TORRE BARTOLOMEO CARLO:
Utilizzando la tecnica degli pseudonimi il personaggio risulta di ardua identificazione (vedi aprosiana Visiera Alzata): per esempio è noto che parecchie opere sue sono state edite sotto l'anagramma di Clearto Ro' ma per una di esse, citata dall'Aprosio, egli utilizzò l'anagramma puro di Marco Ettore Rorabella e si tratta de La Cleopatra drama per musica di Marco Ettore Rorobella. Dedicata al signor Bartolomeo Narino [In Milano : appresso Lodouico Monza, alla piazza de' Mercanti, 1653 -12, 120 p. ; 12o - Marca (Putto bendato a cavallo di un uccello. Hinc micat inde ferit) sul frontespizio - Segn.: p6, A-E\1" - Impronta - ueb- e.e, tire CrFa (3) 1653 (A) - Lingua di pubblicazione: ita - Altra localizzazione: Biblioteca nazionale centrale Vittorio Emanuele II - Roma] -
Dall'indagine sulle biblioteche si è avuto il riscontro di queste altre opere:
Torre, Carlo , Il re discacciato dal figlio, in persona di Davide, e d'Assalone. Tragicommedia di Carlo Torre. Dedicata all'Ill.mo, & Eccell.mo Sig.r Principe D. Ercole Teodoro Trivultio..., In Milano: Ghisolfi, Filippo Cerri, Giovanni Battista, 1641-
Torre, Carlo,, I numi guerrieri poema heroicomico del signor Carlo Torre, In Venetia: Giunta, 1640 -
Torre, Carlo ,, Il ritratto di Milano, diuiso in tre libri, colorito da Carlo Torre, canonico dell'insigne basilica degli Appostoli, ... Nel quale vengono descritte tutte le antichita, e modernita, che vedeuansi, e che si vedono nella citta di Milano, ... Con varie narrazioni istoriche ..., In Milano: Agnelli, Federico, 1674
Torre, Carlo ,, Il pastor fortunato drama scenico boschereccio di Carlo Torre. All' illustrissimo ... Paolo Monti, In Milano: Ferrari, Giovanni Battista-
Torre, Carlo, La ricchezza schernita drama scenico morale di Carlo Torre. Dedicata all'ill.mo ... d. Francesco Marino Caracciolo ..., In Milano: Ghisolfi, Filippo-
Torre, Carlo , L' amor' impossibile fatto possibile pastorale di Carlo Torre. Rappresentata dagli Accedemici Arditi, In Milano: Monza, Lodovico, 1648 -
Torre, Carlo , Il Ritratto di Milano, diviso in tre libri, colorito da Carlo Torre ... Nel quale vengono descritte tutte le antichita e modernita che vedevansi e che si vedono nella Citta di Milano, si di sontuose Fabbriche, quanto di Pittura e di Scultura ..., Milano: Agnelli, 1714 -
Torre, Carlo , Specchio per l'anime religiose, cioe vita della beata Veronica monaca del venerabile monastero di S. Marta di Milano, descritta da Carlo Torre..., In Milano: Monza, Lodovico, 1652 -
Torre, Carlo , L' Arianna drama scenico di Clearto Ro'. All' illustrissimo signor il signor co. Filippo Archinto, In Pavia: Magri, Giovanni Andrea -
Torre, Carlo ,, I *numi riuali poema heroicomico del signor Carlo Torre ..., In Venetia, 1640 (In Venetia : appresso i Ginti, 1640)., [8], 270, [2] p. ; 4 -
Torre, Carlo , La giouentu rauueduta. Scenica azione per musica. Del canonico Carlo Torre, In Milano: Marelli, Giuseppe <1. >, 1670 -
Torre, Carlo, Del tiranno libro primo. Di Carlo Torre. All'ill.mo sig.re d. Giuseppe di Velassco ..., In Milano, 1642
Sanctum Iesu Christi Evangelium Secundum Matthaeum
Sanctum Iesu Christi Evangelium Secundum Marcum
Sanctum Iesu Christi Evangelium Secundum Lucam
Sanctum Iesu Christi Evangelium Secundum Ioannem
Actus Apostolorum
Epistola Beati Pauli Apostoli Ad Romanos
Epistola Beati Pauli Apostoli Ad Corinthios Prima
Epistola Beati Pauli Apostoli Ad Corinthios Secunda
Epistola Beati Pauli Apostoli Ad Galatas
Epistola Beati Pauli Apostoli Ad Ephesios
Epistola Beati Pauli Apostoli Ad Philippenses
Epistola Beati Pauli Apostoli Ad Colossenses
Epistola Beati Pauli Apostoli Ad Thessalonicenses Prima
Epistola Beati Pauli Apostoli Ad Thessalonicenses Secunda
Epistola Beati Pauli Apostoli Ad Timotheum Prima
Epistola Beati Pauli Apostoli Ad Timotheum Secunda
Epistola Beati Pauli Apostoli Ad Titum
Epistola Beati Pauli Apostoli Ad Philemonem
Epistola Beati Pauli Apostoli Ad Hebraeos
Epistola Catholica Beati Iacobi Apostoli
Epistola Beati Petri Apostoli Prima
Epistola Beati Petri Apostoli Secunda
Epistola Beati Ioannis Apostoli Prima
Epistola Beati Ioannis Apostoli Secunda
Epistola Beati Ioannis Apostoli Tertia
Epistola Catholica Beati Iudae Apostoli
Apocalypsis Beati Ionannis Apostoli
Oratio Manassae Regis Iuda, Cum Captus Teneretur In Babylone
Liber Esdrae Tertius
Liber Esdrae Quartus
Nonostante sia vissuto in un contesto territoriale ed epocale in cui non mancarono episodi di caccia alle streghe nella pur monumentale opera di Aprosio l'equazione donna - strega non è affatto scontata;
di poteri stregoneschi delle donne e di una certa strega di Grosseto di nome Palandrana condannata al supplizio estremo e, alla presenza stessa di Aprosio mescolato alla folla, arsa sul rogo l'agostiniano intemelio parla solo nell'abbastanza datato capitolo XII (Se le Donne siano piacevoli, o crudeli: e se vendichino le ingiurie, che le son fatte) dello Scudo di Rinaldo edito alle pp. 52 - 53: entro lo stesso capitolo cita anche il caso di donne cannibale ma, in un contesto ben poco stregonesco, alle pp. 50 - 51.
