cultura barocca
PEDONA

PEDONA (BORGO S. DALMAZZO)

BORGO SAN DALMAZZO è un comune piemontese (636 m.l.m.), centro agricolo (a 6 Km. da Cuneo) alla confluenza dei torrenti Gesso e Vermenagna.
Corrisponde a Pedo (poi Pedona), centro romano del basso Piemonte di un certo rilievo: presso questo centro, che peraltro costituiva un importante nodo di percorsi sulla direttrice mare-monti, si pagava la quadragesima Galliarum per le merci che entravano attraverso le Alpi Marittime (vedi: G. Mennella, La Quadragesima Galliarum nelle Alpes Maritimae, in MEFRA, 104, 1992, 1, PP.209 - 232).
Nell'alto medioevo la località godette poi della prerogativa di civitas: a causa dei Saraceni fu devastato a metà X sec. sì che la celebre ABBAZIA BENEDETTINA che vi era stata eretta e che, particolarmente sulla scia dei Monaci di Lerino, tanta influenza esercitò nel Ponente ligure da Savona alla Provenza, cadde in rovina come detta il Lamento di Pedona.
La ricostruzione che data all'XI secolo riaffermò in parte l'antico ruolo senza però impedire che a fianco dell'influenza di Pedona si ponesse quella dalla grande abbazia di Novalesa i cui monaci benedettini istituirono in val Nervia, nel territorio di Dolceacqua un loro florido Priorato che esercitò notevole influenza agronomica e religioso sulle valli tutte e sull'agro intemelio.
LA DISTRUZIONE AD OPERA DEI SARACENI DELL'ANTICA, GLORIOSA "PEDONA" FU INVECE TALE CHE ANCHE LE MODERNE INVESTIGAZIONI ARCHEOLOGICHE, SUL LUOGO DELL'ABBAZIA UN TEMPO TANTO FAMOSA, NON HANNO PERMESSO CHE MINIMI RILEVAMENTI: I REPERTI PIU' SIGNIFICATIVI, SOPRAVVISSUTI A TANTA DEVASTAZIONE ED AL PASSARE DEI SECOLI, SONO ALCUNE TRACCE DELL'ORIGINARIA CRIPTA QUI RIPRODOTTE.

Dopo le distruzioni saracene di PEDONA l'abitato non fu più ricostruito nel sito originale ma venne riedificato accanto all'ABBAZIA DI S. DALMAZZO che risulta già ricostruita nel 1041.

Il borgo è documentato negli atti dal 1153 dove risulta fortificato e sede di un castello: dal XII sec. fu comune, con suoi ordinamenti. Fu quindi soggetto a vari Signori fin a diventare importante base dei Savoia che, dopo averne infeudato nel 1372 i marchesi di Ceva, ne presero diretto controllo dal 1425 atteso anche il loro crescente espansionismo verso la Liguria su cui il centro storicamente gravitava.


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Nell'XI sec. un monaco di Novalesa avrebbe celebrato in una sua CRONACA l'epopea dei monaci di S. Benedetto che, dal cenobio del Moncenisio, si sarebbero sparsi sulle regioni colpite dai SARACENI a recarvi conforto. Quei monaci, fra XI e XII sec., seguendo vie liguri-romane, erano giunti in val Nervia: vi portarono nuove tecniche artigianali e l'olivicoltura. I nobili locali non furono alieni da concessioni: molte carte dell'abbazia son scomparse ma è sopravvissuta la Bolla di Eugenio III (9-II-1151) con cui a Novalesa si confermarono possessi tra Italia e Francia, in Piemonte, Liguria e Lombardo-Veneto (la pergamena rimanda a un atto più antico di Innocenzo II, del periodo fra 1130 e 1143). Tra i possessi abbaziali si legge che in episcopatu Vigintimiliensi i Benedettini tenevano una
ECCLESIAM SANCTE MARIE DULCISAQUE
(per inciso sarebbe altresì interessante notare qual significato avessero le svariate tracce di insediamenti benedettini sull'itinerario d'altura che congiungeva ROCCHETTA NERVINA a CAMPOROSSO.
I Benedettini avevano ricevuto il Priorato di Dolceacqua per donazione feudale e lo indicavano con un toponimo latino prossimo all'attuale: i codici principali riportano Dulcisaque: C.M.CIPOLLA, Monumenta Novaliciensa Vetustiora I, Roma 1898, Acta, app.VI = IAFFE', Regesta Pontif. Roman.,I ed. n. 6625, II ed. n. 9549. Il toponimo è in rapporto col dial. Douzaga-Dousaga=doc. del 1186-7, già in Arch.Reale di Torino, Inventario Oneglia, Maro, Prelà, mazzo 31, n.1. In età carolingia l'abbazia di Novalesa, fondata il 30-I-726 dal franco Abbone, godeva splendore come luogo di spiritualità e centro di cultura. A rendere famoso il monastero avevano concorso abati come Eldrado e Frodoino e il fatto che il cenobio sorgeva su un ganglio di traffico alpino, fra regni di Franchi e Longobardi.
Nel sec. VIII facevano capo a Novalesa terre e Priorati o monasteri minori: erano diffusi perlopiù in territorio francese stendendosi dalla Casa Madre a Digione e Besançon per giungere, attraverso Vienne e Grenoble, alle case della valle del Rodano ed ai possessi di Marsiglia e Tolone. Fra VIII e IX sec. si spostò l'asse del dominio abbaziale verso la pianura italica: il processo fu imponente dal 926, dopo l'invasione saracena, quando i monaci si trasferirono a Breme. Dopo i saccheggi la Casa Madre fu ricostruita e, fra X-XI sec., conseguì splendore con l'ampliamento dei possessi italiani, specie nella valle del Tanaro, a compensazione delle perdite in area francese ( le cappelle minori del cenobio susino vennero affrescate da un ignoto pittore lombardo mentre la chiesa madre fu ingrandita su nuovo disegno archittetonico). Gli Abati acquisirono nuovi Priorati costieri che, come quello dolceacquino, sostituendo i perduti insediamenti navali di Marsiglia e Tolone.


