NAPOLEONE BONAPARTE

INDICE SULLO SVILUPPO DEL REGIME NAPOLEONICO

NOTIZIE BIOGRAFICHE SU NAPOLEONE BONAPARTE
LA FRANCIA DOPO IL TERRORE: LA DEBOLEZZA DEL DIRETTORIO
LA PRIMA CAMPAGNA D'ITALIA
LE PRIME VITTORIE: L'ISTITUZIONE DELLE REPUBBLICHE RIVOLUZIONARIE FILOFRANCESI
IMPRESE DI NAPOLEONE NELLA TRANSPADANA
IL BONAPARTE PASSA DI SUCCESSO IN SUCCESSO
LA PACE DI CAMPOFORMIDO
PROGRESSI DEL GIACOBINISMO ITALIANO
LA FORMAZIONE DELLE GRANDI REPUBBLICHE RIVOLUZIONARIE ITALIANE
LA LOTTA AD UN NEMICO FORTE E SFUGGENTE, L'INGHILTERRA: LA SPEDIZIONE IN EGITTO
LA II COALIZIONE ANTIFRANCESE
FORMAZIONE DELLA REPUBBLICA ROMANA E DELLA REPUBBLICA PARTENOPEA
1799: IL CROLLO DELLA REPUBBLICA PARTENOPEA
IL COLPO DI STATO DEL GENNAIO 1799
LA COSTITUZIONE AUTORITARIA DEL '99
LA SECONDA CAMPAGNA D'ITALIA PER RICONQUISTARE I TERRITORI PERDUTI: GENOVA ASSEDIATA E PRESA DALL'AUSTRIACO GENERALE MELAS DOPO IL TRIONFO NAPOLEONICO DI MARENGO VIENE LIBERATA DAI FRANCESI
NAPOLEONE PRIMO CONSOLE
IL CONCORDATO CON LA CHIESA
IL CODICE NAPOLEONICO
EVOLUZIONE DELLA POLITICA NAPOLEONICA: DAL CONSOLATO ALL'IMPERO
ALLA RICERCA DI UN EQUILIBRIO EUROPEO: L'AVVERSIONE DELLE ALTRE POTENZE
LA SESTA COALIZIONE E LA DISASTROSA CAMPAGNA DI RUSSIA
LA SETTIMA COALIZIONE E LA DISFATTA DI WATERLOO: LA FINE DI NAPOLEONE LA SOPRAVVIVENZA DELLE IDEE PATRIOTTICHE NEI PRIMI MOTI CARBONARI
L'ETA' POSTNAPOLEONICA: IL CONGRESSO DI VIENNA E LA RESTAURAZIONE
GLI SVILUPPI DELLE IDEE RISORGIMENTALI E PATRIOTTICHE: DALLE SETTE SEGRETE ALL'OPERA DEL MAZZINI
GIUSEPPE MAZZINI E LA "GIOVINE ITALIA" (LA PUBBLICISTICA PATRIOTTICA)
PRINCIPALI PATRIOTI DEL PONENTE LIGURE CHE COLLABORARORNO CON MAZZINI E I FRATELLI RUFFINI ALLA GIOVINE ITALIA
LE DELAZIONI COATTE: LA DRAMMATICA PROPALAZIONE O CONFESSIONE DEL PIANAVIA VIVALDI DI TAGGIA
GIUSEPPE GARIBALDI E LA FALLITA INSURREZIONE MAZZINIANA DI GENOVA DEL FEBBRAIO 1834
JACOPO RUFFINI: IL DRAMMATICO E MISTERIOSO SUICIDIO A GENOVA DI UN "MAZZINIANO ECCELLENTE"
GIOVANNI RUFFINI: LA FUGA DISPERATA DA GENOVA A VENTIMIGLIA SINO ALLA SALVEZZA IN MARSIGLIA
GIOVANNI RUFFINI E IL FONDAMENTALE AIUTO RICEVUTO DAL PATRIOTA VENTIMIGLIESE ANDREA BIANCHERI













NAPOLEONE BONAPARTE (1796 1815)
Nato ad Ajaccio il 15 agosto 1769, Napoleone Bonaparte era stato avviato dai suoi alla carriera militare e si era ben presto segnalato nel dicembre del 1793 durante l'assedio di Tolone occupata dagli Inglesi: di qui la promozione, appena ventiquattrenne, a generale, secondo un costume proprio dell'esercito repubblicano presso il quale lo sviluppo della carriera dipendeva soprattutto dal valore dimostrato sul campo di battaglia. Caduto in disgrazia dopo la morte di Robespierre, si era guadagnato la fiducia del nuovo governo. Poco dopo, l'amicizia con Paul Barras, autorevole membro del Direttorio, e le nozze con una donna bella ed influente, Giuseppina Tascher de la Pagerie, vedova del generale Alexandre beauharnais, gli permettevano di ottenere il comando dell'armata d'Italia. Aveva appena ventisette anni.

IL DIRETTORIO E LE DIFFICOLTA' DEL MOMENTO

Ad indurre il Direttorio a sferrare sul piano militare un'offensiva contro l'Austria era stata soprattutto la convinzione che una campagna vittoriosa avrebbe potuto mettere a tacere i nemici della Repubblica e restituire la fiducia in essa da parte di una popolazione sempre più sconcertata dalla difficile situazione economica e dalla corruzione dilagante che angustiavano il Paese.

LA PRIMA CAMPAGNA D'ITALIA
Bonaparte nel 1796 attaccò gli Austriaci e Piemontesi a CAIRO MONTENOTTE e riuscì con abile manovra a separarli: ebbe modo così di sconfiggere i Piemontesi a MILLESIMO e gli Austriaci a DEGO.
Subito dopo, mentre gli Austriaci si ritiravano, mosse verso Torino e costrinse il re di Sardegna Vittorio Amedeo III all' ARMISTIZIO DI CHERASCO.
In base alla successiva PACE DI PARIGI il sovrano sabaudo cedeva alla Francia la Savoia e Nizza e dava all'esercito francese libertà di passaggio attraverso il regno.
ONEGLIA ritornò per poco tempo ai Piemontesi.

Intanto nel 1797 nasceva la RIVOLUZIONARIA REPUBBLICA LIGURE.
Nel giugno del 1798 un buon numero di liguri antimonarchici, dopo avar assalito LOANO, attaccarono ONEGLIA difesa dall'ammiraglio De Geneys.
Le operazioni di difesa si trasformarono presto in attacchi e questi portarono all'occupazione di PORTO MAURIZIO: poco dopo cadde in mano degli Onegliesi ache DIANO.
A dicembre dello stesso anno Carlo Emanuele di Savoia si arrendeva ed il Piemonte era eretto in Repubblica.
L'esercito francese ebbe rapidamente ragione dei tumulti esplosi un pò ovunque in Liguria Occidentale dopo questi eventi.

LA REPUBBLICA TRANSPADANA
A quel punto Napoleone concentrò tutte le sue forze contro gli Austriaci e li sconfisse a LODI.
La via di MILANO era ormai aperta.
Il 15 maggio 1796 le truppe francesi entravano nella città, accolte trionfalmente da gran parte della popolazione, fiduciosa di poter vedere realizzati concretamente i principi base della rivoluzione espressi dal trinomio LIBERTE', FRATERNITE', EGALITE'.
Il giorno successivo la Lombardia assumeva nome e forma di REPUBBLICA TRANSPADANA.
Il giovane generale abbattè infatti tutte le vecchie strutture, permise la creazione di associazioni rivoluzionarie, promise l'indipendenza.
Impose, però, anche un forte contributo in denaro ai ricchi e meno ricchi, s'impadronì delle casse pubbliche e private, ordinò requisizioni di ogni genere, inviando in Francia lunghe file di carriaggi carichi di opere d'arte e di oggetti preziosi, sottratti non solo ai musei, alle biblioteche e alle gallerie pubbliche e private, ma persino ai conventi e alle chiese. Nel frattempo anche i DUCHI DI PARMA E DI MODENA e lo stesso pontefice PIO VI erano costretti a pagare forti somme e a consegnare ai Francesi opere d'arte e manoscuitti preziosi.

NUOVI SUCCESSI NAPOLEONICI
La situazione diventò ancora più favorevole per Napoleone dopo l'occupazione della fortezza di Mantova.
Egli incoraggiato dal successo e deciso a non concedere respiro all'avversario, attraversò il Veneto, non tenendo in alcun conto la neutralità proclamata dalla Repubblica di Venezia, e puntò direttamente su Vienna, giungendo ad ottanta chilometri da essa.

DAI PRELIMINARI DI LEOBEN ALLA PACE DI CAMPOFORMIDO (impr. CAMPOFORMIDO)
L'Austria si vide allora costretta a chiedere un armistizio, culminato nei Preliminari di Leoben, nel corso dei quali venne concordato quanto sarebbe stato poi ufficialmente stabilito qualche mese dopo nel trattato di Pace di Campoformio.
In base agli accordi la Francia otteneva dall'Austria il Belgio e la Lombardia e a sua volta le cedeva il Veneto, l'Istria e la Dalmazia.

I GIACOBINI ITALIANI E LE REPUBBLICHE SORELLE
I Francesi favorirono nelle terre occupate e non il sorgere di repubbliche sorelle con l'appoggio di democratici locali, chiamati impropriamente "giacobini", visto che in Francia il giacobinismo era tramontato da tempo e che le forze della grande borghesia, rappresentate del Direttorio, miravano nei Paesi "liberati" a liquidare le alleanze popolari e ad instaurare governi sostenuti da ceti moderati e possidenti. Si trattava comunque di governi non indipendenti.


NASCONO LE REPUBBLICHE CISPADANA (1796), CISALPINA (1797) E LIGURE (1798).
La prima a sorgere in ordine di tempo fu la Repubblica cispadana, creata in seguito ad una rivolta della popolazione contro i governi locali e al conseguente congresso tenuto a Reggio Emilia dai rappresentanti delle città di Modena, Reggio, Bologna e Ferrara.
Nel corso di esso Giuseppe Compagnoni propose che la bandiera verde bianca e rossa divenisse la bandiera del nuovo Stato.
Dopo il trattato di Campoformio la Repubblica Cispadana, unita alla Lombardia dette originealla Repubblica Cisalpina con capitale Milano. I membri degli organi legislativi e di governo vennero però scelti direttamente da Napoleone con evidente disprezzo di un fondamentale principio democratico.
Uguale sorte toccò alla Repubblica di Genova,"democratizzata" con uguali metodi sempre nel giugno 1797 e poi trasformata nel gennaio dell'anno successivo in Repubblica Ligure.


LA CAMPAGNA D'EGITTO (1798-1799)
Con la Pace di Campoformido l'Austria aveva rinunziato alla guerra, ma restava in campo l'Inghilterra.
Napoleone pensò quindi di colpire la rivale nei suoi interessi coloniali con la conquista dell' Egitto e la sua trasformazione in una base di attacco all'India, fonte principale della potenza commerciale britannica.
Venne pertanto in gran segreto approntato nel porto di Tolone un corpo di spedizione di 40000 uomini che salpò verso l'Africa.
Lungo il viaggio, sfuggendo alla vigilanza della flotta inglese dell'ammiraglio Horatio Nelson, Napoleone occupò l'isola di Malta: quindi, raggiunto il porto di Alessandria, marciò verso il Cairo, ove era concentrato l'esercito dei Mamelucchi, la potente casta militare che in nome della Turchia governava il Paese.
Lo scontro avvenne presso le Piramidi e si risolse in una vittoria dei Francesi.
Pochi giorni dopo però l'ammiraglio Nelson sorprendeva la flotta avversaria nella rada di Abukìr e la distruggeva, togliendo così al corpo di spedizione ogni possibilità di comunicare con la madrepatria.

LA FRANCIA E LA SECONDA COALIZIONE
Gravissimi avvenimenti si andavano intanto verificando in Europa, dove si era formata una seconda coalizione antifrancese.
Di essa facevano parte, insieme all'Inghilterra e alla Turchia, anche la Russia e l'Austria.

LA REPUBBLICA ROMANA E LA PARTENOPEA
Dopo le conquiste napoleoniche, il Direttorio era riuscito ad allargare ulteriormente la propria influenza e aveva favorito la costituzione di due nuove repubbliche: la Repubblica romana a Roma, dove dalle guardie papali era stato ucciso nel corso di una sommossa un generale francese al seguito di un'ambasceria inviata dal Direttorio, che per rappresaglia si era affrettato a ordinare il trasferimento dello stesso PIO VI in Francia; la Repubblica partenopea a Napoli, dove il sovrano Ferdinando VI, per aver cercato di liberare Roma dagli occupanti, aveva offerto ai francesi il "casus belli" e si era visto costretto a cercare scampo in Sicilia sotto la protezione della flotta Inglese.
Agli inizi del 1799 tutta la penisola si trovava pertanto sotto il controllo diretto o indiretto di Parigi, compreso il Piemonte, il cui nuovo sovrano Carlo Emanuele IV era stato costretto nel dicembre 1798 ad abbandonare il regno ed a rifugiarsi in Sardegna: tre mesi dopo il Piemonte veniva addirittura annesso alla Francia.
Posta di fronta al moltiplicarsi delle repubbliche "democratiche", la coalizione si era assunto il compito di bloccare l'avanzata francese e di mettere un frenoalla diffusione delle idee rivoluzionarie.
Così tra le varie repubbliche create dai giacobini italiani sotto la protezione della Francia crollarono una dopo l'altra fatta eccezione per quella di Genova.

LA REAZIONE DEL 1799: LA FINE DELLA REPUBBLICA PARTENOPEA
Alla partenza della truppe francesi si ebbe ovunque un ritorno al potere degli antichi governi (restaurazione), che si affrettarono a ordinare feroci persecuzioni contro quanti avevano accolto favorevolmente il precedente regime.
In molti casi anche il popolo partecipò alla " caccia dei Giacobini".
La reazione sotto forma di arresti, esili e condanne capitali fu però spietata soprattutto nei confronti di quanti avevano sostenuto la Repubblica Partenopea.
Napoli venne infatti attaccata da bande armate di briganti, assoldate dal re Ferdinando IV, da qualche tempo ormai rifugiato in Sicilia sotto la protezione della flotta Inglese.
Ai briganti si erano però unite anche masse scatenate di contadini, che dichiaravano di voler combattere in nome della "Santa Fede" contro i giacobini napoletani ritenuti eretici e nemici della religione.
Li guidava il cardinale Fabrizio Ruffo.
Questi riuscì a sopraffare fra violenze e saccheggi i valorosi difensori della repubblica, che finirino per arrendersi a condizioni onorevoli e con la promessa di avere salva la vita.
Il re, però appoggiato dall'ammiraglio Nelson, non volle riconoscere i patti e le pretese che i patrioti fossero processati e condannati a morte.
Furono così giustiziate 120 persone.

IL COLPO DI STATO MILITARE DEL 18 BRUMAIO (9-11-1799)
Nel frattempo mentre le truppe della seconda coalizione, passando di successo in successo, si apprestavano ad invadere la Francia, una serie di folgoranti vittorie di generali francesi in Svizzera e in Olanda liberava il Paese dall'incubo dell'invasore.
La situazione tuttavia restava drammatica per la repubblica: il governo infatti era come paralizzato dalla disastrosa situazione della casse statali, dalla corruzione dei pubblici funzionarie, soprattutto, dalle continue congiure di realisti e di robesperriani, che non perdevano occasione per incitare all'insurrezione anche le province.
Ecco perchè ad un certo momento la borghesia allarmata da un tale stato di cose e desiderosa di evitare ogni possibile ritorno ai tempi di Robespierre, cominciò a battersi per una nuova Costituzione autoritaria e conservatrice, che le permettesse di imporre la propria egemonia su tutte le classi sociali.
E, a perseguire tale fine, proprio il Bonaparte, sembrò particolarmente adatto. Il 9 ottobre 1799 era rientrato all'improvviso in Francia dopo essere sfuggito alla vigilanza delle navi inglesi nel Mediterraneo.
Accolto con entusiasmo dall'opinione pubblica e fattosi sostenitore dell'assoluta necessità di un mutamento costituzionale con l'aiuto del fratello Luciano sciolse con la forza il Direttorio e le assemblee il 18 brumaio 1799, rendendosi in tal modo protagonista di un vero e proprio colpo di Stato.
A quel punto con l'appoggio dell'esercito non ebbe difficoltà ad imporre la formazione di un governo provvisorio, composto da tre Consoli (uno di essi era proprio Napoleone), incaricati di preparare una nuova Costituzione.

LA COSTITUZIONE AUTORITARIA DELL'ANNO VIII (14-12-1799)
La repubblica cessava così praticamente di esistere.
La nuova Costituzione aboliva le elezioni di ogni ordine e grado e affidava il governo ovvero il potere esecutivo ad un primo console, che, naturalmente era Napoleone; il potere legislativo ad un parlamento di nomina governativa, cui era riservata solo la facoltà di approvare senza discutere le leggi presentate dal Primo Console; il potere giudiziario ad un gruppo di magistrati nominati dall'esecutivo e quindi...da Napoleone. In tal modo quella stessa borghesia rinnegava le conquista della rivoluzione e accettava di sottoatare alla dittatura del Primo Console.

DALLA SECONDA CAMPAGNA D' ITALIA ALLE PACI DI LUNEVILLE E DI AMIENS

La lontananza di Napoleone ed il suo impegno militare nella CAMPAGNA D'EGITTO aveva finito per favorire in Italia le sorti dei suoi nemici: le varie repubbliche rivoluzionarie erano cadute ed anche quella di GENOVA era in grave crisi come, tra l'altro, ricaviamo dalla vicenda personale di
UGO FOSCOLO
in fuga, con migliaia di sbandati francesi inseguiti dall'armata austro-russa, da GENOVA sin a VENTIMIGLIA diretto alla volta della PROVENZA.
Il caso sintomatico nel PONENTE LIGURE della riscossa degli alleati e comunque dei nemici dei Francesi e di Napoleone fu espresso dalle operazioni del GENERALE PIEMONTESE MELAS che, caduta CUNEO (qui dall'inc. di G.Boetto per il Theatrum Sabaudiae, tav.43, vol.II), tentò la conquista della Liguria Occidentale.
Nel tentativo di proteggere le linee strategiche della VALLE ARROSCIA e tanto della MEDIO-BASSA ed ALTA VALLE DELL'IMPERO il comando francese concentrò consistenti forze militare al Passo del Ginestro e sulla direttrice Colle San Bartolomeo-Passo della Mezzaluna.
Tali previdenze non impedirono però agli AUSTRO-SARDI di occupare l'importante base strategica di PIEVE DI TECO sconfiggendo poi i nemici presso CARTARI al MONTE MUCCHIO DI PIETRE.
Essi si aprirono quindi la strada delle valli che portavano al mare e rapidamente conquistaronono ONEGLIA.
Però tale imprese che nel particolare della Liguria occidentale pareva preludere ad un'inversione dei destini della guerra, su scala mondiale non aveva che minima importanza.

