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Il Salvatore, poema Davide Bertolotti qui in un ritratto seguito da note sulla sua attività di apprezzato letterato e poligrafo, Torino, dai tipografi eredi Botta 1844 (digitalizzato nella successione dei 12 canti di cui è composto: il lungo poema tratta con dichiarata adesione ai testi sacri seppur con originali e talora assai gustose rielaborazioni dell'autore tutti i momenti della vita di Gesu' dalla concezione di Maria alla morte per crocifissione = tra le diverse narrazioni è interessante quanto scritto dall'autore nel II canto concernente la nascita del Cristo entro cui lo scrittore concedendosi una delle sue nmerose digressioni tratta dopo la parte dedicata dopo la nascita del Redentore all'arrivo adorante dei pastori descrive la costumanza italiana per celebrare il divino evento di allestire PRESEPI ORA SONTUOSI ORA POVERI SPECIE NELLE CASE DELLA GENTE MODESTA MA RESI SUBLIMI DALLA DEVOZIONE VERSO ESSI RIPOSTA = Cultura-Barocca che ha proceduto a questa digitalizzazione, al momento giunta al VI canto, dove i brani trascritti rimandano, quali link, al testo originale ed alla sua più ampia trattazione contenuta di tali sarcine poetiche propone qui immagini antiquarie sia di NAZARETH che di BETLEMME con una OTTOCENTESCA CARTOGRAFIA EFFIGIANTE LA DIVISIONE GEOGRAFICA DELLA TERRA PROMESSA TRA LE XII TRIBU DEL POPOLO EBREO integrata da questa RASSEGNA DI STAMPE ANTICHE DEI LUOGHI SACRI * - La dedica * - "Protesta dell'autore" che dichiara il suo poema coerente alle Sante Scritture e ai dogmi della Chiesa * - CANTO PRIMO * - Invocazione di DAVIDE BERTOLOTTI CHE COSI' INIZIA IL SUO POEMA IL SALVATORE = l'autore spiega le caratterisiche di quest'opera, precisando esser suo intento cantar la prima venuta di Gesù in terra senza l'ardir di poetare sulla seconda riguardante la di lui venuta qual giudice sul finir del mondo in merito all'universale giudizio Del Salvator la gran venuta io canto, i soavi precetti, i duri affanni, e la morte, il trionfo, ed il ritorno, in uman vel, di doppia gloria cinto, alla destra del Padre,. Etereo campo ove a mertar de' vincitor la palma, d'uopo il carro saria da' fiammeggianti cavalli che rapir per l'aere il Vate, il cui ricomparir sopra la terra, fia nunzio al fin de' giorni del secondo venir di Cristo, or Redentor pietoso, giudice allor tremendo: Oltre i celesti zaffiri alzar le fortunate piume, e in faccia, al padiglion del Sempiterno, temprar le fila di serafic'arpa,chi può sperar, nel fango immerso? Il volo temerario altri tenti; a me sol basta che il suon de' carmi onde l'eterne geste, con nuovi itali modi all'eco insegno, qual su rogo che langue aura improvvisa, ravvivi in qualche sen fiamme di puro amor verso il divin dolce Maestro, il cui amor n'aprì col sangue il cielol'autore, fervidamente credente, esprime in questo inizio del poema una sua volontà cioè quella di celebrare Gesù e l'avvento del cristianesimo anche per RICHIAMARE ALLA FEDE VARIE PERSONE IN UN'EPOCA, COME LA SUA CARATTERIZZATA DA ATTEGGIAMENTI ANTICLERICALI OLTRE CHE DA CRESCENTE ATEISMO ED AGNOSTICISMO di seguito però affermando che non sarebbe probabilmente riuscito a finalizzare tal suo impegno poetico senza il soccorso della, da lui invocata, Vergine Maria e questo ancor saria disio superbo, se tu, per quel giglio onde sì splendi, supplice invoco, dal sidereo soglio ove siedi degli Angioli reina, benignamente il lampeggiar d'un riso non mi dimostri, o diva Sposa e Madre, che i tesori del ciel dispensi al mondo né mai nieghi, implorata, il tuo soccorso FEDELE SEGUACE DEL CREAZIONISMO CHE RECUPERA DA QUESTO TESTO SETTECENTESCO l'autore inizia la sua opera dalla menzione del peccato originale di Adamo ed Eva con la conseguente gioia del Demonio per una colpa estensibile a tutte le generazioni così poetando Dio creò l'uomo a propria immago, e sire della terra lo disse; entro il felice orto il locò, d'ogni delizia ostello, e una dolce compagna, a lui dal fianco tratta, gli pose di sue gioje a parte, prescrivendogli a legge unica un lieve divieto: ch'ei dell'arbor non gustasse della scienza: Eva sedusse adamo, pria dall'angue sedotta. il feral pomo egli assaggiò dell'interdetta pianta, e col suo trasgredir, se stesso e i figli diè 'n poter della colpa. allor la morte impeto fe' nel mondo, e il tenebroso stuol de' mali vi trasse. Ai dolci chiostri d'ond'ebbe l'uom, mertata pena, esiglio, brillò cusode la fiammeggiante spada di vigil Cherubino Il Rio Nemico baldanzoso n'andò di sua vittoria, e fu gran gioja nelle inferne porte. Gioja breve e fallace! Il Verbo amante volontario olocausto offrì se stesso alla giustizia dell'eterno Padre, per espiar dell'uomo il diro eccesso, ostia accetta, e placar di Dio lo sdegno a questi versi il Bertolotti fa quindi seguire la
"Profezia dell'avvento del Salvatore" dimostrando di possedere varie nozioni sulle PROFEZIE BIBLICHE SUL REDENTORE scrivendo = La tua gloria, o Signor; la cantan gli astri e i firmamenti, e per le vie del tuono le ripetono i venti e le procelle. Ma sopra ogni altra voce alto rimbombi dell'uom la voce, e ti dia gloria. Oh somma Misericordia oltre ogni speme! il Figlio, lume eterno del Padre, e in un col Padre, e con lo Spirto, unico e trino Dio, spoglia mortale a nostro scampo assunse! Cantate, o genti, del Signor la gloria: per restaurarci ei si vesti' di carne nel vergin alveo di Maria, l'eletta infra le donne, s'ogni grazia nido, preannunziata dal di' della condanna in colei che schiacciar dovea la testa del serpente infernal, che l'uom sospinse a fallir della fede al suo Fattore quindi ancora aggiungendo Stirpe d'Adamo, al tuo Signor dà laude, in che modi stupendi ei ti redense! E mediatore e vittima ad un tempo l'Agnel di Dio che le peccata toglie, per te che la condanna in fronte porti pende svenato!Ei l'immortal riscatto paga col sangue, di salute il regno conduce sulla terra, e la diletta Sua Sposa asside sopra immobil pietra pria di salir vittorioso al Padre umanato, eternamente santo! Sì vivo amor per l'uom caduto il tragge!continuando ad esplicitare l'opera del Salvatore rivolgendosi poi a citare il "Santo Spirto" onde indicare come avesse suggerito a Patriarchi e Profeti le profezie concernenti l'avvento e la storia di Gesù Divino amor, ch'ove sì largo è il fallo, spicciar più largo fa di grazia il fonte, né sta pago al salvar, ma del terrestre Paradiso, che all'uom rapia la colpa, dona in cambio il celeste, e nelle eterne sedi noi fa della sua vita degni. Della tela immortal le eccelse fila or a svolger m'insegna, o Santo Spirto; che a' Patriarchi ed a' Profeti il petto colmavi, e le fatidiche agitando cetre in riva al Giordano, o sotto i salci di Babilonia nel dolente esiglio, insegnavi al lor labbro il gran portento.Per te Giacobbe "Non sarà"sclamava tolto a Giuda lo scettro infin che venga quei che da Dio sarà mandato; quegli a chi 'l regno appartiensi, e che il bramato fia da tutte le genti".E Daniello, di te ripieno, prefiggea sin gli anni dell'apparir del Cristo, ed i suoi fasti raccontava, e la morte, ed il ripudio del popol rio che nol conobbe, e l'alto tempio combusto, e Solima distrutta, e i figli d'Israel pel mondo spersi. Chi, se non tu c'hai l'avvenir presente, stette con Isaia che lo dipinse qual vincitor che da crudel battaglia torna con vesti del suo sangue intrise, e luminoso d'ineffabil gloria?. * - Comparsa nel poema di Davide Bertolotti della figura di Maria sposa casta di Giuseppe in Nazareth che Davide Bertoltti amplifica poeticamente recuperando quanto di legge nel Vangelo di Luca (1, 26 )= In Galilea s'innalza un monte il frutto del pin somiglia, e n'è Taborre il nome; a mattino ha il bel lago ove sue torri Tiberiade riflette; e a sera i bruni campi del maer che morde a Jeppe il lido. Dal Taborre non lungi onde la possa di Circio spira, una città s'asside, Nazaret detta, sul pendio d'un poggio, verso una valle che s'allarga in giro, d'orticelli e di fichi allegra valle a cui fan nude balze irta ghirlanda: Di Zabulonne alla tribù spettava questa città che, senza fama allora, dovea poi di sua gloria empiere il mondo che colà s'adempia l'alto concetto per cui salvo fu il mondo. Umil vivea santa, saggia, innocente, integra e pura quivi
aria, del buon Gioseffo sposa tralci amendue, benché in mutata sorte, del grand'arbor Davidico. All'Eterno fatto avea sacro ella il virgineo fiore, annuente il consorte. Era Maria dell'opre del Signor la più perfetta; e qual l'Arca scampò sola dall'onde, tal ella sola senza macchia nacque. La sua beltà vaticinaro i prischi profeti, lei rassomigliando al giglio, amor delle convalli, ed alla rosa che in Gerico fiorisce, ed alle vignecontinua a poetare il Bertolotti d'Engaddi, e al cedro che ramoso estolle sopra i gioghi del Libano le cime; giocondo orto di fior, pura qual fonte, più del mele soave e più del latte, nitida aurora, e graziosa tutta proseguendo poi l'autore nella sua appassionata narrazione della Vergine
Nella sua cella, di decenti arredi poveramente adorna, ed ella stessa in rozze sì ma terse spoglie avvolta, stava la Vergin bella. I fulgid'occhi fitti avea sul gran libro in che si legge cone Dio creò il mondo, e dell'eletto popol l'istoria. Giunta al passo ell'era ove Isaia chiaramente indice ul virginal concepimento, e il parto del promesso Messia. Pensosa e muta meditava la Vergine il portento antivisto da' padri; ed ecco ad un tratto s'eempie di luce l'umil cella, e innante agli occhi di Maria splende il più vago de' cittadin del cielo. E' Gabriello, l'arcangiol del Signor, dal adre eletto al grande ufficio di recar l'annunzio che tornar debbe in gioja il pianto antico e la terra in bel nodo unir col cielo. L'ambasciator dell'eternal Monarca, valicato d'un vol l'immenso tratto che dalla terra la stellante reggia diparte, l'ale de' color dipinte onde s'orna il nemboso arco raccoglie ancora narra il poeta e Della Vergine ebrea sotto il modesto tetto, e stupito nel mirar la donna ch'esser tempio dovea del suo Signore, volge tra sé "No, più celeste cosa, tranne l'Eterno, io mai non vidi in cielo!" Indi l'alto messaggio il labbro scioglie. L' "IMMACOLATA CONCEZIONE" = IL DOGMA "Iddio ti salvi, l'Angiol disse, o piena di grazia! teco egli e' il Signor: tu sei in fra tutte le donne benedetta"! di poi annunciandole "da te concetto, da te verra' dato alla luce un figlio che Gesu' chiamerai: Grande egli fia, E figluol dell'Altissimo avra' nome, di Davidde, suo padre; a lui l'invitto Scettro il Signor dara'; perenne impero terra' sui figli di Giacobbe e fine mai avra' il suo regno" * - Anziana e' Elisabetta, parente di Maria, sposata con Zaccaria sacerdote del tempio: pur desiderandolo son senza figli ed infecondo e' il ventre di Elisabetta ma poi proprio nel tempio si presenta a Zaccaria l'Arcangelo Gabriele annunziandogli che Elisabetta diventera' gravida e che nel suo ventre crescera' il precursore di Gesu' cui sara' dato nome di Giovanni Battista
* - Venuta a sapere della gravidanza dell'anziana congiunta Maria si reca con lungo viaggio a visitarla ed appena giunta saluta Elisabetta che si senti' repente balzar nel sen per l'allegrezza il figlio e contemplando la splendida fanciulla esclama "Tu benedetta sei fra tutte le donne, o Vergin saggia, e benedetto e' del tuo ventre il frutto!