BENEDETTINI, FEUDATARI E COMUNI

Sul Priorato di Dolceacqua per assenza di fonti è arduo identificare il potere che favorì i Benedettini: varie case nobiliari, tra cui il potente casato della Marca Arduinica, rinvigorirono i contadi, resi deserti dalle scorrerie, con lasciti ad Ordini monastici. Così fu per l'abbazia di San Onorato che via, via nell' XI sec. ottenne S.MICHELE DI VENTIMIGLIA e SEBORGA, terre presso Perinaldo e mulini con campi a coltura lungo il Roia. Anche il Vescovo Tommaso, secondo uno spirito di cooperazione tra Diocesi e monachesimo, lasciò ai frati altre terre, a Carnolese presso Mentone. Il 4-VII-1049 Adelaide di Susa aveva lasciato al monastero genovese di S. Stefano: l'erede della Marca Arduinica cedeva un terreno, coi connotati della Curtis Regia o bene diretto fondiario feudale, a un ordine monastico vigoroso perché lo rinvigorisse: Villaregia era vicina a CAPO DON e questo era stato, prima che insediamento monastico e paleocristiano, una stazione stradale romana, a guardia delle vie di mare, costa e monte. Adelaide fu prodiga anche verso i Novaliciensi (Cipolla,II, doc. LXX) ma risulta impossibile dire se abbia donato loro l'agro dolceacquino; in linea comparativa con Villaregia si può affermare che la chiesa conventuale novaliciense di S.MARIA DI DOLCEACQUA fosse sorta su un'area di antichi insediamenti, tipologicamente vicina alla Curtis Regia longobarda od alla Villa Regia dei Franchi: l'indagine topografica ed archeologica ha qui identificate le sovrastrutture della corte rustica signorile come sorgenti, campi e rovine, terre ortive e seminative, strade di comunicazione e gangli viari. A proposito di questo insediamento dei Benedettini della Novalesa nel ponente ligure è da ricordare la devozione che essi alimentarono in Ventimiglia per S. SECONDO.

Il tempo ha stravolto l'architettura del Convento di S.Maria e già nel secolo scorso G. Rossi non ritenne di poterne approfondire le vicende: diede solo una scorsa alle ricerche di Carlo Cipolla, che aveva decifrato le carte di Novalesa, né svolse sondaggi sul campo. I resti della chiesa erano ormai risultato di modificazioni del corpo originario dell' XI-XII sec. mentre la chiesa denota tracce di edilizia di tardo XII sec. solo nelle strutture inferiori. Per disegnare la topografia del complesso, senza indagini archeologiche, bisogna rifarsi a dati generali e fonti conservate nella biblioteca-archivio di Novalesa o in rogiti dei notai antichi che lavorarono a Dolceacqua: dopo la Bolla del 1151, la chiesa di S.Maria fu citata in qualche atto privato. Secondo un rogito del notaio di Amandolesio actum in Dulci Aqua il 12-III-1263 aveva due proprietà in morga de Villatalla; a fine secolo divenne nota quale Sancta Maria Motae o de Mota: il nome comparve il 14-V-1293 in atti del notaio Giorgio Bonsignore che accennò ad una terra Sanctae Mariae Motae.

I beni dei conti stavano passando al popolo grasso, a mercanti arricchiti o all'aristocrazia di Genova: nel 1230 Fulcone de Castello aveva preso dominio, acquisendola dal Conte Oberto dei Ventimiglia, della rocca di Podium Rainaldi (Perinaldo) e della villa del Gionco. Lanfranco Burbonino acquistò nel 1255 dai feudatari intemeli metà del luogo e del castello di Dolceacqua: ammiraglio della flotta genovese sarebbe caduto in disgrazia nel 1270 per non aver dato battaglia ai Veneziani a Trapani e, onde pagare una grave multa, svendette i beni di val Nervia (latifondista fu poi Desiderato Visconti che il 6-I-1256 acquistò i beni rimasti indivisi in Dolceacqua). I diritti passarono, tra XII e XIII sec., al Comune di Dolceacqua uscito indenne dagli scontri fra Guelfi e Ghibellini. Il Comune fu citato la prima volta in un atto del di Amandolesio il 29-VIII-1262: era una conferma di Lanfranco Burbonino delle convenzioni fra il Conte Manuele ed i consoli locali Raimondo mulinarius, Roberto Bonanato, Enrico ferrarius e Bonipar de Villa.

Non era stato facile per Dolceacqua scuotere il sistema feudale, per quanto in aperta crisi, e nel 1232 il conte Oberto, volendo riaffermare diritti fiscali, fomentò una rivolta contro il Comune di Dolceacqua anche se, in difficoltà per gli eventi, fu obbligato, onde rientrare nel castello , a sottoscrivere altre convenzioni.

