cultura barocca

FRANCESCO VITELLI

FRANCESCO VITELLI potentissimo partigiano del cardinale Francesco Barberini, nipote di Urbano VIII e NUNZIO APOSTOLICO a Venezia ai tempi del soggiorno aprosiano fu citato nel suo repertorio bibliografico dall'erudito ventimigliese, con un riguardo che lasciava trasparire un timore suggerito allo stesso Aprosio dal modo in cui il Vitelli aveva affrontato e risolto il "caso Girolamo Brusoni"
Aprosio stranamente non menziona invece il caso Ferrante Pallavicino anche se nello "Scudo di Rinaldo" fa un cenno all'enigmatica "Anima di Ferrante Pallavicino" come simbolo dell'opera che induce alla perdizione.
Sarebbe interessante analizzare il perché di tanta ritrosia nelle citazioni aprosiane atteso che fu più clamoroso di quello del Brusoni e soprattutto destinato a finire tragicamente. La ragione sta verisimilmente proprio avversione del Vitelli per Ferrante evidente e testimoniata da atti ufficiali oltreché esplicitamente e coraggiosamente ribadita dallo stesso Pallavicino nella sua "Lettera dalla Prigionia": ma Aprosio per le sue esigenze e i rischi di certi suoi atteggiamenti non aveva di sicuro bisogno di inimicarsi il Vitelli.
Nell'"Archivio di Stato di Venezia - Esposizioni Roma - Registro 32 (1642), cc. 12"v" - 15 "r" sono custoditi documenti la cui lettura induce a credere come il Vitelli coinvolgesse nelle sue accuse non solo Ferrante Palavicino ma anche quanti lo favorissero e coloro che ne apprezzassero o potessero leggerne le composizioni, cosa che finiva per trascinare in un unico campionario di poliedrici attacchi molte persone, anche vicinissime ad Angelico Aprosio:
Il documento, appena menzionato e custodito nell'Archivio veneziano di Stato, è propriamente un esposto del Vitelli al Governo di Venezia:
"14 marzo
Venuto nell'eccellentissimo Collegio Monsignor Reverendissimo Noncio del Pontefice" [appunto Francesco Vitelli] "disse quanto segue in sostanza:
Serenissimo Prencipe. Hò sempre conosciuto in tanti anni, che mi trovo qui di essere stato in mille modi favorito dalla Serenità Vostra, tenuti in conto li miei negociati, portati in ogni occasione con la purità del cuore, la mia persona honorata in tutte le maniere, et ne conservo unica la mia devottione, et confido, ch'ella sia veduta negli effetti. In questa benigna dispositione della Serenità Vostra non hò dà poter sperare d'avantaggio. Sà, che quando quel cattivo religioso Pallavicino stampò quel libro tanto vergognoso, che conteneva materie tanto ingiuriose alli Prencipi, alla religione, alli buoni costumi, alla pietà sempre solita di questa Serenissima repubblica, fui qui ad'essagerare la materia importante, et à supplicarla della captura. Sò che le feci anco istanza, che lo desse à me per poterlo castigare ad'usanza nostra assai piacevole; Vostra Serenità facendomi gratia, e la conosco, e confesso, et là ho publicata per tutte le parti con grande essempio della benignità et religione sua, et confido, che si compiacerà accrescermela anco maggiormente, ordinò che fosse preso, come seguì, et sà la Serenità Vostra come sia questo negocio caminato. Hò sentito adesso, che sia stato rilasciato. Prendo fondamento, che ciò sia seguito con qualche ragione; se sarà perdiscordia nella ritentione, come intendo, maggiore vengo a conoscere la gratia, che all'hora me ne fù fatta dà questo Eccellentissimo Collegio. Sia quello, che si voglia di ordine, e di discordia à me non tocca parlare di questo, per che non me ne intendo; so, che quello, che questo Frate cattivo hà scritto con obrobrio, anco, di questo luogo; in tutti li stati fù bene sentita la captura, per che si trattava di tutti, e fù universalmente lodata la pietà della Serenissima Repubblica, e dei Senatori; le leggi hanno i loro particolari requisiti: queste non si fanno per i casi particolari, mà il Principe le applica secondo quelli, che vanno succedendo. Costui che se se la coglieva all'hora, et andava via si faceva pur troppo sentire; incontinente se ne colse i libri, et li asportò, onde quando il Capitan grande andò, non vi trovò più alcuno, e la rissolutione poco valse. Che le leggi habbian à valere in questo caso, non lo sò, sò questo, che in termine di dieci anni, che son qui, sempre ho trattato così, ne altrimenti si potria far, e vi è la ragione, per che non si può trattar qui con ministri: quando vengho qui hò adempiuta la parte mia, ne Vostra Serenità ha osservato meco diversamente, per che altre volte mi raccordo, mi mandò