Or qual mio merto fa che a me ne venga del mio Signor la genitrice? Appena suono' al mio orechio il tuo saluto, il bimbo ch' io porto in sen, vi saltello' per gioja. Beata te che nel Signor credesti! Adempito sara' quanto promesso in suo nome ti fu" si' che commossa esulta Maria ed innalza un cantico a Dio. Per tre lune la Vergine sta accanto ad Elisabetta soccorrendola di vari aiuti prima di intraprendere il viaggio per ritornare al tetto coniugale * - Zaccaria rimasto muto perche' incredulo all'annunzio della gravidanza di Elisabetta recupera la voce alla nascita del Battista ed eleva un Cantico di gloria a Dio * - Giuseppe sposo di Maria vedendo gravida la sposa da lui mai toccata si angustia e tormenta tra mille dubbi e domande finche' in sogno gli appare un angelo che
" Gioseffo! esclama, figlio di David, la tua sposa accogli. Quel che in lei nacque, opra e' del Santo Spiro; ed uscira' dal vergin claustro un figlio cui Gesu' porrai nome: Ei fia quel desso che il suo popolo trarrà dallo loro colpe". Pien di letizia si desto' Gioseffo
che adempita sentia l'alta promessa dal Signor fatta a' padri, e in questi accenti significata dal profeta: Or ecco concepira' la Vergine, ed un figlio porra' nel mondo, e il chiameran le genti Emmanuel". cosi' destossi il santo Veglio, e i comandi dell'empireo messo giubbilando adempi' L' "IMMACOLATA CONCEZIONE" = IL DOGMA
* - CANTO SECONDO * - Pacificato il Mondo sotto il dominio di Roma l'Imperatore Augusto ordina un censimento nel suo vasto dominio
* - CANTO TERZO * - il canto inizia con la circoncisione del bambinello cui come angelicamente preannunziato viene imposto il nome di di Gesu'[Fanno circoncidere il loro bambino nel suo ottavo giorno di vita, così come comanda la Legge che Dio ha dato a Israele (Levitico 12:2, 3). La tradizione vuole che in quello stesso giorno ai bambini maschi sia anche dato il nome ed ill piccolo viene chiamato Gesù, proprio come indicato dall’angelo Gabriele] * - i Magi si prostrano davanti al Bambino e poi De' lor doni gli porgono l'offerta, oro ed incenso e mirra. In sogno poscia, che dal ciel vien, dotti li fa del crudo macchinar del tiranno, onde ad Erode celando l'orme, per sentier diverso fan ritorno a lor terre in Oriente * - Maria, per quanto purissima, essendo diventata madre secondo il rito ebraico deve recarsi a purificarsi [Dopo il parto, una donna israelita veniva considerata cerimonialmente impura per un periodo di tempo. Al termine di questo periodo, doveva presentare un olocausto come sacrificio di purificazione. Questo ricordava a tutti che al bambino erano stati trasmessi l’imperfezione e il peccato. Gesù, però, era un bambino perfetto e santo (Luca 1:35)]. Comunque, Maria con Giuseppe porta Gesù al tempio e viene purificata come richiesto dalla Legge (Luca 2:22)].E nel Tempio avvengono due fondamentali incontri (Luca 2:29-32)= si legge quindi nel poema di Davide Bertolotti Più di lucida fonte, che di roccia zampilli, pura era Maria; più puredi giglio nato entro le spine ll'era, e più del mite raggio che le selve imbianca, e pinge in vivo argento il mare mentre senz'onda in notte estiva tace;senza labe ella ognor, vergin sempre, claustro intatto ove Dio sol ebbe il varco.Pur de' materni dì giunto il prefisso dalla legge vetusta al farsi pura, la tutta umil piega la fronte al rito, e portando con sè due tortorelle, povero don ma d'innocente cmano, ella a Gioseffo a Solima ed al Tempio, recan Gesù per presentarlo a Dio: Era a que' giorni in Solima un canuto veglio, per nome Simone, un giusto che che Dio temeva, e con accese voglie, aspettava il conforto d'Israelloil Cristo del Signore. Il Santo Spirto, che il visitava, gli avea in cuor predetto che morte non vedria, se co' medesmi suoi occhi in prima non avesse ei visto il Promesso alle genti. Ed in quel punto che atteggiata d'amor l'inclita Madre offre al cielo il gran pegno, in fra le braccia egli sel reca, e lo contempla e god. Il pianto del piacer per le senili gote gli scorre, e a Dio rendendo gloria, in questi sensi snoda il labbro al canto, "Deh lasciane, Signor mio, girsene omai il servo tuo, pien di letizia, in pace, come già promettesti. Ecco che visto han gli occhi miei quel ch'io veder bramava, il Salvator che tu mandasti, il segno del gran restauro che innalzar ti piacque al cospetto de' popoli, la vera luce che tutte illuminar le genti debbe, e che d'Israel sarà la gloria. Ora il tuo servo, o Iddio, licenzia in pace"Ei Gioseffo e Maria poi benedisse; e a lei ch'ora i bei lumi al cielo ergea, or li posava su Gesù, ricolma d'amor, di maraviglia, e di contento, volgendosi il buon veglio Ecco le disse che costui fia rovina de' superbi, e risorger farà chi in lui s'affida. Ad empj e crudi strali ei fia bersaglio. L'alma tua stessa, la tua candid'alma trapassata sarà da rio coltello, perché da molti cor si disasconda l'imo concetto, e in luceemerga il vero". Egli si tacque, e della vergin
Madre (per cui squarciossi del futuro il velo, in quell'istantee il ciel gli arcani aperse) agli sguardi s'offrir gli acerbi affanni, l'onte, gli strazj, l'amarezza e il lutto, e flebilmente sospirò; ma tosto, la vittoria scorgendone e il trionfo, il ciglio serenò, gioì di santa gioja, e al Signor nel grato cor diè laude . Subito dopo nel poema la narrazione poetica si estende alla trattazione di una profetessa che, sopraggiunta nel Tempio, nel bambinello riconosce il Salvatore Di Solima nel Tempio una pur v'era antica Profetessa. Anna avea nome. Nell'età sua più verde ella sett'anni visse col suo consorte, a cui fanciulla s'era sposata: Orba di lui rimasta, ad ottanta quattr'anni avea condotta sua vedovanza: Fuor del Tempio il fianco mai non traeva, e notte e giorno a Dio, orando e digiunando, ella servia: Or costei, sopraggiunta in quell'istante, anch'ella del Signor cantò la gloria, e nel fanciullo il Salvator promesso riconoscendo, ne tenea discorso a quanti eran colà che fidi in core d'Israello aspettavano il riscatto * - Espletati i lor doveri Giuseppe e Maria in ver Betlemme a tornar s'apprestavano. Quand'ecco l'Angelo del Signore in sogno apparve a Gioseffo, e gli disse "Alzati, sorgi; prendi il fanciullo, e con sua madre fuggi. Fuggi in Egitto, e là t'eleggi stanza, fin che altri cenni io ti riporti. Erode il pargol cercherà per darlo a morte * - Simile alla furia distruttiva d'uno scatenato vulcano tremenda e' l'ira di Erode che sente d'esser stato schernito dai Magi e medita un'azione spaventosa che porterà alla strage di tanti innocenti * - Egli in Betlemme e nel paese intorno la sua strage mando': Quanti eran bimbi di maschil sesso in quelle parti, ei tutti dal secondo anno in giù, commise al ferro senza merce'. " L'universale eccidio, tra se' dicea, non men che truce stolto, certo ravvolgerà questo novello Re c'e' nato a' Giudei, come de' Magi rivela il dir: Che importa a me, che a mille cadan teste innocenti, e corra a rivi il sangue pueril? pur ch'io mi svella questa spina dal cor, che monta il resto? * - La masnada di feroci sgherri agli ordini d'Erode e sotto il comando del perfido Trifone raggiunge Betlemme e, dopo essersi satollata di cibo e inebriata con il vino, inizia il massacro nella cui descrizione l'autore non manca d'ispirarsi ai toni della poesia lugubre, al suo tempo variamente in auge * - Sempre l'autore narra la storia una delle tanti madri Ma in mezzo a tante ed indistinte madri, Efora bella ed infelice, il tuo nome ben merta che all'obblio si tolga scrivendo però questa ch'io tolsi agli abissini carmi storia d'incerta fe', deh trovi almeno, in qualche ciglio una pietosa stilla, che lamentando d'Efora la sorte, terga l'error del finto al ver commisto = l'introduzione di questa vicenda in quella di tante altre per lo scrittore vuol essere la sanzione d'un evento terrificante, peraltro da lui ben descritto, in cui non stona l'interazione tra vero e verosimile
* - CANTO QUARTO La sacra famiglia lascia finalmente l'Egitto e inizia un lungo viaggio alla volta di Israele infatti "..In quel punto Gioseffo esce dal sonno, ed a Maria sen vien: "Diletta sposa. ei dice; il tutto appresta: A noi far tosto conviensi in terra d'Israel far ritorno: L'Angiol mel disse in sogno. E' morto Erode d'orribil mal, giusto di Dio castigo, gir securi possiam" Giunti finalmente in Israele "Salutan di lontan Gerusalemme, e nel suol Galileo rifisse l'orme, gli aridi colli e la florida valle di Nazareth riveggono, e la fida stanza primiera, e s'adempì l'arcano gridi "Verrà la prole mia d'Egitto" e il vaticinio "Ei Nazaren sia detto". Breve e oscura città, ne' Galilei monti sepolta, senza nome e istoria eri allor, Nazarette, ed il torrente che ti lambe il pie' sassoso piu' noto era di te.Ma qual v'ha spiaggi barbara su cui non sia giunto il grido della tua fama, dacche' fosti stanza del Salvator?" LA CELEBRAZIONE DELLA PASQUA EBRAICA * - =Nella persona e nel vigor frattanto il Fanciullo crescea. Di sapienza ricolmo egli era, e del superno Padre cura e delizia: Alla regal Sionne, ivano ogni anno i suoi parenti, i sacri riti di Pasqua a celebrar.Varcate e ch'ebbe del dodicesimo anno le soglie, andovvi anch'ei Gesu', da lor condotto alle pompe festive ivi rimanendo sino a quando I sette giorni degli azzimi trascorsi, a' Solimiti colli il tergo essi dier con tutto il folto stuo de' pii pellegrin. Ma non sen tolse il fanciullo Gesu', n' ch'ei si fosse scompagnato da lor, punto s'avvide Gioseffo ne' Maria, che in quella frotta di ritornanti, ove in distinta fila, come antico volea patrio costume, movea questo e quel sesso, ivan disgiunti. E l'un l'altro credea che seco avesse il Giovinetto. E non veggendol quindi, pensar che fosse coi compagni, e tutto il di' seguir lor via: Sopra la terra con l'ombre e con le gelide sue stille scese poscia la notte, ed essi giunti al diversorio ove prendean lor posa i pelegrini, e fatta inchiesta attorno ne' lui trovando in fra l'amica schiera, tremor freddo gli assalse, il pianto a rivi solco' lor gote, ed un'amara notte vegliar ne' lagni e ne' singulti. Fattosi giorno gli angosciati genitori ritornano a Gerusalemme ed invano lo cercano ovunque finche' Al Tempio alfine volgono il pie', gia' d'ogni speme scossi di ritrovarlo. E quivi, oh maraviglia!, come al mattin chi guarda il ciel, tra gli astri mira primier quel che la luceapporta, ne' penetrali il veggono, Ei sedea tra i dottor cdella legge, e udia lor detti, e di domande gli stringeva, e tutti, rapiti al suon de' giovanili accenti, lieti plaudendo, e da stupor
commossi, il saper ne ammiravano, ed il senno nelle risposte. La Vergine esprimendogli l'angoscia da loro provata gli chiede il perche' non li abbia seguiti rimanendo nel tempio domanda cui il Messia risponde "Perche' cercarmi? Non sapevate come ciò che spetta al Padre mio, convien ch'io vegli ed opri?" * -Tornato a Nazareth il Messia si adopra alquanto nel porgere aiuto al lavoro da falegame di Giuseppe intanto scorrono gli anni ed ormai in Israele come in tutto l'Impero di Roma Il fren reggea Tiberio, e tra gli scogli di Capri seppellia gli orgj lascivi, il terror, le sevizie. E la Giudea in romana provincia alfin ridotta, a un ministro di Cesare obbedia. In Galilea frattanhto, e in altre terre del gran regno Davidico disfatto, col nome di Tetrarchi avean lor seggio, ligj a Roma, tre prenci; Erode l'uno, l'altro Filippo, ambo d'Erode figli, l'uccisor dei bambin: Lisinia il terzo. Caifa era il Pontefice, ma seco autorità pontifical tenea Anna suocero a lui: che' il tempio istesso fatt'era degli onori empio mercato ma a fronte di questa realtà i tempi stanno mutando perché Una voce rimbomba nel deserto, ed e' la voce di Giovanni scritto siccome fu, per apprestarti il calle manderò l'Angel mio che ti precorra. Penitenza egli intima; che' vicino de' cieli e' il regno. Apparecchiate o genti, la strada del Signor: s'empian le valli, si dibassino i monti, i sentier torti retti sien fatti., e s'addolciscan gli aspri. Ei viene , ei viene, il Salvator! Voi tutte Genti, il vedrete:Chi 'l
bandisce e' all'opra. ecco l'araldo irsuta veste ei porta, col pelo ordita de' cammelli, un rozzo cinto di cuojo gli circonda il fianco; non disseta il suo labbro altro che il fonte, di locuste si pasce, e di silvestre mele, cui
