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cultura barocca
ALL'ALBA DELLA STORIA: LE GENTI LIGURI PREROMANE

ALL'ALBA DELLA STORIA: LE GENTI LIGURI PREROMANE

In epoca preromana il territorio dei LIGURI includeva il Piemonte a Sud del Po od Eridano, confinando a ponente col Varo, a levante con Trebbia e Magra, a sud col mare.
Per quanto concerneva il suo occidente o "Ponente ligustico" (ferme restando certe contrapposizioni di scuole in merito all'identificazione di LIGURI E CELTOLIGURI) la regione denotava la presenza di vari insediamenti umani, talvolta anche parecchio differenziati tra di loro sotto il profilo socio-culturale ed economico.
Nella Liguria storica occidentale da ponente comparivano (da settentrione) gli ECTINI, i NERUSII, soprattutto i forti DECIATES e gli OXUBII, disposti intorno ad Antipolis e nel massiccio dell'Esterel, oltre che presso Aegitna : Ligauni, Camatullici ed Anatelli erano localizzati presso il Rodano, i Salii occupavano il territorio circostante Marsiglia, e v'erano poi i VESUBIANI ed i VEDIANTII con capitale Cemenelum (Cimiéz).
Tra le genti liguri che sarebbero rientrate nella IX regio augustea (una delle grandi regioni in cui l'imperatore Ottaviano Augusto avrebbe poi diviso l'Italia, centro del suo Dominio) sono da collocare gli INTEMELII o INTIMILII con capitale nell'oppidum di Nervia (attuale frazione levantina di Ventimiglia, sede degli scavi archeologici), gli INGAUNI di Albingaunum (vasto municipio con omonima capitale che inglobava Costa Beleni o Balena, "Stazione stradale" sulla via Julia Augusta - ove si son recuperate tracce di edifici medievali eretti in prossimità della "stazione" - sita al terminale, sul mare, della valle Argentina), gli EPANTERII e quindi le genti di Vada Sabatia (matrice dei futuri centri di Vado e Savona).
Dalle prime alture delle Alpi Marittime, in direzione della Padania, le tribù guerriere e primitive dei Liguri erano invece denominate in senso lato con l'appellativo di MONTANI: e secondo una certa interpretazione, specie per giustificare criticamente sia la ROMANIZZAZIONE DELLA VALLE BORMIDA sia l'area strategica tra queste contrade e il TERRITORIO DI ACQUI TERME, si sono citati i gruppi etnici degli STATIELLI e soprattutto degli EPANTERII MONTANI.
Sotto il profilo etnografico gli antichi Liguri facevano parte di uno strato di popolazione di stirpe mediterranea preindoeuropea, su cui oltre che testimonianze letterarie, restano dati antropologici ed archeologici.
Gelose della loro autonomia, tali genti furono parsimoniose nei contatti colle popolazioni limitrofe e ciò fu in qualche modo di pregiudizio per la loro evoluzione culturale e politica.
Ancora in epoca storica esse mantenevano infatti caratteri abbastanza primitivi, se molti scrittori greci e latini (pur esagerando le "tinte", come era nei loro costumi) ne parlavano in termini di meraviglia e quasi di timore.
La loro semplice società, per quanto influenzata da una buona conoscenza della metallurgia, conservava diversi caratteri propri del cuprolitico e del neolitico, come le rustiche abitazioni, costituite da capanne o caverne, l'alimentazione connessa ai prodotti della pastorizia e di un'agricoltura piuttosto elementare.
Tali popolazioni, a lungo estranee agli sconvolgimenti politici del Mediterraneo, in seguito alla fondazione di Massalia (Marsiglia), colonia greca di Focea, avvenuta intorno al 660 a.C. sul vicino Golfo del Leone, presero però a migliorare rapidamente le loro condizioni di vita e i popoli liguri di costa, decisamente, si staccarono dai costumi antichi dei Montani, assai meno favoriti, vista la logistica dei loro disagevoli territori, dall'influsso greco-marsigliese (CLUVERIUS, It. Ant., p. 49, che riprende Marcianus Heraclaensis).
Oltre ai Vediantii, esposti ai progetti espansionistici di Massalia, dalla vicinanza commerciale dei Greci trassero profitto oltre agli Ingauni ed ai Sabatii anche gli Intemelii.
La genesi di quest'ultimo popolo, e del suo centro più importante a Nervia di Ventimiglia, si perde nel passato.
Esso in verità non si distingueva culturalmente nè politicamente dagli altri gruppi liguri: la sua terra, più selvaggia di quella degli Ingauni, influenzò semmai il quadro ecologico che ne fecero gli eruditi greci Diodoro Siculo e Strabone.
Gli Intemelii, appartenenti al ceppo dei Liguri costieri, ben noto ai marinai greci e cartaginesi anche per una certa attitudine ad imprese "piratesche", avevano doti di robustezza, agilità e sobrietà, tali da stupire gli stranieri.
Non è semplice indicare con sicurezza le loro originarie caratteristiche etniche, viste le infiltrazioni greche, romane e celtiche: tuttavia, sulla base di parecchi autori classici che ne hanno sottolineata la complessione asciutta e nervosa, la resistenza alla fatica e l'agilità, oltre che un'innata bellicosità, si può credere che fossero dei normotipi, con una discreta presenza di longilinei ipertiroidei ed iposurrenalici.
