo Spirto; che a' Patriarchi ed a' Profeti il petto colmavi, e le fatidiche agitando cetre in riva al Giordano, o sotto i salci di Babilonia nel dolente esiglio, insegnavi al lor labbro il gran portento.Per te Giacobbe "Non sarà"sclamava tolto a Giuda lo scettro infin che venga quei che da Dio sarà mandato; quegli a chi 'l regno appartiensi, e che il bramato fia da tutte le genti".E Daniello, di te ripieno, prefiggea sin gli anni dell'apparir del Cristo, ed i suoi fasti raccontava, e la morte, ed il ripudio del popol rio che nol conobbe, e l'alto tempio combusto, e Solima distrutta, e i figli d'Israel pel mondo spersi. Chi, se non tu c'hai l'avvenir presente, stette con Isaia che lo dipinse qual vincitor che da crudel battaglia torna con vesti del suo sangue intrise, e luminoso d'ineffabil gloria?.

* - Comparsa nel poema di Davide Bertolotti della figura di Maria sposa casta di Giuseppe in Nazareth che Davide Bertoltti amplifica poeticamente recuperando quanto di legge nel Vangelo di Luca (1, 26 )= In Galilea s'innalza un monte il frutto del pin somiglia, e n'è Taborre il nome; a mattino ha il bel lago ove sue torri Tiberiade riflette; e a sera i bruni campi del maer che morde a Jeppe il lido. Dal Taborre non lungi onde la possa di Circio spira, una città s'asside, Nazaret detta, sul pendio d'un poggio, verso una valle che s'allarga in giro, d'orticelli e di fichi allegra valle a cui fan nude balze irta ghirlanda: Di Zabulonne alla tribù spettava questa città che, senza fama allora, dovea poi di sua gloria empiere il mondo che colà s'adempia l'alto concetto per cui salvo fu il mondo. Umil vivea santa, saggia, innocente, integra e pura quivi aria, del buon Gioseffo sposa tralci amendue, benché in mutata sorte, del grand'arbor Davidico. All'Eterno fatto avea sacro ella il virgineo fiore, annuente il consorte. Era Maria dell'opre del Signor la più perfetta; e qual l'Arca scampò sola dall'onde, tal ella sola senza macchia nacque. La sua beltà vaticinaro i prischi profeti, lei rassomigliando al giglio, amor delle convalli, ed alla rosa che in Gerico fiorisce, ed alle vignecontinua a poetare il Bertolotti d'Engaddi, e al cedro che ramoso estolle sopra i gioghi del Libano le cime; giocondo orto di fior, pura qual fonte, più del mele soave e più del latte, nitida aurora, e graziosa tutta proseguendo poi l'autore nella sua appassionata narrazione della Vergine Nella sua cella, di decenti arredi poveramente adorna, ed ella stessa in rozze sì ma terse spoglie avvolta, stava la Vergin bella. I fulgid'occhi fitti avea sul gran libro in che si legge cone Dio creò il mondo, e dell'eletto popol l'istoria. Giunta al passo ell'era ove Isaia chiaramente indice ul virginal concepimento, e il parto del promesso Messia. Pensosa e muta meditava la Vergine il portento antivisto da' padri; ed ecco ad un tratto s'eempie di luce l'umil cella, e innante agli occhi di Maria splende il più vago de' cittadin del cielo. E' Gabriello, l'arcangiol del Signor, dal adre eletto al grande ufficio di recar l'annunzio che tornar debbe in gioja il pianto antico e la terra in bel nodo unir col cielo. L'ambasciator dell'eternal Monarca, valicato d'un vol l'immenso tratto che dalla terra la stellante reggia diparte, l'ale de' color dipinte onde s'orna il nemboso arco raccoglie ancora narra il poeta e Della Vergine ebrea sotto il modesto tetto, e stupito nel mirar la donna ch'esser tempio dovea del suo Signore, volge tra sé "No, più celeste cosa, tranne l'Eterno, io mai non vidi in cielo!" Indi l'alto messaggio il labbro scioglie.

L' "IMMACOLATA CONCEZIONE" = IL DOGMA

"Iddio ti salvi, l'Angiol disse, o piena di grazia! teco egli e' il Signor: tu sei in fra tutte le donne benedetta"! di poi annunciandole "da te concetto, da te verra' dato alla luce un figlio che Gesu' chiamerai: Grande egli fia, E figluol dell'Altissimo avra' nome, di Davidde, suo padre; a lui l'invitto Scettro il Signor dara'; perenne impero terra' sui figli di Giacobbe e fine mai avra' il suo regno"

Allor Maria "Come avvenir cio' dee rispose al divo Messaggier, se da ogni uomo intatta io vivo?" subito rispondendole l'Angelo il Santo Spirito ti coprira' della sua ombra, e madre per virtu' dell'Altissimo sarai, e il frutto delle tue viscere fia detto il Figluolo di Dio

* - E vereconda "ecco di Dio l'ancella, Maria rispose; il suo voler s'adempia" Ecco l'ancella del Signor! si faccia di me secondo tu parli!Oh santi detti, pieni d'immensa unica fede, che d'Eva riparar l'onta vetusta quando al rio seduttor die' retta, ahi lassa! ne' colui detti piu' che in Dio fidando, cagion tanta di lutto all'uman germe! Qual raggio in onda, scese in lei lo Spirto, E il Verbo si fe' carne. Ave, o Maria, Stella del mar, che sì il tuo nome suona, perche' sul mar delle miserie umane Stella di pace e di salvezza splendi! Chi tue laudi puo' dir, se nel tuo grembo l'Autore della vita e della luce prender non disdegno' suo mortal velo?

* - Anziana e' Elisabetta, parente di Maria, sposata con Zaccaria sacerdote del tempio: pur desiderandolo son senza figli ed infecondo e' il ventre di Elisabetta ma poi proprio nel tempio si presenta a Zaccaria l'Arcangelo Gabriele annunziandogli che Elisabetta diventera' gravida e che nel suo ventre crescera' il precursore di Gesu' cui sara' dato nome di Giovanni Battista

* - Venuta a sapere della gravidanza dell'anziana congiunta Maria si reca con lungo viaggio a visitarla ed appena giunta saluta Elisabetta che si senti' repente balzar nel sen per l'allegrezza il figlio e contemplando la splendida fanciulla esclama "Tu benedetta sei fra tutte le donne, o Vergin saggia, e benedetto e' del tuo ventre il frutto! Or qual mio merto fa che a me ne venga del mio Signor la genitrice? Appena suono' al mio orechio il tuo saluto, il bimbo ch' io porto in sen, vi saltello' per gioja. Beata te che nel Signor credesti! Adempito sara' quanto promesso in suo nome ti fu" si' che commossa esulta Maria ed innalza un cantico a Dio. Per tre lune la Vergine sta accanto ad Elisabetta soccorrendola di vari aiuti prima di intraprendere il viaggio per ritornare al tetto coniugale

* - Zaccaria rimasto muto perche' incredulo all'annunzio della gravidanza di Elisabetta recupera la voce alla nascita del Battista ed eleva un Cantico di gloria a Dio

* - Giuseppe sposo di Maria vedendo gravida la sposa da lui mai toccata si angustia e tormenta tra mille dubbi e domande finche' in sogno gli appare un angelo che " Gioseffo! esclama, figlio di David, la tua sposa accogli. Quel che in lei nacque, opra e' del Santo Spiro; ed uscira' dal vergin claustro un figlio cui Gesu' porrai nome: Ei fia quel desso che il suo popolo trarrà dallo loro colpe". Pien di letizia si desto' Gioseffo che adempita sentia l'alta promessa dal Signor fatta a' padri, e in questi accenti significata dal profeta: Or ecco concepira' la Vergine, ed un figlio porra' nel mondo, e il chiameran le genti Emmanuel". cosi' destossi il santo Veglio, e i comandi dell'empireo messo giubbilando adempi'

L' "IMMACOLATA CONCEZIONE" = IL DOGMA



* - CANTO SECONDO

* - Pacificato il Mondo sotto il dominio di Roma l'Imperatore Augusto ordina un censimento nel suo vasto dominio e Davide Bertolotti autore del poema recuperando la vexata quaesto di questo censimento citato solo nel Vangelo di Luca (2, 2) così poeticamente descrive l'evento Cesare Augusto, data pace al mono, farne il censo ordinò: Dal Tago all'Istro, dagli scogli d'Ibernia al Tracio flutoo; pronta Europa obbedì: Da' Tingitani lidi, sonanti di ruggiti, all'Istmo che parte dalla Siria il verde Egitto, la rassegna de' popoli si stende per l'Africa ritrosa: e umil l'accoglie l'Asia, da' campi ove fu Troja, al corso dell'Eufrate, confin de' Parti al regno, e da' ghiacci Meotici alle aduste sabbie in cui 'onda Rubra il furor perde, chè tutto allor Romano il civil mondo era, e di Roma il fren mordean tremanti i re che ancor chiudea l'immenso impero. Venia ciascun nel libro a nome scritto, d'ogni età, d'ogni sesso e d'ogni grado, e in Palestina, ove per tribi e schiatt distinto il popol gia, suo nome a porre traea ciascun nella città d'ond'era in origine uscita la sua stirpe. Piega il fronte alla legge anch'ei Gioseffo, e sè togliendo a' Nazareni alberghi, del selvoso Taborre gl'imminenti gioghi lascia a sinistra, e per le piagge che già fur date in ferme stanze a' figli d'Israel, di Manasse, d'Efraimmo e di lui che a Giacob nacque l'estremo ed il più dolce amor ne fu, nei seggi illustri entra di Giuda, e ver Betlemme, la città di Davidde, il piè rivolge, meta del suo cammin; ch'egli del ceppo e della casa è di Davidde: Seco vien compagna la casta Verginella, feconda il grembo del celeste frutto, ch'ella pur dal regal ceppo discende dell'Isaide: A' Betlamiti colli dava partendo il sol l'ultimo addio, nè de' suoi rai più si tingean nell'oro che le vette supreme , allor che l'alma coppia ivi giunse: E il vespertino fiato molcendo il fronte di Maria, parea in sua favella dirle "Oh salve, o eletta teco è il Signor"! Ma già del parto fatti s'eran maturi i dì. Betlem felice, cui di tanto natal data è la gloria,i ginecei, le tirie lane appresta, e gli assirj tappeti, e i pepli eoi, pr ricever la Vergine, al materno onor propinqua Ma che scerno! un loco pur manca ove ricovrin peregrini l'intatta sposa e il vecchiarel custode nell'ostello comun Breve spelonca, presso alle porte, nel dirupo aperta (nè conto è ben se da naura, forse sapevol dell'evento, o de' celesti spirti, o da man mortali, dove talvolta suol notturno reddur gregge od armento il mandriano, a lor tra l'ombre porge ruvido asil. Lì sukll'ignuda terra, senza doglia o languor, come ha concetto, serbando illeso il virginal suo fiore, del portato divin Maria si scioglie, ed il Messia nel moondo espon. Non d'ostro o di bisso ha le fasce il Re degli astri, o di gemme contesta aurea la cuna, ma di poveri panni lo rinvolge la Genitrice, e sopra fien palustre, che fu rifiuto delle mandre al pasto, priva com'è d'ogni miglior conforto, nel presepio lo adagia.

* - Per rispettare tale censimento Giuseppe con la sposa Maria in avanzata gravidanza si avvia verso la sua meta, Betlemme, ove non trova riparo i cui ricoverarsi di modo che, accettando l'invito di un pastore, si riparano nel ruvido asilo di una stalla

* - Li' sull'ignuda terra, senza doglia o languor, come ha concetto, serbando illeso il virginal suo fiore, del portato divin Maria si scioglie, ed il Messia nel mondo espon: su divino comando l'Arcangelo Gabriele reca la novella della nascita del Redentore ed i primi a coglierla furono i pastori che facean le vigilie della notte a guardia di lor gregge

* - L'Arcangelo si rivolge ai pastori stupefatti e un po' impauriti per la sfolgorante luce che irradia il cielo "date bando al timor, soavemente l'Angiol lor disse: ad annunciarvi io vengo novella tal che colmerà di gioja il popol tutto A voi quest'oggi e' nato un Salvator, ch'e' il Cristo del Signore, nella citta' di Davide: Ed il segno ven porgo: un fanciullin ne' panni involto voi troverete e posto in un presepe". E immantinente all'Angiolo s'unio, di celeste milizia immensa schiera, che laudavano a Dio, cosi' cantando: "Nell'eccelso de' cieli a Dio sia gloria, E pace sia sopra la terra agli uomini di buon voler"

* - I pastori Si van dicendo l'un coll'altro a prova: "Andiamo sino a Betlemme, e veggiam l'alte meraviglie che a noi fur manifeste si e' degnato il Signore". E mosser ratti, e giunti nell'antro di Betlemme, in questo Maria, Gioseffo, ed il Bambin, nel presepio trovar giacente. Con sacra festa i semplici pastori al ciel diletti de' lor rustici carmi empion lo speco, ed il nato Messia con umil fronte e cor devoto adorano giacente

* - L'autore del poeta introduce poi una digressione sulla costumanza italiana di città e borghi di adornare ogni casa con riproposizioni del presepe corredate di statuine sia delle sante figure che dei pastori con il Pargolo divin che steso giace su poca paglia. Un asinello e un bue, tra' quali e' fama ch'ei nscesse

* - Aggiungendo lo stesso autore : devota usanza del presepe! a scherno non vi sia chi ti prenda, o che il mio verso in tua laude, qual basso e vil derida. Se de' superbi tu sei fredda all'alma, che cal? per lor non sei: Tu de' fanciulli sei pio desir, cara lusinga, e d essi ne' tenerelli cor piu' vivo imprimi quell'amor di Gesu' che la pietosa Madre in essi stillava in un col latte



* - CANTO TERZO

* - il canto inizia con la circoncisione del bambinello cui come angelicamente preannunziato viene imposto il nome di di Gesu'[Fanno circoncidere il loro bambino nel suo ottavo giorno di vita, così come comanda la Legge che Dio ha dato a Israele (Levitico 12:2, 3). La tradizione vuole che in quello stesso giorno ai bambini maschi sia anche dato il nome ed ill piccolo viene chiamato Gesù, proprio come indicato dall’angelo Gabriele]

* - Da Roma imposto alla Giudea, regnava, al tempo che Gesu' nacque in Betlemme, Erode Ascalonita, a cui di Grande adulator die' nome il servil gregge, che di vanti mentiti empie le corti. Del maltolto poter con man gelosa stretto il freno egli tien. a chi sua sorte invidiar potria? Pallide larve turban i suoi sonni(le pallide larve citate dall'autore sono le vittime dei suoi omicidi elencate ne seguito di questi versi)

* - cosi' regnava Erode, ed al tramonto, de' suoi giorni correa, quando ecco intorno per la regal Gerusalemme un grido suonar, che narra giunti in essa i Magi [Nella tradizione cristiana i Magi (singolare Magio) sono alcuni saggi astrologi che, secondo il Vangelo di Matteo (2,1-12), seguendo "il suo astro" giunsero da Oriente a Gerusalemme per adorare il bambino Gesù, il "re dei Giudei" che era nato. Gli storici e alcuni biblisti cristiani interpretano questo racconto evangelico come un particolare leggendario, mentre altri biblisti e il Magistero della Chiesa cattolica ne sostengono la veridicità. Il particolare, così dibattuto da rimandare qui gli interessati a specifiche ricerche on line e non solo ha comunque avuto una straordinaria fortuna artistica, in special modo nelle rappresentazioni della natività e del presepe anche in funzione di quanto contenuto ne i "Vangeli apocrifi" che sono un eterogeneo gruppo di testi a carattere religioso che si riferiscono alla figura di Gesù Cristo che nel tempo sono stati esclusi dal canone della Bibbia cristiana. Fanno parte della "letteratura apocrifa", un fenomeno religioso e letterario rilevante del periodo patristico. Sovente dotati dell'attribuzione pseudoepigrafa di qualche apostolo o discepolo, furono esclusi dalla pubblica lettura liturgica in quanto in contraddizione con l'ortodossia cristiana. Il termine "apocrifo" ("da nascondere", "riservato a pochi") è stato coniato dalle prime comunità cristiane = si veda, sempre con cautela critica, I Vangeli apocrifi, con un saggio di Geno Pampaloni, a cura di M. Craveri, Collana I Millenni, Torino, Einaudi, 1969.]

* - I Magi intanto, per Sionne errando, con ingenua favella e cor sincero chiedendo van, "Dov'e' quegli ch'' nato re de' Giudei? In oriente vista noi abbiam la sua stella, e a queste pagge per adorarlo.- Erode, che tremar sulla fronte il regio serto sente ad ogniaura e vacillargli il soglio sotto alle piante, in cor si turba al suono di queste voci:Rio stupor lo ingombra

* - Il tiranno interpella, raduna i suoi interpreti, profeti e veggenti e ad essi rivolto in falso atto di pietà dove nascer deggia il Messia chiede lor. Tutti ad un grido, "In Betlemme" rispondono

* - Erode convoca quindi in segreto i Magi ed indica loro tiranno interpella, raduna i suoi interpreti, profeti e veggenti e ad essi rivolto in falso atto di pietà dove nascer deggia il Messia chiede lor. Tutti ad un grido, "In Betlemme" rispondono

* - La culla del magno Re promesso ad Israello posta e' cola' da' sacri carmi. Ad essa itene adunque, e fate attenta inchiesta del regal parto , e lui trovato, lieti nunzj a me ne venite, ond'io pur anco condura mi possa ad adorarlo". E tanto con l'infinita dolcissima favella e col sembiante rasserenato ad arte l'odio occulta e il furor ond'ebbro ha il seno che presso a lor fede ei s'acquista" = i Magi non s'avvedono dell'inganno teso e appreso da Erode che il Messia si trova in una culla entro una stalla a Betlemme si avviano per quel luogo: nuovamente guidati dalla stella che già videro e che come un indicatore si sofferma sull'umile sito ove vide la luce il Messia

* - i Magi si prostrano davanti al Bambino e poi De' lor doni gli porgono l'offerta, oro ed incenso e mirra. In sogno poscia, che dal ciel vien, dotti li fa del crudo macchinar del tiranno, onde ad Erode celando l'orme, per sentier diverso fan ritorno a lor terre in Oriente

* - Maria, per quanto purissima, essendo diventata madre secondo il rito ebraico deve recarsi a purificarsi [Dopo il parto, una donna israelita veniva considerata cerimonialmente impura per un periodo di tempo. Al termine di questo periodo, doveva presentare un olocausto come sacrificio di purificazione. Questo ricordava a tutti che al bambino erano stati trasmessi l’imperfezione e il peccato. Gesù, però, era un bambino perfetto e santo (Luca 1:35)]. Comunque, Maria con Giuseppe porta Gesù al tempio e viene purificata come richiesto dalla Legge (Luca 2:22)].E nel Tempio avvengono due fondamentali incontri (Luca 2:29-32)= si legge quindi nel poema di Davide Bertolotti Più di lucida fonte, che di roccia zampilli, pura era Maria; più puredi giglio nato entro le spine ll'era, e più del mite raggio che le selve imbianca, e pinge in vivo argento il mare mentre senz'onda in notte estiva tace;senza labe ella ognor, vergin sempre, claustro intatto ove Dio sol ebbe il varco.Pur de' materni dì giunto il prefisso dalla legge vetusta al farsi pura, la tutta umil piega la fronte al rito, e portando con sè due tortorelle, povero don ma d'innocente cmano, ella a Gioseffo a Solima ed al Tempio, recan Gesù per presentarlo a Dio: Era a que' giorni in Solima un canuto veglio, per nome Simone, un giusto che che Dio temeva, e con accese voglie, aspettava il conforto d'Israelloil Cristo del Signore. Il Santo Spirto, che il visitava, gli avea in cuor predetto che morte non vedria, se co' medesmi suoi occhi in prima non avesse ei visto il Promesso alle genti. Ed in quel punto che atteggiata d'amor l'inclita Madre offre al cielo il gran pegno, in fra le braccia egli sel reca, e lo contempla e god. Il pianto del piacer per le senili gote gli scorre, e a Dio rendendo gloria, in questi sensi snoda il labbro al canto, "Deh lasciane, Signor mio, girsene omai il servo tuo, pien di letizia, in pace, come già promettesti. Ecco che visto han gli occhi miei quel ch'io veder bramava, il Salvator che tu mandasti, il segno del gran restauro che innalzar ti piacque al cospetto de' popoli, la vera luce che tutte illuminar le genti debbe, e che d'Israel sarà la gloria. Ora il tuo servo, o Iddio, licenzia in pace"Ei Gioseffo e Maria poi benedisse; e a lei ch'ora i bei lumi al cielo ergea, or li posava su Gesù, ricolma d'amor, di maraviglia, e di contento, volgendosi il buon veglio Ecco le disse che costui fia rovina de' superbi, e risorger farà chi in lui s'affida. Ad empj e crudi strali ei fia bersaglio. L'alma tua stessa, la tua candid'alma trapassata sarà da rio coltello, perché da molti cor si disasconda l'imo concetto, e in luceemerga il vero". Egli si tacque, e della vergin Madre (per cui squarciossi del futuro il velo, in quell'istantee il ciel gli arcani aperse) agli sguardi s'offrir gli acerbi affanni, l'onte, gli strazj, l'amarezza e il lutto, e flebilmente sospirò; ma tosto, la vittoria scorgendone e il trionfo, il ciglio serenò, gioì di santa gioja, e al Signor nel grato cor diè laude . Subito dopo nel poema la narrazione poetica si estende alla trattazione di una profetessa che, sopraggiunta nel Tempio, nel bambinello riconosce il Salvatore Di Solima nel Tempio una pur v'era antica Profetessa. Anna avea nome. Nell'età sua più verde ella sett'anni visse col suo consorte, a cui fanciulla s'era sposata: Orba di lui rimasta, ad ottanta quattr'anni avea condotta sua vedovanza: Fuor del Tempio il fianco mai non traeva, e notte e giorno a Dio, orando e digiunando, ella servia: Or costei, sopraggiunta in quell'istante, anch'ella del Signor cantò la gloria, e nel fanciullo il Salvator promesso riconoscendo, ne tenea discorso a quanti eran colà che fidi in core d'Israello aspettavano il riscatto

* - Espletati i lor doveri Giuseppe e Maria in ver Betlemme a tornar s'apprestavano. Quand'ecco l'Angelo del Signore in sogno apparve a Gioseffo, e gli disse "Alzati, sorgi; prendi il fanciullo, e con sua madre fuggi. Fuggi in Egitto, e là t'eleggi stanza, fin che altri cenni io ti riporti. Erode il pargol cercherà per darlo a morte

* - Simile alla furia distruttiva d'uno scatenato vulcano tremenda e' l'ira di Erode che sente d'esser stato schernito dai Magi e medita un'azione spaventosa che porterà alla strage di tanti innocenti

* - Egli in Betlemme e nel paese intorno la sua strage mando': Quanti eran bimbi di maschil sesso in quelle parti, ei tutti dal secondo anno in giù, commise al ferro senza merce'. " L'universale eccidio, tra se' dicea, non men che truce stolto, certo ravvolgerà questo novello Re c'e' nato a' Giudei, come de' Magi rivela il dir: Che importa a me, che a mille cadan teste innocenti, e corra a rivi il sangue pueril? pur ch'io mi svella questa spina dal cor, che monta il resto?

* - La masnada di feroci sgherri agli ordini d'Erode e sotto il comando del perfido Trifone raggiunge Betlemme e, dopo essersi satollata di cibo e inebriata con il vino, inizia il massacro nella cui descrizione l'autore non manca d'ispirarsi ai toni della poesia lugubre, al suo tempo variamente in auge

* - Sempre l'autore narra la storia una delle tanti madri Ma in mezzo a tante ed indistinte madri, Efora bella ed infelice, il tuo nome ben merta che all'obblio si tolga scrivendo però questa ch'io tolsi agli abissini carmi storia d'incerta fe', deh trovi almeno, in qualche ciglio una pietosa stilla, che lamentando d'Efora la sorte, terga l'error del finto al ver commisto = l'introduzione di questa vicenda in quella di tante altre per lo scrittore vuol essere la sanzione d'un evento terrificante, peraltro da lui ben descritto, in cui non stona l'interazione tra vero e verosimile



* - CANTO QUARTO

La sacra famiglia lascia finalmente l'Egitto e inizia un lungo viaggio alla volta di Israele infatti "..In quel punto Gioseffo esce dal sonno, ed a Maria sen vien: "Diletta sposa. ei dice; il tutto appresta: A noi far tosto conviensi in terra d'Israel far ritorno: L'Angiol mel disse in sogno. E' morto Erode d'orribil mal, giusto di Dio castigo, gir securi possiam"

Giunti finalmente in Israele "Salutan di lontan Gerusalemme, e nel suol Galileo rifisse l'orme, gli aridi colli e la florida valle di Nazareth riveggono, e la fida stanza primiera, e s'adempì l'arcano gridi "Verrà la prole mia d'Egitto" e il vaticinio "Ei Nazaren sia detto". Breve e oscura città, ne' Galilei monti sepolta, senza nome e istoria eri allor, Nazarette, ed il torrente che ti lambe il pie' sassoso piu' noto era di te.Ma qual v'ha spiaggi barbara su cui non sia giunto il grido della tua fama, dacche' fosti stanza del Salvator?"

LA CELEBRAZIONE DELLA PASQUA EBRAICA

* - =Nella persona e nel vigor frattanto il Fanciullo crescea. Di sapienza ricolmo egli era, e del superno Padre cura e delizia: Alla regal Sionne, ivano ogni anno i suoi parenti, i sacri riti di Pasqua a celebrar.Varcate e ch'ebbe del dodicesimo anno le soglie, andovvi anch'ei Gesu', da lor condotto alle pompe festive ivi rimanendo sino a quando I sette giorni degli azzimi trascorsi, a' Solimiti colli il tergo essi dier con tutto il folto stuo de' pii pellegrin. Ma non sen tolse il fanciullo Gesu', n' ch'ei si fosse scompagnato da lor, punto s'avvide Gioseffo ne' Maria, che in quella frotta di ritornanti, ove in distinta fila, come antico volea patrio costume, movea questo e quel sesso, ivan disgiunti. E l'un l'altro credea che seco avesse il Giovinetto. E non veggendol quindi, pensar che fosse coi compagni, e tutto il di' seguir lor via: Sopra la terra con l'ombre e con le gelide sue stille scese poscia la notte, ed essi giunti al diversorio ove prendean lor posa i pelegrini, e fatta inchiesta attorno ne' lui trovando in fra l'amica schiera, tremor freddo gli assalse, il pianto a rivi solco' lor gote, ed un'amara notte vegliar ne' lagni e ne' singulti. Fattosi giorno gli angosciati genitori ritornano a Gerusalemme ed invano lo cercano ovunque finche' Al Tempio alfine volgono il pie', gia' d'ogni speme scossi di ritrovarlo. E quivi, oh maraviglia!, come al mattin chi guarda il ciel, tra gli astri mira primier quel che la luceapporta, ne' penetrali il veggono, Ei sedea tra i dottor cdella legge, e udia lor detti, e di domande gli stringeva, e tutti, rapiti al suon de' giovanili accenti, lieti plaudendo, e da stupor commossi, il saper ne ammiravano, ed il senno nelle risposte. La Vergine esprimendogli l'angoscia da loro provata gli chiede il perche' non li abbia seguiti rimanendo nel tempio domanda cui il Messia risponde "Perche' cercarmi? Non sapevate come ciò che spetta al Padre mio, convien ch'io vegli ed opri?"

* -Tornato a Nazareth il Messia si adopra alquanto nel porgere aiuto al lavoro da falegame di Giuseppe intanto scorrono gli anni ed ormai in Israele come in tutto l'Impero di Roma Il fren reggea Tiberio, e tra gli scogli di Capri seppellia gli orgj lascivi, il terror, le sevizie. E la Giudea in romana provincia alfin ridotta, a un ministro di Cesare obbedia. In Galilea frattanhto, e in altre terre del gran regno Davidico disfatto, col nome di Tetrarchi avean lor seggio, ligj a Roma, tre prenci; Erode l'uno, l'altro Filippo, ambo d'Erode figli, l'uccisor dei bambin: Lisinia il terzo. Caifa era il Pontefice, ma seco autorità pontifical tenea Anna suocero a lui: che' il tempio istesso fatt'era degli onori empio mercato ma a fronte di questa realtà i tempi stanno mutando perché Una voce rimbomba nel deserto, ed e' la voce di Giovanni scritto siccome fu, per apprestarti il calle manderò l'Angel mio che ti precorra. Penitenza egli intima; che' vicino de' cieli e' il regno. Apparecchiate o genti, la strada del Signor: s'empian le valli, si dibassino i monti, i sentier torti retti sien fatti., e s'addolciscan gli aspri. Ei viene , ei viene, il Salvator! Voi tutte Genti, il vedrete:Chi 'l bandisce e' all'opra. ecco l'araldo irsuta veste ei porta, col pelo ordita de' cammelli, un rozzo cinto di cuojo gli circonda il fianco; non disseta il suo labbro altro che il fonte, di locuste si pasce, e di silvestre mele, cui fabricar l'api ne' cavi tronchi o nel fesso delle rupi. Ad esso dai campi, dai casali, e dalle ville il popol corre. Ei nella limpid'onda del Giordan li battezza essi lor colpe gli confessan piangendo. I falsi e gli empj, che d'ipocrito vel coperti il fronte, vengono a lui, con torvo ciglio sgrida, e il garre cosi' "Viperea schiatta, come fuggir di dio sperate l'ira, sozzi d'iniquità? Se in cor v'alberga pentimento sincero, or via rendete di penitenza degni frutti.

* - Un dì , ne' mai ne cessera' memoria per rivolger d'età, del bel Giordano scender ecco alla sponda un uom d'eccelse sembianze. Egli era nel trigesim'anno, viril beltà gli risplendea nel volto l'autore prosegue nella sua appassionata descrizione del Messia: nelle membra impalpabili, nell'oro del crin che intenso gli scendea sul collo, nel mento adorno di decente onore: la maestà sul fronte gli sedea, ogni modo ed ogni atto era in lui grazia, ma grazia veneranda che rispetto impime allor che piu' de' cor s'indonna. Sull'arco di sua labbra, iri di pace, erra un santo sorriso, e be' suoi lumi disfavilla un amor che si diffonde divinamente in ogni petto e sempre l'autore cosi' ne effigia l'incontro con l'Araldo cioe' Giovanni Battista Ei scese pari alla turba in sulla spiaggia, e volto a Giovanni, che il Divo in lui repente riconoscendo, ossequioso il piede ritirava, e stendea supplici palme, " o ne vegno, gli disse, al tuo battesimo". E Giovanni a riscontro: "Oh che mai parli? Io son che il salutevol tuo lavacro chieder ti deggio e di rimando il Messia "Lascia per or e si faccia, e di giustizia tutto, come a noi si convien, l'ordin si adempia" Gesù rispose: e quegli umil cedendo al sovran cenno, il battezzò nell'onda, del Giordan che il suo Dio nel grembo accolse e sacro fiume in ogni età sia detto : dopo il battesimo uscì Gesù tosto dall'acque, e orando stava, quand'ecco in alto aprirsi i cieli, ed in forma di candida colomba scender di Dio lo Spirto, e sul suo capo posarsi; ed una voce uscir dal cielo "E' questi il mio diletto Figlio, in cui tutto ho riposto il mio contento

* - Il Messia si reca quindi nel deserto a meditare e digiunare ma lì piu' volte viene tentato dal Demonio: In quel confin della Giudea ch'e' volto verso oriente, e alpestre giace e scabro del Morto Mar ver le salmestre rene, sorge un deserto di montagne, un tristo, selvaggio, ermo, scosceso, orrendo loco che tuttor ha di Quarantania il nome:Quivi Gesù, tratto dal Santo Spirto, dal Giordan lontanandosi, s'accolse contemplator solingo, e quivi stette, quaranta giorni. E Satana il tentava, e colle fiere egli vivea ma il Messia non solo rimane imperturbabile ed alla fine esclama Allor Gesù gli disse " Vanne, o Satanno, perocche' sta scritto: adorerai il tuo Signore Iddio, ed a lui servirai" Qual fugge viator, che sull'alpe una di neve frana immensa rotarsi e diruparsi mira sul calle ov'ei s'inoltra, e il vento, mosso da quella, già lo fiede in volto, e lo scroscio ei già n'ode e la ruina e di spavento imbiancarsi; tal fugge a quegli accenti, da terror percosso, il caduto dal cielo Angiol rubello che in lui sospettando il divin Figlio volea portarlo a cimento,e farsi certo se desso egli e'

* -Nel frattempo Giovanni intanto, dal giudeo deserto sgombrando, a Betabara il fianco trasse, oltre il Giordan ver tramontana. ei quivi nel predicar perseverava. Ed ecco d'orator del Sinedrio a lui venirne scelto drappello a dimandar s'egli era il Cristo. Ei "No" rispose - "Elia sei forse?" Quei replicar. - "Nol son". _ "Dunque il Profeta sarai?"" - " Neppur". - "Ma chi mai sei tu dunque? Dirlo ei e' forza a chi c'invia; favella: di te che narri?" - E alor Giovanni: " Io sono la voce di chi grida nel deserto: raddrizzate del Signor la strada, come disse Isaia". Di Sacerdoti e di Leviti era il drappello, e tutti de' Farisei seguivano la setta: setta austera, ma ipocrita, che al motto della legge aderia, non allo spirto, e nido di superbia era il lor petto."E perche' tu, non Cristo, e non Elia, , non il Profeta doni altrui il battesmo?. "Io battezzo nell'acqua, allor soggiunge Giovanni; ma tal v'ha che stassi in mezzo a voi, ne''l conoscete; edesso e' quegli che dopo me verrà, di me piu' forte quindi aggiungendo cui non son degno che il legame io sciolga de' comandamenti". - E quei gli dier le spalle:che' forse a sola insidia era il messaggio. L'altro mattin Giovanni a se' venirne, Gesù scorgendo, al popol col dito l'accenna, e sclama ecco di Dio l'Agnello! Eco del mondo chi il peccato toglie! Questi e' colui del quale io dissi viene tal dopo di me, ch'e' piu' di me, perch'era prima di me:ne' 'l conosceva io punto; ma son venuto a battezzar nell'onda, accio' fosse ei palese in Israello". E ripiglio':" Lo Spirto io scender vidi dal ciel quasi colomba e soffermarsi sopra il suo capo. Ed egli m'era ignoto: ma chi mandommi a battezzar nell'onda, quegli su cui vedrai scender lo Spirto dal cielo e soffermarsi, egli e' quel desso che nel Santo Spirto battezza. ed io ciò vidi, e quindi testimonianza ne rendei solenne ch'egli e' il Figliuol di Dio. Tacque il Battista, Precursore ed Apostolo e Profeta fatto ad un tempo, anzi maggior di tutti i Profeti ei medesmo; che' soltanto veder da lungi e prenunziar sull'arpe il Sole di giustizia, il Re venturo, fu conceduto a' vati d'Israello aggiungendo l'autore del poema Manifestato ad Israello e' il Cristo, il dolce puro ed innocente Agnello, dichiarato di Dio Figlio diletto dalla voce del Padre; e su lui steso ha l'ale di colomba il Santo Spirto. Ecco dell'insegnar s'apre l'aringo, E i discepoli accorrono al Maestro, quai cervi sitibondi a nuova fonte che di rupe spiccio'. Gesu' gli accoglie, ed a Simon trasmuta il nome in Pietro, che la pietra poi fia della sua Chiesa



* - CANTO QUINTO

* - Gesu' resuscita il defunto e gia' sepolto Lazzaro [Lazzaro, probabilmente una variante di Eleazaro (Eleazar o Eliezer), è un personaggio dei vangeli, secondo i quali abitava a Betania, paese vicino a Gerusalemme, con le due sorelle Marta e Maria. Il Vangelo secondo Giovanni (11,1-44[1]) afferma che, morto a causa di una malattia, fu resuscitato da Gesù. Lazzaro di Betania è venerato come santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e dalla Chiesa copta.]