E' fattibile che altre esperienze siano rimaste celate nella sua mente o nascoste entro una penna refrattaria a trattar di ciò, ma occorre dire che
anche nella corrispondenza aprosiana con i Grandi Inquisitori di Genova i riferimenti alle maliarde sono limitati; fermo restando il continuo scambio di riflessione sui libri proibiti e specificatamente sull'edizione di libri inquisitoriali e/o connessi a demonomania e demonolatria, a livello pratico e giudiziale, di un certo interesse su streghe e stregoneria può giungere solo questa lettera (senza apparente seguito) del discusso inquisitore di Genova Fra Michele Pio Passi dal Bosco di cui presso la Biblioteca Universitaria di Genova si conservano, "fondo aprosiano", 25 lettere per gli anni 1660-73 entro il Ms.E.VI.19:
Molto Reverendo Padre, mio Vicario Padrone Osservandissimo
Doppo haver scritto altra mia a Vostra Paternità Molto Reverenda per una pretesa poligamia ricevo la Sua delli 6 del presente e [tre?] giorni prima mi fu consignato il Libro.
Venendo a Vostra Paternità Molto Reverenda alcuna persona a denontiarli che Maria Toscana di Vallebona dopo la liberatione da questo Santo Officio continui nel medicare misurando cordoni [ompholomanteia: processo di divinazione attribuito mediamente alle streghe ostetriche (quando specificamente del cordone ombelicale non si sarebbero servite per uccidere i neonati, al fine di proprie malie o di pratiche abortive illecite) supposta degenerazione diabolica di mestieri già a rischio come quello di ostetrica (assai problematico fu sempre il tema del parto cesareo: le investigazioni durarono a lungo sulla questione fin a quando del tema dell'infanticidio prese ad occuparsi la nuova scienza della medicina legale) e balia - nutrice], e con l'altre forme odiose, pigli pure la depositione, essamini li testimonij che saranno dati informati, e restando aggravata, potendoli riuscire senza rumore, la facci senz'altro carcerare, avisandomi poi del tutto; ma se nelli detti de testimonij, o pure nella forma per carcerarla, vi fusse qualche difficoltà, prima di venire alla carcerazione mi mandi copia per extensive del tutto e pregandoli dal Signore vero bene, li baccio le mani.
Genova 14 novembre 1666
Di Vostra Paternità Molto Reverenda
Affezionatissimo Servitore
fra Michele Pio Passi Inquisitore
[Angelico, Vicario di Ventimiglia]
Rossella Masper che ha indagato sugli archivi diocesani e non del ponente ligure ha editato un lavoro interessante Le Streghe in Tribunale - l'opera dell'Inquisizione nel Ponente Ligure nei secoli XVI e XVII (comparso sulla "Rivista della Provincia di Imperia", anno 2001) ed ha registrato alcuni casi di caccia alle streghe non lontani dall'epoca in cui Aprosio ricoprì l'incarico di Vicario del Sant'Uffizio.
In particolare l'autrice ricorda che nel 1638 "Caterina Molinari di Camporosso fu accusata di stregoneria e venne torturata affinché confessasse i suoi crimini".
Gli atti processuali annota ancora la Masper nel suo utile saggio "contengono la trascrizione delle invocazioni e dei lamenti della donna diligentemente annotati dal cancelliere come imponeva la procedura".
Proseguendo nella sua indagine l'autrice scrive: "Le accuse di stregoneria riguardavano soprattutto donne; numerose sono le denunce nei confronti di presunte streghe presenti un po' in tutti i paesi dell'entroterra, Bajardo, Seborga, Sasso, Latte, Pigna dove nel 1596 vennero perseguite una decina di donne che sarebbero state viste ad un sabba notturno, ma non mancano testimonianze che attestano la presenza di maghi e guaritori operanti nei piccoli villaggi a ridosso della costa".
Un caso significativo fu quello che accadde nel 1635 a Sanremo quando fu denunciato tal Martino Orbo originario di Mondovì, luogo da cui era stato bandito, accusato da alcuni conoscenti di aver fatto perdere il latte (segno ritenuto tipico di qualche maleficio) ad una donna che aveva partorito da poco.
Ma proprio la Masper, forse, offre una chiave di volta interpretativa, che giustifica a fronte del numero maggiore di casi di presunta stregoneria registrati nella seconda metà del XVI secolo una progressiva depressione seicentesca del fenomeno delle denunzie di streghe potenziali.
Quando l'autrice menziona come, soprattutto a fine XVI secolo e primi XVII, le accuse coinvolgessero principalmente delle donne, più o meno consapevolmente, si colloca sulla direttrice delle postulazioni elaborate da Adriano Prosperi, Tribunali della coscienza - Inquisitori, confessori, missionari, Einaudi, Torino, 1996, pp. 402 e seguenti.
Il celebre studioso recupera gli studi di John Tedeschi (in particolare The prosecution of heresy : collected studies on the Inquisition in early modern Italy ...P.205) e ipotizza un vero e proprio mutamento del paradigma stregonesco nella prima metà del '600, in qualche modo collegato ad una sorta di risposta del Sant'Uffizio romano alla vera e propria alluvione di denunzie contro streghe in varie parti d'Italia.
Prosperi non si sbilancia apertamente ma leggendo la sua citata opera (p. 402) si può intendere che a "questo mutamento epocale", per lui, abbia concorso più del pensato l'episodio ligure delle streghe di Triora ed in modo evidente una lettera degli Anziani, coreggenti di Triora col Podestà forestiero, che condannò le delazioni segrete, la ferocia degli uomini del borgo , gli Inquisitori ecclesiastici e le vessazioni su donne anche anziane.