Oltre che la comparazione dei pochi reperti archeologici e letterari con gli odierni biotipi, conforta questa ipotesi l'ecologia del loro antico "habitat", molto compresso su una striscia di costa, con vegetazione mediterranea o di macchia sempre più abbondante procedendo verso il montuoso interno, con fauna numerosa ma di piccola taglia, clima temperato tendente al secco, con escursione termica fra le punte estreme di -2 e +32 gradi centigradi.
Come tutti i Liguri antichi, anche gli INTEMELII conobbero l'INSEDIAMENTO PAGENSE.
Col PAGO si indicava un'unità territoriale che ebbe nel CASTELUM il presidio difensivo più antico; il raggruppamento etnico tradizionale era invece la TRIBU', mentre l'OPPIDUM costituiva il complesso fortificato di più tribù tra loro confederate: in media veniva eretto in alture, a volte persino vicine alla costa sì da sorvegliare il mare.
I CASTELA erano rudimentali fortificazioni megalitiche, costituite da cinte murarie anulari disposte sulla cima di qualche colle: questi complessi, in cui l'idea del riparo dagli invasori si fondeva spesso coll'idea prioritaria dell'insediamento umano stabile, furono definiti CASTELLIERI o, con vocabolo tardo romano linguisticamente più adeguato alla tradizione ligure, CASTELLARI.
Tali strutture risultavano dislocate secondo un certo ordine strategico ed erano costruite sì da essere abbastanza fruibili dalla popolazione indigena che abitava nei pressi, anche in modeste capanne, e da sorgere, nell'ambito del possibile, in funzione di particolari emergenze socio-politiche ed economiche: un ricco, seppur elementare, insieme di percorsi poneva peraltro in relazione tra loro questi siti, agevolando spostamenti rapidi lungo direttrici ardue e talora non praticabili per degli stranieri.
I tragitti più semplici, quelli di crinale, si svilupparono in una originaria epoca di nomadismo ed avevano le caratteristiche di sentieri legati ai movimenti della selvaggina, snodantisi di conseguenza in altura e lontano dai corsi d'acqua.
Ad essi successero percorsi di media altura sui crinali secondari, aventi in genere la forma di piste senza insediamenti dato il perdurante stato di nomadismo.
Durante la civiltà pagense si sviluppò sui crinali secondari una fitta ragnatela di sistemi di collegamento: ed in ultimo, poco prima dell'occupazione romana, si ebbe il momento dei percorsi di fondovalle che permettevano un controllo capillare del territorio; con tale sistema di itinerari migliorarono alquanto le comunicazioni delle popolazioni "montane", ancora di cultura guerriera e pastorale, con quelle di mezza costa e fondovalle già dedite all'agricoltura ed al commercio.
Benché forniti di buone capacità di adattamento all'ambiente ed alle più disparate situazioni, gli "Intemeli", al pari degli "Ingauni" e di altri Liguri costieri, possedevano una struttura politica elementare ancora nel III secolo, quando cominciarono ad incontrarsi coi Romani: gli antichi scrittori parlavano genericamente di tribù liguri, di "genti" od al limite di principes vale a dire "capi" o "Principi" che, in collaborazione con una sorta di assemblea o conciliabulum, prendevano direttive militari in caso di necessità.
In ambienti sociali tanto modesti la guerra, quasi sempre difensiva, costituiva per eccellenza un caso di necessità e in siffatta circostanza i centri della Liguria occidentale, normalmente autonomi, costituivano una federazione di guerra (molto alla larga paragonabile a quella antipersiana dei Greci), operante sotto la guida dei principes, i cui membri si radunavano con probabilità nella più potente città ligure occidentale, cioè Albingaunum.
Al riguardo giunge significativo il foedus (o "patto") che, nel 180 a.C., il condottiero romano Lucio Emilio Paolo stipulò apparentemente coi soli "Ingauni" ma che, in effetti, essendo stato accettato o forse è meglio dire "subito" dal conciliabulum di tutti i "capi" liguri ponentini convenuti ad "Albenga", contribuì a pacificare l'intiera Liguria occidentale.
A livello spirituale gli INTEMELII, come tutti i Liguri d'Occidente, coltivavano una religione ricca di significati naturalistici i cui cardini si stendevano su un territorio illimitato, dall'intero complesso della val Nervia, col centro basilare nell'agro della futura Dolceacqua avendo naturalmente gli assi portanti dell'intero sistema spirituale nei veri e propri olimpi montani dell'Abeglio, del monte Toraggio, della Valle delle meraviglie, della drammatica Vetta del Bego.
Ricostruire nei dettagli i contenuti di siffatta religione politeistica oggi sembra davvero arduo: comunque al pari di molte genti settentrionali, gli Intemelii davano grande rilievo alle foreste, i cosidetti LUCI: famoso nel territorio delle Diano il LUCUS BORMANI, meno noto ma non meno significativo il LUCUS ravvisato nel grande bosco, oggi scomparso, al cui centro - in Vallecrosia - sarebbe poi sorta la chiesa romanica di S.Rocco, forse eretta su un tempietto ad "Apollo protettore dei viandanti" ed un altro [ ma anche probabile continuum del precedente che, ancora stando ai dati del '200, si estendeva forse sin qui dai passando per l'area di Borghetto S.Nicolò e Vallebona], attestato nella REGIONE LUCO di Bordighera (descritta in una carta della Guida d'Italia del Toring Club Italiano, I, II ed., Milano, 1924).