Il Messia si recò al sito della tomba del defunto Lazzaro Gesù, giunto al sepolcro, un'altra volta freme' dentro allo spirito: Una caverna scavata in grigia roccia era il sepolcro, e pietra enorme ne chiudea la bocca. Disse Gesù "Ne sia tolto il sasso": E Marta a lui : Deh mio Signor che imperi? Ahi ! già pute il cadavero, da quattro giorni sepolto!" Lei mirando fiso "O Marta ei replicò, non io tho detto che se tu fede avrai, vedrai la gloria di Dio?" -Ne' piu' s'udi' la parola tolto vien dalla tomba il gran coverchio, e in alto il Redentor gli occhi levando così prese a parlare "O Padre, tu m'esaudisci, e grazie a te ne rendo; tu m'esaudisci, e grazie a te ne rendo; non già per me , ch'io ben sapea che sempre tu m'esaudisci, ma per questo il dissi popolo che m'attornia, ond'egli creda che tu perse' che mi mandasti" - In fondo all'avello spingendo il guardo allora, con quella voce che creò la terra e di stelle ingemmò le vie dl cielo, "Lazzaro vien fuor" disse, e repente il morto usci' fuor del sepolcro ancora avvolto nei funerei paramenti I piedi e le mani egli avea da nodi strette; tutte cinte da fasce eran le membra, e breve un lin gli copria la faccia, com'era in seppellir l'ebreo costume. "Lui sciogliete, Gesu' disse, volto a color che accerchiavano il risorto, si' che tronco abbia il passo" subito venne ascoltato e celermente del prodigio da lui compiuto si sparse e il nunzio di tal miracolo fe' d'onta non men che di spavento, impallidir de' Farisei la faccia: Perche' come negarlo, o con procaci dubbj scemargli fe', mentre son tanti, di certa fe', che coi loro occhi han visto Lazzaro redivivo uscir dal grembo del cupo speco, ove la quarta aurora lui ritrovato avea, spoglia senz'alma, esalante di morte il tetro lezzo?

* - Dopo tutto ciò Operato un portento, in solitaria parte ritrarsi il buon Gesù solea, per torsi a' plausi, e porger vivo esempio dell'umilta' che gli e' si' cara: narra vestusto grido, che al cader del giorno, le due pie sorelle, sfavillanti di gaudio, a cena amica i compagni di Cristo e un bel drappello accogliesser d'Ebrei si' che assieme a questi V'era in fra color piu' d'un teste' pur giunto chi dalla Grecia, chi di Roma: Ignari delle cose di Cristo, così avean sete d'impararne le geste e gli ammirandi ricordi ed i prodigi ed alla fine Asraello un di lor, poi che de' cibi spento fu il natural desio, volto a Giovanni(non l'araldo di Cristo, ma l'amato indivisibil suo fedel compagno), ruppe in tal dire "Tu che il diletto sei del gran Maestro, e in biona eta' di tanto senno fai prova, deh! gentil tu sgombra da' nostri occhi la nebbia: In esso il Cristo noi conosciam che fu promesso a' padri; che', fuor di lui, chi del sepolcro trare potri gli estinti? Ma straniere piagge noi gran tempo albergar. Di Roma io vengo dove in fasce tuttor m'addusse e crebbe il genitor, che appo gli Aurelij gradi tien banco e cambio: Nullo io so che ad esso spetti, cui credo, perche' il vidi, rotte di natura le leggi, al muto avello involar la sua preda". Allor Giovanni pien di foco divi la lingua e il petto, prese a narrar come in principio il Verbo era, ed il Verbo era appo Dio, e Dio era il Verbo e la vita era e la luce, la luce vera che i mortali irraggia e come il Verbo si fe' carne, e venne ad abitar tra noi, e la sua gloria, gloria qual d'unigenito del Padre pieno di grazia e verità, fu vista. E qui in estasi cadde, a quella forma che rapito era in Patmo, allor che scese l'Apocalissi, e vi pingea l'ultrice man del Signor contra chi crudo oppresse la sua Sposa diletta, e l'empia donna sui sette col assisa, ed il trionfo dela Chiesa, e le nozze dell'intatto Agnello, e di vittoria i dì festivi

* - Matteo poi favello': del divo Infante, disse i misterij, e il suo battesmo adulto, e 'l deserto, e 'l digiuno. e 'l demon vinto, e l'incoato ministerio. Il corso qui tronca a' detti ma appena finito di parlare
con gli occhi un cenno muove a Natanael, che fu de' primi Discepoli di Cristo: Ha bianco il crine Natanaello, e grave il fianco, e il dorso curvo dai di' ma nel sereno aspetto a chiare note gli traluce espresso il soave costume e il cor tranquillo. Dolce è il suo dir: non folgoreggia e tuona, ne' s'erge, aquila audace, a vol sublime; a qusi par che con catena d'oro, degli ascoltanti l'alme annodi: In questi accenti egl'incomincia: "Amico orecchio deh! mi porgete , che' il mio dir non suona potente al par di quel ch'udiste: un uomo senza travestimento e senza fraude io son, che il ver, con umil cor sol dico. E composto al silenzio ed al pensiero, rapidamente in vago ordine accogli sue rimembranze indi il narrar tessendo d'onde Matteo die' fin, così favella. Poscia che per la seconda volta Gesù mostrato dal Battista, ei l'onda valicò del Giordano e dato il tergo di quel fiume alle rive, il lungo imprese peregrinar che in Galilea reddurlo dovea
[ DA QUESTO PUNTO SI SNODA A LUNGO IL PARLARE DI NATANAELE (su cui si possono leggere queste considerazioni)
TRASFORMATO DALL'AUTORE DEL POEMA IN UN IO NARRANTE
CUI POI SUCCEDONO QUALI SALTUARI NARRATORI ALTRI SEGUACI DEL SALVATORE
Natanaele così continua quindi a narrare =
Con lui breve percorso venia de' suoi primi discepoli, ed io stesso era del numer'uno: Il terzo giorno ci vide in Cana, graziosa terra di quel paese, che a merigge e a sera è protetta da' monti, ed una valle ha da quel lato che a' trion riguarda.

* - Gesu' giunge quindi a Cana ove presente la Vergine si tiene un banchetto nuziale in cui improvvisamente viene a mancare il vino: ma il Salvatore invitati i servitori a riempire d'acqua varie brocche trasforma tra lo stupore generale l'acqua in vino

Cntinuando nella sua narrazione Natanaele procede alla Descrizione della Galilea e del lago di Tiberiade =In Galilea ne' voi cresciuti all'ombra del monte degli Olivi o di Sionne forse ben tutti conoscete il vasto tratto di terre che ha tal nome, in ue partito l'alto che fu dato in seggio alle tribu' di Neftali e d'Aserre; e il basso ove dimora ebbe più dolce su colli aprici e dentro irrigue valli di Zabulonne e d'Issacarre il seme): In Galilea , diss'io, si stende un lago che da Genesarette il nome toglie. Di Galilea, di Tiberiade il mare detto è pur anche presso noi, che mare chiamar usiamo ogni gran lago: Cento s'allunga e venti stadj, e un terzo è largo. Gli dà l'onde il Giordan che dal natio speco di Bania uscito, e volte quindi per l'altro lago di Merom le alpestri linfe ancor torbe e ottanta staj corsi, dentro valle montana, alfin vi scende per indi uscirne, e mentr il varca un segno del suo passar con lunga riga imprime.Fresche e lucide ha l'acque, in cui la fronte specchiano i monti posti a cerchio, e ricca stanza è di pesci, grati al gusto, e preda larga alle reti. Sulle ombrose sponde augelli innumerevoli fan nido, od insegnano all'aure i lor concenti: e di selve e di rupi, in varie fogge sorgnti intorno, agreste scena adesca gli occhi del viandante In su que' lidi, e presso ove nel lago i suoi lucenticontinua a narrare Natanaele* umor versa il Giordano sorge Cafarno florida terra. Ivi Gesu' si trasse con la Madre e i discepoli, ma brevi giorni vi stette allor, benche' la stanza indi sia quella ove tornar piu' spesso e soggiornar piu' tempo egli ami

* - Poco tempo dopo il Signor di qui il pie' ritolto, per quel cammin che piu' dritto men dal nostro lago del Cedronne al passo, venne a Gerusalemme; che' presso il giorno era di Pasqua:Profanato il Tempio ei qui trovo'. Chi buoi vendeva o agnelli, e chi colombe, e chi sedeva al cambio, delle monete, e ne tenea baratto:Contaminata la magion del Padre veggendo, arse di zelo, ed un flagello di funi intesto, li caccio' dal Tempio coi bovi e con gli agnelli, e al suol travolse i banchi, e le monete. Fiammeggiante di maestà divina era il suo volto, e dagli occhi gli uscia terribil raggio che frangea ne' cacciati ogni baldanza. Ma fu piu' mite a chi vendea colombe. Ed a questi sol disse "Itene altrove, ne' in casa di negozio si trasformi la casa di mio Padre". Ma i cacciati dal tempio si rivolgono al Messia con varie ed anche querule domande " e quai portenti, van gridando i Giudei, ti porgon dritto di tanto osar?" - "Voi questo Tempio a terra abbattete, ei risponde, ed in tre giorni io risorger farollo"."Esso fu l'opra di quaranta sei anni, ed in tre giorni redificar, esclaman colo, tu vuoi?" (Ma del suo corpo egl'intendea, che Tempio vero era di Dio.) Stolta Sionne che volontaria chiudi al lume il ciglio!

* - Quindi Gesu' si intrattiene con Nicomede, stupito dei suoi portenti che era primo Tra i grandi fra i Farisei e le rende edotto di alcuni misteri della vera Fede sì chealla fine in fondo all'alma Nicodemo accogliea gli alti concetti, e iradiato sen partia e quindi allorche' vermiglia sorse l'lba indi a poco, Allor le torri dell'antica Sionne e i sacri colli abbandonando, ver le ondose sponde scese il Maestro ove il bel fiume ebreo, fra lenti salci e folti giunchi, accolti tutti alfine i tributi, ampio e tranquillo, al suo termin declina. Ivi il battesimo onde parlato a Nicodemo avea, Feaministrar da noi, suoi fidi, e tutti a lui correa la gente E del Battista i seguaci movendone querela, lor rispose l'Araldo: "In s'adempie la mia letizia:ei crescer debbe, ed io impicciolir: Chi dalla terra viensi, alla terra appartien ma chi dal Cielo vien, sopra tutti egli e'

* - Il Salvatore si reca quindi in Samaria e quindi ove Giacobbe pur alzo' le tende e gl'idoli interrò. Gesu' vi giunse presso al poder che al suo figliuolo Gioseffo diede un giorno Giacobbe, e che ne serba il nome ancor. Dal gir pedestre stanco, sopra il pozzo ei s'assise, e volgea l'ora che altissimo del cielle vie discorre il sole, e scema lìombre, e piu' cocenti i rai saetta: Ed ecco giovin donna della Samaria la quale come tante altre volte l'urna in man recando, a trar acqua vien ivi . In lunghe trecce le brune chiome ha vagamente attorte,. E' certamente bella per gli occhi del mondo profano La Sichemita, e ne rassembran gli occhi stelle allor che escan dal mare. Ma del santo pudor sulle vermiglie gote non le sfavilla il dolce raggio, lume della beltà

* - Ma senza alcuna esitazione non isdegna volgersi a lei con il parlar benigno Gesu', che vuol quel traviato spirto ricondurne a virtù."Donna , in gentile atto a lei dice, a ber deh!tu mi porgi". Al che, maravigliando, ella, Onde mai, sclama, onde avvien che tu da Giuda essendo , acqua a me chiegga? Ben sai tu che nullo con noi della Samaria han tratto od uso quelli da Giuda, che profana schietta osan chiamarci". Ed egli a lei:"se il dono di Dio tu conoscessi, e fosse aperto a te chi sia quei che ti dice porgi a me da ber, chiesto ne avresti forse a lui tu stessa , e un'acqua viva porto egli t'avria -"Signor la fune e il vaso tu non hai per attignere, e rofondo e' questo pozzo: come dir puoi dunque che l'acqua viva hai tu? Maggior sei forse di Giacob, padre nostro , il quale ci dette questo pozzo, e ne bebbe egli medesmo e la sua prole e il suo lanuto armento?" Ed a lei Gesu' disse " Ognun che beva di quest'acqua avrà sete un'altra volta; ma chi bevra' l'acqua ch'io ministro non avrà sete in sempiterno: l'acqua ch'io gli daro', fonte in lui fia perenne vita che spiccerà fino ad eterna vita[Tra gli ebrei era diffusa l'opinione che solo i discendenti delle tribu' del Regno di Giuda (Giuda, Beniamino, Levi, Simeone) fossero "veri" e "puri" ebrei dopo l'Esilio babilonese, e che invece i non deportati samaritani discendessero esclusivamente dagli stranieri pagani deportati in Israele nel 722 a.C. per sostituire le popolazioni ebraiche totalmente deportate. Al tempo di Gesu', l'ostilita' fra giudei e samaritani era ancora viva, i samaritani vengono considerati scismatici, se non veri e propri pagani. Gesu' stesso (Matteo 10,5[8]) proibisce ai suoi discepoli di predicare in citta' samaritane in quanto era giunto unicamente per le "pecore smarrite" israelite, non per altri popoli e culti. Ma e' proprio per questo motivo che Gesu', raccontando la parabola del buon samaritano, sceglie uno di loro come esempio per spiegare l'attenzione che bisogna avere verso il prossimo (Luca 10,25-37[9]), mostrando che e' preferibile un "eretico", come un samaritano, che si comporta con amore verso il prossimo, di quanto non siano dei sacerdoti e dei leviti, le cui convinzioni siano del tutto ortodosse ma che si comportino senza alcuna carità verso il loro prossimo. Il vero credente, per questa parabola, e' chi nelle azioni segue l'esempio di Cristo, e non chi si reca al culto nel tempio piu' "ortodosso". Gesu' attraverso la parabola vuole quindi enfatizzare l'importanza della morale, della compassione e del giusto comportamento da tenere nei confronti degli altri, anteponendo quindi l'amore e l'etica alle formalita'. Lo stesso vale per l'incontro con la samaritana al "pozzo di Giacobbe" (Giovanni 4[10]), il cui comportamento e' ancora piu' "paradossale" in quanto lei, anche persona dalla vita scandalosa, e' capace di comprensione di cose che i credenti ortodossi, che pure hanno avuto l'educazione necessaria per comprenderle, non arrivano a capire]

* -La giovane Samaritana chiede a Gesu' di darle l'acqua di cui sta parlando e poi apprendendo che Egli sa tutto di lei e della sua vita scandalosa muta il discorso dicendogli "Ah veggo ben, la donna grido'; che tu Profeta sei. Deh sgombra or dunque un dubbio dal mio cor: Su questo monte ( e col dito il Garizzim gli accenna che l'altero suo vertice levando sopra di or l'ombra spandea, su questo monte adorano i nostri padri Iddio, e voi dite che in Solima adorarlo fa di mestier - Donna, Gesu' rispose, credi a me, venne l'ora in cui ne' questo monte, ne' Gerosolima fia 'l loco ove adorar dovrassi il Padre: I veri adorator del Padre a lui tributo daran di culto in veritate e spirto; che tal culto ei ricerca. E' spirto Iddio, e adorarlo chi sa cosi' l'adori, in veritate e spirto. La Samaritana sa che si e' sparsa la voce che stia per arrivare il Messia e che come venuto, egli sarà, di quanto or giace occulto rimosso il vel, tutto farocci ei conto, come il sole che il mondo empie di luce". Ed a lei Gesu' disse :" Io son quel desso. Io son quel desso: io che parlo con te". L'urna dell'acqua ivi lasciando, che' all'umor celeste dissetata s'e' gia', l'avventurosa Samaritana a' cittadini alberghi vola, e in quanti s'imbatte .al pozzo, al pozzo, al pozzo di Giacobbe ite veloci, ed ivi un uom mirate, il qual mi disse quant'io fessi pur mai. Non egli il Cristo saria?": le sue parole guidano una gran folla che estasiata si raccoglie attorno al Messia esclamando gli astanti Oh veramente e' questi il Salvator del mondo!". Gesu' si trattiene quindi due giorni tra i Samaritani per poi dipartirsene il terzo, continuando a predicare tra l'esultanza di tutti, giungendo in fine a Cana dove sulla scorta della fama del suo miracolo nel cambiare l'acqua in vino gli corre incontro un grande in corte d'Erode. Infermo in Cafarno gli giace, e speme il tragge che Gesu' gliel risani ed il Messia, al fine commosso dal dolore di un padre, lo avvisa che il figlio e' guarito cosa che, fra molti lodi poi rivolte a Gesu', recandosi a casa il dolente padre apprende: ma già Gesu' sempre scortato da gran folla accede al lago di Tiberiade

* -Del mar di Galilea lungo le arene che ricevon di zefiro lo spiro, siede Betsaida, umil casale, albergo di pescator. Quivi Gesu', da Cana disceso al lago, un di' movea solingo: ma il vide alcuno, e ad altri il disse. A frotte il popol corse, e gli fea ressa e calca si' da vicin, che di lasciar la spiaggia vaghezza il prese, e d'allargarsi in mare finalmente in tal luogo il Messia " Due barche al lido vote ei mira. Usciti eran da quelle i pescatori, e in tera stavan forbendo le lor reti: in una d'esse egli entra e s'acconcia, ed era quella di Pietro, e il prega che dal lido alquanto lo dilunghi. poi la', di mezzo all'acque, del navicello assiso in sulla sponda, le turbe egli erudia, che disiose, tendean l'orecchio dalla spiaggia. Fine al sermone indi imposto, e a Pier rivolto "La tua barca, ei gli dice, in alto or pingi, ed a pescar getta le reti" E quegli, "Maestro, esclama, noi l'intera notte affaticammo, e non pigliato un solo pesce civenne. Pur tu'l dici, e tosto la rete io gitto". In grembo all'onda, che par festoa la raccolga e baci, scesa appena e'' la rete , e carca e colma già di preda e' cosi', che nodi e maglie sta per romperne il pondo . Poco dopo dall'altra barca gettano la rete Andrea "Jacopo e Giovanni, di Zebedeo gemina prola e pure in questo caso la pesca e' abbondante sì da risultar riempite di prede entrambe le imbarcazioni: Tutti son colti da stupore e Pietro inginnocchiatosi innanzi a Gesù esclama "Da me Signor, deh ti diparti: io sono un peccator" Ma Gesù, fitti in Pietro occhi soavi, "Non temer disse, d'oggi innanzi preda tu ben d'altro farai".. Sui sacri passi iti eran gia', del bel Giordano all'acque, Pietro, un tempo, ed Andrea: ma la possente chiamata adito non ne avean pur anco. Solenne or di questa e' il suon "Venite, ei dice, dietro a me; d'uomini farvi pescatori vogl'io. Ne' que' son lenti, le reti abbandonando, a girgli appresso: in simil guisa gli altri due fratelli indi a se' chiama, e questi pur le reti abbandonando, e colle reti il padre ed ogni cosa, tratti i legni in terra, le sante orme a calcar s'affrettano lieti.

* _ Dopo questi eventi Gesù attraversa le città prossime al lago di Tiberiade facendo miracoli e molti guarendo tra cui la vecchia madre di Simon Pietro afflitta da una grave febbre = la sua fama si estende per ogni dove e frotte di persone lo seguono finché egli nondecide di trapassare sull'opposta riva del mar di Galilea dicendo ai propri seguaci "Compagni...All'altra spiaggia passiam" calma è l'acqua ma poi improvvisamente viene sconvolta da una tempesta violentissima si' che segue Furia di venti , e il mar levarsi in alto e nella barca irrompere, che d'acqua già colma sopra, acqua pur anco accoglie ne' sdrusciti suoi fianchi: Ed egli intanto dormiva in sulla poppa, il divin fronte sopra un guancial posando: sempre NATANAELE racconta come lui con i compagni del Messia terrorizzati a lui si rivolgono urlando onde svegliarlo Noi ci stringemmo pallidi e tremanti, che' in fondo gà ci tenevam del mare. "Deh ci salva, o Signor! Di noi ti caglia! Noi nell'onfe affondiam! Mira, siam presso a perir!" Queste grida, e questi lai lo risvegliar "Di poca fede! esclama, perche' al timor date ricetto?". E in volto gli si leggea: "Con voi non sono io forse??". Sorge, ciò detto, volge in giro i rai. E com imperador di forti squadre che i suoi guerrier con aspro dir rampogni, tremendo in vista sgrida i venti e i flutti irati. E tace il vento, e placidissima calma si stende sopra il mar, che l'onde burrascose rispiana, e speglio sembra che rifletta del ciel l'azzurra imago, se non che tracce di canuta spuma della spenta procella ancora fan fede. Sacro spvento a tal prodigio l'alme agita de' nocchier nell'altre cimbe, che bianchiin viso l'un coll'altro a prova, si van chiedendo chi costui mai fia? ai venti e alle tempeste egli comanda, gli obbediscono i venti e le tempeste" a questo punto si interrompe la lunga narrazione fatta da NATANAELE durante il convito a Cana e prende a parlare il giovane ITURIELNatanaello proseguia: ma ruppe il suo discorso la cortese voce d'Ituriel, giovin di pronti spirti nel cui petto scorrean materne stille del sangue maccabeo: Costui si volse al raccontante e con parlar leggiadro "Mira le dolci nostre ospiti, disse, di vin più fresco, e d'onda or ora attinta, fatto han recar vasi novelli. All'arse labbra ristoro porgi or dunque , e alquanto ti posa che' a narrar se il retto io scerno, assai t'avanza, e mentre taci, io spero, ne' indarno spero, che alcun altro sorga a pinger del Battista i lagrimosi casi. In Atene io m'era, e fama venne che, martire del vero, acerba morte egl'incontrasse, ma ne tacque il modo. Cel narri, adunque alcuno di voi, ne' badi se de' tempiegli alquanto il confin varchi. Che' di Gesu' non più turbata e sciolta, giunta a quel passo correrà l'istoria" smesso di parlare ITANIEL prende la parola BARSABA = Barsaba allor levossi, al qual di Giusto fu dato il nome, e sì parlò:L'incarco che tu proponi Ituriello, io lieto assumerò; che' il tuo desio mìe' dolce, seguace del Battista, il rifulgente astro che del Signor le vie precorse, ritrarne io ben posso l'occaso: Ascolto prestami adunque, e nel mio dir t'affida : da questo punto inizia la dolente narrazione di Barsaba in merito alla drammatica e tragica vicende , come di seguito si legge, della MORTE DELL'ARALDO DEL SALVATORE

* -Erode Antipa, in Galilea Tetrarca, arse d'immenso amor per la vezzosa Erodiade, che moglie era a Filippo, Tetrarca in Iturea, di lui fratello; che' d'Erodo il Primier ambo son figli: L'araba sposa dalle brune braccia, prole d'Areta, ei rimandò; ritolse Erodiade al fratello, e nel suo talamo pose costei che a un tempo gli nipote e cognata e druda e moglie. Questo d'iniquità cumulo osceno infiammò del Battista il santo zelo. E le nozze impudiche, e la mal tolta mogliera egli increpava, e il turpe esempio che dal trono sui popoli scendea:
la potente donna intese vendicarsi del giusto biasimo espresso dall'Araldo del Messia
D'ira superba divampo' la donna contra il gran ripensor: N'ebbe dispetto Erode ei pur, ma riveria quel giusto e volentier l'udia:Vittoria alfin la donne ottenne, e il regnator sedotto, le catene fe' strignere al Battista, e cosi' avvinto lo caccio' nel fondo d'una prigion, nel suo regal castello di Macheronte, che al Giordano in riva sorge ove il fiume l'acque sue confonde col morto mar.

* - Erodiade non e' però soddisfatta del solo imprigionamento del Battista di cui vuole la morte ed approfitta allora del giorno in cui si tiene una gran festa ricorrendo i natali di Erode: sua figlia Salome' quasi ignuda sotto sapienti veli danza inebriando gli astanti e Sopra ogni altro Erode ne ha 'l cor rapito, e sì le parla:"Oh vaga fanciulla, che con te la gioia porti e e sei delizia degli sguardi, io voglio a te, qual merti, par di mercede. Checche' ti piaccia, a me dimanda e tosto io tel daro'; fosse pur anco, il giuro, la meta' del mio regno. Salome' gioisce e veloce s'avvicina alla madre per sussurrarle "Che chieder deggio, o madre?" e la proterva a lei grido': la testa di Giovanni Battista. Salome' obbedisce alla madre facendo la terribile richiesta, Erode tentenna ma rammentando la promessa fatta innanzi a tanti concede si' oscena azione Onde un messo spedì, che il sanguinoso dono arrecasse: Corse il messo in fondo al carcer tetro, ove sereno in volto, presago del suo fato il santo araldo morte attendea bramoso.Entro a' capegli la sinistra gli avvolse, il curvo ferro vibro' coll'altra, e il venerando capo gli spicco' dalle spalle, indi ritorno fe' nella sala del convito, e il nudo Teschio, orrendo a dirsi, sopra un disco recando, il diede alla fanciulla, ed ella tosto il porse alla madre , e fu satollo il fier desio della procace moglie. Ma già sazia non fu la sua vendetta perche' uno spillo che di spada a foggia aureo portava nelle trecce, tolto, aureo portava nelle trecce, tolto, con quel la lingua del Battista per punir la santa libertà del parlar che i suoi lascivi amor riprese ed i nefandi esempli

* - Del Martire i discepoli piangendo,(ed io -sempre il narrante BARSABA - tra lor, quasi per duol mal vivo) il corpo privo dell'onor del capo; a raccor poi n'andaro, e nel sepolcro l'adagiar che in Samarin s'addita. E a Gesù ne recar la dolorosa novella. Questo fine ebbe quel Santo che fu del vero Sol nitida aurora. Fiume talor, cui fren di antica sponda in letto alto rattien che ai campi intorno sovrasta, se dagli anni alfin corrosa, cedendo dell'enfiate acque al fier cozzo, cade la spondo, rovinoso il passo s'apre pel nuovo calle, d il rimbombo n'ode da lunge il buon cultor che trema, per le messi, e le case e i cari figli, ed in fuga si volge: a tal sembianza la repressa a gran forza onda di pianto si dirompe da Barsaba dagli occhi poi che cessato ha del parlar.Fedele alunno del Battista, egli nel petto ne rianda gli esempli, e l'innocente vita, e le grida onde echeggiar le spiagge fea del Giordan. "Su vi pentite, o genti; viene il Signor.Di giorni puri tanto narrar con luci asciutte il miserando tramonto egli pte', tutta stringendo intorno al cor la sua virtù:Ma franto ora il ritegno, qual di neve falda tocca da' caldi rai del sol d'aprile, tutto si sface e in lgrime si scioglie, pensando al don dell'onorata testa, orribil premio di lasciva danza: Con lui geme ogni petto; ad ogni ciglio fa velo il pianto, e de' dolenti omei il rauco suon sull'anima ti piomba.

