Il sublime contenitore (laboriosa edificazione di una sede ideale per l'Aprosiana)

Parlando della temperie culturale che produsse questo ritratto, come gia fatto trapelare, e doveroso menzionare il sofisticato ambiente intellettuale degli accademici Incogniti di Venezia che l'agostiniano frequento in modo sempre gratificante ed ancor piu tener presente che il dipinto segui poi per oltre trent'anni le vicende esistenziali del frate, arricchendosi infine di nuove valenze comunicative e significanti.
Aprosio infatti, dopo un lungo peregrinare, intellettuale e spirituale, in vari conventi italiani, in pratica tornò definitivamente a quello di "Santa Maria di Consolazione, ma detto da tuS volgarmente S.Agostino" nella città natale al periodo quaresimale del 1648 (per tenere orazioni sacre nella Cattedrale): in effetti da tale anno, per quanto l'abbia mai confessato, Angelico fu obbligato a prendere stanza definitiva in questo antico cenobio, in una città che gli parve inizialmente troppo provinciale per soddisfare le sue attitudini culturali (Bibliot.Apros. p. 183 e p. 191).
Non esistendo nel monastero alcun vano idoneo ad ospitare una biblioteca Aprosio, con una punta d' arguta malignità, provocò l'amor proprio dei confratelli colla minaccia di lasciar le sue raccolte antiquarie, appena giunte in casse da Rapallo per via mare, a Padre Gabriello Foschi bibliotecario dell'Angelica di Roma; in realtà l'erudito s'era messo in guardia, sin dal suo arrivo nel monastero, per la fredda accoglienza del Priore locale, che presiedeva la piccola congregazione (6 sacerdoti, un chierico e due conversi).
L'Aprosio descrisse i fatti a posteriori eppure, cosa che risulterà di seguito interessante, ancora una ventina d'anni più tardi, nei confronti di questo personaggio ( in apparenza non d'altro "reo" che d'aver accolto senza entusiasmo il dono del suo Scudo di Rinaldo I - Venezia, 1647) entro la Biblioteca Aprosiana fu registrata un'osservazione feroce (Ib., p. 182), destinata forse in genere a passar nelltombra per esser stata espressa con una citazione evangelica da Matteo 7,6 che, per quanti l'avessero letta sul testo sacro, sarebbe tuttavia parsa subito espressione d'avversione profonda, motivata da cause sicuramente più serie di quell'innocua antica scortesia del Priore: "Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le zampe e poi si voltino a dilaniarvi".
Allo scopo di non patire un probabilissimo smacco, soprattutto di fronte all'onegliese Ottavio Martini potente Vicario Generale agostiniano ma anche amico e protettore di Angelico, i frati, non si può dire con qual animo ne quanto indotti dal Priore, scelsero comunque al momento la via d'un'apparente collaborazione.
A questo punto entrò in giuoco la figura per vari aspetti enigmatica di un certo Sattapa che, avanzando dei crediti personali verso il convento, s'offrì di prestare tal somma di denaro per l'edificazione della biblioteca, confermando poi nel 1649 siffatta concessione (di cui non risultano né i tassi d'interesse né le modalità di rimborso) nella persona d'un altro frate del convento, certo Fabiano Fiorato, progettista d'architettura sacra, che Aprosio, eletto Definitore cioè consigliere d'ufficio del Priore, aveva inteso nominare suo Procuratore per finalizzare tale impresa: previa debita autorizzazione il Procuratore prese quindi presto "ad apprestare calcina, mattoni, pietre ed arena e quello che era necessario alla fabbrica" (Ib., p. 183).
