cultura barocca
Antonio Aniante e il necessario recupero di un grande intellettuale (lo si veda qui nella sua fervida vecchiaia presenziare ad un' esposizione di un artista da lui molto apprezzato il Maestro scultore Elio Lentini) = se ne può qui analizzare la fanciullenza "catanese" sin ai progressi culturali e alle migrazioni intellettuali (con particolare attenzione al "rapporto" fanciullesco con il geniale e controverso "Vate" Mario Rapisardi l'allora formidabile "nemico intellettuale" di Croce e Carducci) e poi scoprire dalle "Memorie di Francia" i vari momenti di una vita intensamente dedicata alla letteratura quanto all'arte ed ai suoi protagonisti. Aniante qui sopra in una fotografia quando aveva 39 anni visse a Parigi: un soggiorno di splendori e miserie rammentato in un'opera preziosa come appunto le Memorie di Francia (il soggiorno parigino con la frequentazione di artisti che sarebbero divenuti grandissimi fu da lui con nostalgia ed ironia rammentato nella frase La Boheme è bella purché duri poco) e poi dal 1938 dopo un breve girovagare -per vicende personali ma specie per lo scoppio della II Guerra Mondiale- si trasferì in Costa Azzurra e nella "Baja degli Angeli" su uno straordinario percorso d'arte che portava naturalmente nel Ponente di Liguria dove prese dimora in una villa nella frazione Latte di Ventimiglia che divenne luogo di incontro con artisti famosi e talenti emergenti (anche se mai, prima per motivi professionali e poi nostalgico-sentimentali mai interruppe le frequentazioni di Monaco e soprattutto dell'amatissima Nizza). In questo coinvolgente areale pregno di suggestioni antiche e moderne egli visse a stretto contatto di grandissimi pittori ed artisti del I Novecento (citiamo a titolo esemplificativo Matisse, Picasso, Renoir, Chagall, Tozzi ecc. ecc. senza dimenticare un riferimento al suo rapporto con F. De Pisis registrato nelle "Memorie di Francia" ed in cui Aniante si lascia andare a considerazioni autobiografiche davvero importanti e poco note) ma fu altresì scopritore di talenti come nei casi di E. Fumi, Tullio Garbari e Dino Garrone ed oltre a ciò raccoglitore di rari, preziosi aneddoti come nei casi di Orfeo Tamburi e del conte argentino Sarmiento od ancora dell'adorata pittrice turca Halé Asaf e del re d'Albania Zogu: e tutto in nome d'un amore profondo per l'arte e i quadri che, attraverso le affinità elettive degli animi sensibili verso ogni fermento culturale, in qualche modo lo collegano ad Angelico Aprosio anche per il fatto d'esser al pari di questo non solo un "critico d'arte" ma un un "critico sodale e fautore d'arte" cioè un intimo degli artisti con cui spartì gioie e dolori, un loro mentore e corrispondente ed in definitiva una "tromba delle loro glorie", un loro vate e pubblicista: proprio come accadde al celebre seicentesco bibliotecario di Ventimiglia.



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ANTONIO ANIANTE -che avrebbe dovuto restar celebrato secondo l'illusione di A. Aprosio qual un moderno FAUTORE della biblioteca intemelia quantomeno per opera di sua moglie- appartiene invece a quella categoria di letterati (come ad es. il genovese Bernardo Morando, "fautore" antico dell'Aprosiana) cui, per alcuni versi, anche una certa casualità ha destinato, nonostante la gran quantità di opere pubblicate e la pubblica nomea avuta in esistenza, una scarsa attenzione della critica o meglio un'attenzione spesso caratterizzata da sviste ed incompiutezze come ha scritto Roberta Valguarnera in questa sua tesi di laurea: un'opera davvero ragguardevole per oggettività scientifica ed impegno di ricerca come già di primo acchito si evince dalla semplice analisi dell' indice ed ancor più dalla estesa bibliografia su Aniante minuziosamente raccolta dalla studiosa, un lavoro che, quasi certamente, avrebbe trovato un editore disposto a pubblicarlo se avesse trattato di un autore più in voga.