La lettera (di Triora, 13-I-1588) a Doge e Governatori di Genova si conclude alludendo ai patimenti di alcune poverette [Arch. di Stato di Genova, Lettere al Senato, n.537 già 142, Lettera - lagnanza di Giovanni Battista Tauner, Teodoro Vozella, Silvestro Gandolfo, anziani di questo luogo] :"Il Vicario della S. Inquisizione sin da principio predicò in pubblico pulpito di questo luogo ad udienza di tutto il popolo quello che potevano fare simili streghe, e nelli gravi tormenti si potria dubitare che dicessero quello che hanno sentito predicare per quello che fussero suspette di aver fatto [era diffuso ed universale sospetto che molti torturati, sotto promessa di venir rilasciati, seguissero i consigli degli inquisitori sempre alla ricerca di rapide confessioni]; e che peggio ve ne sono che hanno avuto corda, fuoco e veglia senza avere detto cosa veruna, ne meno si liberano [non si sarebbero potute ripetere le torture e lasciar invece liberi quanti non avessero confessato, come detta il capo "Sulle torture" nel I libro degli Statuti Criminali di Genova del 1556: ma l'arbitrio in pratica assoluto concesso ai giudici dell'età intermedia (limite tra i principali di quel diritto) impediva di porre un argine al loro procedere]; nessuna di queste incarcerate che da loro medesimi Vicari sono tenute per convinte [si son riuscite a far testimoniare d'esser streghe] sono conformi nelli loro esami, nè dicono di queste lor cose, l'una conforme all'altra [fu corretta l'allusione alla mancanza di convergenza fra confessioni estorte con la tortura]; non se li dà difese alcune nè copia d'indizi quantunque li sia stato inchiesto ["richiesto": cosa negata dal Vicario diocesano dell'Inquisizione ma con evasività, sostenendo che non sarebbe stata fatta petizione ufficiale d'atti di accuse e poi ribadendo che la cosa non sarebbe stata fattibile prima dell'applicazione delle torture: principio vero ma conforme solo a quanto sancito negli Statuti Criminali, II, cap. 70 , pei crimini "di lesa Maestà dello Stato"> F. Ferraironi, Le streghe e l'Inquisizione-Superstizione e realtà, rist., ed. Dominici, Imperia, 1988 p. 110)], anzi dicono che essi Signori Vicari attorno a queste cose possono fare cosa le pare e piace [sono questi limiti gravi del diritto intermedio: l'arbitrio estremo dei giudici, sia laici che ecclesiastici, la facoltà di non rilasciare atti dell'inchiesta interponendo eccezioni, la potestà di non concedere nè autodifesa nè procuratori od avvocati di difesa], e si vede chiaro che qualcheduna di esse che già sono tenute per convinte [giudicate confesse per prove o testimonianza - ma su ciò sembrerebbe da dubitarsi per quanto scritto in precedenza - d'esser streghe], per lo tormento ha confessato cose che si vede chiaro cessino esser, e una di loro per tema di tormenti si gettò giù d'un barcone [balcone] altissimo e restò stropiata [storpiata] e così stropiata fu fatta andare alla curia minacciandole darline [dargli delle nerbate], e tre giorni dopo se ne è morta [si tratta di una fra le prime 17 donne di Triora accusate di stregoneria, gettatasi da una delle finestre del palazzo comunale nella Piazza della Collegiata: gli Anziani avevano anche a mente la sessantenne Isotta Stella che morì prostrata dalle torture, mentre il Podestà, a loro contrario, l'avrebbe definita impenitente nè disposta a confessarsi e per questo meritevole dell'orrenda fine: sempre da Triora, addì 21/I/1588 (Arch. St. Genova, Lettere al Senato, n. 142> Ferraironi, cit., p.109), il Vicario del Vescovo di Albenga Girolamo Del Pozzo, giustificando il proprio operato, scrisse invece che la donna, Isotta era sì di anni settanta (sic) ma robusta e comunque tormentata citra eccessum cioè meno di quanto fosse lecito (sostenendo che il diritto concedeva l'applicazione di tortura anche a vecchi decrepiti in casi di crimini di lesa maestà contro lo Stato e la Chiesa, intendendosi casi di eresia: in effetti però la donna era accusata di stregoneria e non esplicitamente di eresia, anche se la relazione era quasi sempre scontata); peraltro gli Anziani supponevano, non a torto, che i Vicari dell'Inquisizione stessero agendo sotto pressione popolare "sentendo con mie orecchie gridar il popolo non solo di questo luogo ma di sue ville che volevano che fossero castigate le malefiche (sin. per streghe)" e che i Vicari, non per giustizia ma sotto forma di paternalismo venato da terrore del popolo, avessero scelto la via di promettere per calmar la gente di "consultar dottori per non far pregiudizio nè a poveri nè a ricchi" sì che "il Parlamento tutto restò soddisfatto del loro procedere nè fu alcuno che dicesse parola in contrario" (dalla "giustificazione" del Vicario del prelato ingauno si ricava che l'"isterismo" mieteva le sue vittime: lo stesso Vicario ammise che parecchie accuse di stregoneria erano state causate da confessioni di streghe già arrestate: sì che se 13 furono detenute in carcere, l'inchiesta andava ad allargarsi coinvolgendo altre 30 donne)]. Ve ne è anche di esse [si legge ancora nella Lagnanza degli Anziani] che sono a termine di morte [in fin di vita], e che hanno perso li piedi per il fuoco datoli [dagli Statuti Criminali si intuisce la facoltà pei giudici d'avvalersi di forme di tortura non sancite per iscritto: ulteriore prova dei limiti dell'arbitrio assoluto giudiziale; dalla giustificazione del Vicario del Vescovo ingauno apprendiamo che sarebbero state torturate 7 o 8 donne (ma visto che era stato presente all'applicazione dei tormenti perchè non risultava certo del numero ?), che "solo a quattro gagliardissime" ["streghe di Triora"] indiziate s'era applicato il fuoco ai piedi e che nessuna era rimasta mutilata, tranne una non ancora guarita forse perchè mal medicata (sic), e che la veglia , cioè l'impossibiltà di dormire era stata propinata, senza neppure eccedere] a tre donne resistenti alle altre torture (sic): la vaghezza delle giustificazioni in qualche modo rimanda a pressapochismo giudiziale)].