* - CANTO SESTO

* - A questo punto riprende a parlare NATANAELLO = Del Battista alla morte onor di pianto, dato quel s'addicea, l'eletta schiera de' commensali con bramose ciglia fisa in Natanel, dalle sue lAbbra novellamente pender sembra: il pio desir veggendo, all'interrotta istoria ei riannoda le fila in questi accenti. Il maestro io lasciai sul Galileo lago, placato dal divin suo cenno, e a lui cola' ritorno. In dolce calma l'onda posava, e il navicel sospinto da' remi, tutta la notte solco' l'acque, e col novello di' giunse alla spiaggia che guarda il lato donde l'alba i primi splendor fuor mostra e ne riporta il giorno = continuando il racconto NATANIELE si viene ad apprendere che due invasati e posseduta da demoni si accostano al Messia, ed un d'essi da lungi visto Gesù, corse qual lampo, al suol buttossi, l'adorò prosteso, e sclamò con gran voce: "A far che teco, hommi, o Gesù, figlio di Dio superno? Venistu' pria del tempo a tormentarci? Te per Iddio scongiuro onde non vogli meco infierir", si' che, però, il Messia gli ordino' "Immondo spirto da costui t'invola: Legion si nomava il malo spirto, che' a mille a mille i demoni avean seggio dell'infelice nel vessato petto, e ad essi che glien movean caldo pregar permise degno agl'immondi spirti immondo ostello, d'irsi a cacciar dentro un setoso armento che i paschi ricopria del vicin colle, due migliaja di capi, e che furente gittosi al mar dove trovo' sua tomba

* ancora narra NATANAELLO che mentre il Messia A "Cafarno suo fido ospizio" predica ed insegna innanzi a gran folla con uniti Dottori della legge e Farisei Giunse in quella uno stuol che un uom recava sopra d'un letticciuol. Da cruda oppresso paralisi ei languia. Porlo dinanzi a Gesu' que' sospirano; ma il denso popolo, ch'ogni ingresso ingombra e stipa lor precide la via. Del tetto al colmo poggian isnelli , e di lassu' l'infermo calan con funi sul suo picciol letto, la' ve' insegna Gesu'. Lor fe' veggendo, egli a lui dice "Figluol mio, t'affida rimesse a teson le tue colpe" e tosto gli Scribi e i Farisei dentro a se stessi pensar "Costui bestemmia; e che le colpe rimetter puo', salvo che Iddio ma il Messia che legge entro di loro prontamente replica E, "perche', dice lor, nell'alma albergo date a pravi pensier? Qual a voi sembra di queste due la men difficil opra; o il dir : rimesse a te le colpe sono? ovvero il dir : Sorgi e cammina? Or dunque accio' sappiate che dell'uomo il Figlio ha il poter di rimettere le colpe sopra la terra, eco io tidico: t'alza togli indosso il tuo letto e a' tuoi riedi = dopo queste parole esultando il malato vien sanato e tra lo stupore e il giubilo della folla si riunisce ai propri congiunti

* ma non s'arresta il raconto di NATANAELLO che aggiunge come "tra Cafarno che siede al lago accanto e la foce ove al lago i flutti mesce il bel fiume" Gesù presso la spiaggia ei vide un Pubblican , che de' tributi al banco, riscotitor solea, Levi, d'Alfeo figluol, da noi Matteo chiamato, egli era ( E sì dicendo, l'acceno' col guardo). "Sieguimi a lui disse Gesù . Di tratto sorge Levi e lo segue, e non lo addoglia del terren oro il ben caduco per acquistar, col girgli dietro, eterni tesori in ciel Matteo colmo di gioia allestisce per il Messia un gran convivio cui partecipano pubblicani ed altri ancora e NATANIELLO rammenta ancora Si turba a quell'aspetto il sospettoso germe de' Farisei e, "Donde a noi con bieche ciglia conversi, onde avvien, che il vostro Maestro in convivial gioja s'acconta con pubblicani e peccator?" : Risponde per noi Gesù che ne' cor vede, e gli egri del medico aver d'upo, e non chi lieto va di bella salute, e se' venuto ad appellar a penitenza ei dice, i peccatori e non i giusti . Il labbro chiudon color, ma nuovo tempo e nuovo destro aspettan di nuocergli infatti "appena due spiche" da' discepoli colte, e fra le mani trite, e gustate nel passar d'un campo, destan nel sen di que' protervi fiamme di falso zel, quasi del di' festivo, la santità si violasse orrendamente: Gesù lor ricordò l'esempio dell'Isaide quando errante e lasso, del turbato Saul fuggendo l'ira, il pan santificato in Nobbe tolse, e a se' la fame ed a' suoi fidi spense. De Sacerdoti indi accenno', che il festo giono rompon nel Tempio, agnelli e tori svenando a' sacrifizj, e le immolate ostie scuojando, ed esca ognor novella ministrando alle fiamme . E radiante, come sol che improvviso esce da' nembi parla il Messia di cui NATANAELLO riporta le parole Io dico a voi che qui maggior del Tempio tal v'ha: se voi ben intendeste il detto che da Dio vien: più la pietà m'è cara che il sacrificio; non dareste colpa ad innocenti: Per l'uom fatto è il sabbato, non pel sabbato l'uom.Dell'uomo il Figlio ha quindi anche sul sabbato l'impero"

* aggiunge poi NATANAELLO che, presentandosi al Salvatore un uomo dalla "mano destra inaridita", essendo giorno sacro al riposo" i Farisei van chiedendosi se mai violando la legge mosaica Gesù avrà l'ardire di curarlo ma il Cristo che legge nell'anima degli uomini di rimando = E tra voi indi esclama evvi alcun forse cui dove incontri ch'entro un fosso caschi unasua pecorella in di' festivo, non si chini e l'aiti e fuor la tragga? Ed assai più di un'agna un uom non merta?" Sdegnose alfin le luce in lor confisse, ipocriti confusi in muto aspetto, e de' lor cuor la cecita' gl'increbbe. Poi disse all'egro "La tua destra stendi" di modo che come ancora afferma Natanaello ei la stese, risanata ed agile come la manca. E voi che feste o Scribi, o Farisei? Forse al suo pie' cadeste in mirar si' grand'opera? Iniqua schiatta Voi di farlo perir, vile consiglio con un'altra teneste Infida setta, gli Erodiani

* NATANAELLO cita poi il caso di un posseduto che Gesu' libera dal demonio si' che mentre la gente esulta i Farisei si lasciano andare ad oscure considerazioni sui rapporti a lor parere impropri del Cristo con i demoni ma il tutto è l'occasione per NATANAELLO di una considerazione estremamente negativa sui Farisei a suo dire perpetratori in tal caso ancora d'un'altra Bestemmia orrenda si' che nel ridirla il sangue mi s'addiaccia nel cor _ ma che favello? Di questi falsi sapienti il tosco su lui continuo si distilla e piove men crude in Galilea, più fieri ed aspri nelle Giudee città, ma draghi e tigri del Tempio all'ombra e di Sion sul colle ove a spegner i suoi giorni, in dirlo io fremo!Or aperte, or occulte ardiscon trame, d'ampie menzogne e di calunnie fabbri

* Fluido scorre il racconto di NATANAELLO che menziona alcuni miracoli del Messia per primo egli menziona il disperato caso d'un uomo del quale n'è Giairo il nome , archimandrita nella scuole. Anelo egli corre al Maestro, e come è presso; cade a' suoi pie', l'adora inchino, e il prega pietosamente: Alla sua casa addurlo egli disia. Quivi ha una dolce figlia tenro fior che in sul mattino suo primo piega all'occaso già. Con caldi accenti ei fa forza a Gesù "La mia diletta figlia, lassa!, ahi sen muor. Ma tu deh vieni, e la tua man sull'egro capo imponi, acciò sia salva e viva" Il buon Maestro s'alza a que' detti, e con lui va. La fida sua schiera l'accompagna, e il popol seco è a questo punto nel fiume di folla allorché una donna emorroisa da 12 anni tormentata da continui flussi di sangue sperando di guarire nascostamente s'accosta al Messia e lo tocca convinta d'esser guarita, cosa che di fatto accade: Gesù s'accorge, contro il parere d'altri, di tal contatto, atteso il flusso di energia sentito da se stesso fluire ad altra persona. Di rimpetto alla sua esclamata convinzione la povera donna tremebonda gli si prostra innanzi confessando quanto fatto ma Gesù La guarda e dice " Ti consola, o figlia, Te salvò la tua fede. In pace vanne, e del tuo mal sana rimanti" ma il perorso alla casa di Giairo ha un drammatico imprevisto in quanto un tal venne e a Giairo gridò "Morta è tua figlia a che il Maestro oltre molesti?". Udia Gesù que' detti, e l'angoscioso padre sì confortava "Ogni dubbioso affanno t'esca dal sen;credi soltanto e salva ella sarà". Poi di Giairo al tetto giunge, e le soglie ne trova ingombre del corteggio de' morti. Ai mesti flauti chi dava il fiato, e chi lamenti all'aure mandava acuti: di singulti e lagrime e di gemiti un suon feria di chi passava per la via. Si volse alla querula turba e "Donde il pianto? Gesù lor disse: Itene pur chè morta non è, ma dorme la fanciulla". Un ghigno dileggiator, ch'estinta ell'è, risponde: Ma tutti quinci ei gli disgombra, e solo con tre suoi fidi, e con la madre e il padre della fanciulla, ove di vita scosse ne posan le membra in sulle piume entra, e s'accosta, e lei per man prendendo, e ad alta voce favellando "Sorgi, o mia fanciulla; esclama: io son che il dico". Al cenno invitto, riede in lei lo spirto, ed ella sorge, e volge intorno i rai, scintillanti di vita e di contento ed una volta espletato tal prodigio altri ancora ne compie come ridar la vista a due poveri ciechi recatisi a supplicarlo

* ma dopo questi miracoli NATANAELLO ne narra uno destinato ad accrescere l'odio dei Farisei avverso Gesù Intanto ricorrea il d'Israello il dì solenne, ed a Sionne i peregrin deevoti correano a stuoli a celebrar di Pasqua i sacrificj. Alla città rejna torna egli pur, ma il suo tornar d'un alto prodigio splende immantinente, e tutta Gerusalemme sen commove al grido, onde il fiel Fariseo più s'inacerba e così racconta NATANAELLO Evvi, e il sapete, in Solima un gran stagno, a cui dell'onde sue manda il tesoro di Gihon la fonte suburbana. Siede esso alla porta ond'han per legge ingresso le leggi elette a' sacrifizj, e quindi la piscina profetica s'appella. Da cinque logge in vago ordine è cinto il ricetto dell'acque: Entro i capaci portici giacenteivi giacea caterva di laguenti, che hal tutto han perso il lume deglio occhi, e chi de' piedi offeso e in molte sconce maniere, o delle memba è monco, arido, attratto. D'essi ognun bramoso stava aspettando l'agitar dell'onda; che a tempo a tempo nello stagno scende, l'Angiolo del Signore eturba l'acque, e chi primier nella piscina cala dopo scosse le linfe, ei n'esco mondo, qual siasi il morbo onde gemea dogliosi ma sol risana chi s'attuffa il primo, poi dell'alta virtù si spoglian l'acque così parla NATANAELLO per poi aggiungere Un meschino infra gli alti ivi giacea in sul carretto al suo lettuccio affisso, cui da trenta e otto anni, eran le membra da parlasia storte e perdute: I lumi sopra costui pose il Maestro, e vide che da gran tempo ei dolorava, e "vuoi risanato esser tu?" disse pietoso. "Uomo io non ho, rispose quei, che amico me nello stagno immerga , allorché l'acque ne fur turbate. Onde l'infermo fiancomentre della piscina all'orlo io traggo, pria di me vi si getta altri più snello, e salvo ei n'esce, ed egro, Ah lasso! io resto": Divinamente maestoso, a lui disse Gesù:"T'alza e cammina". Ratto balza in piedi colui, gagliarde e sciolte si risente le membra, in sulle spalle si reca il letto, oh meraviglia! e franche orme imprimendo si dilegua a' sguardi: O del Signor somma bontà! Gli afflitti ei rasserena, d salute agli egri, e d'umiltà, di carità perenni ministra esempli, e ne' cor modi accende, vivo l'amore della celeste fede eppure ancora NATANAELLO cita l'ostilità suscitata da questo prodigio dai nemici del Messia ed ecco alto rumor menarne, e infeste i Farisei muover di ciò querele, quasi Gesù, per violar la legge, nel sacro dì sforzi ad obbedir natura: Iniqua accusa, e più che iniqua stolta, che ognor rinnovellata, ognor in onta su lor ricade e più gl'incolpa ai felli Gesù rispose "Opra mio Padre sempre, ed opro io pure in un con lui" Ma l'ira de' Sacrdoti con più crude vampe ne riarde, e alle turbe in fier sembiante volti, vorrian pur trarlo a morte, reo lui del sabbato infranto alto gridando, ed ancor più dell'aver detto padre essergli Iddio, con ch'egli a Dio sè pari facea. - Rispose alla maligna stirpe in tai sensi il Maestro. il vero io dico; cosa non può far il Figlio, la qual cosa non abbia visto ei fare al Padre, quanto fa il Padre, lo può far da se stesso il Figlio, perché il Padre ama il Figlio, e nulla ascosto gli tiene di qunto egli opra: E ben più grandi cose vedransi, portentose e forti, ch come il Padre i morti sveglia, e vita in essi infonde, così pure il Figlio vita in cui vuole infonde. Il divin Padre continua a dire ancora il Messia dal giudicar s'astien, ma potestade intiera ei diè di far giudicio al Figlio, acciò che il mondo renda al Figlio onore, come al adre lo rende; E chi non rende al Figlio onore neppur lo rende al Padre che l'ha mandto: Il vero, il vero io dico: chi mia parola ascolta, ed in lui crede che m'ha mandato, egli ha l'eterna vita. Nè cade nel giudizio, anzi da morte è già passato. Il vero io dico né ven prenda stupor venir dee l'ora in cui quanti si stanno entro a' sepolcri, udiran del Figliuol di Dio la voce; e quei che al ben drizzato avran lo spirto, risorgeran per la celeste vita. equei che corso avran del mal le vie, risogeran perla final condanna"Poi lor mostrò come di luirendesse testimonianza il santo Araldo, e un altro Maggiore il Padre , e la rendesser l'opre date dal Padre ad adempire , e i prischi carmi , e soggiunse: ponendo fine al suo discorso De' Profeti voi scrutate i libri, perché in essi eterna vita aver reputate , ed essi quelli appunto son che di me rendon fede. Nè voi volete a me venirne, ah ciechi, per aver vita Io non accetto gloria che dagli uomini vien: ma in voi ben veggo , Amor di Dio non è a chiosa del tutto affermando quindi il Messia Nel nome io venni del Padre mio, né m'accogliete: Or quando altri oserà nel nome suo venirne, voi lo accorrete: Ma qual fè por nido può 'n voi che gloria l'un dall'altro a gara ite accattando, e non cercate quella che da Dio sol deriva? Innanzi al Padre io non v'accuso però. Mosè v'ccusa, quel Mosè in cui sperate. Ei di me scrisse, e voi negate ad ambo ad un tempo fede".

* Sempre NATANAELLO spiega, come dopo siffatta divina concione, non stanco ma nei suoi pensieri assorto, il Messia s'avvia con i suoi discepoli per seguito per sostar allorquando sceglie i dodici apostoli Pietro, Jacopo, Giovanni, Andrea, Didimo, Filippo, Bartolomeo, Matteo, "Jacopo novello d'Alfeo progenie", il "cananeo Simone, Zelote detto", Taddeo e Giuda Iscariota

* Di seguito lo stesso NATANAELLO narra come Gesu' diceso un po' del monte ad una landa ove siè raccolta un'enorme folla, stando su un'altura per esser udito da tutti, tiene il DISCORSO DEL MONTE iniziando a dire ad alta voce Beati i poveri di spirito: ad essi il regno de' cieli s'appartien: Beati i miti, la terra fia retaggio lor. Beati quei che in pianto si struggono: letizia li colmerà: Beati quei cui punge e fame e sete di giustizia. pago a sazieta' fi 'l lor desio. Beati ancora i pietosi d'altrui: pietà sovr'essi risplenderà: Beati i puri in core: d'Iddio la facia mireran. Beati i pacifici: ad essi il caro nome di figluoli d'Iddio: Beati quelli che soffron rio travalio, per amore della giustizia: a lor de' cieli è il regno. Oh voi felici quando l'onte e i danni e il maledir degli uomini sul capo vi piomberan per cagion mia! Gioite allora e festeggiate; ampia v'aspetta ricompensa nel ciel: Molestie e guerra per sostener dal mondo i santi profeti

* Ma nel racconto NATANAELLO non mancano ammonizioni del Messia quando afferma Ma guai!, guai! dico, o ricchi, a voi,; che' il vostro gaudio già riceveste. Guai a voi satolli! Nell'altra vita vi sara' di strazio perpetua fame. Ed a voi guai che in riso e in gioja state! gemebondi e 'n pianto un di' starete: Ed a voi guai, se il mondo vi benedice! che solea lo stesso far co' falsi Profeti il mondo antico rammentando poi sempre NATANAELLO queste altre affermazioni del Messia Il vero io parlo. Alcun di voi non pensi ch'io sia vento a sciogliere la legge od i Profeti: Non a sciogliere venni, ma ad adempir: quanto io insegno, impresso custodite nell'alma. Il ciel, la terra trapasseran, ma non le mie parole. "Udiste che agli antichi fu già detto : ed in tal modo proseguono le parole del Salvatore Tu non ucciderai.Or io vi dico. Non adirarti col fratel, ne' scherno fargli od onta od oltraggio in voci o in opre; che' puniria te di Geenna il foco. Ma quando stai per far l'offerta al'ara se cola' ti rimembra che il fratello alcuna cosa ha contra te, l'offerta posa avanti all'altare, e ratto corri a rannodar col tuo fratello la pace: Poi ritorna, e il tuo dono offri all'Eterno. Ne' solo i falli pernargli e l'onte tu dei, ma i gravi ed i minor difetti in lui non iscrutar, ne' sporgli in faccia al mondo, e innanzi risguardar te stesso; che' mentre altrui lieve cavar pagliuzza vuol dagli occhi l'ipocrita, non mira qual s'abbia ei stesso ne' suoi occhi trave.

* Aggiungendo ancora, come riportato da NATANAELLO, il Messia Udiste che agli antichi fu già detto; non fornicar. Ed ecco or io vi dico ogni uom che l'altrui donna vien mirando per concupirla, egli è nel cor già reo d'adulterio con lei. Sia monda l'alma, sacra del nodo marital la fede; quei che congiunse Iddio l'uom non disgiunga ancora dicendo di seguito Udiste che agli antichi fu già detto: non spergiurar: Ed ecco ora io vi dico: non giurar nulla affatto; ne' pel cielo, perche' trono e' di Dio, ne' per la terra, che fa sgabello all'immortal suo piede;

* Vero e proprio io narrante del poema NATANAELLO di seguito rammenta ulteriori parole del Cristo: Udiste , prosegui', come fu detto , dente per dente, occhio per occhio: io dico non forza a forza oppor: ma se la dritta gota alcun ti percosse, e tu la manca gota a lui porgi ancora. E se la veste uom contender ti vuole, il pallio istesso tu gli concedi...Cio' che dagli altri a te medesmo fatto vorresti , agli altri il fa... ed ancora Udiste, soggiungea, come fu detto, ama il prossimo tuo, ma l'odio serba pel tuo nemico: Ed io vi dico: Amate anche i vostri nemici; chi v'ha in odio beneficate... integrando poi il tutto col riportare siffatte parole del Maestro Deh non vi prenda voglia d'oprar vostre buon'opre in facci agli uomini col fin che ne sian viste; perche' altrimenti non ne avrete premio, del vostro Padre ch'e' ne' cieli: in quella che tu limosinando altrui soccorri, non imboccar innanzi a te la tromba, siccome ne'ginnasj e ne' crocicchi degl'ipocriti e' stile, affin di trarne onoranza al mondo..."

* Citando ancora NATANAELLO ai convenuti questi importanti parole del Messia sul modo di pregare Dio : E quando innalzi a Dio preghiere, non seguir l'esempio degl'ipocriti, ognor d'orar gelosi ne' ginnasj, pe' fori e 'n su' crocicchi, acciò li vegga il mondo...Ma tu come d'orar ti riconsigli ntra nel tuo cubicolo, e ne serra l'uscio, e in segreto al tuo Padre prega e il Padre tuo che nell'occulto vede, ten renderà buon cambio: E quando preghi, non ti stemprr in molti accenti. Al Padr quanto puoi d'uopo aver, già tutto è conto, pria che tu 'l chiegga completandosi siffatta riflessione del Salvatore con queste straordinarie parole A lui si' dunque prega: o Padre Nostro, che ne' cieli hai sede, s'alzi al nome tuo eterna lode. Venga il tuo regno: il tuo voler sia fatto, così in cielo come in terra. A noi pel vitto oggi il pane largisci: I nostri falli a noi perdona, come a chi n'offese noi perdoniam. Deh non lasciar ci vinca il tentator nemico, e al mal ci togli concludendosi il divino discorso con queste considerazioni avverso l'umana avidità di ricchezza Chiedi , e otterrai, ritroverai se cerchi, ti s'aprirà, se picchierai: Ma largo sii nel Recar a chi n'ha d'uopo aita: Date, ed a voi dato sara' , ricolma si versera' nel vostro sen misura. L'oro a che vagheggir? Servire a Dio in un tempo e a Mammone è pensier folle, ne' sulla terra accumular tesori vostro studio esser dee, ma si' raccorli u' temer non saprian rugginee terme, ne' man rapace che gl'involi i santi tesor tesor del cielo. Innanzi a tutto, il regno di Dio cercar, e la giustizia vuolsi...

* NATANAELLO soggiunge quindi come il Messia con vivissima imago alfin l'eccelso sermon suo chiuse, e ci stampò nell'alma "Ognun, dicendo, che a m viensi, e ascolta le mie parole, e d'esse a norma vive, egli a un saggio assimigliassi, ch'ergendo una magion, profondo ha fatto scavo, e posti sulla roccia i fondamenti. Cade a scrosci la piova, il fiume inond e imboccando furioso, scagliasi contro di quella ma la casa immota perchè fondata in sulla roccia, sta.Ma chi le ascolta, e nell'oprar sen parte, allo stolto è simil, che in sull'arena, edificato ha la sua casa, ignuda di fondamenti: Vien la pioggia, infuria il vento, e il Fiume inondator percote la sua magion, che d'un sol colpo a terra con gran fracasso ruinando cade

* NATANAELLO rende qindi conto delle reazioni della folla Qui tacque e sorse il gran MAESTRO.Attonite del suo saper, le acoltatrici turbe sclamando ivan tra lorOh qual novella dottrina è questa! e qual virtù d'accenti! Nulla s'udì mai pari in Israello. Ei premj e pene, ei vita assegna e morte, legislator e giudice e monarca! E tanta autorità gli sta sul labbro con tanta grazia, che rapite e vinte, s'arrendon l'alme, e gioja n'han suprema e continuando nel suo resoconto NATANAELLO rammenta una serie di prodigi del Messia come la guarigione d'un lebbroso e quella del giovinetto servo d'un centurione romano ed il prodigio da tutti celebrato qual testimonianza del suo divino potere del richiamo alla vita d'un fanciullo della città di Naimo, già portato in corteo funebre e disperatamente pianto dalla madre già vedova peraltro

* - CANTO SETTIMO

* - l'autore del poema continua a far parlare il suo io narrante Molto in breve or restringo, onde m'avanzi tempo a finir pria che le cime indori de' monti Nabatei l'alba novella; disse Natanaello, indi seguia.. Ai cantici di laude onde giulivi di Naimo a lui suonano i bei poggi, si sottragge il Maestro, e riede a' lidi del mar Genesareo: Quivi l'eccelsa Tiberiade l'accoglie, e la pescosa Betzaida, e Cafarno, e a questa appresso Corozaimme dalle grigie torri oltre il Giordano, e Dalmanuta, e l'ultima Gamala che sboccar dal lago mira limpido e baldo il sacro fiume. in quelle amene prode, e per le attigue valli a lungo il moderno poeta fa descrivere a NATANAELLO la geografia dei luoghi percorsi da Gesù e spesso fin del Libano alle falde, del Tabor, dell'Ermonne e del Carmelo spignendo il corso, dal pomoso autunno al primo verdeggiar di primavera senza posa ei s'aggira, or della legge nelle scuole sponendo i sensi ignoti, or sulla spiaggia e negli aperti campi dirozzando le turbe, e con portenti, all'altrui ben, qual dardo a segni intesi, valorando i ricordi: ma nel contesto di tutti questi spostamenti il momento più arduo coglie il Messia nel suo soggiorno al borgo patrio sepur non natio dove gli eventi inducono Gesù a pronunciare la frase che "Nessuno è profeta nella [propria] patria" affermazione che nei Vangeli sinottici è appunto connessa ad una visita di Gesù alla sua città di Nazaret, dove partecipa alla liturgia della sinagoga: nel vangelo di Luca, applica a sé la profezia contenuta nel Libro di Isaia (61,1-2[9]) riguardante il dono dello Spirito Santo al consacrato (Messia) del Signore. La reazione dei Nazareni verso Gesù è il rifiuto, ed ivi Gesù pronuncia la frase in questione. In Giovanni, invece, l'affermazione appare nel contesto (più vago) di un ritorno a Nazaret di Gesù dopo una festa di Gerusalemme. Con il piacevole poetare del Bertolotti sempre NATANAELLO esprime l'evento adeguandosi a quanto scritto dall'apostolo Luca A Nazarette un dì pur torna, e quella patri ingrata, che la culla non diè, dargli la tomba empia desia D'un invisibil velo ei si circonda, e tra l'avversa frotta, che urlante ed ebbra e per furor delira, lui dall'alto scagliar d'un masso anela, passa tranquillo. Sull'iniqua terra far dal cielo ei potea piover le fiamme vendicatrici, ma pensier non cape nel suo cor, che non sia mite e benigno: perdonar sempre, e giovar sempre, e sempre amar chi più l'offende è suo costume: tal che legge d'amore è la sua legge, e il suo giogo è soave, e la sua salma a portari è leggiera

* - Nel poema continua poi NATANAELLO a parlare dicendo Onde veggendo languir le genti derelitte e lasse, di gregge a guisa cui pastor non guardi, pietà sentinne: a sé chiamò l'eletto Collegio degli Apostoli, ed un'altra volta lor diè l'alta virtù di porre in fuga gl'immondi spirti e i morbi. Essi il reame a predicar di Dio, ed a sanar mandò gl'infermi: Il solo baston che regge a' viandanti il passo prender lor disse, e non bisaccia o pane, né moneta nel cinto, o doppia veste

* - NATANAELLO narrando di Gesù poi dice Al lido alfin ove a Cafarno il mar fa di sé speglio, si riconduce: Ivi hospital banchetto de' commensali e di lautezze pieno, lo ditenea, quando sul fior degli anni e di beltà nello splendor più caro, ma dolorosa de' passati falli, entra una donna nel triclinio, e corre accesamente a lui rincontro. E' dessa la Maddalena A' sacri pièé prostesa, del suo pianto gl'irriga, e caldi baci sopra v'imprime d'odoroso unguento li cosparge, e ribacia, e colle trecce. disciolte all'aure li rasciuga e terge Né del baciarli è sazia mai da sette immondi spirti ei l'avea sgombra in pria, ed ella a piè del suo Signor si strugge di pentimento e di devoto affetto. Di molte colpe elle il perdono ottenne, perchè molto ell' amò. Celeste amore che in due fonti di lagrime converse quelle vaghe pupille, ond'empie fiamme, sgorgavan già di non pudiche voglie Peccatrice contrita! a te perenne si serbi un loco nella diva istoria, ed eccelsa una sede nell'eterno Impero: e la tua fede fe' salva. I tuoi falli aborristi, e con torrenti gli lavasti di lagrime; prostrati giù nella polveche tanto vincitrice dell'alme iva superba: merce' sperasti e l'ottenesti; amasti, ed il tuo amor dagli Angeli fia scritto nel gran volume dell'eterna vita.

* - NATANAELLO racconta poi come Gesù mentre presso "il gran lago" va ammaestrando le folle, assista all'arrivo dei suoi stanchi ed affamati discepoli cui decide di conceder un po' di riposo facendoli salire su un naviglio per recarsi all'opposta sponda del lago sì che Lento solcava i flutti il navicello in cui Gesù sedea favellando a' discepoli che i remi addormirsi lasciavan nell'acque, tanto il piacer dell'ascoltarlo l'alme ne tenea!Mentre Ratte in quel mezzo pei sentier lungo il lago e i brevi calli movean le turbe, tal che all'erma landa pria de' nostri arrivar. Moleste e impronte quai mosche estive a chi rappiglia il latte, altri dette le avria non ei, che dolce anzi le accoglie, e in quell'erbosa falda poggia d'un monte, e del celeste regno, ivi seduto, lor ragiona, e gli egri leva d'affanno. Del gran mare intanto i salsi flutti iva lambendo il sole

* - Sempre più appassionato nel poema continua il racconto di NATANAELLO "Deserto è il loco. e già trascorsa è l'ora; i Dodici allor dissero al Maestro; deh licenzia le turbe onde alle ville possan raddursi, e, pria che notte imbruni, rifornirsi di cibo". Il farle ir lungi del vitto in traccia a lui rincrebbe e disse: "Voi li cibate" . E rispondean "sol cinque pani e due pesci abbiam con noi. Sì scarso alimento che è mai per sì gran gente, tuttor digiuna? Ed ei soggiunse: "A squadre fate seggan sull'erba". - Essi pel verde tappeto intorno scompartir le turbe. e cinque mila fur seduti a mensa, oltre le donne ed i fanciulli. Allora prese il Maestro i cinque pani e i due pesci, ed al cielo i lumi ergendo, grazie rese a Dio Padre, benedisse il vitto, e franse i pani, e a' fidi suoi li porse per ministrarli a quelle genti, assise sulle zolle a convito. e continuando soggiunge NATANAELLO Indi il medesmo de' pesci rfece, e li spartir tra tutti in tanta copia ch'ognun n'ebbe larga imbandigione, e si colmò di vitto quanto il mosse desio. Poi che satolle vide le turbe, "Or voi gli avanzi, al fido drappel suo disso, ne cogliete". Ed essi de' cinque pani ridondati al pasto, dodici cesti ne recar ricolmi, e de' pesci rimase anche dovizia

* - Dal racconto di NATANAELLO s'evince come Le turbe allor in sì mirabil forma pasciute, alzar devote grida, e "Questi , sclamar, ben veramente è il sospirato Profeta che del mondo era speranza!" E di rapirlo fean tra lor consiglio, ahi dissennati! e d'esaltarlo a forza Re de' Giudei.L'insano lor pensiero mira ei col guardo scrutator dell'alme, e gli disgrada il suo de' cieli è il regno, e ben altro che il trono in terra ei chere. "Al lido, al lido itene ratti; i rami datene nell'acqua e sull'oppostae arene me precdete,", dice a' suoi. Sul clivo, lieto di verdeggianti erbe novelle, ei rimasto, congeda il popol folto, poi del monte le vette ed i triposti gioghi ricerca per orarvi in cheta solitudine notturna. Il dì s'estingue pria che giunger a riva e scior la barca continua la narrazione possan gli alunni del Signor: La prora ver Cafarno alfin drizzano, ma tosto soffian aure nemiche, enfiansi l'onde, mugge il tuon, fischia il nembo, e minacciosa la notturna procella erra sul mare. A stento i remeggianti il legno spingono; ché lottar lor convien col vento e il flotto, crudi e avversi del par Gesù gli scerne faticanti in tal guisa e in tal periglio, ma gli giovalor f porre A cimento, né dal monte si muove a lor soccorso in sin che notte all'ultim'ore inclina, e un pallido color torna alle cose allorché Gesù ritiene di dover intervenire in loro soccorso e Defilato sull'onde allor s'avanza che bacian rispettose il divin piede, e in men d'un lampo il già lontano abete arriva.Camminante in cima a' flutti lungi un trar d'arco e di passarli in atto lo scorgono d'improvviso i naviganti, e un fantasma lo credono; spavento ne prendon alto, e sino al cielo un grido, caccian tremanti. Al che Gesù la nota voce discioglie "Fate cor son io: bando al timor": Raffigurarlo in volto tentan essi mal certi in quel barlume: finché Pietro, a cui vieta gli indugj amore, ritto in poppa e protese ambo le braccia grida ver lui: "se tu, Signor, sei desso, comanda che io ne venga a te sull'acque". ricevendo questa risposta "Vieni" disse Gesù. Pietro d'un salto balzato, camminava sopra all'acque per andarne ver lui; ma come il vento sentì gagliardo, ebbe temenza, e quindi principiando a sommergersi, sclamava: "Deh mi salva, o Signor!".La destra tosto stese Gesù, sui flutti il resse e disse : "Di poca fede! perché dubitasti?" Gran desio ne' rimasti intanto ardea di ricever Gesù nel loro naviglio. Ed ei vi salse, e Pier con lui. Di colpo placassi il vento, si de' piano il mare, e volando il naviglio attinse il lido

* - Nel poema , sempre con la descrizione racconto di NATANAELLO, dopo l'esaltazione della fortuna dei discepoli che hanno appena esperito questo altro miracolo di Gesù si passa alla descrizione dei viaggi del Redentore con la narrazione di altro prodigio da lui compiuto a favore d'una donna Cananea di cui guarisce la fglia per poi narrare il suo arrivo a Cesarea e la sosta che con i seguaci fin in una valle cinta da alte piante alla cui frescura Ei ferma il pie', ci stringe a sé d'intorno, e a favellar s'appresta. Attenti e taciti noi l'orecchio porgiam. Di me che dicono le turbe? ei chiede. E chi la gente dic sia 'l Figliuolo dell'uomo_ "Altri il Battista noi rispondiam; altri te dice Elia o redivivo del bel numer'uno degli antiqui Veggenti". E voi, chi dite ch'io sia? soggiunge, E Pietro a lui di santa fiamma ripien Tu 'l Cristo sei , tu'l Figlio del Dio vivente. A cui Gesù, con lieta Maestà, che ancor serbo in mente impressa, come di re che a condottier diletto commetta il fren dell'oste armata in campo, queste volge in risposta alte parole la cui virtù nei secoli si stende Beato te che non la carne e il sangue tel rivelò, ma il Padre mio ch'è 'n cielo Ed io ti dico che tu Pietro sei, e la mia Chiesa sopra questa pietra io allora dificherò, né contra lei le porte prevarran dell'inferno. Ed io le chiavi a te darò del celestiale impero, e checché legherai sopra la terra, fia legato nel ciel; checché disciolto da te sarà sopra la terra, in cielo pur disciolto sarà"- Ma quai lugubri parole poi uscir dal labbro! Aggelo in ripensarle! Ei ci venia narrando come era d'uopo che dell'uomo il figlio A Solima n'andasse, e quivi , ahi lutto! dai Maestrati, dai Dottor, dai prenci de' Sacerdoti riprovato molte acerbità patisse, e fosse occiso , e il terzo giorno risorgesse. A farci men tristi poi "dell' uomo il Figlio, disse, nella gloria verrà del suo gran Padre, recinto da' suoi Angeli, e in quel giorno a ciascun renderà ciò che si merta di ciascuno l'oprar - Tra voi presenti, continovava. di tai v'ha che morte non gusteran, sin che non abbian visto venir d'Iddio nella sua possa il regno, ed il figlio dell'uom nella sua gloria". Ma d'amaro dolor l'alme trafitte pur ci lasciava di sua cruda morte riptuto l'annunzio un altro giorno. E s'io non piango, di che pianger debbo?. Qui da singulti soffocato appare NATANAELLO che vien travolto dalle lacrime finché Matteo lo rincuora invitandolo a continuare il suo racconto.