Quando però, grazie anche all'appoggio di Angelico, il Fiorato, atteso il previsto rinnovamento delle cariche conventuali, venne fatto nuovo Priore, il prestatore, per qualche non esplicitata ragione da tempo in rotta aperta col frate "architetto" e stranamente offeso dall'idea che si volesse intitolare Aprosiana l'erigenda biblioteca, chiese e naturalmente ottenne l'immediato rimborso della somma data in prestito sì da lasciare in estrema difficoltà i promotori dell'impresa: descrivendo la sua preoccupazione per quel momentaccio Aprosio poi registrò che, col nuovo Priore, aveva pensato sul momento "di fare un vaso (ma leggerei vano) assai capace da riporre i libri comprati non pure ma etiamdio quelli fussero per comprarsi e per riceversi in dono" ma che "bisognando restituire il danaro al MisAprosiano, bisognò pigliare altra risolazione" (Ib., p.184: vista l'abitudine aprosiana per siffatta terminologia basti pensare al Filofilo Misoponero della Maschera Scoperta - questo MisAprosiano o nemico dell'Aprosiana - per quanto brutto e spocchioso - è certamente uno pseudonimo inventato da Angelico per identificare il Sattapa: la reazione di quest'ultimo, che peraltro dal contesto aprosiano non pare uomo estraneo alla congregazione intemelia, risulterebbe a sua volta spropositata agli eventi, sempre che, da una plausibilissima identificazione tra il Priore del 1648 ed il Sattapa-Misaprosiano, non si deduca la privata vendetta dell' ex Priore deluso che, per colpire un nemico antico ed uno nuovo, potrebbe aver agito d'impulso e nel modo più elementare, cercando cioè di mutilare quella stessa iniziativa culturale che proprio la sua disponibilità aveva messo in moto).
Vista la mala parata e data la mancanza di fondi il Priore Fabiano Fiorato propose allora ad Angelico di utilizzare per la "Libraria" alcune stanze del convento, al momento inutilizzate, che furono adattate e provviste di scaffalature a spese personali dell'Aprosio: il fatto che egli abbia potuto disporre con una certa celerità di questa cifra fa tuttavia rimeditare sulle sue continue professioni di miseria e poverta e contraddice con alcune altre precedenti considerazioni pur essendo praticamente sicuro che l'erudito, intendendo spendere i suoi averi per l'acquisizione di libri e oggetti d'arte, non si dovette rallegrare dell'imprevista spesa che, a dir il vero, con parecchie buone ragioni riteneva anche moralmente spettare alla Casa religiosa (lb., p. 184).
Dai documenti non ci è concesso sapere su quale lato del complesso monastico, di pianta rettangolare, si fosse ricavata questa sede, che tuttavia Aprosio giudicò esauriente per contenere la raccolta: contestualmente il Priore Fiorato, visto che il convento mancava di una camera adibita a legnaia e che il legname s'era sempre conservato sotto il chiostro con evidenti inestetiche scomodità, ne fece erigere uno appoggiandolo per un lato alle spalle della cinta claustrale di settentrione.
Subito di seguito, nella narrazione della Biblioteca Aprosiana (p.185) si legge che: "Quando colui vide l'una e l'altra fabbrica ebbe a dire che la Libreria era un budello ed il Legnajo un arsenale: ma del suo abbaiare si tenne il conto che fa la Luna di quello de' cani, secondo guello scrisse l'Alciato nell'Emblema CLXV: Et peragita cursus surda Diana suos".
Per quanto Aprosio fosse scrittore macchinoso, che organizzava periodi interminabili ed a volte disorganici, era sempre abbastanza ordinato da correlare perfettamente i pronomi ai loro giusti nomi di persona (o cosa) ed altresì aveva la personalissima abitudine, quando voleva evitar fraintendimenti, di non interporre fra nome e suo (anche lontano) pronome di riferimento, pur nel caso d'una prolissa estraniazione linguistica, alcun termine che potesse generare interferenze o confusione grammaticale.
Risalendo lungo le sequenze narrative s'evince con elementare facilità che il pronome "colui" è riferito al MisAprosiano, a sua volta pseudonimo del Sattapa, e si delinea sempre più l'idea che il famoso "prestatore" fosse uomo di prestigio nel convento, strettamente interessato alla vita claustrale ed ancor più propenso, per autorità ecclesiastica e civile, ad esprimere senza remore ogni sua opinione (dallo Scudo di Rinaldo II alla stessa Biblioteca Aprosiana Aprosio ne scrisse infatti sempre con qualche prudente ambiguità, alternando al nome secolare, se poi Sattapa autenticamente lo era, allusioni, pseudonimi e critiche severissime espresse però sempre, in via di transcodificazione, secondo citazioni mai lampanti per la globalità dei lettori: vien da sè che a questo punto si rafforza l'idea dtinterscambiabilità tra il Sattapa ed il Priore del 1648, specie se si collaziona il precedente confronto d'ordine "allegorico" "Priore = cane e porco" col nuovo, sviluppato sull'Emblema dell'Alciato, "Sattapa = cane ululante").