L'opera di Roberta Valguarnera sarà qui compiutamente digitalizzata in occasione di un programmato e più esaustivo ritorno sulla figura di Antonio Aniante: al momento, in questa commemorazione di Aniante che è soprattutto commemorazione dell'Aniante critico d'arte e sodale di illustri artisti del mirabile lavoro della studiosa (che a scapito di certe accademiche generalizzazioni dovrà esser giudicato una pietra miliare donde muore la vetusta critica su un Aniante a tutto tondo e auspicabilmente dovranno nascere nuove postulazioni sull'Aniante poliedrico letterato) si propongono soprattutto le pagine di una biografia che riserva non poche sorprese e dissipa alcuni luoghi comuni dettati dalla scarsa conoscenza dell'autore. A titolo esemplificativo si citano qui alcune acquisizioni scientifiche della Valguarnera (che recupera sul personaggio attente riflessioni dell'intemelio e compianto Renzo Villa) in merito ad alcune tematiche abbastanza travisate: partendo da un inquadramento del personaggio, segnalato anche in funzione di alcuni giudizi abbastanza umorali su di lui formulati da intellettuali contemporanei per risalire a riflessioni più specifiche ma assolutamente rilevanti come alcune basilari correzioni in merito alla biografia di Aniante partendo addirittura dalla data di nascita e poi, procedendo nel tempo oltre che nello spazio, soffermarsi su aspetti non trascurabili quali la malattia e l'ansia materna, ragioni prime per il futuro scrittore di un'animo, oltre che di un fisico, tormentato, quindi sull' approccio con la letteratura ed ancora sulla ragionata scelta dello pseudonimo Antonio Aniante in sostituzione della legale nominazione di Antonio Rapisarda e via via di seguito. E sulla scorta della moderna ricercatrice sarà anche fattibile rivedere, diacronicamente, singolari aspetti della personalità dello scrittore esplicitatasi attraverso i ritmi di una vita segnata dal tema della peregrinazione, (momentaneamente interrotto da un significativo soggiorno romano caratterizzato sia da una corposa attività teatrale che dall' adesione al gruppo di M. Bontempelli del gruppo "900").
Con il conforto della Valguarnera non sono difficili da identificare i connotati di un'esistenza peraltro complicata da un rapporto divenuto improvvisamente difficile con il regime fascista
con la conseguenza di una sorta di una sorta di volontario esilio parigino che tra tante difficoltà tuttavia esalta Aniante in forza del contatto con tanti artisti celeberrimi [un esilio che, peraltro, permette allo scrittore catanese di dimensionare la sua postazione quale letterato , quindi, seppur tra opposizioni e difficoltà, di affermarsi anche quale scrittore in lingua francese: e sempre a Parigi l'esperienza terrena di Aniante si polverizza altresì in un'infinità di espressioni, sostanzialmente caratterizzate dall'impegno culturale, dalle difficoltà economiche, dall'attività di gallerista e dal tormentato amore con la pittrice turca Halé Asaf].
Come ancora scrive Roberta Valguarnera la morte dell' amata e delicata pittrice turca segnerà una svolta nella vita, anche culturale di Aniante che lascerà Parigi per Bercke e che poi si recherà, con la futura moglie, sulla Costa Azzurra dove nei tempi cupi di guerra e persecuzioni si adopererà a favore di molti bambini ebrei.
Dalla Costa Azzurra lo scrittore si trasferirà quindi a Latte frazione di Ventimiglia donde, da pendolare, raggiungerà prima Nizza e quindi Monaco per espletare le mansioni di addetto culturale ai Consolati Generali d'Italia presso le due importanti località.
Suggestive sono altresì le pagine che l'autrice di questo lavoro dedica al rapporto di Antonio Aniante con la Costa Azzurra ed in particolare con "La baja degli angioli" ed il contesto culturale ed umano di Nizza [SU NIZZA LA LA BAIA DEGLI ANGELI SI PUO' ULTERIORMENTE APPROFONDIRE ANCHE DAL LATO ICONOGRAFICO OLTRE CHE STORICO CLICCANDO QUI]. E sempre oculata oltre che emotivamente partecipe è Roberta Valguarnera, nel descrivere il crepuscolo della complessa esistenza di Aniante, destreggiandosi, con agilità intellettuale, dalle riflessioni su alcune significative produzioni del catanese, alla segnalazione critica della graduale riduzione della sua attività letteraria, alla motivazione di siffatto irreversibile processo per giungere alla trattazione della sua morte nel 1983, passata sotto silenzio tra le recriminazioni della vedova che, donati i libri del marito all'intemelia Biblioteca Aprosiana, si trova, per questioni d'eredità, depauperata delle carte personali dell'autore che aveva invece trattenuto per sè.