Nella Storia del Marchesato di Dolceacqua G. Rossi aveva sostenuto che la falda collinare, ove sorge la chiesa conventuale e da cui si domina il castello, fosse stata organizzata con terrapieni, catapulte e ordigni sì da assalire le forze comitali nel fondovalle e dominare il castrum.
Terrazzamenti , in linea collo sperone del il Castello, sono riscontrabili a fianco della portigliola che dà accesso ad un vano, con volta a botte, alterato da interventi murari recenti, dove si individua ancora, fra archi e nicchie, edilizia di XII-XIII secolo. Se è arduo collegare il terrazzamento agli eventi del 1232, è semplice connettere il toponimo Mota al concetto di assemblea popolare in opposizione alla nobiltà feudale: ciò non preclude l'opinione che il consesso sia avvenuto in un sistema fortificato in osmosi col monastero favorevole all'esperienza guelfa (Rezasco, 640; sarebbe stato insicuro lo spazio del Parlamento ordinario in Plano Dulcisaque).
Da un atto del di Amandolesio (1263) si sa dell'esistenza di una Confraternita dello Spirito Santo o Conflaria, che partecipava alla politica in senso avverso ai Conti; era un'associazione religiosa di mutuo soccorso per uomini e donne appartenenti al popolo grasso di mercanti e artigiani: contribuivano alla vita sociale con doni in natura ad agosto (cereali, grano,avena, segale) ed in ottobre (vino-castagne).
La Confraternita era presieduta da Priori mentre i Massari amministravano denari e lasciti, per aiutare i bisognosi, e custodivano i prodotti nei magazzini societari (le celebrazioni sociali, "di fraternità", si tenevano con banchetti nelle feste di Pentecoste e ai primi d'agosto). L' associazione, benché pacifica, si era inserita nella lotta antifeudale portando il contributo di spiccato associazionismo; il successo dell'impresa ebbe tal rinomanza che il nome dell'assemblea popolare divenne un toponimo ed alla chiesa di S.Maria fu attribuito l' appellativo mota divenendo S.Maria dell'Assemblea del popolo: alla chiesa conventuale di Dolceacqua poi si attribuirono qualità curative e nel XV sec. la "Beata Vergine sarebbe stata denominata della Muta per il fatto d'aver restituita la favella ad una muta fanciulla" forse CARACOSA figlia di ENRICHETTO DORIA, moglie di Ceba Doria dei Signori di Oneglia e madre di ANDREA DORIA ammiraglio, "Restauratore" (PER CARISMA MILITARE ED ABILITA' DIPLOMATICA) della Signoria dopo l'occupazione dei Grimaldi [però in un rogito di Giorgio Bonsignore (14-V-1293) era comparso il toponimo TERRA SANCTAE MARIAE DE MOTA e altre volte si sarebbe letto questo nome nei documenti prima della vicenda di Caracosa: la FAVOLA in realtà fu creata dai DORIA perché ENRICHETTO fu definito pagano avendo rapito ai Benedettini il Convento per impossessarsi delle sue terre (l'espediente miracolistico riavvicinò ai Doria il popolo: Sommario di alcuni miracoli operati dalla Beatissima Vergine della Muta di Dolceacqua, Marchesato degli Eccell. Signori Doria, Diocesi di Ventimiglia, in Carmagnola, per Buggio Cayre, 1687 = Caffaro, 18-19 maggio 1898). Nel '500 Motta (dial. mòta) pareva inspiegabile anche se già aveva una storia europea: derivava dal lat. volgare motta, *mutta da *mut, "sporgenza", voce del sostrato mediterraneo accostato al lat. movita. Di stesso tipo sono il francese mota, "altura, rialzo" ed il francese antico mote, "fortezza costruita su un' altura"(sec.XII): così è per il tedesco Gemote e l'inglese moot. In vari toponimi, come per S.Maria della Mota , si assiste alla convivenza dei significati di "assemblea" con quelli di "fortilizio": Motta San Giovanni, Motta Santa Lucia e S.Maria di La Motta sede di un priorato novaliciense ed ora frazione di Pancalieri.


TRASFORMAZIONI, DECADENZA, DISTRUZIONE

G. Rossi (Storia del Marchesato cit., p. 24,n.2) scoprì in un rogito del notaio Andrea da Cairo in Genova che il Signore di Dolceacqua ENRICHETTO DORIA, raggiunto con "qualche espediente" un non facile accordo colle famiglie del luogo, aveva ottenuto con rescritto favorevole di Papa Nicolò V (18-III-1446, A.S.Genova, filza S, f. 117) che l'impoverita cappella del Castello, intitolata a S. Antonio, fosse potenziata assimilando quella Beatae Mariae de la Mota: l'avrebbe rilevata dal Priorato di S.PIETRO DI VASCO DI PAGNO, benedettino e novaliciense cui, per la decadenza della Casa Madre, era stata affidata l'amministrazione del subpriorato di Dolceacqua.

Dal XV sec., per le esigenze dei fedeli e costruito un grande edificio intitolato al patrono della Cappella gentilizia del Castro, in luogo dell'antico S. Giorgio venne istituita la nuova PARROCCHIALE DI S.ANTONIO il cui campanile risulta strutturato su un'arcaica torre della cinta delle mura [l'interno è affrescato in gusto barocco anche si vi si trovano altre gemme pittoriche: si segnala, di Ludovico Brea, il Polittico di S.Devota del 1515, realizzato per lascito di Francesca Grimaldi vedova di Luca Doria Signore di Dolceacqua. Costei, con testamento ricco di impegni filantropici e benefici, aveva sancita la somma di 25 scudi affinché il celebre pittore di Nizza L. Brea (ca. 1450/ 1522 o '23) di primigenia formazione provenzale (per influsso delle scuole del Duranti e del Mirailhet) completasse (prima del S. Giorgio di Montaldo Ligure, ultima sua opera) questo lavoro di Dolceacqua ravvivato dalle ultime energie dell'artista e privo dei limiti manieristici della sua produzione conclusiva: a prescindere da qualche indolenza formale non decisiva e mai greve, il polittico di S. Devota emette segnali artistici densi di spiritualità e sostenuti dal vigore della migliore produzione del Brea].

Imperiale Doria avrebbe poi affidato il Convento agli Agostiniani Scalzi della Porta Carbonara di Genova. Il 29-VI-1623 i Consoli del Comune, con voto del Parlamento , ratificarono tal donazione: i Consoli Stefano Barone e G.B. Salvatore precisarono nel documento la speranza che il monastero riprosperasse: l'Ordine agostiniano concentrò le iniziative per restaurare il convento ampliando l'edificio sì da sfruttare l'impianto della prima casa monastica: le trasformazioni furono consistenti e per ottenere spazi nuovi si sopraelevarono le strutture. Si ingrandì il Chiostro di cui affiora, coperta da terra e vegetazione, la vecchia pavimentazione: il rifornimento idrico arrivava ad una fontana (si vedono ruderi nel perimetro claustrale) resa impermeabile con frammenti ceramici che canalizzavano l'acqua. Gli Agostiniani si dedicarono alla propaganda, all'apostolato e alla repressione delle devianze religiose più che alla cura dei campi: erano ben visti dai potenti sia perché patrocinavano l'equilibrio dei rapporti socio-politici sia in quanto illustravano la zona colla loro cultura , prestando istruzione ai giovani meritevoli e sottraendo alle amministrazioni il compito di mantenere pubbliche scuole. L'erudito seicentesco D. A. Gandolfo, Agostiniano ma del cenobio della Consolazione in Ventimiglia, fu portavoce della diffusione del culto per S.Maria di Dolceacqua e tra presunti miracoli accreditò la novella che un giovane Doria, affetto da rachitismo, fosse stato graziato dalla Genitrice del Cristo, cui fu consacrato dalla madre: per divulgare la devozione verso la chiesa gli Agostiniani fecero incidere medaglioni commemorativi in rame per le festività della Vergine: un esemplare fu visto da G. Rossi nella collezione di A. Arroscio e già alla fine dell''800 essi erano rarità da antiquari (v'era effigiata la Vergine col bimbo in braccio, recante uno scettro con la scritta "Effigie miracolosa della Vergine S.S. della Muta"). Dal'600 a metà '700 il Convento ebbe rinomanza sì che il marchese Bartolomeo Doria, stanco sotto il peso di preoccupazioni mondane, testò di ricovrarsi in esso a meditare, dopo aver abdicato per il figlio Carlo Emanuele (6-I-1686). Gli Agostiniani, grazie all'appoggio finanziario di Vicari ed Inquisitori, eressero infine una bella chiesa barocca, di cui sopravvive una cappella mentre ne cadde il corpo centrale, sotto cui è una nicchia con sepolture, manomesse da tempo, tuttora da scandagliare e studiare.