Le Foreste sacre, i Boschi Sacri, i Luci (il Nemeton come anche si diceva) erano sedi di arcane cerimonie votive per varie manifestazioni naturali curate e venerate da SACERDOTI che detenevano il sapere e conoscenze su cui lo scorrere dei secoli ha sparso polvere ed incolmabili lacune.
Fra tante espressioni dell'ambiente naturale che erano oggetto di culto per i Liguri primigeni individuate di frequente nelle più disparate espressioni atmosferiche e biologiche non si possono certo dimenticare le grandi manifestazioni che essi potevano scorgere in cielo: tra queste assumevano un ruolo importantissimo le eclissi e l'apparizione di stelle cadenti o di comete (del resto tutte le culture hanno ereditato dagli antichissimi popoli una sorta di timorosa venerazione per i fenomeni astrali, caricandoli di interpretazioni fauste o pessimistiche (ancora nel XVII secolo, assieme alle eclissi, l'apparire di COMETE spalancava la strada ad interpretazioni contrastanti ma emotivamente fortissime, non dissimili nonostante i secoli di distanza, dallo stupore provato dai Liguri antichi di fronte a simili "prodigi".
Tipico, in particolare, della religiosità degli Intemelii e degli Ingauni era il LUCUS o foresta sacra (come il LUCUS BORMANI) sede di riti religiosi di cui sembrano essere state individuate preziose testimonianze.
A tali divinità naturalistiche e all'ambiente spirituale dei Luci, si accompagnarono altresì vari nomi di dei, tra cui fa spicco BELEN, venerato in ambiente gallo-ligure che, forse, per orgoglio cittadino fu assorbito nella mitologia del fondatore della città, INTEMELION, alla stregua di un "(semi)dio protettore" cui far sacrifici (per poi riproporlo, ai tempi della romanità, quale un corrispondente locale di ciò che Romolo rappresentava per la capitale).
Divinità molto antiche per "Intemeli" ed "Ingauni" erano poi quelle collegate alla vita pastorale, come l'oracolo di Bekko e la dea Futri, che sovraintendeva alla riproduzione di greggi ed armenti.
A queste ed altre divinità consimili erano dedicate molte cerimonie praticate degli Intemelii (e da altri popoli liguri) con processioni ai luoghi sacri del monte Bego e sin a quelli altrettanto "magici" della Rocca e della Valle delle Meraviglie, ora in territorio francese, vero santuario degli antichi pastori protoliguri che vi incisero innumerevoli graffiti ed incisioni di matrice misterico-spirituale.
Un discorso a parte, di cui l'area VALLIVA DEL NERVIA può essere assunta a campione tipologico, è costituito dalla discussa questione dell'INFLUENZA CELTICA (CON LA RELATIVA DISCUSSIONE SUI CELTOLIGURI) sull'estremo ponente ligure e, più in generale, su tutto il territorio della LIGURIA STORICA PREROMANA
Gli Intemeli erano refrattari ad infiltrazioni nel loro territorio: tuttavia non furono in grado di porre argine ad alcune incursioni di Galli o Celti (il primo nome è romano, il secondo, di più antica accezione greca: I Galli d'Italia, Roma, 1978, De Luca edit.).
In concordia con i classici (LIV.,XL,28,7 e PLUT.,Aem., 6), oltre che con ricognizioni moderne, è da ritenere che Celti provenienti dai territori del Rodano si siano mescolati coi "Liguri storici" (sin all'estremo ponente italico, in particolare) come anche sembrerebbero testimoniare alcune tracce archeologiche di Arles, Entremont e del "comune santuario" celto-ligure di Roqueperteuse.
Del resto di matrice celto-ligure è il culto per BELENOS su cui si è discusso ne I Celti edito in Milano da Bompiani nel marzo 1991 [v. LUDWIG PAULI, I passi alpini e le migrazioni celtiche, pp. 215-219 - e D. VITALI, I Celti in Italia, pp.220-235].
Le ultime invasioni di queste masse di popoli (verso la Gallia meridionale, la Spagna, l'Italia e la Grecia) si verificarono tardi, verso il III sec. a.C., e risultarono costituite da Belgi o, con maggior precisione, dai bellicosi NERVII della GALLIA BELGICA.