Nel contesto di questo primo approccio con la figura di Aniante, come detta il manifesto di un recente convegno le conquiste culturali di Roberta Valguarnera potrebbero stornare, proprio per la loro efficace competenza, l'attenzione dal tema scelto vale a dire la relazione di Aniante con l'arte e gli artisti, anche fitrata attraverso il rapporto amicale, verso i suoi ultimi anni, con lo scultore maestro Elio Lentini.
In funzione di ciò, e come detto rimandando ad un più corposo intervento futuro su un Aniante valutato nella poliedricità delle sue qualità letterarie e critiche la proposizione integrale dell'opera di Roberta Valguarnera sostanzialmente centrata sulla figura dello scrittore, è parso qui opportuno snellire le riflessioni critiche utilizzando la meno poderosa opera di un autore quale A. Danzuso (che pur tra qualche svista, come in merito agli estremi della nascita) ha redatto un quadro sintetico quanto efficace, per esser qui proposto, sulla figura di Aniante partendo già dalla sua fanciullezza ed adolescenza.
E proprio sulla scorta del Danzuso si possono qui enucleare, per giungere al tema del convegno, alcuni passi salienti della vita di Aniante, ferma restando come detto, per un eventuale approfondimento, la necessità di compulsare il lavoro di Roberta Valguarnera
La formazione del giovane siciliano integrata da autonomi interessi culturali che portano il giovane a cimentarsi con diverse espressioni di, anche contrastanti, temperie culturali: in siffatto contesto restano comunque evidenti quegli interessi per D'Annunzio, il futurismo ed il simbolismo francese che a più riprese emergono dall'analisi della sua produzione.
Non è invece semplice giustificare fin a qual punto abbia effettivamente inciso sullo sviluppo intellettuale il carisma di quel controverso e comunque carismatico intellettuale catanese, praticamente suo omonimo, che nelle autobiografiche Memorie di Francia del 1973 chiamerà con ossequio, e si potrebbe anche dire con reverente timore, il "vate Rapisardi": forse il dodicenne Aniante non fu in grado di accogliere il grande afflato intellettuale del suo concittadino, tutto si fermò sulla soglia di una quasi mitica e tutta catanese contemplazione del "vate" o forse qualcosa di quest'ultimo rimase nel futuro dello scrittore Aniante, ad esempio l'attivismo mentale, l'aspirazione a più moderne esperienze culturali, l'anticlericalismo...obbiettivamente, leggendo tra i barlumi di questi lontani ricordi, si ricava principalmente un'impressione un poco agiografica, che cioè il fanciullo, e poi l'uomo, più che dalle idee sia stato colto dal destino terreno dell'uomo, perseguito -al suo pari (ma Aniante mirava in effetti alla mancanza di riconoscenza anche economica degli artisti che aveva protetto)- da troppe incomprensioni e claunnie attese le nobili idee che portava fieramente avanti, mai beneficiato al modo che lui beneficò ed alla fine come lui -tormentato da una disfunzione osseo-scheletrica che ne imprigionava il fragile corpo in una sorta d'"armatura"- devastato nel fisico si che "da gigante qual fu...era diventato un nano".
Ancora molto giovane, all'epoca del I Conflitto Mondiale e nello stesso dopoguerra, Aniante diede il via ad un'esperienza errabonda di vita, con viaggi che lo portarono nei centri istituzionali della cultura italiana e non solo. Fu così che raggiunse, soggiornandovi proficuamente, Napoli, Roma, Milano, Parigi, Firenze. Fu proprio nella grande città toscana che approfondì le sue competenze ponendosi diligentemente nella scia culturale di un singolare maestro, il "teosofo" Arrigo Levasti. Ma Milano rappresentò per lui un vero e primo significativo punto d'arrivo, infatti nel 1926 vi coseguì la laurea in lettere previo una discussione, con Pietro Martinetti, in merito ad una sua tesi sull'allora in auge "bergsonismo".