E fra esse incarcerate [continua la Lagnanza degli Anziani di Triora] vi è una giovene che pare che abbi, dopo aver avuto forse più di venti tratti di corda [sic! secondo gli Statuti Criminali tale tortura, e sempre previo controllo medico, non doveva superare i tre tratti: il Vicario negò le proteste degli Anziani parlando di un tormento di durata non superiore al quarto d'ora, con cadute inflitte da un'altezza di cinque o sei palmi meno del solito> Ferraironi, cit., p.61, il tormento della corda da quell'altezza, già di oltre un metro, era efficace bastando in vari casi qualche decina di centimetri], detto saper qualche cosa, e tuttavia si lamenta e dice avere detto quello che ha detto per li tormenti, e non saperne cosa veruna per quello [che] ha sentito di ciò leggere in particulare da un medico di questo luogo e giovene di venti anni...[ritenuto un praticante di alchimia, con tutte le implicazioni magiche attribuite a tale metodo di ricerca; inoltre] questi Signori Vicari danno credito a denonciationi contra il dovuto [l'allusione non è tanto alle delazioni segrete ma al contravvenire al modo ortodosso di denunziare, come sancito ai libri I, capo 9 e II, capi 35 e 43 delli Statuti Criminali: le controdeduzioni del Podestà Stefano Carrega, di Triora 21-I-1588 (Ferraironi, cit., doc. IV) furono superficiali e pregne di superstizione - "la suicida secondo la sua versione operò non per fuggire ai tormenti ma perché istigata dai demoni" - mancando di sostanza giuridica da opporre alla Lagnanza degli Anziani, eccezion fatta pei riferimenti all' arbitrio totale dei Vicari : nella sua giustificazione il Vicario citò il fallimento di una fuga della donna che avrebbe tentato, istigata dal diavolo, di evadere, trasformate in corde vesti o tele].
Il "caso di Triora" non era unico ma, per vastità e risonanza, aveva finito per diventare emblematico di un fenomeno generalizzato; come scrive il citato Prosperi (p. 403) "una vera e propria alluvione di denunzie contro streghe in varie parti d'Italia" si era a tal punto "abbattuta" sul Sant'Uffizio romano da rendere inevitabile un provvedimento caratterizzato dalla stesura della Instructio pro formandis processibus in causis strigum, sortilegiorum et maleficiorum un documento che cominciò a circolare dagli anni '20 del secolo [sulla genesi del lavoro e sul suo autore i dati sono ancora discussi, Prosperi (cit., p.403) parla di una diffusione dal 1620 -prima di comparire in una versione italiana abbreviata nel Sacro Arsenale di Eliseo Masini cui seguirono stampe integrali latine (alla Biblioteca Casanatense di Roma ad opera della Santa Sede : Congregazione dell'Inquisizione si trova una Instructio pro formandis processibus in causis strigum, sortilegiorum, & maleficiorum , Romae : ex typographia reu. Cam. Apost., 1657, 4 carte in folio ) e nello stesso luogo ancora Prosperi riprende una citazione di Tedeschi per cui in una lettera del Sant'Uffizio all'inquisitore di Siena, datata 3-X-1626, l'Instructio risulta definita antica: nuovi studi sono comunque destinati a perfezionare queste speculazioni specie sulla base di quanto ha scritto e preannunciato di perfezionare Rainer Decker in Nascita e diffusione dell'istruttoria processuale della curia romana contro le streghe (Conferenza a un Symposium della Università di Frankfurt "Die römischen Kongregationen von Inquisition und Index und die Wissenskulturen der Neuzeit", 18 Maggio 2000)]. Importano certo le referenze di pubblicazione ma basilare è qui la sostanza del documento ispirato ad un abbandono delle disquisizioni teologiche proprie dell'argomento sin dalla comparsa del Malleus maleficarum in nome dell'accertamento del corpus delicti in merito al quale peraltro l'autore dell'Instructio, invitando ad estrema cautela gli inquirenti, ostenta pensoso e giustificato scetticismo: per quanto importante siffatto documento fu l'espressione eclatante di un cambio di rotta da parte dell'Inquisizione ed in merito a ciò val la pena di rammentare la quasi contemporanea costituzione di Gregorio XV (20-III-1623) contra maleficos et sortilegos cum Diabolo pactum facientes in cui, pur non negandosi a priori l'intervento di forze diaboliche, si stornavano dagli oneri del Sant'Uffizio per passari la "braccio secolare" dello Stato quei casi sospetti da cui fosse derivato qualche omicidio: modo evidente di sottolineare l'ormai ben constatata difficoltà per i tribunali inquisitoriali ecclesiastici di comprovare che qualcuno fosse morto in forza di artifici magici.
La Instructio pro formandis processibus in causis strigum, sortilegiorum et maleficiorum, cioè l'istruzione, su come dovrebbe essere eseguito un processo giudiziario contro creature mostruose, maghi ed esorcisti secondo ricerche di John Tedeschi è stata emanata al più tardi nel 1623: così scrive il citato Rainer Decker in Nascita e diffusione dell'istruttoria processuale della curia romana contro le streghe
(Conferenza a un Symposium della Università di Frankfurt "Die römischen Kongregationen von Inquisition und Index und die Wissenskulturen der Neuzeit", 18 Maggio 2000).
Quanto al suo contenuto, il significato di questa disposizione giudiziaria è discusso. Dal punto di vista del diritto materiale, infatti, si manifesta in essa un fondamentale riconoscimento della possibilità della magia nera, dei sortilegi maligni, del patto con il diavolo, del volo delle streghe e delle loro riunioni sabbatiche; dal punto di vista del diritto formale, invece, appare una forte scepsi rispetto alla loro dimostrazione pratica. Ciò ha comportato l'elevarsi delle esigenze in rapporto alla stima delle prove e alle dimostrazioni di colpevolezza, in particolare per quanto riguarda l'autoaccusa così come l'imputazione di terzi nel caso della partecipazione al sabba delle streghe. La comparazione con l'ordinamento processuale contro le streghe, che vigeva dal 1607 nel principato di Colonia e sta qui in modo esemplare a rappresentare i baluardi della persecuzione delle streghe in Germania, illustra concretamente queste differenze fondamentali (vedi il diagramma).
Contestati, o non ancora sicuramente chiariti, sono finora due aspetti:
1. Le precise circostanze della nascita della Instructio, il che include anche la datazione ed il problema dell'attribuzione. Autore ufficiale era il Santo Offizio di Roma, ma quale persona o quale gruppo di persone ha concepito il testo nelle sue singole parti, quando ed in quale contesto?
2. La diffusione. In che proporzioni è stata poi resa nota e recipita? Che influsso ha avuto? Dove e quando?
Dietro queste domande particolari si colloca da ultimo il problema dell'inquadramento dell'Inquisizione protomoderna nella storia intellettuale e giudiziaria europea, sia che la si valuti come conservatrice, inibitoria di ogni progresso, oppure, in ambiti delimitati, come sorprendentemente progressista.