Supponendo che alcune di queste genti siano penetrate nell'agro intemelio e vi si siano stanziate senza grossi problemi colle popolazioni indigene, Nino Lamboglia, cercando di spiegare un idronimo o nome di fiume altrimenti difficile da giustificare (quello del "Nervia"), ipotizzò con lucidità che in tale idronimo fosse celata la denominazione di un pagus Nerviensis (cioè di un "villaggio di Nervii") denominato quindi Nervinus dopo il veloce processo di romanizzazione. Secondo Giulia Petracco Sicardi Nervii sarebbe invece l'etnico o "nome di popolo" della gente preromana che abitava la valle in simbiosi con gli Intemelii: a suo parere si sarebbe trattato di elementi gallici provenienti appunto dalla Belgica (P.W.R.E. voce Nervii curata da Holder, 726) che, penetrati durante il periodo preromano nell'agro intemelio, avrebbero conferito il proprio nome etnico ad un villaggio e a tutta l'area (eminentemente costiera) che fu posta sotto il loro controllo (peraltro nella valle del Nervia, a testimonianza di una non sporadica penetrazione gallica, non mancano relitti toponomastici: cfr. G.Petracco Sicardi, Toponomastica di Pigna in "Diz. di Toponomastica Ligure", Bordighera, 1962, p.105, n. 319: la stessa studiosa lascia invece un pò perplessi quando, a distanza di un ventennio - probabilmente per uniformarsi ad una linea interpretativa comune [nel volume miscellaneo a cura di C.Campanile, I Celti in Italia, Pisa, Giardini edit., 1981, nota 4 del suo contributo Liguri e Celti nell'Italia settentrionale] - abbia in apparenza rivisitato queste sue affermazioni - pur senza rigettarle direttamente - negando infiltrazioni celtiche nella Liguria marittima sulla base, abbastanza fragile, che "i toponimi gallici in -ako (vi) mancano completamente").
Con tutto il rispetto per l'illustre glottologa sembrano, queste ultime, considerazioni che, supervalutando l'assenza di toponimi di derivazione celtica, mancano "assolutamente" di una diversa e necessaria indagine sul campo, indagine ormai portata avanti con successo da più ricercatori proprio nella vallata del Nervia, specchio ancor mal studiato di arcaici riflessi storici ed evolutivi.
A proposito del priorato di Dolceacqua sorge tuttora nel circondario agricolo del piccolo convento una cappella o chiesetta di S.Bernardo nei cui pressi le testimonianze religiose celto-liguri abbondano e per giunta concentrate in un'area ristretta, una presumibile base sacrale.
Peraltro, vista una certa mancanza di interessi, nel passato non si è neppure analizzata abbastanza un'altra importante caratteristica della primordiale religiosità ligure (o meglio ancora o forse è più esatto dire per una volta ancora di matrice celto-ligure), tanto tenace da sopravvivere al processo di romanizzazione e persino da opporre formidabile resistenza all'affermazione del Cristianesimo, religione divenuta presto diffusissima per i forti connotati sociali e popolari.
Si allude qui ai culti, di ascendenza celto-ligure, delle "MADRI" o MATRONAE [che secondo varie interpretazioni si sarebbe continuato in ambito cristiano nella pseudoreligione delle COMPAGNE DI DIANA] le quali sarebbero state custodi delle molte sorgenti terapeutiche esistenti in parecchie valli liguri (non ultima quella del Nervia): per estirpare il CULTO DELLE ACQUE CHE CURAVANO I MALATI (specie di malattie della pelle) e di conseguenza estinguere antichissime, seppur innocue credenze popolari nella potenza dei sacerdoti Druidi, i benedettini (tra IX ed XI sec.) dovettero impegnarsi non poco.
Da un lato i Benedettini si limitarono ad alimentare dicerie paurose, per esempio di demoni crudeli celati nell'ombra (da qui derivarono molti toponimi del genere "il buco del diavolo" - ad esempio sopra la località "Portu" di Dolceacqua - alludendo ad una grotta con una sorgente, da non frequentare in ossequio alle antiche tradizioni pagane; con simili paure si "debellò" l' arcaica fede in una SORGENTE che sgorga tuttora sotto la cima del TORAGGIO, un monte dai contorni TERRIBILI quanto AFFASCINANTI, nel cui toponimo romano - IN TURRABULIS - si è intravisto il nome d'una divinità preromana, custode delle vette, il sacro TOREVAIUS : l'alpestre e scomoda sorgente DRAGURIGNA finì quindi coll'essere abbandonata dai suoi fedeli, anche per questo nuovo larvato timore, diffuso dai monaci, di un diabolico DRAGO celato tra acque ed anfratti cui di volta in volta venivano attribuiti caratteri di DEMONE o , per meglio uniformarsi alla visione orrorifica precristiana e concordarla con certi aspetti folklorici della GIOVANNEA APOCALISSE) di DIAVOLO DAI CONNOTATI VAMPIRESCHI ed in altri casi invece assorbendo una lotta improba contro la credenza nelle divinità delle acque il sistema della religiosità cristiana, tramite ad es. il culto dell'acqua benedetta di Maria per le fonti del "Convento" di Dolceacqua od il ciclo dell'Assunta a riguardo della "frequentatissima" BASE TERMALE di Pigna.
E tutti questi segnali culturali ed etnografici -di per se stessi estremamente importanti- si CARICANO di infiniti messaggi allusivi se non vengono rinchiusi nel loro ristretto sistema geopolitico ma sono piuttosto esaminati su una scala infinitamente più estesa quella che per la VIA DEL NERVIA portava dal mare a Tenda e quindi oltre, attraverso la Padania sin a NOVALESA dove in maniera quasi speculare si enfatizzavano quegli stessi fenomeni religiosi che, sulla costa ligure, caratterizzavano molti siti della Valle nervina (e non solo di questa!).