NAPOLEONE aveva tardato ad intervenire per risolvere la situazione italiana visto che era troppo politicamente impegnato a CONSOLIDARE A PARIGI LA PROPRIA POSIZIONE DI PREDOMINIO.
Tuttavia ottenuto tale risultato il Primo Console riprese subito le armi, desideroso di coronare con un successo militare il suo atto di forza: una vittoria avrebbe consolidato l'autorità sua e quella del nuovo governo.
Ecco perchè egli attraversò il valico del GRAN SAN BERNARDO ed occupò Milano.
Poi con mossa fulminea piombò sugli Austriaci nella pianura di MARENGO, presso Alessandria, e li sconfisse irrimediabilmente.
Le proporzioni della sconfitta furono comunque tali da indurre gli Austriaci ad abbandonare la Lombardia e a chiedere un armistizio.
Pochi mesi dopo venne infatti firmata la pace di Lunèville, che confermò all'incirca quanto già stabilito con il trattato di Campoformido: per conseguenza di ciò la REPUBBLICA LIGURE veniva ripristinata nella sua interezza ed allo stato di Repubblica era elevato parimenti il Piemonte: la LIGURIA subì notevoli TRASFORMAZIONI GIURISDIZIONALI nel cui contesto la città di ONEGLIA parve penalizzata avendo perso la condizione giuridica di capoluogo anche se in realtà, specie in proiezione futura, risultò favorita da un'iniziativa che al momento passò un poco in sordina cioè la COSTRUZIONE FIN AD ORMEA della VIA DEL NAVA.

Nel frattempo anche le altre potenze si erano ritirate dal conflitto ed era rimasta in campo la sola Inghilterra.
Gli Inglesi però, dopo aver occupata l'isola di Malta sottoscrivevano a loro volta la pace di Amiens.

NAPOLEONE PRIMO CONSOLE
La pace di Lunèville e quella di Amiens aprirono per la Francia un periodo di grande attività e di ricostruzione e rafforzarono la posizione di Napoleone.

IL CONCORDATO
Egli infatti, nella certezza di poter aumentare la propria popolarità, volle risolvere il conflitto religioso creato nelle coscienze dei cattolici da alcuni provvedimenti della rivoluzione ed ottenere così l'appoggio della Chiesa al nuovo regime: ecco perchè sottoscrisse la superiorità del culto cattolico rispetto a tutte le altre forme di culto; la Chiesa, a sua volta, riconosceva la Repubblica francese ed il nuovo suo governo.

IL CODICE CIVILE
Fece inoltre preparare e pubblicare un nuovo Codice Civile, detto poi Napoleonico, nel quale alcune leggi della rivoluzione comparivano accanto ad altre ispirate ad idee ed usanze proprie dell'antico regime.R Questa iniziativa ebbe il merito di porre fine al disordine legislativo del periodo rivoluzionario.

LA POLITICA ECONOMICA E QUELLA SCOLASTICA
Napoleone introdusse nuove monete ed istituì la Banca di Francia.
Naturalmente anche la scuola venne potenziata.

LA FRANCIA SOTTO CONTROLLO
Anche il diritto del popolo a partecipare alla vita amministrativa dei dipartimenti e dei comuni con propri amministratori liberamente eletti venne soppresso: solo il governo poteve nominare prefetti e sindaci a capo delle amministrazioni locali. In tal modo il nuovo regime aveva il potere di controllare dal centro tutto il Paese.

DAL CONSOLATO ALL'IMPERO
Sovrano ormai di fatto, Napoleone attendeva di diventarlo anche di nome e di diritto.Nel frattempo viveva a Parigi nell'antica reggia dei re di Francia, e nel maggio 1802 si fece proclamare PRIMO CONSOLE. Nel dicembre 1804 si proclamò imperatore in una cerimonia festosa a cui partecipò anche PIO VII.

UN RITORNO AL PASSATO?
Napoleone non si considerò mai un sovrano di diritto divino ma un sovrano chiamato dal popolo a guidare la nazione (la storia dell'autoincoronazione). L'impero quindi era una nuova forma di assolutismo, fondata su un potentissimo esercito, su una ricca borghesia e una nuova nobiltà (tutti parenti).

DALLA REPUBBLICA CISALPINA AL REGNO D'ITALIA
Ogni illusione democratica e nazionale cadde anche in Italia allorchè nel gennaio del 1802 la Cisalpina si trasformò in Repubblica italiana e la sua presidenza venne affidata a Napoleone, che si limitò a chiamare alla vicepresidenza il milanese Francesco Melzi d'Eril. Pochi anni dopo la nuova repubblica venive trasformata in regno. Pertanto dopo il 1805 in Italia ogni forma di governo democratico era definitivamente scomparsa.

L'OSTILITA' DELLE POTENZE EUROPEE VERSO NAPOLEONE
La potenza più preoccupata era l'Inghilterra.
Si ebbero così tre coalizioni che videro di nuovo alleate fra loro le maggiori potenze europee.Ma Napoleone affermò sempre di più la sua potenza.Anche l'Austria venne severamente umiliata da Napoleone (Ulma)

L'Inghilterra intanto continuava a combattere, forte del prestigio derivatole dalla vittoria di CAPO TRAFALGAR, che era costata la vita a Nelson.
Privo di una flotta incapace di tenere testa a quella inglese, Napoleone attuò quello che poi venne definito il Blocco Continentale; che danneggiò Inghilterra e Francia.
Qualche tempo dopo Napoleone finì per occupare lo Stato Pontificio, essendosi il Papa rifiutato di aderire al blocco continentale, e per trasferire prigioniero in Francia PIO VII, con un gesto che offese i cattolici ed inflisse in grave colpo alla sua popolarità.

LA POLITICA DINASTICA
Agli inizi del 1810 l'impero aveva raggiunto la massima potenza, anche perchè era riuscito ad imporre i suoi più stretti parenti ed alcuni fidati generali come sovrani in molti Paesi europei.
Però un così vasto impero non aveva un erede... Napoleone dopo il divorzio con Giuseppina sposò Maria Luisa figlia dell'imperatore d'Austria. La dinastia dei Napoleonidi era così assicurata.
Vi sono comunque elementi di debolezza del regime come, ad esempio, il malcontento generale che iniziava a diffondersi tra la popolazione ed il fatto che Napoleone non appariva più come un liberatore ma come un dittatore.
Gli aspetti positivi invece furono:
-l'eliminazione degli antichi privilegi feudali
-l'introduzione di un nuovo regolamento fiscale
-la creazione di una nuova struttura amministrativa
-l'introduzione generalizzata del sistema metrico decimale.
-una vasta serie di imprese pubbliche, tra cui la costruzione della Strada della Cornice, oggi Aurelia.

LA CAMPAGNA DI RUSSIA E LA SESTA COALIZIONE
Lo zar Alessandro I cominciò ad armarsi contro Napoleone. L'avanzata attraverso lo sconfinato territorio russo, agevole in un primo momento, divenne però sempre più difficile mano amano che l'immensa armata si allontanava dalle sue basi di rifornimento,mentre il nemico distryggeva ogni cosa. Così il 14 settembre i Francesi poterono entrare a Mosca; nella notte però un terribile incendio distrusse la città e costrinse Napoleone ad ordinare la ritirata, dopo aver inutilmente cercato di aprire trattative di pace con lo zar.
Così la GRANDE ARMATA, che Napoleone aveva lanciato alla conquista della Russia, si trovò ridotta, al suo rientro in Prussia, a poco più di 30mila uomini laceri.
Ora tutti si armarono per distruggere il "tiranno".
Egli, dopo alcuni successi iniziali, venne sconfitto al termine di tre giorni di aspra battaglia sui campi di Lipsia nell'ottobre del 1813; il 6 aprile 1814 fu costretto ad abdicare pur ottenendo la sovranità dell'isola d'Elba.
A Parigi si ricostituiva la monarchia nella persona di LUIGI XVIII, fratello del re ghigliottinato.

DALL'ELBA ALLA SETTIMA COALIZIONE
Molti francesi accoglievano con entusiasmo il ritorno dell'imperatore.
Il nuovo imperatore durò però solo tre mesi: i famosi 100 giorni.
Gli antichi nemici si affrettarono a costituire una settima ed ultima coalizione,decisi di vincere in modo definitivo nella piana di Waterloo. Abdicò una seconda volta e andò in esilio nell'isola di Sant'Elena dove poi morì.

L'ETA' POST NAPOLEONICA
Le potenze europee avevano sconfitto la Francia e Napoleone sul piano militare, ma non erano riuscite a fare altrettanto su quello politico e culturale. I vincitori non dettero spazio alle nuove idee, ai nuovi principi di libertà e di democrazia; ecco perchè quando si riunirono a Vienna per decidere le sorti dell'Europa, finirono per attuare ordinamenti del tutto reazionari, destinati a scontrarsi prima o poi con il nuovo modo do pensare e di sentire di una parte ormai consistente e vitale della società.
Ben lieti di accoglier l'invito da parte dell'Austria a riunirsi a Vienna"per far opera di pace e giustizia". Molti dei congressisti avevano poca o nessuna importanza,dato che le decisioni importanti venivano prese solo dai plenipotenziari della grandi potenze (Austria Inghilterra Russia Prussia), fra i quali due soprattutto spiccavano per autorità e prestigio: il Principe KLEMENS DI METTERNICH e lo zar di russia Alessandro I. In una posizione delicata si trovava il principe francese CHARLES MAURICE DI TALLEYRAND.
Sulla base dei ragionamenti di questi tre non si tardò a riconoscere vantaggioso accogliere in primo luogo il principio di leggitimità, in virtù del quale si poteva tornare a dividere l'Europa press'a poco come era divisa prima di Napoleone; mantenendo sui troni i vecchi sovrani e ignorando le aspirazioni dei popoli;in secondo luogo il principio della legalità del potere, in virtù del quale si riaffermava la sovranità di diritto divino quale fondamento dell'autorità del sovrano, in contrapposizione alla sovranità popolare.
Le potenze congressuali riaffermavano quale criterio ispiratore della politica internazionale il principio dell'equilibrio fra gli Stati.
Austria Russia e Prussia si riunirono in una SANTA ALLEANZA.
In contrasto con il "principio di legittimità" si invocò anche il Principio della sicurezza generale: in base ad esso si ritenne necessario rafforzare quegli Stati,cheavrebbero dovuto sostenere nel corso di una eventuale nuova aggressione il ruolo di "stati cuscinetto", di "guardia armata della Restaurazione", e permette così alle potenze maggiori di organizzare un'efficace difesa.
REGNO SARDEGNA PIU' LIGURIA
BELGIO PIU' OLANDA
GERMANIA STATO UNITARIO

Il CONGRESSO DI VIENNA aveva finito per riportare al potere la vecchia classe dirigente e per valorizzare con essa una economia di tipo agricolo.
L'antico assetto territoriale aveva inoltre fatto risorgere innumerevoli dogane, determinando così un rallentamento dei traffici e dei commerci. "liberali" erano gli studenti, giornalisti.....
Si capisce allora perchè per buona parte della prima metà del secolo il " liberalismo" venne considerato dai governi un sovversivismo.
Stando così le cose non restava che la cospirazione nell'ambito delle società segrete.Il clima della Restaurazione costituì un terreno adatto alla cospirazione.
MASSONERIA E CARBONERIA.
Un siffatto ideale di fratellanza e di libertà coincideva con quello degli illuministi, che miravano a creare l'ambiente culturale favorevole alla
rivoluzione: ecco perchè la MASSONERIA si diffuse rapidamente in FRANCIA, donde penetrò in ITALIA trovando però formidabile opposizione nella CHIESA CATTOLICA
La più famosa fra le SOCIETA' SEGRETE ITALIANE fu invece la CARBONERIA che sorta in opposizione alla Massoneria ebbe grande diffusione soprattutto nell'Italia meridionale all'epoca di Gioacchino Murat. Il programma dell'associazione non era tuttavia nè unico nè chiaro: quelli del nord volevano un regno; quelli della chiesa volevano un governo laico; i siciliani uno Stato separato da quello di Napoli.
Un altro grave difetto stava nel carattere misterioso dell'associazione (ignoravano anche le loro identità)

I MOTI DI NAPOLI E DELLA SICILIA
Le truppe spagnole ammassate a Cadice avevano costretto il sovrano Ferdinandi VII a concedere una Costituzione, caratterizzata da un potere leg. affidato ad un Parlamento.Scoppiò la rivolta a Nola al comando di due ufficiali MICHELE MORELLI E GIUSEPPE SILVATI .La guarnigione fraternizzò subito con i rivoltosi agli ordini del generale GUGLIELMO PEPE.
Incoraggiata dalle notizie provenienti dal continente anche la Sicilia insorgeva ed istituiva un governo provvisorio,che proclemava l'indipendemza dell'isola.
Di fronte a tale movimento separatista i costituzionali napoletani non restarono però fermi: predisposero l'invio di un esercito al comando prima di Pepe e poi del gen. Pietro Colletta il riuscì a sottomettere e pacificare l'isola.




IACOPO RUFFINI fu arrestato a Genova dalla Polizia Sabauda il 13 giugno del 1833 e venne rinchiuso nelle prigione dello "SCALINETTO" al "PALAZZO DUCALE".
JACOPO e GIOVANNI RUFFINI, dopo l'arresto di Mazzini dell'11 novembre 1831, si erano impegnati a riordinare le fila della "Giovine Italia" e JACOPO prese decisamente il comando delle operazioni nel corso di una riunione in cui furono presenti, oltre al fratello, anche i patrioti Napoleone Ferrari, Federico Campanella ed il Marchese G.B. Cambiaso, personaggi tutti cui GIOVANNI avreppe poi riservato una parte ed uno pseudonimo nel suo romanzo LORENZO BENONI.
Gli inquisitori si servivano per ciò della DELAZIONI di alcuni ex cospiratori che sorpresi ed arrestati ottennero una mitigazione delle pene colle loro CONFESSIONI.
Tra gli arrestati vi fu anche il fratello dei due RUFFINI, l'avvocato OTTAVIO totalmente estraneo alla causa risorgimentale e per sua fortuna, in una sorta di confronto all'americana, non riconosciuto dai DELATORI o PENTITI.
Ben diversa fu invece la sorte di JACOPO.
Fu posto drammaticamente a confronto col delatore LUDOVICO TURFFS del Corpo Reale di Artiglieria.
Negli atti dell'inquistore (16 maggio 1833) si legge:"Avutasi la presenza di due altri individui, ad un dipresso somiglianti per età, staura, corporatura e vestimenti, al detto inquisito Ruffini, si è invitato quest'uktimo a scegliersi fra quelli quel posto a lui meglio visto. Si concedono testimoniali al Regio Fisco essersi il detto Medico Ruffini situato il primo di essi a mano sinistra. Essendo così disposti, si è fatto introdurre detto inquisito Ludovico Turffs a cui a cautela si è di nuovo definito il giuramento che ha prestato in tutto come sopra ed invitato ad osservare i tre qui presenti individui e dichiarare se conosca qualcuni di essi.
Risponde: fra questi tre riconosco il primo a mano sinistra il quale è il Sig. Medico Ruffini di cui ho sopra parlato. Quale ricognizione attesa e dopo licenziati i due individui sopradetti si concedono testimoniali al Regio Fisco che l'inquisito Ludovico Turffs sull'invito avuto dall'ufficio ha ripetuto e sostenuto parola per parola in faccia del di qui presente Ruffini quanto ha già dichiarato di sopra di potergli sostenere su confronto e che il Medico Ruffini gli ha risposto: Non conosco il qui presente individuo, non ho mai bevuto ne' toccato con lui; non sono mai andato alleriunioni, né alle congreghe nella casa che egli indica; non appartengo a nessuna società e tanto meno a quella da esso riferita e perciò quello che dice sono tutte falsità.
Soggiunge il Turffs: 'Lei non può negare di esservi stato e di aver bevuto e toccato con me alla Santa Alleanza. Dirò anzi di più, che il Noli mi disse essere Ella uno dei capi del partito".
Risponde il Medico Ruffini: 'Non è vero e persisto nella precedente mia risposta'.
E persistendo entrambi nel loro dire si è data fine al presente verbale, a cui dopo la lettura e conferma si sono sottoscritti. Ludovico Turffs - Giacomo Ruffini - Ratti - Opizzoni - Uditore - Ricci - Avvocato Fiscale - Brea Segretario.
Analoga scena avvenne con il PIACENZA
".
JACOPO RUFFINI nonostante le accuse e le testimonianze avverse rimase fiero nella sua posizione.
Il crollo psicologico avvenne però poco dopo quando il giudice inquisitore gli fece leggere la ben più vasta, dettagliata e gravemente accusatoria PROPALAZIONE DEL TENENTE PIANAVIA VIVALDI.
Ricondotto in cella, nella notte tra il 18 e il 19 giugno del 1833, JACOPO si tolse la vita.
Il cadavere fu rinvenuto durante la visita di rito alle celle dal guardiano del carcere.
Intervenuti i superiori di questo, Governatore e Chirurgo del Carcere, stesero le due seguenti dichiarazioni per le autorità competenti:

Il GOVERNATORE fece trascrivere:"Il custode del carcere della torre ha fatto questa mane un rapporto, come le ore due dopo mezzanotte e facendosi la consueta visita delle carceri si rinvenne il detenuto Medico Giacomo Ruffini immerso nel proprio sangue, chiamato all'istante il chirurgo delle carceri, questi constata in apposita dichiarazione trasmessa al Sig. Uditore di Guerra divisionario qualmente esso Ruffini aveva una ferita della estensione di due pollici alla parte laterale sinistra del collo con lesione dei vasi sanguigni corrispondenti (carotide e jugulare) che giudica essere stata causa della dilui morte.
dalle susseguenti notizie avute intesi che si trovò a terra presso il cadavere un piccolo pezzo di lama di ferro di fresco staccata dalla fasciatura interna dell'uscio della prigione, che sarebbe stato affilato sul mattone della medesima ed avrebbe servito di strumento micidiale al suicidio del suddetto Ruffini. Nel rendere di ciò informata la Signoria Vostra Illustrissima mi dò l'onore di confermarLe del mio più distinto ossequio".
Genova 19 Giugno 1833. Il Governatore di Castelborgo
".