Espletato questo impegno si trasferì, sempre nel '26, a Roma dimorandovi per tre anni: l'occasione fu ghiotta, non dal lato accademico ma sotto il profilo delle frequentazioni culturali. La sorte gli diede il destro per entrare in confidenza con Luigi Pirandello, Rosso di San Secondo, Corrado Alvaro, Curzio Malaparte ponendosi in modo abbastanza originale nel contesto della produzione letteraria e narrativa del tempo: oltre a ciò non lesinò le esperienze teatrali ed in particolare si adoprò intensamente presso il teatro di Bragaglia ove portò in scena diverse proprie commedie, caratterizzate da buona accoglienza sia da parte del pubblico che della critica. Inoltre, e pressapoco nello stesso arco di tempo, si associò al cenacolo di quelli che definiva "novecentieri" e che avevano il loro "nume" in Massimo Bontempelli: la varietà degli impegni e la molteplicità dei contatti, peraltro, lo indussero celermente ad accettare la proposta di seguire la via della critica giornalistica e più estesamente del giornalismo.
Ma proprio nel 1929 si andava preparando per Aniante una decisiva svolta esistenziale, l'abbandono dell'Italia e la permanenza a Parigi dal Natale di quell'anno medesimo e ne derivò una stagione narrativa piuttosto feconda i cui risultati, in qualche modo, si sublimarono nel romanzo "Un jour très calme".
La saggistica, le biografie e le opere di carattere storico-documentario furono invece da lui stese immettendosi sulla linea del percorso culturale già disegnato da Splenger e Benda: simile postazione critica, in qualche modo alterò le relazioni con la cultura ufficiale dominante nell'Italia del ventennio, ed Aniante venne in qualche maniera etichettato con l'appellativo, non del tutto rassicurante, di "scrittore fascista dissenziente".
Ma a Parigi, cosa di cui e su cui fra poco più doviziosamente si parlerà, ebbe soprattutto il destro per forgiarsi quale critico d'arte e contestualmente entrare in strettissimo contatto con tanti talenti artisti, pittori ma non solo, che sarebbero di lì a non molto diventati celeberrimi e sui quali avrebbe poi steso pagine interessantissime quale critico d'arte e forse ancor più quale biografo e narratore.
Nel 1938 morì la sua compagna (dopo un amore tormentato e tormentante come altre esperienze passionali dell'autore siciliano) ed Aniante, di rimpetto anche all'inevitabilità del II Conflitto Mondiale, riprese la sua vita errabonda: da Berck a Parigi ancora e finalmente ai paesini della Provenza e della Costa Azzurra per poi approdare nell'amata Nizza proprio quando furoreggiava la guerra totale.
Ma il suo itinerare non si arrestò mai, fu ancora a Peira Cava poi, terminato il grande olocausto, si sistemò con la francese moglie Simone a Latte, tra Ventimiglia e Mentone, nella villa de "I Pini".
Le sue collaborazioni non vennero affatto meno, nonostante i problemi di un'incerta salute: continuò a lavorare come pubblista, narratore, biografo ed anche autobiografo. Talora il suo stato fisico gli imponeva di stare a lungo disteso, ma nemmeno in questo caso si fermava dall'operare e contestualmente da intrattenere relazioni con i suoi corrispondenti culturali.
Autore prolificissimo, magari dispersivo nelle tematiche, ha spesso suscitato interessi critici che si sono spesso arrestati sulla soglia del dare un ordine esaustivo alla sua produzione, opera indubbiamente non facile: ma per intendere a fondo e con coerenza critica le ragioni della sostanziale e soprattutto contemporanea incomprensione dell'opera di Aniante vale ancora la pena di leggere quanto in merito ha scritto Domenico Denzuso.

Si comprenderà presto che non è questo il luogo per, come spesso accade, parafrasare (se non scimmiottare) le altrui postulazioni arrogandosi merito non propri; rimandando in merito alla sua produzione "in toto" a siffatta pubblicazione gli studiosi basta qui citare gli elementi nucleari della sua immensa e dispersiva produzione.
Oggettivamente, e per unanime consenso, pietre ferme e in qualche modo miliari del suo tragitto intellettuale restano in ambito teatrale le commedie d'avanguardia "Gelsomino d'Arabia" (1926) e "Bob-Taft" (1927); "Carmen Darling" (1929, rappresentata da Carlo Ludovico Bragaglia) ed ancora la sua commedia "La rosa di zolfo" che Domenico Modugno nel 1958 presentò al Festival della Prosa di Venezia con un cast di tutto rilievo.