* - NATANAELLO, non manca a soddisfare le richiesta di Matteo e dei compagni di questo sì che subito riprende il suo racconto narrando come in occasione della terza Pasqua giunto in Gerusalemme ove già predicò ed insegnò predicare nel Tempio suscitando l'odio e l'invidia dei Sacerdoti. a Gerusalemme dopo un breve riposo notturno "ove l'ore notturne in prece egli spende" all'Oliveto il Messia al Tempio fa co' nuovi albor ritorno, ed a lui tostamente il popol corre, cupido e lieto d'ascoltarlo. Assiso egli insegnva, quando un moto e un alto scrosciar di passi ad aquilon del Tempio s'ode. E'i Scribi e Farise caterva che vien trarendo giovin donna, presa in quel che il nuzia patto tradia, di vergoggna or colma e di spavento. Giunti innante a Gesù nel suo cospetto pongon la donna e dicon a lui "Maestro, colta costei fu pur testé nell'atto dell'aulterio: Or di Mosè la legge impon che i rei di tal misfatto occisi vengan co' sassi. Tu però che pensi? Come l'intendi?" ma l'inganno sta dietro questa domanda dicendo ancora NATANELLO Qual tra fiori e l'erba velenoso talor auge si cela che al'incauta fanciulla addenta il piede; tal in que' detti, sotto falsa larva di rverenza, s'ascondea maligna insidia, ché gittar doppio conciglio su Gesù speran gli empj. Ond 'ei l'acerba condanna approva , e grideranno " E questi dunque è colui che di clemenza e pace e di perdon ognor favella al cieco volgo che l'ode?" od al contrario ei la rea proscioglie, e trasgressor della Mosaica legge l'accuseranno in faccia al popol tutto: onde comunque ei risponda, un laccio teso è che il perda, o almeno sua fama oscuri tuttavia come ancor afferma NATANAELLO Vide la fraude e giù chinando il volto, scrivea col dite sulla polve: Infesti persistono quelli, e il lor sottil dimando van ripetendo. Egli erge il capo e sclama " Quegli tra voi che d'ogni colpa è mondo, primo contra costei la pietra scagli" .Poi di nuovo incurvando la persona, scrivea col dito sulla polve. Udite le parole dall'iniqua ciurma, d'alta confusion carchi le ciglia ad uno ad un di là svignan bl bello, dandone esempio i più canuti. Solo Gesù rimansi con la donna, ritta in piè, neloco ove l'avean riposta, trepida, lagrimosa, anela e smorte, qual devota al supplizio e quasi subito Gesù le si rivolge Egli erge il fronte, e dice a lei "Donna ond'è la turba che t'accusava? Nessun d'essi adunque ti condannò? "Nessun, Signor" l'afflitta risponde: Ed ei "Non condannarti io voglio, vanne, e più non peccar". Dell'insperato scampo beata ella partì, ma punta da verace pentir nel cor profondo cgé il suo Fallir tanto la morde ed ange amaramente or più quanto più dolce fu il perdon ch'ella ottenne, e quel solenne ammonimento del commiato mai non uscirà dal memore suo petto. Partita la donna Gesù riprende a predicar nel Tempio il ver mostrando, "Prima, dice, che fatto fosse Abramo , io sono". Onde s'arma di sassi empia masnada per trucidarlo. Egli si fura a' sguardi mirabilmente, e lascia il Tempio. Occulto resosi là , d'alto podigio tosto fa sfolgorar le cittadine strade da questo punto del poema NATANAELLO si dilunga a descrivere i tanti miracoli compiuti dal Messia tra i quali spicca quello della vista, tra il generale stupore, ad un uomo nato cieco

* Mai stanco di narrare NATANAELLO afferma quindi Come de' Tabernacoli la festa tocco ebbe il fin, noi del Giordan le chiare correnti rivedemmo. Ad esso tratto, da quella parte che si volge al Plaustro, s'era Gesù. Quivi di loco in loco, mutando i passi, ora alle amiche turbe, che folte come canne a stagno in riva, gli fean corna, or solo a noi, suo gregge, tesori apria di santità. "Venite, diceva, a me voi che soffrite affanni, venite a me voi che gemete oppressi, voi desolati: io vi darò conforto, e troverete alle vostr'alme pace. Io son la via, la verità, la vita: chi crede in me, l'eterna vita ha seco; ma chi non crede, si morrà nel fallo. Chi m'ama, avrà del Padre mio l'amore, ed amerollo, ed ei vedrammi aperto. A chi venir vuol dietro a me, se stesso rinneghi in prima, e la sua croce tolga, indi mi segua. Via l'orgoglio, e l'ira, ed ogni ingiusto e nequitoso affetto, imparate da me che sono umile e di cor mansueto. Quei che tutto sa perder per me, tutto poi trova. Ma perirà chi 'n pregio ha 'l mondo, ed abborre da penitenza; ché per molte ambasce fa d'uopo all'uomo entrar di Dio nel regno. Il pan che vien dal cielo è il pan di Dio, che dà la vita al mondo. Il pan di vita io son che da ciel scesi. Chi di questo pan mangerà, fia ch'in eterno ei viva. Se fede è in voi, dir a quel monte, Passa costà, potrete; ei passerà: ché nulla d'impossibil vi fia: Chi pon sua speme in Dio, santo si fa qual santo è Dio, Con tutto il cor, con tutta l'alma, e a fede ama il Signor tuo Dio: l'amarlo è giusto, prch'egli pria ci amò: Come te stesso ama il prossimo tuo; questo è il ncomando di tutti primo. Ed il nemico s'ami, e chi perdono altrui non dà, perdono non troverà dal Padre mio ch'è in cielo. Guai a colui che scandol reca; meglio per lui saria perir sommerso in mare" = dopo aver riportato queste parole del essia NATANAELLO aggiunge L'ipocrisia de' Farisei fermento egli appellava, e qual velen fuggirla raccomandava. E "guai, o Scribi, a voi! Guai a voi, Farisei dicea sdegnoso: falsa genia che sotto un vago aspetto, guasto coprite il cor! Di lunghe preci pompa voi fate, per mangiar voraci le case delle vedove. Superbi! Vasi d'iniquità! Viperea schiatta! Imbiancati sepolcri, che i più sconci vizj ammantate di virtù bugiarde!" Ma per converso, quanto a lui diletta l'innocenza non è? Cari ha i fanciulli, ed amoroso suol stringerli al seno; ancora dicendo NATANAELLO e se lungi da lui tenergli altri osa. E ributtarli, sgrida sì:" Lasciate che i pargoli a me vengano: per essi e chi somiglia a lor, dee' cieli è il regno. Chi piccolo si fa come un fanciullo, sarà il più grande nel celeste impero

* Nel poema di Davide Bertinotti continuano a risuonare le parole dell'ipotetico resoconto degli eventi de Il Salvatore dall'ottocentesco autore attribuite a NATANAELLO = Così scorse l'autunno. Il Pigro inverno indi levossi, e fuor mostrò le bianche sue chiome, ed ecco per l'Encenie feste Rivisitar di Solima le mura piace al Signor: Negli atrj ampli del Tempiosolennesuona ola sua voce: i carmide' Vati esplica, scioglie il ver dall'ombre, e chiaro prova ch'uno egli è col Padre;.. ma risponder co' sassi e con la morte movellaente al suo parlar celeste vuol di Sionne il popol crudo. All'ire degli efferati egli s'invola, e i lidi ritrova ad euro, ove le limpid'onde del Giordan vider prima il santo Araldo purgar le genti al salutar lavacro.Gesù! Gesù!gridan le turbe; e l'eco Gesù! - ripete: I corpi ei sana, e l'alme volge a virtù: Sopra que' lidi, lieti di sua presenza, con non feerma stanza ei s'avvolgea, quando giunse il messo che il periglio di Lazzaro ed i preghi a lui recava delle pie sorelle; ed ei veniva, e lo svellea dall'atra tomba ove quattro dì sen giacque estinto, già fetente cadavere, ed or ecco qui redivivo e lieto siede a questa mensa, e con noi di Dio le gloria esalta = qui NATANAELLO pon fine al sacconto finché "Giovanni il diletto discepolo" dopo aver elogiata la sua narrazione garbatamente gli rammenta come nulla abbia egli detto delle parabole in cui si racchiude l'essenza dei divini insegnamenti di Gesù: la constatazione di Giovanni suscita il rammarico di NATANAELLO che subito si accinge a narrar alcune parabole principiando da quella esperita da Gesù in una scuola e ripreso il discorso così narra Un dottor della legge, e il velenoso stral dell'insidia sotto il manto ascosto di puro zel, chinando gli occhi a terra "Maestro esclama, che far debbo io dunque, per posseder l'eterna vita?" A lui Gesù risponde: "Che contien la legge? che letto hai tu nel sacro scritto?". E quegli tosto Amerai il tuo Signor Iddio con quata possa hai tu, di cor, di spirto, ed il prossimo amerai come te stesso",. - "Ben rispondesti, Gesù disse, or dunque sì ti reggi, e vivarai". Ma quei che in petto tant'orgoglio nutria, quanto nel volto ostentava umiltade, e parer giusto, non esserlo, volea "Chi dunque è, disse il mio prossimo? Chi?". Subitamente a tal sottile domanda Col flessuoso parlar, che fiede e non accenna il segno cotal Gesù gli dié risposta "Un uomo che da Solima a Gerico scendea, cadde in mano ai ladron: D'ogni sua spoglia lo nudan questi, e di ferite e colpi gli fan livido il corpo e sanguinoso, poi si caccian nei boschi, e miserando spettacolo ei si giace in sulla polve.Sorvien per quella strada un Sacerdote, e il guarda e passa. Indi un Levita segue, che quel meschin così mal concio squadra, e tragge innanzi ei pur Lì giunge alkfine un Sammarita, in quel cammin condotto
come prosegue il resoconto di NATANAELLO dà suoi negozj. Egli il ferito e pesto miserel che nel sangue e nella polve semispento si sta, mira e compiange: scende di sella, adesso va, pietoso d'olio e di vin gli unge le piaghe, e terge, e le cinge di fasce, indi lo assetta sul suo giumento, e al più propinquo ostello, l'adduce, e cura n'ha. Partir coll'alba ei dee, ma pria fuor della bolgia trae doppia moneta , ed all'ostier la porge, dicendo : su costui veglia solerte, al mio tornar quant'oltre avrai tu speso, ti renderò". - Rispondi or tu: di questi tre,qual ti pare che il prosimo si fosse del'infelice che ne' ladri cadde?" . disse il Dottor : "Quegli ch usò mercede verso di lui". - "Vanne dunque ed opra similmente tu pur"; con grave piglio sclama il Signor, che un tempo insegna e impera: ammirabil d'amor santo precetto!

* Da questo punto NATANAELLO per emendare appieno la lacuna segnalatagli da Giovanni in merito alle Parabole inizia una sequela di menzioni in merito ad esse soffermandosi poi a lungo su quanto Gesù predicò in merito alla condanna dell'avarizia citandosi un particolare evento di cui vien riportato quanto così ne disse il Messia un ricco v'era, a cui diero i suoi campi ampia ricolta, e in sé dicea: "Dove le ingenti messi riporrò? Nuovi granai mi giova erger dal suolo, e quivi in grandi acervi adunerò le mie dovizie e all'alma dirò giulivo, per molt'anni in serbo larghi aver tu locasti: or via, ti posa, e mangia e bevi e godi e vivi in festa. Ma Dio gli disse: "Questa notte o stolto, render dovrai, contra tua voglia, l'alma; e di que' beni che ammassasti, erede chi mai sarà? forse chi più t'addoglia"

* NATANAELLO elaborando poi altre parabole del Messia aggiunge = In fra i beati, egli primieri disse i poverelli, e ad un garzon chiedente qual calle guidi all'immortal salute, Se vuoi esser perfetto, ei rispondea, vanne, ed ogni tuo aver vendi, e lo dona ai poverelli".Ma su' ricchi, ingordi delle dovizie, che l'avaro orecchio turano al grido e al supplicar dolente dell'uom che soffre, e l'hanno in onta e spregio, inosorabil tuona "Un ricco v'era (col velato sermon sì disse un giorno) che di porpora e bisso si vestia, ed ogni dì splendidamente a festa si banchettava: Ed un mendico v'era, Lazzaro detto, che, di piaghe carco, di quello all'uscio si giacea: Cibarsi de' frusti che cadean dimensa al ricco, era del meschinelloil sol desio; ma questi gli eran pur negati. I cani, più pietosi dell'uomo, venian d'intorno all'infelice, e gli lambian le piaghe. Or egli accadde che il mendico a mo9rte venne, e il recaro gli Angioli del cielo nel sen d'Abramo: Morì pure il ricco e nell'inferno fu sepolto: Or gli occhi costui dal sggio de' tormenti alzando, vide Abramo da da lunge e nel suo grembo Lazzaro starsi in gran ventura, e disse "O padre Abramo , di me pietà ti prenda e deh Lazzaro invia che a sommo il dito nell'acqua intinga, e all'arsa linguaalquanto refrigerio mi dia: che lasso! in preda alle fiamme qui struggemi". "Rammenta, o figlio Abram gli replicò, che in vita ti fur dati que? ben che tanto amasti. Ora egli gode, e te consuma il foco. tra voi e noi, distendesi un immenso abisso, aggiungi che né quinci o quindi soffre tragitto" - e'l tormentato, " O padre, ripiglia, io prego almen che alle natie mie sedi tu lui mandi: A me son cinque ivi fratelli: quanto anviemmi , ei più a lor ritragga, acciò del tristo esempio continua raccontare NATANAELLO ammaestrati in questo asil del pianto non trabocchin pur essi. - "Essi Mosé hanno e i Profeti, a lui rispose Abramo: ascoltin quelli". - Replicò l'afflitto: "No, padre Abram, no, ciò non basta a farli più saggi e avvisti: ma se alcun de' morti andranne a lor si pentiranno". E quegli "Se Mosé non ascoltano e i Profeti, lo speri invan: né se pur un de' morti risuscitasse, crederanno. In questa storia dipinto è qual castigo aspetta chi abusa la ricchezza e sorda ha l'alma ai gemiti del misero; dipinta pur v'è la gioja, onde avrà premio in cielo chi quaggiù langu nell'inopia, e serba, chiuso ai amenti, in Dio fidando, il core. Ed ecco un altro Lazzaro risorto voi qui vedete, e la malvagia schiatta de' Farisei non crederà per esso, se pur non cercherà per farne strazio; tanta invidia gli strugge e furor cieco!

* Dopo queste parole NATANAELLO conclude la sua lunga narrazione Qui del lungo narrar toccò la meta, Nataniello, e si levò di mensa, e seco ognun. Del rinascente sole, indi ei soggiunse, già gli aurati rai ci percuoton le fronti. E' questa l'ora che noi, alumni di Gesù costume va alfine egli concludendo abbiam di raccostarci al gran Maestro ritornante da' luoghi ermi e solinghi ove egli suole vigilar le notti in preci assorto: Ascoltator cortesi, novelli amici, ospiti illustri addio. Se fiacca troppo, e al gran subbietto impari suonò mia voce, il buon voler soccorra, Lui stesso udire potrete ormai: fra tanto con voi la pace del Signor dimori.

* CANTO OTTAVO

* inizia così il canto ottavo che inizia con l'esaltazione dei miracoli di Gesù causa dell'odio dei Farisei che come si legge qui di seguito e per i quali Gesù ...è dardo acuto al sen della maligna schiatta! E velen che le viscere ne strugge! "Chi ne campa da lui, sclaman frementi, se morte istessa, a' nostri danni volta, fatta s'è vil sua ancella? Omai del volgo più lungamente governar gli spirti, con quali arti potrem? Del nostro impero, cade la mole: inonorati e mostri a dito, ove n'anderem? D'alto riparo o questo è il tempo, o più non fia". Ciò detto, fan bandir per Sionne a suon di trombe, il Sanedrin; sacerdotal consiglio a cui Roma lasciò quasi assoluto arbitrio in quel che al Tempio spetta: Accolti ivi a consesso, in magistral sembiante, al livor che li rode iniqua larva d'amor di patria pretessendo, in questi concetti apron le labbra: "Ognor novelli portenti opra cosui. Se tal ei segue, né ritrova il torrente argin che il rompa, tutti in lui crederanno. Il popol nostro per suo re lo terrà: temendo che per ritorsione Di Roma il braccio armerassi a vendetta, e sui precipitando l'aquile latine, faran della Giudea vasto un deserto. Imminente è il periglio. Or chi lo torce dal patrio suol? Come frenar le rozze menti plebee che alla sua falsa insegna di santità corron perdute? - Sorse con torve luuci e maestà superba Caifa, che in quell'anno era supremo Pontefice . Silenzio alto s'indonna dell'assemblea: converse le ciglia stansi d'ognun "Dov'è l'antico, ei grida, accorgimento, ed il risolver pronto? L'ardir vostro dov'è? Qual velo o nebbia i lumi dello spirto or v'infosca che chiar al par della diurna lampa l'unico tempestivo util consiglio non ravvisate? Ogni dubbiardo codardo ceda al pubblico bene. Il fatal nodo se discior non si può, forza lo tronchi, e un uomo sol per tutto il popol muoja, non per un uomo il popolo tutto". Ei disse, da vile astio commosso a por sentenza contra giustizia ed equità: Ma come Balaam, sin da' monti d'Oriente e dalle rive dell'Eufrate, a' colli di Moabbe condotto, e con promesse dal re stigato a maledir l'eletta stirpe, e malgrado suo per diva possa lei benedisse di poi aggiungendo "Come belle sono le tue tende, Israel! cantò rapito; pari a valli selvose, e pari ad orti lungo i fiumi dell'onda irrigatrice, e pari a' cedri appresso l'acque"; e i fasti segnati in cielo, e le vittorie e il lustro ne celebrò: cotal Caifa, ignaro del valor de' suoi sensi, in quegli accenti per arcana virtù del Sacerdozio vaticinò come Gesù morria per la sua gente, e non per lei soltanto, ma sì per raunar in un sol grege i figluoli di Dio pel mondo sparsi. Al parlar del Pontefice un mugghiante, come di fiume che atterrò le sponde e porta sul suo corno argini e messi e la mulina e i casolar divelti e gli armenti natanti e i bimbi in culla, furor irrefrenabile si sparge per l'assemblea. Gesù si cerchi, e in nostre mani sia posto!"E ripercuote l'eco in metro lamentevole e funesto di tai grida il rimbombo e l'ululato. "Congrega abbominevole" si legge nel poema eppur anche si legge Ma l'ora prestabilita nell'eterna idea per l'ineffabil olocausto, giunta ancor non era, e ragionar col Padre prima intendea Gesù. Dove la valle come ancora si legge Del Giordan, rilevandosi, riscontra di Samaria i confin, siede un deserto, cui fan men tristo erbosi tratti, e verdi macchie, sparse in lontano, e radi abeti, qual solinghe colonne. In sull'estremo lembo al deserto, antica sì ma scarsa d'abitator, si posa Efrem che ad Austro guarda la selva ove Absalon fuggente, per le trecce dorate all'aura sparse d'una fronzuta querce a' rami appeso, del parricida ardir, de' turpi incesti, pagò col sangue le mertate pene

* lo strordinario evento della TRASFIGURAZIONE DI GESU' che un giorno più lungi andò, varcò del Cison l'onda, e de Taborre giunse al piè. La notte ivi posò colla seguace torma, indi sl primier rifolgorar dell'astro, il cui venir empie dui luce il mondo e di letizia, Pietro seco ei tolse, e Jacopo e Giovanni: In fondo all'ima piaggia gli altri lassando, egli del monte speditamente acquista le selvose spalle, e coi Tre poggia all'aerea vetta, di cui null'altra sorge eccelsa tanto in Palestina: Si rallarga in giro del Taborre la cima, e quindi il guardo come ancora si legge in questi versi del poema della Fenicia sorvolando i i lidi, vers' occidente scerner può di lunge il mar cui dà l'amena Cipro il nome; o sotto sèé mirar , donde esce il giorno, la vasta e fertil valle ove i suoi puri umor volge il Giordano e quindi Sopra quel balzo giunto Gesù, dai Tre s'apparta alquanto: Ed erge al ciel le dive luci, e prega: E mentre prega, o meraviglia! in vol5to si fa tutt'altro, ed a' lor occhi innante si trasgigura. A par del sol corrusca gli risplende la faccia; tralucenti ne son le vesti, e più che neve bianche, né può l'arte emular candor sì puro sì che quasi subito Ed ecco starsi a parlamento due vegli gloriosi, in maestade ivi comparsi a lui da canto. A destra è quei che stese sul procace Egitto la taumaturga verga, e colle diece piaghe l'afflisse, ed Israel redento dal rio servaggio, l'onde all'Eritreo divise, e dalla stessa man dell'Eccelso riceve' sul Sina della legge le tavole. A sinistra è il vate cui rapir sull'igneo garro gl'ignei corsieri, e che mandato in terra a pietosa opra fia, nanti che spunti il dì tremendo del Signor.Funebri eventi ei ragionavano; la morte ovvero la morte che in Solima non molti giorni apresso, Gesù compier doveva Il sonno intanto profondo a' tre discepoli le ciglia gravava; e risvegliandosi la gloria di contemplarono, e a' suoi fianchi favellanti il gran duce d'Israello ed il Veggente del Carmelo. E in quella che da lui s'accomiatano i Profeti, Pietro, qual uom da beante aspetto "Signor disse a Gesù, bello è qui starci: noi, se t'aggrada, rizzerem tre tende, l'una per te, per Mosé l'altra, e l'altra per Elia".. Sì di sé gli han tratti il novo stupore e il guadio di tal vista! Chiuse ei non avea le labbra ancor, quand'ecco simile a terso argento sfavillante sotto i raggi del sol c'margini d'oro, luminosa una nube si stende, che Gesù co' Profeti in sé ravvolge, e dal sen della nube esce una voce che dice : E' questi il mio Figliuol diletto, in cui tutto s'accoglie il piacer mio Lui ascoltate". De' sovrani accenti al suon, che come tuono si diffonde, caggiono i tre discepoli col volto sul verde spazzo, da terror percossi gli eventi mutano però con celerità di maniera che già svestito dell'eterna luce, onde gli piacque circondar sua salma soltanto per breve tratto e dimostrarsi Iddio s'era Gesù : Di rutilanti rai più non arde il suo viso, e sol l'usato lume vi brilla di bontà. S'accosta a' giacenti discepolo il benigno Maestro, e di sua man li tocca, e come duce che a' suoi guerier rende gli spirti, "Sorgete, ed timor v'esca dal petto". lor dice e li rinfranca. Alzan la fronte attoniti gli Apostoli, ed a cerco mandan le luci, e solo con lor rimasto miran Gesù: Dalle scoscese vette, dai minor gioghi per gran piante opachi, e dagli ultimi clivi ove discorrono mormoranti ruscelli, indi scendendo, riede il Signorove nel pian la squadra de' suoi lasciò. Ma pria con grave aspetto ai Tre che spettator della sua gloria far gli piacque sul vertice del monte, intima Quanto rimiraste, occulti a tutti giaccia, e nel profondo petto voi lo serbate, insin che vengail giorno in cui da' morti sia risorto il Figlio dell'uom".Gli tenne il lor silenzio fede.

* Di seguito nel poema si legge Tornava il Signor quindi al deserto a cui s'atterga la tranquilla Efremme, ed appressarsi ivi sentia l'estrema Pasqua, in cui l'occiso agnello egli saria ovvero come leggesi nei versi successivi Ostia immolata a risaldar l'antica piaga che infetto fe' d'Adamo il germe. Al fero sacrificio sopporsi è in lui desio sì lo trasporta amor! di conseguenza allora raccolti a sè d'intorno i Dodici, e pietosi in lor fissando oltre l'usato i rai, pien del pensier della vicina morte in questi sensi scioglie il dir: " Fedeli compagni miei, che sempre amai, che sempre sino al fine amerò! Vissi nel mondo quanto viver dovevo. Al termin giunto or de' miei anni e dell'impresa io sono. Ecco a Solima andiam. Tutto adempito quivi sarà quanto da' vati scritto fu del Figlio del'uomo. In mano ai crudi nemici sui tradito ei fia, perversi Sacerdoti; Primati e Farisei, che danneranlo a morte, e de' Gentili in balia lo porran, perché satollo sia di scherni, di strazj e di flagelli, sin che il veggan morir in croce affisso: ed ei risorgerà nel terzo giorno continuando poi così il Salvatore il suo discorso Ma voi, mia greggia, voi mio seme e frutto, che meco al mal duraste ognor costanti, non vi turbi il timor della mia morte: Io vado, e tosto a voi ritorno: Un'alta Messe a voi quindi s'apparecchia. il mio Regno Bandire all'universe genti onde chiudere lo stesso discorso con questa fondamentale chiosa Cura fia vostra, e non temer di Prenci o Maestrati, al cui cospetto innanzi trarranvi a render dl mio nome fede, testimonj del ver, Chè tale un senno e una favella io vi darò, che piena vittoria avrete de' nemici. Il Santo Spirto favellerà pel vostro labbro. Ben odieravvi il mondo a a ragion mia, perché'l mondo hammi in odio, e dati ad aspri scempj verrete, e a dispietate morti: a il lutto vostro cangierassi in gioja, e non si perderà pur un capello del vostro capo: Ad apprestarvi un seggio nella dimora del mio Padre io vado. Se m'amate osservate i miei precetti, vegliate, orate, state saldi: in Dio credete, e in me credete. Io son nel Padre, il Padre è in me: Chi crede in me, quell'opre farà ch'io faccio , e maggiori anco. Il Padre io vado, ed ei quanto in mio nome chiesto gli fia da Voi, tutto darà benigno, onde il vostro esultar compiuto sia. queste furono le ultime parole dette agli Apostoli dal Messia pur se non tutto poteva già esser chiaro e comprensibile sì che come detta il poema Così parlava, e non capian ben tutta essi ancor la virtù de' divi accenti; ché solo dopo il calar del Santo Spirto aprirsi allo splendor dovean lor alme, e del Signor rammemorando i detti, insino al fondo penetrarne il vero

* Dopo di ciò il Messia prese la strada per Gerusalemme compiendo altri prodigi quindi giunge a Gerico ove lo accoglie gran folla e qui avviene un incontro particolare quanto importante dacché Zacceo in Gerich'era, un pubblican traricco che vederlo, conoscerlo, le sante fattezze contemplarne, ardentemente sperava in suo cor: Ma breve era egli era della statura, e lo vincean le turbe di tutto il capo. Ed ei che fa? Precorre di buon tratto Gesù: d'un sicomoro in cima ascende, ed il passar ne aspetta, né gli cal ch'altri il rida à presso giunto Gesù, gli occhi solleva, il mira e gli dice " Zaccheo, t'affretta e scendi: ché restarmi in tua casa deggio"Si toglie a' rami, giù pel tronco sdrucciola il Pubblicano , e colmo in sen di giubbilo, con quanta ha reverenza e quanto ha spirito, ne' suoi atrj l'eccelso ospite accomoda. S'alza allor per la terra un suon di biasimo universal: "Come ad ospizio scegliere d'un peccator le soglie ei puote?" Incognito lor è quanto di Dio possa la grazia, in un cor che pentito a Dio rivolgasi. Sul limitar del Publican le piante di seguito si legge nel poema posto appena ha Gesù, che quegli umile "La metà de' miei beni, a' poverelli ecco io dono, o Signor, dice; e se tolsi ad alcun checchessia, tosto io lo rendo a quattro tanti". E tu , Gesù, sclamasti, perché questi d'Abramo anch'esso è figlio, ed il Figlio dell'uomo in cerca e a scampo, venne di lui che peria". Soavi accenti del soave Signor!. Non sol perdono al peccatore che si ripente, egli offre, ma lo rintraccia e farlo salvo agogna.

Successivamente il Messia lascia Gerico alla volta di Betania che risuona ancora del prodigio da lui fatto risuscitando Lazzaro e qui partecipa ad una ricca mensa nel corso della quale Maria sorella di Lazzaro e di Marta che unge i piedi del alvatore con preziosissimo unquento azione da tutti apprezzata pur se spiacque un tale atto a Giuda, avaro spirto, che sclamò bieco Queste parole " Ben valea trecento nummi quest'olio e non tornava in meglio venderlo, e darne a' poverelli il frutto?". ma de' poveri in lui pensier non era, non era amor. Vil cupidigia al labbro gli spirava tai detti. Ei dello scrigno era custode , d il comun dispendio in cura avea. Se que' trecenti nummi fosser nell'ugne a lui caduti, ei ladro, dal par che avaro appropiarsen parte avria potuto ; onde il suo sdegno e il tristo ipocrita lamento.

Dopo ciò il Messia [nel poema agiografico di Davide Bertolotti] riprende il suo camino Il quinto dì della pasqua Ebrea, da Betania mosse Gesù, volgendo in ver Solima il piè quindi giunge a "Betfage un campestre casal" ove vede legati un'asina e un somarello sì che chiede a Pietro e Giovanni di andare a slegare il somarello e condurglielo, cosa che i discepoli fanno ottenendo l'animale con il consenso del suo padrone appena udito a chi lo volessero condurre. Di modo che il Messia ascende sul dorso del somarello e prende a procedere verso Gerusalemme[ L'ingresso di Gesù a Gerusalemme è un evento della vita di Gesù descritto da tutti i quattro vangeli canonici: Matteo 21,1-11[1], Marco 11,1-11[2], Luca 19,28-44[3] e Giovanni 12,12-19,[4]; precede di alcuni giorni l'inizio della Passione] = L'ingresso a Gerusalemme è un tema dell'iconografia cristiana abbastanza comune nella pittura ed è ricordato dalla liturgia cristiana nella DOMENICA DELLE PALME commemorante la gioia con la quale il popolo, tra il fiero malumore dei Farisei accoglie la venuta del Salvatore.
Occorre dire che
il Bertolotti nel poema esprime l'evento con perizia poetica leggendosi T'allegra o figlia di Sion! gioisci o bella Gerusalemme; ecco il tuo Re che viensi mansueto e gentil, sul dorso assiso del puledro d'una'asina", cantava del sacro fonte al mormorio dell'acque, su lui soffiando, la profetic'aura, il Barachide: Di Sionne o figlia, esulta, D'Israello ecco il Re vero, il Re dei Re, quegli che ai Re dà il Regno, non qual trionfator del Campidoglio, o Macedone sir; con rifulgente pompa di carri e di cavalli, al suono di bellici oricalchi, e con miranda pompa di spoglie ed aurei vasi ed ostri e guerriere coorti ed ordin lungo di vinti duci e catenate genti, a te sen vien, ma su giumento umile per mostrar col suo esempio al mondo errante che trionfa nel ciel chi qui s'adima. Delle feste pascal le pompe auguste e gli olocausti e i patrj rite a mille a mille i peregrin nel giron sacro di Solima avean tratto. "Ehi viene!Ehi viene! Vien Gesù!" gridar s'ode, e in men d'un lampo, com'esercito d'api a florid'orto, fuor di città s'avventano le turbe ad incontrarlo ramoscei di palma, fra tutte genti di vittoria segno, ed ancora leggendosi o dall'alba tolti della verde oliva simbol di pace sin dai dì dell'arca, recansi in man gridando "Osanna!" mentr'ei s'avanza; "Osanna! Benedetto colui che viendel Signor nel nome, re d'Israel!". E ad ogni passo l'onda del popol cresce, e chi le cappe stende sulla sua via, chi monta, e rami tronca degli alberi, e ne fa strato festivo al cammin ch'egli tien . E come giunto alla china è Gesù che del Cedronne, al varco accenna, i cari suoi, di nuova gioja raggiunti, alzan di Dio le laudi, celebrando, esaltando i gran portenti che co' lor occhi ne avean visto, e in queste vocirompono al canto:"Benedetto il Re che viene del Signor nel nome! Pace nel cielo e nell'eccelso gloria!"allor de' Farisei, col popol misti, più d'un volto a Gesù, "Maestro" esclama "fa che ammutolisca de' tuoi fidi il labbro". - Se taccion questi, i sassi stessi il grido innalzeran"Gesù risponde. E intanto il popol tutto, innanzi e retro e allato, "Osanna! osanna! grida. Benedetto colui che viene del Signor nel nome! Di David, padre nostro, benedetto il regno sia, che a noi più bel ritorna! Nell'eccelso de' cieli osanna, osanna!"
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Continuando a leggere il poema in oggetto si nota come l'autore si soffermi poi a trattare il difficile prossimo futuro della grande città infatti, pur sempre nel rispetto degli insegnamenti evangelici, dal verso 508 si può leggere che quando a Gerosolima fu presso Gesù nel rimirarla su lei pianse (da il Vangelo di Luca 19, 41-44): - Gerusalem! Gerusalem! che occidi i profeti, e co' sassi opprimi quelli che inviati a te son; deh quante volte i tuoi figli adunar volli, qual suole l'augello il nido sotto le piume; né lo volesti!Ah tu sapessi almeno, in questo dì, per te di grazia ancora, conoscer ciò che a te potria dar pace! Ma denso un vel ti sta sugli occhi. I giorni su te poscia verran misera! ed ecco la tua magion si rimarrà deserta". Con tai note dolenti ed altri lai sopra Solima, un tempo a Dio diletta, che allor cieca e a malvage opre dirotta, sfidar del ciel parea lo sdegno, piase Gesù che la scorgea col divin guardo dalla futura oste di Tito cinta, di ostil vallo cerchiata, e dalla fame disfatta sì che ne' lor figli il dente, orrendo a dirsi, cacceran le madri: indi adeguate al suo le eccelse mura, diroccate le torri, e messi al taglio i cittadin delle romane spade [Tito Flavio Cesare Vespasiano Augusto (in latino Titus Flavius Caesar Vespasianus Augustus; Roma, 30 dicembre 39 – Aquae Cutiliae, 13 settembre 81) è stato un imperatore romano appartenente alla dinastia flavia e regnante per poco più di due anni, dal 79 alla sua morte. Secondo della dinastia Flavia a salire al trono qual successore del padre Vespasiano, Tito fu un abile e stimato generale che si distinse per la repressione della ribellione in Giudea del 70, durante la quale venne distrutto il secondo tempio di Gerusalemme]

Nel proseguimento della venuta di Cristo in Gerusalemme si assiste alla sua entrata nel Tempio Gesù troncando ogni dimora, il pié rcò nel Tempio, e un'altra volta ne cacciò sdegnoso i venditor, ma con più sperbi accenti, misti al suon del flagello; "In uno speco voi trasmutaste di ladron, dicea, la casa mia che di preghiera è casa" [ La cosiddetta purificazione del Tempio (oppure cacciata dei mercanti dal Tempio o cacciata dei venditori dal Tempio) è un episodio della vita di Gesù narrato dai vangeli canonici (Marco 11, 7-19 ; Matteo 21, 8-19 ; Luca 19, 45-48 ; Giovanni 2, 12-25 )] e come di seguito si legge nel poema E la tremenda maestà del viso, lo spavento incutea. - Di ciechi e storpj una frotta in quel mezzo a lui dinanzi traeva, e tutti lui guaria. Ma i prenci de' Sacerdoti ed i Dottor, veggendo i portenti che oprava, e de' fanciullile voci udendo ch'echeggiar del Tempio favean la volte, alto gridando " Osanna al Figliuol di Davidde" onta e dispetto nesentir del core, ed a lui queste voci mandar nemiche: "Odi tu ben che dican ei?"- . Sì, l'odo, Gesù risponde: ma non mai leggeste voi ciò ch'è scritto? Tu , Signor, hai tratto la tua laude miglior di bocca ai bimbi ed agl'infanti che dal sen materno succiano il latte".E volge lor le terga

Il Messia lascia Gerusalemme e torna a Betania per passarvi la notte poi appena fattasi notte "in ver Sionne i passi raddrizzò Lungo la via un fico adorno di frondose spoglie, ma d'ogni frutto scemo, ei maledisse, a dimostrar che non leggiadre ciance, ma buone opre son d'uopo a far l'acquisto del reame del cielo e qual tremendo giudicio egli darà nel dì supremo di color che recar dovean buon frutto, di pietade e d'amor, ma pigri e lenti non s'ornar che di foglie" = finalmente giunge al Tempio dove gran folla fa devote offerte ed in questa spiccano tanti ricchi che ostentano gran doni d'oro ed argento ma tanta dimostrazione non stupisce Gesù ed invece il Salvator lì scerne una venirne vedova poverella, ed elle gitta due danaruzzi, il cui valor congiunto a un quattin si pareggia:Iddio non guarda con gli occhi de' mortali: il core ei mira del donator, non quanto importi il dono, onde appellati i suoi Questa, lor disse, vedova tapinella ha vinto nella copia del dar; ché gli altri tutti da quanto ad essi soverchiava, ha tratto ciò ch'han donato; ma costi l'ha tolto dalla penuria sua: dato ell'ha tutto quant'era in lei, tutto il suo vitto ha posto". Subito dopo questa esternazione Gesù con i seguaci ritorna per passar la notte a Betania quindi fattosi giorno di nuovo volge il suo cammino a Gerusalemme per raggiungere di nuovo il Tempio per la stessa via riincontrano il fico maledetto non più frondoso ma con il tronco inaridito ed ai stupiti Apostoli dice il Messia In Dio fidanza abbiate, e se l'avrete ferma, non sol farete quanto al fico avvenne, ma i monti istessi trapiantar di seggio potrete, o in fondo traboccarli al mare".