Il chirurgo aggiunse alla dichiarazione:"Si danno testimoniali al Regio Fisco trovarsi nelle prigioni della Torre detto "lo Scalinetto" il cadavere di un uomo giacente a terra sul fianco sinistro tutto intriso di sangue quasi infino alla cintura e segnatamente sulla spalla destra; non che gran copia di sangue sparso sul pavimento ove è adagiato il braccio sinistro, avente una ferita alla parte laterale sotto il mento, occhi neri, fronte alta, naso largo, bocca mediocre, viso piuttosto rotondo, carnagione pressoché olivastra, vestito con una camicia bianca, con calzoni neri, scarpe bianche al piede, nudo il capo".
Stesa la relazione del verbale di constatazione il corpo del Ruffini fu gettato nella fosse comune del "CIMITERO DELLA FOCE DI GENOVA" che comunicava direttamente con il mare (le note per questa documentazione derivano da ALDO SARCHI, Storia di un Esule, Giovanni Ruffini 180 -1881, Casabianca ed., Sanremo, 1981, pp.50 - 54).







Alla POLIZIA SABAUDA giovarono indubbiamente le CONFESSIONI di alcuni ex cospiratori che, per ottenere i benefici di legge, si fecero, come si direbbe oggi con termine giuridico riconiato, PENTITI (anticamente si oscillava tra le forme DELATORE e PROPALATORE forse più pertinenti per sottolineare la condizione morale delle persone in oggetto).
Fondamentale, per i procedimenti contro i mazziniani arrestati nel 1833, fu la PROPALAZIONE (qui interamente registrata) di PAOLO PIANAVIA VIVALDI, nato a Taggia nel 1805 dal Marchese Guglielmo Pianavia Vivaldi prefetto a riposo. Il Paolo Pianavia Vivaldi fu iniziato alla "Giovine Italia" dai compagni di infanzia Giovanni e Iacopo Ruffini.
Il Pianavia fu messo di fonte alla realtà di fatti che lo inchiodavano da un'altra delazione, quella del furiere della Brigata Cuneo tal Domenico Ferrari (nato nel 1808 a Taggia da Giacomo e Rosa Mandracci) che fu indotto a confessare, coinvolgendo totalmente il Pianavia, dall'ipotesi di un'accoglimento da parte del Re di una richiesta di clemenza per la pena capitale che comunque qvrebbe dovuto subire.
Come sarà poi scritto nella sentenza della condanna effettivamente eseguita, lo sventurato ottenne questa "clemenza" e non fu fucilato a segno di grave infamia alla schiena ma venne fucilato in fronte come avevano diritto i galantuomini per quanto coinvolti in crimini perseguibili con l'esecuzione capitale.
Le prove addotte dal Ferrari contro il Pianavia erano inoppugnabili e documentate: il tenente, sconvolto dall'idea della morte che aveva già falciato alcuni suoi commilitoni ad Alessandria, non ebbe l'ardimento di continuare di negare il suo coinvolgimento nella cospirazione e preferì seguire la via consigliatagli dai giudici, quella di denunciare i compagni fidando nella clemenza del Sovrano Sabaudo.
Inoltrò quindi il 16 luglio questa PETIZIONE DI CLEMENZA al Re:"Io, Paolo Pianavia, Ufficiale del secondo Reggimento Brigata Aosta, prego Sua Eccellenza il Governatore di mettermi ai piedi di Sua Maestà e implorare la di lui clemenza a mio riguardo. Mi offro in compenso di far rivelazioni importanti e scoprire, per quanto da me dipenda, tutti li congiurati che ancora esistono nella città di Alessandria in libertà, quelli della città di casale, nella città di Vercelli, di Torino e di Genova. Quanto poi alle città di Torino e di Genova potrò nominare i capi, dirò i segni che hanno di ricognizione in Genova ed in Torino. Non dirò degli altri perché variano in tutti i paesi: dirò insomma come è formata questa setta [la "Giovine Italia"], il loro giuramento, dirò dove si doveva principiare e da quale parte si aspettavano i rinforzi".
Ottenuta promessa di regale clemenza il Pianavia rilasciò la sua PROPALAZIONE.
Successivamente il generale Galateri al 5 agosto 1833 fissò la comaparizione del Pianavia di fronte al "Consiglio di Guerra".
Nonostante la sottile difesa del suo avvocato (Longoni) i Giudici militari non poterono far a meno di riconoscere la sua partecipazione alla cospirazione e conseguentemente emettere con la SENTENZA DI COLPEVOLEZZA la CONDANNA A MORTE (per approfondire l'argomento si rimanda a quanto scrisse da vero certosino della storia il compianto ALDO SARCHI).
Tuttavia il procedimento elaborato per salvare la vita al Pianavia Vivaldi era stato predisposto con efficienza: dopo che la SENTENZA DI MORTE fu trasmessa al Governatore questo, la sera dello stesso giornò, ne ordinò la SOSPENSINE in funzione delle "rivelazioni importanti fatte dal condannato.
Soltanto due giorni dopo il Sovrano Sabaudo, per via segreta, concedeva al PIANAVIA la GRAZIA DELLA VITA commutando la durissima pena in quella di 10 ANNI DI CARCERE.
Anche Giuseppe MAZZINI intervenne su questa terribile condotta del PIANAVIA ma usò parole notevolemnte compassionevoli per l'antico cospiratore che si era fatti infame e vigliacco per salvarsi la vita: "Le rivelazioni dell'ufficiale Pianavia Vivaldi sono la principale sorgente di tutti gli arresti. Costui era tutt'altro che agente provocatore; la paura della morte lo ha fatto infame. Sette sergenti gli furono fucilati sotto la finestra in Alessandria mentre egli era in prigione e l'ottavo doveva essere egli stesso ove non rivelasse. Un suo fratello avvocato fu mandato da genova per indurlo a confessare. Ogni specie di tormento morale fu messo in opera ed egli rivelò. Fatto il primo passo sulla via dell'infamia, si vide perduto nell'opinione dei buoni, rovinato con i patrioti e si lasciò trascinare a percorrerla tutta. Ora par preso da una febbre di rivelazioni: il Governo, con continue minacce, con un dirgli incessantemente 'non basta, non potete fuggire alla morte ove non riveliato altro' lo riduce a false accuse contro chi è innocente. Chi è più infame tra lui e il Governo? Il popolo atterrito dai primi colpi incomincia ora a sollevare il capo, mormora altamente. In Alessandria per tutto vi è fermento, un grido di orrore contro il Governo e contro il Generale Galateri, Governatore della città".








Appena appresa la notizia dell'ARRESTO DI JACOPO la madre dei Ruffini ELEONORA scrisse a GIOVANNI, salvatosi dall'arresto per un nonnulla, che era troppo rischioso continuare a nascondersi in Genova dove era attivamente ricercato.
Resosi conto del giudizio corretto della madre Giovanni prese la decisione di lasciare la grande città e per defilarsi ancora di più si riparò provvisoramente nell'angiporto, tra gente semplice e qualche avventuriero: nel Quartiere di Via Prè si sistemò quindi nell'abitazione della cameriera Rosina (quella che sarebbe divenuta il personaggio della Santina nel romanzo "LORENZO BENONI").
Per tre giorni attese l'incontro con un contrabbandiere che lo aiutasse ad espatriare.
Giunto finalmente il momento atteso si imbarcò travestito da marinaio sulla nave deputata a portarlo in terra di Francia.
La navigazione da Genova alla volta di Marsiglia non fu tranquilla, si svolse anzi fra sospetti angoscianti: in particolare che un uomo della ciurma per riscuotere la taglia sul suo capo fosse disposto a tradirlo o soprattutto ad eliminarlo.
La disperazione di quei momenti spinse Giovanni al gesto estremo di tuffarsi in mare per raggiungere a nuoto la lontana riva ligure.
Fatto ripescare il capitano gli giurò sul suo poco credibile onore che lo avrebbe senza dubbio portato all'agognata destinazione.
Giovanni era tuttavia in preda ad un'ansia estrema e nepure completamente immotivata: protestò a lungo i suoi diritti ed alla fine ottenne di essere sbarcato furtivamente su un approdo ancora ligure, già celebre nel passato per esser stato riparo di uomini in fuga rovinosa: la zona asperrima di BALZI ROSSI presso Ventimiglia che, per quanto non lontana dalla POSTAZIONE militare e confinaria dei BALZI ROSSI lasciava aperte alcune vie di scampo data la vicinanza al territorio transalpino.
Nel "Lorenzo Benoni" Giovanni ricorderà questa sua drammatica esperienza con pagine non prive di effetto:"Balzai quasi con un sentimento di gioia dalla barca sulla spiaggia. Torreggiava in alto la linea perpendicolare di rocce su cui passa la famosa strada della Cornice e più alto ancora sorgevano montagne sopra montagne".
Per quanto Giovanni Ruffini racconta sempre nel romanzo "Lorenzo Benoni" apprendiamo che per quei luoghi solitari girovagò circa per un giorno prima di imbattersi in una casetta agricola, tuttavia molto ben curata, in cui fu ben accolto da una giovane moglie e dal marito di questa che si rivelò presto esser un "manente", cioè un affittavolo, del ventimigliese ANDREA BIANCHERI , amico del Ruffini e come lui patriota iscritto alla "Giovine Italia".
Grazie al "manente" che gli recò un appunto del Ruffini, Andrea Biancheri, importante commerciante d'olio di Ventimiglia, potè mettersi a disposizione dello sfortunato amico e compagno di idee politiche.
Andrea, che nel "Lorenzo Benoni" compare sotto lo pseudonimo di "dott. Palli", aveva sposato una Caterina Isnardi da Loano che gli aveva dato ben 6 figli tra cui uno destinato ad una carriera prestigiosa come politico nell'Italia Unita sin al ruolo di Presidente della camera dei deputati: Giuseppe Biancheri tuttora giudicato fra i cittadini più eminenti di Ventimiglia.
Andrea Biancheri fece nascondere Giovanni Ruffini in una sua proprietà sita nella località Siestro entro la così detta "Torre Biancheri": qui praticamente il gentiluomo ventimigliese affidò il ricercato alle cure premurose di un suo uomo di fiducia tal Giambattista Viale di professione contadino che nel "Benoni" avrà nome di "Pietro".
Intanto però certi movimenti eran stati notati e per Ventimiglia serpeggiava la voce che vi si fosse rifugiato un cospiratore contro il Regno.
Andrea Biancheri, uomo di grande influenza, riuscì a bloccare le possibili ricerche visti i suoi ottimi rapporti con il locale comandante della Gendarmeria un certo Buongiovanni di Oneglia che ascoltò pienamente la sua versione tesa a provare l'impossibilità che nella zona intemelia potesse aver trovato riparo anche un solo "rivoluzionario".
Da uomo intelligente però Andrea Biancheri sapeva che quell'inganno avrebbe potuto durare per un tempo relativo e interpellato un altro suo uomo di fiducia tal Lucangelo Pignone, lo incaricò di proteggere lo stanco patriota e soprattutto di procurargli un ulteriore nascondiglio.
Intanto però la notizia di strani spostamenti in agro ventimigliese aveva superato i confini della città ed era giunta alle orecchie di un uomo davvero pericoloso il conte don Bernardino Morra di Laviano intransignete Governatore di Nizza che espresse l'ordine di ispezionare tutte le proprietà del Biancheri avendo avuta sicura informazione che in una di esse fosse ospitato un pericoloso "cospiratore".
Il capo della gendarmeria di Ventimiglia, che era un buon uomo oltre che amico del Biancheri e che, tra l'altro non era uno sciocco, ricevuto l'ordine e -avendo già intuito dal precedente colloquio con Andrea che contrariamente a quanto quello gli aveva assicurato nelle sue proprietà doveva esser avvenuto qualche cosa di inconsueto- prima di espletare il suo dovere avvertì il Biancheri di quello che stava per esser fatto sì che il ricco proprietario fu in grado di anticipare le mosse della gendarmeria.
Giovanni fu allora condotto nella villa rurale di Bevera a circa 4 km. da Ventimiglia, nell'omonima valletta: il Pignone che lo accompagnava prima di entrare in paese tenne a lungo nascosto Giovanni nell'erba alta di una fascia agricola dopo averlo mimetizzato coprendolo di canne ed erbacce, con l'invito caloroso di non muoversi sin al suo ritorno.
Di notte il Pignone si recò a salvare lo sventurato giovane mazziniano e, dopo avergli fatto consumare un rustico pranzo, lo riportò verso la Bastia, località di Ventimiglia bassa, tra il Nervia ed il Roia, e da lì ancora ad una sua casetta prossima al mare che stava in pratica in quel nuovo rione che si stava sviluppando intorno all'antico convento della Consolazione meglio noto come "convento di S.Agostino".
A Genova si stava intando adoperando a favore dello sventurato Giovanni un altro dei fratelli Ruffini, tal Agostino che, in breve tempo, ottenuto per il congiunto un passaporto falso, si recò a Porto Maurizio per contattare altri due patrioti ponentini: Elia Benza e Napoleone Ferrari.
Agostino raggiunse quindi a Taggia lo zio Canonico Don Carlo che, pur non condividendo le idee risorgimentali, non si rifiutò di aiutare gli sventurati nipoti facendo recapitare prontamente i documenti necessari per l'espatrio a Giovanni.
Tornato a Genova Agostino fu invece colto da una notizia terribile, quella del suicidio in carcere di Jacopo e fu lui che si trovò -stando a quanto si legge nel "Lorenzo Benoni"- nella necessità di rivelare il luttuso evento alla madre Eleonora proprio mentre questa stava preparando un cestino di vettovagliamenti per Jacopo.
A Ventimiglia, nonostante Giovanni fosse entrato in possesso della documentazione necessaria per espatriare olte confine, la situazione non era tranquilla: il Biancheri aveva infatti appreso che tutta la costa era pattutgliata da spie del governo e uomini della gendarmeria alla ricerca di quel "cospiratore" sulla cui presenza in città nessuno aveva più dubbi.
Il Biancheri progettò quindi di far condurre Giovanni a Mentone, allora sotto giurisdizione del Principato di Monaco, e da quel porto farlo salire su un vascello alla volta della Francia: l'idea era buona ma il vento di libeccio che spesso flagella nella tarda primavera queste contrade non permetteva uno spostamento di tal genere.
Giovanni Ruffini dovette star nascosto ancora per quattro giorni e poi, per quelle impossibili strade alpestri che aveva contemplato al suo sbarco a Latte, accompagnato dal Pignone, di cui doveva fingersi nipote, intraprese un durissimo viaggio a piedi, vestito da contadino, sin a Mentone.
Qui il Biancheri aveva già pattuito con tre contrabbandieri un accordo per trasferire via barca il ricercato dal porto di Mentone sin alla sponda sinistra del Var in territorio francese.
L'addio col Biancheri, che Giovanni definì una sua seconda provvidenza, fu insieme virile e commovente, quello col Pignone, con non minori segni di affetto, non avvenne in Ventimiglia ma a Mentone.
I contrabbandieri assoldati dal Biancheri, appreso lo spostamento di forze di polizia messo in atto dal Governatorato di Nizza, non ressero alla tensione nervosa ed infine al panico: così sbarcarono il Ruffini sul delta del var ma ancora in territorio Sabaudo.
Ruffini si accorse dell'errore, o forse dell'inganno non dettato da avidità ma piuttosto da paura, troppo tardi e rimase in quel delta desolato, tra i canneti, a maledire simili accompagnatori: non potè far altro che starsene nascosto per un pco e quindi cercare una sorta di guado nel fiume per raggiungere la riva francese.
L'impresa gli richiese un tale dispendio di energie che una volta raggiunto il suolo francese il patriota cadde svenuto.
Era davvero mal ridotto quando si riprese, con gli abiti fradici e rovinati, coi piedi e le mani sanguinanti: ma aveva con sé tutta la preziosa documentazione per l'espatrio e questa era la cosa importante davvero.
Gli impicci non erano finiti però: così mal ridotto attirò la curiosità di una guardia costiera francese che lo fermò ritenendolo un contrabbandiere scappato a qualche naufragio.
Fu così condotto al paese di Pont Saint Laurent davanti al cui Sindaco si vide costretto a superare non poche difficoltà di ordine burocratico dipendenti soprattutto dal fatto che i connotati registrati sul passaporto non collimavano correttamente con i suoi.
Comunque potè dare subito prova di un'adeguata disponibilità finanziaria, di provenienza non illegale: ciò lo mise nella favorevole condizione di convincere i francesi di non essere né un contrabbandiere né un criminale e di poter quindi usufruire del diritto al soggiorno in quel paese.
Come scrive nel "Benoni" l'arrivo a Marsiglia fu come il giungere in una terra promessa, foriera di un futuro poco prima inimmaginabile: presto potè incontrare l'amico Mazzini che, se da un lato rallegrò con la lampante dimostrazione della sua salvezza, dall'altro gettò nella costernazione avvisandolo della morte di Jacopo, cosa di cui il grande pensatore repubblicano si sentì sempre in gran parte responsabile.








Nel 1799 essendo Napoleone impegnato nella CAMPAGNA D'EGITTO si ebbe una ripresa delle truppe alleate dei Regimi assoluti che inflissero ai Transalpini diverse sconfitte dall'Adige sin al Basso Piemonte ed al territorio di Novi.
Le conquiste francesi finirono per ridursi alla costa libera e il Bonaparte, desideroso di riprendere l'iniziativa ma bloccato dalla lontananza, decise di affidare al generale MASSENA il compito di bloccare intorno a Genova il grosso delle truppe nemiche che erano agli ordini del generale Melas.
Napoleone aveva intenzione di prendere tempo per poter rivalicare il confine italiano ed entrare nella Pianura Padana con quella che era detta ARMATA DI RISERVA sì da sorprendere i nemici dopo essersi unito con le forze di Massena una volta che questo si fosse sganciato, al momento giusto, dalla piazzaforte di Genova.

