Aprosio ebbe da tempo la opsophago ovvero d'amante del buon mangiare, bere ottimo vino coniugati con l' otium negotiosum caratterizzato dalla gratificazione dei banchetti nobilitati da discussioni erudite sulla linea classica dei Deipnosofisti di Ateneo, di Orazio sin ad altri letterati, pure coevi dell'agostiniano intemelio =
per cui in particolare merita di esser citata una colta riflessione da lui pubblicata, "se senza ber vino si possa poetare con eccellenza" edita nel capitolo V della sua Grillaia del 1668 e non casualmente dedicata all'amico Pier Francesco Minozzi di Monte San Savino che ai tempi del soggiorno a Siena del "Ventimiglia" oltre che la "buona tavola" gli aveva fatto apprezzare il celebre vino di Montepulciano cui il Minozzi aveva dedicato questo dotto elogio
Tempo dopo con il ritorno nella natale Ventimiglia, volendo emulare l'amico toscano Aprosio nel suo repertorio biblioteconomico Biblioteca Aprosiana, Passatempo Autunnale di Cornelio Aspasio Antivigilmi stese queste considerazioni sul "buon desinare a Ventimiglia" onde pubblicare dopo un elogio delle eccellenti spigole (a suo giudizio "migliori di quelle che si pigliano nel Tevere") e trote (scrive trotte) del fiume Roia quello dell'ottimo vino Moscatellino proprio del Ponente Ligure e specialmente di Taggia.
Aprosio prese comunque la consuetudine di misurarsi nei suoi elogi della buona tavola
e (nonostante raccolse per la sua biblioteca questi volumi rari e preziosi su alimentazione e grastronomia ma pure su vino e viticoltura tra i quali si deve citare quello dello Scacchi di grande valore documentario oltre che antiquario come qui si legge soprattutto per le informazioni sulla reale origine, che risulterebbe italiana e non francese, dello champagne),
tenendo conto sia delle sanzioni ecclesiastiche riguardo a quei religiosi che eccedessero nel mangiare e nel bere leggibili in questo ulteriore collegamento sia rammentando sempre come, nel contesto assai pregresso di una polemica letteraria su femminismo ed antifemminismo l'antica amica e poi rivale Suor Arcangela Tarabotti, riaccendendo sulle stravaganze dell'agostiniano una pericolosa attenzione agli occhi dei superiori a Venezia che da tempo lo avevano definito "poeta" ma nel senso di irrequieto e imprevedibile,
lo descrisse pesantemente quale "...Predicatore delle glorie del vino, Confessore dei bugiardi e Mecenate degli ubriachi..." al punto da ispirargli in ricordi pieni di rabbia, ancora nel 1673 finita ogni polemica anche per la morte della donna, una risposta erudita ma in sostanza alquanto volgare]