I danni di XVIII e XIX secc per la guerra di successione austriaca, la conquista e l'anticlericalismo napoleonico e poi l'interpretazione antipapista delle leggi siccardiane segnarono la crisi dell'organismo agostiniano, il suo abbandono e la frammentazione dei possessi: il corpo principale pervenne infine alla famiglia locale Dall'Orto. La ragione per cui i regimi ottocenteschi, pur alienando i beni monastici, non abbiano utilizzato l'edificio ad altri scopi come spesso accadeva, dipese dal fatto che la casa conventuale era giunta ad un livello di degrado da rendere impossibile dei correttivi: oltre ai danni di tempo e natura l'edificio era stato saccheggiato durante l'assedio del castello di Dolceacqua essendo postazione per una batteria di cannoni: inoltre, trovandosi i possessi abbaziali sulla diramazione che dal sito portava in val Roia, l'area conventuale sopportò movimenti di truppe, coi danni che ogni evento del genere comportava (una visione architettonica evidenzia sulla fronte dell'edificio volta a valle il segno di veloci interventi murari, di vani precariamente sigillati, di rozzi riempimenti di terrapieni da attribuire al periodo che va dalla guerra di successione all'epoca napoleonica: altri danni, non quantificabili furon portati al complesso dal terremoto in Liguria del 1887).


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NOVALESA>Famosa abbazia benedettina in val Cenischia (un corso d'acqua votato a divinità pagane e nella cristianità giudicato per sconsacrazione liturgica sede di un demone tentatore delle acque) presso la val di Susa, sede di una prestigiosa biblioteca, fondata nell'VIII sec. dal nobile franco Abbone e quindi protetta dai re carolingi tra cui, in particolare Carlo Magno che vi si fermò prima di sfondare le difese dei longobardi.
Illustri abbate vi furono Frodoino ed Eldrado (poi santificati) e nello "Studio" dell'abbazia operò il celebre miniaturista Atteperto.
Importante CENTRO DI STUDI [innestata in un contesto geopolitico e cultuale a dir poco straordinario di CASE MONASTICHE PIEMONTESI interagenti con un PERCORSO/VARIANTE DELLA VIA FRANCIGENA DEI PELLEGRINAGGI DI FEDE caratterizzato da una notevole serie di sovrapposizioni cultuali ed innesti di nuove fedi su tradizioni cultuali pregresse], oltre che sede di una prestigiosa biblioteca di cui rimangono alcune importanti TESTIMONIANZE, anche se la quasi totalità delle pergamene è ora all'Archivio di Stato di Torino, l'ABBAZIA richiamava studenti dal Piemonte e dalla Liguria occidentale.
S.PIETRO DI NOVALESA fu, come si intende da quanto accennato, anche un celebre luogo di PELLEGRINAGGI soprattutto a partire dal XII secolo: una reliquia oggetto di particolare venerazione era il RELIQUARIO DI S. FRODOINO (oggi conservato nella parrocchiale di Novalesa): si tratta di un'arca in legno rivestita di una lamina in argento lavorata, a cesello, con rappresentazione di scene della vita del Santo abate,
Oggetto di venerazione furono anche gli affreschi della CAPPELLA DI S.ELDRADO detti del Ciclo di S.Eldrado e del Ciclo di S.Nicola.
Nelle immagini si vede la simbologia (affrescata sul soffitto) dell' AGNELLO CHE REDIME DAI PECCATI DEL MONDO ed ancora (sull'abside della cappella) lo splendido PANTOCRATORE cioè "il Cristo Onnipotente con ai lati, in basso, S.Eldrado e S.Nicola"; si tratta di alcuni èparticolari del celebre CICLIO DI S. ELDRADO E S. NICOLA un tempo ritenuto dalla critica d'arte legato alla cultura bizantina ma attualmente accostato agli affreschi di S.Pietro a Civate e di S.Vincenzo a Galliano e ricostruito come una tappa essenziale della pittura romanica-lombarda da collocare verso gli inizi del XII secolo