-Alternativamente a questa postazione demolitrice delle vecchie tradizioni grazie allo strumento della paura del mostro ed alla postazione alternativa e compromissoria dell'innesto di un culto pagano difficilmente sradicabile entro un ciclo cristiano si evolse la leggenda di non semplice decifrazione su S. GIORGIO che avrebbe distrutto il demone-drago delle acque e quella -tipica di area francese ma nemmeno rara nel contesto di una diocesi di transizione come quella ventimigliese- di S.MARTINO parimenti meritevole di simile gesto per aver ucciso un DRAGO DEMONIACO annidato, stando alle parole di S.ELDRADO abate di NOVALESA nell'ORRIDO DI FORESTO, borgo relativamente prossimo all'abbazia e vinto dopo una cruenta battaglia di cui si mostrano ai visitatori le vestigia caratterizzate da lunghe striature biancastre nelle ripide pareti rocciose che la leggende definisce esser le tracce delle artigliate del mostro in agonia: sul peso specifico sempre maggiore della figura di S.MARTINO, secondo una certa scuola letteraria, rientra il fatto che si trattava di un SANTO GUERRIERO particolarmente gradito ai BARBARI adoratori in antico di divinità guerriere e (con S.VITALE) utilizzato, già dai tempi della dominazione bizantina in Liguria, per CONVERTIRE, COMUNICARE E NOMINARE in massa i barbari, specie LONGOBARDI disertori dai loro popoli e accosatisi all'universalità della CHIESA CATTOLICA ROMANA.
Per molto tempo inoltre, a mascherare certe peculiarità di questa "storica" influenza gallicana (se non si vuol proprio dire celtica o gallica), sull'area intemelia (e molto meno su quella ingauna), in qualche modo è stata mistificata la caratteristica principale, di zona di TRANSIZIONE POLITICA e RELIGIOSA tra Provenza e Italia, del municipio romano (poi contea carolingia e comune) di Ventimiglia e quindi della sua struttura diocesana ed in particolare del reale, antico CONFINE DIOCESANO.






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Si tratta di una questione che è stata più volte discussa su cui risulta molto interessante il lavoro di F. M. GAMBARI - D. AROBBA - R. NISBET - M. VENTURINO GAMBARI da cui si estrapola il seguente ampio brano, integrandolo (carattere tondo) con osservazioni interattive concernenti, soprattutto, l'area del Ponente ligure:
Nel 1980 P. Baldacci, con un intervento quasi provocatorio al Colloquio Internazionale sui Celti di Milano, nel quadro di un severo ridimensionamento delle ormai sempre meno sostenute tendenze panliguristiche, ha posto con estrema ehiarezza alcuni punti che ancora attendono la discussione in un dibattito di ampiezza adeguata. Partendo dal confronto tra un'acuta revisione delle fonti classiche ed il quadro archeologico allora disponibile per l'Italia nord-occidentale (in cui peraltro il Piemonte restava un 'area quasi inesplorata), egli è arrivato ad aleune eonelusioni molto interessanti ed innovative:
a) il substrato pre-celtico dell'Italia nord-occidentale, quello cioè anteriore all'invasione gallica del IV secolo a.C., non è quello ligure "pre-indoeuropeo". Secondo Baldacei "siamo autorizzati ad identificare il ligure ed i Liguri con quello ehe alcuni paletnologi chiamano protoceltico".
b) per le fonti classiche il termine "Liguri" era un "nome convenzionale", poiché "i Liguri rappresentavano per gli antichi il sostrato europeo centro-occidentale precedente alle civiltà con le quali essi erano entrati in contatto in età storica" ed inoltre "ligure e Liguri, nella fase che a noi è possibile afferrare, cioè nella prima metà dell'ultimo millennio a.C., non sono altro che definizioni dei geografi e degli storici greci per indicare le società celtizzate della Gallia meridionale e dell' Italia settentrionale di cui essi avevano notizia". In sostanza per gli antichi il termine "Liguri" aveva per lo più un valore storico e non etnico-geografico, o a maggior ragione linguistico, riferendosi a quei gruppi preesistenti all'arrivo di genti meglio distinguibili etnicamente come Galli, Veneti, Iberi, etc. Solo più tardi, in piena fase di romanizzazione, il conecetto viene ristretto dai geografi romani ai popoli di un' area geografica ben precisa, che di poco travalica in Italia i limiti della IX Regio augustea.
Corollari delle affermazioni di P. Baldacci sono che la cultura di Golasecca è da riferire a popolazioni protoceltiche definibili
Insubres sulla base del testo liviano e che arrivi di gruppi celtici in Italia settentrionale dovevano essere avvenuti anche prima della grande invasione storica del IV secolo, pur senza potere tanto approfondire il nucleo originario delle fonti utilizzate da Livio per la narrazione dell' epopea di Belloveso.
I problemi sollevati da Baldacci sono troppo complessi ed ancora oggetto di discussione per essere anche solo affrontati in questa sede; basti però ricordare ehe, se persiste aneora un sostanziale disaccordo tra storici ed archeologi sul problema della saga di Belloveso e dei primi arrivi celtici in Italia, la cultura di Golasecca, tradizionalmente attribuita a stirpi liguri , è ormai riferita a popoli di lingua celtica o protoceltica, ed il recente ritrovamento dell 'iscrizione di Castelletto Ticino dimostra ormai senza possibilità di dubbio la diretta continuità tra l'alfabeto e la lingua dei Golasecchiani del VI secolo a. C. e l'alfabeto e la lingua delle iscrizioni cosiddette leponzie, come del resto già in parte postulato da Lejeune e proposto definitivamente da Prosdocimi .