Fin quasi alla fine degli anni '50 la "Biblioteca Aprosiana" ebbe quindi sede in questo locale del convento dove le già diverse migliaia di libri del frate vennero sistemate in opportune scansie e scaffalature.
Fu questa quella che Angelico chiamerà poi "Prima Libraria" e sul fronte del cui portone d'accesso l'erudito aveva progettato in un primo momento di apporre lo scudo della propria casata, appunto quella degli Aprosio "che è campo d'oro ed una banda traversa di color rosso fregiato all'intorno di Scudi, di Trombe, d'Insegne, di Moschetti, di Picche e di altri stromenti Militari, non iscompagnati da Vanghe, Zappe e Badili, Rastelli, Carreggiafi ed altra suppellettile da Campagna"(Ib., p.418).
L'insegna araldica alludeva alla genesi degli Aprosio, soldati e soprattutto solidi proprietari terrieri nel contado intemelio, e l'idea dell'agostiniano sorse con probabilita, oltre che dall'umanissima volontà d'eternarsi dando nome alla sua grande iniziativa culturale, per un quasi doveroso riconoscimento verso i famigliari recenti ed antichi, come quell'Angelico Aprosio Seniore lettore di Sacra Teologia dell'Ordine degli Eremitani di S.Agostino (morto nel 1618) che, oltre ad aver abbellita la Sacrestia conventuale, aveva lasciata alla Casa intemelia la sua personale biblioteca di 200 libri, andata purtroppo in gran parte dispersa per la trascuratezza dei frati e di cui Angelico recuperò solo 14 libri, tutti editi nel XVI secolo (lb., pp.417 sgg.).
Angelico non spese poi molte parole sul fatto che alcuni lo avessero per tempo e giustamente consigliato di fare in altro modo: stando alle sue parole si potrebbe addirittura credere che fosse ritornato sulla decisione obbedendo solo agli impulsi di un personalissimo narcisismo, sì che la biblioteca, frutto del suo esclusivo ingegno, non potesse venir in seguito più generalmente accreditata a meriti inesistenti della pur grande casata degli Aprosio.
Per quanto, conoscendo le vanità mondane del frate, tale ripensamento non possa giudicarsi inattendibile, leggendo bene fra le righe si direbbe tuttavia che fossero nel frattempo intervenute nuove polemiche all'interno del convento ventimigliese: vista la crescente potenza socio-economica degli Aprosio è pensabile che altre casate intemelie avessero preso posizione pensando ad una egemonizzazione di costoro all'interno del convento (cosa neppur da escludere fra le ideazioni primigenie di Angelico che, per il probabilissimo supporto economico dei tanti ricchi ed ambiziosi congiunti coinvolgibili nell'impresa, avrebbe trovato più facile ristoro per l'aggiornamento della biblioteca e le sue costose operazioni editoriali) e che avessero appoggiato o comunque minacciato d'appoggiare la corrente indubbiamente antiaprosiana che pur esisteva all'interno del monastero (Angelico stesso lasciò peraltro un impercettibile segno delle ostilità esistenti fra le grandi case dell'agro intemelio laddove, menzionando la generosità e la laboriosità degli Aprosio, lanciò un po' di veleno contro i "tralignanti" e i diffamatori: Ib., p.418).
Dopo tanti rapidi accidenti intervenne però un improvviso ed abbastanza lungo periodo di quiete poiche l'agostiniano d'improwiso fu chiamato in Genova ad altri incarichi: benché non si conservino dati al proposito è supponibile che proprio l'amico e confratello Fabiano Fiorato abbia curato la "Libraria" in assenza del fondatore.
Dal 1649 al 1654 Aprosio infatti risiedette sempre lontano dal convento intemelio, operando sulla piazza genovese per espletare vari compiti connessi all'Ordine (dal 1648 al 1650, venne nominato prima definitore, poi segretario e quindi Priore del Crocifisso di Promontorio, detto anche di Prele: contestualmente recitò le pubbliche lezioni sul profeta Giona; quindi per il triennio 1652-1654 ricoprì la carica di Vicario Generale della Congregazione genovese, rivelatasi sorprendentemente onerosa perché, come scrisse, toccatagli "in tempi torbidi per esser uscita la Bolla della soppressione dei piccoli conventi, onde di quaranta che si ebbe da principio si ridussero a trenta": Ib.,pp. 186-188).