L'abbazia di S. PIETRO DI NOVALESA sorse su un crocevia di civiltà, sopra un mammellone roccioso presso cui erano attestate prove di culti che risalivano a tempi anteriori alla dominazione romana: gli ultimi studi hanno individuato tracce di una RELIGIONE DELLE MADRI strettamente connessa ad un culto terapeutico delle acque (l'antica sacralità si sarebbe ben coniugata con le tante sorgenti disseminate tra Novalesa ed il massiccio quasi magico del Rocciamelone ma il punto nucleare del culto antico sarebbe stato in prossimità del Cenischia le cui acque avrebbero avuto una magica virtù terapeutica = ma a proposito delle quali, in base al processo di sconsacrazione cristiano, si sviluppò la tradizione di una Religione del Drago in agguato fra i gorghi per carpire i viandanti e trascinarrne la anime in schiavitù del Demonio).
Le indagini più recenti condotte sull'argomento (quelle di N. BARTOLOMASI e di CHI SCRIVE QUESTE NOTE) hanno dimostrato che un lungo "corridoio di arcaica spiritualità precristiana" collegava (e forse ancora collega) l'ESTREMO PONENTE LIGURE e l'AGRO DI SUSA.
Risalendo verso il Piemonte settentrionale si può infatti osservare la persistenza di determinate tradizioni, relitti di religioni molto antiche, che presentano fra loro più di una convergenza.
Tra l'altro in maniera analoga a quanto riscontrato per il territorio di PIGNA e CASTELVITTORIO (oltre che per la successiva base di NOSTRA SIGNORA DELLE FONTANE) si scoprono, sulla base di arcaici documenti, che a BARDONECCHIA la chiesa di SANCTA MARIA AD LACUM sarebbe stata costruita su un luogo consacrato alle MADRI e presso un sito in cui gli archeologi avevano indicato l'esistenza di un recinto cultuale dedicato ad APOLLO BELENO.
Tracce della religione delle MATRES furono poi riscontrate a FORESTO nel 1977 quando, a 3 metri di profondità ed alla base di un'antica chiesa romanica, si rinvenne un "frammento di epistilio in marmo locale con un fregio".
Questo sormontava il colonnato di un tempio delle "DEE MATRONE": la rivisitazione cristiana del luogo ha permesso di identificare il fenomeno della permutazione di tale culto in direzione cristiana attraverso un processo, come scrive Sabatino Moscati, di "sovrapposizioni di culti, con superstiti tradizioni pagane passate nel cristianesimo" (il reperto archeologico si conserva attualmente nel Museo Civico di Susa e misura 32 cm. in altezza, 40 per profondità e 78 di larghezza).
Altre tracce, che non è qui necessario elencare, inducono a credere che i Benedettini di Novalesa, sin dal loro apparire, si siano dovuti confrontare con un campo di spiritualità assai più complesso di quanto si fosse creduto sino a non molto tempo fa.
A questo proposito, per quanto le sue gesta sono sempre avvolte nella leggenda, pare emblematico che la "Storia della Novalesa", riferendosi al momento in cui Carlo Magno nell'VIII secolo passò per questi luoghi onde affrontare i Longobardi, abbia penato non poco a convincere i suoi, pur cristianizzati, seguaci a valicare le Alpi, il MONCENISIO ed il ROCCIAMELONE, luoghi tutti che la non morta tradizione nibelungica riteneva infestati di "magici orrori".
La CRONACA DELLA NOVALESA fa cenno ad altre basi in cui i relitti del paganesimo avrebbero lasciato consistenti relitti e menziona le chiese di S.Maria Maggiore di Susa, quella della Madonna del Ponte di Susa e quella ancora di S.Maria di Novalesa ai piedi del Cenisio.
Le testimonianze oggettive vengono però dalla chiesa di FORESTO cui, oltre al frammento di trabeazione di cui si è prima detto, nel secolo scorso furono scoperte (e studiate da Teodoro Mommsen) alcune epigrafi votive ed in particolare quella, di epoca imperiale romana, di un certo TITUS VINDONIUS IERANUS che alle DEE MATRONE aveva dedicato il proprio culto.
I ritrovamenti di FORESTO presentano evidenti relazioni con la celebre base sacra alle DEE MADRI di St.-Remy-de-Provence: da questi due rilevamenti topografici è semplice costruire una "gabbia ideale" che si "chiude" nei simili rinvenimenti di ALTA VALLE DEL NERVIA quasi a delimitare un'area in cui, a monte del cristianesimo, si erano sviluppate esperienze similari di religiosità.
Nella condanna di questi postulati, per rovesciamento, la Chiesa teorizzò -nei molteplici luoghi iscrivibili entro questa "gabbia" e che finiscono per delineare un cuneo di penetrazione da settentrione verso il mare intemelio- la sussistenza di demoni nascosti nelle acque pronti a ghermire i Cristiani che si fossero lasciati tentare da qualche ritorno alle vecchie religioni.
Contro questi culti -caratteristicamente distribuiti sull'asse viaria Ventimiglia-Susa-Novalesa- si adoperò GREGORIO MAGNO che diede precise istruzioni ai BENEDETTINI per la sconsacrazione delle aree cultuali pagane e quindi per la loro riconsacrazione in Cristo.
Non giunge quindi casuale che dopo l'"infezione idolatra dei Saraceni" i monaci di Novalesa, per RICONSACRARE una seconda volta quei siti, violati da nuove orde pagane, avessero invocato un VESCOVO DI VENTIMIGLIA.