Nel mio contributo tratterò, l'uno dopo l'altro, entrambi questi complessi problematici. Innanzitutto, in ognuno dei due paragrafi viene brevemente riportato, in una prima parte, l'attuale stato della ricerca; rispetto a quest'ultimo, in una seconda parte, vengono rispettivamente presentate le nuove conoscenze o, almeno, ipotesi, che è stato possibile formulare sulla base di fonti fino ad oggi ignote, rinvenute specialmente nell'Archivio della Congregazione della Fede.
1) Autore e periodo di stesura.
A. Stato della ricerca.
Charles Henry Lea ha già circa cento anni fa ipotizzato che alla redazione della Instructio avesse partecipato l'inquisitore italiano e padre domenicano Desiderio Scaglia (circa 1569-1639, dal 1621 cardinale).
Negli ultimi decenni John Tedeschi ha sostenuto questa supposizione con due seri argomenti.
a) In una bio-bibliografia dell'ordine domenicano di Andrea Rovetta, apparsa a Bologna il 1691, si trova menzionata anche la Instructio tra le opere dello Scaglia. John Tedeschi avanza delle riserve critiche sulla affidabilità di questa indicazione riguardo alle fonti, visto che Rovetta, come è stato dimostrato, era molto impreciso nelle proprie informazioni e, volentieri, per la fama del proprio ordine, accresceva il numero dei domenicani impegnati in produzioni letterarie. Ma Rovetta, a parer mio, potrebbe anche esser caduto vittima di un errore perdonabile. Infatti, in alcuni manoscritti, la Instructio segue immediatamente le Practica, un manuale per inquisitori che risale indubitabilmente alla penna dello Scaglia.
b) Nel capitolo ottavo delle Practica dello Scaglia viene trattata la questione della magia e del processo alle streghe "con la stessa scepsi e intelligenza" riguardo alla stima delle prove, alla consultazione di medici per l'accertamento di cause naturali, invece che innaturali, delle malattie, e riguardo alla serietà di alcuni esorcisti. Stranamente non vi è però alcuna coincidenza testuale tra il manuale e la disposizione, e non si può nemmeno dire che l'un testo parafrasi aderentemente l'altro anche soltanto in determinati passi. Ciò andrebbe però supposto nel caso di una comune paternità.
John Tedeschi ha comunque rinviato - gliene sono riconoscente - ad un'altra importante fonte. Il padre domenicano e vescovo di Brugneto Giovanni Tommaso Castaldi (nato prima del 1600, + 1655) scriveva nella sua opera apparsa nel 1651 "De potestate angelica" che l'Instructio sarebbe stata "redatta negli anni passati da un certo padre, in carica presso la suprema romana Inquisizione, un uomo profondamente dotto e a me particolarmente caro" (annis elapsis fuit a quodam patre officiali supremae Inquisitionis Romanae peritissimo, mihique charissimo collecta).
Purtroppo il problema non viene con ciò risolto, poichè il significato di "collecta" non è sicuro. Significa "redatta"? Oppure, in senso letterale, "assembrata"? In quest'ultimo caso, allora, da differenti testi-base?
Comunque sia, Castaldi riconosce nella "collectio" del testo il merito di una particolare personalità. Questa non era quindi l'anonimo lavoro collettivo di un'istituzione, ma la prestazione di un singolo. Questi avrebbe tuttavia, come membro della Santa Inquisizione, o agito sotto l'incarico dei suoi superiori, oppure questi si sarebbero appropriati di un'opera originale, ponendola a norma giuridica sotto una denominazione ufficiale.
B. Nuovi ritrovamenti
In questa sede desidero trattare dei nuovi ritrovamenti di fonti che ho già annunciato. Questi ci conducono innanzitutto all'anno 1628, anno in cui la persecuzione delle streghe ha raggiunto in Germania dimensioni prima e dopo sconosciute, con ad esempio 600 esecuzioni nel vescovado di Bamberga e circa 900 nella vicina diocesi di Würzburg, nel corso di tre, quattro anni.
Nei protocolli conclusivi, i Decreti del Santo Offizio, si trova sotto la seduta del 14 settembre 1628 un'interessante annotazione. A partecipare erano Papa Urbano VIII, il cardinale Francesco Barberini, Millini ed altri. Discusso fu uno scritto dell'inquisitore della città di Como, nell'Italia settentrionale. Questo aveva comunicato di aver redatto, fatto stampare ed inviato ai propri vicari una istruzione per la conduzione dei processi alle streghe (ipsum fecisse instructionem circa modum fabricandi processus circa maleficas illamque imprimi fecisse). Di questa iniziativa sarebbe stata occasione un processo alle streghe che il luogotenente svizzero di Lugano avrebbe avviato contro una certa Dominica Cagialla. In seguito a questi fatti il papa ordinò che gli fosse scritto che la Santa Congregazione non aveva gradito che avesse fatto stampare la sua istruzione e la avesse mandata ai suoi vicari senza consultare la Santa Congregazione. Gli si sarebbe dovuta mandare l'istruzione redatta dal defunto Monterenzius, che era stato fiscale del Santo Offizio nella città di Roma, di modo che, su quella base, conducessero simili processi. Questa avrebbe dovuto trasmetterla ai suoi vicari e successori.
La lettera all'Inquisitore, redatta dal responsabile Cardinal Francesco Barberini, è conservata in copia con la data del 16 settembre, quindi due giorni più tardi, nella Biblioteca Vaticana. Sotto un certo rispetto contiene minori informazione del protocolo della seduta. Dell'autore della Instructio che viene posta ad esempio, Monterenzius, non viene fatto nome. Questa mancanza viene però più che compensata attraverso alcuni dati più precisi. Il luogotenente di Lugano avrebbe in base a questi inoltrato il caso della Domenica Cagialla all'inquisizione di Como. Questa quindi non si sarebbe messa in moto da sola. Come disposto nella seduta, viene poi espressa la disapprovazione dei membri della congregazione sul fatto che l'Instructio sia stata data alle stampe di propria iniziativa. A ciò segue un particolare che per noi oggi è particolarmente importante. Il Cardinal Barberini aggiunge con espressione di stupore: "non mancando qui de' simili instructioni, molto più aggiustate et considerate, come è quella, che sì manderà à V.R.".
Due punti meritano di essere sottolineati:
1) Esistevano diverse istruzioni per i processi contro le streghe.