Il MASSENA non fu però in grado di risalire sin nella piana dello SCRIVIA e partecipare alla vittoriosa battaglia di MARENGO del 14 giugno 1800. Egli si trovò infatti praticamente bloccato in GENOVA ASSEDIATA da preponderanti forze nemiche: gli imperiali eseguirono peraltro le operazioni belliche con ordine. Mentre da Recco era avanzato il generale Ott, con circa 10.000 soldati, allo scopo, riuscito, di cacciare i francesi dalle difese del torrente BISAGNO verso altri siti del Ponente ligure, il Melas con il grosso delle forze austriache, disposte su più colonne, procedette dal retroterra di Savona verso il mare e quindi prese a risalire verso Genova sempre sulla linea di costa. Per questa manovra le forze repubblicane vennero separate e in particolare restò esposta la divisione al comando del generale francese Suchet che stava rientrando in territorio francese. MASSENA in effetti tentò di forzare quella sorta di blocco strategico ma i suoi sforzi non approdarono a nulla nonostante le perdite consistenti (circa 5000 uomini, quasi un terzo di quanti egli direttamente comandava).
Lasciata la divisione Suchet al suo destino, Massena non poté far altro che ripiegare su GENOVA e, approfittando delle sue fortificazioni, resistervi in attesa dell'arrivo di Napoleone o quantomeno della svolta nuova che questo avrebbe potuto dare alla guerra.
Le FORTIFICAZIONI di cui Genova disponeva (ed alla cui difesa partecipava un giovane italiano che sarebbe diventato un grande della letteratura: UGO FOSCOLO) garantivano questo progetto ma nello stesso tempo Massena, i suoi uomini e la stessa popolazione restarono prigionieri di quelle stesse difese visto il grande spiegamento di forze nemiche operato dal Melas (circa 60.000 uomini) che crearono una sorta di invalicabile cordone intorno alla città fortificata ma non più in grado di ricevere vettovagliamento atteso che, salvo lo sporadico arrivo di pochi vascelli, anche il porto patì presto il blocco navale ad opera della flotta inglese, che peraltro avrebbe cannoneggiato sulla città.
Genova, che mediamente contava su una popolazione di 85.000 persone, risentì di un notevole incremento demografico per il sopraggiungere dei profughi dei distretti sì che in breve tempo giunse a contare bel 120.000 residenti.
A questi si dovettero poi aggiungere i 10.000 soldati di Massena che, tra l'altro, avevano diritto a priorità del vettovagliamento razionato dalla Commissione degli edili.
I magazzini pubblici di derrate alimentari non erano peraltro particolarmente riforniti visto che per la guerra e per alcune calamità naturali di fine XVIII secolo la produzione agronomica e zootecnica era stata inferiore all'ordinario.
Per quanto possa sembrare strano il principale nemico di GENOVA ASSEDIATA non fu costituito dell'armata nemica ma dalla CARESTIA.
Per quanto non gli riuscì di impedire il bombardamento navale inglese, Massena ottenne di tenere lontani dalle muraglie e dalle colline di Albaro e della Madonna del Monte le forze nemiche e soprattutto le loro artiglierie.
Contro CARESTIA e FAME la lotta fu davvero più dura e drammatica tenendo altresì conto che per le privazioni in città si diffuse rapidamente un'epidemia intestinale caratterizzata da una febbre che facilmente portava alla morte.
Massena onde porre un argine alla carestia fece allestire all'aperto delle cucine che rifornivano di zuppe di vegetali in particolare per chi non possedeva nemmeno un fornello.
Molta gente, soprattutto gli sfollati delle Riviere, non disponeva neppure di un qualsiasi riparo e cos' si permise alla folla di ammassarsi nei porticati, sui sagrati delle chiese, lungo le "muragliette" che circondavano il porto.
Per aiutare i poveri si pensò di stampigliare a loro vantaggio dei "buoni" sì che venissero forniti di qualche minimo aiuto giornaliero dalle famiglie benestanti.
ma anche i ricchi erano ormai in crisi e parecchi di loro dovettero adattarsi a ricercare il cibo dove fosse possibile, raccogliendo nei campi erbe commestibili o acquistando dai contadini a carissimo prezzo quei prodotti che in tempi recenti avrebbero invece considerato scarti degni solo di animali da allevamento. Ben presto, dai luoghi soliti della città assediata, svanitrono cani e gatti, usati per l'alimentazione, ma la caccia si estese anche ad animali ben ripugnanti come ratti e topi: anche i pipistrelli "caddero vittime" dell'assedio e della conseguente carestia.
La crusca, il miglio, lo stesso mangime degli uccelli gelosamente custoditi nelle voliere, e finalmente divorati, divennero una nuova forma di cibo: nelle case signorili i macinini d'argento soliti una volta a triturare le preziose spezie furono adibiti a rendere minute le granaglie che, qualche previdente, nell'ipotesi di un simile cataclisma aveva messo da parte.
La mortalità prese a dilagare: nell'ospedale di Pammatone i morti passarono dalla quota delle 197 unità nella settimana finale di marzo ai 590 della seconda settimana di luglio, quando l'assedio ebbe fine. Peraltro, quando giunsero i primi rifornimenti, si ebbe un fenomeno inverso: morirono di indigestione ben 1700 persone in quanto, anziché mangiare moderatamente per riadattare all'alimentazione ordinario un corpo emaciato con le interiora inaridite, si ingozzarono di cibo sì da pagarne conseguenze disastrose.
E' difficile, vista la carenza dei documenti archivistici, calcolare con precisione il numero dei decessi: per esaltare la gravità dell'evento può in qualche modo contribuire il dato secondo cui lungo le rive del Bisagno vennero sepolti 9.850 cadaveri.
Vista la latitanza dell'Armata di Riserva Massena si vide costretto a trattare ed accettare la resa.
Le operazioni furono rapidissimi e si svolsero ad un tavolo sistemato in una cappelletta sita in una cappelletta che al tempo esisteva circa a metà del ponte di Cornigliano.
Vi "presero posto" il ministro Luigi Crovetto per la Repubblica Ligure, il generale Ott e l'ammiraglio inglese a rappresentanza delle forze alleate, lo stesso Massena che riservò a Genova e ai genovesi PAROLE DI ENCOMIO
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Le condizioni furono favorevolissime e a Massena fu concesso quasi tutto quello che chiedeva.
Non sapevano i francesi che tanta accondiscendenza dei vincitori dipendeva da notizie non ancora giunte a Genova, che cioé Napoleone si stava effettivamente avvicinando con l'Armata di Riserva e che Melas insisteva presso i suoi rappresentanti perché chiudessero al più presto la trattativa sì da poter disporre contro il Bonaparte tutte le sue forze, anticipando ogni eventuale forzatura di massena stesso.
Gli imperiali entrarono quindi a Genova pochi giorni dopo l'inizio delle trattative e cioè il 5 giugno 1800: le loro truppe marciarono quindi sotto archi di trionfo innalzati dai conservatori sostenitaori degli austriaci.
Non sarebbero trascrosi 20 giorni che, dopo la vittoria di Marengo, in un identico proscenio di vittoria sarebbero invece entrate nella capitale ligure le truppe francesi al seguito del generale Suchet.



Il sistema difensivo di Genova era complesso e così imponente da farla definire una delle città più forti dell'intera Europa.
Era soprattutto celebre la duplice cerchia di muraglie erette rispettivamente nel XVI e nel XVIII secolo.
Queste difendevano la città sia sul lato del mare sia verso l'interno: per difenderle ulteriormente a preguardia delle mura estreme di settentrione stava poi una robusta linea di forti.
Le "Mura Antiche", o del Cinquecento, si snodavano dal Molo Vecchio alla Porta S. Tommaso da dove risalivano a Monte Galletto per raggiungere il Castelletto (comprendendo nel loro circuito la "Villetta Di Negro" e l'Acquasola"): esse discendevano poi alla Porta dell'Arco (ove ora sta il Ponte Monumentale) e quindi continuavano il loro tragitto sin alla foce del Bisagno, a levante del Colle di carignano.
L'ampliamento barocco delle mura fece sì che le fortificazioni partissero dal Molo Nuovo e quindi dal basamento della Lanterna per risalire dal mare sin al forte Sperone in un continuo succedersi di ridotte, fortilizi e terrapieni. Le mura discendevano quindi per la dorsale del castellaccio e dello Zerbino raggiungendo quindi il Bisagno: la coincidenza del tragitto delle Mura Vecche e delle Nuove si aveva solo per il tratto che andava da Borgo Incrociati sin sin alla Foce.
Complessivamente la struttura difensiva misurava 19 chilometri ed era protetta da 148 cannoni di cui tuttavia diversi era di tipo antiquato.
La CINTA MURARIA bastò a difendere Genova e i combattimenti si concentrarono in aree relativamente periferiche: il monte Fasce, Creto, la Madonna del Monte, Coronata.
Il comando generale di Massena era sistemato a Palazzo Doria in piazza S. Domenico (oggi De Ferrari).

Tra gli episodi più famosi dell'evento fu il fatto che proprio durante la tragedia che colpì Genova nacque uno dei capolavori dell'arte neoclassica italiana ad opera di UGO FOSCOLO.








La resistenza di MASSENA contribuì più di quanto si creda alla vittoria napoleonica di Marengo in quanto egli riuscì a logorare le truppe del generale imperiale Melas in un arduo assedio.
Dopo il trionfo di MARENGO i genovesi, a ricordo e commemorazione del durissimo assedio, pensarono di invitare in città Massena che allora si trovava a Milano ma il generale nizzardo, che non potè accogliere l'invito, rispose con una LETTERA che resta il vero elogio di Genova e dei genovesi in occasione dell'assedio patito dal 2 aprile 1800.
Il generale scrisse loro questa pubblica lettera:"Io avrei rivisto con il più vivo interesse questa città, ormai celebre per l'eroica costanza con cui i suoi abitanti hanno sofferto privazioni di ogni specie, durante un assedio nel corso del quale il nemico prendeva di mira la città come l'Armata. Io non dimenticherò giammai gli sforzi generosi che questo popolo ha compiuto tanto per difendere la sua indipendenza quanto per attaccamento a me; nell'esprimergli i miei sentimenti di gratitudine, fategli sapere anche i voti che io formulo per la prosperità e la tranquillità interna del paese. Io consacrerò da oggi, a mantenere questa tranquillità, le armi che ho tanto spesso impiegato a difenderla".
In effetti la lettera di Massena contiene soltanto delle verità: qualche pubblica protesta si ebbe nei momenti di massima tensione, quando più grave era la carestia, ma sostanzialmente i genovesi gli furono sempre fedeli. Si impegnarono anzi nella pubblica assistenza, svolsero ruoli di portantini anche a vantaggio dei feriti militari e soprattutto alcune signore dell'alta società (Antonietta Costa, Felicina Tealdi, Teresa Parodi, Collinetta Durazzo) si erano adoperate a rifornire gli esangui ospedali militari di bende e filacce da usare per i feriti.
In particolare Anna Brignole Sale, una delle dame del fior fiore della nobiltà storica di Genova, si impegnad ospitare nella propria sontuosa residenza (in Palazzo Rosso) il gravemente ferito colonnello Mouton che provvide di medici e cure sì da salvargli la vita.




Oltre ai capi storici della "Giovine Italia" da Mazzini ai fratelli Ruffini il Ponente ligure ha risentito dell'operato di vari patrioti e membri della "Giovine Italia" che svolsero un ruolo di rilievo nell'attività cospiratoria e poi nell'impegno risorgimentale: alcuni di essi rivestirono poi un ruolo di importanza anche nella realizzazione dell'Unità.
Senza il contributo di quello straordinario studioso dell'argomento che fu il compianto ALDO SARCHI molti di questi personaggi sarebbero rimasti nomi senza più un vero e proprio significato: per questo per non usurpare alcunché e dare piuttosto al SARCHI i giustissimi meriti per trattare dei PATRIOTI MAZZINIANI E NON DEL PONENTE LIGURE è parso giusto amaggio per lo studioso registrare quanto egli scrisse in un suo importante VOLUME cui si rimanda il lettore "avido" di ulteriori approfondimenti scientifici [Nel 2008 a quella nobile figura di studioso e professionista che fu ALDO SARCHI (che ebbi l'onore di conoscere tramite i Proff. N. Calvini e M. de Apollonia), il natio comune di S. Stefano al Mare ha giustamente intitolato nel 2008 una via con questa dicitura = Laureato in Giurisprudenza all’Università di Genova ricoprì ruoli di responsabilità nell’ANCEF, fu membro della commissione per il florovivaismo in sede CEE e Presidente della Carlin’s Boys a cavallo degli anni sessanta- settanta. Tra i fondatori del Sottocomitato CRI di Villaregia che ha sede a Santo Stefano al Mare. Autore di numerosi articoli sulla floricoltura, fu un appassionato studioso della storia del ponente ligure di cui scrisse in collaborazione col Prof. Nilo Calvini “Il Principato di Villaregia” (i cui introiti furono devoluti al potenziamento della locale sede della Croce Rossa), “Corsari sbarchi e fortificazioni nell’estremo Ponente ligure”, "Storia di un esule: Giovanni Ruffini" e “Il Cardinal Pier Francesco Meglia” i cui introiti furono devoluti per il restauro dell’Oratorio di N.S. della Misericordia].

















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GIUSEPPE MAZZINI nacque a Genova da una famiglia alto borghese in cui il padre Giacomo era medico e docente universitario che, dopo aver svolto attività politica in seno alla rivoluzionaria Repubblica Ligure, preferì dedicarsi solo alla professione.
Sulla formazione morale e politica del giovane Giuseppe ebbe un peso superiore la madre MARIA DRAGO. Vista la gracilità del fanciullo la prima educazione fu domestica ed affidata a precettori: successivamente, a 14 anni, egli entrò nella scuola pubblica. Dapprima fortemente intriso dello spirito giansenista che caratterizzava la madre, Mazzini patì verso i 17 anni una grave crisi religiosa che lo allontanò dalle pratiche di fede anche se egli, pur operando al di fuori del cristianesimo, per tutta l'esistenza continuò ad essere innervato da un profondo anelito alla spiritualità.
Nel 1822 si iscrisse all'università di Genova conseguendo nel 1827 la laurea in legge. La lettura degli illuministi francesi, di Condorcet e del Foscolo lo riempì di slanci progressisti.
I MOTI DEL 1821 lo coinvolsero in manifestazioni studentesche e, soprattutto, la vista a Genova dei rivoluzionari vinti che cercavano sovvenzioni ed aiuti per esulare in Spagna lo convinsero della necessità di portare a compimento la lor impresa.
La sua adesione a gruppi di cospiratori si fece più intensa ma si esaltò quando egli si iscrisse alla CARBONERIA nel 1827.
Iniziò quindi anche un'attività storica letteraria che diede frutti corposi ma, in chiave di pubblicistica politica, si ingegnò soprattutto nello sforzo di politicizzare mediante scritti letterari d'aperta ispirazione liberale alcuni periodici quali L'INDICATORE GENOVESE e quindi L'INDICATORE LIVORNESE: nell'ambito di siffatta produzione il Mazzini mirava soprattutto a sviluppare un romanticismo democratico e laico contro quello cattolico medievale di altri gruppi, dando peculiare energia filosofica e politica al concetton di POPOLO, comprendendovi apertamente anche i ceti medi ed il proletariato urbano.
Sempre nel proficuo biennio '28-'29 si sforzò di riorganizzare la CARBONERIA in Liguria, in Lombardia ed in Toscana inserendo il suo lavoro nel prospetto futuribile di un vasto piano di cospirazioni.
Delazioni di spie e traditori lo portarono all'arresto in Genova (13 novembre 1820) sì che venne rinchiuso nel carcere di Savona, dove, secondo i suoi scritti, avrebbe di fatto ideata l'attuazione di una politica più attiva di quella portata avanti dalla Carboneria.
Tornato libero nel 1831 si recò a Ginevra, passò quindi a Lione donde raggiunse con altri compagni la Corsica da dove voleva portare qualche aiuto agli insorti dell'Italia centrale.
Ritornò quindi a Marsiglia verso la fine di marzo del 1831: la Francia, vista ormai la conclusione della rivoluzione del luglio 1830 e nonostante il compromesso orleanista, era ormai il paese europeo che a lui, come ad altri fuggiaschi dall'Italia in cui si avevano nuove repressioni, offriva maggiori garanzie.
Qui si riscrisse alla Carboneria ed anche alla setta degli "Apofasimeni", organizzata dall'ex ufficiale piemontese e teorico militare Carlo Bianco di Saint-Joroz che gli propose nuove e più moderne idee di strategia militare rivoluzionaria.
Dopo una lettera provocatoria a "Carlo Alberto di savoia" in cui esortava il giovane re a schierarsi apertamente senza più indugi, il Mazzini portò a termine la sua grande idea, quella di realizzare il periodico LA GIOVINE ITALIA di cui vennero editi e distribuiti sei numeri tra il 1832 ed il 1834.
Il programma del Mazzini era oramai evidente. Con la "Giovine Italia" egli si appellava alla gioventù italiana (gioventù intesa non tanto in senso anagrafico quanto in apertura e modernità delle idee). A suo scrivere le vecchie esperienze ricvoluzionarie erano fallite perché individualistiche, materialistiche e sostanzialmente slegate dal fondamentale tessuto connettivo del popolo: soleva infatti aggiungere spesso che "le rivoluzioni hanno da farsi dal popolo e pel popolo". A suo pensare bisognava quindi non chiudersi nel silenzio complice dei carbonari ma esporre chiaramente i propri ideali cercando come fine ultimo l'unione dei popoli, anche se prima di questo passo era necessario che ogni popolo acquisisse la propria dignità e natura di "nazione". "Non esiste nazione senza unità" scriveva ancora mazzini e questo gli comportava una feroce polemica contro i tanti aneliti di municipalismo (per lui causa basilare dei falliti moti del '21 e del '31) quanto contro l'"idea federalista". La "Repubblica" era il fine ultimo del suo sistema politico in cui, indubbiamente, i "princìpi" prevalevano sempre sugli "interessi" anche se, contrariamente a quanto qualche volta ancora si scrive, mazzini non formulò tutto il suo pensiero sull'astrazione ideologica ma si dimostrò cosciente del fatto che, per indurre il popolo a far propri quei "princìpi", era pur sempre opportuno integrare il principio di libertà popolare con la realizzazione economica dell'"associazione" facendo in modo di colmare, essenzialmente tramite riforme fiscali, la distanza economica esistente tra le varie classi sociali.
La preparazione di questo programma si materializzò quindi in un vasto sistema organizzato di cospirazione che si identificava con la "Giovine Italia" intesa come setta o meglio quale movimento. Dapprima mazzini cercò ripetutamente la collaborazione del rivoluzionario francese Buonarroti ma alla fine, dato il persistere di divergenze di pensiero, Giuseppe preferì operare individualmente con la collaborazione dei suoi fedelissimi tra cui i FRATELLI RUFFINI, il Bianco, G. Modena, G. Lamberti, L. A. Melegari e Giuditta Bellerio Sidoli che gli divenne amante.
Il momento dell'azione, nel 1833, sembrava ormai prossimo anche per l'apparente collaborazione di larghi strati dell'esercito piemontese: ma le attese non furono mantenute, la Polizia Sabauda fece egregiamente il suo lavoro sfruttando parecchie DELAZIONI DI COSPIRATORI ARRESTATI E TERRORIZZATI COME NEL CASO DELLA "PROPALAZIONE" DEL PIANAVIA CHE PRATICAMENTE SCOPERCHIO' TUTTO IL SISTEMA INSURREZIONALE.
Tra i fatti che maggiormente sconvolsero il Mazzini fu il drammatico suicidio dell'amico fraterno JACOPO RUFFINI.
Mazzini , bandito dalla Francia, trovò allora rifugio in Svizzera ove cercò di risistemare l'apparato rivoluzionario.