Dopo le devastazioni saracene che investirono soprattutto i possessi provenzali dell'abbazia (ferma restando l'importanza dell' ABBAZIA BENEDETTINA DELLA NOVALESA rifiorita dopo la VITTORIA CRISTIANA e la distruzione del Frassineto) la capitale di questo Principato benedettino fu spostata a BREME nella Lomellina giunta ai monaci per dono di Adalberto padre di Berengario II di Ivrea nel 929.
I monaci di Novalesa esercitarono ampio apostolato ma furono anche artisti ed abili agricoltori e mercanti; essi si spinsero (a predicare ma anche a commerciare i prodotti della loro oreficeria) per la VIA DEL NERVIA fin a DOLCEACQUA ove eressero un loro PRIORATO (comunemente detto CONVENTO DI S.MARIA DELLA MUTA) svolgendo un'intensa attività in queste regioni.
Una stretta affinità spirituale legava peraltro VENTIMIGLIA e l'ABBAZIA DELLA NOVALESA cioè l'importanza attribuita dai fedeli alle RELIQUIE DI S. ELDRADO, uno dei più grandi abati del monastero, e la VENERAZIONE PER S.SECONDO.
Soprattutto questa AFFINITA' era stata alla radice di un PRIMIGENIO TIPO DI PELLEGRINAGGIO, quello che sull'asse viaria MARE-MONTI conduceva, soprattutto gli abitanti della costa, nell'area susina.
Per quanto non si sono ancora trovati argomenti in proposito è abbastanza facile pensare che i NOVALICIENSI siano penetrati nelle valli del territorio intemelio sulla scia dei confratelli di PEDONA e conseguentemente prima dell'avvento dei SARACENI.
Sicuramente nella DIOCESI DI VENTIMIGLIA essi erano giunti ben prima del 9 febbraio 1151 o 1152: con tale datazione si segna semplicemente la Bolla papale di Eugenio III con cui si confermavano possessi che i NOVALICIENSI (perduti i territori della Provenza) avevano già ottenuto a parziale risarcimento da Innocenzo II tra 1130 e 1143.
A metà del XII secolo, per quanto concerne il contenuto della Bolla, essi risultavano possedere nella Diocesi di Ventimiglia il PRIORATO DI DOLCEACQUA, una non meglio identificata CHIESA DI S.LUCIA ed un'altrettanto enigmatica CHIESA DI S.MARGHERITA ( che viene descritta come ubicata "IN CAMPO": ma è da vedere se essa si trovasse o meno nel territorio di CAMPOROSSO come si è proposto).
Tuttavia quei possedimenti di metà XII secolo, stando a quanto si legge dagli ATTI DELLA NOVALESA, risultano datati, esistenti da decenni se non da ben più di un secolo.
A questo punto giunge sintomatico che, dopo la scacciata dei Saraceni, il PRIMO GRANDE ITINERARIO che fu RICONSACRATO, cioè, secondo l'uso della cristianità medievale, riaperto alla frequentazione di viandanti e pellegrini, sia stato il
TRAGITTO NERVINO DAL MARE DI VENTIMIGLIA SINO ALLA VALLE DI SUSA.
Stando alla lettura della CRONACA DELLA NOVALESA la riconsacrazione del TRAGITTO fu fatta da un VESCOVO DI VENTIMIGLIA verso la metà dell'XI secolo.
Il VESCOVO, seguendo sempre la STORIA DEL MONASTERO non è identificabile del tutto ma, chiunque fosse fra i tre prelati proposti, certamente operò verso la metà, poco meno o poco più, dell'XI secolo, quando cioè il pericolo dei Saraceni era cessato e dopo che il distrutto monastero di PEDONA aveva perduto ogni influenza sul Ponente di Liguria.
La RICONSACRAZIONE operata proprio da un VESCOVO di VENTIMIGLIA non era casuale: da un lato riapriva ai fedeli un TRAGITTO MARE-MONTI di storica importanza e dall'altro -visto che il punto d'arrivo del prelato era a S.Pietro di Novalesa dove fu accolto fra un tripudio di osanna- il suo viaggio pare esser stato il riconoscimento di un dato di fatto (poi sancito dalle Bolle papali di Innocenzo II e Eugenio III) cioè l'espansione dei NOVALICIENSI sull'agro di Ventimiglia, sin al suo scalo marittimo.
Nel contesto della gestualità pubblica medievale, che spesso diveniva una liturgia laica e non, tutto questo processo non si esauriva nel solo piano spirituale ma coivolgeva vari significati sin a rappresentare una sorta di investitura ecclesiastica dei NOVALICIENSI che ormai avevano surrogato i monaci di PEDONA nell'agro intemelio.
Non è poi assolutamente un caso che NOVALESA e VENTIMIGLIA, come detto, avessero in comune un culto profondo per SECONDO.
Nonostante gli sforzi di molteplici studiosi (parzialmente SUNTEGGIATI) l'agiografia non è approdata ad assolute certezze su SECONDO, il soldato della "Legione Tebea" martirizzato sotto DIOCLEZIANO che avrebbe offerto la propria esistenza alla Fede in Cristo presso unvallone di Ventimiglia che ne prese il nome.
Vari studiosi affermano con testimonianze plausibili che morì invece nel territorio di Vercelli e che poi il vescovo S.Eusebio ne favorì il culto.
Le sue reliquie sarebbero quindi state custodite nel MONASTERO DI S.PIETRO DI NOVALESA.
Mel "MARTYROLOGIUM ADONIS" del X-XI secolo, un manoscritto che giunse alla Biblioteca di Berlino dalla raccolta Hamilton dove erano affluiti libri e codici novaliciensi, Carlo Cipolla lesse numerose postille ai margini del testo.
Una di queste diceva:"(trad.)"Stesso giorno (21 maggio) nella città di Torino. La traslazione dalla Novalesa di S.SECONDO martire dentro la città, il quale fu duce della legione dei Tebei, fu fatta dal Domino Vescovo Guglielmo nell'anno dell'incarnazione novecentesimosesto".
La postilla alludeva alla fuga dei monaci dal monastero susino ai primi del X secolo sotto l'incalzare dei Saraceni.
La più tarda CRONACA, il cui estensore prese quasi certamente spunto da queste note, finì per amplificare questa notizia:"(trad. dal libro IV, framm.25) Fu sconvolta la terra dal terrore dei Saraceni, fuggirono i monaci, alcuni furono feriti, altri restaron morti, muore anche Riculfo [abate] e andò perduto ciò che era impegnato e depositato. Così la gran parte del tesoro con i libri della chiesa restò sotto pegno e non fu più recuperata. In quel tempo fu fatta la TRASLAZIONE entro le mura della città [di Torino] del CORPO DI S.SECONDO MARTIRE che fu a capo della legione Tebea ad opera del vescovo Guglielmo nell'anno 906".
Nella CRONACA si parla di "corpo" ma, stando alle consuetudini, avrebbe potuto trattarsi anche di una pur importante reliquia dello stesso corpo: è noto come nell'età di mezzo più luoghi ambissero a custodire le RELIQUIE (parti -ma non solo- del corpo di un Santo, non necessariamente il corpo nella sua interezza: in un suo saggio sulla questione -leggibile integralmente in "Albintimilium antico municipio romano..., pp.41-44" Mons. Ercole Crovella, in modo competentissimo ma con un pizzico di polemica, scrive:"...ora le reliquie [di S.SECONDO] sono custodite nella stessa cattedrale [di Torino] in una cappella fregiata dello stemma del comune con altare marmoreo e nicchia che contiene la statua argentea del santo. Vi fu anche eretta la Confraternita di S. Secondo martire con Bolla di Alessandro VII del 1657, dopo che nel 1630, durante la terribile peste, il martire venne dal comune proclamato patrono della città. Una grandiosa chiesa parrocchiale, aperta al culto nel 1882, dedicata a SECONDO conserva una reliquia insigne avuta dalla cattedrale e conferma la venerazione dei torinesi verso il loro protettore. VENTIMIGLIA CONSERVA NELLA CATTEDRALE LA RELIQUIA DEL CAPO DI UN S. SECONDO CHE TALUNI VOGLIONO SIA IL SANTO VENERATO A TORINO"
Ben oltre queste considerazioni agiografiche, resta comunque significativo che la VENERAZIONE dei NOVALICIENSI, cui era attribuito il possesso di reliquie di SECONDO, procedesse in sintonia con quella dei VENTIMIGLIESI che di S.SECONDO avrebbero poi fatto il loro patrono.
Non nuoce affatto pensare -aldilà del problema del luogo esatto del martirio o della discussione in vero poco larvata sulle reliquie- coniugare queste affinità con una formidabile relazione spirituale tra VENTIMIGLIA e NOVALESA di modo che, a fronte dei monaci i quali nei pressi del territorio ventimigliese costituirono alcune loro basi, gli abitanti della città costiera almeno dall'XI secolo abbiano preso la consuetudine di PELLEGRINAGGI DEVOZIONALI AL MONASTERO DI S.PIETRO.