Da queste poche note pertanto si apprende quanto brevi potessero risultare i soggiorni aprosiani nel convento intemelio e quanta scarsa attenzione il frate potesse concedere direttamente alla Biblioteca: il tempo passato a Genova, e soprattutto la dignità ecclesiastica ricoperta, diedero però al frate l'utile occasione di risolvere alcune pratiche d'ordine burocratico a vantaggio della "Libraria" ed in particolare il conseguimento del Breve papale di Innocenzo X (30 Gennaio 1653) ove si vietava, sotto pena di scomunica, a chiunque, di qualsiasi stato e condizione, di asportarne materiale antiquario (non solo libri o manoscritti ma anche i dipinti, le pitture, le sculture e la raccolta numismatica che ne costituivano il patrimonio: Ib., pp. 188-190).
Espletata il 25 aprile 1654 la carica di Vicario Generale, Aprosio tornò al convento intemelio e quindi alla sua biblioteca.
S'accorse pero ben presto che lo spazio della "Prima Libraria" era divenuto insufficiente visto che nel frattempo erano stati ingressati molti nuovi libri, soprattutto per munifiche donazioni: gli parve allora inevitabile la realizzazione d'una più grande ed idonea sede, sperando in un sostanzioso contributo del convento, visto che, stando a quanto scrisse, le sue personali finanze non sarebbero risultate sufficienti (Ib., p.191).
Sarebbe forse riuscito ad avere l'opportuna sovvenzione se non si fosse levato contro tal progetto un nuovo enigmatico personaggio, ancora una volta menzionato da Aprosio sotto pseudonimo: si trattava di un certo Frate N. Tragopogono cioè barba di capro che, stando alle parole dell'erudito, avrebbe odiato la biblioteca al segno di fomentare certi altri fglioli della terra suoi partigiani.
Interpretando lo scritto aprosiano, ancora una volta intenzionalmente oscuro, si potrebbe dedurre che il Tragopogono - in cui si ravvisano senza dubbio i connotati del Sattapa e dell'antico Priore del 1648 fosse personaggio di rilievo nel convento e che ora si valesse dell'appoggio di forze esterne: Aprosio parla infatti di figlioli della terra, cosa a lui solita per indicare "popolani e rurali", ma non personaggi d'ambiente magnatizio locale né tantomeno frati o confratelli (Ib., p.l91; visto lo stato quasi storico d'agitazione popolare contro l'esosisita ed il fiscalismo dei gruppi magnatizi e di certe frange del clero intemelio si può pensare che nei figlioli della terra siano da individuare i popolani di Ventimiglia e soprattutto gli inquieti villani del contado che proprio in quei tempi non mancavano d'affidarsi a qualche importante religioso locale per far valere in Genova le loro ragioni e proteste: B.DURANTE - F.POGGI, Storia della Magnifica Comunità degli Otto Luoghi, Bordighera, 1986, passim ma in particolare Sezione II,1 e documenti).
In soccorso dell'Aprosio intervenne ancora una volta padre Fabiano Fiorato convincendolo convincendolo che non sarebbe occorso molto più denaro di quello che già lui possedeva per compiere l'impresa architettonica della nuova sede della "Libraria"(Ib., p.192): Angelico al riguardo lasciò anche scritto che, "apparecchiate le cose necessarie", nel 1656 si erano poste le fondamenta del nuovo edificio e che nel 1657 si stava addirittura per ricoprirlo col tetto ma non offrì utili ragguagli sulla logistica della costruzione sì che diviene ora quasi necessario rifarsi ad una breve ricostruzione di archeoletteratura.
Descrivendo il convento Aprosio rammentò che chiesa e monastero erano strutturati sì da formare un complesso esattamente quadrangolare che si sviluppava intorno ad un giardino che costituiva quasi un perfetto quadrato di circa 100 metri di perimetro, cui tutto intorno si snodava un chiostro con volte a crociera di stile tardo-gotico, sostenuto da 24 colonne ottagonali e 4 strutture portanti angolari di forma più articolata.
Il complesso conventuale guardava a mezzogiorno su una piazza larga circa 50 palmi, oltre cui correva la strada romana (di circa 33 palmi), da cui (lontana grossomodo un tiro di moschetto) era la spiaggia del mare.