Il Salvatore torna quindi a Gerusalemme dove pur tramano contro di lui Farisei , Sacerdoti e Sadducei = la città con il tempio è davvero uno splendore anche se Gesù ne profetizza la distruzione Maraviglia e splendor dell'Oriente, per triplice racinto e mura eccelse, atrj, logge, colonne e marmi e cedri e fulgidi metalli e preziosi arredi, il Mar di bronzo, il Candelabro da' sette rami, l'aurea ensa, e mille spoglie e gemme e tesori e famos'opre sorgea il tempio di Solima. Rivolto a Gesù che n'uscia, "Maestro, disse un drappel di discepoli, l'insigne mole ammirando e l'alte porte: oh questo è ben magno edifizio!" - "E' ver, risponde il Salvator, ma perirà disfatto, né d'esso rimarrà pietra su pietra = dopo questa infausta profezia Gesù sale al colle degli Olivi e si siede dal lato che ha di fronte il Tempio mentre gli stupefatti discepoli altro verroebbero sapere loro poi rivelando il Messia non solo la distruzione del tempo ma anche tante altre calamità destinate ad avvenire "talun di voi con le sue luci istesse mirarne il lutto ancor potrà" risponde il divin Senno, e ad uno ad un gli orrendi segni dipinge e i casi atri e funesti dell'eccidio di Solima e del Tempio, e de' Giudei Per tutto il mondo spersi, storico del futuro: E dell'estremo giorno del mondo e del giudicio estremo ragiona in un: Verrà quel dì repente non aspettate, come allor che l'acque del diluvio copriron la terra, e i monti sorpassar = introdotto dall'affermazione "Fieri prodigj nel sole, nella luna, e nelle stelle scederanno e, tremeran le genti" nel poema si vaticina di conseguenza, con toni lugubri, sull'avvento del Giorno del Giudizio Universale con il ben diverso destino riservato ai giusti ed agli spiriti ribelli

Grande è l'attenzione prestata alle parole del Messia ma il Salvatore non manca certo di ipocriti nemici ed infatti continua il poema affermando non dorme il rancore, l'invidia e l'aschio de' Sacerdoti e de' Dottor. Più giorni pria che tornasse a' Solimiti colli Gesù, di cui smarrito avean le tracce mentre il tenea d'Efremme il tacit'ermo gli stessi Sacerdoti e Dottori Messo avean bando contra di lui: "Si sveli ov'ei s'asconda, e in nostra man sia posto": Presente or è, torna ogni dì nel Tempio: A che gl'indugj? Date in lui di piglio; Littori, armi ei non ha che gli sian schermo; sbramate l'odio = ed espongono le ragioni di quanto per loro sia necessario annichilire il Cristo e l'opera sua "Tutte a lui corron le genti, e a noi volgon le spalle. Ecco è deserta la Sinagoga, ed in Gesù si crede. Ode pien di stupore la sua dottrina, senza tema o rossor la prisca legge costui sovverte, e noi, noi stessi a scopo di sue rampogne prender osa. Oh scorno! Oh rabbia! Eppur che oprar convien? Gli artigli in lui cacciar di chiaro dì, nel mezzo del pascal gaudio, e delle sacre offerte son essi consapevoli che potrebbe esser periglioso in quanto Fra il vapor de' timiami e le solenni pompe del Tempio, alto saria periglio; ché adontarsene il popolo potria, e levarsi a romor, correre all'armi ed in noi rivoltarle. Or qual fia il tempo, il loco qual della vendetta?" .- Un'altra volta insieme adunarsi a parlamento, e acconci al caso ventilar consigli, stiman quindi il più saggio, e di Caifa gli accoglie l'aula. Ma che val? concordi tutti solo in sitir del Giusto il sangue, van discordi nel come e dove e quando, e pajon selva a cui contraria guerra muovo Austro ed Aquilon, Volturno e Coro senonché a pro di sì oscuri disegni Il prence delle tenebre in soccorso vien del consesso che gli è fido: In petto di Giuda entrato è Satana, e le vampe d'inferno in cor versandogli, l'ha mosso a tradir il suo Sir per fame ingorda di vil moneta. A' Sacerdoti in faccia s'appresenta l'Apostolo rubello, a cui fa scorta il tentator d'abisso e di dare in lor man Gesù ne' cheti orror di notte con secreta fraude e così Giuda Iscariota il prezzo del tradimento mercanteggia. Trenta Argentei nummi è il guiderdon proposto, et accettato, del feral delitto che fia l'orror d' secoli. Si partE il traditor per attuar l'infame accordo, e con gran festa si discioglie il Giudaico senato. Al draco antico, cresce l'ardir: di sua vittoria ei gode; né sa ch'appiè del tronco ove confitto brama veder pender esangue il Giusto, fien fiaccate sue corna in sempiterno

Si approssima intanto la festa della Pasqua ebraica ma Gesù non si reca anticipatamente a Gerusalemme inviando per allestire la cena comunitaria per sé ed i Discepoli Pietro e Giovanni lor dicendo a Solima itene. Al primo entrar vostro in città, pararsi innante a voi vedrete un garzoncel che d'acqua novellamente attinta un orcio colmo sul dorso porterà di seguito soggiungendo movete, e dove egli entri, in quelle soglie entrate, e dite della casa al capo: a te manda il Maestro; ov'è la sala in che co' suoi discepoli la Pasqua ei ceni? E quegli immantinente a voi un gran cenacol mostrerà, di mensa e di letti fornito, e in ordin tutto, quivi imbandito". I due Apostoli seguono le sue indicazioni e tutto accade come predetto ed il capo della casa accoglie con riverenza la richiesta per festeggiare la Pasqua secondo l'antico costume. In seguito Gesù si reca coi seguaci a Gerusalemme e Quando Gesù co' Dodici dal colle degli Ulivi in città fatto tragitto, nel cenacolo entrò. Da lor ricinto, la Pasqua ivi cenò col prisco rito che fu legal in quell'estrema volta, le dapi usate indi coprir la mensa, e ad essa vi s'adagiò col suo fidato collegio. E in mezzo alla seconda cena di mensa ei si levò, giù pose il manto, di bianco lin si cinse i lombi, e volle dar d'umiltà un perituro esempio infatti Colmata d'acqua un'ampia conca, i piedi lava d' suoi, prostrato e chino, e quindi col cinto pannicel gli asciuga e terge. Soffrir Pietro nol vuole: I piè lavargli il suo Signor!. Ma con augusti accenti "Se non ti laverò , non avrai parte meco" disse Gesù - "Le mani e il capo dunque, o Signor non i piè solo" esclama di Betsaida il pescator canuto, prence poi de' fedeli, e delle sante porte custode. Reverenza il loco all'obbedir ceda pur essa: primo è dei doveri obbedienza a Dio. Ha quindi inizio l'adunanza dei commensali e Gesù mentre erano a mensa, pigliò del pane, rendè le grazie, e il benedisse, e il franse e si discepoli suoi lo diè di seguito quindi "Prendete, lor dicendo, e mangiate; è questo il mio corpo, che dato vien per voi: ciò fate in memoria di me. Poi similmente il calice pigliò; rendè le grazie , e ad essi il diè, dicendo "A questo tutti bevete, perché questo è il sangue mio della nuova alleanza, il qual per molti fia sparso in sacrificio a far che asterse, sian le macchie dei falli. il ver vi dico: io non berrò più della vita il frutto insino al dì che lo berrò novello in un con noi nel regno di mio Padre". Tutti accostaro al calice le labbra

E così nella notte dell'ultima cena il Salvatore crea il sacramento dell'Eucarestia ma su tal momento supremo momento come si legge nel poema grava un'oscura ombra Che veggo, ohimé! del divi cibo ardisce pascersi il traditor! Di Cristo il corpo tu mangi, o Giuda! tu ne bevi il sangue, e darlo in preda tra poc'ore hai fisso a' suoi nemici! Tanto può la colpa in mostro orrendo più de' stigj mostri l'uom trasformar che se ne fa ligio! E' questa la cura che d'un vel copre la fronte improvviso a Gesù il pietoso Signore che non solo del Giuda mira ne cor, ma tanti ingrati, tanti perversi traditor contempla con nefanda susseguirsi assidua vecer nella stirpe d'Adam ch'egli a far salva col suo morir s'accinge. " Ecco la mano che mi tradisce, è meco a mensa". Un'alta mestizia, pregna di stupor, si spande a tai detti tra i Dodici. Negli occhi si van guatando l'un l'altro, dubitanti di chi mai parli, e dimandando a prova "Sono io forse, o Signor?". E quasi subito arriva la risposta del Messia"Uno - ei risponde - che nel catin la mano intigne or meco, quegli mi tradirà".. Nell'ombre avvolto del traditor si giace il nome agli altri Apostoli, e soltanto al fido orecchio del prediletto lo rivela il labbro del Placator. Giuda poi esce: agli empj agguati il trae l'oste d' Averno. Ed ecco l'amorevole Gesù coi cari alunni fa come padre suol co' circostanti figli nell'ora del supremo addio che indirizzar ne vuol l'orme al ben futuro

Il commiato di Gesù agli Apostoli in una parte del poema è riportato con queste parole "In quella guisa ch'io v'amai, v'amate scambievolmente, e questo amor fraterno, vi sia suggel che i miei seguaci a tutto il mondo in voi dimostri". - Il debil petto poscia ne pronunziò nel passo amaro: "lasciato il vostro duce in abbandono voi tutti, in questa notte, lo spavento disperderà, come fu scritto. Pietro se pure ogni altro io no, per fermo: ai ceppi e alla morte ir con te pronto son io. - O Pietro, a lui disse Gesù; che parli? nanzi che del mattin sciogliere il canto s' oda il vigile augel, per ben tre volte tu negato m'avrai" [L'episodio - riportato sia nei vangeli sinottici (Mc 14,66-72; Mt 26,69-75; Lc 22,56-62[1]) sia nel Vangelo secondo Giovanni (Gv 13,37-38;18,15-18.25-27[2]) - si colloca durante la Passione, quando Gesù, dopo l'arresto, viene condotto dal sommo sacerdote e Pietro si trova nel cortile del palazzo di quest'ultimo. Dopo tale rinnegamento, i vangeli sinottici riportano il pentimento di Pietro, che piange, mentre il Vangelo di Giovanni non fa menzione di ciò] Per te por l'alma dolce mi fia, non che negarti mai"- Pier soggiunge ed ognun gli odi far eco. Ma Gesù, che ben sa come la fiacca natura in lor soggiogherà lo spirto, passa ad altri ricordi e di sublimi promesse gli alimenta .- " A voi la pace io lascio; la mia pace, non già quella che dal mondo vien data. Il Santo Spirto consolator che manderovvi io poscia e il Padre manderà nel nome mio, Spirto di verità, quegli a voi tutte farà palesi le secrete cose, e i miei detti ammentandovi, di nuova luce, gl'irraggerà. Ch'io vada intanto a voi giova, o miei fidi: ché s'io resto ancora aggiunge il Salvatore a voi non viene il consolante Spirto, ma s'io vado, io vel mando".A sì pietoso comiato, in calde lagrime disciolti,gli Apostoli tenean china la fronte, ed immagin rendean di sconsolata famiglia, a cui rio sospettar d'immane tiranno, o furia di delira plebe, del genitor sull'innocente capo fa la scure piombar Soavemente Gesù li riconforta " Io lascio, ei dice Orfani voi, ma non gran tempo. Il mondo più non vedrammi, ma presente ai vostri occhi sarò. Vivere io debbo e meco voi pur vivrete: A me restate uniti, e a voi unito io resterommi. Il tralcio della vite da sè non può dar frutto, se al tronco unito non si sta. Lo stesso di voi succede: io della vite il tronco, voi i tralci ne swiete. Io vado al Padre, nel quale io son: chi mie parole osserva, m'ama verace, e quei che m'ama, amato fia dal mio Padre, e noi verremo ad esso, e nel suo sen porrem soggiorno. Acerbi strazj ed ambasce voi soffrir dal mondo dovrete, ma cor saldo e viva fede vi reggan ne' conflitti. Il mondo io vinsi, ed allumati dal divino Spirto voi vincerete, e un dì sui troni d'oro meco dedreta a giudicar la terra" così quindi il Messia si congeda dai seguaci e subito dopo le luci sollevando al Padre, sciolse un inno di gloria "A te ritorno, o Padre santo! Come in me tu sei, in te son io: Glorificato in terra io t'ho: l'opra compiei che a far mi desti: or glorifica me presso a te stesso con quella gloria che a te presso io m'ebbi prima che fosse il mondo. E quelli, o Padre, che desti a me, voglio che sian pur meco, e veggan la mia gloria. Ad essi ho fatto noto il tuo nome, e lo farò pur anco, acciò l'amor con che m'amasti, sia in essi, ed in essi io. - Sorse, ciò detto, e s'avviò magnanimo al cimento

CANTO NONO

Gesù seguito dai discepoli compie il percorso che lo conduce all' orto del Getsemani [Il Getsemani qui in una immagine, in aramaico frantoio, è un piccolo oliveto poco fuori dalla città vecchia di Gerusalemme sul Monte degli Ulivi, nel quale Gesù Cristo, secondo i Vangeli, si ritirò dopo l'Ultima Cena prima di essere tradito da Giuda e arrestato]Allato a' colli su cui siede altera Gerusalemme, a oriente è l'ima, tutta sparsa di tombe, angusta valle di Giosafatte. Pel suo steril fondo scorre in lungo il Cedronne, un fier torrente a' dì piovosi, ma di sassi ingombro, vedovo d'aceue, quando cuoce i campi, figlia dl sol la polverosa estate. poi di là del torrente e della valle s'innalza il monte degli Olivi detto, perché gli veste il facil dorso e i fianchi continua a leggersi nel poema del Bertolotti questa pianta, di miti alome figura. Sul lembo deella valle, ed alle estreme falde del monte, da quel lato ond'esce di fiori incoronato il mattino, era un poder, con esso un orto, ed il chiamavan Getsemani gli Ebrei da' torchi che gocciar fan della bruna oliva il pingue umor. Colà sovente ridursi usava col fidato gregge il celeste Pastor e la notturna quiete orando vigilarvi. Conto quindi a Giuda era il loco. A quella volta, dal cenacolo uscendo e da Sionne, reca i passi Gesù. Ma fuor dell'orto lascia i compagni quivi giunto, e Pietro seco sol toglie e l'una e l'altra prole di Zebedeo. "Voi qui posate", a quelli dice, e coi Tre che sulle aeree vette del Tabor ne mirar la sfolgorante gloria, onde Iddio si cinse, e ch'or gli affanni, cui vuol per noi, qual uomo, andar soggetto, mirar ahi den, nell'orto egli entra : intanto la notte scende come un sudario Gesù co' Tre rimasto, prese ad atterrirsi ed a sentir ribrezzo e a cader in mestizia; e ad essi, "Trista, disse, è l'anima mia fino alla morte". Poscia " Voi qui vi soffermate e meco vigilate", soggiunse. E un trar di sasso slungatosi da lor, dentro un solingo antro s'accolse, ove ancor piange e prega de' pellegrini la pietosa schiera che a' santi lochi scioglie il voto: In questa grotta entrato il Signor, sul terren nudo prostrò la fronte, e disse orando al Padre: "Padre mio! se si può , dalle mie labbre deh fa che questo calice trapassi; ma pure il tuo voler, no 'l mio s'adempia". S'alza, ciò detto; riede ai Tre; nel sonno li trova avvolti, e "Non adunque un'ora vegliar meco poteste? a Pietro sclama: or via, vegliate, e alzate al ciel le menti continuando a dire onde il tentar in voi non s'apre un varco; lo spirto è pronto, ma la carne è fiacca". All'antro ov'era pria, quindi egli torna, e là ripete la preghiera istessa, e ai Tre pur torna, e immersi un'altra volta nel sonno li rinvien: sonno da cupa tristzza indotto, e grave sì che dargli mal san risposta. Al cavo sasso il fianco Gesù redduce, e colà prono " O Padre! Se ber l'amaro calice mi è forza, il tuo voler sia fatto" . -E sì dicendo dalla fronte alle piante gli discorre sudor di sangue, e le cadenti stille ne invermiglian la terra: Agonizzante ei nell'orar più ferve. Ed ecco a un tratto disfillar d'empirea luce l'antro, e diffondersi intorno aur soave di Paradiso. Un Angelo è che scende messaggiero del Padre, e di conforto apportator. Questi il sudor ne terge e ne temjpra l'ambascia. Ei sorge allora, e l'orme sue ricalca, e ai Tre " Dormite placidi or pur, venuta l'ora ei dice, in che dato sarà dell'uomo il Figlio a' peccator. Su, su sorgete andiam . Chi dee tradirmi , ecco è già presso - Errava ancor sul divin labbro il suono di queste voci, quando in mezzo a folta squadra di sghrri a' suoi cenni han posta come continua a narrare il poema con grande pathos i Sacerdoti e i Maggiorenti. Giuda appar. Lui segue una coorte: Eccheggia a' crebri passi, al tintinnio dell'arme quel sì romito pria di pace asilo e di preghiera. Notte cede vinta al subitano luccicar di mille lanterne e faci, il cui splendor, riflesso sui masnadier, di que' sinistri ceffi spiccaqr più truce fa l'aspetto. Questo, per non errar, dato a' scherani ha Giuda segno feral: " Qual bacerò, gli è desso; tenetel forte, e nel traete avvinto alla città ". Primo ad entrar nell'orto è il traditor: con simulato affetto ei s'accosta a Gesù, "Salve, o Maestro! gli dice, e'l bacia in volto. Abbominando bacio di sangue Inorridir lo stesso Re dell'ombre fu visto nell'udirne il letal suon. Purdall'immonde labbia del traditor non tolce il dolce viso l'Agnel di Dio che me di sé pensoso che pietoso di lui, vorria nel petto suscitargli un dolor che il salvi ancora: "Amico, ed a qual fin tu qui venisti? Gli dice. Oh Giuda, tu dell'uom il Figlio con un bacio tradisci!": Giuda nulla però dice, allora il Messia si rivolge agli armati che lo circondano chiedendo "Di chi cercate?". ei chiede. Qual s'ode mille alzar grida, in lor tenor discorde tutte concordi dimandanti il pasto, di fameliche belve un branco accolto in peregrin serraglio allor che il noto custode v'entra in sul merigge; a quella guisa sclamar odi la ria sbirraglia: "Di Gesù Nazaren". - "Son io" risponde il Salvator. Quasi da folgor tocchi, a questo dir caggion riversi in terra i masnadieri, e il traditor con essi: Così col soffio di sua bocca Iddio strugger gli empj mirava il paziente Santo che grato ergeva a Dio le laudi ne' trvagli maggior: Ma quell'istessa virtù che gli atterò, forza lor rende; sì che dal suol risorgon pronti. Ancora "Di che cercate?" ei ridomanda. E quelli. "Di Gesù Nazaren".- Ch'io 'l son , già dissi; se me cercate, me prndete, e salvi vadan costor"risponde prontamente il Salvatore che a i suoi compagni accenna sì parlando

Pietro, mentre gli altri seguaci di Gesù son incerti se prendere o no le armi contro questi scherani, estrae la sua daga e, spinto dall'ira, ferisce un servo dei Sacerdoti tal Maleo, mozzandogli l'orecchio destro: il Messia condanna però tale violenza e risana il ferito quindi si consegna ai miliziani che lo portano via avvinto in lacci = persa la loro guida gli Apostoli vengono presi da sgomento e cercando scampo si disperdono in varie direzioni come peraltro già predetto da Il Salvatore = Gesù vien quindi condotto da Anna suocero dell'attuale Gran Sacerdote del Sinedrio Caifa su cui qui Cultura-Barocca ha predisposto un approfondimento = in merito all'arrivo del Messia di fronte ad Anna che fu il Primo Sacerdote del Sinedrio nel poema del Bertolotti si legge Un'ampia sala gli accoglie . Un veglio acerbo e tristo siede colà. del sacerdozio il primo onor già tenne, ed or lo tien, Caifa genero a lui, e del par tristo...Il fronte increspa Anna, e le ciglia aggrotta; di sperbo sprezzo s'atteggia, ed in Gesù rivolto, "Che legge, esclama, e che dottrina è quella che tra le rozze turbe e tra più rozzi seguaci tuoi spargendo vai?" ma subito Risponde nel suo schietto linguaggio il divin Maestro "Aperto io favellai sempre alle genti, nelle scuole insegnai sempre e nel Tempio dove tutti convengono i Giudei. Né mai dissi in occulto un solo accento. A che interroghi me? que' ne dimanda che m'ascoltar. Ciò che lor dissi, e' sanno": un servo del Pontefice s'irrita per tal risposta e indotto da ingiustificabile furore percuote Gesù, che gli dice "Si diss'io mal, tu con ragioni il mostra; si diss'io ben, perché mi batti in volto? Ma di giustizia chi dà retta al grido nella casa dell'empio? Un sibilio qual di Libico deserto, mette la frotta, ivi presente, amica all'oppressor, ed all'oppresso infesta; mentre di lei più truce ancor, ne ride Anna, e'l divo prigion manda a Caifa, ch'appo sé convocò l'Ebreo senato

E' ormai chiara la volontà di porre a morte Gesù de i prenci de' Sacerdoti, i Farisei, gli Scibri, e i Primati del popolo:Maligna gelosia che in lor sen posto ha sue fiamme, manda vapori coliginosi e tetri a offuscarne le menti: In alto scanno con gravità pontifical s'asside sopra tutti l'autor del rio consiglio "Giova che un uom per tutto il popol muoja". Che sperar da tal giudice? Ma tutti d'immolare l'innocente han par disio. E lo mostrano a' volti - Un sol s'attenta farsene scudo. Nicodemo è questi, e che tai voci ei favellasse è grido [ secondo il vangelo di Giovanni Nicodemo importante personaggio tra i Farisei interviene in difesa di Gesù quando i Farisei vorrebbero farlo arrestare con lo scopo di mandarlo a morte (7,45-51) )] e nel poema il Bertolotti riporta con indubbia libertà poetica queste supposte parole di Nicodemo: Padri illustri e compagni! Alta sentenza da noi s'aspetta, e di noi degna sia: Chi tratto vien dinanzi a noi fra dure ritorte, qual fellon, qual uom di mille nequizie immondo? Oh ciel che veggo? E' desso l'intemerato e mansueto Agnello, onde Isaia cantò: L'odio sbandite, e in cor pacato sol vi parli il vero... = di vera passione è intriso quanto, nel poema, dice Nicodemo che elenca i prodigi di Gesù del quale chiede pronta libertà ma inutile è la sua saggia perorazione in quanto Disperde di Nicodemo le parole il vento; ed a lui sol risponde un suon di scherno e un fremito d'ira: Ei nel suo manto si ravvolge e tra sé sclama: "Satanno, entrato è nel lor sen; me non rinserri più quest'aula ove spira aura d'abisso". E freddo per orror di là si spicca

Per poter chiedere la morte di Gesù Sinedrio ha però bisogno di prove che costruisce attraverso false testimonianza avverso le quali nulla dice il Messia ed allora Pregno d'atro livor sorge Caifa e grida: " Perché nulla rispondi a tante accuse che ti son mosse?" . - Ei tace ancor. Divampa, come fornace, per grand'ira il petto del nefando ontefice. Ma dotto nel simular, gli sdegni asconde, e al cielo gl'occhi levando con pietà bugiarda, sì riprende a parlar: " Pel Dio vivente i ti scongiuro , tu ci dica aperto se tu il Cristo il Figliuol di Dio tu sei" .- "Tu 'l dicesti, io lo son" Gesù risponde; "Anzi io vi dico che vedrete un giorno il Figluolo dell'uom, sedente a destra della virtù di Dio, sopra le nubi del ciel venirne". . - A questi accenti freno più non ha del Ponteefice la rabbia; ma sol peer santo orror sembra ch'ei frema, ipocrita provetto, e duol mentendo si lacera le vesti, aa qulla guisa che fe' Giacobbe quando udì la morte del suo amato Giuseppe, e ch'Esdra fece quando udì del suo popolo le colpe : Caifa utilizza quindi le parole di Gesù per dichiararne falsamente la blasfemia di fronte a tutto il Sinedrio Gira gli occhi il Pontfice; d'impura bava il labbro gli stilla, e dell'Inferno fatto ministro, Ha bestemmiato!" ei grida: "d'altra testimonianza a che ricerca or si faria? Dalla sua bocca istessa uscita è la bestemmia, e voi l'udiste, Sacerdoti, Dottor; salde colonne della legge, del popol maestri, che a voi ne par?" - "ispodon tutti a un grido "Egli è degno di morte, ei muoja, ei muoja" il Sinedrio ha ottenuto quanto perversamente ambito, di conseguenza il consesso viene sciolto e Gesù risulta affidato alla masnada degli armati custodiche indugiano nel far sevizie e tormenti al Salvatore. Però ad accrescere il dolore per quanto avvenuto Dentro il cortil pontifical frattanto cosa avvenia d'altri dolor feconda, dura a ridirsi, e a meditar più dura! Che de' guerrier di Cristo il primipilo, da viltà vinto porgea triste esempio dell'umana fralezza: Allor che preso venne Gesù, fuggir, quai daini innanzi ai veltri i suoi discepoli: ma proprio il primipilo cioè Pietro cercando di seguire le sorti del Salvator riesce ad entrare nel recinto del palazzo di Anna e Caifa e qui sta tra una folla di servi, sgherri e plebe curiosa poi accostandosi ad un fuoco ivi acceso per riscaldar le mani infreddolite per il freddo notturno e s possibile carpire qualche notizia sulla sorte del Messia Ma qui avviene un fatto non previsto in quanto un'ancella sostiene di riconoscerlo quale uno dei seguaci di Gesù Ed ecco l'ancella, che dall'uscio vegli a guardia lo riconosce,e, Tu pur eri, esclama, con Gesù Galileo" .- "Che parli o donna? Erri a gran pezza, ei le risponde; io punto non lo conosco". - e mentre quinci ratto sgombra, pien di vergogna e di spavento, canta il vigil augel. Dall'atrio interno nel vestibolo ei varca, e un'altra ancella lo sguarda, e dice: "Era costui anch'egli con Gesù Nazareno". - "e' falso, è falso!" ei ripete, e lo giuro. Io non conosco l'uom di che tu favelli" ma poco dopo Un terzo ancora, lui ritornato ivi a scaldarsi osserva, e ben lo squadra e il raffigura e, "Questi, dice, pur era con lui. Poi fise in Pier le ciglia: "Ben di certo io sollo, Selama che te con lui vidi nell'orto" = quasi subito alle parole di costui seguono quelle di altri che affermano esser Pietro un dei seguaci di Gesù, egli nega ancora ma di colpo ode per la seconda volta il gallo e rammenta quanto disse Cristo, predicendo che per tre volte prima che il gallo due volte cantasse per timore avrebbe detto di non conoscerlo: siffatto evento sconvolge Pietro che pentendosi si rifugia in luogo romito onde dar sfogo ad un fiume di lacrime. Le sincere lacrime di pentimento di Pietro valgono per un suo completo perdono e per conservargli la funzione indicatagli da Gesù di erigere la sua Chiesa = ma un altro di lui ben più colpevole s'appresta a pagare il fio delle sue azioni, trattasi del traditore Giuda Iscariota Ma non così Quei che del giusto sangue fe' l'orribile mercato , ed il cui nome d'infamia a nota, in ogni età sul fronte de' traditor fia scritto. I pattoviti trenta nummi d'argento egli ha riscosso dentro la notte. La sua brama avara è satisfatta; ma comincia allora il suo castigo. Sentenziato a morte ode il maestro, e l'ingannevol benda che cupidigia gli avea posto agli occhi, sparisce come lana arsa nel foco in breve tempo viene poi aggredito dall'artiglio del rimorso e appena fattosi mattino al Tempio corre, qual cignal che fitto porta fremendo nelle terga il dardo, quivi i trenta denari ai prenci ei rende de' Sacerdoti e agli Anziani, e sclama "Io peccai nel tradir del Giusto il sangue". Debile ammenda a tanto fallo! Stretti negli omeri con vil ghigno di scherno, rispondon quelli "e a noi di ciò che monta? Pensaci tu" . Cotal ricambio del tradimento il traditor riceve e subito dopo nulla più dicendo Forsennato ululante, irto i capegli, le monete ei gittò sul pavimento, e sè togliendo a' cittadini alberghi, corse giù delle Laagrime alla Valle, di sepolcri ammantata e di rovine, di Cain, com'è fama, in sulla tomba ivi seduto, con pendenti braccia, levando incontra il ciel la torva fronte, Dio bestemmia, sè maledisse e il giorno in che nacque, e dell'or la fame ingorda che lo spinse al fallir. Di duror empio vie più sempre lo infiamma il re d'abisso che dal suo fianco omai non torce il passo, e che una pianta dalle chiome antiche a lui mostrando, sull'osceno labbro questi sensi gli pone "Or via che tardi a purgar di sì ria peste la terra? Il ciel non ha perdon pel tuo delitto, solo asilo di te degno è l'inferno, di te degno carnefice tu solo" = Giuda sconvolto accoglie l'oscuro invito e s'impicca, ma il suo peso tronca il ramo dell'albero ed il cadavere s'abbatte sulla nuda terra esplodendo in un orrendo miscuglio di esposte viscere, mentre uno sconcio demone ghermisce la sua anima trascinandola nelle tenebre dell'eterna dannazione e concludendosi il poema del Bertolotti per la parte dedicata a Giuda con questi versi Di te giustizia fatto hai tu, ma questa crudel giustizia di te stesso fatta, o Giuda, è la peggiore delle tue colpe perocché disperar della celeste Misericordia è il più spiacente oltraggio cui possa a Lui che volentier perdona, l'uomo arrecar . Ma che far denno intanto delle monete ch'ei gittò nel Tempio i Sacerdoti? Nel Tesor porle?no! si legge nel poema che pure essi hanno in spregio tal denaro Non già, perchè, dicean tra lor:" Non lece: questo è prezzo del sangue ". Onde consiglio tra lor tenuto, ne compraro un campo d'un vasellajo per servir di tomba a' peregrini, e si chiamò quel campo Aceldamà, che val del Sangue il Campo.