fabricar l'api ne' cavi tronchi o nel fesso delle rupi. Ad esso dai campi, dai casali, e dalle ville il popol corre. Ei nella limpid'onda del Giordan li battezza essi lor colpe gli confessan piangendo. I falsi e gli empj, che d'ipocrito vel coperti il fronte, vengono a lui, con torvo ciglio sgrida, e il garre cosi' "Viperea schiatta, come fuggir di dio sperate l'ira, sozzi d'iniquità? Se in cor v'alberga pentimento sincero, or via rendete di penitenza degni frutti. * - Un dì , ne' mai ne cessera' memoria per rivolger d'età, del bel Giordano scender ecco alla sponda un uom d'eccelse sembianze. Egli era nel trigesim'anno, viril beltà gli risplendea nel volto l'autore prosegue nella sua appassionata descrizione del Messia: nelle membra impalpabili, nell'oro del crin che intenso gli scendea sul collo, nel mento adorno di decente onore: la maestà sul fronte gli sedea, ogni modo ed ogni atto era in lui grazia, ma grazia veneranda che rispetto impime allor che piu' de' cor s'indonna. Sull'arco di sua labbra, iri di pace, erra un santo sorriso, e be' suoi lumi disfavilla un amor che si diffonde divinamente in ogni petto e sempre l'autore cosi' ne effigia l'incontro con l'Araldo cioe' Giovanni Battista Ei scese pari alla turba in sulla spiaggia, e volto a Giovanni, che il Divo in lui repente riconoscendo, ossequioso il piede ritirava, e stendea supplici palme, " o ne vegno, gli disse, al tuo battesimo". E Giovanni a riscontro: "Oh che mai parli? Io son che il salutevol tuo lavacro chieder ti deggio e di rimando il Messia "Lascia per or e si faccia, e di giustizia tutto, come a noi si convien, l'ordin si adempia" Gesù rispose: e quegli umil cedendo al sovran cenno, il battezzò nell'onda, del Giordan che il suo Dio nel grembo accolse e sacro fiume in ogni età sia detto : dopo il battesimo uscì Gesù tosto dall'acque, e orando stava, quand'ecco in alto aprirsi i cieli, ed in forma di candida colomba scender di Dio lo Spirto, e sul suo capo posarsi; ed una voce uscir dal cielo "E' questi il mio diletto Figlio, in cui tutto ho riposto il mio contento * - Il Messia si reca quindi nel deserto a meditare e digiunare ma lì piu' volte viene tentato dal Demonio: In quel confin della Giudea ch'e' volto verso oriente, e alpestre giace e scabro del Morto Mar ver le salmestre rene, sorge un deserto di montagne, un tristo, selvaggio, ermo, scosceso, orrendo loco che tuttor ha di Quarantania il nome:Quivi Gesù, tratto dal Santo Spirto, dal Giordan lontanandosi, s'accolse contemplator solingo, e quivi stette, quaranta giorni. E Satana il tentava, e colle fiere egli vivea ma il Messia non solo rimane imperturbabile ed alla fine esclama Allor Gesù gli disse " Vanne, o Satanno, perocche' sta scritto: adorerai il tuo Signore Iddio, ed a lui servirai" Qual fugge viator, che sull'alpe una di neve frana immensa rotarsi e diruparsi mira sul calle ov'ei s'inoltra, e il vento, mosso da quella, già lo fiede in volto, e lo scroscio ei già n'ode e la ruina e di spavento imbiancarsi; tal fugge a quegli accenti, da terror percosso, il caduto dal cielo Angiol rubello che in lui sospettando il divin Figlio volea portarlo a cimento,e farsi certo se desso egli e' * -Nel frattempo Giovanni intanto, dal giudeo deserto sgombrando, a Betabara il fianco trasse, oltre il Giordan ver tramontana. ei quivi nel predicar perseverava. Ed ecco d'orator del Sinedrio a lui venirne scelto drappello a dimandar s'egli era il Cristo. Ei "No" rispose - "Elia sei forse?" Quei replicar. - "Nol son". _ "Dunque il Profeta sarai?"" - " Neppur". - "Ma chi mai sei tu dunque? Dirlo ei e' forza a chi c'invia; favella: di te che narri?" - E alor Giovanni: " Io sono la voce di chi grida nel deserto: raddrizzate del Signor la strada, come disse Isaia". Di Sacerdoti e di Leviti era il drappello, e tutti de' Farisei seguivano la setta: setta austera, ma ipocrita, che al motto della legge aderia, non allo spirto, e nido di superbia era il lor petto."E perche' tu, non Cristo, e non Elia, , non il Profeta doni altrui il battesmo?. "Io battezzo nell'acqua, allor soggiunge Giovanni; ma tal v'ha che stassi in mezzo a voi, ne''l conoscete; edesso e' quegli che dopo me verrà, di me piu' forte quindi aggiungendo cui non son degno che il legame io sciolga de' comandamenti". - E quei gli dier le spalle:che' forse a sola insidia era il messaggio. L'altro mattin Giovanni a se' venirne, Gesù scorgendo, al popol col dito l'accenna, e sclama ecco di Dio l'Agnello! Eco del mondo chi il peccato toglie! Questi e' colui del quale io dissi viene tal dopo di me, ch'e' piu' di me, perch'era prima di me:ne' 'l conosceva io punto; ma son venuto
a battezzar nell'onda, accio' fosse ei palese in Israello". E ripiglio':" Lo Spirto io scender vidi dal ciel quasi colomba e soffermarsi sopra il suo capo. Ed egli m'era ignoto: ma chi mandommi a battezzar nell'onda, quegli su cui vedrai scender lo Spirto dal cielo e soffermarsi, egli e' quel desso che nel Santo Spirto battezza. ed io ciò vidi, e quindi testimonianza ne rendei solenne ch'egli e' il Figliuol di Dio. Tacque il Battista, Precursore ed Apostolo e Profeta fatto ad un tempo, anzi maggior di tutti i Profeti ei medesmo; che' soltanto veder da lungi e prenunziar sull'arpe il Sole di giustizia, il Re venturo, fu conceduto a'
vati d'Israello aggiungendo l'autore del poema Manifestato ad Israello e' il Cristo, il dolce puro ed innocente Agnello, dichiarato di Dio Figlio diletto dalla voce del Padre; e su lui steso ha l'ale di colomba il Santo Spirto. Ecco dell'insegnar s'apre l'aringo, E i discepoli accorrono al Maestro, quai cervi sitibondi a nuova fonte che di rupe spiccio'. Gesu' gli accoglie, ed a Simon trasmuta il nome in Pietro, che la pietra poi fia della sua Chiesa
[Lazzaro, probabilmente una variante di Eleazaro (Eleazar o Eliezer), è un personaggio dei vangeli, secondo i quali abitava a Betania, paese vicino a Gerusalemme, con le due sorelle Marta e Maria. Il Vangelo secondo Giovanni (11,1-44[1]) afferma che, morto a causa di una malattia, fu resuscitato da Gesù.
Lazzaro di Betania è venerato come santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e dalla Chiesa copta.] Il Messia si recò al sito della tomba del defunto Lazzaro Gesù, giunto al sepolcro, un'altra volta freme' dentro allo spirito: Una caverna scavata in grigia roccia era il sepolcro, e pietra enorme ne chiudea la bocca. Disse Gesù "Ne sia tolto il sasso": E Marta a lui : Deh mio Signor che imperi? Ahi ! già pute il cadavero, da quattro giorni sepolto!" Lei mirando fiso
"O Marta ei replicò, non io tho detto che se tu fede avrai, vedrai la gloria di Dio?" -Ne' piu' s'udi' la parola tolto vien dalla tomba il gran coverchio, e in alto il Redentor gli occhi levando così prese a parlare "O Padre, tu m'esaudisci, e grazie a te ne rendo; tu m'esaudisci, e grazie a te ne rendo; non già per me , ch'io ben sapea che sempre tu m'esaudisci, ma per questo il dissi popolo che m'attornia, ond'egli creda che tu perse' che mi mandasti" - In fondo all'avello spingendo il guardo allora, con quella voce che creò la terra e di stelle ingemmò le vie dl cielo, "Lazzaro vien fuor" disse, e repente il morto usci' fuor del sepolcro ancora avvolto nei funerei paramenti I piedi e le mani egli avea da nodi strette; tutte cinte da fasce eran le membra, e breve un lin gli copria la faccia, com'era in seppellir l'ebreo costume. "Lui sciogliete, Gesu' disse, volto a color che accerchiavano il risorto, si' che tronco abbia il passo" subito venne ascoltato e celermente del prodigio da lui compiuto si sparse e il nunzio di tal miracolo fe' d'onta non men che di spavento, impallidir de' Farisei la faccia: Perche' come negarlo, o con procaci dubbj scemargli fe', mentre son tanti, di certa fe', che coi loro occhi han visto Lazzaro redivivo uscir dal grembo del cupo speco,
ove la quarta aurora lui ritrovato avea, spoglia senz'alma, esalante di morte il tetro lezzo? * - Dopo tutto ciò Operato un portento, in solitaria parte ritrarsi il buon Gesù solea, per torsi a' plausi, e porger vivo esempio dell'umilta' che gli e' si' cara: narra vestusto grido, che al cader del giorno, le due pie sorelle, sfavillanti di gaudio, a cena amica i compagni di Cristo e un bel drappello accogliesser d'Ebrei si' che assieme a questi V'era in fra color piu' d'un teste' pur giunto chi dalla Grecia, chi di Roma: Ignari delle cose di Cristo, così avean sete d'impararne le geste e gli ammirandi ricordi ed i prodigi ed alla fine Asraello un di lor, poi che de' cibi spento fu il natural desio, volto a Giovanni(non l'araldo di Cristo, ma l'amato indivisibil suo fedel compagno), ruppe in tal dire "Tu che il diletto sei del gran Maestro, e in biona eta' di tanto senno fai prova, deh! gentil tu sgombra da' nostri occhi la nebbia: In esso il Cristo noi conosciam che fu promesso a' padri; che', fuor di lui, chi del sepolcro trare potri gli estinti? Ma straniere piagge noi gran tempo albergar. Di Roma io vengo dove in fasce tuttor m'addusse e crebbe il genitor, che appo gli Aurelij gradi tien banco e cambio: Nullo io so che ad esso spetti, cui credo, perche' il vidi, rotte di natura le leggi, al muto avello involar la sua preda". Allor Giovanni pien di foco divi la lingua e il petto, prese a narrar come in principio
il Verbo era, ed il Verbo era appo Dio, e Dio era il Verbo e la vita era e la luce, la luce vera che i mortali irraggia e come il Verbo si fe' carne, e venne ad abitar tra noi, e la sua gloria, gloria qual d'unigenito del Padre pieno di grazia e verità, fu vista. E qui in estasi cadde, a quella forma che rapito era in Patmo, allor che scese l'Apocalissi, e vi pingea l'ultrice man del Signor contra chi crudo oppresse la sua Sposa diletta, e l'empia donna sui sette col assisa, ed il trionfo dela Chiesa, e le nozze dell'intatto Agnello, e di vittoria i dì festivi * - Matteo poi favello': del divo Infante, disse i misterij, e il suo battesmo adulto, e 'l deserto, e 'l digiuno. e 'l demon vinto, e l'incoato ministerio. Il corso qui tronca a' detti ma appena finito di parlare * - Gesu' giunge quindi a Cana ove presente la Vergine si tiene un banchetto nuziale in cui improvvisamente viene a mancare il vino: ma il Salvatore invitati i servitori a riempire d'acqua varie brocche trasforma tra lo stupore generale l'acqua in vino Cntinuando nella sua narrazione Natanaele procede alla Descrizione della Galilea e del lago di Tiberiade =In Galilea ne' voi cresciuti all'ombra del monte degli Olivi o di Sionne forse ben tutti conoscete il vasto tratto di terre che ha tal nome, in ue partito l'alto che fu dato in seggio alle tribu' di Neftali e d'Aserre; e il basso ove dimora ebbe più dolce su colli aprici e dentro irrigue valli di Zabulonne e d'Issacarre il seme): In Galilea , diss'io, si stende un lago che da Genesarette il nome toglie. Di Galilea, di Tiberiade il mare detto è pur anche presso noi, che mare chiamar usiamo ogni gran lago: Cento s'allunga e venti stadj, e un terzo è largo. Gli dà l'onde il Giordan che dal natio speco di Bania uscito, e volte quindi per l'altro lago di Merom le alpestri linfe ancor torbe e ottanta staj corsi, dentro valle montana, alfin vi scende per indi uscirne, e mentr il varca un segno del suo passar con lunga riga imprime.Fresche e lucide ha l'acque, in cui la fronte specchiano i monti posti a cerchio, e ricca stanza è di pesci, grati al gusto, e preda larga alle reti. Sulle ombrose sponde augelli innumerevoli fan nido, od insegnano all'aure i lor concenti: e di selve e di rupi, in varie fogge sorgnti intorno, agreste scena adesca gli occhi del viandante In su que' lidi, e presso ove nel lago i suoi lucenticontinua a narrare Natanaele* umor versa il Giordano sorge Cafarno florida terra. Ivi Gesu' si trasse con la Madre e i discepoli, ma brevi giorni vi stette allor, benche' la stanza indi sia quella ove tornar piu' spesso e soggiornar piu' tempo egli ami * - Poco tempo dopo il Signor di qui il pie' ritolto, per quel cammin che piu' dritto men dal nostro lago del Cedronne al passo, venne a Gerusalemme; che' presso il giorno era di Pasqua:Profanato il Tempio ei qui trovo'. Chi buoi vendeva o agnelli, e chi colombe, e chi sedeva al cambio, delle monete, e ne tenea baratto:Contaminata la magion del Padre veggendo, arse di zelo, ed un flagello di funi intesto, li caccio' dal Tempio coi bovi e con gli agnelli, e al suol travolse i banchi, e le monete. Fiammeggiante di maestà divina era il suo volto, e dagli occhi gli uscia terribil raggio che frangea ne' cacciati ogni baldanza. Ma fu piu' mite a chi vendea colombe. Ed a questi sol disse "Itene altrove, ne' in casa di negozio si trasformi la casa di mio Padre". Ma i cacciati dal tempio si rivolgono al Messia con varie ed anche querule domande " e quai portenti, van gridando i Giudei, ti porgon dritto di tanto osar?" - "Voi questo Tempio a terra abbattete, ei risponde, ed in tre giorni io risorger farollo"."Esso fu l'opra di quaranta sei anni, ed in tre giorni redificar, esclaman colo, tu vuoi?" (Ma del suo corpo egl'intendea, che Tempio vero era di Dio.) Stolta Sionne che volontaria chiudi al lume il ciglio! * - Quindi Gesu' si intrattiene con Nicomede, stupito dei suoi portenti che era primo Tra i grandi fra i Farisei e le rende edotto di alcuni misteri della vera Fede sì chealla fine in fondo all'alma Nicodemo accogliea gli alti concetti, e iradiato sen partia e quindi allorche' vermiglia sorse l'lba indi a poco, Allor le torri dell'antica Sionne e i sacri colli abbandonando, ver le ondose sponde scese il Maestro ove il bel fiume ebreo, fra lenti salci e folti giunchi, accolti tutti alfine i tributi, ampio e tranquillo, al suo termin declina. Ivi il battesimo onde parlato a Nicodemo avea, Feaministrar da noi, suoi fidi, e tutti a lui correa la gente E del Battista i seguaci movendone querela, lor rispose l'Araldo: "In s'adempie la mia letizia:ei crescer debbe, ed io impicciolir: Chi dalla terra viensi, alla terra appartien ma chi dal Cielo vien, sopra tutti egli e' * - Il Salvatore si reca quindi in Samaria e quindi ove Giacobbe pur alzo' le tende e gl'idoli interrò. Gesu' vi giunse presso al poder che al suo figliuolo Gioseffo diede un giorno Giacobbe, e che ne serba il nome ancor. Dal gir pedestre stanco, sopra il pozzo ei s'assise, e volgea l'ora che altissimo del cielle vie discorre il sole, e scema lìombre, e piu' cocenti i rai saetta: Ed ecco giovin donna della Samaria la quale come tante altre volte l'urna in man recando, a trar acqua vien ivi . In lunghe trecce le brune chiome ha vagamente attorte,. E' certamente bella per gli occhi del mondo profano La Sichemita, e ne rassembran gli occhi stelle allor che escan dal mare. Ma del santo pudor sulle vermiglie gote non le sfavilla il dolce raggio, lume della beltà * - Ma senza alcuna esitazione non isdegna volgersi a lei con il parlar benigno Gesu', che vuol quel traviato spirto ricondurne a virtù."Donna , in gentile atto a lei dice, a ber deh!tu mi porgi". Al che, maravigliando, ella, Onde mai, sclama, onde avvien che tu da Giuda essendo , acqua a me chiegga? Ben sai tu che nullo con noi della Samaria han tratto od uso quelli da Giuda, che profana schietta osan chiamarci". Ed egli a lei:"se il dono di Dio tu conoscessi, e fosse aperto a te chi sia quei che ti dice porgi a me da ber, chiesto ne avresti forse a lui tu stessa , e un'acqua viva porto egli t'avria -"Signor la fune e il vaso tu non hai per attignere, e rofondo e' questo pozzo: come dir puoi dunque che l'acqua viva hai tu? Maggior sei forse di Giacob, padre nostro , il quale ci dette questo pozzo, e ne bebbe egli medesmo e la sua prole e il suo lanuto armento?" Ed a lei Gesu' disse " Ognun che beva di quest'acqua
avrà sete un'altra volta; ma chi bevra' l'acqua ch'io ministro non avrà sete in sempiterno: l'acqua ch'io gli daro', fonte in lui fia perenne vita che spiccerà fino ad eterna vita[Tra gli ebrei era diffusa l'opinione che solo i discendenti delle tribu' del Regno di Giuda (Giuda, Beniamino, Levi, Simeone) fossero "veri" e "puri" ebrei dopo l'Esilio babilonese, e che invece i non deportati samaritani discendessero esclusivamente dagli stranieri pagani deportati in Israele nel 722 a.C. per sostituire le popolazioni ebraiche totalmente deportate.