A livello di narrativa e, nello specifico quale romanziere, sono invece riconosciute tra i suoi primi prodotti opere quali, "Sara Lilas. Romanzo di Montmartre" (1923), "Amore mortale" (1928), "Venere ciprigna. Novelle" (1929), "Il paradiso dei 15 anni" (1929), "Ricordi di un giovane troppo presto invecchiatosi" (1939), "La zitellina" (1953), "L'uomo di genio dinnanzi alla morte" (1958), Figlio del sole (1965, che ha vinto il Premio Selezione Campiello).
Eppure nella sua rilevante attività pubblicistica, storica e memorialistica (accanto all'originale "Vita di Bellini" uscita postuma nel 1986), specialmente per le riflessioni che qui si vanno producendo, merita una segnalazione specifica il libro sostanzialmente autobiografico Memorie di Francia del 1973.
La ragione è semplice, il libro costituisce sostanzialmente un "punto della situazione della vita di Aniante", ormai anziano (morirà dieci anni dopo, nel 1983 a Latte nella sua amata villa): forse perchè presago della fuga del tempo e dello spazio sempre più breve concessogli per scrivere Aniante si sofferma sulla soglia dei ricordi, come peraltro era già stato solito fare, e vi scava all'interno, con una scrittura che a volta si scontra col lettore per via di scatti quasi nevrotici che lasciano in sospeso pensieri recuperabili per via di riflessioni, quasi all'interno di un giuoco architettato dallo scrittore.
Nella sua sostanziale brevità il libro è un "poemetto in prosa" sulla vita degli artisti di Montparnasse e poi sulla loro diaspora ed ancora sul loro coagolarsi al sole di Provenza: Aniante è il loro contrappunto, l'intellettuale eternamente in difficoltà economica che da un lato si rode a contemplare il formarsi di autentiche fortune per pittori un tempo miserrimi che ha esaltato coi suoi scritti ma che, dall'altro lato, subito rigettando la cattiveria insita nell'invidia, trova motivo d'esaltarsi al pensiero d'aver potuto fruire dell'amicizia dei talenti più grandi, specialmente in ambito pittorico, che la sua stagione esistenziale potesse concedergli.
Sarebbe improprio negarlo qualcosa di contradittorio caratterizza Aniante in questa serie di riflessioni come in altre analoghe fatte in tempi pregressi: umanamente parlando non deve esser stato facile -come appena detto- assistere a trionfi impensati, cui in tempi ingrati aveva contribuito, senza talora nemmeno ricevere una gratificazione morale se non economica.
Non è difficile scoprire questo lato delente della sua esistenza: più di una volta infatti, raccontandosi in prima persona A. Aniante ritorna all'epoca controversa, ora fulgida ora disperata e disperante, del suo soggiorno parigino e dei suoi poliedrici contatti con i futuri immortatali, i giovani talenti che avrebbero illuminato della loro arte il mondo intiero.
Così in questo
saggio autobiografico (emblematicamente intitolato, sulla linea di una frase attribuita a Picasso, "La Boheme è bella purché duri poco" e comparso sul numero 30 -anno 51°- della gloriosa "Fiera Letteraria") Antonio Aniante, magari con qualche eccesso cromatico ma non senza efficacia, rimembra "...la biblica miseria......dei tempi in cui frequentava giovani destinati a un luminoso futuro quali Blais Cendrars, André Gide, Cocteau, Picasso ed altri mostri sacri...".
L'apice del suo malcontento si può forse ravvisare più compiutamente in questo paragrafo delle Memorie di Francia che potremmo intitolare Celebri artisti e pittori = il singolare destino di A. Aniante.
Ma subito, attesa la sua indole fatalista e molto mediterranea, l'autore sa riprendersi ed uscire dalle secchie di cattivi ed impopolari pensieri per recuperare il positivo ed anzi vantarsi del suo stato di uomo non arricchitosi economicamente per l'altrui trionfo ma semmai nobilitato dal contatto spirituale con i genii che quei trionfi hanno saputo perseguire.
Proprio nelle memorie di Francia in merito a ciò spicca il paragrafo intitolato 2 - Al capezzale di Matisse nel suo eremo di Cimiez dove lo scrittore catanese rivede parecchie sue postazioni in nome della grandezza e della saggezza di siffatto gigante, di cui, solo con pochi altri, ha potuto fruire.