Sempre più ormai diventano frequenti i ritrovamenti nella Liguria attuale di iscrizioni con onomastica celtica o protoceltica, anche anteriormente alla data dell'invasione gallica del IV secolo, tanto che ormai gli stessi linguisti si trovano estremamente a disagio nel distinguere i concetti di figure, leponzio e gallico.
Del resto proprio la non (o la scarsa) differenziazione linguistica di Galli e Liguri nelI'Italia Settentrionale è probabilmente alla base delle difficoltà e dei contrasti nelle definizioni di autori come Catone, Strabone, Plinio, Polibio e Livio e della creazione di termini ambigui come Celtoliguri o Semigalli, quando si tratta di classificare le popolazioni cisalpine e della Gallia meridionale mentre costituisce un elemento di sicura accelerazione dei fenomeni di interrelazione tra i due ambiti etnici e culturali.
In realtà anche la documentazione archeologica piemontese sembra arricchire di indizi - se non ancora di prove - una delle due ipotesi considerate probabili da Prosdocimi, quella secondo cui "il celtico si è elaborato in aree transalpine ma, almeno come fenomeno linguistico, con appendici cisalpine di cui il leponzio sarebbe una penisola: non sarebbe uno strato sovrapposto ma sarebbe l'evoluzione in senso celtico di una sezione del più ampio strato cui apparteneva anche il ligure, rimasto tagliato fuori".
In particolare, al di là di analisi strettamente linguistiche sulle iscrizioni preromane piemontesi, il cui repertorio si è arricchito anche con nuove scoperte, risulta evidente la continuità archeologica tra 1'età del Bronzo nord-occidentale, che costituisce una unità tra Piemonte, Liguria, Lombardia occidentale e parte delI'Emilia occidentale, in stretto collegamento anche culturale con le aree occidentali transalpine, e le culture dell'età del Ferro, in cui si concretizza una sottolineatura che distingue l'area piu propriamente ligure da quella golasecchiana, secondo un fenomeno di regionalizzazione analogo e coevo in gran parte dell'Italia.
Sarebbe dunque forse possibile riconoscere in questo ambito archeologico dell'età del Bronzo l 'idea dell'ampiezza dell'ethnos ligure, definito dalle fonti storiche, senza però costituirlo in antitesi etnica e linguistica con quello protoceltico, che costituirebbe in realtà un gruppo imparentato al primo, cui più direttamente sarebbe collegata l'area golasecchiana-leponzia.
Del resto a conclusioni analoghe, per una identificazione del substrato etnico ligure nell'età del Bronzo dell' Italia nord-occidentale, si indirizzano anche analisi archeologiche condotte in territori più limitati, come quello piacentino, particolarmente significativo per il carattere composito del suo quadro culturale, proprio di un'area di frontiera.
Il richiamare questi problemi, che rendono quanto mai urgente l'organizzazione di un più completo e sistematico confronto di dati storici, archeologici e linguistici per arrivare, in un dibattito più allargato possibile, a definizioni e strumenti di lavoro piu adatti alle conoscenze attuali, è indispensabile premessa per chiarire in quale senso si può usare il termine ligure riferendosi a contesti archeologici piemontesi della seconda età del Ferro.
Secondo chi scrive, in attesa di una migliore definizione, l'unico modo di utilizzare tale termine in questa sede è in stretto rapporto con le fonti classiche e cioè in chiave storica.
In Italia nord-occidentale, quindi, liguri sarebbero, in mancanza di una più precisa denominazione, quei gruppi dell ' età del Ferro (parIanti probabilmente una lingua celtica o protoceltica) derivanti da popolazioni residenti tra la Francia Meridionale e I'Appennino Tosco-Emiliano prima dei grandi movimenti etnici che diedero inizio all 'età di La Tène .
Tale precisazione è importante perché è forse corretto comprendere tra questi anche i
Salluvii stanziati nel Vercellese (PLIN.,Nat. Hist. TTT, 17) in quanto Liguri delIa Francia Meridionale arrivati in Italia con il flusso delle invasioni galliche.
Una situazione a parte è quelIa rappresentata dagli
Insubri perché, pur derivando dai gruppi della cultura di Golasecca (sicuramente parlanti una lingua protoceltica e fortemente caratterizzati nella cultura dai continui contatti con il mondo hallstattiano occidentale, ma in un certo qual senso Liguri in senso storico in quanto anteriori alle invasioni galliche) essi hanno avuto, sia sulla base del resoconto delle fonti classiche (in particolare Livio) sia da quanto emerge dalla realtà archeologica, importanti apporti culturali ed etnici da parte di gruppi di Galli invasori.
E' partendo da queste premesse, assunte per lo più a titolo di ipotesi di lavoro, che si vuole tentare di analizzare sinteticamente il quadro archeologico della seconda età del Ferro in Piemonte ed in particolare nell'area a Sud del Po.
Senza una simile impostazione risulterebbe quasi impossibile districarsi tra le ambiguità e le lacune del quadro tramandatoci dalle fonti sulle popolazioni del Piemonte preromano .