Al tempo di Gesu', l'ostilita' fra giudei e samaritani era ancora viva, i samaritani vengono considerati scismatici, se non veri e propri pagani. Gesu' stesso (Matteo 10,5[8]) proibisce ai suoi discepoli di predicare in citta' samaritane in quanto era giunto unicamente per le "pecore smarrite" israelite, non per altri popoli e culti.
Ma e' proprio per questo motivo che Gesu', raccontando la parabola del buon samaritano, sceglie uno di loro come esempio per spiegare l'attenzione che bisogna avere verso il prossimo (Luca 10,25-37[9]), mostrando che e' preferibile un "eretico", come un samaritano, che si comporta con amore verso il prossimo, di quanto non siano dei sacerdoti e dei leviti, le cui convinzioni siano del tutto ortodosse ma che si comportino senza alcuna carità verso il loro prossimo. Il vero credente, per questa parabola, e' chi nelle azioni segue l'esempio di Cristo, e non chi si reca al culto nel tempio piu' "ortodosso". Gesu' attraverso la parabola vuole quindi enfatizzare l'importanza della morale, della compassione e del giusto comportamento da tenere nei confronti degli altri, anteponendo quindi l'amore e l'etica alle formalita'.
Lo stesso vale per l'incontro con la samaritana al "pozzo di Giacobbe" (Giovanni 4[10]), il cui comportamento e' ancora piu' "paradossale" in quanto lei, anche persona dalla vita scandalosa, e' capace di comprensione di cose che i credenti ortodossi, che pure hanno avuto l'educazione necessaria per comprenderle, non arrivano a capire] * -La giovane Samaritana chiede a Gesu' di darle l'acqua di cui sta parlando e poi apprendendo che Egli sa tutto di lei e della sua vita scandalosa muta il discorso dicendogli "Ah veggo ben, la donna grido'; che tu Profeta sei. Deh sgombra or dunque un dubbio dal mio cor: Su questo monte ( e col dito il Garizzim gli accenna che l'altero suo vertice levando sopra di or l'ombra spandea, su questo monte adorano i nostri padri Iddio, e voi dite che in Solima adorarlo fa di mestier - Donna, Gesu' rispose, credi a me, venne l'ora in cui ne' questo monte, ne' Gerosolima fia 'l loco ove adorar dovrassi il Padre: I veri adorator del Padre a lui tributo daran di culto in veritate e spirto; che tal culto ei ricerca. E' spirto Iddio, e adorarlo chi sa cosi' l'adori, in veritate e spirto. La Samaritana sa che si e' sparsa la voce che stia per arrivare il Messia e che come venuto, egli sarà, di quanto or giace occulto rimosso il vel, tutto farocci ei conto, come il sole che il mondo empie di luce". Ed a lei Gesu' disse :" Io son quel desso. Io son quel desso: io che parlo
con te". L'urna dell'acqua ivi lasciando, che' all'umor celeste dissetata s'e' gia', l'avventurosa Samaritana a' cittadini alberghi vola, e in quanti s'imbatte .al pozzo, al pozzo, al pozzo di Giacobbe ite veloci, ed ivi un uom mirate, il qual mi disse quant'io fessi pur mai. Non egli il Cristo saria?": le sue parole guidano una gran folla che estasiata si raccoglie attorno al Messia esclamando gli astanti Oh veramente e' questi il Salvator del mondo!". Gesu' si trattiene quindi due giorni tra i Samaritani per poi dipartirsene il terzo, continuando a predicare tra l'esultanza di tutti, giungendo in fine a Cana dove sulla scorta della fama del suo miracolo nel cambiare l'acqua in vino gli corre incontro un grande in corte d'Erode. Infermo in Cafarno gli giace, e speme il tragge che Gesu' gliel risani ed il Messia, al fine commosso dal dolore di un padre, lo avvisa che il figlio e' guarito cosa che, fra molti lodi poi rivolte a Gesu', recandosi a casa il dolente padre apprende: ma già Gesu' sempre scortato da gran folla accede al lago di Tiberiade * -Del mar di Galilea lungo le arene che ricevon di zefiro lo spiro, siede Betsaida, umil casale, albergo di pescator. Quivi Gesu', da Cana disceso al lago, un di' movea solingo: ma il vide alcuno, e ad altri il disse. A frotte il popol corse, e gli fea ressa e calca si' da vicin, che di lasciar la spiaggia vaghezza il prese, e d'allargarsi in mare finalmente in tal luogo il Messia " Due barche al lido vote ei mira. Usciti eran da quelle i pescatori, e in tera stavan forbendo le lor reti: in una d'esse egli entra e s'acconcia, ed era quella di Pietro, e il prega che dal lido alquanto lo dilunghi. poi la', di mezzo all'acque, del navicello assiso in sulla sponda, le turbe egli erudia, che disiose, tendean l'orecchio dalla spiaggia. Fine al sermone indi imposto, e a Pier rivolto "La tua barca, ei gli dice, in alto or pingi, ed a pescar getta le reti" E quegli, "Maestro, esclama, noi l'intera notte affaticammo, e non pigliato un solo pesce civenne. Pur tu'l dici, e tosto la rete io gitto". In grembo all'onda, che par festoa la raccolga e baci, scesa appena e'' la rete , e carca e colma già di preda e' cosi', che nodi e maglie sta per romperne il pondo . Poco dopo dall'altra barca gettano la rete Andrea "Jacopo e Giovanni, di Zebedeo gemina prola e pure in questo caso la pesca e' abbondante sì da risultar riempite di prede entrambe le imbarcazioni: Tutti son colti da stupore e Pietro inginnocchiatosi innanzi a Gesù esclama "Da me Signor, deh ti diparti: io sono un peccator" Ma Gesù, fitti in Pietro occhi soavi, "Non temer disse, d'oggi innanzi preda tu ben d'altro farai".. Sui sacri passi iti eran gia', del bel Giordano all'acque, Pietro, un tempo, ed Andrea: ma la possente chiamata adito non ne avean pur anco. Solenne or di questa e'
il suon "Venite, ei dice, dietro a me; d'uomini farvi pescatori vogl'io. Ne' que' son lenti, le reti abbandonando, a girgli appresso: in simil guisa gli altri due fratelli indi a se' chiama, e questi pur le reti abbandonando, e colle reti il padre ed ogni cosa, tratti i legni in terra, le sante orme a calcar s'affrettano lieti. * _ Dopo questi eventi Gesù attraversa le città prossime al lago di Tiberiade facendo miracoli e molti guarendo tra cui la vecchia madre di Simon Pietro afflitta da una grave febbre = la sua fama si estende per ogni dove e frotte di persone lo seguono finché egli nondecide di trapassare sull'opposta riva del mar di Galilea dicendo ai propri seguaci "Compagni...All'altra spiaggia passiam" calma è l'acqua ma poi improvvisamente viene sconvolta da una tempesta violentissima si' che segue Furia di venti , e il mar levarsi in alto e nella barca irrompere, che d'acqua già colma sopra, acqua pur anco accoglie ne' sdrusciti suoi fianchi: Ed egli intanto dormiva in sulla poppa, il divin fronte sopra un guancial posando: sempre NATANAELE racconta come lui con i compagni del Messia terrorizzati a lui si rivolgono urlando onde svegliarlo Noi ci stringemmo pallidi e tremanti, che' in fondo gà ci tenevam del mare. "Deh ci salva, o Signor! Di noi ti caglia! Noi nell'onfe affondiam! Mira, siam presso a perir!" Queste grida, e questi lai lo risvegliar "Di poca fede! esclama, perche' al timor date ricetto?". E in volto gli si leggea: "Con voi non sono io forse??". Sorge, ciò detto, volge in giro i rai. E com imperador di forti squadre che i suoi guerrier con aspro dir rampogni, tremendo in vista sgrida i venti e i flutti irati. E tace il vento, e placidissima calma si stende sopra il mar, che l'onde burrascose rispiana, e speglio sembra che rifletta del ciel l'azzurra imago, se non che tracce di canuta spuma della spenta procella ancora fan fede. Sacro spvento a tal prodigio l'alme agita de' nocchier nell'altre cimbe, che bianchiin viso l'un coll'altro a prova, si van chiedendo chi costui mai fia? ai
venti e alle tempeste egli comanda, gli obbediscono i venti e le tempeste" a questo punto si interrompe la lunga narrazione fatta da NATANAELE durante il convito a Cana e prende a parlare il giovane ITURIELNatanaello proseguia: ma ruppe il suo discorso la cortese voce d'Ituriel, giovin di pronti spirti nel cui petto scorrean materne stille del sangue maccabeo: Costui si volse al raccontante e con parlar leggiadro "Mira le dolci nostre ospiti, disse, di vin più fresco, e d'onda or ora attinta, fatto han recar vasi novelli. All'arse labbra ristoro porgi or dunque , e alquanto ti posa che' a narrar se il retto io scerno, assai t'avanza, e mentre taci, io spero, ne' indarno spero, che alcun altro sorga a pinger del Battista i lagrimosi casi. In Atene io m'era, e fama venne che, martire del vero, acerba morte egl'incontrasse, ma ne tacque il modo. Cel narri, adunque alcuno di voi, ne' badi se de' tempiegli alquanto il confin varchi. Che' di Gesu' non più turbata e sciolta, giunta a quel passo correrà l'istoria" smesso di parlare ITANIEL prende la parola BARSABA = Barsaba allor levossi, al qual di Giusto fu dato il nome, e sì parlò:L'incarco che tu proponi Ituriello, io lieto assumerò; che' il tuo desio mìe' dolce, seguace del Battista, il rifulgente astro che del Signor le vie precorse, ritrarne io ben posso l'occaso: Ascolto prestami adunque, e nel mio dir t'affida : da questo punto inizia la dolente narrazione di Barsaba in merito alla drammatica e tragica vicende , come di seguito si legge, della MORTE DELL'ARALDO DEL SALVATORE * -Erode Antipa, in Galilea Tetrarca, arse d'immenso amor per la vezzosa Erodiade, che moglie era a Filippo, Tetrarca in Iturea, di lui fratello; che' d'Erodo il Primier ambo son figli: L'araba sposa dalle brune braccia, prole d'Areta, ei rimandò; ritolse Erodiade al fratello, e nel suo talamo pose costei che a un tempo gli nipote e cognata e druda e moglie. Questo d'iniquità cumulo osceno infiammò del Battista il santo zelo. E le nozze impudiche, e la mal tolta mogliera egli increpava, e il turpe esempio che dal trono sui popoli scendea: * - Erodiade non e' però soddisfatta del solo imprigionamento del Battista di cui vuole la morte ed approfitta allora del giorno in cui si tiene una gran festa ricorrendo i natali di Erode: sua figlia Salome' quasi ignuda sotto sapienti veli danza inebriando gli astanti e Sopra ogni altro Erode ne ha 'l cor rapito, e sì le parla:"Oh vaga fanciulla, che con te la gioia porti e e sei delizia degli sguardi, io voglio a te, qual merti, par di mercede. Checche' ti piaccia, a me dimanda e tosto io tel daro'; fosse pur anco, il giuro, la meta' del mio regno. Salome' gioisce e veloce s'avvicina alla madre per sussurrarle "Che chieder deggio, o madre?" e la proterva a lei grido': la testa di Giovanni Battista. Salome' obbedisce alla madre facendo la terribile richiesta, Erode tentenna ma rammentando la promessa fatta innanzi a tanti concede si' oscena azione Onde un messo spedì, che il sanguinoso dono arrecasse: Corse il messo in fondo al carcer tetro, ove sereno in volto, presago del suo fato il santo araldo morte attendea bramoso.Entro a' capegli la sinistra gli avvolse, il curvo ferro vibro' coll'altra, e il venerando capo gli spicco' dalle spalle, indi ritorno fe' nella sala del convito, e il nudo