Peraltro dagli ATTI del cenobio di NOVALESA e in minor misura dai "Rerum Italicarum Scriptores" del Muratori oltre che da una porzione della "Cronaca di S.Dalmazzo" in Tenda si evince la storia di scambi reali tra VENTIMIGLIA e NOVALESA lungo la VIA DEL NERVIA.
Studenti e chierici in particolare erano naturalmente portati a fare questa sorta di pellegrinaggio sia per recarsi a venerare le reliquie di SECONDO sia ad apprendere i segreti della conoscenza nel sempre celebre CENTRO DI STUDI DI S.PIETRO DI NOVALESA.
Questo concetto, peraltro, è confortato dall'esistenza di una COSTITUZIONE IMPERIALE CAROLINGIA del IX secolo con cui era stabilito che nelle scuole pubbliche di Ivrea e Torino, oltre agli studenti di Albenga, Vado e Alba, dovessero accedere per la loro formazione pure gli studenti di VENTIMIGLIA.

Considerazione significativa perché fa cenno ad un pellegrinaggio, seppur per ragioni di studio, che verisimilmente doveva seguire la via marenca del Nervia: la frequentazione di tali località, per studenti e chierici medievali non poteva certo escludere quella delle grandi biblioteche dei prestigiosi monasteri che sorgevano non lontano.
Il riferimento agli studenti ventimigliesi in un documento ufficiale sembra -ma è necessario usare il condizionale per l'assenza di ulteriori dati- confortare l'ipotesi di un loro spostamento per ilTRAGITTO DEL NERVIA VERSO L'OLTREGIOGO (indubbiamente la via più comoda e mono pericolosa prima dell'arrivo dei Saraceni per raggiungere Torino e le altre località9.
Comunque anche questo -per quanto da approfondire- è un segnale sugli scambi tra Liguria ponentina e alto Piemonte, scambi che finirono per fissarsi in una memoria storica di modo che, secoli dopo, allorquando il tragitto, anche per la sua Riconsacrazione era stato liberato dal "MALE DEI PAGANI" e riconsegnato alla fruizione dei cristiani, finì per diventare un TRAGITTO PER VIANDANTI DI FEDE E NON, tragitto che se conduceva a NOVALESA -mai bisogna dimenticarlo- era anche la via migliore per raggiungere il vicino OSPEDALE DEL CENISIO la base storica di riposo, cura e quiete (anche Carlo Magno vi aveva soggiornato prima di scatenare le sue armate contro i Longobardi) donde poi entrare nell'Europa centrale e, non lo si dimentichi, per accedere in alternativa al I TRAGITTO PER S.JACOPO DE COMPOSTELA al II TRAGITTO o cosa finora meno nota -ma non estranea a quei PELLEGRINI che ambissero visitare un altro grande monumento della Cristianità, per giungere a CLUNY e di lì, quindi, intraprendere il viaggio alla volta di CHARMALIERES e quindi di LE-PUY basi di aprtenza appunto SECONDO PERCORSO PER COMPOSTELA.


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OSPEDALE sul CENISIO: alle origini della loro storia secolare i BENEDETTINI DELLA NOVALESA riuscirono ad esercitare il controllo del redditizio OSPIZIO SUL CENISIO meglio noto come Ospizio della chiesa di S.Maria.
La casa sul CENISIO era stata realizzata per volontà dell'Imperatore Ludovico I che così facendo aveva voluto soddisfare un suo voto.
Dopo la morte di questo il figlio Lotario I, con un diploma imperiale del 14-II-825, sottrasse ufficialmente il controllo del "colle del Moncenisio alla Novalesa.
Egli vi eresse:"Un OSPEDALE in onore del Signor Iddio, del Salvatore nostro Cristo e della beatissima sempre Vergine Maria al fine di dar ristoro per i PELLEGRINI [egli fece dotare l'OSPEDALE coi beni che in tal zona possedevano i Novaliciensi e per compensarli di tali perdite concesse loro il monastero di Vasco di Pagno].
Dalla lettura completa del Diploma imperiale si intende bene che Lotario I voleva dare una giustificazione religiosa ad un atto fondamentalmente politica che da un lato si preoccupava del possesso strategico di questa IMPORTANTE ZONA STRATEGICA DI TRANSITO TRA ITALIA E "FRANCIA" mentre per altro verso mirava al controllo del complesso viario e quindi dei proventi che gli giungevano dal movimento dei PELLEGRINI sia che "risalissero" dal Piemonte sia che "scendessero" verso la pianura in direzione degli approdi marittimi.
Dall'XI al XIII secolo, anche quando la compagine imperiale non aveva più interesse per l'OSPIZIO SUL CENISIO i Benedettini della Novalesa appellandosi alla giustizia laica ed a quella ecclesiastica cercarono di rientrare in possesso dell'OSPEDALE: per fare ciò non si preoccuparono di presentare vari DIPLOMI che addirittura si sarebbero rifatti all'epoca del donativo di ABBONE, il nobile Franco che lasciò ai Benedettini il vasto possesso di Novalesa.
Fu persino presentato un diploma falso attribuito a "Tommaso conte di Maurienne" (1204, doc. in H.P.M., Chart., 709) e per cui la Novalesa avrebbe posseduto di diritto l'OSPEDALE DEL CENISIO.
Il contrasto durò a lungo: dapprima fu data ragione ai MONACI DELL'OSPIZIO che il 21 maggio 1197 ottennero da Tommaso di Savoia un previlegio di autonomia.
Successivamente il MONASTERO DI NOVALESA ottenne completa e duratura "RIVINCITA" visto che il 15 novembre 1202 Pietro", Decanus Hetoni ["Ayton"] e Prevosto dell'OSPEDALE DEL MONCENISIO fece atto di obbedienza per sé ed i confratelli a Stefano, priore della Novalesa: e nonostante, ancora per un triennio i religiosi dell'Ospizio Tanti contrasti per il controllo dell'OSPEDALE DEL CENISIO rappresentano tuttora un'importante documentazione.
Per quanto grande fosse il Principato di Novalesa la ricchezza nominale non corrispondeva quasi mai alla ricchezza reale.
Un OSPEDALE destinato ad accogliere a pagamento i PELLEGRINI rappresentava invece un sicuro cespite di guadagno: specie se operava pressoché isolato in un'area piuttosto frequentata da viandanti.
Dal IX al XIII secolo i Novaliciensi si batterono in ogni modo pur di esercitare il controllo dell'OSPEDALE del CENISIO: ciò significa che esso produceva cespiti importanti, tali da meritare di spendere in costose cause, e se quei cespiti erano consistenti potevano dipendere solo dalla frequentazione di mercanti e di pellegrini.
Quando però era iniziato il contenzioso, nel IX secolo, i mercanti non costituivano un fenomeno sociale entro un'economia feudale e chiusa come quella curtense di autoproduzione ed autoconsumo: ciò significa che già dal IX secolo -come peraltro è documentato per altre sedi- il pellegrinaggio per queste contrade era consistente.
In tale epoca però il FLUSSO DEI PELLEGRINI era ancora ad una sola direzione: il LUOGO SANTO per eccellenza era ROMA.
Sulla linea topografica e geografica anteriore alle SCORRERIE SARACENE -tenendo anche conto degli estremi del DIPLOMA DI LOTARIO I DELL'825 che alludeva ad una strada che dal mare ligure occidentale portava a Susa- è da pensare che l'OSPIZIO DEL CENISIO rappresentasse la stazione viaria di partenza per i pellegrini che scendessero al mare di Liguria e che tra gli itinerari da questi privilegiati vi fosse quello che conduceva a PEDONA e quindi a TENDA e da lì alla VALLE DEL NERVIA o per una semplice diramazione verso BAIARDO sin al mare di TAGGIA percorrendo la direttrice della VALLE ARGENTINA.
La correlazione tra gli OSPEDALI del Ponente ligure e l'importante VESCOVO DI VENTIMIGLIA chiamato all'opera dai NOVALICIENSI: quasi che l'alto prelato fosse intervenuto a sancire la fruibilità per i PELLEGRINI di una VIA STORICA ESTREMAMENTE IMPORTANTE sia per la CATTEDRA DI VENTIMIGLIA (che controllava gli OSPEDALI IN RIVA AL MARE) sia per il il MONASTERO DI NOVALESA (che comunque riteneva proprio l'OSPIZIO DEL CENISIO)