Il lato ovest del quadrangolo conventuale era occupato dalla chiesa: dal suo coro s'accedeva al campanile e da questo al chiostro; passando poi sul lato settentrionale di quest'ultimo si incontravano a pianterreno tre porte la cui maggiore immetteva per due scale al soprastante dormitorio dove erano 8 celle volte a Nord (di cui 3, molto belle, a servizio di Foresteria) e 6 verso Mezzogiorno: le altre due porte immettevano rispettivamente ad una grande dispensa o "Stanza dei Tini" ed alla notevole sala delle adunanze o "Capitolo" donde ancora, per un ulteriore uscio, si passava, a nord della cinta conventuale in una "possessione agricola" dei frati, oltre la quale correvano i "prai delli frati" (su cui dal secolo scorso sorge la Stazione Ferroviaria di Ventimiglia).
Sempre al piano terra del lato di "Tramontana" sorgevano quindi le stanze del Refettorio del Convento, della cucina e quindi della panetteria.
Il lato sud era invece semplicemente costituito da un robusto muraglione che collegava la chiesa (ad ovest) colla "Libraria" (ad est).
La BIBLIOTECA APROSIANA occupava quindi in tutto od in parte il lato orientale del complesso conventuale.
Aprosio tuttavia a questo riguardo utilmente scrisse "da non molti anni in qua si vede (sul fronte) edificata la Libraria che, unita a quella (la chiesa) tramezzata dal Chiostro, per dritta linea porge bellissima prospettiva a gli occhi de' veditori o passino per mare o passino per terra" (Ib., pp.50-51) ma poi, di nuovo con una certa oscurità, annotò ancora a riguardo di questo lato orientale del convento "a luogo più opportuno (si parlerà) d'un altro Dormitorio di pari lunghezza ma che avera le celle solamente dalla parte Orientale".
Dai confusi riferimenti aprosiani s'evince che il "Tragopogono", visto evidentemente che la situazione stava fuggendo al suo controllo e che le ambizioni aprosiane con probabilità andavano debordando oltre ogni accordo prededente, s'appellò con premura e decisione al Generale dell'Ordine, accusando Angelico e soprattutto Fabiano Fiorato di guastare, con tal opera, l'architettura cioe le simmetrie del convento, in alternativa proponendo "che sarebbe stato meglio ed in sito più commodo se si fusse buttata a terra la primiera ("Libraria"), allargandola di fuori quanto la si volesse e per maggiormente muoverlo (il Generale), offerendosi egli di pagare il denaro per quella fabrica" (Ib., p. 192).
A tal punto se si rafforza ancora l'idea delle identificazioni "Priore del 1648 - Sattapa - Tragopogono" non si può tuttavia escludere che il personaggio, dichiaratosi anche disposto ad un personale sacrificio economico, non avesse qualche effettiva ragione, al contrario di quanto Aprosio si ingegnò testardamente a provare.
Se la "Prima Libraria" poteva essere liberamente ampliata nel modo proposto dal "Barba di Capro" sembra evidente che il vano in cui era stata ricavata stava sul lato nord del complesso cenobitico, all'esterno del quale ogni ampliamento architettonico per quanto vistoso sarebbe rimasto invisibile ai visitatori ne quindi avrebbe mai guastata l'armonia strutturale del monastero, la cui prospettiva, come detto, offriva a passanti e visitatori, per mare o per la "via romana", visione solo dei lati di ponente e di levante, oltre naturalmente di quello meridionale.
II Tragopogono, o Sattapa-Misaprosiano che è poi lo stesso, come s'è potuto vedere assunse atteggiamenti "ostili alla biblioteca" solo dal momento in cui Fabiano Fiorato, di cui pubblicamente non approvava le idee architettoniche in merito alle "fabriche sacre"(Ib., p. 192), divenne il vero artefice dell'opera muraria ed, ancor più fieramente, avanzo la sua pubblica opposizione quando al Fiorato andò ad accostarsi l'architetto-ingegnere di Perinaldo Francesco Marvaldo Candrasco, come il Fiorato noto, nell'agro intemelio, per la sua rivisitazione in senso manieristico e barocco di alcuni edifici sacri d'ordine tardo-rinascimentale.