Teschio, orrendo a dirsi, sopra un disco recando, il diede alla fanciulla, ed ella tosto il porse alla madre , e fu satollo il fier desio della procace moglie. Ma già sazia non fu la sua vendetta perche' uno spillo che di spada a foggia aureo portava nelle trecce, tolto, aureo portava nelle trecce, tolto, con quel la lingua del Battista per punir la santa libertà del parlar che i suoi lascivi amor riprese ed i nefandi esempli * - CANTO SESTO * - A questo punto riprende a parlare NATANAELLO = Del Battista alla morte onor di pianto, dato quel s'addicea, l'eletta schiera de' commensali con bramose ciglia fisa in Natanel, dalle sue lAbbra novellamente pender sembra: il pio desir veggendo, all'interrotta istoria ei riannoda le fila in questi accenti. Il maestro io lasciai sul Galileo lago, placato dal divin suo cenno, e a lui cola' ritorno. In dolce calma l'onda posava, e il navicel sospinto da' remi, tutta la notte solco' l'acque, e col novello di' giunse alla spiaggia che guarda il lato donde l'alba i primi splendor fuor mostra e ne riporta il giorno = continuando il racconto NATANIELE si viene ad apprendere che due invasati e posseduta da demoni si accostano al Messia, ed un d'essi da lungi visto Gesù, corse qual lampo, al suol buttossi, l'adorò prosteso, e sclamò con gran voce: "A far che teco, hommi, o Gesù, figlio di Dio superno? Venistu' pria del tempo a tormentarci? Te per Iddio scongiuro onde non vogli meco infierir", si' che, però, il Messia gli ordino' "Immondo spirto da costui t'invola: Legion si nomava il malo spirto, che' a mille a mille i demoni avean seggio dell'infelice nel vessato petto, e ad essi che glien movean caldo pregar permise degno agl'immondi spirti immondo ostello, d'irsi a cacciar dentro un setoso armento che i paschi ricopria del vicin colle, due migliaja di capi, e che furente gittosi al mar dove trovo' sua tomba * ancora narra NATANAELLO che mentre il Messia A "Cafarno suo fido ospizio" predica ed insegna innanzi a gran folla con uniti Dottori della legge e Farisei Giunse in quella uno stuol che un uom recava sopra d'un letticciuol. Da cruda oppresso paralisi ei languia. Porlo dinanzi a Gesu' que' sospirano; ma il denso popolo, ch'ogni ingresso ingombra e stipa lor precide la via. Del tetto al colmo poggian isnelli , e di lassu' l'infermo calan con funi sul suo picciol letto, la' ve' insegna Gesu'. Lor fe' veggendo, egli a lui dice "Figluol mio, t'affida rimesse a teson le tue colpe" e tosto gli Scribi e i Farisei dentro a se stessi pensar "Costui bestemmia; e che le colpe rimetter puo', salvo che Iddio ma il Messia che legge entro di loro prontamente replica E, "perche', dice lor, nell'alma albergo date a pravi pensier? Qual a voi sembra di queste due la men difficil opra; o il dir : rimesse a te le colpe sono? ovvero il dir : Sorgi e cammina? Or dunque accio' sappiate che dell'uomo il Figlio ha il poter di rimettere le colpe sopra la terra, eco io tidico: t'alza togli indosso il tuo letto e a' tuoi riedi = dopo queste parole esultando il malato vien sanato e tra lo stupore e il giubilo della folla si riunisce ai propri congiunti * ma non s'arresta il raconto di NATANAELLO che aggiunge come "tra Cafarno che siede al lago accanto e la foce ove al lago i flutti mesce il bel fiume" Gesù presso la spiaggia ei vide un Pubblican , che de' tributi al banco, riscotitor solea, Levi, d'Alfeo figluol, da noi Matteo chiamato, egli era ( E sì dicendo, l'acceno' col guardo). "Sieguimi a lui disse Gesù . Di tratto sorge Levi e lo segue, e non lo addoglia del terren oro il ben caduco per acquistar, col girgli dietro, eterni tesori in ciel Matteo colmo di gioia allestisce per il
Messia un gran convivio cui partecipano pubblicani ed altri ancora e NATANIELLO rammenta ancora Si turba a quell'aspetto il sospettoso germe de' Farisei e, "Donde a noi con bieche ciglia conversi, onde avvien, che il vostro Maestro in convivial gioja s'acconta con pubblicani e peccator?" : Risponde per noi Gesù che ne' cor vede, e gli egri del medico aver d'upo, e non chi lieto va di bella salute, e se' venuto ad appellar a penitenza ei dice, i peccatori e non i giusti . Il labbro chiudon color, ma nuovo tempo e nuovo destro aspettan di nuocergli
infatti "appena due spiche" da' discepoli colte, e fra le mani trite, e gustate nel passar d'un campo, destan nel sen di que' protervi fiamme di falso zel, quasi del di' festivo, la santità si violasse orrendamente: Gesù lor ricordò l'esempio dell'Isaide quando errante e lasso, del turbato Saul fuggendo l'ira, il pan santificato in Nobbe tolse, e a se' la fame ed a' suoi fidi spense. De Sacerdoti indi accenno', che il festo giono rompon nel Tempio, agnelli e tori svenando a' sacrifizj, e le immolate ostie scuojando, ed esca ognor novella ministrando alle fiamme . E radiante, come sol che improvviso esce da' nembi parla il Messia di cui NATANAELLO riporta le parole Io dico a voi che qui maggior del Tempio tal v'ha: se voi ben intendeste il detto che da Dio vien: più la pietà m'è cara che il sacrificio; non dareste colpa ad innocenti: Per l'uom fatto è il sabbato, non pel sabbato l'uom.Dell'uomo il Figlio ha quindi anche sul sabbato l'impero" * aggiunge poi NATANAELLO che, presentandosi al Salvatore un uomo dalla "mano destra inaridita", essendo giorno sacro al riposo" i Farisei van chiedendosi se mai violando la legge mosaica Gesù avrà l'ardire di curarlo ma il Cristo che legge nell'anima degli uomini di rimando = E tra voi indi esclama evvi alcun forse cui dove incontri ch'entro un fosso caschi unasua pecorella in di' festivo, non si chini e l'aiti e fuor la tragga? Ed assai più di un'agna un uom non merta?" Sdegnose alfin le luce in lor confisse, ipocriti confusi in muto aspetto, e de' lor cuor la cecita' gl'increbbe. Poi disse all'egro "La tua destra stendi" di modo che come ancora afferma Natanaello ei la stese, risanata ed agile come la manca. E voi che feste o Scribi, o Farisei? Forse al suo pie' cadeste in mirar si' grand'opera? Iniqua schiatta Voi di farlo perir, vile consiglio con un'altra teneste Infida setta, gli Erodiani * NATANAELLO cita poi il caso di un posseduto che Gesu' libera dal demonio si' che mentre la gente esulta i Farisei si lasciano andare ad oscure considerazioni sui rapporti a lor parere impropri del Cristo con i demoni ma il tutto è l'occasione per NATANAELLO di una considerazione estremamente negativa sui Farisei a suo dire perpetratori in tal caso ancora d'un'altra Bestemmia orrenda si' che nel ridirla il sangue mi s'addiaccia nel cor _ ma che favello? Di questi falsi sapienti il tosco su lui continuo si distilla e piove men crude in Galilea, più fieri ed aspri nelle Giudee città, ma draghi e tigri del Tempio all'ombra e di Sion sul colle ove a spegner i suoi giorni, in dirlo io fremo!Or aperte, or occulte ardiscon trame, d'ampie menzogne e di calunnie fabbri * Fluido scorre il racconto di NATANAELLO che menziona alcuni miracoli del Messia per primo egli menziona il disperato caso d'un uomo del quale n'è Giairo il nome , archimandrita nella scuole. Anelo egli corre al Maestro, e come è presso; cade a' suoi pie', l'adora inchino, e il prega pietosamente: Alla sua casa addurlo egli disia. Quivi
ha una dolce figlia tenro fior che in sul mattino suo primo piega all'occaso già. Con caldi accenti ei fa forza a Gesù "La mia diletta figlia, lassa!, ahi sen muor. Ma tu deh vieni, e la tua man sull'egro capo imponi, acciò sia salva e viva" Il buon Maestro
s'alza a que' detti, e con lui va. La fida sua schiera l'accompagna, e il popol seco è a questo punto nel fiume di folla allorché una donna emorroisa da 12 anni tormentata da continui flussi di sangue sperando di guarire nascostamente s'accosta al Messia e lo tocca convinta d'esser guarita, cosa che di fatto accade: Gesù s'accorge, contro il parere d'altri, di tal contatto, atteso il flusso di energia sentito da se stesso fluire ad altra persona. Di rimpetto alla sua esclamata convinzione la povera donna tremebonda gli si prostra innanzi confessando quanto fatto ma Gesù La guarda e dice " Ti consola,
o figlia, Te salvò la tua fede. In pace vanne, e del tuo mal sana rimanti" ma il perorso alla casa di Giairo ha un drammatico imprevisto in quanto un tal venne e a Giairo gridò "Morta è tua figlia a che il Maestro oltre molesti?".