E sempre nella stessa opera, accantonata ogni rimostranza, plaude, con accorata preoccupazione per la di lui salute, 4 - Picasso tra ferro e fuoco nella fucina di Vallauris: l'ombra cupa, qua e là aleggiante specie in occasione delle relazioni con artisti scontrosi o sgarbati, qui è completamente svanita...Piacasso è solo il grande artiere che in una zona storicamente nevralgica della Francia con altri sommi, quasi alla stregua di un moderno Dio pagano ha portato lo splendore dell'arte non lungi da dove un Dio remoto aveva segnato l'iridescenza del suo dominio terreno.
Sondando a tutto campo le "Memorie di Francia" (anche valendosi di un'analisi semantica e strutturalistica per quanto non sempre attendibili in maniera assoluta) si riscontra invece semmai il senso del declino: e non solo del proprio, causato dall'inferma salute, ma di tutti i grandi, specialmente di quelli maggiormente prossimi...parafrasando Aniante si potrebbe dire degli "artisti divini di Costa Azzurra e Provenza".
L'angoscia non è espressa palesemente nell'andamento sostanzialmente giornalistico ed aneddottico della narrazione, ma qualche "lapsus calami", una forma ancora più nevrotizzata del solito, pur nel rispetto della tradizionale efficienza espressiva, paiono segnali d'un abbandono che coinvolge tutto e tutti (in questo, ancora una volta, si potrebbero giudicare emblematiche le stesse sarcine narrative dedicate a Matisse e a Picasso!).
Il tempo scorre e tutto travolge, anche gli "Dei dell'arte" ed i loro "mentori": ma qualche fuga rimane, sempre, e a tutti.
Per lo scrittore, relativamente isolato a Latte di Ventimiglia (un paradiso di clima, luce e natura: occorre sempre rammentarlo) gli incontri gratificanti non mancheranno mai...la sua ottima reputazione e le tante conoscenze maturate in anni di lavoro non hanno prosciugato il pozzo delle relazioni intellettuali!
Ma nel percorso esistenziale di alcuni uomini, di uomini come Aniante perennemente curiosi ed intellettualmente instancabili anche se spesso relegati in un letto, oltre che i GRANDISSIMI ARTISTI CON CUI EBBE GRANDE FAMILIARITA' ED AMICIZIA (ed anche i SEGRETI GRANDI E PICCOLI da lui raccolti in merito a tanti artisti eccelsi, come ad esempio Modigliani) hanno un ruolo eminente i giovani talenti, le figure nuove da scoprire, guidare, segnalare: ed infatti occorre rammentare che Aniante non mascherò mai (contro qualche falsa credenza che lo vuole soltanto "profeta dei sommi") l'aspirazione d'esser SCOPRITORE DI TALENTI.
Le sue innumerevoli "scorribande" tra artisti giovani ed emergenti ma spesso caratterizzati da un comune stato di indigenze hanno fatto sì che Aniante abbia finito anche per raccogliere dati, notizie ed anche "segreti" (spesso racchiusi nelle pagine delle "Memorie di Francia..." rimasti inesplorati per la maggior parte dei critici come nel caso del pittore genovese Enrico Fumi od ancora di Tullio Garbari poeta amicissimo del promettente giovane scrittore Dino Garrone parimenti conosciuto da Aniante che, a quanto pare nel contesto della critica letteraria, pare il solo ad aver appreso la reale causa della morte di Garrone a Parigi nel 1931, genericamente definita ovunque "misteriosa".
Fortunatamente la sorte non si è rivelata sempre così amara nei riguardi del (si passi il termine) "talent scout" catanese.
E, proprio a consolare la vecchiaia di questa sorta d'avventuriero dell'arte, di pirata o meglio ancora d'esploratore a caccia di sempre nuovi orizzonti le occasioni non mancano, anche nell'individare giovani artisti destinati ad un futuro luminoso.
Tra questi ultimi una segnalazione particolare merita al riguardo la figura del
*****MAESTRO ELIO LENTINI*****.
Toscano, nato a Villafranca Lunigiana (Massa Carrara) il 2 novembre del 1938,
Elio Lentini, conclusi gli studi, con la famiglia si trasferisce a Ventimiglia in Liguria: e qui presto crea una bottega per la lavorazione del metallo, esperienza che prelude all'apertura d'un proprio "atelier".