E' al riguardo emblematico che nel capitolo XIII dello Scudo di Rinaldo II, grossomodo redatto ai tempi di questa controversia, Aprosio abbia difese le parti del Candrasco, cui il capitolo medesimo era dedicato, contro un frate intemelio, detto "Animale" od "Asino" ma ancora una volta somigliante nei tratti al Tragopogono, in merito ad un contenzioso legale intrapreso da costui contro l'ingegnere perinaldenco, su committenza dell'erudito di Dolceacqua G.B.Macario, per una "modernistica rivisitazione", nella villa intemelia di Camporosso, della "Chiesa del Suffragio", soprattutto a proposito "di quel Cornicione medesimo che nella Facciata del Suffragio, opra vostra, superbamente campeggia" (B.DURANTE, Angelico Aprosio cit., pp.70-71 ).
Oltre le possibili umane cattiverie, non è quindi affatto da escludere che alla radice della lunga lite per la biblioteca fosse risieduto un conflitto d'ordine intellettuale e ideologico, che opponeva distinte interpretazioni artistiche e che si potrebbe riassumere nella resistenza dei patrocinatori della tradizione architettonica ligure, d'ascendenza tardo rinascimentale, contro quel vasto programma di restauri ed ampliamenti barocchi che in molti casi andava realmente mettendo in discussione planimetrie, volumi e prospettive di storici complessi religiosi (non lontano dal convento intemelio la chiesa romanica di S.Giorgio in Dolceacqua era stata per esempio così alterata da corposi interventi di gusto baroccheggiante che tutta la nuova prospettiva architettonica finì per essere in aperta contraddizione con quella originaria, di modo che ne risentirono vistosamente le stesse interazioni spaziali dell'edificio coll'ambiente circostante: R.CAPACCIO - B.DURANTE, Marciando per le Alpi - Il ponente italiano durante la guerra di successione austriaca (1742-1748), Cavallermaggiore, Gribaudo editore, 1993, pp.l97-215).
A prescindere dagli autoincensamenti d'Aprosio, abilissimo a "mescolar le carte" e (volutamente?) impreciso sin nel fornire le misure architettoniche si addivenne a qualche accomodamento fra le idee del Tragopogono e quelle del Fiorato grazie all'intervento del Vicario generale dell'Ordine.
Quindi il controverso nuovo edificio venne realizzato sul fronte orientale del chiostro, intervenendo massicciamente sì da ridurre questo alla pianta quadrata attuale rispetto a quella rettangolare delle origini quattrocentesche e in modo da affiancare all'ambulacro orientale (il cui portico come si notò nel corso dei restauri dopo i rovinosi bombardamenti della II guerra mondiale fu realizzato proprio nel XVII secolo, quasi duecento anni dopo quello del lato settentrionale) la NUOVA STRUTTURA MURARIA finalizzata, previo un sopraelevamento, ad ospitare la biblioteca (M.DE APOLLONIA - B.DURANTE, L'antico convento degli Agostiniani a Ventimiglia, in "Riviera dei Fiori", n.2 [1980] ed in estratto).
Le menzionate "concessioni" fatte al "gusto" del Tragopogono, secondo la sentenza arbitrale del Vicario generale, non dovettero comunque essere da poco: quello, che dall'autorità e dal comportamento si direbbe esser diventato nuovamente Priore del cenobio, non era quasi sicuramente personaggio da ritornare sui propri passi, si da impegnare direttamente il convento fino alla somma di 200 scudi, se non dopo aver ottenute garanzie di opportune compensazioni. (Bibliot. Apros., p.193).
A mio giudizio le "modifiche architettoniche" cui Aprosio fece poi cenno con una certa indolenza erano connesse all'uso della costruzione progettata, e verisimilmente riguardavano una suddivisione funzionale dell'ala orientale fra la biblioteca ed un moderno dormitorio (vani che si sarebbero dovuti suddividere con una muraria linea di tramezza) e, se non si accetta l'ipotesi che gli architetti dell'Aprosio (Fiorato e Marvaldo Candrasco) abbiano volutamente tergiversato sulla realizzazione delle "modifiche", tanto faticosamente concordate, onde privilegiare quasi sicuramente lo spazio da destinare alla "Libraria" (peraltro l'uso da parte di Aprosio, come sopra si e già visto, ancora nel 1673 dell'ambiguo futuro averà a riguardo del dormitorio che avrebbe dovuto coesistere colla "Libraria" sembrerebbe in effetti prudente cenno a qualcosa di mai compiuto: Ib., pp.50-51), decadrebbe ogni buona e seria ragione per motivare un nuovo contenzioso del Tragopogono sull'annosa questione sia davanti alla Sacra Congregazione dei Vescovi e dei Regolari quanto innanzi al Serenissimo Senato di Genova (e sulla questione legale potranno senza dubbio gettar doverosa luce opportune ricerche negli Archivi di Stato).