Udia Gesù que' detti, e l'angoscioso padre sì confortava "Ogni dubbioso affanno t'esca dal sen;credi soltanto e salva ella sarà". Poi di Giairo al tetto giunge, e le soglie ne trova
ingombre del corteggio de' morti. Ai mesti flauti chi dava il fiato, e chi lamenti all'aure mandava acuti: di singulti e lagrime e di gemiti un suon feria di chi passava per la via. Si volse alla querula turba e "Donde il pianto? Gesù lor disse: Itene pur chè morta non è, ma dorme la fanciulla". Un ghigno dileggiator, ch'estinta ell'è, risponde: Ma tutti quinci ei gli disgombra, e solo con tre suoi fidi, e con la madre e il padre della fanciulla, ove di vita scosse ne posan le membra in sulle piume entra, e s'accosta, e lei per man prendendo, e ad alta voce favellando "Sorgi, o mia fanciulla; esclama: io son che il dico". Al cenno invitto, riede in lei lo spirto, ed ella sorge, e volge intorno i rai, scintillanti di vita e di contento ed una volta espletato tal prodigio altri ancora ne compie come ridar la vista a due poveri ciechi recatisi a supplicarlo * ma dopo questi miracoli NATANAELLO ne narra uno destinato ad accrescere l'odio dei Farisei avverso Gesù
Intanto ricorrea il d'Israello il dì solenne, ed a Sionne i peregrin deevoti correano a stuoli
a celebrar di Pasqua i sacrificj. Alla città rejna torna egli pur, ma il suo tornar d'un alto prodigio splende immantinente, e tutta Gerusalemme sen commove al grido, onde il fiel Fariseo più s'inacerba e così racconta NATANAELLO Evvi, e il sapete, in Solima un gran stagno, a cui dell'onde sue manda il tesoro di Gihon la fonte suburbana. Siede esso alla porta ond'han per legge ingresso le leggi elette a' sacrifizj, e quindi la piscina profetica s'appella. Da cinque logge in vago ordine è cinto il ricetto dell'acque: Entro i capaci portici giacenteivi giacea caterva di laguenti, che hal tutto han perso il lume deglio occhi, e chi de' piedi offeso e in molte sconce maniere, o delle memba è monco, arido, attratto. D'essi ognun bramoso stava aspettando l'agitar dell'onda; che a tempo a tempo nello stagno scende, l'Angiolo del Signore eturba l'acque, e chi primier nella piscina cala dopo scosse le linfe, ei n'esco mondo, qual siasi il morbo onde gemea dogliosi ma sol risana chi s'attuffa il primo, poi dell'alta virtù si spoglian l'acque così parla NATANAELLO per poi aggiungere Un meschino infra gli alti ivi giacea in sul carretto al suo lettuccio affisso, cui da trenta e otto anni, eran le membra da parlasia storte e perdute: I lumi sopra costui pose il Maestro, e vide che da gran tempo ei dolorava, e "vuoi risanato esser tu?" disse pietoso. "Uomo io non ho, rispose quei, che amico me nello stagno immerga , allorché l'acque ne fur turbate. Onde l'infermo fiancomentre della piscina all'orlo io traggo, pria di me vi si getta altri più snello, e salvo ei n'esce, ed egro, Ah lasso! io resto": Divinamente maestoso, a lui
disse Gesù:"T'alza e cammina". Ratto balza in piedi colui, gagliarde e sciolte si risente le membra, in sulle spalle si reca il letto, oh meraviglia! e franche orme imprimendo si dilegua a' sguardi: O del Signor
somma bontà! Gli afflitti ei rasserena, d salute agli egri, e d'umiltà, di carità perenni ministra esempli, e ne' cor modi accende, vivo l'amore della celeste fede eppure ancora NATANAELLO cita l'ostilità suscitata da questo prodigio dai nemici del
Messia ed ecco alto rumor menarne, e infeste i Farisei muover di ciò querele, quasi Gesù, per violar la legge, nel sacro dì sforzi ad obbedir natura: Iniqua accusa, e più che iniqua stolta, che ognor rinnovellata, ognor in onta su lor ricade e più gl'incolpa ai felli Gesù rispose "Opra mio Padre sempre, ed opro io pure in un con lui" Ma l'ira de' Sacrdoti con più crude vampe ne riarde, e alle turbe in fier sembiante volti, vorrian pur trarlo a morte, reo lui del sabbato infranto alto gridando, ed ancor più dell'aver detto padre essergli Iddio, con ch'egli a Dio sè pari facea. - Rispose alla maligna stirpe in tai sensi il
Maestro. il vero io dico; cosa non può far il Figlio, la qual cosa non abbia visto ei fare al Padre, quanto fa il Padre, lo può far da se stesso il Figlio, perché il Padre ama il Figlio, e nulla ascosto gli tiene di qunto egli opra: E ben più grandi cose vedransi, portentose e forti, ch come il Padre i morti sveglia, e vita in essi infonde, così pure il Figlio vita in cui vuole infonde. Il divin Padre * Sempre NATANAELLO spiega, come dopo siffatta divina concione, non stanco ma nei suoi pensieri assorto, il Messia s'avvia con i suoi discepoli per seguito per sostar allorquando sceglie i dodici apostoli Pietro, Jacopo, Giovanni, Andrea, Didimo, Filippo, Bartolomeo, Matteo, "Jacopo novello d'Alfeo progenie", il "cananeo Simone, Zelote detto", Taddeo e Giuda Iscariota * Di seguito lo stesso NATANAELLO narra come Gesu' diceso un po' del monte ad una landa ove siè raccolta un'enorme folla, stando su un'altura per esser udito da tutti, tiene il DISCORSO DEL MONTE iniziando a dire ad alta voce Beati i poveri di spirito: ad essi il regno de' cieli s'appartien: Beati i miti, la terra fia retaggio lor. Beati quei che in pianto si struggono: letizia li colmerà: Beati quei cui punge e fame e sete di giustizia. pago a sazieta' fi 'l lor desio. Beati ancora i pietosi d'altrui: pietà sovr'essi risplenderà: Beati i puri in core: d'Iddio la facia mireran. Beati i pacifici: ad essi il caro nome di figluoli d'Iddio: Beati quelli che soffron rio travalio, per amore della giustizia: a lor de' cieli è il regno. Oh voi felici quando l'onte e i danni e il maledir degli uomini sul capo vi piomberan per cagion mia! Gioite allora e festeggiate; ampia v'aspetta ricompensa nel ciel: Molestie e guerra per sostener dal mondo i santi profeti * Ma nel racconto NATANAELLO non mancano ammonizioni del Messia quando afferma Ma guai!, guai! dico, o ricchi, a voi,; che' il vostro gaudio già riceveste. Guai a voi satolli! Nell'altra vita vi sara' di strazio perpetua fame. Ed a voi guai che in riso e in gioja state! gemebondi e 'n pianto un di' starete: Ed a voi guai, se il mondo vi benedice! che solea lo stesso far co' falsi Profeti il mondo antico rammentando poi sempre NATANAELLO queste altre affermazioni del Messia Il vero io parlo. Alcun di voi non pensi ch'io sia vento a sciogliere la legge od i Profeti: Non a sciogliere venni, ma ad adempir: quanto io insegno, impresso custodite nell'alma. Il ciel, la terra trapasseran, ma non le mie parole. "Udiste che agli antichi fu già detto : ed in tal modo proseguono le parole del Salvatore Tu non ucciderai.Or io vi dico. Non adirarti col fratel, ne' scherno fargli od onta od oltraggio in voci o in opre; che' puniria te di Geenna il foco. Ma quando stai per far l'offerta al'ara se cola' ti rimembra che il fratello alcuna cosa ha contra te, l'offerta posa avanti all'altare, e ratto corri a rannodar col tuo fratello la pace: Poi ritorna, e il tuo dono offri all'Eterno. Ne' solo i falli pernargli e l'onte tu dei, ma i gravi ed i minor difetti in lui non iscrutar, ne' sporgli in faccia al mondo, e innanzi risguardar te stesso; che' mentre altrui lieve cavar
pagliuzza vuol dagli occhi l'ipocrita, non mira qual s'abbia ei stesso ne' suoi occhi trave. * Aggiungendo ancora, come riportato da NATANAELLO, il Messia Udiste che agli antichi fu già detto; non fornicar. Ed ecco or io vi dico ogni uom che l'altrui donna vien mirando per concupirla, egli è nel cor già reo d'adulterio con lei. Sia monda l'alma, sacra del nodo marital la fede; quei che congiunse Iddio l'uom non disgiunga ancora dicendo di seguito Udiste che agli antichi fu già detto: non spergiurar: Ed ecco ora io vi dico: non giurar nulla affatto; ne' pel cielo, perche' trono e' di Dio, ne' per la terra, che fa sgabello all'immortal suo piede;
* Vero e proprio io narrante del poema NATANAELLO di seguito rammenta ulteriori parole del Cristo: Udiste , prosegui', come fu detto , dente per dente, occhio per occhio: io dico non forza a forza oppor: ma se la dritta gota alcun ti percosse, e tu la manca gota a lui porgi ancora. E se la veste uom contender ti vuole, il pallio istesso tu gli concedi...Cio' che dagli altri a te medesmo fatto vorresti , agli altri il fa... ed ancora Udiste, soggiungea, come fu detto, ama il prossimo tuo, ma l'odio serba pel tuo nemico: Ed io vi dico: Amate anche i vostri nemici; chi v'ha in odio beneficate... integrando poi il tutto col riportare siffatte parole del Maestro Deh non vi prenda voglia d'oprar vostre buon'opre in facci agli uomini col fin che ne sian viste; perche' altrimenti non ne avrete premio, del vostro Padre ch'e' ne' cieli: in quella che tu limosinando altrui soccorri, non imboccar innanzi a te la tromba, siccome ne'ginnasj e ne' crocicchi degl'ipocriti e' stile, affin di trarne onoranza al mondo..." * Citando ancora NATANAELLO ai convenuti questi importanti parole del
Messia sul modo di pregare Dio : E quando innalzi a Dio preghiere, non seguir l'esempio degl'ipocriti, ognor d'orar gelosi ne' ginnasj, pe' fori e 'n su' crocicchi, acciò li vegga il mondo...Ma tu come d'orar ti riconsigli ntra nel tuo cubicolo, e ne serra l'uscio, e in segreto al tuo Padre prega e il Padre tuo che nell'occulto vede, ten renderà buon cambio: E quando preghi, non ti stemprr in molti accenti. Al Padr quanto puoi d'uopo aver, già tutto è conto, pria che tu 'l chiegga completandosi siffatta riflessione del Salvatore con queste straordinarie parole A lui si' dunque prega: o Padre Nostro, che ne' cieli hai sede, s'alzi al nome tuo eterna lode. Venga il tuo regno: il tuo voler sia fatto, così in cielo come in terra. A noi pel vitto oggi il pane largisci: I nostri falli a noi perdona, come a chi n'offese noi perdoniam. Deh non lasciar ci vinca il tentator nemico, e al mal ci togli concludendosi il divino discorso con queste considerazioni avverso l'umana avidità di ricchezza Chiedi , e otterrai, ritroverai se cerchi, ti s'aprirà, se picchierai: Ma largo sii nel Recar a chi n'ha d'uopo aita: Date, ed a voi dato sara' , ricolma si versera' nel vostro sen misura. L'oro a che vagheggir? Servire a Dio in un tempo e a Mammone è pensier folle, ne' sulla terra accumular tesori vostro studio esser dee, ma si' raccorli u' temer non saprian rugginee terme, ne' man rapace che gl'involi i santi tesor tesor del cielo. Innanzi a tutto, il regno di Dio cercar, e la giustizia vuolsi... * NATANAELLO rende qindi conto delle reazioni della folla Qui tacque e sorse il gran MAESTRO.Attonite del suo saper, le acoltatrici turbe sclamando ivan tra lorOh qual novella dottrina è questa!
e qual virtù d'accenti! Nulla s'udì mai pari in Israello. Ei premj e pene, ei vita assegna e morte, legislator e giudice e monarca! E tanta autorità gli sta sul labbro con tanta grazia, che rapite e vinte, s'arrendon l'alme, e gioja n'han suprema e continuando nel suo resoconto NATANAELLO rammenta una serie di prodigi del Messia come la guarigione d'un lebbroso e quella del giovinetto servo d'un centurione romano ed il prodigio da tutti celebrato qual testimonianza del suo divino potere del richiamo alla vita d'un fanciullo della città di Naimo, già portato in corteo funebre e disperatamente pianto dalla madre già vedova peraltro * - CANTO SETTIMO * - l'autore del poema continua a far parlare il suo io narrante Molto in breve or restringo, onde m'avanzi tempo a finir pria che le cime indori de' monti Nabatei l'alba novella; disse Natanaello, indi seguia.. Ai cantici di laude onde giulivi di Naimo a lui suonano i bei poggi, si sottragge il Maestro, e riede a' lidi del mar Genesareo: Quivi l'eccelsa Tiberiade l'accoglie, e la pescosa Betzaida, e Cafarno, e a questa appresso Corozaimme dalle grigie torri oltre il Giordano, e Dalmanuta, e l'ultima Gamala che sboccar dal lago mira limpido e baldo il sacro fiume. in quelle amene prode, e per le attigue valli a lungo il moderno poeta fa descrivere a NATANAELLO la geografia dei luoghi percorsi da Gesù e spesso fin del Libano alle falde, del Tabor, dell'Ermonne e del Carmelo spignendo il corso, dal pomoso autunno al primo verdeggiar di primavera senza posa ei s'aggira, or della legge nelle scuole sponendo i sensi ignoti, or sulla spiaggia e negli aperti campi dirozzando le turbe, e con portenti, all'altrui ben, qual dardo a segni intesi, valorando i ricordi: ma nel contesto di tutti questi spostamenti il momento più arduo coglie il Messia nel suo soggiorno al borgo patrio sepur non natio dove gli eventi inducono Gesù a pronunciare la frase che "Nessuno è profeta nella [propria] patria" affermazione che nei Vangeli sinottici è appunto connessa ad una visita di Gesù alla sua città di Nazaret, dove partecipa alla liturgia della sinagoga: nel vangelo di Luca, applica a sé la profezia contenuta nel Libro di Isaia (61,1-2[9]) riguardante il dono dello Spirito Santo al consacrato (Messia) del Signore. La reazione dei Nazareni verso Gesù è il rifiuto, ed ivi Gesù pronuncia la frase in questione. In Giovanni, invece, l'affermazione appare nel contesto (più vago) di un ritorno a Nazaret di Gesù dopo una festa di Gerusalemme. Con il piacevole poetare del Bertolotti sempre NATANAELLO esprime l'evento adeguandosi a quanto scritto dall'apostolo Luca A Nazarette un dì pur torna, e quella patri ingrata, che la culla non diè, dargli la tomba empia desia D'un invisibil velo ei si circonda, e tra l'avversa frotta, che urlante ed ebbra e per furor delira, lui dall'alto scagliar d'un masso anela, passa tranquillo. Sull'iniqua terra far dal cielo ei potea piover le fiamme vendicatrici, ma pensier non cape nel suo cor, che non sia mite e benigno: perdonar sempre, e giovar sempre, e sempre amar chi più l'offende è suo costume: tal che legge d'amore è la sua legge, e il suo giogo è soave, e la sua salma a portari è leggiera * - Nel poema continua poi NATANAELLO a parlare dicendo Onde veggendo languir le genti derelitte e lasse, di gregge a guisa cui pastor non guardi, pietà sentinne: a sé chiamò l'eletto Collegio degli Apostoli, ed un'altra volta lor diè l'alta virtù di porre in fuga gl'immondi spirti e i morbi. Essi il reame a predicar di Dio, ed a sanar mandò gl'infermi: Il solo baston che regge a' viandanti il passo prender lor disse, e non bisaccia o pane, né moneta nel cinto, o doppia veste * - NATANAELLO narrando di Gesù poi dice Al lido alfin ove a Cafarno il mar fa di sé speglio, si riconduce: Ivi hospital banchetto de' commensali e di lautezze pieno, lo ditenea, quando sul fior degli anni e di beltà nello splendor più caro, ma dolorosa de' passati falli, entra una donna nel triclinio, e corre accesamente a lui rincontro. E' dessa la Maddalena A' sacri pièé prostesa, del suo pianto gl'irriga, e caldi baci sopra v'imprime d'odoroso unguento li cosparge, e ribacia, e colle trecce. disciolte all'aure li rasciuga e terge Né del baciarli è sazia mai da sette immondi spirti ei l'avea sgombra in pria, ed ella a piè del suo Signor si strugge di pentimento e di devoto affetto. Di molte colpe elle il perdono ottenne, perchè molto ell' amò. Celeste amore che in due fonti di lagrime converse quelle vaghe pupille, ond'empie fiamme, sgorgavan già di non pudiche voglie