CANTO DECIMO

Gesù viene condotto dai Sacerdoti e dai Pontefici del Sinedrio al Pretorio ove sta il governatore della Giudea vale a dire PONZIO PILATO SULLA CUI FIGURA CULTURA- BAROCCA HA PROPOSTO QUI UNA DOCUMENTAZIONE EPIGRAFICA cui solo con il dominio romano in terra di Israele è concesso ratificare esecuzioni per pena capitale [E' da dire che Sacerdoti e Pontefici non entrano personalmente nel Pretorio non volendo esser contaminati entrando nell'edificio di un idolatra] : nel poema quindi si legge = Su marmoree colonne un'ampia loggia sorgea nel fianco del Pretorio , e d'arco sporgendo a guisa, del capace foro il dominio tenea. Da questa loggia al popol solea sporre gli editti il Presidente del Romano impero. Per non far violenza al rito Ebreo, ivi uscì Ponzio dal palagio, e disse "di che quest'uom voi accusate?". - Ed essi procaci a lui "Se misfattor non fosse, noi non l'avremmo in tua balia condotto". Superbo, avaro, pervicace spirto era Pilato, ma sagace. In odio egli avea d' Giudei la guasta stirpe, altera , riottosa, fraudolenta, di livor piena. A sollevarsi tratta l''aveea egli altra volta, e colle verghe e xcolle scuri indi punta. all'ira aizzarla di nuovo a lui non garba in quanto Tiberio, dell'impero il Sire, le sommesse de' popoli e i tumulti fastidisce altamente. Al primo sguardo in quel trambusto una perfidia ei scerne d' Sacerdoti. Pari ai Numi in volto Gesù gli assembra, e l'innocenza sculta sulla fronte ne ammira. Onde a quel carco di sopporsi è ritroso, e sè d'impaccio vorria pur trar "Voi vel prendete, avvisto ei lor risponde, e il giudicate a norma legge". - Ed essi a lui, gli sguardi ficcando al suol per occultargli i lampi dell'izza lor: "Degno è costui di morte: ed a noi porre a morte alcun non lice"
Siffata considerazione pregna di rancore dipende dal fatto che Ogni vestigia a cancellar di regno, avea tolto a' Giudei Roma quel dritto, e adempier si dovea quanto già Cristo predetto avea del suo morir. Le accuse spongono allora i Sacerdoti: "Il popolo costui sovverte; egli pagarsi a Cesare il tributo divieta; ei sè medesimo esser afferma Cristo Re", - Qual triplice tela di svergognate empie calunnie! Sovvertitor del popolo chi disse: "Ama i nemici tuoi; co' benefizj qual che t'odii ricambia?". Egli il tributo a Cesare disdir, che ingiunse:"A Cesare rendi ciò ch'è di Cesare le calunnie son gravi e il poema le disdice = Ei Re chiamarsi di terrestre soglio, che sul monte fuggì quando le turbe il volean Re gridar? Ma che del retto e dell'equo lor cal, perché lui danni a morte il Latin Preside! atin. Ma si rinfosca più burrascosa, e più s'indraca l'ira de' Sacerdoti, che pur duol mugghiando, qual toro cui mastin l'orecchio addenti, gridan " Costui subbilla il popol tutto, dal Galileo paese al mar d'Asfalto spargendo le sue dottrine" sentendo entro queste parole nominarsi il "Galileo paese" a Ponzio Pilato sovviene l'idea di inviare Gesù da Erode Antipa per sottoporlo al suo giudizio Erode Antipa, in Galilea Tetrarca, che in Sèfori solea tener suo seggio, pe' pascali piacolo alla santa cittade erasi addotto. A lui mandando Gesù, perché lo giudichi, sè scioglie Pilato, e del Tetrarca il cor ventoso molce', e rade così la ruggin prisca della contesa ch'arse un dì quand'egli di molti Galilei correr fe'l sangue ne' sacrifizi Solimiti. Conta di Gesù ben a Ponzio era la fama ma pur s'infinse, e dimandò s'egli era d'Galilei: Rispndon "Sì" repente i Sacerdoti e i Seniori. Ed egli : "Se d'Erode al poter ligio è costui, sia condotto ad Erode". - Un suon giocondo rendono questi accenti al fiero orecchio de' congiurati al Deicidio, Erode l'uccisor del Battista, ei che la testa come si continua a leggere nel poema d'un profeta ha donato in facil premio d'una danza lasciva, atto è pur anco (pensa tra sè con mal celata festa) ad immolarne un altro in ostia all'aschio de' maggiorenti di Giudea: Ricerca di Gesù fatta Erode anzi avea un giorno per darlo a morte, o sparso almen tal grido avean con arte i Farisei

Mutato è però l'animo di Erode che ambisce solo conoscere Gesù dei cui prodigi ha avuto notizia e che esaminandolo nessuna colpa in lui ravvisa di maniera che lo rimanda a Ponzio Pilato del resto come ancora si legge nel poema sì che amico al Preside così ritorna Erode, di cui quegli ha blandito il folle orgoglio, concedendo che giudice sedesse d'un Galileo, di Solima nel cerchio, ove per dritto il Galileo Tetrarca orma non serba di poter; ché Roma vi regna (e per lei Ponzio) arbitra solo = il governatore romano si trova quindi ancora una volta di fronte al Messia che or nuovamente in faccia sta di Pilato, ed a Pilato duolne che quinci ha de' Giudei l'odio e il tumulto, quindi iniquo un giudizio; e Roma ancora i popoli frenar con giusto impero ad orgoglio si reca. Onde raccolti i sommi Sacerdoti a parlamento e i Primati e la plebe, in nobil atto il dir sì scioglie " Voi costui, qual rio sommovitor del popolo , dinanzi mi conduceste. Io nel cospetto vostro lo interrogai, ma non in lui pur dato scorger mi fu di queele colpe, onde voi l'accusate. Erode istesso di seguito aggiungendo cui vi rimisi, e che di vostre leggi sperto è custode, nulla in lui che degno sia di morte rinvenne" = a tai parole risponde solo un brusio di rabbia del drappello dei Sacerdoti ma nessuno risponde con chiare parole di maniera che il comandante romano escogita una personale soluzione per uscire da tale situazione in cui sente fermentare l'ostilità dei Primati del Sinedrio pronti a fomentare seguaci e popolo tutto Ogni anno il Latin Preside solea per la festa Pascal da' ceppi sciorre un prigionier, qual più tornasse aggrato al popol, che di chiederlo avea dritto per privilegio: Or in quell'anno v'era in carcere un fellon, ladro e micida, Barabba detto. E poi che il popol tutto già dal Pretorio in faccia sta , la destra stende Pilato, impom silenzio, e in alti e chiari accenti, al popol volto chiede "Qual liberar deggio de' due? Barabba? Ovver Gesù che Cristo è detto?" - In mente impresso ei tien, che sì mettendo a fronte due tanto distinte personalità cioè la specchiata innocenza e il vil delitto il popol griderà "Gesù si salvi!" E nel giudicio popolar pon fede tanto ei più ferma, che in quel inchiesta fatta del vero, a par del Sol lucenti mille prove gli han mostro il livor basso che all'accuse falsissime ha travolto i Sacerdoti [per correttezza Cultura-Barocca riporta qui una serie di considerazioni sulla figura di Barabba come ripresa dai Vangeli ma anche sulla discussa storicità dell'episodio].

Altre ragioni inducono Pilato alla clemenza tra cui un messaggio della sposa Claudia che il poema del Bertolotti recupera dal vangelo di Matteo (XII,19) Ed a Gesù far salvo anche accendegli il cor grave messaggio della sua sposa, ed un terror segreto , però che mentre al tribunal sedea, a lui venuto un messo della sua Claudia, che diceva Astienti, se tu m"'hai cara, dal por mano in cosa che punto a quest'uom giusto si concerna; ché già troppo io soffersi oggi travaglio in sogno a causa sua" . - Sogno dell'alba, che a lui sembra in sè chiuda alto presagio, dell'arte a norma che augural s'appella, solenne in Roma dall'età dei Padri nel frattempo però il Consiglio del Tempio ha prodotto altre false accuse contro Gesù anche per far ulteriore presa sul popolo Ma il breve indugio che per l'eletta porta il bisogno e l'uso indice, assai bastevol torna ai principi del Tempio e del Consiglio per versar ne' petti plebei le fiamme ond'ardono. Mentita santità, finto zel, candor bugiardo, e calunnie vilissime, ed orrendi inganni, ed arti infami, ei tutto in oprapongono a far che la bilancia caggia come ancor si legge nel seguito del poema in favor del fellon, omicida e ladro, e si perda Gesù. Poi che trascorsa di quell'indugio è la brev'ora, Ponzio novellamente al popolo s'affaccia, e ridomanda "Or liberar qual deggio dei due per far del tutto il piacer vostro?" ma la risposta seppur pronta ed urlata è contro le sue aspettative infatti l'universo popolo risponde "Barabba". A forza nel profondo petto, preme Ponzio il corruccio per l'indegna scelta, ed esclama ancor "Che debb'io in dinque far di Gesù che Cristo è detto?".- E tutti ad una voce, con clamor più forte: "Crocifisso egli sia!" . - "Ma che mai fatto di male egli ha?" Ponzio soggiunge, d'alto stupor compreso per sì dira e fella barbarie "Tolli, tolli, e mora in croce" Furibonde ripetono le turbe, e sembran lupi impasti in fondo a' boschi, o jene entro al deserto che presso senton l'odor dell' agognata preda di rimpetto a tanta ostentazione d'ira e violenza nel poema si legge di un'ulteriore, seppur terribile ed tentativo del governatore romano di salvare la vita a Gesù Contra il livor Giudeo veggendo ir rotti l'uno dopo l'altro i suoi divisi, a un nuovo, per discioglier Gesù, Ponzio s'apprende partito, ma crudel, barbaro ed empjo che al par de' scaltri, poi gli torna in fallo, e lui più ingiusto accusa. Ei co' tormenti a tal condurlo vuol di di strazio e danno che mostrandol di poi laceri e guasto, miserando spettacolo agli sguardi, di tutti gli astanti ottenga che Pietà debba sentirne il popol crudo, o almen dall'ira sì cader, che cessi del volerne la morte. Onde al flagello con tal mente il condanna

Il Bertolotti, pur attenendosi sempre ai dati evangelici, estende la narrazione dei tormenti del Messia cui, prima di continuare le percosse, i miliziani di Pilato "come Re d'Israel presolo a scherno, d'una porpora vecchia gli fan manto , e intrecciata di spine una corona, glie ne cingon le chiome, e col ferrato guanto la calcan sì che entro le tempio straziando s'infigge, e giù pel volto spreme un'onda di sangue. Ancor lo scettro manca acciò tutto ei s'abbia i finti emblemi del regio grado, e tiendi scettro il loco, da lor postagli in mano, una vil canna. Poi gli vengono davanti, e le ginocchia piegano al suolo, e "Salva, gridan, salve Re de' Giudei" contemporaneamente Quasi mar per procella, intanto freme fuor del Pretorio, per le strade e piazze, il popolo Giudeo, cui tutte in ptto l'astio sacerdotal sue vampe spira. Essi appellan Gesù con efferate grida, voglion Gesù lo mandi a morte il Presidedi Roma, ovver s'aspetti provar che valga infuriata plebe, che tutto può, quando tutt'osa Mosso da que' clamor, sopra la loggia riede Ponzio e lor dice "Ecco io vel traggo innanti un'altra volta, acciò vi sia ben conto che in lui colpa no trovo onde il condanni". Disse, e offerse ai lor occhi orrendo aspetto, perché uscir fe' Gesù con la corona di spine in capo e la purpurea veste, lacero in volto, distillante sangue dai capegli alle piante. e lui dall'alto
[La coronazione di spine è narrata nei Vangeli di Matteo (27:29), Marco (15:17) e Giovanni (19:2) e citata da commentatori antichi e padri della Chiesa come Clemente Alessandrino, Origene e altri. ]
ad alta voce Quindi Ponzio Pilato
Accennando. "Ecco l'uomo"al popolo grida; e spera ancora che l'uman senso basti a sedar furor tanto ma nel continuum del poema, leggesi Ahi, speri indarno, o Ponzio, che pietà nel petto alligni dell'indurato Ebreo. D'altro consiglio, d'altri partiti è d'uopo. Ardisci, ardisci. Or tempo è ben che l'aquile latine dispieghin le grandi ale, e di lor ombra copran colui, che non conosce il fallo. Non odi tu che ti risponde il suono di mille voci con crescente rabbia "Il crocifiggi !, il crocifiggi !" = Pilato resta perplesso da tutta questa furia anche per il richiamo dei Sacerdoti per cui Gesù si sarebbe reso colpevole di blasfemia violando la legge mosaica ed in particolare lo riempie d'angoscia da quanto grida la folla eccitata dai Sacerdoti "O Preside ti guarda, se costui tu disciogli, tu l'amico di Cesare non sei; perché ribelle a Cesare si fa chi re si noma" = questa orchestrata quanto violenta protesta popolare turba sì il governatore romano ma di ben altro gli sovviene timore : Ponzio pensoso siede, ed, "or non più de' Sacerdoti il coro, volge fra s, ma intero un popol grida Gesù ribelle a Cesare, e la morte come fellon ne invoca. Ei non ha colpa: lo so, né 'l tacqui ed a salvarsi ogni opra si dice nei propri pensieri il romano governatore usai ma so del sospettoso Augusto io pur l'umor, so che con l'oro e l'arte, al suo orecchio trovar già facil varco i Giudei, quando alzar volli in trofeo gli scudi, e torli mi fu forza, d onta n'ebbi io stesso a patir. Chi mi fa certo non giungan lor calunnie insino a' scogli di Capri, onde Tiberio il fren corregge severamente dell'imperio, al pronto punir procleve, ed impassibil sempre ove d'offesa maestà sospetto pur nasca sol? Cedi, o Pilato, cedi al torrente che irrompe: al popol cedi, o paventa per per te, che già nemico di Cesare osan dir". Così nell'imo del cor parlando, la viril costanza sente smarrirsi, impallidisce in faccia, né più rimembra, e rimembrar non cura, che tranne l'ingiustizia, altro non debbe il giudice temer Paura il vince, e lo sforza al fallir. Ma netto almeno, quanto ei può, brama uscir dal gran delitto, ed al mondo attestar che le querele della gente Giudea, concorde tutta ne domandargli di Gesù la morte, suo mal grado l'han tratto al fiero eccesso in che pure ei vorria non aver parte . Né bastando a tant'uopo il parlar nudo, rinvigorir col simbolo gli accenti come ancora può leggersi nel poema del Bertolotti gli giova, e un vaso a sé recar fa d'acqua, e nell'acqua si lava ambe le mani al cospetto del popolo sclamando "Ecco innocente mi son io del sangue di questo Giusto: voi n'abbiate il carco" [Matteo 27:24] . E più truce di prima il popol tutto grida "Il sangue di lui sopra noi sia, e sopra i nostri figli" dopo tutto ciò Ponzio scioglie Barabba, e danna Cristo alla crudel morte di croce. Paga è de' Giudei la fera brama. Il Santo morrà d'aspro supplizio . Il pianto ingombra le mie luci [scrive il poeta], e pel duol manca la voce. Deh si riserbi la funebre storia, o musa del Calvario, ad altro canto.

CANTO UNDECIMO

Il poema raggiunge l'acme con la crocifissione di Gesù cui per timore aderisce Pilato = l'inizio della tragica vicenda si ha con l'allestimento dela croce, cui segue l'inizio dell'ascesa delle sfinito Messia per la strada che conduce al Golgota [La salita al Calvario è un episodio della Passione di Gesù narrato nei Vangeli canonici (Matteo 27,31-34; Marco 15,20-23; Luca 23,26-33 e Giovanni 19,17-18, il solo che allude a Cristo che porta la Croce intraprendendo il durissimo percorso, mentre tutti i vangeli non citano le cadute del S*alvatore durante il percorso registrate dalla tradizione e riprese nel poema in cui non è menzionato l'ormai dimostrato leggendario e parimenti ripreso dalla tradizione di Veronica che un fazzoletto deterge il volto insanguinato di Gesù] nel poema si legge invece in merito a uno pseudoaiuto a l'Eroe sofferente. Non pietà; ché nulla pietà s'alberga in quegl'immani petti; ma sol timor che per l'angoscia ei muoja pria che confitto al maledetto tronco penda, e lo strazio ne sopporti e l'onta, trovar gli fa da que' fellon soccorso, acciò compia la via. Regger la croce nessun di lor s'attenteria, per tema di riceverne infamia. A sorte allora, tornante placidissimo di villa, un Simon di Cirene ivi passava, adorator degli idoli ed estranio ad Israello. Lui ghermir repente i manigoldi, che gli miser sopra quel carco, e a forza l'avviar di retro al Salvator [Si ravvisa una discordanza tra quanto affermato dai vangeli sinottici e quanto invece riferito dal Vangelo di Giovanni; viene infatti precisato nei sinottici che, finito il processo, la croce viene subito data da portare a Simone di Cirene, all'uscita del praetorium: " Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la croce di Gesù" ( Mt 27,32) invece, secondo Giovanni, la croce è portata da Gesù dalla partenza fino al Golgota " Allora (Pilato) lo consegnò loro perché fosse crocifisso. Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall'altra, e Gesù nel mezzo "( Gv 19,16-18) ] = a tormentare ancor più il Messia sul luogo della crocifissione un'usanza antica elaborata per rendere meno crudi i tormenti ai condannati viene trasformata in una feroce beffa oltre che in un aggravamento delle violenze Di vin misto con mirra una bevanda solean porger le genti d'Oriente ai sentenziati a lungo e rio martoro, onde sonno inducendo, a sostenerne l'acerbità li confortasse: Giunta del Calvario sul vertice funebre la schiera deicida, ampia una tazza di vin mirrato vien offerta al labbro del Redentor: Ma dentro al vino, infuso hann'essi il fiel per far orrenda ed atra quella bevanda. Ei solo a fior n'assaggia, né ber vuol oltre: Ecco le labbra ha intinte nella tazza amarissima. "Per esca m'han dato il fiel" tu profetasti, o Sire, che non solo i martir dell'incarnato Verbo ma de' martiri i modi istessi, sposasti all'arpa che sì flebil suona ormai tutto è pronto per la crudele esecuzione e nel poema si legge Pronta è l'ara; la vittima è già presso; espiato verrà l'antico fallo, e d'Eva ai figli, dalla macchia astersi, del vero Olimpo s'apriran le porte: Ma di qual sangue a costo!. Ecco l'Agnello che i tesor dell'amor dischiude al mondo egli svenato dee cader: lo chiede la giustizia del Padre. Il Figlio eterno, che tutte sui suoi omeri s'è tolte le nostre colpe, e i dolor nostri porta, offre sè stesso in olocausto al Padre... il poema continua poi un poco sulla scorta della tradizione lugubre letteraria in auge a descrivere la vera e propria crocifissione Già spogliato han Gesù. Le membra ignude sulla croce gli stendono; i martelli a gran tempesta scendono sui chiodi che i sacri piè, le sacre mani al tronco duramente conficcano: di sangue scorre un rio dalle piaghe, e il suol ne allaga . La narrazione nel poema continua coerente al contenuto dei vangeli canonici finché ad un certo punto ritorna in primo piano la figura di Ponzio Pilato Acciò Gesù, pendente in croce, noto a' risguardanti, e conta in un pur fosse la cagion del supplizio, una tabella in vetta della croce avea Pilato fatto locar, "Questi, dicea lo scritto. è Gesù Nazaren, Re de' Giudei". Ebreo, Greco e Latino era il trilingue titolo, e a' molti de' Giudei negli occhi diede, ed increbbe; onde a Pilato i prenci de' Sacerdoti ne recar querela. E, "in quelle note, gli dicean, sol metti, ei sè chiamò Re de' Giudei". Ma " Quello che ho scritto , ho scritto" con crucioso piglio il Vicario di Cesare risponde, e lor terga volge altier. Conquiso cade così de' Sacerdoti il tristo orgoglio, e nelle note, intese a scorno, il Re del ciel di Re pur serba il nome [Vangelo di Giovanni, capitolo 19 versetti 16-22] in modo dettagliato nel poema vengono trattati altri punti riportati dai vangeli sulla Passione di Cristo "Si spartiro infra lor mie vestimenta e la sorte gittar sopra il mio manto" Presagendo cantava d'Israello il re guerriero, e s'avverava il carme mille anni appresso nel Messia, che meta era agli anni fatidici. Divise in quattro parti di Gesù le spoglie, rimaneva la tunica, contesta da sommo ad imo d'un sol pezzo. A' dadi se la giocano i militi, che assisi in cerchio, fan gelosa guardia al tronco" [ Dal Vangelo secondo Giovanni. 19, 23-24] ma ancor più nell'interpretazione poetica del Bertolotti, in questo caso sfuggente al contenuto evangelico acquisisce valenza la ferocia dei Giudei contro il Messia scrivendo l'autore Ma il saziar di lor ingorde voglie un nulla a petto è dei nefandi scherni con che'l Giudeo, di ferità maestro, del suo basso furor rattizza il foco contro del Giusto che sull'arbor soffre. Chi il guarda e sbeffa, chi'l bestemmia e il capo crollando, sclama "Se' tu quei che il Tempio può disfar, può rifar, tosto, a sua voglia? Oh se quel sei, salva te stesso". E in mille forme contende d'improperj e risa l'abbietta plebe. Ma di lei più felli i Sacerdoti, i Maggiorenti, i gravi Maestri della legge, acuti dardi scaglian di turpi motti e di feroci bestemmie a prove: "Altri già tolse a morte il maliardo; or sè pur tolga e salvi, se tanto ei val. Re d'Israle si disse; così continuando nel pronunciare contumelie or di croce si schianti, e nel suo regno noi crederem. D'Iddio vantossi ei Figlio; or via, ci mostri come Iddio s'avacci di liberarlo" . - Qual a' giorni iberni, quando versa l'Aquario urna perenne, dall'Armeno Araratte all'onde Perse pe' reami di Assiria il torbo Eufrate scendendo ognor più gonfio epiù superbo i campi invade, lungeinonda, e sdegna ponti e confin: tl nel mirar le ambasce del Salvator, più s'inacerban l'ire de' principi Giudei. Tutto comporta il Mansueto, anzi perdono e pace prega per quegl'istessi che ne' flutti delle pene il sommersero, e le stanche luci al cielo innalzando, esclama "O Padre! Perdona lor; ché ciò che fan non sanno" [Il versetto "Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno" tratto dal Vangelo di Luca 23:34 è una delle preghiere più potenti e significative pronunciate da Gesù durante la sua crocifissione. Queste parole sono un'espressione del suo amore incondizionato e della sua misericordia e perdono verso coloro che lo stavano crocifiggendo e di conseguenza verso tutti].
Quindi nel contesto della poetica trattazione della passione di Cristo nel poema del Bertolotti si descrive l'episodio dei due "ladroni" o malfattori crocifissi ai lati del Messia Dell'ignominia cui sopporsi piacque al gran Fabbro de' mondi in quella speglia di che il vestia dell'uomo immenso affetto. la misura ricolma ancor non era. Appo la croce de Pator verace s'ergon altre due croci, a destra e a manca, e stanno, a queste, due ladron confitti, con lui tratti al supplizio. "In fra gli inqui, messo egli fu ...De' due ladron l'appeso a manca mano, e più di colpe carco , le sozze labbra, dal martir convulse, con immite livor converse in eco delle biasteme che di sotto udia, onde schernire l'eroe Sulla cui fronte splende in tanto patir bontà sì dolce, "Se 'l Cristo sei, dicea, salva te stesso, e noi con te ma non è dello stesso avviso l'altro brigante condannato ed infatti sempre nell'opera del Bertolotti si legge Ma de' ribaldi l'altro il compagno in tai detti riprendea E che! Nè tu pur temi Iddio, tu posto al medesimo supplizio? In noi s'adempio giustizia divin; ché condegna all'opre riceviam la mercé?" Quindi a Gesù rivolto: "di me, sclama, o Signor, deh ti ricorda quando entrarai nel regno tuo! Pietoso "Ti riconforta", a lui Gesù risponde: "Tu sarai oggi meco in paradiso". - Sublime evento ed ammirabil fede!...Martire battezzato nel suo sangue il buon ladron crede e confessa e prega qual Dio Signor, lui che gli pende al fianco, in pari scempio e d'onta pari carco. Sublime evento ed ammirabil fede!
[Gestas e Disma sono i due malfattori che, secondo i Vangeli, furono crocifissi insieme a Gesù Cristo, uno a destra e uno a sinistra. Secondo Luca (23, 39-43), il primo dei due, chiamato anche Gestas o Gesmas, sarebbe stato il bandito che ha inveito contro Gesù e che fu crocifisso al suo fianco secondo i vangeli canonici. Il secondo malfattore, invece, è conosciuto come Disma o san Disma e si sarebbe raccomandato a Gesù, ricevendo la promessa di salvezza. Gestas, il cattivo ladrone, ha insultato Gesù mentre era sulla croce, dimostrando il suo disprezzo per lui. Disma, invece, ha riconosciuto la sua colpa e ha chiesto a Gesù di ricordarsi di lui nel suo regno. Gesù ha risposto a Disma dicendogli che sarebbero stati insieme in Paradiso quel giorno stesso. La storia dei due ladroni crocifissi con Gesù secondo l'interpretazione di vari esegeti costituirebbe un episodio significativo nella narrazione della Passione di Cristo, dimostrando la capacità di Gesù di perdonare anche coloro che hanno commesso gravi peccati e offrendo un esempio di speranza e salvezza per tutti]