Lo aspettava una nuova cocente delusione visto che nel febbraio 1834 fallì un suo ambizioso progetto, quello di seminare la ribellione nello Stato Sabaudo facendo pressione dalla Savoia: i pochi uomini a sua disposizione (300) furono presto dispersi, nel Piemonte non si ebbe nessuna rivolta, cadde anche l'insurrezione di Genova che avrebbe dovuto esser guidata da GIUSEPPE GARIBALDI.
Eppure lo spirito indomito di GIUSEPPE MAZZINI non cedette e, tramite accordi cogli esponenti della "Giovine Polonia" e della "Giovine Germania", a Berna il 15 aprile 1834 fu istituita la "Giovine Europa": purtroppo la pressione diplomatica dell'Impero austriaco sui Cantoni svizzeri coinvolse anche mazzini che dovette lasciare la Svizzera per trovare riparo in Inghilterra dove, con la solita tenacia, avrebbe ripreso la sua lotta pur se destinata ad intrecciarsi, in modo anche contraddittorio ed ambiguo, con quelle novità politiche che dalla metà degli anni '40 crearono in Italia i presupposti di una durissima lotta di unificazione non sotto l'idea della Repubblica ma sotto le insegne della Monarchia costituzionale dei Savoia.


















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MASSONERIA : società segreta (detta anche framassoneria) le cui origini pare risalgano alle corporazioni medievali inglesi e tedesche di liberi muratori.
La MASSONERIA MODERNA, ispirata agli ideali illuministici di tolleranza religiosa, libertà di pensiero ed eguaglianza sociale, fu fondata a Londra nel 1717 e si diffuse rapidamente in Europa e in America.
Fu introdotta in Italia da Napoleone ed ebbe notevole influenza nella vita politica italiana (dovendo però superare l'ostacolo della scomunica della Chiesa cattolica che sull'argomento intervenne con una Bolla papale, un' Enciclica nel 1884 ed una successiva Enciclica nel 1890 [qui proposte in traduzione italiane dall'originario testo latino]) ed europea del XIX sec. Fra i suoi membri furono Manin, Cavour e Garibaldi: per quanto concerne il Ponente ligustico è da rammentare la figura di Orazio Raimondo avvocato e uomo politico italiano (Sanremo 1874-1920) che aderì giovanissimo al Partito socialista e fu subito condannato (1893) al confino. Collaboratore del Pensiero di Sanremo e fondatore di La Parola Socialista (1889) si laureò in giurisprudenza alternando la professione forense all'attività politica che lo portò in Parlamento nel 1913 come deputato socialista. Dimessosi l'anno seguente in seguito all'approvazione da parte del Congresso di Ancona (aprile 1914) di una mozione che stabiliva l'incompatibilità tra appartenenza al partito e alla massoneria, sedette in Parlamento prima tra gli indipendenti di sinistra e poi nel gruppo del Rinnovamento. Interventista , partecipò nel 1917 a una missione in Russia all'indomani della Rivoluzione di febbraio e fu tra i componenti della commissione d'inchiesta per Caporetto
La MASSONERIA fu messa al bando dal fascismo nel 1925: recentemente ha fatto scandalo la loggia P2 coinvolta in spregiudicate operazioni di potere che hanno portato al suo scioglimento nel 1974 e all'apertura di un'inchiesta parlamentare.
I massoni, detti anche framassoni o franchi muratori, si distinguono in vari gradi, tra i quali gli apprendisti, i compagni, i maestri, i sublimi cavalieri eletti, i grandi maestri architetti ecc.
Gli adepti si raccolgono in logge presiedute da un venerabile.
Più logge associate costituiscono una gran loggia, presieduta da un gran maestro, mentre nell'ambito di uno Stato tutte le logge dipendono da un Grand'Oriente.


























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Bolla emanata da Papa CLEMENTE XII il 28 Aprile 1738.
“-Condanna della società e delle associazioni segrete dette dei Liberi Muratori, sotto pena di scomunica immediata per questo solo fatto ...
(Punto 2) ... così per sbarrare la via tanto larga alla perpetuazione non punita dell’ingiustizia, anche in base ad altri motivi a noi noti, giusti e legittimi, abbiamo ritenuto giusto e abbiamo deciso di condannare e proibire le dette società, circoli, associazioni segrete, assemblee o bande clandestine note col nome di massoni ..., dopo aver interrogato la valentia di alcuni nostri Venerabili Fratelli, dei Cardinali della Santa Romana Chiesa come pure data la sicurezza raggiunta e la matura riflessione nella nostra sede e dalla pienezza del nostro potere apostolico così come noi li condanniamo e proscriviamo mediante questa nostra Ordinanza valevole per l’eternità.
3) Perciò, ordiniamo ad ogni singolo ed a tutti i fedeli cristiani - quale sia il loro stato, il loro grado, la loro origine, il loro ordine, nobiltà, preminenza, siano essi laici o religiosi, appartenenti essi ad un ordine laico o religioso, più o meno autorevole - ed in virtù della Santa Obbedienza che nessuno, sotto qualsiasi causa o pretesto, abbia l’audacia o la libertà di iscriversi nella detta società dei Massoni - o come altro possa chiamarsi - oppure diffonderla, appoggiarla, favorirla, accoglierla e nasconderla nei suoi edifici o abitazioni o altrove, farsi iscrivere oppure assistere ad una riunione, procurare né occasione né comodità per cui essi possano trovarsi in un posto qualsiasi, fornire loro una mano servile o consigli, aiuti o favori, in pubblico o in privato, direttamente o indirettamente, di per sé o attraverso un qualsiasi altro mezzo; ed ugualmente ordino che nessuno inciti altri, li istighi, li inviti, li persuada ad iscriversi a simili associazioni, ad aggiungersi loro, a tollerarle, ad assistervi, ad aiutarle in qualsiasi modo o a proteggerle, ma ordino loro di astenersi assolutamente da tali compagnie, assemblee, riunioni segrete, e dai loro nascondigli, sotto pena di scomunica per tutti i suddetti trasgressori, che vi incorrono per il solo fatto, senza altra spiegazione, e da questa scomunica nessuno potrà ricevere la grazia dell’assoluzione, se non da noi o dal Papa allora regnante.
4) ... Pertanto nessuno osi contestare la nostra presente dichiarazione, scomunica, ordine, divieto ed interdizione o opporvisi con temerarietà."


