subito un mandato. Horà Serenissimo Prencipe, immediate uscito questo cattivo huomo, soggetto degno di fede è venuto à dirmi, che hà formato un'altra opera peggior della prima per mandarla alle stampe; i suoi fautori, et mi sono benissimo informato, chiamano queste sue operationi con nome di vevezze: non sò se a casa loro piaceriano cose tali. Son venuto qui per scaricar la mia coscenza, questo è il mio fine, et operare colla Serenità Vostra. Sò, che uno di questi libri, che tutti questi Signori Eccellentissimi haveranno veduto, e laetto, et sano quello, che è, tutto coperto di curame rosso, et stricato di filli d'oro, tutto pulito, e stato trasmesso in mano di monache. Questi sono li viveci di fautori. Se possino quelle brutezze, de quali è ripieno in tanti modi viciosi, osceni, infami, imprimer nel sangue loro, non voglio entrar in questo. Hò stimato, e stimo la nobiltà in grado supremo, così è il dovere, non essagero, sento a dire vivezze, sono scelleratezze. Chi proteggie costui, degenera dà questo sangue: questo è sangue purissimo, non può esser tocco con la disonestà nella gioventù, nelle donne. Serenissimo Prencipe, hò fatto la parte mia, tstor Deum. Fecci dà principio raccoglier tutti quelli di essi libri, che puoti havere con i miei denari, et gli abbrugiai tutti di mia mano. parlo avvanti prencipe grande con la sincerità mia solita; non voglio renderne conto à Dio, voglio pagare la mia conscenza, non voglio in nessun tempo mai haverne à render conto. Questa mattina sono venuto qui con la mia ordinaria divottione, per questo preciso. Mi è stato detto ancora, che và sparlando: qualche cosa hà da esser certo, cosi non può caminar la cosa in bocca di un tristo, lingua fracida. Non vi è in quel libro concetto, che non sia pessimo, il tenore è contra li buoni costumi: son qui per questo, non dico bugia: questi Signori l'han certo veduto, e considerato. Supplico Vostra Serenità, per la pietà, per la religion sua, per il nome della Serenissima repubblica: si è disordinato il modo della captura, proveda alla indeindennità; se si hà dà provar l'hò per provato: cattivo in moribus. Fò istanza a Vostra Serenità per poter castigare un religioso cattivo à darmene la captura, la supplico di questo, me ne facci la gratia; in ogni caso la conscenza mia sarà scarica, se sopra di se vorrà pigliar il negocio l'Eccellentissimo Senato; e cosa che sarà mirata dai Principi, dà tutti gl'huomini del mondo se le piace la giusticia.
La supplico come religioso, come regolare "[frate, ecclesiastico = soggetto alla giustizia della Chiesa]" lasciarlo à me, che così cesserà il disordine, et Vostra Serenità caminerà con'ordine, si compiaccia di questo. L'esser stato prigione "[recluso in carcere]" quattro mesi, non li riuscirà di danno; non sono io tirrano, tanti anni, che fò il mestiere nostro. Mi dichiarerei infame se havessi rancore contro l' autore, che meno lo conosco: hò rancor, che mi rode contra l'attione, che non può esser peggiore, ne più odiosa, e che si trovano huomini fautori di queste enormità. Non dico più. L'Aretino scrisse quello si sà, et fù l'huomo, che à tutti è noto: mà le cose sue non le scrisse così sconciamente come costui. Chi hà letta quella delle monache non può non stordire, non inhoridire e questo libro è andato in mano di monache di un monasterio, che io sò, et credo in altro ancora. Vostra Serenità facci quello, che pare alla sua pietà, alla sua sapienza: ho scaricata la mia conscenza.
Rispose il Serenissimo Prencipe. Monsignor Reverendissimo, Vostra Signoria Reverendissima hà conosciuto negli effetti la nostra buona intentione, d'avvantaggio s'haverebbe fatto di buon cuore se l'ordine delle leggi avesse potuto acconsentire. Il libro è stato detestato, hà incontrato l'odio, l'abborrimento universale. Non constando l'auttor, i nostri sono andati non sincieri, non si è potuto far di più; et le diremo liberamente si è corsi un poco dà prencipio nel desiderio di gratificar Vostra Signoria Reverendissima, che hà causato poi, che nel progresso conosciutisi, hà bisognato giudicar secondo la forma delle leggi. L'attione si è conosciuta detestanda, ingiurisoa, non basta trovar l'Autore; la volontà nostra, e di questi Signori non può esser migliore: si è intesa l'istanza, ivi haveranno consideratione; mà quando è mortificato, uno è mezo castigato; ella dice, che metterà in conto i mesi della prigionia: è stato in fondo di torre, dove non hà veduto mai lume alcuno, è stato sempre à scuro.