Infatti, al di là della già accennata difficoltà di distinzione nelle fonti tra Liguri e Galli, mancano largamente solidi elementi per la localizzazione di popolazioni e centri anche di notevole importanza.
Un approccio archeologico in un'ottica più generale di Archeologia Italica può forse aiutare a giungere ad ipotesi di soluzione, completando i dati della lettura delle fonti, in modo simile a quanto ottenuto per esempio in Francia Meridionale con gli eccellenti risultati degli scavi archeologici a Nages e nel territorio circostante.
Si può quindi cercare come primo passo di identificare degli elementi di cultura materiale che possano essere utilmente applicati alIa definizione archeologica della realtà delle genti liguri della seconda età del Ferro, a prescinclere da valutazioni di ambito etnico-linguistico.
Vale a dire, se possibile, ricavare dai contesti archeologici noti alcuni caratteri che possano essere in qualche modo segnali di affinità di costumi e cultura materiale nelle aree che tradizionalmente e con una certa sicurezza le fonti classiche attribuiscono ai Liguri
.


In Italia settentrionale furono rinvenute le tracce più remote degli insediamenti celtici nella zona dei laghi prealpini, in quella regione chiamata Lepontia = Ll-pu-n-z = lepuntia (Alpi Lepontine).
Occorre a risalire alle prime iscrizioni attorno al 500 a.C. per avere la certezza che queste iscrizioni sono incise nel'alfabeto lepontico o di Lugano.
La vasta area occupata dei primi insediamenti viene conosciuta come: la CULTURA DI GOLASECCA, fra il settimo e quinto secolo a.C. dai reperti ritrovati ad Est del fiume Ticino emissario del Lago Maggiore.
Ma perchè chiamarla Golasecca?
Una analogia forse con la scoperta archeologica avvenuta pressochè lo stesso periodo con i ritrovamenti presso la Marne in Francia nella località chiama la "Gorge de Meillet" (gorge in francese significa gola) sito archeologico scoperto nel 1876, dove furono scoperte molte tombe di guerrieri e alcuni carri, proprio come a Sesto Calende sul Ticino.
Probabilmente vi fu una analogia fra le due scoperte archeologiche, visto che il toponimo golasecca non viene riportato in nessuna mappa.
Lo studio di questa ancestrale cultura databile a quella di La Tène, ha dato agli studiosi una perspicace interpretazione del contesto proto-celtico alpino.
Non furono trovati interruzioni fra la prima presenza celtica a Sud delle Alpi e l'altra presenza extraterritoriale dello stesso gruppo etnico.
In questo contesto si può facilmente dimostrare che la cultura golasecchiana abbia avuto in comune le stesse radici risalente alle culture dei Campi dell'Urne trentadue secoli fa presso Canegrate vicino Milano.
Tale rapporto di culto di questi primi abitatori della pianura padana risalirebbero secondo alcune accreditate interpretazioni, aldilà della Alpi nella zona del basso Reno, circostanze che definiscono le origini non italiche in termini linguistici.



Il fiume Ticino, che bagna Sesto Calende e che gli conferisce quel suo aspetto singolare, ne ha sempre caratterizzato, assieme al paesaggio, anche la storia e l'economia.
E' un fiume che qui, al suo sbocco dal Lago Maggiore si allarga placido per poi stringersi e avviarsi senza fretta verso Pavia e il Po.
Oggi il Ticino è conosciuto per essere uno dei corsi d'acqua italiani meno inquinati e ha il vanto di essere il titolare del maggiore parco fluviale d'Europa.
ll Parco della Valle del Ticino occupa un territorio densamente popolato e presenta caratteri piuttosto atipici per essere un ambito naturalisticamente ed ecologicamente protetto.
Tale insolitta caratteristica ha imposto delle normative interne peculiari ed una amministrazione non proprio "ortodossa".
Sesto Calende sorge proprio dove il parco comincia a rivendicare il suo ambito.
Il paesaggio sestese è quello tipico delle zone di passaggio: è contemporaneamente di lago e di fiume: il lago a un estremo dei suoi confini, il fiume all'altro.
Le colline di Sesto sono più dolci di quelle che le precedono a settentrione, più strette ed alte.
Fu forse anche per la bellezza dei luoghi ma soprattutto per la prossimità del fiume che alcuni gruppi umani scelsero questa area per stabilirvisi.

I ritrovamenti archeologici testimoniano di una CIVILTA', detta DI GOLASECCA dal nome della località, nel comune di SESTO CALENDE in cui ebbero luogo i primi scavi, risalente all'Età del Ferro.
La permanenza di queste genti sul Ticino non fu fugace: normalmente si parla di cultura di Golasecca a partire dall'800 a.C. e si termina di nominarla intorno al 450 a.C.
E' certo che da allora in poi la zona non cessò più di essere abitata: i celti-romanizzati vi vissero sicuramente lasciando la loro inconfondibile traccia nel nome del paese.
Nel Medioevo, che diffusamente è considerato un periodo buio, Sesto vantava un ambiente vivace e piuttosto trafficato: il fiume fungeva da importante via commerciale e il suo porto era un crocevia obbligato.
L'importanza del fiume, permise al borgo di mantenere, in forza anche della bontà strategica della posizione, un ricco commercio: dal Ticino ai navigli sino a Milano i traffici mercantili procedevano su vie d'acqua (per esempio i marmi del duomo di Milano furono portati dal lago attraverso la via fluviale del Ticino).