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LEONE XIII
HUMANUM GENUS
LETTERA ENCICLICA AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI E AGLI ALTRI ORDINARI AVENTI CON L’APOSTOLICA SEDE PACE E COMUNIONE.
"CONDANNA DEL RELATIVISMO FILOSOFICO E MORALE DELLA MASSONERIA"
VENERABILI FRATELLI SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE Il genere umano, dopo che "per l'invidia di Lucifero" si ribellò sventuratamente a Dio creatore e largitore de' doni soprannaturali, si divise come in due campi diversi e nemici tra loro; l'uno dei quali combatte senza posa per il trionfo della verità e del bene, l'altro per il trionfo del male e dell'errore. Il primo è il regno di Dio sulla terra, cioè la vera Chiesa di Gesù Cristo; e chi vuole appartenervi con sincero affetto e come conviene a salute, deve servire con tutta la mente e con tutto il cuore a Dio e all'Unigenito Figlio di Lui. Il secondo è il regno di Satana, e sudditi ne sono quanti, seguendo i funesti esempi del loro capo e dei comuni progenitori, ricusano di obbedire all'eterna e divina legge, e molte cose imprendono senza curarsi di Dio, molte contro Dio. Questi due regni, simili a due città che con leggi opposte vanno ad opposti fini, con grande acume di mente vide e descrisse Agostino, e risali al principio generatore di entrambi con queste brevi e profonde parole: "Due città nacquero da due amori; la terrena dall'amore di sé fino al disprezzo di Dio, la celeste dall'amore di Dio fino al disprezzo di sé (De Civit. Dei, lib. XIV, c. 17). In tutta la lunga serie dei secoli queste due città pugnarono l'una contro l'altra con armi e combattimenti vari, benché non sempre con l'ardore e l'impeto stesso. Ma ai tempi nostri i partigiani della città malvagia, ispirati e aiutati da quella società, che larga mente diffusa e fortemente congegnata prende il nome di Società Massonica, pare che tutti cospirino insieme, e tentino le ultime prove. Imperocché senza più dissimulare i loro disegni, insorgono con estrema audacia contro la sovranità di Dio; lavorano pubblicamente e a viso aperto a rovina della Santa Chiesa, con proponimento di spogliare affatto, se fosse possibile, i popoli cristiani dei benefizi recati al mondo da Gesù Cristo nostro Salvatore. Gemendo su questi mali, spesso, incalzati dalla carità, Noi siam costretti a gridare a Dio: "Ecco, i nemici tuoi menano gran rumore e quei che t'odiano hanno alzato la testa. Hanno formato malvagi disegni contro i tuoi santi. Hanno detto: venite, e cancelliamoli dai numero delle nazioni" (Psalm. XXXII, 2-5). In sì grave rischio, in sì fiera ed accanita guerra al Cristianesimo, è dover Nostro mostrare il pericolo, additare i nemici, e resistere quanto possiamo ai disegni ed alle arti loro, affinché non vadano eternamente perdute le anime che Ci furono affidate, e il regno di Gesù Cristo, commesso alla Nostra tutela, non solo stia e conservisi intero, ma per nuovi e continui acquisti si dilati in ogni parte della terra. Chi fosse e a che mirasse questo capitale nemico, che usciva fuori dai covi di tenebrose congiure, lo compresero tosto i Romani Pontefici Nostri Antecessori, vigili scolte a salute del popolo cristiano; e antivenendo col pensiero l'avvenire, dato quasi il segnale, ammonirono Principi e popoli non si lasciassero ingannare alle astuzie e trame insidiose. Diede il primo avviso del pericolo Clemente XII (Cost. In eminenti, 24 Aprile 1738); e la Costituzione di lui fu confermata e rinnovata da Benedetto XIV (Cost. Providas, 18 maggio 1751). Ne seguì le orme Pio VII (Cost. Ecclesiam a Jesu Christo, 13 Settembre 1821); poi Leone XII con l'Apostolica Costituzione Quo graviora (Cost. in. data del 23 Marzo 1825), abbracciando in questo punto gli atti e i decreti de' suoi Antecessori, li ratificò e suggellò con irrevocabile sanzione. Nel senso medesimo parlarono Pio VIII (Encicl. Traditi, 31 Maggio 1829), Gregorio XVI (Encicl. Mirari, 15 Agosto 1832) e più volte Pio IX (Encicl. Qui pluribus, 9 Novembre 1846. Alloc. Multiplices inter, 25 Settembre 1865, ecc.). Imperocché da fatti giuridicamente accertati, da formali processi, da statuti, riti, giornali massonici pubblicati per le stampe, oltre alle non rare deposizioni dei complici stessi, essendosi venuto a chiaramente conoscere lo scopo e la natura della setta massonica, quest'Apostolica Sede alzò la voce, e denunziò al mondo, la setta dei Massoni, sorta contro ogni diritto umano e divino, essere non men funesta al Cristianesimo che allo Stato, e fece divieto di darvi il nome sotto le maggiori pene, onde la Chiesa suol punire i colpevoli. Di che irritati i settari e credendo di poter, parte col disprezzo, parte con calunniose menzogne sfuggire o scemare la forza di tali sentenze, accusarono d'ingiustizia o di esagerazione i Papi, che le avevano pronunziate. In questo modo cercarono di eludere la autorità ed il peso delle Costituzioni Apostoliche di Clemente XII, di Benedetto XIV, e similmente di Pio VII, e di Pio IX. Nondimeno tra i Frammassoni medesimi ve ne ebbe alcuni i quali riconobbero loro malgrado, che quelle sentenze dei Romani Pontefici, ragguagliate alla dottrina e alla disciplina cattolica, erano altamente giuste. E ai Pontefici si unirono non pochi Principi ed uomini di Stato, i quali ebbero cura o di denunziare all'Apostolica Sede le Società Massoniche, o di proscriverle essi stessi con leggi speciali nei loro domini, come fu fatto nell'Olanda, nell'Austria, nella Svizzera, nella Spagna, nella Baviera, nella Savoia ed in altre parti d'Italia. Ma la saggezza dei Nostri Predecessori ebbe, ciò che più conta, piena giustificazione dagli avvenimenti. Imperocché le provvide e paterne loro cure, o fosse l'astuzia e l'ipocrisia dei settari, ovvero la sconsigliata leggerezza di chi pure aveva ogni interesse di tener gli occhi aperti, non avendo né sempre né per tutto sortito l'esito desiderato, nel giro d'un secolo e mezzo la società Massonica si propagò con incredibile celerità; e traforandosi per via di audacia e d'inganni in tutti gli ordini civili, incominciò ad essere potente in modo da parer quasi padrona degli Stati. Da sì celere e tremenda propagazione ne sono seguiti a danno della Chiesa, della potestà civile, della pubblica salute, quei rovinosi effetti, che i Nostri Antecessori gran tempo innanzi avevano preveduti. Imperocché siamo ormai giunti a tale estremo da dover tremare pei le future sorti non già della Chiesa, edificata su fondamento non possibile ad abbattersi da forza umana, ma di quegli Stati, dove la setta di cui parliamo o le altre affini a quella e sue ministre e satelliti, possono tanto. Per queste ragioni, appena eletti a governare la Chiesa, vedemmo e sentimmo vivamente nell'animo la necessità di opporCi, quanto fosse possibile, con la Nostra autorità a male si grande. E colta bene spesso opportuna occasione, venimmo svolgendo or l'una or l'altra di quelle capitali dottrine, in cui il veleno degli errori massonici pareva che fosse più intimamente penetrato. Così con la Lettera Enciclica "Quod Apostolici muneris", sfolgorammo i mostruosi errori dei Socialisti e Comunisti: con l'altra "Arcanum" prendemmo a spiegare e difendere il vero e genuino concetto della famiglia, che ha l'origine e sorgente sua nel matrimonio: con quella che incomincia "Diuturnum" ritraemmo l'idea del potere politico, esemplata ai principi dell'Evangelo, e mirabilmente consentanea alla natura delle cose e al bene dei popoli e dei sovrani. Ora poi, ad esempio dei Nostri Predecessori, Ci siam risoluti di prender direttamente di mira la stessa società Massonica nel complesso delle sue dottrine, dei suoi disegni, delle sue tendenze, delle sue opere, affinché, meglio conosciutane la malefica natura, ne sia schivato più cautamente il contagio. Varie sono le sètte che, sebbene differenti di nome, di rito, di forma, d'origine, essendo per uguaglianza di proposito e per affinità de' sommi principi strettamente collegate fra loro, convengono in sostanza con la setta dei Frammassoni, quasi centro comune, da cui muovono tutte e a cui tutte ritornano. Le quali, sebbene ora facciano sembianza di non voler nascondersi, e tengano alla luce del sole e sotto gli occhi dei cittadini le loro adunanze, e stampino effemeridi proprie, ciò nondimeno, chi guardi più addentro, ritengono il vero carattere di società segrete. Imperocché la legge del segreto vi domina e molte sono le cose, che per inviolabile statuto debbonsi gelosamente tener celate, non solo agli estranei, ma ai più dei loro adepti: come, ad esempio, gli ultimi e veri loro intendimenti; i capi supremi e più influenti; certe conventicole più intime e segrete; le risoluzioni prese, e il modo ed i mezzi da eseguirle. A questo mira quel divario di diritti, cariche, offici tra' soci; quella gerarchica distinzione di classi e di gradi, e la rigorosa disciplina che li governa. Il candidato deve promettere, anzi, d'ordinario, giurare espressamente di non rivelar giammai e a nessun patto gli affiliati, i contrassegni, le dottrine della setta. Così, sotto mentite sembianze e con l'arte d'una continua simulazione, i Frammassoni studiansi a tutto potere di restare nascosti, e di non aver testimoni altro che i loro. Cercano destramente sotterfugi, pigliando sembianze accademiche e scientifiche: hanno sempre in bocca lo zelo della civiltà, l'amore della povera plebe: essere unico intento loro migliorare le condizioni del popolo, e i beni del civile consorzio accomunare il più ch'è possibile a molti. Le quali intenzioni, quando fossero vere, non sono che una parte dei loro disegni. Debbono inoltre gli iscritti promettere ai loro capi e maestri cieca ed assoluta obbedienza: che ad un minimo cenno, ad un semplice motto, n'eseguiranno gli ordini; pronti, ove manchino, ad ogni più grave pena, e perfino alla morte. E di fatti non è caso raro, che atroci vendette piombino su chi sia creduto reo di aver tradito il segreto, o disubbidito al comando, e ciò con tanta audacia e destrezza, che spesso il sicario sfugge alle ricerche ed ai colpi della giustizia. Or bene questo continuo infingersi, e voler rimanere nascosto: questo legar tenacemente gli uomini, come vili mancipii, all'altrui volontà per uno scopo da essi mal conosciuto: e abusarne come di ciechi strumenti ad ogni impresa, per malvagia che sia: armarne la destra micidiale, procacciando al delitto la impunità, sono eccessi che ripugnano altamente alla natura. La ragione adunque evidentemente condanna le sètte Massoniche e le convince nemiche della giustizia e della naturale onestà. Tanto più che altre e ben luminose prove ci sono della sua rea natura. Per quanto infatti sia grande negli uomini l'arte di fingere e l'uso di mentire, egli è impossibile che la causa non si manifesti in qualche modo pe' suoi effetti. "Non può un albero buono dar frutti cattivi, né un albero cattivo frutti buoni" (Matth. VII, 18). Ora della Massonica sètta esiziali ed acerbissimi sono i frutti. Imperocché dalle non dubbie prove che abbiamo testè ricordate apparisce, supremo intendimento dei Frammassoni esser questo: distruggere da capo a fondo tutto l'ordine religioso e sociale, qual fu creato dal Cristianesimo, e pigliando fondamenti e nome dal Naturalismo, rifarlo a loro senno di pianta. Questo per altro, che abbiamo detto o diremo, va inteso della setta Massonica considerata in se stessa, e in quanto abbraccia la gran famiglia delle affini e collegate società; non già dei singoli suoi seguaci. Nel numero dei quali può ben essere ve ne abbia non pochi, che, sebbene colpevoli per essersi impigliati in congreghe di questa sorta, tuttavia non piglino parte direttamente alle male opere di esse, e ne ignorino altresì lo scopo finale. Così ancora tra le società medesime non tutte forse traggono quelle conseguenze estreme, a cui pure, come a necessarie illazioni dei comuni principi, dovrebbero logicamente venire, se la enormità di certe dottrine non le trattenesse. La condizione altresì dei luoghi e dei tempi fa che taluna di esse non osi quanto vorrebbe od osano le altre. Il che però non le salva dalla complicità con la setta Massonica, la quale più che dalle azioni e dai fatti, vuol esser giudicata dal complesso de' suoi principi. Ora fondamentale principio dei Naturalisti, come il nome stesso lo dice, egli è la sovranità e il magistero assoluto dell'umana natura e dell'umana ragione. Quindi dei doveri verso Iddio o poco si curano, o mal ne sentono. Negano affatto la divina rivelazione; non ammettono dogmi, non verità superiori all'intelligenza umana, non maestro alcuno, a cui si abbia per l'autorità dell'officio da credere in coscienza. E poiché è privilegio singolare e unicamente proprio della Chiesa cattolica il possedere nella sua pienezza, e conservare nella sua integrità il deposito delle dottrine divinamente rivelate, l'autorità del magistero, e i mezzi soprannaturali dell'eterna salute, somma contro di lei è la rabbia e l'accanimento dei nemici. Si osservi ora il procedere della setta Massonica in fatto di religione, là specialmente dov'è più libera di fare a suo modo, e poi si giudichi, se ella non si mostri esecutrice fedele delle massime dei Naturalisti. Infatti con lungo ed ostinato proposito si procura che nella società non abbia alcuna influenza, né il magistero né l'autorità della Chiesa; e perciò si predica da per tutto e si sostiene la piena separazione della Chiesa dallo Stato. Così si sottraggono leggi e governo alla virtù divinamente salutare della religione cattolica, per conseguenza si vuole ad ogni costo ordinare in tutto e per tutto gli Stati indipendentemente dalle istituzioni e dalle dottrine della Chiesa. Né basta tener lungi la Chiesa, che pure è guida tanto sicura, ma vi si aggiungono persecuzioni ed offese. Ecco infatti piena licenza di assalire impunemente con la parola, con gli scritti, con l'insegnamento, i fondamenti stessi della cattolica religione: i diritti della Chiesa si manomettono; non si rispettano le divine sue prerogative. Si restringe il più possibile l'azione di lei; e ciò in forza di leggi, in apparenza non troppo violente, ma in sostanza nate fatte per incepparne la libertà. Leggi di odiosa parzialità si sanciscono contro il Clero, cosicché vedesi stremato ogni giorno più e di numero e di mezzi. Vincolati in mille modi e messi in mano allo Stato gli avanzi dei beni ecclesiastici; i sodalizi religiosi aboliti, dispersi. Ma contro l'Apostolica Sede e il Romano Pontefice arde più accesa la guerra. Prima di tutto egli fu sotto bugiardi pretesti spogliato del Principato civile, propugnacolo della sua libertà e de' suoi diritti; poi fu ridotto ad una condizione iniqua, e per gli infiniti ostacoli intollerabile; finché si è giunti a quest'estremo, che i settari dicono aperto ciò che segretamente e lungamente avevano macchinato fra loro, doversi togliere di mezzo lo stesso spirituale potere dei Pontefici, e fare scomparire dal mondo la divina istituzione del Pontificato. Di che, ove altri argomenti mancassero, prova sufficiente sarebbe la testimonianza di parecchi di loro, che spesse volte in addietro, ed eziandio recentemente dichiararono, essere veramente scopo supremo dei Frammassoni perseguitare con odio implacabile il Cristianesimo, e che essi non si daranno mai pace, finché non vedano a terra tutte le istituzioni religiose fondate dai Papi. Che se la setta non impone agli affiliati di rinnegare espressamente la fede cattolica, cotesta tolleranza, non che guastare i massonici disegni, li aiuta. Imperocché in primo luogo è questo un modo di ingannar facilmente i semplici e gli incauti, ed un richiamo di proselitismo. Poi con aprir le porte a persone di qualsiasi religione si ottiene il vantaggio di persuadere col fatto il grand'errore moderno dell'indifferentismo religioso e della parità di tutti i culti: via opportunissima per annientare le religioni tutte, e segnatamente la cattolica che, unica vera, non può senz'enorme ingiustizia esser messa in un fascio con le altre. Ma i Naturalisti vanno più oltre. Messisi audacemente, in cose di massima importanza, per una via totalmente falsa, sia per la debolezza dell'umana natura, sia per giusto giudizio di Dio che punisce l'orgoglio, trascorrono precipitosi agli errori estremi. Così avviene che le stesse verità, che si conoscono pei lume naturale di ragione, quali sono per fermo l'esistenza di Dio, la spiritualità ed immortalità dell'anima umana, non hanno più pei essi consistenza e certezza. Or negli scogli medesimi va per via non dissimile ad urtare la setta Massonica. L'esistenza di Dio, è vero, i Frammassoni generalmente la professano: ma che questa non sia in ciascun di loro persuasione ferma e giudizio certo, essi stessi ne fan fede. Imperocché non dissimulano, che nella famiglia massonica la questione intorno a Dio è un principio grandissimo di discordia; ed anzi è noto come pur di recente si ebbero tra loro su questo punto gravi contese. Fatto sta che la setta lascia agl'iniziati libertà grande di sostenere circa Dio la tesi che vogliono, affermandone o negandone la esistenza; e gli audaci negatori vi hanno accesso non men facile di quelli che, a guisa dei Panteisti, ammettono Iddio, ma ne travisano il concetto: ciò che in sostanza riesce a ritenere della divina natura non so quale assurdo simulacro, distruggendone la realtà. Ora abbattuto o scalzato questo supremo fondamento, forza è che vacillino anche molte verità di ordine naturale, come la libera creazione del mondo, il governo universale della provvidenza, l'immortalità dell'anima, la vita futura e sempiterna. Scomparsi poi questi, come dire, principi di natura, importantissimi per la speculativa e per la pratica, è agevole il vedere che cosa sia per addivenire il pubblico e il privato costume. Non parliamo delle virtù sovrannaturali, che senza special favore e dono di Dio niuno può né esercitare, né conseguire, e delle quali non è possibile che si trovi vestigio in chi superbamente disconosce la redenzione del genere umano, la grazia Celeste, i Sacramenti, l'eterna beatitudine: parliamo dei doveri che procedono dalla onestà naturale. Imperocché Iddio, creatore e provvido reggitore del mondo; la legge eterna, che comanda il rispetto e proibisce la violazione dell'ordine naturale; il fine ultimo degli uomini, posto di gran lunga al di sopra delle create cose, fuori di questa terra; sono queste le sorgenti e i principi della giustizia e della moralità. I quali principi se, come fanno i Naturalisti ed altresì i Frammassoni, si tolgano via, incontanente l'etica naturale non ha più né dove appoggiarsi, né come sostenersi. E per fermo la morale, che sola ammettono i Frammassoni, e che vorrebbero educatrice unica della gioventù, è quella che chiamano civile e indipendente, ossia che prescinde affatto da ogni idea religiosa. Ma quanto sia povera, incerta, e ad ogni soffio di passione variabile cotesta morale, lo dimostrano i dolorosi frutti, che già in parte appariscono. Imperocché ovunque essa ha cominciato a dominare liberamente, dato lo sfratto alla educazione cristiana, la probità e integrità dei costumi scade rapidamente, orrende e mostruose opinioni levan la testa, e l'audacia dei delitti va crescendo in modo spaventoso. Il che si lamenta e deplora da tutti; e spesse volte, sforzati dalla verità, non pochi di quegli stessi l'attestano, che pur tutt'altro vorrebbero. Oltre a ciò, per essere l'umana natura infetta dalla colpa di origine, e perciò più proclive al vizio che alla virtù, non è possibile vivere onestamente senza mortificare le passioni, e sottomettere alla ragione gli appetiti. In questa pugna è bene spesso necessario disprezzare i beni creati, e sottoporsi a molestie e sacrifici grandissimi, a fine di serbar sempre alla ragione vincitrice il suo impero. Ma i Naturalisti e i Massoni, ripudiando ogni divina rivelazione, negano il peccato originale, e stimano non esser punto affievolito né inclinato al male il libero arbitrio (Conc. Trid. Sess. VI, De justif., c. I.). Anzi esagerando le forze e l'eccellenza della natura, e collocando in lei il principio e la norma unica della giustizia, non sanno pur concepire che, a frenarne i moti e moderarne gli appetiti, ci vogliono sforzi continui e somma costanza. E questa è la ragione, per cui vediamo offerte pubblicamente alle passioni tante attrattive: giornali e periodici senza freno e senza pudore; rappresentazioni teatrali oltre ogni dire disoneste; arti coltivate secondo i principi di uno sfacciato verismo; con raffinate invenzioni promosso il molle e delicato vivere; insomma cercate avidamente tutte le lusinghe capaci di sedurre e addormentare la virtù. Cose altamente riprovevoli, ma pur coerenti ai principi di coloro che tolgono all'uomo la speranza dei beni Celesti, e tutta la felicità fanno consistere nelle cose caduche, avvilendola sino alla terra. Ed a conferma di ciò che abbiamo detto, può servire un fatto più strano a dirsi, che a credersi. Imperocché gli uomini scaltri ed accorti non trovando anime più docilmente servili di quelle già dome e fiaccate dalla tirannide delle passioni, vi fu nella setta Massonica chi disse aperto e propose, doversi con ogni arte ed accorgimento tirare le moltitudini a satollarsi di licenza: così lesi avrebbero poi docile strumento ad ogni più audace disegno. Quanto al consorzio domestico, ecco a un dipresso tutta la dottrina dei Naturalisti. Il matrimonio non è altro che un contratto civile; può legittimamente rescindersi a volontà dei contraenti; il potere sul vincolo matrimoniale appartiene allo Stato. Nell'educare i figli non s'imponga