E' comunque sintomatico che l'Aprosio, a chiosa d'un lungo conflitto morale ed intellettuale, abbia poi aggiunto, con velenosa cattiveria, che il "Tragopogono" sia stato trovato morto d'un "accidente apopletico" un sol giorno prima che l'opera muraria fosse stata completata, il 29 dicembre 1661: a guisa di "morale della fiaba" l'erudito annotò di seguito ancora con immutata ferocia: "Gran cosa (questa morte repentina) egli odiava al maggior segno quella fabrica (la nuova sede della biblioteca) forse presago che col danaro che gli fu ritrovato avesse ad esser pagata (l'opera muraria), come per l'appunto seguì"(Ib., p. 193).
In questo caso il Tragopogono rimanda fuor di dubbio nei connotati alla figura dell'avaraccio frate intemelio Crematofilo o Filocremato, col quale peraltro e quasi certamente da identificare, del capo XV dello Scudo di Rinaldo II che si teneva sempre stretta la borsa delle monete e che nulla mai spendeva per il convento d'appartenenza: la sua morte ha invece i contorni tragici della storia, nel luogo citato, del vecchio frate usuraio che non pote portarsi nella tomba i doppioni, perche il religioso cui in fin di vita aveva chiesto di cucirglieli "nella carne" si rivolse terrorizato al Superiore del convento che, dannata persin la memoria del cattivo confratello, ne spese tutte le ricchezze in usufrutto del monastero (vedi: B.DURANTE, Angelico Aprosio cit., pp.76-78).
Da un confronto globale ed organico fra Biblioteca Aprosiana e Scudo di Rinaldo II si rafforza comunque, seppur fra le cortine fumogene sparse ad opera del Ventimiglia, I'ipotesi che tutte queste antipatie, come si è detto strutturate con probabilità a monte sul filo sottile ma tenace di ben più sostanziali travagli ideologici, dall'Aprosio siano state volutamente depresse, a livello narrativo e documentario, nello schema riduttivo dei dispetti e delle cattiverie (di fatto degenerate seppur certamente reciproche) e quindi ricondotte entro pararnetri in sostanza comici se non addirittura buffoneschi, tipici per esempio dell'Azpagone plautino, si che maschera e finzione finiscono per sovrapporsi alla realtà, mistificandone la sostanza, fino al segno che, dimensionata su un'importante traccia letteraria, la morte dell'avaro, che è già personaggio riprovevole e risibile per convenzione, diviene oggetto di ludibrio e ultimo scherno scoppiettante di meraviglia che facilità la dissolvenza di molti altri dettagli, certo piu importanti al fine di intendere il succo della storia.
La vicenda abbastanza fastidiosa si protrasse forse oltre lo stesso 1661 e dovette rallentare alquanto i lavori.
Furono probabilmente queste moratorie che però consentirono all'Aprosio più pensoso della seconda metà del secolo di mascherare l'iridescenza di certe progettate e mai completamente eluse proposte scenografiche quali imprese, stemmi, scudi araldici o consimili emblemi a coronamento della "Seconda e definitiva Libraria".
Certo egli non alterò completamente i progetti encomiastico-celebrativi ma, sotto l'impulso d'un moralismo proteiforme ne privo d'oscurita seppur sentito come nuova esigenza, eluse certe "meravigliose" creazioni immaginifiche, ormai desuete e stucchevoli nella recente temperie storico-culturale italiana, per ascendere a nuovi livelli di intelligenza laddove, col sapiente richiamo alla moderazione, altri e ben sottili significanti, criptici per i più, potessero venir decifrati solo da quanti, entro il quadrato apparentemente magico di quell'ordine superiore di comprensione che era la Biblioteca, riuscissero finalmente a sentirsi simili, oltre le umane distinzioni e persino al di là della morte.