La bravura dell'artista toscano non resta a lungo celata ad Antonio Aniante che, da segugio di razza (in merito a talenti artistici ben si intende!) solo due anni dopo dall'arrivo di Lentini compare in visita nell'"atelier" di quest'ultimo.
E' la personalità straripante del catanese, mai fermo e semmai volto a reiterate esperienze culturali, che riesce a smuovere l'indole gentile ma riservata di Lentini, restio ad esporsi pubblicamente.
Le esortazioni dell'anziano ma celebre critico non restano inascoltate: e così alla fine i prodotti artistici di Lentini vengono esposti al pubblico in una mostra a Bordighera nel locale "Palazzo del Parco". I riscontri sono ottimali e nel dettaglio Lentini ha occasione di esser apprezzato apertamente dal senatore Raul Zaccari, uomo di profonda cultura, e ben presto di venire ascritto tra i suoi amici più devoti.
I contatti tra Aniante e Lentini (umanamente agevolati dall'identità nazionale, quella francese, delle rispettive consorti) diventano le radici sempre più solide di una vera affinità elettiva...e nella quiete operosa della villa "I Pini", a Latte di Ventimiglia, si consuma classicamente una sorta di "Otium negotiosum" laddove il giovane artista toscano assimila con i suggerimenti di Aniante le straordinarie vicende dei suoi contatti con quelle celebrità che ne hanno in qualche modo scandita l'esistenza...e così nell'aria la voce di Aniante rammenta al visitatore, avidissimo di apprendere, le sue relazioni con artisti ormai entrati nella leggenda come, tra altri, Picasso, Chagall, Guttuso, Boccioni, Brach, Campigli, Severini, De Chirco, Matisse, Leger, Cassinari ...e nel ricordo di questo glorioso passato ma altresì nella pubblica sanzione di una sincera amicizia Aniante redige (con gioia seppur a fatica atteso che le sue mani sono quasi bloccate dal male che l'ha tormentato da sempre) questa sua dedica autografa a Lentini di un esemplare del volume "Memorie di Francia"
Sempre più convinto e sempre più stimolato da Aniante il giovane Lentini procede sulla via di un inarrestabile processo formativo ed artistico che si esprime sotto forma di reiterate esposizioni: tre volte a Parigi, alla biennale di Mentone, quindi a Roma presso palazzo Barberini ed ancora in altre piazze culturalmente importanti come Montpellier, Genova, Milano, Monaco, Montecarlo, Strasburgo, Venezia, Madrid, Lecce, Cagliari, Odessa, New York...
Gli apprezzamenti ed il successo delle esposizioni fanno contestualmente crescere la reputazione artistica di Lentini sia a livello nazionale che internazionale; anche per questo nel 1974 (anno del resto fatato per Lentini che conosce a Monaco "il pittore della regina", il celebre Graham Sutherland il quale colpito dalla sua arte insiste per la sua partecipazione alla biennale di Mentone) viene insignito del premio "Marco Aurelio" a Roma e del premio della camera dei Deputati "On. Sandro Pertini".
Nonostante i crescenti impegni dello scultore, i due amici perseverano nell' incontrarsi ed Aniante continua nella sua prodigalità di consigliere spirituale ed artistico: -...non fermarti mai- suol spesso dire al Lentini - non fermarti mai su una determinata idea ma prosegui il tuo sentire nel metallo ed abbandonati alla tua straordinaria creatività...-.
E così il Maestro Lentini assapora l'avventura di sempre nuovi percorsi creativi: innumerevoli son le vie da lui sondate ed alcune possono definirsi "del periodo torsionista" contraddistinto da opere di materiale metallico strutturate attorcigliando su se stessi dei fili metallici avvalendosi della fiamma ossidrica, poeticamente definita da Aniante "il pennello di fuoco"....
Ma il tempo scorre -omnia tempus ruit: impietosi gli anni travolgono tutto, e cose ed esistenze: forse solo l'amicizia sopravvive all'oblio fisico, alla dipartita d'uno qualsiasi degli amici veri...così rari purtroppo!