Peccatrice contrita! a te perenne si serbi un loco nella diva istoria, ed eccelsa una sede nell'eterno Impero: e la tua fede fe' salva. I tuoi falli aborristi, e con torrenti gli lavasti di lagrime; prostrati giù nella polveche tanto vincitrice dell'alme iva superba: merce' sperasti e l'ottenesti; amasti, ed il tuo amor dagli Angeli fia scritto nel gran volume dell'eterna vita. * - NATANAELLO racconta poi come Gesù mentre presso "il gran lago" va ammaestrando le folle, assista all'arrivo dei suoi stanchi ed affamati discepoli cui decide di conceder un po' di riposo facendoli salire su un naviglio per recarsi all'opposta sponda del lago sì che Lento solcava i flutti il navicello
in cui Gesù sedea favellando a' discepoli che i remi addormirsi lasciavan nell'acque, tanto il piacer dell'ascoltarlo l'alme ne tenea!Mentre
Ratte in quel mezzo pei sentier lungo il lago e i brevi calli movean
le turbe, tal che all'erma landa pria de' nostri arrivar. Moleste e impronte quai mosche estive a chi rappiglia il latte, altri dette le avria non ei, che dolce anzi le accoglie, e in quell'erbosa falda poggia d'un monte, e del celeste regno, ivi seduto, lor ragiona, e gli egri leva d'affanno. Del gran mare intanto i salsi flutti iva lambendo il sole * - Sempre più appassionato nel poema continua il racconto di NATANAELLO "Deserto è il loco. e già trascorsa è l'ora; i Dodici allor dissero al Maestro; deh licenzia le turbe
onde alle ville possan raddursi, e, pria che notte imbruni, rifornirsi di cibo". Il farle ir lungi del vitto in traccia a lui rincrebbe e disse: "Voi li cibate" . E rispondean "sol cinque pani e due pesci abbiam con noi. Sì scarso alimento che è mai per sì gran gente, tuttor digiuna? Ed ei soggiunse: "A squadre fate seggan sull'erba". - Essi pel verde tappeto intorno scompartir le turbe. e cinque mila fur seduti a mensa, oltre le donne ed i fanciulli. Allora prese il
Maestro i cinque pani e i due pesci, ed al cielo i lumi ergendo, grazie rese a Dio Padre, benedisse il vitto, e franse i pani, e a' fidi suoi li porse per ministrarli a quelle genti, assise sulle zolle a convito. e continuando soggiunge NATANAELLO Indi il medesmo de' pesci rfece, e li spartir tra tutti in tanta copia ch'ognun n'ebbe larga imbandigione, e si colmò di vitto quanto il mosse desio. Poi che satolle vide le turbe, "Or voi gli avanzi, al fido drappel suo disso, ne cogliete". Ed essi de' cinque pani ridondati al pasto, dodici cesti ne recar ricolmi, e de' pesci rimase anche dovizia * - Dal racconto di NATANAELLO s'evince come Le turbe allor in sì mirabil forma pasciute, alzar devote grida, e "Questi , sclamar, ben veramente è il sospirato Profeta che del mondo era speranza!" E di rapirlo fean tra lor consiglio, ahi dissennati! e d'esaltarlo a forza Re de' Giudei.L'insano lor pensiero mira ei col guardo scrutator dell'alme, e gli disgrada il suo de' cieli è il regno, e ben altro che il trono in terra ei chere. "Al lido, al lido itene ratti; i rami datene nell'acqua e sull'oppostae arene me precdete,", dice a' suoi. Sul clivo, lieto di verdeggianti erbe novelle, ei rimasto, congeda il popol folto, poi del monte le vette ed i triposti gioghi ricerca per orarvi in cheta solitudine notturna. Il dì s'estingue pria che giunger a riva e scior la barca continua la narrazione possan gli alunni del Signor: La prora ver Cafarno alfin drizzano, ma tosto soffian aure nemiche, enfiansi l'onde, mugge il tuon, fischia il nembo, e minacciosa la notturna procella erra sul mare. A stento i remeggianti il legno spingono; ché lottar lor convien col vento e il flotto, crudi e avversi del par Gesù gli scerne faticanti in tal guisa e in tal periglio, ma gli giovalor f porre A cimento, né dal monte si muove a lor soccorso in sin che notte all'ultim'ore inclina, e un pallido color torna alle cose allorché Gesù ritiene di dover intervenire in loro soccorso e Defilato sull'onde allor
s'avanza che bacian rispettose il divin piede, e in men d'un lampo il già lontano abete arriva.Camminante in cima a' flutti lungi un trar d'arco e di passarli in atto lo scorgono d'improvviso i naviganti, e un fantasma lo credono; spavento ne prendon alto, e sino al cielo un grido, caccian tremanti. Al che Gesù la nota voce discioglie "Fate cor son io: bando al timor": Raffigurarlo in volto tentan essi mal certi in quel barlume:
finché Pietro, a cui vieta gli indugj amore, ritto in poppa e protese ambo le braccia grida ver lui: "se tu, Signor,
sei desso, comanda che io ne venga a te sull'acque". ricevendo questa risposta "Vieni" disse Gesù. Pietro d'un salto balzato, camminava sopra all'acque per andarne ver lui; ma come il vento sentì gagliardo, ebbe temenza, e quindi principiando a sommergersi,
sclamava: "Deh mi salva, o Signor!".La destra tosto stese Gesù, sui flutti il resse e disse : "Di poca fede! perché dubitasti?" Gran desio ne' rimasti intanto ardea di ricever Gesù nel loro naviglio. Ed ei vi salse, e Pier con lui. Di colpo placassi il vento, si de' piano il mare, e volando il naviglio attinse il lido * - Nel poema , sempre con la descrizione racconto di NATANAELLO, dopo l'esaltazione della fortuna dei discepoli che hanno appena esperito questo altro miracolo di Gesù si passa alla descrizione dei viaggi del Redentore con la narrazione di altro prodigio da lui compiuto a favore d'una donna Cananea di cui guarisce la fglia per poi narrare il suo arrivo a Cesarea e la sosta che con i seguaci fin in una valle cinta da alte piante alla cui frescura
Ei ferma il pie', ci stringe a sé d'intorno, e a favellar s'appresta. Attenti e taciti noi l'orecchio porgiam. Di me che dicono le turbe? ei chiede. E chi la gente dic sia 'l Figliuolo dell'uomo_ "Altri il Battista noi rispondiam; altri te dice
Elia o redivivo del bel numer'uno degli antiqui Veggenti". E voi, chi dite ch'io sia? soggiunge, E Pietro a lui di santa fiamma ripien Tu 'l Cristo sei , tu'l Figlio del Dio vivente. A cui Gesù, con lieta Maestà, che ancor serbo in mente impressa, come di re che a condottier diletto commetta il fren dell'oste armata in campo, queste volge in risposta alte parole la cui virtù nei secoli si stende
Beato te che non la carne e il sangue tel rivelò, ma il Padre mio ch'è 'n cielo Ed io ti dico che tu Pietro sei, e la mia Chiesa sopra questa pietra io allora
dificherò, né contra lei le porte prevarran dell'inferno. Ed io le chiavi a te darò del celestiale impero, e checché legherai sopra la terra, fia legato nel ciel; checché disciolto da te sarà
sopra la terra, in cielo pur disciolto sarà"- Ma quai lugubri parole poi uscir dal labbro! Aggelo in ripensarle! Ei ci venia narrando come era d'uopo che dell'uomo il figlio
A Solima n'andasse, e quivi , ahi lutto! dai Maestrati, dai Dottor, dai prenci de' Sacerdoti riprovato molte acerbità patisse, e fosse occiso , e il terzo giorno risorgesse. A farci men tristi poi
"dell' uomo il Figlio, disse, nella gloria verrà del suo gran Padre, recinto da' suoi Angeli, e in quel giorno a ciascun renderà ciò che si merta di ciascuno l'oprar - Tra voi presenti, continovava. di tai v'ha che morte non gusteran, sin che non abbian visto venir d'Iddio nella sua possa il regno, ed il figlio dell'uom nella sua gloria". Ma d'amaro dolor l'alme trafitte pur ci lasciava di sua cruda morte riptuto l'annunzio un altro giorno. E s'io non piango, di che pianger debbo?. Qui da singulti soffocato appare NATANAELLO che vien travolto dalle lacrime finché Matteo lo rincuora invitandolo a continuare il suo racconto. * - NATANAELLO, non manca a soddisfare le richiesta di Matteo e dei compagni di questo sì che subito riprende il suo racconto narrando come in occasione della terza Pasqua giunto in Gerusalemme ove già predicò ed insegnò predicare nel Tempio suscitando l'odio e l'invidia dei Sacerdoti. a Gerusalemme dopo un breve riposo notturno "ove l'ore notturne in prece egli spende" all'Oliveto il Messia al Tempio fa co' nuovi albor ritorno, ed a lui tostamente il popol corre, cupido e lieto d'ascoltarlo. Assiso egli insegnva, quando un moto e un alto scrosciar di passi ad aquilon del Tempio s'ode.
E'i Scribi e Farise caterva che vien trarendo giovin donna, presa in quel che il nuzia patto tradia, di vergoggna or colma e di spavento. Giunti innante a Gesù nel suo cospetto pongon la donna e dicon a lui "Maestro, colta costei fu pur testé nell'atto dell'aulterio: Or di Mosè la legge impon che i rei di tal misfatto occisi vengan co' sassi. Tu però che pensi? Come l'intendi?" ma l'inganno sta dietro questa domanda dicendo ancora NATANELLO Qual tra fiori e l'erba velenoso talor auge si cela che al'incauta fanciulla addenta il piede; tal in que' detti, sotto falsa larva di rverenza, s'ascondea maligna insidia, ché gittar doppio conciglio su Gesù speran gli empj. Ond 'ei l'acerba condanna approva , e grideranno
" E questi dunque è colui che di clemenza e pace e di perdon ognor favella al cieco volgo che l'ode?"
od al contrario ei la rea proscioglie, e trasgressor della Mosaica legge l'accuseranno in faccia al popol tutto: onde comunque ei risponda, un laccio teso è che il perda, o almeno sua fama oscuri tuttavia come ancor afferma NATANAELLO Vide la fraude e giù chinando il volto, scrivea col dite sulla polve: Infesti persistono quelli, e il lor sottil dimando van ripetendo.
Egli erge il capo e sclama " Quegli tra voi che d'ogni colpa è mondo, primo contra costei la pietra scagli" .Poi di nuovo incurvando la persona, scrivea col dito sulla polve. Udite le parole dall'iniqua ciurma, d'alta confusion carchi le ciglia ad uno ad un di là svignan bl bello, dandone esempio i più canuti. Solo Gesù rimansi con la donna, ritta in piè, neloco ove l'avean riposta, trepida, lagrimosa, anela e smorte, qual devota al supplizio e quasi subito Gesù le si rivolge Egli erge il fronte, e dice a lei "Donna ond'è la turba che t'accusava? Nessun d'essi adunque ti condannò?
"Nessun, Signor" l'afflitta risponde: Ed ei "Non condannarti io voglio, vanne, e più non peccar". Dell'insperato scampo beata ella partì, ma punta da verace pentir nel cor profondo cgé il suo Fallir tanto la morde ed ange amaramente or più quanto più dolce fu il perdon ch'ella ottenne, e quel solenne ammonimento del commiato mai non uscirà dal memore suo petto. Partita la donna Gesù riprende a predicar nel Tempio il ver mostrando, "Prima, dice, che fatto fosse Abramo , io sono". Onde s'arma di sassi empia masnada per trucidarlo. Egli si fura a' sguardi mirabilmente, e lascia il Tempio. Occulto resosi là , d'alto podigio tosto fa sfolgorar le cittadine strade da questo punto del poema NATANAELLO si dilunga a descrivere i tanti miracoli compiuti dal Messia tra i quali spicca quello della vista, tra il generale stupore, ad un uomo nato cieco * Mai stanco di narrare NATANAELLO afferma quindi
Come de' Tabernacoli la festa tocco ebbe il fin, noi del Giordan le chiare correnti rivedemmo. Ad esso tratto, da quella parte che si volge al Plaustro, s'era Gesù. Quivi di loco in loco, mutando i passi, ora alle amiche turbe, che folte come canne a stagno in riva, gli fean corna, or solo a noi, suo gregge, tesori apria di santità. "Venite, diceva, a me voi che soffrite affanni, venite a me voi che gemete oppressi, voi desolati: io vi darò conforto, e troverete alle vostr'alme pace. Io son la via, la verità, la vita: chi crede in me, l'eterna vita ha seco; ma chi non crede, si morrà nel fallo. Chi m'ama, avrà del Padre mio l'amore, ed amerollo, ed ei vedrammi aperto.
A chi venir vuol dietro a me, se stesso rinneghi in prima, e la sua croce tolga, indi mi segua. Via l'orgoglio, e l'ira, ed ogni ingiusto e nequitoso affetto, imparate da me che sono umile e di cor mansueto. Quei che tutto sa perder per me, tutto poi trova. Ma perirà chi 'n pregio ha 'l mondo, ed abborre da penitenza; ché per molte ambasce fa d'uopo all'uomo entrar di Dio nel regno. Il pan che vien dal cielo è il pan di Dio, che dà la vita al mondo. Il pan di vita io son che da ciel scesi. Chi di questo
pan mangerà, fia ch'in eterno ei viva. Se fede è in voi, dir a quel monte, Passa costà, potrete; ei passerà: ché nulla d'impossibil vi fia: Chi pon
sua speme in Dio, santo si fa qual santo è Dio, Con tutto il cor, con tutta l'alma, e a fede ama il Signor tuo Dio: l'amarlo è giusto, prch'egli pria ci amò: Come te stesso ama il prossimo tuo; questo è il ncomando di tutti primo. Ed il nemico s'ami, e chi perdono altrui non dà, perdono non troverà dal Padre mio ch'è in cielo. Guai a colui che scandol reca; meglio per lui saria perir sommerso in mare" = dopo aver riportato queste parole del
essia NATANAELLO aggiunge L'ipocrisia de' Farisei fermento egli appellava, e qual velen fuggirla raccomandava. E "guai, o Scribi, a voi! Guai a voi, Farisei dicea sdegnoso: falsa genia che sotto un vago aspetto, guasto coprite il cor! Di lunghe preci pompa voi fate, per mangiar voraci le case delle vedove. Superbi! Vasi d'iniquità! Viperea schiatta! Imbiancati sepolcri, che i più sconci vizj ammantate di virtù bugiarde!"