Nel proseguio della narrazione il Bertolotti in una lunga sequenza del poema dedica un'appassionata trattazione alla dolorosa figura di Maria Vergine ai piedi della croce su cui è stato immolato Gesù cui dedica questa bella squenza poetica Ma dove io lascio or te, Madre dolente del Salvator? tu che sì ben venisti coronata de' Martiri reina, ché il tuo martirio ogni martirio vinse, e il tu soffrir non fu terrestre cosa. Tu nella strada dei dolor mirasti che continua ad esser proposta dal poeta con appassionata partecipazione il tuo Figluol sotto l'orrenda trave languir prostrato, e del tuo spasmo serba ivi un delubro la fedel memoria. Tu lo seguisti al monte in cima, e spesso del vederlo ti fu tolto il conforto mentre il figgean sul legno i rei ministri; e t' aggiravi a quei crudeli intorno, come rondine suol che più loquaci non trova i nidi, e sol de' dolci nati mira sparse le piume in sulla terra, e or quinci or quindi, or alto or basso vola e co' striduli lai li piange e chiama. Al piè del tronco da cui pende il Figlio, alfin t'accogli lagrimosa e gemi, sconsolata d'amor pura colomba, e ogni piaga ne senti ed ogni affanno ne' penetrali del materno petto. Docciano sul tuo capo le divine stille di sangue, e tu non puoi ristoro porgergli alcuno: alle parole il labbro scioglier vorresti; ma il dolor le tronca, e nemmen gli puoi dir quanto lo adori raggiungendo infine il Bertolotti l'acme emozionale della sua narrazione ne versi che affermano Dolce Maria, come cangiar tue sorti! Un giorno te nell'Idumei castelli benedetta chiamavan le donne pel frutto che portasti nel tuo ventre. Ed ora ahi! sembra che il tuo sguardo dica " o donne, voi che per la via passate, mirate se v'ha duol che al mio s'agguagli!" concludendo però il pio autore il suo drammatico rendiconto accennando ai futuri destini della Vergine Ma ti consola, o sventurata Madre, ve' che sopra di te le luci inchina il tuo Gesù. Presso al tuo fianco ei mira il pio Giovanni, il suo discepol caro, nè derelitta vuol lasciarti in terra. "Ecco, o donna, il tuo figlio", egli a te dice; "Ecco la madre tua" dice al diletto, ambo accennando col girar del ciglio. E se te cdonna egli chiamò, fu senso di gentil pietade onde il soave nome di madre sua non ti struggesse d'ambascia il cor, se dal suo labbro istesso uscir l'udivi nel feral momento del separarsi Tu co' dolci rai, o Intemerata, solo a lui rispondi; ma ne' dolci tuoi lumi, ancor che ingombri di lagrime amarissime, ei ben legge ciò che dir vuoi: sa che sei grata al pio pensier che il fa te provveder d'un figlio in tanta angoscia, e nel morir presente. E a chi meglio affidar la Madre che a che più l'ama e più gli è caro? Ma chi mai può , chi può tenerti loco del Figluol che tu perdi? Ah che perenne pioverà dal tuo ciglio il mesto pianto insino al dì che da' celesti spirti recata in ciel, lo rivedrai sedente alla destra del adre, in quel bel velo che prender volle nel tuo vergin grembo e a te, locata su stellante soglio, delle sue grazie ei fiderà l'erario. Te lor Reina grideranno allora le gerarchie divise in nove squadre, e tra splendori dell'empirea reggia alle cetre infiorate d'amaranto sposeranno il bel cantico che in terra, magnificando a Dio, sciogliesti, o Casta, di Lisabetta sotto l'umil tetto. E te beata invocheran le genti coi cari nomi di Avvocata nostra consolatrice degli afflitti, Speme de' Peccator, del paradiso Porta, arca di purità, conforto e scampo ne' perigli del mare e della guerra: così per noi sempre al tuo figlio prega! [ dal Vangelo secondo Giovanni 19,25-34 in quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala ]: la poesia del Bertolotti procede quindi sempre con rispetto del contenuto dei Vangeli fuso ad appassionata partecipazione = Intorno all'ora nona un gran lamento mise Gesù "Mio Dio, mio Dio" sclamando, "perché m'abbandonasti?" Un breve tratto indi rimasto , sì com'era esangue, da calore acerbissimo consunto, bramando all'arse labbra alcun restauro, "Ho sete" disse: Era d'aceto un vaso quinci non lunge. Un de' guerrier vi corse, una spugna v'immerse, e con attorti steli d'issopo avvinta alla punta di lungo giunco, a lui la porse: Il labbro Gesù v'irrora e quindi sclama "Or tutto è consumato". E come pria un'alta voce mandando, alle parole estreme libera il fren "Nelle tue mani, o Padre, raccomando il mio spirto". E sì dicendo, chinato il capo, egli rende lo spirto[Secondo Mt 27:46, Gesù gridò, «Elì, Elì, lamà sabactàni?", e secondo Mc 15:34, " Eloì, Eloì lamà sabactàni?". In tutti e due i Vangeli, la traduzione, "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" è data. La frase in Matteo è in ebraico, la lingua antica dei Giudei in cui l'Antico Testamento è stato scritto, ma che di solito non era parlato ai tempi di Gesù. La frase in Marco è invece in aramaico, che è molto simile ad ebraico, e che era parlato in tutta quella parte del mondo, non solo nella Giudea. È probabile che Gesù avesse gridato in ebraico, perché sta citando Sal 22:1 (che era scritto in ebraico), e perché alcuni dei presenti pensavano che Gesù chiamasse Elia (Mt 27:47; Mc 15:35), che richiederebbe "Elì" e non "Eloì". Però, alcuni ritengano che Gesù chiamasse in aramaico, è che le differenze sono causate dalle difficoltà di traslitterare l'alfabeto aramaico in greco, e dalle difficoltà di capire esattamente quello che un uomo morente dice. In ogni caso, non ha molto importanza. Anche se avesse gridato in ebraico o aramaico e uno dei Vangeli riportasse il grido nell'altra lingua, sappiamo che i Vangeli cercano di riportare il significato delle parole di Gesù e non sempre la lingua originaria. Dopotutto, abbiamo le parole di Gesù nei Vangeli in greco benché lui parlasse in un'altra lingua, e non per questo crediamo che i Vangeli siano sbagliati. La domanda più importante ed interessante è però quale era il senso del grido di Gesù, che cosa voleva esprimere? Gesù era consapevole di essere abbandonato dal Padre. Per Gesù, che aveva vissuto da sempre nell'intimità di un rapporto perfetto, un tale abbandono doveva essere un'agonia, e molto peggiore del dolore fisico della crocifissione. Non possiamo immagine la vera natura di questa divisione nella deità. Ma possiamo capire il motivo per questa divisione. Quando Gesù che non ha conosciuto peccato è diventato peccato per noi (2Cor 5:21), ha preso su di sé non soltanto tutto il nostro peccato ma tutte le conseguenze di questo peccato, incluso l'allontanamento da Dio. Un allontanamento eterno che spetterà a tutti quelli che non fanno lo scambio di avere la giustizia di Gesù, e tutte le sue conseguenze, attribuita a loro, mentre il nostro peccato, con tutte le sue conseguenze, viene attribuito a Gesù =articolo tratto da www.laparola.net ]
La morte di Gesù stando ai vangeli sinottici risulta caratterizzata da eventi naturalistici come un terremoto ed un improvviso buio argomento come qui si vede studiato da un'equipe di scienziati statunitensi poeticamente ripresi dal Bertolotti che dapprima allude all'improvvisa oscurità Nel patir, nel morir dell'umanato Onnipotente, spettatrice inerte, starsi pote forse natura? Il lutto fu di Lui degno. Al sol si scoloraro per la pietà del suo Fattore i rai, e ritornar le cose all'ombre antiche, morir veggendo chi creò la luce e subito dopo cita il sisma con le impressionanti conseguenze, amplificate da qualche licenza poetica del Bertolotti, che stando al vangelo di Matteo lo avrebbero caratterizzato E in quella che dal corpo, ond'era cinta, l'anima gloriosa si disciole, dal sommo all'imo in due si ruppe il velo che nel Tempio copria de' Santi il Santo. Dalle viscere sue tremò la terra, e si spezzar le rupi: i monumenti si spalancaro, e per mostrar che vinta era la morte, dagl'infranti avelli si rizzar molti corpi ivi dormenti di Santi, che per Solima vagando, poscia n'andar ch'ei fu risorto, e a molti appariro, e terror miser profondo dopo queste manifestazioni naturali ancora scrive l'autore del poema Questi segni veggndo e quella morte, il Centurion che al Redentor di fronte stava, gridò "Veramente era questi d'Iddio Figliuolo". E ripetean lo stesso i custodi alla croce, e quanti l'alte cose avean visto, e sen partian dolenti colle mani picchiandosi ne petto. Ma fisi a contemplar ciò ch'avvenia si ditenean più lungi i fidi amici del buon Maestro, e le pietose donne che dietro a' lui da' Galilei soggiorni e del Gioran dalle fiorite sponde eran venute, e che apprestargli il vitto solean devote pel cammino, e i sensi nell'alma accorne: E tra le molte v'eri, o Maddalena, che cotanto amasti il Salvator, e che, com'edra ad olmo continua a poetare il Bertolotti stretta alla croce, con ruscei di pianto rigasti il suolo, ed assordasti l'aure de' tuoi queruli omei.V'era la madre di Giacopo il minor; Salome v'era che diede a Zebedeo gemina prole, tra cui l'alunno prediletto. Il tuo nome, o gran Madre aggiunger debb'io forse?: l'attenzione del Bertolotti si sposta quindi alle tre croci e alla procedura per liberarne i corpi, infatti Coll'occaso del dì sorgea la feata della Pasqua e del Sabbato. Sospesi sul feral tronco mal soffrendo i corpi lasciar de' crocifissi in sì grangiorno, al Preside i Giudei mosser preghiera che accelerasse di lor morte l'ora col crurifragio, e fesse quindi torli. Ponzio assentì. Sul Golgota i sergenti salir veloci, e fransero le gambe ai due ladron presso Gesù confitti. Ma come poscia al Salvator fur giunti si legge nel proseguir del poema sulla sua fronte lessero la morte, e si restaro. E fu divin consiglio in compimento del precetto antiquo che all'agnello pascal osso veruno romper vietava; chè 'l legale agnello mistica del divino era figura [ La pena della croce comportava un tremendo sforzo per respirare molto prolungato nel tempo: l’abnorme posizione del corpo, col tronco accasciato ed abbassato, determinava l’immobilizzazione del torace in una posizione globosa inspiratoria, rendendo difficoltosa l’espirazione con conseguente ipossiemia, come in una crisi acuta di insufficienza respiratoria. L’espirazione, diveniva dunque un atto estremamente faticoso: per espirare, riprender fiato e non soccombere alla lenta asfissia, il condannato doveva spingere sui piedi inchiodati, facendo forza pure sui polsi trafitti, per riportare il torace alla medesima altezza delle braccia, onde ristabilire la normale dinamica respiratoria. Tutti i muscoli interessati alla respirazione erano sottoposti ad un’estrema sollecitazione: diaframma, pettorali, sternocleidomastoidei, intercostali interni e esterni, ecc., in una dinamica e meccanica respiratorie del tutto coartate. L’agonia dunque era un continuo dolorosissimo saliscendi lungo il palo della croce: dolorosissimo anche perché spalle, dorso e cosce erano già sanguinanti per la flagellazione che di solito il condannato subiva prima di essere crocifisso, e sfregavano lungo l’aspro legno verticale della croce. Continui accasciamenti e raddrizzamenti del torace in un continuo alternarsi di asfissia-respirazione, asfissia-respirazione, fino a quando, esaurita la forza muscolare, il tronco non riusciva più a sollevarsi e sopraggiungeva la morte asfittica, anche dopo 2-3 giorni di un tale tormento. Inoltre la posizione abbassata del corpo comportava un ristagno di sangue alle estremità inferiori e nei visceri addominali, favorenti il collasso ortostatico e la sincope. Di notte poi il corpo del crocifisso agonizzante era pasto di cani e uccelli rapaci: pena tremenda dunque, e riservata quasi esclusivamente agli schiavi. Lo schiavo infatti era sarcasticamente chiamato crucifer o “portatore di croce”. Roma ebbe sempre della crocifissione un vero spavento, tanto che per Cicerone nessun cittadino romano poteva essere legalmente condannato alla lenta agonia della morte in croce. Sarcasticamente, gli scrittori latini scrivevano che il condannato anche per giorni se ne stava a requiescere in cruce, ovvero a “riposare sulla croce”. L’exitus infine sopravveniva, dopo un tempo variabile dalle 24 alle 72 ore circa, per asfissia respiratoria da soffocamento una volta che non era più possibile, o per progressiva debolezza o per l’insorgere di crampi tetanici in presenza di uno stato di ipercapnia, sostenere lo sforzo sugli arti inferiori: la cosiddetta “asfissia da esaurimento”. Qualora poi si volesse per qualunque motivo abbreviare il supplizio, si eseguiva il crurifragio latino crurifragius, letteralmente il gambe-spezzate, ovvero si fratturavano i femori all’uomo in croce con dei colpi di clava: in tal caso, non potendo più spingere sulle gambe per la totale improvvisa impotenza funzionale dei muscoli delle cosce, la morte asfittica respiratoria sopravveniva in 2-3 minuti, come fu per i due ladroni (Gv 19, 32). Crurifragio che non fu imposto a Cristo. Questo è avvenuto affinché perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso (Gv 19, 36).
Sempre attenendosi ai Vangeli, seppur dando pieno sfogo a varie sue licenze poetiche, il Bertolotti scrive Ma, spenta ancora, di Gesù la spoglia, digiuna ir non dovea d'ingiuria e danno...o crudeltà ch'anco gli estinti offende; un de' guerrier con la sua lancia il manco lato gli aperse. Dalla piaga a un tratto sangue ed acqua sgorgò. Con l'acqua e il sangue venuto egli era a cancellar le colpe: con l'un ricompra l'uom, con l'altra il monda. L'acqua il Battesmo, che la vita innova, a noi dimostra, e il divin sangue l'esca che alimenta, e fortifica lo spirto. O tu, Fedel, che al calice tremendo le labbra accosti, nel tuo cor ripensa che a ber t'appresti nel trafitto fianco del Redentor! Sopra le sacre corde erra pavido il suon che sol v'accenna, misterj augusti, ch'io con china fronte credo, e col cor devotamente adoro successivamente nel poema si legge su chi e come ottenga il corpo del Messia, che ".. Gioseffo è detto d'Arimatea. Ben nell'ebreo consesso ha seggio ei pur, ma i rei consigli e gli atti non consentinne; anzi seguace occulto è di Gesù. Sino a quest'ora occulto per timor de' Giudei: ma di rispetti orpiù tempo non è; grazia lo inspira, grazia novella. Morto in croce è Cristo; confessar la sua croce apertamente or si conviene: Entra Gioseffo, e il corpo di Gesù chiedea Pilato, e Ponzio , certo fattosi pria che spento egli , concede a questo segue quindi siffatta narrazione in merito alla deposizione del corpo di Gesù ed alla sua sepoltura seguendo il vangelo di Giovanni (XIX. 38-42) = Lieto del don s'avvia Gioseffo.Pari in dignitate e spirto, a lui compagno Nicodemo si fa; quei che notturno altra volta a Gesù venne e l'udio, e a difensor nel Sineddrin ne sorse. D'aloe e di mirra un odoroso misto, cento libbre di peso e grave fascio, questi reca con sè. Reca Gioseffo purissima una sindone mercata a quest'ufficio. Muovon ambo il passo verso il Calvario, e giunti là, di croce depongono Gesù. Quel sacro corpo avvolgon nella sindone, d'aromi con larga man sparsa a dovizia, e il capo fascian d'un vel procedendosi poi a deporre il corpo del Messia entro un sepolcro Sul monte ove Gesù fu crocifisso era un orto, e nell'orto era un sepolcro, nuovo ed intatto ancor. Nel vivo masso fatto scavar l'ave per sè Gioseffo d'Arimatea. Più maestoso avello dare a Gesù dolce saria desio de' pii compagni; ma già caggion l'ombre, il riposo del Sabbato già pende, né tempo han dir più lunge. L'adorando corpo adagian devoti in quella tomba, e ad un gran sasso data in giù la volta, del monumento otturano la bocca; indi sen van gli occhi immersi in pianto, ne' lor manti ristretti all'aer bruno il Bertolotti rifacendosi poi a Matteo 17, 62-66 scrive "...de' Sacerdoti i prenci ed i Farisei, che in lungo ordine instrutti, vanno a Pilato, e dicon lui: "Membrammo come quel seduttor, mentre vivea, in fra tre giorni altrui dicea, da morte risorgerò. Dunque, o Signor, ti piaccia imperarar che con fide e attente scolte, per tre giorni si vegli al suo sepolcro.Perché gli alunni di colui ben atti sono a rapirne il corpo, e spacciar poscia alla credula sempre ignara turba ch'ei da mort è risorto: il che saria errore assai più del primiero funesto" . - Di tai brighe e travagli sazio omai "Voi guardie avete" il Preside lor disse; "itene, e il custodite a piacer vostro" . Studiar tosto essi i passi, ed il sepolcro munir di guardie, e suggellar la porta che la bocca copria del monimento. Vane e stolte cautele! In quella tomba posa Colui che schiuderà gli avelli, e degli estinti all'ossa dirà " Sorgete, e della carne antica vi rivestite, e m'apparite innanzi; i vivi ee i morti a giudicare io vengo" . E voi sperate con suggelli e guardie, lui ditener? Guai se si sveglia! Il forte egli è di Giuda; egli è il Sanson che rompe, qual debil filo, della morte i lacci.

CANTO DUODECIMO

il canto XII prende l'avvio con un'ampia e lirica trattazione del Bertolotti che po reprende a trattare l'argomento chiave cioè la sepoltura di Gesù, la custodia di guardie al sepolcro e successivamente la resurrezione de Il Salvatore = Apposto era di Cesare il suggello sul masso ingente che copria la bocca del monumento di Gesù. Veglianti stavan le guardie al sacro speco intorno come scrive il Bertolotti Parate in armi a proibirne il passo a chiunque tentasse, audace o pio, farsi a quello vicin, non che la destra levar sul sasso. O Sacerdoti, nulla per voi mancò mancò di scaltrimenti e d'arti, onde l'avello inviolato serbi la fredda spoglia di colui che cadde vittima all'odio vostro. In riso e in gioco vegliate or pre, o vi sien lievi i sonni; ecco intatta è la tomba, egià del terzo giorno l'aurora in oriente è desta, e vermiglie si fan le vie del cielo dopo questa parte che ha il sapore d'un'aperta e durissima rampogna avverso Sacerdoti e Farisei nel poema viene descritto il mistero della Resurrezione di Gesù La tomba è intatta, ma non più rinserra essa Gesù. La copre il sasso ancora, ed a vol già n'uscì l'Eroe risorto: Un giorno intero e di due giorni parte nel tumulo restò la diva spoglia, e l'alma discendendo nel profondo; vittoriosa, le tartaree porte ruppe, e strinse in catene il rio Tiranno, e di gaudio colmò l'ombre disciolte de' Patriarchi e Santi, che lui grande nella clemenza e nel poter cantando, s'apprestaro a seguirlo a'' fortunati seggi, da lui dischiusi all'uom: Poi bella d'ogni beltà spuntò la terza aurora: suonò di laudi il ciel, di pianti e strida s'empiè l'inferno, morte urlò disfatta, e l'alma trionfal ne' cari invogli continua a narrare il poema delle sue membra sen reddì, ne avulse quanto avean di terrestre, e radiante la promessa adempì. Dal chiuso avello, in cui già morto giacque, ei vivo s'erse, e non franse il sigillo, in quella forma che nacque già da vergin grembo. L'arco sol di morte spezzò Plaudite!. Ha vinto il gran Leon di Giuda. Gesù Cristo, del ciel letizia e della terra, lume dell'universo, uno col Padre, Dio vero ed Uom vero: Re dei Re superno, ripigliando immortal l'umana veste: E'risorto da' morti. La sua carne corruzion non vide. Egli è risorto per dominar sui vivi e i morti: Vana or non è nostra fede. Il mondo goda; la mestizia che fu, volgesi in festacontinuando poi a poetare Ma tempo è ch'anco all'uom sia manifesto, come vuota è la tomba. Ecco dal cielo l'Angiolo del Signore scende e s'appressa, ed il coverchio ne rivolve, e siede sopra la pietra. Un fulgor n'è l'aspetto, candida come neve è la sua veste. - Inerme ei siede: ma furente esercito continua il racconto che coll'aste abbassate a pugna avventisi, di men timor occuperia gli spiriti de' custodi alla tomba. Irte si rizzano sul lor fronte le chiome: a stento l'alto traggon dal sen; corre per l'osse un subito ghiaccio letal : poi dal terror dmedesimo attignendo vigor, quai pavid'anitre che uscir da' nembi e giuso a piombo scendere veggan la poderosa aquila, in rapida fuga conversi, sgombro il passo e libero lasciano il passo al funebr'antro. Tacito giacesi il loco e v'odi sol del roseo mattino sussurrar l'aure odorifere tra i cipressi dell'orto e i fior che sbocciano chiedendo ornar del lor Signore il tumulo mentre Ignare d'ogni cosa, e dell stesse guardie poste al sepolcro , eran fra tanto meste in casa rimase intero il sabbato la Maddalena e l'altre pie con lei. Poi , pria che inalbi il dì, verso la tomba drizzan vigili il piè: D'aromi copia recan nell'urne. Al venerando corpo dar tributo di lagrime e d'unguenti è lor dolce sospir: Non le sconforta il tremar della terra che per via senton sotto alle piante; ma le arresta ad ogni passo il contemplar devoto, di angosciose memorie: Egli qui cadde; là colla madre s'incontrò. Di sangue in questa narrazione il Bertolotti si avvale molto come suo solito dei Vangeli (ad esempio quello di Giovanni 20, 1 - 10) pur arricchendo le vicende con le sue liriche integrazioni porporeggianti qui lasciò le glebe, là si volse di Solima alle figlie e il dì dell'ira lor predise. Il sole quindi alzzato era già, quando al sepolcro giunser le afflitte. Elle per via dicendo ivan tra lor "Chi fia ci tola il sasso , che ne chiude la tomba?". Ed ecco il sasso rimosso è già; schiusa è la tomba; attorno solitudine è tutto: all'antro in fondo scendon le donne , ed ahi qual duol le stringe! Più non v'è il corpo di Gesù: Repente la Madalena , in cui più ferve amore, ivi lasciando le compagne, sbuca dal monumento, e al par dell'aure celere, per dirupeto ma più breve calle riede a Sionne, e Pier ritrova e seco Giovanni , e ver lor grida "Ahi!dal sepolcro han levato il Signor, e dove ahi lassa!, l'abbian riposto, non sappiam"I due apostoli senza indugio corrono al sepolcro ove trovano solo le fasce in cui era avvolta la salma del Cristo sì che pure essi si allontanano pensando esser stato trafugato il corpo del Messia rimane invece presso il sepolcro l'affranta Maria di Magdalo Atteggiata di lagrime e d'affanno sul limitar del monumento sta la Maddalena. Al suo dolor conforto né ricerca, né vuol: "Chi m'ha rapito il mio tesor? Nemmen l'estinta spoglia mi fia concesso riveder?" Di flebili lagni così l'aure assordando gia la sconsolata, e mentre geme e plora, qual tortorella dal suo ben divisa, sporge il capo e l'inchina e giù nel grembo della tomba pon gli occhi: O ciel! la temba più deserta non è.Due rilucenti Angeli vede, in bianchi stole avvolti, sì che nela narrazione si vedono i celesti messaggeri che seggono un dal capo, un dalle piante, là 've riposta del Signor era dianzi la salma. Alla dolente dicon gli Spirti: "Perchè piangi o donna?" Ed ella, in nuove lagrime disciolta, "Perché, risponde il mio Signor m'han tolto, e non Dove l'abbian messo. Un lieve rumor, qual d'aura che improvvisi spiri, fa che, ciò detto, ella si volga: In piedi, appresso lei, di villerecci panni vestito, un uomo ella rimira. E' questi il suo dolce Gesù, che, del suo affanno fatto pietoso, a consolar lei venne sott'ombra d'ortolano, e in quell'imagoo sì le drizza il parlar :"Donna, a che piangi? chi cercando vai tu?" La fida ancelladi Gesù nol ravvisa in quelle spoglie: tante lagrime al ciglio le fan velo"il padron di quell'orto ei lo rassembra, e come avviene a chi d'amor si strugge, che pensa ognun gli lgga all'alma in fondo e sappia percgeme e pianga ed arda; ella a quel dir non dà risposta, e solo risponde a ciò che in lei ragiona il core Deh! per mercé, Signor, se tu l'hai tolto, dimmi dove l'haiposto, ond'io mel prenda, e via mel porti". A sì pietosi accenti più non indugia il Giardiniere celeste, e le dice "Maria!". Gli sguardi a cerco sentito con tal tono il suo nome ella stava mandando in quell'istante come chiedendo Ove il mio sol s'asconde? Ma qual udì tenero suon che l'empie d'indicibile dolcezza Ella si volge; chi la chiamò con tanto amor per nome, già ben conosce: del suo cor, felice nel rivederlo, espor desia gli affetti, ma la piena de' sensi uscir pel varco delle labbra mal sa "Maestre!" esclama; né può dir altro. E sì le braccia aprendo, nell'impeto del gaudio che la investe, spinta da santo amor, d'un santo amplesso circondarlo vorria: Gesù co' detti l'affrena, e a lei vieta il toccarlo: in cielo le riserba ei gli amplessi, E, "Vanne" aggiunge a' miei fratelli, ed a lor dici: ascendo al mio Padre ed al vostro" E in ciò dagli occhi si dilegua di lei che mal potria a tanta gioja regger oltre. Il pianto torna a rigarle il volto e il sen; ma pianto è di piacer, pianto d'amor, qual forse ne versan in ciel l'alme felici quando veggon da Dio lor preci accolte per color c'han più cari in sulla terra. Riscossa alfin dall'estasi gioconda, dà le terga al sepolcro, ed a' fratelli messaggiera di Cristo, il piè volgendo, in Solima gli aggiunge "Io stesso viva visto ho il Signor. Oh mia beata sorte!" concludendo la frase con le parole "Ei mi parlò: delle celesti note il suon tuttor sento nell'alma" . E quanto vide ed udì, tutto lor narra a pieno, mille volte iterando il nome amato.. Dopo questo evento il poema si sofferma a narrare come le pie donne, rimaste tremanti e smorte presso al sepolcro, stupefatte videro apparire un angelo che lor disse "Cessate, o donne, il pianto: che qui vi guidi ben ci è conto; in traccia di Gesù Nazareno in croce affisso, voi qui venite, A che cercar tra' morti colui ch'è vivo? Ei non è qui; risorse. Qual predisse, tal fu. Dove gli giacque ecco il loco, mirate: Itene ora ratte, e dite a Pietro: è risorto il Signor; in Galilea ei vi precde, là'l vedrete" sgomente le donne si affrettano verso Gerusalemme ma lungo il tragitto a loro che si prostrano adoranti si rivela Gesù stesso che le rassicura e che al pari dell'angelo le invita a recarsi dagli apostoli per recar notizia della sua resurrezione : anche se al pari della Maddalena il loro annunzio dai discepoli viene recepito con scetticismo reputandolo "sogno e van delirio femminil" = ben diversa è la situazione dei Sacerdoti del Sinedrio che venuti a sapere dai miliziani di guardia alla tomba di quanto accaduto prendono quelli che ad essi paiono i provvedimenti più idonei per evitare un'imprevista reazione del popolo fin al momento da essi guidato con successo I custodi fuggiti dal sepolcro, a' Sacerdoti s'affrettaro, e tutta contar l'istoria del rivolto sasso, del garzon luminoso, e del percosso suol colla fronte, e della fuga amaracosì che Alto spavento, di fantasmi cinto, a' Sacerdoti occupa il sen, non forse il ver, vulgato, a fier tumulto tragga la sempre instabil plebe, le lor sozze trame riveli; onde alle gurdie l'oro a piene man profondono acciò voce spargan che il corpo di Gesù fra l'ombre rapito fu da' suoi seguaci; e scudo farsi prometton lor, se avvien che il sappia e se ne adonti il Preside. L'iniqua falsità tra' Giudei trova maligne orecchie che l'accolgono, e procaci lingue che intorno osan recarne il grido.
Gesù non tarda comunque a rivelarsi ai propri discepoli seppur in varie e diverse occasioni e da quest punto il Bertolotti si avvale molto di quanto scritto nel Vangelo di Luca (24, 12 - 42): Emmaus è un castello di salubri fonti allegrato e di fiorite sponde, in valle amena; ad aquilon assiso della regal Gerusalemme, il parte da questa di tre brevi ore il cammino. Verso Emmaus due di Gesù seguaci, quel dì medesmo che da' morti ei sorse, succinti e colbaston movean pedestri in quell'ora che omai scendon più lughe dai monti l'ombre e al mar s'inchina il sole e già men calde spiran l'aure. Mesti e sospirosi essi tenean discorsi del lor dolce Maestro e degli acerbi casi della sua morte. Ed ecco un terzo peregrin lor s'accosta, e quella via segue con essi. Egli è Gesù risorto, nulla mutato del primiero aspetto; ma gli occhi lor nol raffiguran punto, come avvinti da fascino. Compagno fattosi ai passi lor, " Perché sì tristi recate il viso e di palor dipinti? Ei lor dimanda;" E che sermon son questi che voi gite facendo?" . - E a lui Cleofa, dei due primier: "Che! non intendi ancora? Ah ben convien che in Solima del tutto stranier tu sii, se ciò che in essa a questi giorni accadde non sai". - "Di che favelli?" L'inconosciuto viator soggiunge. Ed a lui Cleofa con dimesso ciglio: continua a parlare "di Gesù Nazaren, che fu Profeta, uomo in opre potente e in parole a Dio dinanzi e al popol tutto; e come i Sacerdoti e i nostri prenci ne curar la condanna, e in sulla croce il fer morir di cruda morte. Ah speme era in noi che col braccio invitto e forte Israello ritrar dal rio servaggio egli dovesse; ed oggi il giorno è terzo, da che morì, nè come avea promesso, segno vediam ch'egli a noi rieda. E il nostro stupor più cresce, ed in terror lo volge narrar le donne che dischiusa e vota trovar la tomba, e vider divi spirti che lui vivo lor dissero. Qual fede porre in tai voci?" E il Peregrin celeste, con l'autorevol dignità che l'alme soggioga e scuote d'ogni orgoglio " Oh stolti!"sclama" e tardi di cuor nel creder cose ch'empion di sacre veritàle carte da tanta etade! E d'uopo in ver non era che quanto egli patì, patisse il Cristo, ed entrasse così nella sua gloria?" Poi de' Profeti ad uno ad un gli arcani sensi disnoda, e i lochi addita e scopre che ragionan di lui, della sua morte, del suo tronfo e del suo regno. Cristo è il fin della legge: Attento orecchio al suo parlar porgon que' due, commossi come ancora si legge nel poema del Bertolotti nell'imo sen. Ma nol conoscon anco , e la dolcezza dell'udirlo il tedio toglie lor della via, s' che al castello, senz'avvedersi, ormai son giunti. Mostra allor Gesù di voler gir più lunge, ma quei gli fan cortese forza "Deh!con noi rimanti, dicon lui: già cade la sera e ildì sen va: Povera mensa, e notturno ricovro in quell'ostello non disgradir". Del ben offerto albergo, le soglie ei varca. Ecco imbandito è ildesco, e Gesù vi s'adagia. A destra e a manca presso al lor , sempre ignoto, alto Maestro pongonsi i due discepoli, bramosi d'onorar il loro ospite, e d'averne in bel cambio un tesor d'alme parole. E così stando a mensa, il pane ei prese, e il benedisse, e lo spezzò, nel modo ch'egli soleva, e ad essi il porse. Sgombri dalla nebbia in un tratto, oh maraviglia!, s'apron lor occhi, e nel beante volto del conosciuto lor Signor, giocondi si van pascendo. Ma qual lampo estivo che splende ed arde e più nol vedi in cielo, nè vestigio ne serbano le nubi in cui testé solchi imprimea di foco; tal Gesù disparisce, ed i lor guardi cercano invan lui che miravan fisi. Al gaudio soavissimo onde colmi continua questa lunga sequenza poetica erano i due discepoli, un immenso stupor succede, e un increscioso affanno del non averlo raffigurato pria ai passi, ai gesti, ai cari accenti, ai dolci atti ed alle sembianze alme e celesti da sì gran tempo amate. Ed "Ahi!"sclamando ivan tra lor: ahi! ciechi noi! Non forse il cor ci ardea nel sen, mentr'ei per via ci ragionava, e de' Profeti i carmi di tanto lume rivestia?".Con la conseguenza che Ciò detto, senz'altro indugio, dall'orror notturno non ditenuti o da stanchezza, il passo riconvertono a Solima. Di vanni forniti i piè diresti lor, sì ratti alla regal città giungono, e al loco ove in un con gli Apostoli, ridotti si eran gli altri discepoli e le pie donne seguaci, e del Signor risorto stavan parlando, e come apparve a Pietro, giunti ivi appena, con lena affannata, i due tornant d'Emmaus l'istoria narran del divo Peregrin, lor conto sol nel franger del pane, e come a guisa di baleno isvanisse, A tali accenti tra' discepoli insorge un amoroso avvicendarsi di conforti e gioje: ma li turba e confonde in un l'assalto del dubbio, che raggira a molti l'alme in mal certe sentenze e in pensier vani ...

Dal verso 496 del poema del Bertolotti prende corpo la poetica elaborazione coerente sempre alla fonte dei Vangeli dell'apparizione di Gesù risorto agli Apostoli in Gerusalemme Regnava intanto alta la notte, e chiuse per timor de' Giudei stavan le porte del loco ov'era accolto il fedel gregge, quando improvviso in mezzo a lor si mostra il Redentor, e con l'usato affetto "Sia la pace con voi" dice; " son io: lunge il timor". - Come colui che andando di luna al raggio per sentier romito tra tombe antiche e tra recenti fosse, se vede, e di credulo sogna, innanzi a sè d'un caro estinto l'ombra, arde ed agghiacce: indarno amor lo tira ad accostarsi , a ragionar con lei poetica elaborazione che prende decisamente sostanza al verso 508 e seguenti in cui dopo l'iniziale timore agli Apostoli succedono attestazioni di estrema gioia terror lo annoda, par di sensi privo,né scior può il labbro a' detti, o a' passi il piede: non altramente di Gesù gli alunni tremano e s'accapricciano, ché uno spirto credon veder nel lor Signor presente. Con dolci modi ei gli assecura e "Donde"dice il timor e il turbamento e il dubbio e gli strani pensier che menan guerra ne' vostri cor? fatevi in qua; mirate: ecco le mani, ecco i miei piedi, e il fianco aperto ancor;mirate or via, palpate; la man soccorra all'occhio. Io son quel desso; carne ed ossa, com'io, non ha lo spirto". A tal vista, a tai detti, a prove tante, un rivo di letizia empie il lor petto; ma pur mal sanno ai sensi lor medesmi piena dar fede, e quasi il ver lor sembra notturna imago e visione infida. Non se ne adonta il buon Gesù, ma il dubbio spegner vuol ne lor sen. Della consunta cena in assetto ivi era il dsco ancora, ed ei di cibo gli addimanda. Tosto di mele un favo e rosolatopesce gli apparecchian dinanzi. Al lor cospetto mangia il Signor per farli certi, e quindi le reliquie del pasto accoglie, e ad essi le porge, e sclama un'altra volta "Sia con voi la pace!In quella forma istssa che il Padre mandò me, voi pure io mando" e quindi Sopra lor soffiando "Il Santo Spirto ricevete" egli disse. E la possanza a lor diè di rimettere le colpe, o ritenerle, che nel ciel rimesse o ritente fien del par. Qual lieve fumo sciolto nell'aure indi spario. Gli Apostoli come le pie donne restan convinti da tutto ciò ma uno ne rimane che non riesce a partecipare di tanto entusiasmo, infatti Co' raccolti Discepoli in quell'ora Tommaso ivi non era. Al suo ritorno "Noi vedemmo il Signor" festoso un grido fa suonar del cenacolo le volte, lungamente echggianti: Ei creder nega , se pria non tocca del Signor le piaghe." S'io di sue man non veggo i fori, e il dito non metto là ve furo i chiodi, e s'io la man non metto là 've furo i chiodi, e s'io la man non metto nel trafitto lato di lui non credo"... Otto giorni Tommaso entro la nebbia dell'errore giacque, ed il miscreder folle gl'inaridiva il cor. ma quale a un tratto luce lo inonda, qual torrente Opache cadean già l'ombre dell'ottava notte allorquando congregati nel serrato ostello, stavan gli eletti del Signor; quand'ecco ecco Gesù, cui di cancelli e porte, e chiavi non arresta intoppo, ricomparisce e il bel saluto scioglie "con voi sia pace". Indi a Tommaso, in atto di pietà soavissima, rivolto, "Qua metti il dito, e le mie piaghe tasta!" gli dice "la tua man pon nel mio fianco qua dentro, qua, tocca o Tommaso, tocca, accerta il senso, e il tuo desio fa pago, e incredulo non esser, ma fedele". Cade, pien di vergogna, a piè di Cristo il ravveduto Apostolo, e d'amaro pianto bagnato "Signore mio! Dio mio!" sclama adorando. E il Salvator clemente "Perché vedesti, tu credesti, o figlio Beato l'uom che non vedendo crede!".Sparve ciò detto , e di Tommaso in core, se pria languì la fede, arde or più viva. E ben un giorno oltre l'Arasse e l'Indo ai regni dell'Aurora, o glorioso ambasciador, saprai recarla, e il diro strazio che là t'appresta empio tiranno, dolce ti fia per confermarla. Ah godi ; di te serban que' lidi ancor memoria, e il segno trionfal che vi piantasti, verdeggia ancor sopra l'Eoe maremme[ il Bertolotti per il martirio di San Tomaso si rifà al Leggendario delle vite de' santi. Composto dal R.P.F. Giacobo di Voragine, ... tradotto già per il R.D. Nicolo Manerbio. Nuouamente ridotto a miglior lingua, riformato, purgato da molte cose souerchie, arricchito de' sommarij, di vaghe figure ornato...]