L'amicizia tra il vecchio critico ed il giovane maestro fisicamente si interrompe nel 1983 con la morte a Latte, nella sua villa, di Aniante: non più incontri, non più l'operoso sodalizio mentore di "Otium negotiosum"...sul viale d'accesso le foglie sparse dal vento alludono al crepuscolo di tutto quanto sia fisicità...un passero, come impazzito, svolazza radente, quasi presago d'una pioggia che sa di nostalgia e pianto...
Ma l'amicizia spirituale, la consonanza emotiva ed intellettuale di due spiriti, pur diversamente votati all'arte, non può disperdersi, sopravvive nella coscienza di chi rimane sì che ad ogni pensiero, ad ogni passo su percorsi tracciati insieme si innesca in chi è sopravvissuto una sorta di empatia quasi che l'amico perduto ancora parli dalle carte, dalle pagine dei libri, dalla contemplazione di un quadro, dall'annullarsi in un cielo pieno di stelle...vecchie parole e vecchi consigli salgono dai ricordi sin alle labbra, sussurati come entro una preghiera...
Aniante non v'è più, per sempre riposa...ormai: ma proprio ora a venticinque anni dalla scomparsa del suo mentore ed amico l'artista Elio Lentini ritorna con il vigore reiterato di una memoria mai caduca a quegli anni di fruttuose corrispondenze intellettuali...e nel rimpiangere l' amico vuole, con il suo impegno e con la sua arte, far sì che, ancora una volta, quella Ventimiglia, di cui Aniante scelse una contrada ove fissar dimora, risuoni del nome dello scrittore un tempo illustre ed allo stesso dedichi, sotto qualsiasi forma di rimebranza, un omaggio pubblico, un omaggio cui in prima persona, naturalmente, parteciperà proprio il Maestro Elio Lentini.




















La Fiera Letteraria è un giornale settimanale di lettere scienze ed arti fondato a Milano il 13 dicembre 1925 sotto la direzione di Umberto Fracchia. La rivista ha avuto in un cinquantennio di pubblicazioni infiniti mutamenti di direzione e di editore pur mantenendo sempre la periodicità mensile. Dal n°12 del 1928 fu trasferita a Roma sotto la direzione di Giovanni Battista Angioletti e Curzio Malaparte mutando, l'anno seguente, il nome in "L'Italia Letteraria", nome con il quale uscirà fino al 1936. Nel periodo di assenza della rivista si proclamò continuatore della stessa "Il meridiano di Roma " diretto da Curzio Malaparte. Nel 1946 la rivista riprende le pubblicazioni con il titolo originale di "La Fiera Letteraria" sotto la direzione di G.B. Angioletti e da un Comitato di Redazione composto da Corrado Alvaro, Emilio Cecchi, Gianfranco Contini, Giuseppe Ungaretti. Dal 1948 muterà il Comitato Direttivo che sarà composto da Alberto Savinio, Corrado Pavolini e, come responsabile Fulchignone, al quale di aggiunse con il n° 6 Diego Fabbri. Dal n° 12 del 1948 sarà responsabile Pietro Paolo Trompeo; dal n° 6 del 1949 saranno responsabili Vincenzo Cardarelli e D. Fabbri; dal n°28 del 1959 dal solo Fabbri; dal n°26 del 1967 salirà alla direzione Manlio Cancogni; dal n° 1 del 1971 G. Giardina; dal n° 76 del 1976 sarà responsabile G.Giardina e condirettori Eraldo Miscia, Antonio Spinosa, Ferdinando Virdia.Le case editrici e le tipografie saranno più di una ventina. Nel dopoguerra la rivista riprese il dibattito della prima serie più che altro di carattere culturale e letterario. Nel 1950 e soprattutto negli anni '60 la rivista iniziò a prendere un carattere maggiormente informativo ispirandosi anche nella grafica ai comuni rotocalchi. Nel 1966 la rivista adottava il formato 'tabloid' per mettere in evidenza il proprio processo di modernizzazione. Essa venne interrotta per due anni, dal 1969 al 1970 per riprendere nel 1971 con una nuova serie che, per difficoltà economiche, terminava nel 1977. Sulla rivista hanno scritto tutti i più importanti intellettuali, studiosi, critici e letterati di quegli anni , tra questi la scrittrice Luce d'Eramo.




















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