2) Una doveva essere stata redatta da Monterenzius. Questa doveva servire a norma per l'inquisizione di Como.
Chi era Monterenzius? Al di là dell'indicazione del protocollo della seduta (fiscale del Santo Offizio della città di Roma, defunto) si può dire:
Giulio Monterenzi
nato nel 1550 a Bologna, dottore dei diritti
tra il 1591 e il 1603 consultore e procuratore fiscale del Santo Offizio
1610-1618 governatore di Roma
dal 1618 vescovo di Faenza
defunto il 23 maggio 1623 come vicelegato di Ferrara.
Quindi un giurista, che come governatore di Roma era a capo del "tribunale di ultima istanza, a cui faceva riferimento lo stato della Chiesa o come minimo la sua metropoli" (P. Blastenbrei) e che, prima della sua nomina, aveva palesemente acquisito dei meriti come collaboratore del Santo Offizio.
Al di là di questi scarni dati, sono attualmente in grado di indicare un collegamento di Monterenzi al delitto di stregoneria, un'informazione di cui sono riconoscente alla Signora Michaela Valente. Nel 1596 quattro donne furono tratte agli arresti ed accusate di fronte al tribunale di Bitonto (Apulia) per una fattispecie che risulta nei suoi contorni dai protocolli della seduta: spergiuro, superstizione ("superstitiones") e, in questo contesto, maldicenza o diffamazione ("infamia"). Questo lo intendo nel senso che le quattro donne abbiano diffamato sotto giuramento altre persone come streghe, praticando, forse, anche un contro-incantesimo. Alla fine dell'agosto 1596 Papa Clemente VIII ordinò che Giulio Monterenzi, uno dei consultori del Santo Offizio, si recasse personalmente a Bitonto e presentasse una proposta risolutiva. All'inizio di dicembre le donne erano già state dimesse dal carcere. Ebbene il Papa pronunciò il suo giudizio dopo avere raccolto i voti di due consultori di cui non vengono fatti i nomi, uno dei due doveva essere stato Monterenzi: poenitentiae salutares (penitenze purificatorie) per spergiuro e superstizione così come l'obbligazione di ristabilire il buon nome delle persone danneggiate.
Questo doveva essere uno dei casi che stavano davanti agli occhi di Monterenzi durante la redazione della Instructio: "male grida", come si diceva in Germania, contro innocenti per via di una mentalità superstiziosa. Contro quest'ultima si volgeva la disposizione del papa preparata dai consultori, nella quale spicca la tenue pena contro lo spergiuro. Forse che le quattro donne erano ritenute non completamente capaci di intendere e di giudicare? Fantasticavano forse che loro stesse, ad ogni modo comunque altre persone, avessero preso parte al sabba delle streghe?
Otto anni prima, nel 1588, il Santo Uffizio aveva stabilito, in una decisione a carattere normativo, che le dichiarazioni di "streghe" confesse sopra il sabba non erano affidabili, come ha efficacemente mostrato Giovanni Romeo. Dal 1593 al 1595 furono decisi altri quattro casi in questo senso. Monterenzi in questi tre anni era già consultore della Suprema, poteva quindi essersi personalmente interessato della materia.
L'invio di una Instructio viene nominato, a quanto so, per la prima volta nei Decreti, nel 1610. Destinatario era l'uditore del Cardinale di Milano e Arcivescovo Federico Borromeo, che era stato inviato dal suo superiore nel territorio dei "Rezi" per l'esecuzione di processi contro le streghe. Qui, come anche in molti altri casi, il testo non è più conservato, di modo che resta non chiarito con che ampiezza un testo-base venisse cambiato e aggiustato ai casi da trattare. Ci devono essere state anche redazioni in forma ridotta, come quella che nel 1613 il Cardinal Millini per un caso di ossessione ed accusa di stregoneria spedì al vescovo della lontana Cambrai (Fiandre).
Come mostra la fonte del 1628, non c'era soltanto una, ma diverse istruzioni. Ora è improbabile che queste si differenziassero in aspetti fondamentali, visto che il segnale "cautela nei processi alle streghe" partì al più tardi nel 1588. Ciò nonostante rimaneva naturalmente ancora un ambito per differenti interpretazioni, a maggior ragione per il fatto che i molteplici aspetti del delitto di stregoneria, soprattutto nel diritto procedurale, potevano essere trattati con diversa intensità. Nel 1628 però fu scelta proprio la Instructio di Monterenzi, per porla a modello di fronte agli occhi del frettoloso inquisitore di Como, che aveva redatta la propria disposizione. Nel 1625 l'inquisitore di Genova, Eliseo Masini, aveva già pubblicato l'Instructio (in traduzione) nella nuova edizione del suo manuale per inquisitori, steso in italiano; attraverso ulteriori pubblicazioni questa ebbe, nei decenni successivi, una diffusione ancora maggiore. Nel caso del testo di Monterenzi - come tale non più disponibile - e di quello di Masini, dovrebbe trattarsi di opere differenti? Lo ritengo improbabile, devo tuttavia concedere che il Cardinal Desiderio Scaglia, o all'epoca in cui era ancora commissario del Santo Offizio (1616-1621), oppure in seguito, potrebbe aver avuto un ruolo nella rielaborazione o nella confermazione del testo di Monterenzi. Nel 1628, tuttavia, fu sottolineata la paternità di Monterenzi, non invece una - ipotetica - rielaborazione di Scaglia.
Riassumendo, bisogna ritenere quanto segue: la Instructio risale probabilmente ad un originale che Giulio Monterenzi ha redatto tra il 1593 e il 1604, è quindi nel suo nucleo dai 20 ai 30 anni più antica di quanto finora supposto.
Da ultimo si è già presentato all'orizzonte il problema della diffusione della Instructio. Con ciò passiamo alla seconda parte della conferenza.
2) Diffusione
A. Stato della ricerca
Due anni fa Giovanni Romeo nel suo libro "Esorcisti, confessori e sessualità femminile nell'Italia della Controriforma" ha dubitato che l'istruzione del processo contro le streghe abbia trovato un'ampia considerazione. Anche se fosse stata redatta nel 1624, fino al 1626 non ci sarebbe alcun segno della sua applicazione e anche successivamente, perfino dopo la stampa ufficiale del 1657, avrebbe trovato un'applicazione soltanto limitata. Questo sarebbe caratteristico per la prassi del Santo Offizio alla fine del XVI e nel XVII: "le autorità centrali dettano caso per caso, processo per processo, i criteri di valutazione più appropriati, senza formalizzare scelte giudiziarie pure sostanzialmente omogenee alle raccomandazioni della Instructio".