Disse il Noncio. Vuol metter fuori di nuovo un'altra stampa: questi sono i frutti de suoi fautori. Tratto qui sinceramente, non hò chimere, stò all'opere: una messalina da lui composta in pregione, dove ha avuto tanto lume, che gli è bastato per vederci, e scrivere; sarà cosa peggiore della prima "[Il Vitelli allude a "Le Due Aggrippine", in Venetia, appresso li Guerigli, 1642, romanzo comunque stampato "Con Licenza de' Superiori e Previlegio", non posto all'"Indice" sì da esser inserito nelle "Opere permesse", in Venetia, appresso il Turrini, 1654: dell'Accademico Incognito Francesco Pona era "La Messalina. Edition seconda accresciuta", In Venetia, 1627: di cui giammai vi fu una I edizione] "và cercando le male cose dove può.. Soglio dire, che un di solo basteria all'huomo per emendarsi: egli imperversa, peggiora sempre maggiormente: vivezze, fautori. Noi altri Ecclesiastici, come dicesi all'Inquisitione: nolo mortem peccatoris, mà che si emendi. Haverà disgusto Vostra serenità, haveremo disgusto noi vedere, che favorisca huomini tali, me ne stupisco: è un cane, che ne farà delle altre ancora; non mancherà altro che vederlo passeggiare, in una libraria hà detto di me; in questo io hò animo dà Re, ci penserà lui ancora, ogn'uno farà la parte sua, questo dico per levar i scandali.
In Venetia vi è quella libertà che non si usa dà noi, dove non si può nelle stampe nominar neanco la Fortuna, che subito se gli è addosso; mà al segno di costui neanco qui mai si è udita tal cosa per proffessione, con tanta impietà e sporcheria. Sò benissimo, chi dice una cosa, chi dice l'altra; sono informato di tutto. Io ho voluto sodisfare à me stesso, alla conoscenza, ò stia in prigione, ò vada in mall'hora. Hò sentito non sò che altro, che camina, testis oculatus, nella insistenza delle leggi; maggiore obligatione è il conoscere come le cose caminino. Con che levatosi fece ricerenza, e partì".
Laura Coci ("Ferrante a Venezia: nuovi documenti d'archivio" in "Studi Secenteschi", XXVIII, 1987 completando con altri documenti il lavoro di Sergio Adorni - Albert N. Mancini, "Stampa e censura ecclesiastica a venezia nel primo Seicento: il caso del "Corriero Svaligiato", in "Esperienze letterarie", X, 1985, fasc. 4, pp. 3-36) ricostruisce la tragica vicenda di Ferrante Pallavicino partendo proprio da questa trascrizione diplomatica.
Il Nunzio Apostolico Vitelli in questo lungo esposto e nei successivi interventi si dimostrò rancoroso verso Ferrante Pallavicino come verso i suoi fautori: in particolare contro Giovan Francesco Loredan il patrizio veneto la cui amicizia e protezione garantiscono a Ferrante di pervenire nelle mani dell'autorità ecclesiastica (il coinvolgimento del Loredan pare innegabile, addirittura fu verisimilmente promotore ed autore delle sue due prime "Vigilie" della stampa de "L'Anima di Ferrante Pallavicino, Ultima impressione", in Villafranca, 1643, p. 11: il nobile venne addirittura citato a più riprese nel corso del processo nel 1648 contro lo stampatore Francesco Valvasense accusato della pubblicazione di opere e libelli osceni: "A.S.V.", Santo Uffizio - Processi. Busta 103).
La rabbia del Vitelli avverso Ferrante Pallavicino neppure risparmiò il Collegio: "E perché era presente il Corero promotore " [quasi certamente "Angelo Corraro Cavalier" cui il Pallavicino dedicò il suo romanzo "Le Due Aggrippine" e che Vitelli, probabilmente non a torto, ritenne primo operatore per la liberazione del Pallavicino] "mi stesi poi lungamente in mostrare quanto era inconvenevole ed indecente a' Gentilhuomini venetiani la protetione di simil gente e quanto derogava alla dignità loro il doversi sapere per il mondo che si trovasse tra la nobiltà fautori di vitii tanto brutti che corrompevano li costumi del proprio sangue, che non era altro che questi tali degeneravano dal sangue veneto, e che sapevo non potendo trovare difesa all'attione, si procurava sostenerla con la contraventione delle leggi, e con dire che alla fine non erano se non vivezze, ma che se tali erano da loro giudicati gli ammaestramenti, e precetti de' vitii, era perché dovevano essere pieni di simili vitii e che le conoscevano per vivezze de vitii" (lettera di Francesco Vitelli, datata "di Venezia, li 15 marzo 1642").