religione alcuna: cresciuti in età, ciascuno sia libero di scegliersi quella che più gli aggrada. Ora questi principi i Frammassoni li accettano senza riserva: e non pure li accettano, ma studiansi da gran tempo di fare in modo, che passino nei costumi e nell'uso della vita. In molti paesi, che pur si professano cattolici, si hanno giuridicamente per nulli i matrimoni non celebrati nella forma civile; altrove le leggi permettono il divorzio; altrove si fa di tutto, perché sia quanto prima permesso. Così si corre di gran passo all'intento di snaturare le nozze, riducendole a mutabili e passeggere unioni, da formarsi e da sciogliersi a talento. Ad impossessarsi altresì della educazione dei giovanetti mira con unanime e tenace proposito la setta dei Massoni. Comprendono ben essi, che quell'età tenera e flessibile lasciasi figurare e piegare a loro talento, e però non esserci espediente più opportuno di questo per formare allo Stato cittadini tali, quali essi vagheggiano. Quindi nell'opera di educare e istruire i fanciulli non lasciano ai ministri della Chiesa parte alcuna né di direzione, né di vigilanza: e in molti luoghi si è già tanto innanzi, che l'educazione della gioventù è tutta in mano dei laici; e dall'insegnamento morale ogni idea è sbandita di quei grandissimi e santissimi doveri, che l'uomo congiungono a Dio. Seguono le massime di scienza sociale. Dove i Naturalisti insegnano, che gli uomini hanno tutti gli stessi diritti, e sono di condizione perfettamente eguali; che ogni uomo è, per natura, indipendente; che nessuno ha diritto di comandare agli altri; che volergli uomini sottoposti ad altra autorità, da quella in fuori che emana da loro stessi, è tirannia. Quindi il popolo è sovrano: chi comanda, non aver l'autorità di comandare se non per mandato o concessione del popolo; tantoché a talento di questo egli può, voglia o non voglia, esser deposto. L'origine di tutti i diritti e doveri civili è nel popolo, ovvero nello Stato, che si regga per altro secondo i nuovi principi di libertà. Lo Stato inoltre dev'essere ateo; tra le varie religioni non esservi ragione di dar la preferenza a veruna: doversi fare di tutte lo stesso conto. Ora che queste massime piacciano ugualmente ai Frammassoni, e che su questo tipo e modello vogliano essi foggiati i governi, è cosa notissima, e che non ha bisogno di prova. Egli è un pezzo, di fatti, che, con quanto hanno di forze e di potere, apertamente lavorano per questo, spianando così la via a quei non pochi più audaci di loro, e più avventati nel male, che vagheggiano l'uguaglianza e comunanza di tutti i beni, fatta scomparire dal mondo ogni distinzione di averi e di condizioni sociali. Da questi brevi cenni si scorge chiaro abbastanza, che sia e che voglia la setta Massonica. I suoi dogmi ripugnano tanto e con tanta evidenza alla ragione, che nulla può esservi di più perverso. Voler distruggere la religione e la Chiesa fondata da Dio stesso, e da Lui assicurata di vita immortale, voler dopo ben diciotto secoli risuscitare i costumi e le istituzioni del paganesimo, è insigne follia e sfrontatissima empietà. Ne meno orrenda e intollerabile cosa egli è ripudiare i benefizi largiti per Sua bontà da Gesù Cristo non pure agl'individui, ma alle famiglie e agli Stati; benefizi, per giudizio e testimonianza anche di nemici, segnalatissimi. In questo pazzo e feroce proposito pare quasi potersi riconoscere quell'odio implacabile, quella rabbia di vendetta, che contro Gesù Cristo arde nel cuore di Satana. Similmente l'altra impresa, in cui tanto si travagliano i Massoni, di atterrare i precipui fondamenti della morale, e di farsi complici e cooperatori di chi, a guisa di bruto, vorrebbe lecito ciò che piace, altro non è che sospingere il genere umano alla più abbietta e ignominiosa degradazione. Ed aggravano il male i pericoli, onde sono minacciati tanto il domestico, quando il civile consorzio. Come di fatti esponemmo altra volta, esiste nel matrimonio, per unanime consenso dei popoli e dei secoli, un carattere sacro e religioso: oltreché per legge divina l'unione coniugale e indissolubile. Or se questa unione si dissacri, se permettasi giuridicamente il divorzio, la confusione e la discordia entreranno per conseguenza inevitabile nel santuario della famiglia, e la donna la sua dignità, i figli perderanno la sicurezza d'ogni loro benessere. Che poi lo Stato faccia professione di religiosa indifferenza, e nell'ordinare e governare il civile consorzio non si curi di Dio, né più né meno che se Egli non fosse, è sconsigliatezza ignota agli stessi pagani; i quali avevano nella mente e nel cuore così scolpita non pur l'idea di Dio, ma la necessità di un culto pubblico, che giudicavano potersi più facilmente trovare una città senza suolo, che senza Dio. E veramente la società del genere umano, a cui siamo stati fatti da natura, fu istituita da Dio autore della natura medesima, e da Lui deriva come da fonte e principio tutta quella perenne copia di beni senza numero, ond'essa abbonda. Come dunque la voce stessa di natura impone a ciascuno di noi di onorare con religiosa pietà Iddio, perché abbiamo da Lui ricevuto la vita e i beni che l'accompagnano; così per la ragione medesima debbono fare popoli e Stati. Opera perciò non solo ingiusta, ma insipiente ed assurda fanno coloro, che vogliono sciolta da ogni religioso dovere la civil comunanza. Posto poi che per volere di Dio nascano gli uomini alla società civile, e che il potere sovrano sia vincolo così strettamente necessario alla società stessa, che, dove quello manchi, questa necessariamente si sfascia, ne segue che l'autorità di comandare deriva da quello stesso principio, da cui deriva la società. Ed ecco la ragione, che l'investito di tale autorità, sia chi si voglia, è ministro di Dio. Laonde fin dove è richiesto dal fine e dalla natura dell'umano consorzio, si deve obbedire al giusto comando del potere legittimo, non altrimenti che alla sovranità di Dio reggitore dell'universo: ed è capitalissimo errore il dare al popolo piena balia di scuotere, quando gli piaccia, il giogo dell'obbedienza. Così ancora chi guardi alla comune origine e natura, al fine ultimo assegnato a ciascuno, ai diritti e ai doveri che ne scaturiscono, non è da dubitare che gli uomini sono tutti uguali fra loro. Ma poiché capacità pari in tutti è impossibile, e per le forze dell'animo e del corpo l'uno differisce dall'altro, e tanta è dei costumi, delle inclinazioni, e delle qualità personali la varietà, egli è assurdissima cosa voler confondere e unificare tutto questo, e recare negli ordini della vita civile una rigorosa ed assoluta uguaglianza. Come la perfetta costituzione del corpo umano risulta dall'unione e compagine di vali membri che, diversi di forma e di uso, ma congiunti insieme e messi ciascuno al suo posto, formano un organismo bello, forte, utilissimo e necessario alla vita; così nello Stato quasi infinita è la varietà degl'individui che lo compongono; i quali, se, parificati tra loro, vivano ognuno a proprio senno, ne uscirà una cittadinanza mostruosamente deforme; laddove, se distinti in armonia di gradi, di offici, di tendenze di arti, bellamente cooperino insieme al bene comune, renderanno immagine d'una cittadinanza ben costituita e conforme a natura. Del resto i turbolenti errori, che abbiamo accennati, debbono troppo far tremare gli Stati. Imperocché tolto via il timore di Dio e il rispetto delle divine leggi, messa sotto i piedi l'autorità dei Principi, licenziata e legittimata la libidine delle sommosse, sciolto alle passioni popolari ogni freno, mancato, dai castighi in fuori, ogni ritegno, non può non seguirne una rivoluzione e sovversione universale. E questo sovversivo rivolgimento è lo scopo deliberato e l'aperta professione delle numerose associazioni di Comunisti e Socialisti: agli intendimenti dei quali non ha ragione di chiamarsi estranea la setta Massonica, essa che tanto ne favorisce i disegni, ed ha comuni con loro i capitali principi. Che se non si trascorre coi fatti subito e da per tutto alle estreme conseguenze, il merito di ciò deve recarsi, non già alle massime della setta o alla volontà dei settari, ma alla virtù di quella divina religione, che non può essere spenta, e alla parte più sana dell'umano consorzio, che, sdegnando di servire alle società segrete, si oppone con forte petto all'esorbitanza dei loro conati. E volesse il Cielo, che universalmente dai frutti si giudicasse la radice, e dai mali che ci minacciano, dai pericoli che ci sovrastano si riconoscesse il mal seme! Si ha da fare con un nemico astuto e fraudolento che, blandendo popoli e monarchi, con lusinghiere promesse e con fini adulazioni entrambi ingannò. Insinuandosi sotto specie di amicizia nel cuore dei Principi, i Frammassoni mirarono ad avere in essi complici ed aiuti potenti per opprimere il Cristianesimo; e a fine di mettere nei loro fianchi sproni più acuti, si diedero a calunniare ostinatamente la Chiesa come nemica del potere e delle prerogative reali. Divenuti con tali arti baldanzosi e sicuri, acquistarono influenza grande nel governo degli Stati, risoluti per altro di crollare le fondamenta dei troni, e di perseguitare, calunniare, discacciare chi tra' sovrani si mostrasse restio a governare a modo loro. Con arti simili adulando il popolo, lo trassero in inganno. Gridando a piena bocca libertà e prosperità pubblica; facendo credere alle moltitudini che dell'iniqua servitù e miseria, in cui gemevano, tutta della Chiesa e dei sovrani era la colpa, sobillarono il popolo, e lui smanioso di novità aizzarono ai danni dell'uno e dell'altro potere. Vero è bensì che dei vantaggi sperati maggiore è l'aspettazione che la realtà: anzi oppressa più che mai la povera plebe vedesi nelle miserie sue mancare gran parte di quei conforti, che nella società cristianamente costituita avrebbe potuto facilmente e copiosamente trovare. Ma di tutti i superbi, che si ribellano all'ordine stabilito dalla provvidenza divina, questo è il consueto castigo, che donde sconsigliatamente promettevansi fortuna prospera e tutta a seconda dei loro desideri, trovino ivi appunto oppressione e miseria. Quanto alla Chiesa, se comanda di ubbidire innanzi tutto a Dio supremo Signore di ogni cosa, sarebbe ingiuriosa calunnia crederla perciò nemica del potere de' Principi, od usurpatrice dei loro diritti. Vuole anzi essa, che quanto è dovuto alla potestà civile, lesi renda per dovere di coscienza. Il riconoscere poi da Dio, com'essa fa, il diritto di comandare, aggiunge al potere politico dignità grande, e giova molto a conciliargli il rispetto e l'amore dei sudditi. Amica della pace, autrice della concordia, tutti con affetto materno abbraccia la Chiesa; e intenta unicamente a far bene agli uomini, insegna doversi alla giustizia unir la clemenza, al comando l'equità, alle leggi la moderazione; rispettare ogni diritto, mantenere l'ordine e la tranquillità pubblica, sollevare al possibile privatamente e pubblicamente le indigenze degl'infelici. "Ma - per usare le parole di Sant'Agostino - credono o vogliono far credere che non torna utile alla società la dottrina del Vangelo, perché vogliono che lo Stato posi non sul fondamento stabile delle virtù, ma sull'impunità dei vivi" (Epist. CXXXVII, al. III, ad Volusianum c. v, n. 20). Per le quali cose opera troppo più conforme al senno civile e necessaria al comune benessere sarebbe, che Principi e popoli, in cambio di allearsi coi Frammassoni a danno della Chiesa, si unissero alla Chiesa per respingere gli assalti dei Frammassoni. In ogni modo, alla vista d'un male sì grave e già troppo diffuso, è debito Nostro, Venerabili Fratelli, applicar l'animo a cercarne i rimedi. E poiché sappiamo che nella virtù della religione divina, tanto più odiata dai Massoni, quanto più temuta, consiste la migliore e più salda speranza di rimedio efficace, a questa virtù sommamente salutare crediamo che prima di tutto sia da ricorrere contro il comune nemico. Tutte queste cose pertanto, che i Romani Pontefici Nostri Antecessori decretarono per attraversare i disegni e render vani gli sforzi della setta Massonica; tutte quelle che sancirono per allontanare o ritrarre i fedeli da così fatte società; tutte e singole Noi con l'Autorità Niostra Apostolica le ratifichiamo e confermiamo. E qui confidando moltissimo nel buon volere dei fedeli, preghiamo e scongiuriamo ciascuno di loro per quanto su questo proposito fu prescritto dall'Apostolica Sede. Preghiamo poi e supplichiamo voi, Venerabili Fratelli, che cooperiate con Noi ad estirpare questo rio veleno, che largamente serpeggia in seno agli Stati. A voi tocca difendere la gloria di Dio e la salvezza delle anime; tenendo, nel combattimento, questi due fini davanti agli occhi, non vi mancherà coraggio né fortezza. Il giudicare quali sieno i più efficaci mezzi da superare gli ostacoli è cosa che spetta alla prudenza vostra. Pur nondimeno trovando Noi conveniente al Nostro ministero l'additarvi alcuni dei mezzi più opportuni, la prima cosa da farsi si è togliere alla setta Massonica le mentite sembianze, e renderle le sue proprie, ammaestrando con la voce, ed eziandio con Lettere Pastorali, i popoli, quali siano di tali società gli artifizi per blandire ed allettare; quali la perversità delle dottrine e la disonestà delle opere. Conforme dichiararono più volte i Nostri Predecessori, chiunque ha cara quanto deve la professione cattolica e la propria salute, non si lusinghi mai di poter senza colpa iscriversi, per qualsivoglia ragione, alla setta Massonica. Niuno si lasci illudere alla simulata onestà; imperocché può ben parere a taluno che i Massoni nulla impongano di apertamente contrario alla fede e alla morale: ma essendo essenzialmente malvagio lo scopo e la natura di tali sètte, non può essere lecito di darvi il nome, né di aiutarle in qualsivoglia maniera. È necessario in secondo luogo con assidui discorsi ed esortazioni mettere nel popolo l'amore e lo zelo dell'istruzione religiosa: e a tal fine molto raccomandiamo, che con ragionamenti opportuni a voce e in iscritto si spieghino i principi fondamentali di quelle santissime verità, nelle quali consiste la cristiana sapienza. Scopo di ciò è guarire con l'istruzione le menti, e premunirle contro le molteplici forme degli errori, e i vari allettamenti dei vizi, massime in questa gran licenza di scrivere ed insaziabile brama di imparare. Opera faticosa di certo: nella quale tuttavia partecipe e compagno delle fatiche vostre avrete specialmente il clero, se in grazia del vostro zelo sarà ben disciplinato e istruito. Ma causa così bella e di tanta importanza richiede altresì l'industria cooperatrice di quei laici, che all'amore della religione e della patria congiungono probità e dottrina. Con le forze unite di questi due ordini procurate, Venerabili Fratelli, che gli uomini conoscano intimamente ed abbiano cara la Chiesa; perché quanto più crescerà in essi la conoscenza e l'amore di lei, tanto maggiormente saranno aborrite e schivate le società segrete. Egli è per questo che, giovandoCi della presente occasione, torniamo non senza ragione a ricordare la opportunità inculcata altra volta, di promuovere caldamente e proteggere il Terz'Ordine di San Francesco, di cui recentemente con prudente condiscendenza mitigammo la regola. Imperocché, secondo lo spirito della sua istituzione, esso non mira ad altro, che a trarre gli uomini all'imitazione di Gesù Cristo, all'amore della Chiesa, alla pratica di tutte le cristiane virtù: e però tornerà efficacissimo a spegnere il contagio delle sètte malvagie. Cresca dunque di giorno in giorno questo santo sodalizio, da cui, tra molti altri, può anche sperarsi questo prezioso frutto, di ricondurre gli animi alla libertà, alla fraternità, alla uguaglianza: non quali va sognando assurdamente la sètta Massonica, ma quali Gesù Cristo recò al mondo e Francesco nel mondo ravvivò. La libertà diciamo dei Figli di Dio, che affranca dal servaggio di Satana e dalle passioni, tiranni pessimi: la fraternità, che da Dio prende origine, Creatore e Padre di tutti: l'uguaglianza che, fondata sulla giustizia e carità, non distrugge tra gli uomini tutte le differenze, ma dalla varietà della vita, degli offici, delle inclinazioni forma quell'accordo e quasi armonia, voluta da natura a utilità e dignità del civile consorzio. In terzo luogo esiste un'istituzione, attuata sapientemente dai nostri maggiori, e poi coll'andar del tempo dimessa, la quale può servire ai di nostri come di modello e di forma a qualcosa di simile. Intendiamo parlare dei Collegi e Corpi di arti e mestieri, destinati, sotto la guida della religione, a tutela degl'interessi e dei costumi. I quali Collegi, se per lungo uso ed esperienza riuscirono di gran vantaggio ai nostri padri, torneranno molto più vantaggiosi all'età nostra, perché opportunissimi a fiaccare la potenza delle sètte. I poveri operai, oltre ad essere per la stessa condizione loro degnissimi sopra tutti di carità e di sollievo, sono in modo particolare esposti alle seduzioni dei fraudolenti e raggiratori. Vanno perciò aiutati con la massima generosità, e invitati alle società buone, affinché non si lascino trascinare nelle malvagie. Per questo motivo Ci sarebbe assai caro che, adattate ai tempi, risorgessero per tutto sotto gli auspici e il patrocinato dei Vescovi a salute del popolo siffatte aggregazioni. E Ci è di grandissimo conforto il vederle fondate già in molti luoghi insieme coi patronati cattolici: due istituzioni, che mirano a giovare la classe onesta dei proletari, a soccorrere e proteggere le loro famiglie, i loro figli, e a mantenere in essi con l'integrità dei costumi l'amore della pietà, e la conoscenza della religione. E qui non possiamo passare sotto silenzio la Società di San Vincenzo de' Paoli, insigne per lo spettacolo e l'esempio che porge, e si altamente benemerita della povera plebe. Le opere e le intenzioni di cotesta società sono ben note: essa è tutta in sovvenire i bisognosi e i tribolati, prevenendoli amorosamente, e ciò con mirabile sagacia, e con quella modestia, che quanto meno vuol comparire, tanto è più opportuna all'esercizio della carità e al sollevamento delle umane miserie. In quarto luogo, a conseguir più facilmente l'intento, alla fede e vigilanza vostra raccomandiamo caldissimamente la gioventù, speranza dell'umano consorzio. Nella buona educazione di essa ponete grandissima parte delle vostre cure, e non vi date mai a credere di aver vigilato e fatto abbastanza, pel tener lontana l'età giovinetta da quelle scuole e da quei maestri donde sia da temere l'alito pestifero delle sètte. Fate che i genitori, i direttori spirituali, i parroci, nell'insegnare la dottrina cristiana, non si stanchino di ammonire opportunamente i figli e gli alunni intorno alla rea natura di tali sètte, anche perché imparino per tempo le varie e subdole arti, solite usarsi dai propagatori di quelle per irretire la gente. Anzi quei che apparecchiano i giovinetti alla prima comunione faranno benissimo, se gl'indurranno a proporre e promettere di non ascriversi, senza saputa dei propri genitori ovvero senza consiglio del parroco o del confessore, a società alcuna. Ma ben comprendiamo, che le comuni nostre fatiche non sarebbero sufficienti a svellere questa perniciosa semenza dal campo del Signore, se il Celeste padrone della vigna non ci sarà largo a tale effetto del suo generoso soccorso. Convien dunque implorarne il potente aiuto con fervore veemente ed ansioso, pari alla gravità del pericolo e alla grandezza del bisogno. Inorgoglita dei prosperi successi, la Massoneria insolentisce, e pare non voglia più metter limiti alla sua pertinacia. Per un'iniqua lega ed un'occulta unità di propositi da per tutto i seguaci suoi congiunti insieme, si dànno scambievolmente la mano e l'uno rinfocola l'altro a più osare nel male. Assalto sì gagliardo vuole non men gagliarda difesa: vogliam dire che tutti i buoni debbono collegarsi in una vastissima società di azione e di preghiera. Due cose pertanto dimandiamo da loro; da una parte, che unanimi, a schiere serrate, a piè fermo resistano all'impeto ognora crescente, delle sètte; dall'altra, che sollevando con molti gemiti le mani supplichevoli a Dio, implorino a grande istanza, che il Cristianesimo prosperi e cresca vigoroso; che riabbia la Chiesa la necessaria libertà; che i traviati ritornino a salute; che gli errori alla verità, i vizi faccian luogo alla virtù. Invochiamo a tal fine l'aiuto e la mediazione di Maria Vergine Madre di Dio, affinché contro l'empie sètte, in cui si vedono chiaramente rivivere l'orgoglio contumace, la perfidia indomita, la simulatrice astuzia di Satana, dimostri la potenza sua, essa che trionfò di lui sin dal suo primo concepimento. Preghiamo altresì San Michele, principe dell'angelica milizia, debellatore del nemico infernale; San Giuseppe, sposo della Vergine Santissima, Celeste e salutare patrono della cattolica Chiesa; i grandi Apostoli Pietro e Paolo, propagatori e difensori invitti della fede cristiana. Per il patrocinio di essi e per la perseveranza delle comuni preghiere confidiamo, che Iddio si degnerà di sovvenire pietosamente ai bisogni della umana società, minacciata da tanti pericoli. A pegno poi delle grazie Celesti e della benevolenza Nostra impartiamo con grande affetto a voi, Venerabili Fratelli, al clero e a tutto il popolo commesso alle vostre cure l'Apostolica Benedizione. Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 20 Aprile 1884, anno VII del Nostro Pontificato. LEONE PP. XIII


