In epoca tarda si affermava, seppur senza basi documentarie probanti, che il MONASTERO DI S. DALMAZZO DI PEDONA fosse stato costruito dai MONACI BENEDETTINI per volontà di una regina longobarda.
Vista la mancanza di notizie certe e il proliferare delle leggende il Riberi fu però indotto a sottolineare come la non conoscenza del nome del fondatore sia da collegare in qualche maniera alla carenza, forse dal '500, della superstite tradizione documentaria: si veda A. M. Riberi, S. Dalmazzo di Pedona e la sua abazia (Borgo San Dalmazzo), Torino, 1929 in Bibl. Soc. Stor. Sub., CX, p.152. Che la fondazione sia da collegare ad una volontà regia pare suggerito da un fatto relativamente tardo, del X secolo quando cioè proprio in vigore di siffatta prerogativa il re d'Italia Ludovico fu ingrado di cedere legittimamente al vescovo astigiano Audace il monastero (vedi L. Vergano, Storia di Asti, I, Dalle origini alla organizzazione del Comune, Asti 1951, p. 54 e seguenti. Procedendo nella sua analisi sul cenobio, ancora il Riberi sviluppò l'idea che la casa abbaziale fosse stata eretta su proposta di un monarca longobardo: a suo giudizio l'edificazione sarebbe stata da collocare nell'ambito politico dei primi anni del VII secolo, quasi che siffatta realizzazione rappresentasse una testimonianza monumentale del graduale processo di avvicinamento di re Agilulfo, fra il 610 ed il 625, a quella linea costiera di Liguria che era rimasta sotto il controllo dei bizantini: l'opzione sarebbe rientrata nell'opportunità dei longobardi di garantirsi uno stabile controllo dei territori recentemente occupati connettendoli alle sorti della loro dinastia per il tramite dell'istituzione di case benedettine, notoriamente ben accette alle popolazioni autoctone in qualche modo fu presupposto per l'istituzione dell'abbazia (l'ipotesi di un'erezione del monastero databile al VII secolo, contro la corrente che ne postdatava l'edificazione all'VIII secolo, ebbe mediamente successo tanto che risulta ora accolta quasi in toto: vedi per esempio G. Cantino Wathagin, Monasteri di età longobarda: spunti per una ricerca, in XXXVI Corso di Cultura sull'Arte Ravennate e Bizantina (Ravenna, 14-22 aprile 1989), Bologna 1990, pp. 82-83.
L'influenza del monastero fu rilevante per una vasta area (in Piemonte, nella Liguria occidentale e in territorio "francese") sia sul PIANO SPIRITUALE (con la conseguente erezioni di case e monasteri minori) che per l'IMPORTAZIONE DI RINNOVATE TECNICHE COLTURALI che ancora per la RIVISITAZIONE DELLE METODOLOGIA DELL'AGRICOLTURA: F. Patetta ipotizzò inoltre che siffatta influenza fosse da estendere anche alla SFERA CULTURALE (Nuove ipotesi sulla patria della cosiddetta Lombarda, in Festscrift fur H. Brunner zum siebzigsten Geburstag dargebracht von Schulern und Vercheren, Weimar, 1910, p.3662 e pp. 353 - 362).
Con il termine o titolo di La Lombarda si indica una raccolta, di autore anonimo, della legislazione logobarda e franca: integrando l'inzio del testo del manoscritto (oggi custodito a Montecassino, cod. 328, p.135) il Patetta leggeva p[.]donae in p[e]donae e globalmente interpretava [Ut facilius discant] Pedonae studentes, que una ex italicis civitatibus, opulentissima nobilium virorum et fructuum, in capite cocciarum alpium sita, inter vicinas urebs sempre velut clarium sidus emicuit, studuimus cunctas sententias [...]" [ibidem, p. 353]: pur dimensionando le lodi sperticate volte alla località di Pedona il Patetta sostenne, con sufficiente possibilità di esser nel giusto, che in questo centro operasse un maestro che ai propri discepoli insegnale La Lombarda, avviandoli conseguentemente alla carriera di giurisperiti o forgiandoli nella conoscenza del diritto germanico.