Ma per converso, quanto a lui diletta l'innocenza non è? Cari ha i fanciulli, ed amoroso suol stringerli al seno;
ancora dicendo NATANAELLO e se lungi da lui tenergli altri osa. E ributtarli, sgrida sì:" Lasciate che i pargoli a me vengano: per essi e chi somiglia a lor, dee' cieli è il regno. Chi piccolo si fa come un fanciullo, sarà il più grande nel celeste impero * Nel poema di Davide Bertinotti continuano a risuonare le parole dell'ipotetico resoconto degli eventi de
Il Salvatore dall'ottocentesco autore attribuite a NATANAELLO = Così scorse l'autunno. Il Pigro inverno indi levossi, e fuor mostrò le bianche sue chiome, ed ecco per l'Encenie feste Rivisitar di Solima le mura piace al Signor: Negli atrj ampli del Tempiosolennesuona ola sua voce: i carmide' Vati esplica, scioglie il ver dall'ombre, e chiaro prova ch'uno egli è col Padre;.. ma risponder co' sassi e con la morte movellaente al suo parlar celeste vuol di Sionne il popol crudo. All'ire degli efferati egli s'invola, e i lidi ritrova ad euro, ove le limpid'onde del Giordan vider prima il santo Araldo purgar le genti al salutar lavacro.Gesù! Gesù!gridan le turbe; e l'eco Gesù! - ripete: I corpi ei sana, e l'alme volge a virtù: Sopra que' lidi, lieti di sua presenza, con non feerma stanza ei s'avvolgea, quando giunse il messo che il periglio di Lazzaro
ed i preghi a lui recava delle pie sorelle; ed ei veniva, e lo svellea dall'atra tomba ove quattro dì sen giacque estinto, già fetente cadavere, ed or ecco qui redivivo e lieto siede a questa mensa, e con noi di Dio le gloria esalta = qui NATANAELLO pon fine al sacconto finché "Giovanni il diletto discepolo" dopo aver elogiata la sua narrazione garbatamente gli rammenta come nulla abbia egli detto delle parabole in cui si racchiude l'essenza dei divini insegnamenti di Gesù: la constatazione di Giovanni suscita il rammarico di NATANAELLO che subito si accinge a narrar alcune parabole principiando da quella esperita da Gesù in una scuola e ripreso il discorso così narra Un dottor della legge, e il velenoso stral dell'insidia sotto il manto ascosto di puro zel, chinando gli occhi a terra "Maestro esclama, che far debbo io dunque, per posseder l'eterna vita?" A lui Gesù risponde: "Che contien la legge? che letto hai tu nel sacro scritto?". E quegli tosto Amerai il tuo Signor Iddio con quata possa hai tu, di cor, di spirto, ed il prossimo amerai come te stesso",. - "Ben rispondesti, Gesù disse, or dunque sì ti reggi, e vivarai". Ma quei che in petto tant'orgoglio nutria, quanto nel volto ostentava umiltade, e parer giusto, non esserlo, volea
"Chi dunque è, disse il mio prossimo? Chi?". Subitamente a tal sottile domanda Col flessuoso parlar, che fiede e non accenna il segno cotal Gesù gli dié risposta "Un uomo che da Solima a Gerico scendea, cadde in mano ai ladron: D'ogni sua spoglia lo nudan questi, e di ferite e colpi gli fan livido il corpo e sanguinoso, poi si caccian nei boschi, e miserando spettacolo ei si giace in sulla polve.Sorvien per quella strada un Sacerdote, e il guarda e passa. Indi un Levita segue, che quel meschin così mal concio squadra,
e tragge innanzi ei pur Lì giunge alkfine un Sammarita, in quel cammin condotto * Da questo punto NATANAELLO per emendare appieno la lacuna segnalatagli da Giovanni in merito alle Parabole inizia una sequela di menzioni in merito ad esse soffermandosi poi a lungo su quanto Gesù predicò in merito alla condanna dell'avarizia citandosi un particolare evento di cui vien riportato quanto così ne disse il Messia un ricco v'era, a cui diero i suoi campi ampia ricolta, e in sé dicea: "Dove le ingenti messi riporrò? Nuovi granai mi giova erger dal suolo, e quivi in grandi acervi adunerò le mie dovizie e all'alma dirò giulivo, per molt'anni in serbo larghi aver tu locasti: or via, ti posa, e mangia e bevi e godi e vivi in festa. Ma Dio gli disse: "Questa notte o stolto, render dovrai, contra tua voglia, l'alma; e di que' beni che ammassasti, erede chi mai sarà? forse chi più t'addoglia" * Dopo queste parole NATANAELLO conclude la sua lunga narrazione Qui del lungo narrar toccò la meta, Nataniello, e si levò di mensa, e seco ognun. Del rinascente sole, indi ei soggiunse, già gli aurati rai ci percuoton le fronti. E' questa l'ora che noi, alumni di Gesù costume va alfine egli concludendo abbiam di raccostarci al gran Maestro ritornante da' luoghi ermi e solinghi ove egli suole vigilar le notti in preci assorto: Ascoltator cortesi, novelli amici, ospiti illustri addio. Se fiacca troppo, e al gran subbietto impari suonò mia voce, il buon voler soccorra, Lui stesso udire potrete ormai: fra tanto con voi la pace del Signor dimori. * inizia così il canto ottavo che inizia con l'esaltazione dei miracoli di Gesù causa dell'odio dei Farisei che come si legge qui di seguito e per i quali Gesù
...è dardo acuto al sen della maligna schiatta! E velen che le viscere ne strugge! "Chi ne campa da lui, sclaman frementi, se morte istessa, a' nostri danni volta, fatta s'è vil sua ancella? Omai del volgo più lungamente governar gli spirti, con quali arti potrem? Del nostro impero, cade la mole: inonorati e mostri a dito, ove n'anderem? D'alto riparo o questo è il tempo, o più non fia". Ciò detto, fan bandir per Sionne a suon di trombe, il Sanedrin; sacerdotal consiglio a cui Roma lasciò quasi assoluto arbitrio in quel che al Tempio spetta: Accolti ivi a consesso,
in magistral sembiante, al livor che li rode iniqua larva d'amor di patria pretessendo, in questi concetti apron le labbra: "Ognor novelli portenti opra cosui. Se tal ei segue, né ritrova il torrente argin che il rompa, tutti in lui crederanno. Il popol nostro per suo re lo terrà: temendo che per ritorsione Di Roma il braccio armerassi a vendetta, e sui precipitando l'aquile latine, faran della Giudea vasto un deserto. Imminente è il periglio. Or chi lo torce dal patrio suol? Come frenar le rozze menti plebee che alla sua falsa insegna di santità corron perdute? - Sorse con torve luuci e maestà superba Caifa, che in quell'anno era
supremo Pontefice
[oggi opere come questa di Davide Bertolotti prolifico scrittore di cui qui si vede un ritratto sono accantonate e per i lettori e per le scuole: eppure all'epoca in cui vennero editate in numerose copie con varie ristampe non furono dispregiate ma anzi lodate da critici e letterati del livello di Mai, dal Mustoxidi, dal Bresciani, dal Gioberti,
dal Carrer. Il contenuto agiografico ai tempi odierni ne condiziona la lettura, anche per una certa tensione dello scrittore verso una magniloquenza non sempre opportuna. Tuttavia in molte parti dell'opera in 12 canti, celebrante (dopo lo spazio dedicato all'Immacolata Concezione della Vergine la cui figura come qui si vede occupa in pratica tutto il primo canto) la vicenda terrena di Gesu' fino alla sua crocifissione e morte per concludersi nel XII canto con la di lui Resurrezione, non sono assenti sarcine di delicata poesia strutturata nel contesto del recupero a fini letterari dei testi sacri, come preventivamente precisato dallo stesso autore subito dopo la dedica a Maria Cristina di Borbone-Napoli (nome completo Maria Cristina Amalia Teresa; Reggia di Caserta, 17 gennaio 1779 – Savona, 11 marzo 1849) che fu principessa di Napoli e Sicilia per nascita e regina consorte di Sardegna come moglie del sovrano Carlo Felice]
Per agevolare ICONOGRAFICAMENTE
la lettura dopo QUESTA RAPPRESENTAZIONE ANTIQUARIA DI NAZARETH
si vedano
STAMPE OTTOCENTESCHE DEGLI ALTRI LUOGHI SANTI DELLA CRISTIANITA'
ed ancora ai approfondisca l'indagine con con stampe e soprattutto testi digitalizzati dal volume
"Viaggio in Siria e in Palestina di Giovanni Robinson" [tomo XIII (1844) della "Raccolta di Viaggi" curata nel XIX sec. da F.C. Marmocchi per l'editore Giachetti di Prato ] il Robinson, assieme a tanti altri luoghi anche della civilta' classica, ci guida da Gerusalemme (vedine una stampa ottocentesca e leggine la descrizione) sin a Betlemme per poi risalire (ove "Maria e Giuseppe avrebbero dovuto spostarsi da Nazareth per un censimento indetto da Ottaviano Augusto" sulla base di una vexata quaestio qui, quantomeno, menzionata e rimandata a ben altre dissertazioni) procedendo da Gerusalemme verso la Galilea e visitare dopo un viaggio reso complesso e molto piu' lungo dell'usuale a causa dall'inesperienza della guida un altro sito storico vale a dire Nazareth di cui offre una dettagliata descrizione parlando del convento ove trova soggiorno descrivendo di esso l'umile chiesa che sarebbe stata eretta sul luogo dell'Annunciazione dell'Arcangelo Gabriele a Maria per poi ancora soffermarsi su una consuetudine gia' esperita, quella per cui gli abitanti lo conducessero come altrove a vedere i luoghi santi, non esclusi quelli dell'infanzia di Gesu'
VISUALIZZA QUINDI QUI
DALLA GERUSALEMME CELESTE ALLA GERUSALEMME TRRESTRE
ED ANCORA QUI
UN MODERNO VIAGGIO NEL SACRO ATTRAVERSO I LUOGHI MENZIONATI ENTRO IL SANTO VANGELO
CON UN'UTILE RIFLESSIONE PROCEDENDO DAI TEMPI ANTICHISSIMI A QUELLI RECENTI
UN'ANALISI SUI PELLEGRINAGGI DELLA FEDE
con gli occhi un cenno muove a Natanael, che fu de' primi Discepoli di Cristo: Ha bianco il crine Natanaello, e grave il fianco, e il dorso curvo dai di' ma nel sereno aspetto a chiare note gli traluce espresso il soave costume e il cor tranquillo. Dolce è il suo dir: non folgoreggia e tuona, ne' s'erge,
aquila audace, a vol sublime; a qusi par che con catena d'oro, degli ascoltanti l'alme annodi: In questi accenti egl'incomincia: "Amico orecchio deh! mi porgete , che' il mio dir non suona potente al par di quel ch'udiste: un uomo senza travestimento e senza fraude io son, che il ver, con umil cor sol dico. E composto al silenzio ed al pensiero, rapidamente in vago ordine accogli sue rimembranze indi il narrar tessendo d'onde Matteo die' fin, così favella. Poscia che per la seconda volta Gesù mostrato dal Battista, ei l'onda valicò del Giordano e dato il tergo di quel fiume alle rive, il lungo imprese peregrinar che in Galilea reddurlo dovea
[ DA QUESTO PUNTO SI SNODA A LUNGO IL PARLARE DI NATANAELE (su cui si possono leggere queste considerazioni)
TRASFORMATO DALL'AUTORE DEL POEMA IN UN IO NARRANTE
CUI POI SUCCEDONO QUALI SALTUARI NARRATORI ALTRI SEGUACI DEL SALVATORE
Natanaele così continua quindi a narrare =
Con lui breve percorso venia de' suoi primi discepoli, ed io stesso era del numer'uno: Il terzo giorno ci vide in Cana, graziosa terra di quel paese, che a merigge e a sera è protetta da' monti, ed una valle ha da quel lato che a' trion riguarda.
la potente donna intese vendicarsi del giusto biasimo espresso dall'Araldo del Messia
D'ira superba divampo' la donna contra il gran ripensor: N'ebbe dispetto Erode ei pur, ma riveria quel giusto e volentier l'udia:Vittoria alfin la donne ottenne, e il regnator sedotto, le catene fe' strignere al Battista, e cosi' avvinto lo caccio' nel fondo d'una prigion, nel suo regal castello di Macheronte, che al Giordano in riva sorge ove il fiume l'acque sue confonde col morto mar.
come prosegue il resoconto di NATANAELLO dà suoi negozj. Egli il ferito e pesto miserel che nel sangue e nella polve semispento si sta, mira e compiange: scende
di sella, adesso va, pietoso d'olio e di vin gli unge le piaghe, e terge, e le cinge di fasce, indi lo assetta sul suo giumento, e al più propinquo ostello, l'adduce, e cura n'ha. Partir coll'alba ei dee, ma pria fuor della bolgia trae doppia moneta
, ed all'ostier la porge, dicendo : su costui veglia solerte, al mio tornar quant'oltre avrai tu speso, ti renderò". - Rispondi or tu: di questi tre,qual ti pare che il prosimo si fosse del'infelice che ne' ladri cadde?" . disse il Dottor : "Quegli ch usò mercede verso di lui". - "Vanne dunque ed opra similmente tu pur"; con grave piglio sclama il Signor, che un tempo insegna e impera: ammirabil d'amor santo precetto!