Nel suo poema il Bertolotti prima di giungere al momento culminanta dell' Ascensione di Gesù sulla scorta del vangelo di Giovanni 21,1 - 24 tratta degli ultimi rapporti di Cristo con gli Apostoli e specialmente con Pietro allorquando ritornati al lago di Tiberiade e a' pescherecci alberghi, lor ricetti natii, torna la schiera dei fedeli a Gesù, come il solenne cenno ordinò. Colà raccolti un giorno stavansi all'ombra d'un medesimo tetto Pietro, Giovanni, Tommaso, Natanaello dal canuto crine, ed altri due. Del sole a' raggi estremi porporeggiava intanto la selvosa schiena de' monti che al Giordan fan siepe sulla manca sua sponda "A pesca io vommi" disse Pietro a' compagni, e questi a un grido: "teco giova venir a noi anco". E tosto scendono al lago e in barca ascesi, e rotte l'onde co' remi, dietro a sè la spiaggia lascian, pel tratto che un stral lanciato davalid'arco. Ivi gittar la rete, che dopo un lungo soggiornar ne' fiotti, in alto ritornò di pesce scarca: Ed in quest'opra dl gittarla, e trarla senz'alcun frutto, un'increscevol notte vegliano indarno: Come poscia sorse, rallegrato da' zefiri d'aprile, il bel mattino, ed il gabbiano e il mergo a fior dell'acque si librar sull'ale, ed i cedri del monte udir le mille note d'amor con che saluta il die lo stuol canoro, un uom sul lido stette, che de' lor guardi si fe' segno. Egli era il lor Gesù, ma tra di lor non ebbe chi in lui Gesù raffigurasse "Amici, avete pesce?. - ei chiede lor. - "Fu vano ogni sudor della notturna veglia", rispondon mesti: Ed ei " La rete a destra gettate, e troverete". Immantinente la gettan essi, e immantinente onusta sì la senton di predache ad alzarla possa non han le braccia lor. "E' desso il Signor!" grida a ietro il prediletto alunno. E Pietro, ch'era nudo, tosto la veste accinge, e dntro all'onde balza per far più presto al suo Signor tragitto. Co' remi intanto il navicello a terra ivan gli altri guidando, e in un la rete, greve d'immensa preda: Al lido giunti, maravigliando scorgon desto il foco, e ad arrostir sopra la brace posto dell'altro pesce, e pronto il pane: Ad essi, come un fratel, dice il Signor "Recate or qui de' pesci che testè pigliaste". Corre Pietro, e la rte, all'orlo colma di grandi pesci , sulla sabbia trae, e al portento primier segue il secondo, che non si rompe della rete il filo al peso immane. Allor Gesù " Venite, e desinate" dice lor. Già tutti ben ravvisata han deel Signor la faccia, ma reverenza li fa muti, e nullo di lor s'ardisce interrogarlo: Innanzi fassi Gesù, piglia del pane, il porge ad essi, e il pesce al par ministra, e in dolce atto gli affida, e fa securi a desco adagiarsi e cibarsi
come sopra scritto, il poema narra l'importante compito da Gesù affidato a Pietro. Di seguito alla narrazione de priiìma descritto incontro con gli Apostoli il Redentore si rivolge a Pietro affrontando uno dei temi principali del suo magistero la vita della Chiesa e così da verso 700 di questo X I capitolo si legge ...argomento dlle sue cure è la sua Chiesa, l'alma, a lui diletta, veneranda Sposa che a trionfar nella sua croce ei lascia sopra la terra. Onde in sembiante augusto, poi che il desio de' cibi in lor fu sazio, a Pier dimanda "Più di questi m'ami?" . - "Quanto io t'ami, o Signor, tu ben sai!" Ei risponde. E Gesù "Pascola adunque tu le pecore mie". Per ben tre volta suonò l'inchiesta sul celeste labbro, E pier rispose in quel tenor. Tre volte pur soggiunse Gesù "Pascola adunque tu le pecore mie". - Tutto il suo gregge, non una parte a pascolar gli affida il Redentor, che la sua chiesa fonda sovr'esso, e il loca suo Vicario in terra con podestà di spirital governo: suprema podestà che non s'arresta in Pietro ma che trapassa integra ne' successor di Pietro insino al giorno che l'angelica tuba apra i sepolcri e tutta chiami a comparir dinanzi al giudice eternal d' Eva la stirpe, secondo l'opre di ciascuno addotta a fruir su nel ciel d'Iddio la vista, o giù spinta a penar nl gorgo inferno ove le fiamme divoranti avviva, qual torrente di zolfo, il divin fiato: Oh tu buon veglio di Betsaida, or fatto gran pastor de' fedeli e sovran prence de' messaggeri del celeste rgno, di tnto incarco qual fia il premio in terra? un martirio crudele! A chiare note Gesù tal nuncia, e a sostenerlo lieto tu già t'appresti. Pene, strazj e pianti in questo esiglio, ma ne' cieli gloria, de' seguaci di Cristo ecco la sorte: beata sorte, che per brevi giorni di patimenti, in adorabil merto de' tesor della croce del suo sangue, pace immortal, perenne gaudio rende.[ il Bertolotti per il martirio di San Pietro si rifà al Leggendario delle vite de' santi. Composto dal R.P.F. Giacobo di Voragine, ... tradotto già per il R.D. Nicolo Manerbio. Nuouamente ridotto a miglior lingua, riformato, purgato da molte cose souerchie, arricchito de' sommarij, di vaghe figure ornato...] = da questo punto il poema procede come già scritto al miracolo dell'Ascensione di Gesù in cielo : nello schema organizzato dal Bertolotti il tutto è preceduto da questi versi Sul monte, io dissi, degli Ulivi apparve a' suoi fidi Gesù: Ma fu l'estrema volta che s'affisar nel caro aspetto, ed il conforto gioir di sue parole sopra la terra: Il Padre già lo attende nell'eccelso de' cieli cui segue questa lirica descrizione dell'Ascensione = L'amoroso Pastore, il Signor dolce, si diparte da' suoi: Ma qual paterna vigilanza e d'amorqual nuovo esempio nel commiato divin! Le mani egli alza, benedice a' discepoli, e nell'atto del benedirli, de' suoi piè le piante si dispiccan dal suol: per le serene aure ei s'innalza maestoso, e poggia del divino poter col proprio impero verso il suo ciel. Maravigliando fisi i fidi suoi, del suo partir dolenti, lieti della sua gloria. In quella guisa ch'aquila generosaallor che i sommi campi acquista dell'etra, a grado a grado che s'erge più, vie più si fura a' sguardi di chi il vol ne contempla, similmente il Salvator ormai s'asconde agli occhi degl'intenti discepoli.Una nube, che in auro ha tinto il grembo e in rosa i lembi, alfin l'accoglie, ed alla terra il cela. Il regal carro è quella nube, il carro del Genitor che l'ha mandato al Figlio, in cui tutto ha rposto il suo contento. Sovr'essa ei sale alla suprema altezza de' cieli, e siede nell'umana veste alla destra di Dio. Figlio di Dio, uno col Padre e col divino Spirto, ei torna ov'era pria.Ma qual corteggio continua a leggersi nel poema a' mortali occhi ascoso, a lui fa cerchio, mentre l'umanitade al ciel alzando, schiava con sè la schiavitù conduce!Ascendenti e scendenti intorno al Figlio dell'uomo, ecco di Dio gli Angioli, al modo ch'egli predisse. Ai lor compagni in cielo van gridando i seguaci del trionfo: "Ecco il re della gloria. O voi, l'eterne porte innalzate, o prenci; egli entra il forte che in libertade ha vendicato e in pace l'umana stirpe: Egli è il Signor, potente nelle battaglie, che ne' ceppi ha posto l'oste d'Averno, e a scorno d'essa eretto il trofeo della croce. Oh quante al monte del Signor egli guida, come stormo di puri cigni, ed al suo loco santo alme d'antichi Padri che la faccia del Dio cercano di Giacobbe, e ch'egli negl'Inferi dal carcere disciolse! Entra il Re della gloria, entra nel cielo! Consumato è di morte il gran mistero: per non chiudersi più, s'apran l'eterne porte, e la vita nel Signor cominci

il poema volge ormai alla fine e l'autore dopo alcune poetiche sequenze agiografiche con questi versi congeda la sua lunga opera

Raccompagnaste alle stellanti soglie il Redentor del mondo, Itali versi; assolta è l'opra vostra: Or altri narri come sui fidi alunni il Santo Spirto quindi scendesse, e ne riempisse i petti delle sue fiamme, e ne dotasse il labbro di cento idiomi e di saver celeste onnifecondo: dall'un polo all'altro stender gl'incliti rami la vittrice Croce ei dipinga, e in note illustri canti le palme del martirio ed i trionfi della Chiesa di Cristo, alto argomento di nuovi epici canti Io l'arpa ai sacri portici appendo, e dell'olivo m'accolgo alle modeste ombre, sperando che nel disciorsi dal suo carcer l'alma, l'Angiol di Dio sulla terribil lance, ponga il mio libro dalla destra parte.




























































































Pèsach o Pesah detta anche Pasqua ebraica, è una festività ebraica che dura otto giorni (sette nel solo Israele) e che ricorda la liberazione del popolo ebraico dall'Egitto e il suo esodo verso la Terra Promessa.
Nel Tanakh, il nome di Pesach indica particolarmente la cena rituale celebrata nella notte fra il 14 e il 15 del mese di Nisan in ricordo di quella che aveva preceduto la liberazione dalla schiavitù in Egitto; i successivi sette giorni vengono chiamati Festa dei Pani non lievitati (o Festa dei Pani Azzimi). Questa settimana trae origine da un'antica festa per il raccolto delle prime spighe d'orzo e il loro utilizzo per preparare focacce senza lasciare il tempo necessario per il formarsi di nuovo lievito e così ottenere la fermentazione della nuova farina. La pesach, quindi, segna il principio della primavera ed è anche chiamata Chag haaviv, cioè "festa della primavera".
Questo è confermato dal confronto con il versetto di Numeri 28,16:
« E il primo mese, il quattordicesimo giorno del mese, sarà la Pasqua del Signore » ( Numeri 28;16, )
e i versetti di Esodo 12,17-20
« E dovete osservare la festa dei pani non lievitati (Matzot) (...) Per sette giorni (...) dovete mangiare pani non fermentati » ( Esodo 12;17-20, )
Fuori dalla Terra di Israele i giorni degli azzimi sono otto, tranne eccezioni (cfr Calendario ebraico, Diaspora ebraica e Rosh Chodesh): i primi due e gli ultimi due sono giorni di festa (in ebraico Yom Tov). La Pasqua è una delle tre "feste di pellegrinaggio" (Shalosh Regalim) assieme a Pentecoste (Shavuot) e Festa delle Capanne (Sukkot).































Giuda nel Vangelo secondo Marco è esplicitamente incluso tra i dodici apostoli e indicato come «quello che poi lo tradì».Questa versione è ripresa con precisione dagli altri due vangeli sinottici, Matteo ( Mt 10,4, ) e Luca ( Lc 6,16,). Assieme all'episodio dell'arresto di Gesù e della morte di Giuda, questi sono gli unici riferimenti a Giuda nei sinottici. Nel Vangelo secondo Giovanni invece ci sono diversi riferimenti a Giuda. Gesù in particolare definisce Giuda «un diavolo», cioè "un bugiardo", riferendosi al suo futuro tradimento (6:70).
Nel Vangelo secondo Marco è narrato che i sommi sacerdoti volevano arrestare Gesù, ma temevano che se l'avessero fatto durante la festa, la gente si sarebbe rivoltata (14,1-2[22])































Secondo diversi esegeti, sarebbe più corretto definire il brano del capitolo 16 del vangelo di Giovanni come il "secondo discorso di commiato" o il "commiato finale di Gesù", dato che un altro discorso di commiato si trova precedentemente nello stesso vangelo al capitolo 14.[4][5] Si ritiene probabile che l'evangelista stesso, o un altro redattore successivo, abbia inserito un secondo discorso di commiato, già presente nella tradizione giovannea, allo scopo di integrare e precisare alcuni aspetti non approfonditi nel primo discorso, come il ruolo dello Spirito Santo, la situazione del discepolo nel mondo e la solidarietà dei discepoli con Gesù assente dal mondo































Giuda nel Vangelo secondo Marco è esplicitamente incluso tra i dodici apostoli e indicato come «quello che poi lo tradì».Questa versione è ripresa con precisione dagli altri due vangeli sinottici, Matteo ( Mt 10,4, ) e Luca ( Lc 6,16,). Assieme all'episodio dell'arresto di Gesù e della morte di Giuda, questi sono gli unici riferimenti a Giuda nei sinottici. Nel Vangelo secondo Giovanni invece ci sono diversi riferimenti a Giuda. Gesù in particolare definisce Giuda «un diavolo», cioè "un bugiardo", riferendosi al suo futuro tradimento (6:70).
Nel Vangelo secondo Marco è narrato che i sommi sacerdoti volevano arrestare Gesù, ma temevano che se l'avessero fatto durante la festa, la gente si sarebbe rivoltata (14,1-2[22])































Secondo diversi esegeti, sarebbe più corretto definire il brano del capitolo 16 del vangelo di Giovanni come il "secondo discorso di commiato" o il "commiato finale di Gesù", dato che un altro discorso di commiato si trova precedentemente nello stesso vangelo al capitolo 14.[4][5] Si ritiene probabile che l'evangelista stesso, o un altro redattore successivo, abbia inserito un secondo discorso di commiato, già presente nella tradizione giovannea, allo scopo di integrare e precisare alcuni aspetti non approfonditi nel primo discorso, come il ruolo dello Spirito Santo, la situazione del discepolo nel mondo e la solidarietà dei discepoli con Gesù assente dal mondo































Nei Vangeli, Caifa viene nominato all'inizio della vita pubblica di Gesù e soprattutto durante la passione di Gesù.
Durante la passione di Gesù i Vangeli raccontano che Egli fu arrestato per iniziativa dei sommi sacerdoti e del Sinedrio, i quali pagarono Giuda perché lo tradisse. Dopo l'arresto, Gesù fu condotto prima da Anna e poi da Caifa. Non potendo il sommo sacerdote ed il Sinedrio comminare la pena di morte, essi chiesero quindi al governatore romano Ponzio Pilato di condannare a morte il prigioniero.
Il nome di Caifa viene fatto in tutte le fonti bibliche ad eccezione del Vangelo di Marco:
Vangelo di Matteo: Mt 26,3.57;
Vangelo di Giovanni: Gv 11,49; 18,13.14.24.28;
Vangelo di Luca: Lc 3,2
Atti degli Apostoli: At 4,6.
Il nome di Caifa non compare mai nel Vangelo di Marco, che si riferisce semplicemente al sommo sacerdote (Mc 14, 53.54.60.61.63). Ciò ha fatto ipotizzare al biblista Rudolf Pesch che il sommo sacerdote fosse ancora in carica all'epoca della stesura del racconto, che sarebbe quindi stato scritto prima del 37 d.C., in data precedente al periodo in cui sono collocati gli altri testi del Vangelo di Marco.
Nelle Antichità Giudaiche, scritte in greco ellenistico da Giuseppe Flavio, viene fatta menzione di "Giuseppe detto Caifa", mentre nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli si fa riferimento direttamente al nome Caifa, senza fare menzione del nome "Giuseppe" nelle due formule "Giuseppe detto Caifa", ovvero "Giuseppe bar Caifa" (Flavio riporta i nomi col patronimico ebraico "bar" o "ben").
Diversamente da quanto accade per il sacerdote Zaccaria, padre di Giovanni Battista, di cui il Vangelo di Luca riporta la classe sacerdotale (ottava, di Abìà), i 4 Vangeli non riportano la classe e la famiglia sacerdotale di appartenenza di Caifa.
Nel Vangelo secondo Luca, iniziando a presentare la vita pubblica di Gesù e cercando di inquadrare storicamente gli avvenimenti, si dice:
« Nell'anno decimoquinto dell'impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell'Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell'Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zagaria, nel deserto » ( Luca 3,1-2, )
Dato che Tiberio governò dal 14 al 37 d.C., il Vangelo di Luca sostiene che Caifa era in carica come sommo sacerdote nell'anno decimoquinto di regno, tra il 26 e il 29 d.C.
In modo coerente, Giuseppe Flavio (e la prima e più antica copia delle Antichità Giudaiche pervenutaci tramite Eusebio) colloca Caifa come sommo sacerdote in carica per la prima volta nel 18 d.C., e destituito nel 37 d.C.
Elenco dei sommi sacerdoti
Vangelo di Luca
Nel Vangelo di Luca, sono dunque menzionati i sommi sacerdoti Anna e Caifa, come se avessero detenuto contemporaneamente questa carica, mentre in effetti Caifa era succeduto al suocero Anna nella carica di sommo sacerdote.
Tuttavia, secondo Giuseppe Flavio restava con ogni probabilità notevole l'influenza di Anania al suo tempo, come se di fatto a decidere fossero due sommi sacerdoti (Anna e Caifa). Da parecchi anni, un sommo sacerdote non era lasciato in carica per periodo così lungo, pari a 10 anni, oltre ad avere dato a Israele (caso unico nella storia) 5 sommi sacerdoti provenienti dalla stessa famiglia sacerdotale.
«[197] Venuto a conoscenza della morte di Festo, Cesare inviò Albino come procuratore della Giudea. Il re poi allontanò Giuseppe dal sommo sacerdozio e gli diede come successore nell'ufficio il figlio di Anano, il quale si chiamava anch'egli Anano.
[198] Del vecchio Anano si dice che fu estremamente felice; poiché ebbe cinque figli e tutti, dopo di lui, godettero di quell'ufficio per un lungo periodo, divenendo sommi sacerdoti di Dio; un fatto che non accadde mai ad alcuno dei nostri sommi sacerdoti»
(Antichità Giudaiche, Libro XX, 197-198)
Vangelo di Giovanni
« Allora il distaccamento con il comandante e le guardie dei Giudei afferrarono Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna: egli era infatti suocero di Caifa, che era sommo sacerdote in quell'anno. Caifa poi era quello che aveva consigliato ai Giudei: "È meglio che un uomo solo muoia per il popolo". » ( Giovanni 18,12-14, )
Atti degli Apostoli
Ancora all'inizio degli Atti degli Apostoli, Caifa viene ricordato come sommo sacerdote insieme ad Anna e ad altri due personaggi di nome Giovanni ed Alessandro:
« Il giorno dopo si radunarono in Gerusalemme i capi, gli anziani e gli scribi, il sommo sacerdote Anna, Caifa, Giovanni, Alessandro e quanti appartenevano a famiglie di sommi sacerdoti. » ( Atti 4,5-6, su )
Giuseppe Flavio
Di seguito, tutte le citazioni riguardanti Caifa, nelle Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio:
«Quirino vendette i beni di Archelao, e nello stesso tempo ebbero luogo le registrazioni delle proprietà che avvennero nel trentasettesimo anno dalla disfatta di Azio, inflitta da Cesare ad Antonio. Essendo il sommo sacerdote Joazar sopraffatto da una sedizione popolare, Quirino gli tolse la dignità del suo ufficio e costituì sommo sacerdote Anano, figlio di Seth. (Anano: è il sommo sacerdote Anna che tenne il sommo sacerdozio dal 6 al 15 d.C., furono lui e Giuseppe, soprannominato Caifa, suo genero e sommo sacerdote dal 18 al 36 circa d. C. ad avere tanta parte nel tribunale che condannò Gesù. Dall'autorevole famiglia di Anna uscirono cinque sommi sacerdoti e fu in seguito annientata dagli Zeloti.» (Antichità Giudaiche, Libro XVIII:26 - II, I) «[33]Dopo Cesare, salì sul trono Tiberio Nerone, figlio di sua moglie Giulia; egli inviò Valerio Grato a succedere ad Annio Rufo quale governatore sui Giudei.[34] Grato depose Anano dal suo sacro ufficio e proclamò sommo sacerdote Ismaele, figlio di Fabi; dopo un anno lo depose e, in sua vece, designò Eleazaro, figlio del sommo sacerdote Anano. Dopo un anno depose anche lui e all'ufficio di sommo sacerdote designò Simone, figlio di Camitho. [35] L'ultimo menzionato tenne questa funzione per non più di un anno e gli successe Giuseppe, che fu chiamato Caifa. Dopo questi atti Grato si ritirò a Roma dopo essere stato in Giudea per undici anni. Venne come suo successore Ponzio Pilato» (Antichità Giudaiche, Libro XVIII, 33-35)
Quindi risulta:
sequenza di sommi sacerdoti: Joazar, Anano (Anania, Anna), Ismaele, Eleazaro, Simone, Caifa;
Eleazaro, figlio di Anna;
Caifa, genero di Anna, come nei Vangeli.
date:
Anna, dal 6 al 15 d.C.
Caifa, dal 18 al 36 d.C.
Caifa nel racconto non è un nome proprio di persona, ma il soprannome di tale Giuseppe (Giuseppe detto Caifa), citato senza il consueto patronimico ebraico bar ("figlio di") che è parte integrante dei nomi giudei (anche nelle genealogie dell'Antico Testamento).
Storia ecclesiastica di Eusebio
La Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea commenta:
«Giuseppe (Flavio), nel medesimo libro delle Antichità (XVIII 34-35), enumera in ordine successivo i quattro Sommi Sacerdoti da Anna fino a Caifa, dicendo: «Valerio Grato tolse la carica sacerdotale ad Anna, figlio di (bar) Seth, e proclamò Sommo Sacerdote Ismaele, figlio di (bar) Fabi, ma non molto tempo dopo destituì anche lui e nominò Sommo Sacerdote Eleazaro, figlio del (bar) Sommo Sacerdote Anna. Trascorso un anno anche costui fu esautorato e la carica fu affidata a Simone, figlio di (bar) Kamith ed anche lui non la tenne per più d'un anno; fu suo successore Giuseppe, chiamato anche Caifa». 6. Dunque l'intera durata dell'insegnamento del nostro Salvatore, come appare evidente, non comprende quattro anni completi, e ci furono in questo periodo quattro Sommi Sacerdoti, da Anna fino a Caifa, uno per anno. E il Vangelo indicando Caifa come Sommo Sacerdote durante l'anno in cui si compì la passione di Cristo è nel vero. Da quanto ci dice e dall'osservazione precedente si può così stabilire la durata dell'insegnamento di Cristo"»
(Eusebio, HEc. I 10, 4/6)
Da qui, Eusebio, sovrapponibile agli altri manoscritti pervenuti di Giuseppe Flavio, colloca in circa 4 anni la durata della predicazione di Gesù.
Apocrifi
Negli apocrifi si aggiungono altri particolari sulla storia di Caifa nella Dichiarazione di Giuseppe di Arimatea Giuda Iscariota è suo nipote e si parla di una figlia di Caifa chiamata Sara.
Ossario di Caifa
In una piccola tomba di famiglia a sud di Gerusalemme, presso Peace Forest, sono stati rinvenuti nel 1990 vari ossari,[2] di cui il più elaborato riporta l'iscrizione Yehoseph bar Qyph, "Giuseppe figlio di Caifa". All'interno erano conservate anche le ossa di Caifa.
Si tratta del primo ritrovamento archeologico riguardante il nome "Caifa", che sarebbe stato effettivamente un soprannome, come riportato da Flavio Giuseppe in Antichità Giudaiche 23,35-39.































La figura di Barabba viene presentata in modi diversi nei quattro vangeli canonici.
Il Vangelo secondo Marco (15,7) racconta che «un tale chiamato Barabba si trovava in carcere insieme ai ribelli (stasiastôn) che nel tumulto avevano commesso un omicidio», sottolineando quindi l'appartenenza a un gruppo insurrezionale, responsabile collettivamente di omicidio, secondo la prassi dei sicarii zeloti, che fomentavano tumulti per uccidere romani ed ebrei traditori, per poi dileguarsi nella folla.
Il Vangelo secondo Matteo (27,16) lo definisce «un prigioniero famoso».
Il Vangelo secondo Luca (23,19) afferma che era stato incarcerato per assassinio, oltre che complicità in una sommossa: «Questi [Barabba] era stato messo in carcere per una sommossa scoppiata in città e per omicidio».
Il Vangelo secondo Giovanni (18,40), invece, afferma solo che egli è un "brigante" .
Nei vangeli Barabba compare nell'ambito del racconto del processo a Gesù davanti a Ponzio Pilato. Il prefetto romano, non trovando giustificazione alcuna alle pretese di crocifissione fatte dagli accusatori, voleva liberarlo. Secondo i vangeli sinottici era infatti consuetudine del prefetto romano di liberare un carcerato nel giorno di Pasqua, mentre secondo il Vangelo di Giovanni si trattava di una consuetudine ebraica. Il popolo di Gerusalemme, spinto dai sacerdoti, scelse Barabba.
Tale amnistia da concedere ad un prigioniero per la Pasqua non è, comunque, mai stata storicamente documentata per nessun governatore romano di alcuna provincia. Inoltre, appare improbabile che Ponzio Pilato, noto per la sua fermezza e crudeltà, fosse disposto a liberare un pericoloso ribelle. Va sottolineato che sull'esistenza di Barabba non vi è alcuna prova storica al di fuori dei vangeli. Lo stesso nome "Barabba" significa in aramaico, lingua parlata nella Palestina del I secolo, "figlio del padre" e - in alcuni manoscritti del Vangelo secondo Matteo - viene chiamato "Gesù Barabba", quasi a voler sottolineare la colpa dei giudei, spesso rimarcata dagli evangelisti, nella scelta sbagliata del "Gesù figlio del padre".





























































Nelle Sacre Scritture, per l’esattezza nel Vangelo secondo Giovanni la figura di Natanaele viene citata due volte: la prima quando l’amico Filippo lo presenta a Gesù di Nazareth e la seconda sulla barca dei pescatori quando Gesù risorto si mostra ai suoi discepoli. In molti tra gli studiosi dei Vangeli sostengono che Natanaele sia in realtà l’apostolo Bartolomeo, i motivi di questa convinzione sono la sua amicizia con Filippo ed il fatto che in tutti i Vangeli sinottici Filippo viene raffigurato sempre accanto a Bartolomeo. Seguendo questa ipotesi Natanaele (che in ebraico significa: “Dio ha dato”) sarebbe il nome di battesimo, mentre Bartolomeo sarebbe un patronimico ( Bar= figlio+ Tol= del+May=Solco, ovvero dall’aramaico “Figlio dell’agricoltore”) ovvero il cognome. Di Natanaele non viene raccontato più nulla, per tal motivo andiamo ad analizzare quello che c’è scritto su di lui nel Vangelo di Giovanni: “Andrea conduce suo fratello Pietro a Gesù, e l’amico Filippo vi conduce Natanaele dichiarando: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret”, Natanaele, reagisce scetticamente: “Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?” Gesù reagisce alla provocazione di quell’uomo dicendo una frase che lo colpisce profondamente: “Ecco davvero un israelita in cui non c’è falsità”, Natanaele gli chiede come lo conoscesse e Gesù gli dice: “Prima che Filippo ti chiamasse, ti ho visto quando eri sotto il fico”. Questo significa che Gesù aveva visto in lui la bontà e la voglia di conoscere la verità, il fico, infatti, viene spesso citato nella Bibbia come un simbolo di bontà ed un luogo ideale per trovare ristoro dal caldo, dunque, perfetto per la meditazione. La frase di Gesù invita a pensare che Natanaele fosse uno studioso e che prima che Filippo lo presentasse stava studiando la Torah in cerca della conoscenza pura. Difatti a quella frase l’uomo risponde riconoscendo a Gesù la sua natura di figlio di Dio. Questo ci fa capire due cose che Gesù lo stimava e che Natanaele colpito dalla figura di Gesù lo avrebbe seguito nel suo viaggio. Sebbene il suo nome non venga più menzionato, durante i miracoli o durante l’ultima cena e che, quindi, non vi è certezza che facesse parte dei dodici apostoli, il suo nome compare tra gli apostoli nella barca quando Gesù risorto si manifesta, il che conferma che egli fece parte dei discepoli di Cristo fino alla fine.





























































[ Gesù di Nazareth è morto sulla croce venerdì 3 di aprile dell’anno 33 d.C. Questo almeno è la data più probabile che emerge da una ricerca pubblicata sulla rivista International Geology Review e basata sull’attività sismica nell’area del Mar Morto, a circa venti chilometri ad est di Gerusalemme. Il terremoto che accompagnò la morte di Gesù - Come scrive Jennifer Viegas, sul sito Discovery News (24 maggio), il Vangelo di San Matteo menziona infatti che vi fu un terremoto nel momento in cui Gesù morì sulla croce. “E Gesù, emesso un alto grido, spirò. Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono”, tramanda l’evangelista (27,50-52). Per analizzare l’attività sismica nell’area, i geologi Jefferson Williams, di Supersonic Geophysical, e Markus Schwab e Achim Brauer del Centro tedesco di ricerca per le Geoscienze hanno esaminato tre “carote” di sedimento prelevate dalla spiaggia di Ein Gedi, ad sud-est di Gerusalemme, sul Mar Morto. Dall’analisi degli strati di sedimento risulta che almeno due scosse importanti hanno colpito la zona in quell’epoca della storia. La prima – quella più ampia – è avvenuta nell’anno 31 a.C., mentre la seconda è da situare nel periodo che va dal 26 al 36 d.C. Secondo Williams, il secondo sisma è avvenuto proprio “negli anni in cui Ponzio Pilato era procuratore della Giudea e in cui è circoscritto storicamente il terremoto del Vangelo di Matteo”. Williams e la sua équipe ritengono che l’attività tellurica associata alla crocifissione di Gesù può riferirsi ad “un terremoto che è avvenuto un po’ prima o dopo la crocifissione ed è quello a cui fa riferimento l’autore del Vangelo di Matteo, e un terremoto locale tra il 26 e il 36 d.C. che fu abbastanza potente da deformare i sedimenti di Ein Gedi ma non sufficientemente potente da produrre una memoria storica ancora esistente ed extrabiblica”. Williams sta esaminando ancora un altro possibile evento naturale associato alla crocifissione di Gesù, cioè il buio. Infatti, tutti e tre i Vangeli sinottici, vale a dire Matteo (27,45), Marco (15,33) e Luca (23,44), raccontano il buio calato dopo la crocifissione, da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio. Secondo Williams, questo buio potrebbe essere stato provocato da una tempesta di sabbia, che a sua volta potrebbe aver lasciato tracce o depositi nei sedimenti rocciosi della zona]
Esistono molte profezie dell’Antico Testamento su Gesù Cristo. Alcuni interpreti hanno contato centinaia di queste profezie messianiche. Ecco alcune di quelle che sono considerate le più chiare e importanti. Profezie riguardanti la nascita di Gesù – Isaia 7:14: “Perciò il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele.” Isaia 9:6: “Poiché un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato, e il dominio riposerà sulle sue spalle; sarà chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace”. Michea 5:2 "Ma da te, o Betlemme, Efrata, piccola per essere tra le migliaia di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni”. Profezie concernenti il ministero e la morte di Gesù – Zaccaria 9:9: “Esulta grandemente, o figlia di Sion, manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme; ecco, il tuo re viene a te; egli è giusto e vittorioso, umile, in groppa a un asino, sopra un puledro, il piccolo dell'asina. Salmo 22:16-18: “Poiché cani mi hanno circondato; una folla di malfattori m'ha attorniato; m'hanno forato le mani e i piedi. Posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano e mi osservano: spartiscono fra loro le mie vesti e tirano a sorte la mia tunica”. Probabilmente la profezia più chiara su Gesù è il capitolo 53 di Isaia. Isaia 53:3-7 è particolarmente inequivocabile: “Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna. Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato! Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo smarriti come pecore, ognuno di noi seguiva la propria via; ma il SIGNORE ha fatto ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la bocca. Come l'agnello condotto al mattatoio, come la pecora muta davanti a chi la tosa, egli non aprì la bocca”. La profezia di Daniele 9 riguardante i “settanta sette” predice la data esatta in cui Gesù, il Messia, sarebbe stato “reciso”. Isaia 50:6 descrive accuratamente i maltrattamenti che Gesù ha subito. Zaccaria 12:10 predice “l’essere trafitto” del Messia che si verificò quando Gesù morì sulla croce. Molti altri esempi sono disponibili, ma questi sono sufficienti. Non c’è dubbio che l’Antico Testamento profetizza la venuta di Gesù come Messia.
La cosiddetta profezia delle “Settanta settimane” è contenuta nell’Antico Testamento, in particolare nel Libro di Daniele Secondo Cathopedia l’ipotesi maggiormente condivisa dagli studiosi sarebbe che la redazione definitiva del Libro sia avvenuta in Giudea attorno al 164 a.C., elaborando materiali antichi. E’ una decisione presa durante gli anni di razionalismo e revisionismo storico, dove venne messa in dubbio anche l’autenticità stessa del libro di Daniele. Fu l’Encyclopedia Britannica a sostenere che la data avrebbe dovuto collocarsi tra il 167 e il 164 a.C., rifacendosi alle teorie del III secolo d.C. avanzate dal filosofo anticristiano Porfirio. Molti studiosi oggi ritengono comunque che la data di compilazione sia attorno al 536 a.C. e che il Libro sia stato redatto a Babilonia. stratificazione di testi diversi si riflette nel fatto che il Libro è scritto in parte in ebraico, aramaico e in parte in greco. I contenuti sono basati sulle parole del profeta Daniele, vissuto durante l’esilio babilonese (a partire dal 605 a.C.). Secondo lo storico Giuseppe Flavio, Daniele fa parte della stirpe regale davidica (Antichità giudaiche, X,X,1). Moltissimi storici concordano sul fatto che Daniele, oltre 500 anni prima (o oltre 100 anni prima a seconda dei punti di vista) profetizzò in modo dettagliato la venuta di Gesù Cristo, la sua Passione, la morte e la distruzione di Gerusalemme, indicando il preciso periodo temporale in cui tutto questo sarebbe dovuto avvenire. Questa è la cosiddetta “profezia delle settanta settimane”. E’ importante sottolineare ancora che il contenuto della profezia venne ultimato, diffuso e conosciuto sicuramente prima del 163 a.C.