Per cautele quasi necessarie Aprosio era di fronte ad un bivio, abbandonare al suo destino Ferrante Pallavicino, distaccarsi dal suo mentore ufficiale il Brusoni, cosa peraltro facile dati i cattivi rapporti reciproci, ma anche non enfatizzare la sua amicizia per il Loredan alla quasi certa sua primaria partecipazione di questo alla pubblicazione de l'"Anima di Ferrante Pallavicino", semmai anzi postulandone un rimprovero anonimo appunto nello "Scudo di Rinaldo".
Nella "Vita" del Ferrante scritta dal Brusoni si legge "Scritta quest’opera a suo modo, Francesco Picenini libraro si prese l’assunto di farla esso occultamente stampare da un suo fratello, persona assai destra per simili intraprese. La qual cosa penetrata, per mezo del medesimo Francesco, da un litterato istorico che fingeva l’amico del Pallavicino, e viveva in queste pratiche di spia de’ ministri de’ Principi, e l’haveva veduto continuare, egli l’accusò all’Arcivescovo Vitelli allora Nunzio Apostolico in Venezia nell’atto istesso che si finiva di stampare; e nel medesimo tempo avvertì ancora Francesco (quasi in termine di grandissima amicizia e confidenza) del pericolo che correva perché lasciasse a lui questi libri, contandogliene ottanta dobble, che gliene fruttarono grandissima usura nella pubblica mercatanzia ch’egli ne fece, che in quei principii vendevano fino a quattro scudi l’uno simili volumetti del Valsente di dodici soldi".
L’opera era il "Corriero svaligiato". Il litterato istorico era quasi di sicuro Vittorio Siri - noto anche come don Venturino o don Venturini , che denunciando Ferrante si guadagnò definitivamente la fiducia di mons. Vitelli, a cui prestava da tempo ambigui servizi.
Vitelli era comprensibilmente assai soddisfatto del suo confidente: "Li libri me gli ha fatti havere con gran diligenza il Padre Venturini e veramente non si poteva portar meglio", scriveva a Francesco Barberini dopo l’arresto di Ferrante e il sequestro del Corriero. "Tuttavia si porta bene", confermava in novembre. Il nunzio contava di "tenersi amico questo Padre, perché", scriveva, "da lui si haveranno de buoni servitii"; "per mezzo suo sapremo molte cose". Perfettamente a suo agio nel mondo dell’editoria, ben introdotto nel patriziato veneto, conosciuto e apprezzato nelle Corti di Parma e di Parigi, dal momento in cui aveva ricevuto la qualifica di storiografo di Sua Maestà era ufficialmente annoverabile tra gli agenti francesi in Italia: di alcuni tra questi era intimo e aveva per diverse vie accesso a fonti riservate. A leggere i dispacci di Vitelli si ha la sensazione che soprattutto a lui (e ad Aurelio Boccalini, ma in sott’ordine) il nunzio si affidasse per raccogliere informazioni in ambienti altrimenti inaccessibili.
Armando Marchi giudica la "Vita di Ferrante" del Brusoni una "romanzata narrazione", (Marchi, "Corriero", p. XXI) "ben poco attendibile" (Marchi, Ferrante, p. 7). Gli stessi documenti prodotti dal Marchi (e da Adorni-Mancini) non la smentiscono, mentre quelli studiati da Laura Coci la confermano in più luoghi; cfr. Coci, 1986, p. 323 ("sicura autorevolezza della "Vita" brusoniana"), 1988, pp. 237-240 (sulla diversa attendibilità della "Vita" scritta da Brusoni e dell’"Anima di Ferrante" ispirata da Loredano) e 1992, p. XIX, n. 2. Anche la testimonianza di Brusoni sullo stupore mostrato da Ferrante nell’apprendere l’identità del suo delatore (pp. 20-21) ha tutta l’aria di essere autentica: "Dall’altra parte [Ferrante] era poi un buon amico e fedele, e d’animo schietto ed ingenuo e però facile ad essere ingannato e tradito. Onde mi ricordo che quando uscì di prigione in Venetia, essendogli stato raccontato il tradimento fattogli dall’accennato amico non poteva darselo ad intendere, e con molta balordaggine anzi che semplicità rispose: - Come può esser questo se mi faceva l’amico e io gli communicava tutti i miei interessi? E appunto (gli fu risposto) chi vuole ingannare e tradire i galant’huomini tratta su quest’aria mentre - Non è fiero Nemico/ Chi non sa far l’Amico - ".
L’identità del delatore era dunque nota agli amici di Ferrante, che forse non furono estranei alla cacciata del Siri da Venezia. C’è da chiedersi però perché mai l’ "Anima di Ferrante" (I, pp. 115-118; II, pp. 69-70), anonima ma “sicura espressione” del pensiero (e della rabbia) di Loredano (Coci, 1987, p. 299), pur attaccando duramente Siri come storico prezzolato, doppiogiochista e spia, non alludesse alla sua mala azione nei confronti di Ferrante.