Con lo svilupparsi della ferrovia, dopo il 1861, e la costruzione del ponte ferroviario (in ferro nel 1882) il fiume perse la sua importanza di veicolo di merci ma il borgo non dissipò la sua antica vocazione commerciale: in particolare lo sviluppo industriale tra la fine dell'800 e gli inizi del 900 ricompensò infatti Sesto della ridotta importanza come nodo di traffico.






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Definitivi a questo riguardo le relazioni ed il dibattito del II Convegno Archeologico Regionale Lombardo (1984; un particolare rilievo hanno avuto gli studi di Prosdocimi e l'intervento di G. Colonna a pp. 579-580 degli Atti.
E' infatti collegabile ad un antroponimo "gallico", "trattato foneticamente e morfologicamente come un nome etrusco" , il testo mezanemusus di Zignago, inciso su una stele antropomorfa databile probabilmente al VI secolo a.C. Del resto, con l'edizione dell'iscrizione della stele di Bigliolo, vemetuvis, anch'essa in lingua celtica si è ormai arrivati al riconoscimento in Lunigiana di uno "strato celtico pregallico", cioè antecedente all 'invasione storica dei Galli. Chiaramente celtico è anche il nome nemetie, iscritto in lingua etrusca su un ciottolo dall abitato preromano di Genova, databile al V-IV secolo a.C. . Sempre "gallico" o "leponzio" sarebbe il nome enistuale, su una patera del III secolo a.C. da Ameglia.
A queste considerazioni riportate da
Filippo Maria Gambari e Marica Venturino Gambari (p. 126) si possono collegare alcuni segnali linguistici provenienti dalla valle del Nervia nel territorio di Ventimiglia: specificatamente nel complicato sistema centrale -indubbiamente ancora da analizzare e verificare sul campo- dell' agro vallivo di Dolceacqua





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L’età del ferro in Europa (cultura dei campi di urne) viene anche chiamata età di Hallstatt dalla necropoli rinvenuta presso Hallstatt, nel Salzkammergut. Premessa al suo sorgere sono i numerosi giacimenti di ferro che portano alla creazione di officine e di industrie. Seconda industria in ordine d’importanza è quella dell’estrazione del sale (Hallstatt, Dürnberg presso Hallein). In questi centri in cui fioriscono sempre nuove attività, la popolazione si articola sempre più distintamente in classi: contadini, artigiani, commercianti. Territori di diffusione delle culture tipo Hallstatt: Croazia, Bosnia, Germania meridionale e occidentale, fascia alpina, Svizzera, Francia orientale e meridionale, Spagna settentrionale. La cultura aristocratico-cittadina più notevole sorge a Este (cultura atestina) e sulle coste settentrionali dell’Adriatico (forti influssi corinzi ed etruschi). Nei rimanenti territori sussistono forme tarde della cultura dei campi di urne.
Caratteristica fondamentale della cultura di Hallstatt sono le cosiddette « spade di Hallstatt », lunghe spade di bronzo e più tardi di ferro. Al posto degli spilloni tipici della cultura dei campi di urne compaiono ora fibbie ("fibule").
Seppellimento dei morti: all’inizio ancora incinerazione, soprattutto nella fase tarda della cultura dei campi di urne, poi passaggio all’inumazione. I morti vengono composti su un carro sotto tumuli funerari; in epoca tarda anche le donne e i servi vengono uccisi alla morte dello sposo o signore, e seppelliti con lui (certamente per influsso scitico). Le « tombe dei principi » sono sempre nelle vicinanze di dimore fortificate (Heuneburg, Mont Lassoix-Vix).
Nella Germania nord orientale le urne, prima posti sotto recipienti (le cosiddette « tombe campaniformi »), vengono ora sepolte in ciste di pietra. Alcune urne ripetono la forma di case o di granai e sono ornate con scene di caccia, figure di cavalieri o carri con cavalli aggiogati.
Una forma particolare di cultura fiorisce in Sardegna nei villaggi nuragici. Il nuraghe (forse fortezza o luogo di culto fortificato) è una costruzione megalitica, di forma troncoconica. Recentemente scoperto il vasto villaggio di Barumini della prima età del ferro, che esprime una forma indipendente di vita patriarcale. Profondo senso realistico nei tipici bronzetti votivi.
Pure in Italia la cultura di Golasecca o del Ticino e quella villanoviana raggiungono un elevato grado di sviluppo (urne ovoidali, situle, tombe a carro).

A partire dal 450 la cultura di La Tène (tarda età del ferro) segna il culmine dell’età del ferro. Viene influenzata dagli Sciti (mediatrice la cultura di Hallstatt), dai Greci (attraverso Marsiglia lungo il Rodano) e dagli Etruschi (« Via degli Argonauti », lungo il Po oltre i valichi svizzeri fino al Reno e al Rodano).
Nei territori culturalmente arretrati (Boemia, Isole Britanniche e Penisola Iberica) i rappresentanti della cultura di La Tène (certamente i Celti, almeno nel territorio d’origine, p. 77) portano la civiltà urbana. Nelle zone di irradiazione ha luogo una forte celtizzazione della popolazione locale.






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