Romeo sottolinea però, a ragione, che la sua tesi si basa sugli archivi dell'Inquisizioni conservati in Italia, non ancora sull'Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede, soltanto adesso accessibile.
Alla luce delle fonti recentemente ritrovate, la questione si pone in modo nuovo. Nell'Archivio del Santo Uffizio si trovano in un convoluto - cosa che sorprende - 70 esemplari della stampa del 1657. Prima dell'apertura dell'archivio di questa edizione era noto soltanto un esemplare. La stampa deve essere stata trattenuta di proposito? E nei decenni precedenti, quindi a partire dalla nascita dell'Instructio nel 1593/1600, a che punto era la sua diffusione? I primi, provvisori risultati li presento con una tabella. Per le diverse stampe mi riferisco ampiamente ai risultati di John Tedeschi. Però, per quanto riguarda la tradizione manoscritta, l'Archivio prepara ulteriori sorprese, anche se non ho avuto ancora occasione di scorrere sistematicamente tutti i volumi dei Decreta tra il 1580 e 1670.
B. Nuovi ritrovamenti
Primo punto è la diffusione geografica. Una certa concentrazione al vescovato di Como ed alla confinante "Rezia", quindi innanzitutto all'attuale cantone dei Grigioni, è indubitabile. Questo vale già per la prima documentazione dell'anno 1610, si ripete nel 1628 e nel 1633 e poi culmina negli anni cinquanta.
Sull'ingente persecuzione alle streghe nella Rezia a partire circa dal 1650 fu richiamata l'attenzione dell'Inquisizione romana nell'estate del 1652 attraverso le lettere degli inquisitori di Como e Milano. In seguito a ciò Papa Innocenzo X e i cardinali criticarono il "malum modum procedendi", la cattiva maniera di condurre il processo, dell'autorità laica del posto. Al vescovo di Chur si fece comunicare, attraverso l'inquisitore di Como, "che il Santo Uffizio in Italia, Spagna ed altri luoghi, in cui esiste, procede contro le streghe solo in base alla disposizione", di cui gli venne al contempo inviato un esemplare, quindi un'istruzione processule contro le streghe. "(Inquisitor) notificare faciat episcopo Curiae, quod S. Officium in Italia, Hispania et alibi, ubi viget Sanctum Officium, non procedit contra maleficos nisi iuxta Instructionem hinc ad Inquisitorem mittendam, quam mittat eidem episcopo...". Gli fu intimato di inoltrare il testo ai giudici, affinché si attenessero ad esso.
Questo primo tentativo di Roma, di dissuadere la giustizia laica nei Grigioni dalla sua linea dura nella persecuzione contro le streghe non mostrò alcun successo, quantomeno nessun successo effettivo.
Di ciò il Santo Uffizio divenne consapevole al più tardi nel maggio-luglio 1654, allorché giunse nella città eterna una lettera del nunzio di Lucerna, Carlo Carafa. In questa era scritto che "l'autorità laica dei Rezi" (magistratum secularem Rethorum) voleva giustiziare a morte numerosi fanciulli e fanciulle nell'età tra circa gli otto e i dodici anni per supposta stregoneria (pro maleficis habitos). Per evitare un simile fatto, il mandato proponeva che i giovani fossero accolti e, per via della loro povertà, mantenuti dall'inquisitore di Milano. Tuttavia questo trasferimento doveva accadere il più velocemente possibile, altrimenti sarebbe stata da temere un'esecuzione bestiale (bestialis executio). Il tribunale era pronto a rinunciare all'esecuzione della pena capitale se i fanciulli avessero abbandonato la patria. Le dieci fanciulle ed i cinque giovinetti nell'età di circa otto-dodici anni furono effettivamente portati in salvo a Milano nel 1655.
Uno dei cardinali coinvolti, Francesco Albizzi (1593-1684), nel suo libro "De Inconstantia in jure admittenda vel non" (1683), trattando dell'atteggiamento di Roma rispetto alla questione delle streghe, discusse anche il caso dei giovinetti di Bündner, il che mostra che il loro destino aveva toccato personalmente i membri del Sant'Offizio.
Albizzi si ricordava anche con orrore dei molti roghi che aveva visto in Germania nel 1636, durante una missione diplomatica a Colonia. Ancora dopo decenni inorridiva al pensiero di quello "spectaculum horrendum" che si presentava in Germania agli occhi dell'italiano: gli "innumerevoli pali eretti al di fuori di villaggi e città, a cui povere donne, oltremodo da commiserare, erano state consumate dalle fiamme come streghe". D'altronde Albrizzi si è espresso in questo contesto anche in modo celebratorio sui due critici tedeschi dei processi alle streghe, provenienti dall'ordine gesuitico, padre Adam Tanner e l'autore della Cautio Criminalis, il cui nome, Friedrich Spee, egli tuttavia non conosceva.
Torniamo di nuovo all'istruzione processuale contro le streghe:
Il vero impulso per la stampa dovevano averlo dato due processi a Taranto e Napoli nel 1657. In entrambi i casi fu mandata una "Instructio" all'arcivescovo (a maggio) ed al nunzio (in agosto). Almeno nel caso di Taranto era in principio intesa con questo termine una speciale direttiva su come procedere a riguardo delle sei donne incarcerate. A novembre papa Alessandro VII, in una seduta del Santo Uffizio, condannò tre delle donne a delle penitenze nei confronti della Chiesa, le altre ad una reclusione carceraria di tre anni, che, dopo un certo periodo, fu commutata in arresto domiciliare. In queste circostanze gli impiegati dell'arcivescovo e indirettamente anche il loro superiore ricevettero un rimprovero, poichè questi innanzitutto nel procedimento contro un'ulteriore donna, che era morta nel 1656, avevano commesso molti errori e, in secondo luogo, perché non si erano attenuti alla Instructio che era stata loro inviata. Per questa ragione doveva essere ora mandata all'arcivescovo l'Instructio "ordinaria", affinché i suoi dipendenti in futuro conducessero simili processi correttamente ("et ideo mittatur ei instructio ordinaria circa modum procedendi contra striges, sortilegas et maleficas ad hoc, ut in posterum rite et recte in similibus causis procedere possint").
La stampa liberò ovviamente gli impiegati della cancelleria papale dal lavoro di scrittura che comportava il lungo testo. Palesemente il papa ed i cardinali si aspettavano più spesso che nei decenni precedenti richiesta di informazioni, per la quale la Instructio era il mezzo adeguato. Nel novembre 1658 fu mandato un esemplare stampato all'inquisitore di Firenze, un anno dopo un ulteriore esemplare al vescovo di Marsi.
Nel 1659 l'inquisitore di Como spedì di propria iniziativa l'istruzione per i processi alle streghe attraverso l'arciprete di Chiavenna ai "Rezi". Quando la centrale romana ne fu informata, andò di gran lunga più in là. I cardinali, e tra loro Francesco Albizzi, decisero nella seduta del 2 luglio 1659 di inoltrare l'Instructio anche agli inquisitori di Colonia, Besancon e Tolosa. In queste tre città si trovavano postazioni esterne dell'inquisizione romana al di là delle Alpi. Tra l'altro, l'esemplare mandato a Colonia poteva essere quello che, come pezzo unico, è stato conservato al di fuori del Vaticano ed oggi è custodito alla Cornell University.
Nel 1661 l'arcivescovo di Besancon comunicò la consegna della Instructio. Nel libero ducato della Borgogna, che, fino all'annessione francese del 1674, apparteneva alla corona spagnola, la situazione era talmente diversa che proprio l'inquisitore del posto, Pierre Symard, era quel provocatore che, prima in cooperazione, successivamente in concorrenza con la giustizia statale, aveva avviato una lunga serie di processi. La sua procedura era in contrasto con i principi romani, come il cardinale Albizzi rilevava nel suo libro: "E mentre io scrivevo queste cose, l'inquisitore di Besancon aveva consegnato, conformemente alla prassi di quei luoghi, diversi uomini e donne al braccio della legge secolare. I loro processi furono ritenuti successivamente dalla Suprema nulli ed ingiusti (nullitate et iniustitia); per questo motivo furono assolti come incolpevoli. L'inquisitore fu sospeso dal suo incarico ed il suo successore ricevette la rigorosa direttiva di condurre i processi alle streghe in base alla sopra nominata istruzione".
Anche nei Grigioni si iniziò lentamente a riflettere. Il nunzio Federico Borromeo, successore di Carafa, nel 1660 comunicò da Lucerna a Roma, che i Rezi desideravano informazioni sui principi in base ai quali la congregazione procedeva contro le streghe; per questo motivo avrebbe informato i giudici che si attenessero alla istruzione romana dei processi alle streghe. Il papa Alessandro VII ordinò al nunzio di procedere in modo particolarmente accurato e coscenzioso. Chiaramente la spedizione della Instructio ordinata nel 1655 non aveva ancora suscitato alcun decisivo cambiamento di direttiva. Una più ampia diffusione era da sperare grazie alla traduzione tedesca. Questa la portò a termine, nel luglio del 1661, Konrad Hunger, parroco di Einsiedeln (Svizzera).
L'ulteriore sviluppo deve essere ancora indagato. Due punti sono comunque già ora sicuri:
1) L'istruzione processuale contro le streghe era già maggiormente diffusa, rispetto a quanto la ricerca ha fino ad ora supposto. Che non vi siano quasi altri esemplari al di là dell'archivio romano, deve avere altri motivi, per esempio il fatto che la stampa, nel XVIII secolo, non aveva più alcun significato pratico, vista la scomparsa della persecuzione alle streghe, e nemmeno la poco attraente configurazione grafica offriva più alcun stimolo per una più lunga conservazione. Di gran valore informativo è anche il gran numero di manuali per inquisitori, in particolare a partire dal 1650, nei quali era stampata la Instructio. Anche senza una stampa a parte, quindi, molti giudici ecclesiastici dovevano avere conosciuto la disposizione. La situazione era diversa rispetto agli "esterni" come le autorità laiche nella Svizzera cattolica o nella regione del Reno, così come per fanatici ecclesiastici come l'inquisitore di Besancon. A questi ed al loro milieu dovevano essere aperti gli occhi con una mirata spedizione della Instructio. Infine sarebbe da nominare come terza via la diffusione della Instructio per iniziativa di esterni. Attraverso simili vie contorte l'Instructio è divenuta nota nel decennio a partire dal 1660 nella lontana Prussia orientale ed in Polonia ed ha offerto argomenti agli avversari dei processi alle streghe di quei luoghi.
2) Nonostante la sua connaturata intolleranza contro gli eretici l'inquisizione nell'epoca moderna ha anche avuto aspetti positivi. Il suo atteggiamento contro la stregoneria era più cauto e le sue direttive per il processo esecutivo irradiavano più giustizia e umanità rispetto a quelle di molte istituzioni protestanti e cattoliche al di fuori di Italia e Spagna. Questo lo riconobbe già lo storico liberale Charles Henry Lea: "E' un dato di fatto alquanto singolare che, come posso constatare, non è stato riconosciuto in alcun luogo, che il Santo Offizio, così in Spagna come anche in Italia, ha assunto un atteggiamento decisamente scettico riguardo al sabba delle streghe, che ha preservato questi paesi dalla follia imperante in altri paesi". Quanto ha constatato il Lea già da un secolo, giudicando obiettivamente, verrà differenziato grazie ad una una situazione delle fonti e della ricerca nel frattempo notevolmente migliorata, e, comunque, nell'essenziale confermato. Molto rimane ancora da indagare, come ad esempio la questione di storia delle idee e del diritto sulla misura in cui il diritto dell'inquisizione della proto-modernità tragga le proprie radici dall'inquisizione del tardo Medio Evo o dall'umanismo dell'inizio del XVI secolo. Per quanto riguarda la questione delle streghe, mi interessa particolarmente il problema di cosa pensassero il papa ed i cardinali sulla smisurata persecuzione delle streghe in Germania e se vi reagissero in qualche modo. Comunque sia, già si delinea come il contributo dell'Inquisizione alla storia del diritto e della cultura europea, nella prospettiva di oggi, non sia da valutare in modo esclusivamente negativo. In ogni comprensibile ammissione di colpa, lo si dovrebbe sottolineare chiaramente.