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LEONE XIII
DALL'ALTO
Dall’alto dell’Apostolico seggio, dove la Provvidenza divina Ci ha collocato per vegliare alla salvezza di tutti i popoli, il Nostro sguardo sovente si posa sopra l’Italia, nel cui seno Iddio, per atto di singolare predilezione, ha posto la sede del suo Vicario, e dalla quale peraltro Ci vengono al presente molteplici e sensibilissime amarezze.
Non Ci constristano le personali offese, non le privazioni e i sacrifici impostici dall’attuale condizione di cose, non le ingiurie e i dileggi, che una stampa procace ha piena balìa di lanciare ogni giorno contro di Noi. Se si trattasse solo della Nostra persona, se non fosse la rovina alla quale vediamo andare incontro l’Italia minacciata nella sua fede, porteremmo in silenzio le offese, lieti di ripetere anche Noi ciò che diceva di sé uno dei più illustri Nostri Predecessori: "Se la schiavitù della mia terra non crescesse di giorno in giorno, rimarrei muto, lieto del mio disprezzo e dello scherno" .
Ma oltreché dell’indipendenza e dignità della Santa Sede, trattasi della stessa religione e della salute di tutta una nazione, e di tal nazione, che fin dai primi tempi aprì il seno alla fede cattolica e conservolla in ogni tempo gelosamente. Sembra incredibile, ma è pur vero: siam giunti a tanto da dover temere per questa nostra Italia la perdita della fede. Più volte abbiam dato l’allarme perché si avvisasse al pericolo: ma non per questo crediamo di aver fatto abbastanza. Di fronte ai continuati e ognor più fieri assalti, sentiamo più potente la voce del dovere che Ci sprona a parlare di nuovo a Voi, Venerabili Fratelli, al vostro clero e al popolo Italiano. Come non fa tregua il nemico, così non conviene rimanere silenziosi od inerti né a Noi né a Voi, che per divina mercé fummo costituiti custodi e vindici della religione dei popoli alle nostre cure affidati, Pastori e scolte vigili del gregge di Cristo, pel quale dobbiamo esser pronti, se fia d’uopo, a tutto sacrificare, anche la vita.
Non diremo cose nuove, perché i fatti, quali accaddero, non si mutano; e di essi abbiamo dovuto parlare altre volte, secondo che Ce ne venne il destro. Ma qui intendiamo ricapitolarli in certa guisa ed aggrupparli come in un sol quadro, per ricavarne a comune ammaestramento le conseguenze che ne derivano. Sono fatti incontestabili, accaduti alla gran luce del giorno; non isolati, ma connessi fra loro per forma che nella loro serie rilevano con piena evidenza un sistema, di cui sono l’attuazione e lo sviluppo. Il sistema non è nuovo: ma è nuova l’audacia, l’accanimento, la rapidità con cui si va ora attuando. È il piano delle sette, che si svolge ora in Italia, specialmente nella parte che tocca la Chiesa e la religione cattolica; collo scopo finale e notorio di ridurla, se fosse possibile, al niente. Ora è superfluo fare il processo alle sette che diconsi massoniche: il giudizio è già fatto; i fini, i mezzi, le dottrine, l’azione, tutto è conosciuto con certezza indiscutibile. Invasate dallo spirito di satana, di cui sono strumento, ardono, come il loro ispiratore, di un odio mortale e implacabile contro Gesù Cristo e l’opera sua; e fanno ogni loro potere d’abbatterla od incepparla. Questa guerra al presente si combatte più che altrove in Italia, dove la religione cattolica ha gittato più profonde radici, e soprattutto in Roma, dove è il centro della cattolica unità e la Sede del Pastore e Maestro universale della Chiesa.
Giova riprendere fin dalle prime le diverse fasi di questa guerra. Si cominciò col rovesciare sotto colore politico il principato civile dei Papi: ma la caduta di esso nelle intenzioni segrete dei veri capi, apertamente poi dichiarate, doveva servire a distruggere o almeno tenere in servitù il supremo potere spirituale dei romani Pontefici. E perché non rimanesse alcun dubbio sullo scopo vero a cui si mirava, venne subito la soppressione degli Ordini religiosi, che assottigliò di molto il numero degli operai evangelici per il sacro ministero e per l’assistenza religiosa, come pure per la propagazione della fede tra gl’infedeli.
Più tardi si volle esteso anche ai chierici l’obbligo del servizio militare, colla necessaria conseguenza di ostacoli gravi e molteplici frapposti alla recluta e alla conveniente formazione anche del clero secolare. Si misero le mani sul patrimonio ecclesiastico, parte confiscandolo assolutamente, e parte caricandolo delle più enormi gravezze, a fine d’impoverire il clero e la Chiesa, e privar questa dei mezzi di cui abbisogna quaggiù per vivere e promuovere istituzioni ed opere in aiuto del suo divino apostolato. Lo hanno apertamente dichiarato gli stessi settarî. "Per diminuire l’influenza del clero e delle associazioni clericali, un solo mezzo efficace è da impiegare: spogliarli di tutti i loro beni e ridurli ad una povertà completa". D’altra parte l’azione dello Stato è tutta diretta per sé a cancellare dalla nazione l’impronta religiosa e cristiana: dalle leggi e da tutto ciò che è vita officiale ogni ispirazione ed ogni idea religiosa è per sistema sbandita, quando non sia direttamente osteggiata: le pubbliche manifestazioni di fede e di pietà cattolica o sono proibite, o sotto vani pretesti in mille modi intralciate. Alla famiglia si è sottratta la sua base e la sua costituzione religiosa col proclamare quello che chiamano matrimonio civile, e coll’istruzione che si vuole al tutto laica, dai primi elementi fino all’insegnamento superiore delle Università; di guisa che le nuove generazioni, per quanto dipende dallo Stato, sono come obbligate a crescere senza alcuna idea di religione, digiune affatto delle prime ed essenziali nozioni dei loro doveri verso Dio. È questo un mettere la scure alla radice, né saprebbe immaginarsi mezzo più universale e più efficace per sottrarre all’influenza della Chiesa e della fede la società, la famiglia, gl’individui. "Scalzare con tutti i mezzi il clericalismo (ossia il cattolicesimo) nelle sue fondamenta e nelle stesse sue sorgenti di vita, cioè nella scuola e nella famiglia", è la dichiarazione autentica di scrittori massonici.
Si dirà che ciò non avviene solo in Italia, ma che è un sistema di governo, al quale gli Stati generalmente si conformano. Rispondiamo che questo non distrugge, ma anzi conferma quanto Noi diciamo degl’intendimenti e dell’azione della massoneria in Italia. Sì, quel sistema è adottato e messo in uso dovunque la massoneria esercita la sua empia e nefasta azione; e poiché questa è largamente diffusa, così quel sistema anticristiano è pur largamente applicato. Ma l’applicazione ne addiviene più rapida e generale e si spinge più agli estremi in quei paesi, i cui governi sono più sotto l’azione della setta e meglio ne promuovono gli interessi. E per mala sorte nel numero di questi paesi è presentemente la nuova Italia. Non è da oggi che essa soggiace all’influsso empio e malefico delle sette: ma da qualche tempo queste, addivenute assolutamente dominanti e strapotenti, la tiranneggiano a loro talento. Qui l’indirizzo della pubblica cosa, per ciò che concerne la religione, è tutto conforme alle aspirazioni delle sette; le quali, per attuarle, trovano nei depositari del pubblico potere fautori dichiarati e docili strumenti. Le leggi avverse alla Chiesa e le misure per essa offensive sono prima proposte, decretate, risolute in seno alle adunanze settarie; e basta che una cosa qualunque abbia una cotale, sebbene lontana, apparenza di far onta o danno alla Chiesa, per vederla incontanente favorita e promossa. Tra i fatti più recenti ricorderemo l’approvazione del nuovo codice penale; in cui quello che si è voluto con maggior pertinacia, nonostante tutte le ragioni in contrario, furono gli articoli contro il clero, che costituiscono per esso come una legge di eccezione, e vanno fino a considerare come criminosi alcuni atti che sono per lui sacrosanti doveri di ministero. La legge sulle Opere pie, per la quale tutto il patrimonio della carità, accumulato dalla pietà e dalla religione degli avi all’ombra e sotto la tutela della Chiesa, venne sottratto ad ogni azione ed ingerenza di essa; quella legge era stata già da più anni promossa nelle adunanze della setta, appunto perché doveva infliggere una nuova offesa alla Chiesa, diminuirne l’influenza sociale, e sopprimere d’un tratto una grande quantità di lasciti a scopo di culto. Si aggiunse a questo l’opera eminentemente settaria, l’erezione cioè del monumento al famigerato apostata di Nola, promossa, voluta, attuata coll’aiuto e il favore dei governanti dalla Frammassoneria, che per la bocca degli stessi più autorevoli interpreti del pensiero settario non arrossì di confessarne lo scopo e di dichiararne il significato: lo scopo fu di far onta al Papato; il significato è che si vuole ora sostituire alla fede cattolica la libertà più assoluta di esame, di critica, di pensiero e di coscienza: e si sa bene ciò che significhi in bocca dei settarî un tal linguaggio. Vennero a mettere il suggello le dichiarazioni più esplicite fatte pubblicamente da chi è a capo del governo, dichiarazioni che suonano appunto così: la lotta vera e reale, che il governo ha il merito di aver compreso, è la lotta tra la fede e la Chiesa da una parte, il libero esame e la ragione dall’altra. Che la Chiesa cerchi pure di reagire, di incatenar di nuovo la ragione e la libertà del pensiero e di vincere. Quanto al governo, in questa lotta, si dichiara apertamente in favore della ragione contro la fede, e si attribuisce come compito proprio di far sì, che lo stato Italiano sia l’espressione evidente di questa ragione e libertà: triste compito, che udimmo testé in occasione analoga audacemente riaffermato.
Alla luce di tali fatti e di queste dichiarazioni torna più che mai evidente che l’idea maestra, la quale, per ciò che tocca la religione, presiede all’andamento della cosa pubblica in Italia, si è l’attuazione del programma massonico. Si vede quanta parte ne fu già attuata; si sa quanto ancora ne rimanga ad attuare; e si può preveder con certezza che, fino a tanto che i destini d’Italia saranno in mano di reggitori settarî o ligi alle sette, se ne spingerà l’attuazione più o meno rapidamente, secondo le circostanze, fino al più completo sviluppo. La loro azione ora è diretta a raggiungere i seguenti scopi, secondo i voti e le risoluzioni prese nelle loro assemblee più autorevoli, voti e risoluzioni tutte ispirate da un odio a morte contro la Chiesa. Abolizione nelle scuole di qualsiasi istruzione religiosa, e fondazione d’istituti, in cui anche la gioventù femminile sia sottratta ad ogni influenza clericale, qualunque essa sia; giacché lo Stato, che deve essere assolutamente ateo, ha il diritto e il dovere inalienabile di formare il cuore e lo spirito dei cittadini, e nessuna scuola deve essere sottratta né alla sua ispirazione né alla sua vigilanza. Applicazione rigorosa di tutte le leggi in vigore dirette ad assicurare l’indipendenza assoluta della società civile dalle influenze clericali. Osservanza rigorosa delle leggi che sopprimono le corporazioni religiose ed uso di tutti i mezzi per renderle efficaci. Sistemazione di tutto il patrimonio ecclesiastico, partendo dal principio che la proprietà di esso appartiene allo Stato, e l’amministrazione ai poteri civili. Esclusione d’ogni elemento cattolico o clericale da tutte le amministrazioni pubbliche, dalle opere pie, dagli spedali, dalle scuole, dai consigli nei quali si preparano i destini della patria, dalle accademie, dai circoli, dalle associazioni, dai comitati, dalle famiglie; esclusione da tutto, dovunque, per sempre. Invece l’influenza massonica deve farsi sentire in tutte le circostanze della vita sociale, e divenire padrona e arbitra di tutto. Con questo si spianerà la via all’abolizione del Papato; così l’Italia sarà libera dal suo implacabile e mortale nemico, e Roma che fu in passato il centro della Teocrazia universale, sarà nell’avvenire il centro della secolarizzazione universale, d’onde deve essere proclamata in faccia al mondo intero la Magna Charta della libertà umana. Sono altrettante dichiarazioni, aspirazioni e risoluzioni autentiche di frammassoni o delle loro assemblee.
Senza esagerar punto, è questo lo stato presente e l’avvenire che si prevede per la religione in Italia. Dissimularne la gravità sarebbe un errore funesto. Riconoscerlo qual è, ed affrontarlo con evangelica prudenza e fortezza, dedurne i doveri, che esso impone a tutti i cattolici, e a noi specialmente, che come Pastori dobbiamo vegliar su di essi e condurli a salvezza, egli è entrare nelle mire della Provvidenza, e fare opera di sapienza e di zelo pastorale. Per quello che riguarda Noi, l’Apostolico officio C’impone di protestare altamente di nuovo contro tutto ciò che a danno della religione si è fatto, si fa o si attenta in Italia: difensori e tutori quali siamo dei sacri diritti della Chiesa e del Pontificato, apertamente respingiamo ed a tutto il mondo cattolico denunziamo le offese che la Chiesa e il Pontificato ricevono del continuo, specialmente in Roma, e che rendono a Noi più malagevole il governo della cattolicità, più grave ed indegna la Nostra condizione. Del resto abbiamo fermo nell’animo di nulla omettere per parte Nostra, che possa valere a mantenere viva e vigorosa in mezzo al popolo italiano la fede, e a proteggerla contro gli assalti nemici. Facciamo perciò appello, Venerabili Fratelli, anche al vostro zelo e al vostro amore per le anime affinché, compresi della gravità del pericolo che esse corrono, avvisiate ai rimedi e tutto poniate in opera per iscongiurarlo. Nessun mezzo è da trascurare che sia in poter nostro: tutte le risorse della parola, tutte le industrie dell’azione, tutto l’immenso tesoro di aiuti e di grazie, che la Chiesa pone in nostra mano, sono da adoperare per la formazione di un clero istruito e pieno dello spirito di Gesù Cristo; per la cristiana educazione della gioventù, per l’estirpazione delle ree dottrine, per la difesa delle verità cattoliche, per la conservazione del carattere e dello spirito cristiano nelle famiglie.
Quanto al popolo cattolico, è necessario innanzi tutto che sia istruito del vero stato delle cose in Italia in fatto di religione, dell’indole essenzialmente religiosa che ha in Italia la lotta contro il Pontefice, e dello scopo vero a cui costantemente si mira, affinché vegga coll’evidenza dei fatti in quante guise è insidiato nella sua religione, e si persuada quanto rischio corredi essere derubato e spogliato del tesoro inestimabile della fede. Formatasi negli animi tale persuasione, e certi d’altra parte che senza la fede è impossibile piacere a Dio e salvarsi, comprenderanno che trattasi di assicurare il massimo, per non dir unico, interesse che ciascuno quaggiù ha il dovere di porre in salvo innanzi tutto, e a costo di qualunque sacrificio, sotto pena della sua eterna infelicità. Comprenderanno altresì facilmente che, essendo questo un tempo di lotta accanita e manifesta, sarebbe viltà disertare il campo e nascondersi. Il loro dovere è di rimanere al posto, di mostrarsi a viso aperto veri cattolici per credenze ed opere conformi alla loro fede, e ciò tanto a onor di quella e a gloria del sommo Duce, di cui seguono le insegne; come per non aver la somma disgrazia di essere sconfessati nel dì finale e non riconosciuti per suoi dal Giudice supremo, il quale ha dichiarato che chi non è con lui è contro di lui. Senza ostentazione e senza timidezza, diano prova di quel vero coraggio che nasce dalla coscienza di compiere un sacrosanto dovere innanzi a Dio e agli uomini. Con questa franca professione di fede i cattolici devono unire una perfetta docilità e un filiale amore verso la Chiesa, un sincero ossequio ai Vescovi, e una assoluta devozione ed obbedienza al romano Pontefice. Insomma riconosceranno quanto sia necessario cessarsi da tutto ciò che è opera delle sette o che dalle sette ha favore ed impulso, perché certamente contaminato dallo spirito anticristiano che le anima: e darsi invece con attività, coraggio e costanza alle opere cattoliche, alle associazioni ed istituzioni benedette dalla Chiesa, incoraggiate e sostenute dai Vescovi e dal romano Pontefice. E poiché il principale strumento di cui si servono i nemici è la stampa, in gran parte ispirata e sostenuta da loro, conviene che i cattolici oppongano la buona alla cattiva stampa per la difesa della verità, per la tutela della religione, e a sostegno dei diritti della Chiesa. E come è compito della stampa cattolica mettere a nudo i perfidi intendimenti delle sette, aiutare e secondare l’azione dei sacri Pastori, difendere e promuovere le opere cattoliche, così è dovere dei fedeli di sostenerla efficacemente, sia negando o ritirando ogni favore alla stampa perversa; sia direttamente concorrendo, ciascuno nella misura che può, a farla vivere e prosperare: nella qual cosa crediamo che finora non siasi in Italia fatto abbastanza. Da ultimo i documenti da Noi dati a tutti i cattolici, specialmente nell’enciclica Humanum genus e nell’altra Sapientiae christianae debbono essere particolarmente applicati ed inculcati ai cattolici d’Italia. Che se per restar fedeli a questi doveri avranno qualche cosa da patire o da sacrificare, si rincorino pensando che il regno dei cieli patisce violenza, e che sol con farsi violenza si conquista; e che chi ama sé e le cose sue più di Gesù Cristo, non è degno di lui. L’esempio di tanti invitti campioni, i quali per la fede tutto generosamente in ogni tempo sacrificarono, gli aiuti singolari della grazia che rendono soave il giogo di Gesù Cristo e leggiero il suo peso, debbono valere potentemente a ritemprare il loro coraggio e a sostenerli nel glorioso combattimento.
Non abbiamo considerato fin qui della presente condizione di cose in Italia che il lato religioso, come quello che per Noi è principalissimo ed eminentemente proprio, per ragione dell’officio Apostolico che sosteniamo. Ma è pregio dell’opera considerare eziandio il lato sociale e politico, affinché veggano gl’italiani, che non è solo l’amor della religione, ma altresì il più sincero e il più nobile amor di patria che deve muoverli ad opporsi agli empi conati delle sette. Basta osservare, per convincersene, quale avvenire si prepari all’Italia, nell’ordine sociale e politico, da gente che ha per iscopo, e non lo dissimula, di guerreggiare senza tregua il cattolicismo e il Papato.
Già la prova del passato è per se stessa molto eloquente. Ciò che in questo primo periodo della sua nuova vita sia addivenuta l’Italia per moralità pubblica e privata, per sicurezza, ordine e tranquillità interna, per prosperità e ricchezza nazionale, è più noto per fatti di quello che Noi potremmo dire a parole. Quelli stessi che pur avrebbero interesse di nasconderlo, costretti dalla verità, non lo tacciono. Noi diremo solo, che nelle condizioni presenti, per una triste ma vera necessità, le cose non potrebbero andare altrimenti: la setta massonica, per quanto ostenti uno spirito di beneficenza e di filantropia, non può esercitare che un’influenza funesta: ed appunto funesta perché combatte e tenta distruggere la religione di Cristo, vera benefattrice dell’umanità.
Tutti sanno quanto e per quanti capi influisca salutarmente la religione nella società. È incontestabile, che la sana morale pubblica e privata fa l’onore e la forza degli Stati. Ma è incontestabile egualmente che senza religione non vi è buona morale né pubblica né privata. Dalla famiglia solidamente costituita sulle naturali sue basi piglia vita, incremento e forza la società. Ora, senza religione e senza moralità il consorzio domestico non ha stabilità, e i vincoli di famiglia si indeboliscono e si dissolvono. La prosperità dei popoli e delle nazioni viene da Dio e dalle sue benedizioni. Se un popolo non solo non la riconosce da lui, ma contro di lui si solleva, e nella superbia del suo spirito tacitamente gli dice di non aver bisogno di lui, quella non è che una larva di prosperità destinata a svanire, non appena piaccia al Signore di confondere la superba audacia dei suoi nemici. La religione è quella che, penetrando nel fondo della coscienza di ciascuno, gli fa sentire la forza del dovere e lo spinge a seguirlo. La religione è quella che dà ai Principi sentimenti di giustizia e di amore pei loro sudditi, che rende i sudditi fedeli e sinceramente ad essi devoti, che fa retti e buoni i legislatori, giusti ed incorrotti i magistrati, valorosi fino all’eroismo i soldati, coscienziosi e diligenti gli amministratori. La religione è quella che fa regnare la concordia e l’affezione tra i coniugi, l’amore e la riverenza tra i genitori ed i figli; che ispira ai poveri il rispetto pei beni altrui e ai ricchi il retto uso delle loro sostanze. Da questa fedeltà ai doveri e da questo rispetto ai diritti altrui nasce l’ordine, la tranquillità, la pace, che sono tanta parte della prosperità di un popolo e di uno Stato. Tolta la religione, tutti questi beni immensamente preziosi in un colla religione sparirebbero dalla società.
Per l’Italia la perdita sarebbe altresì più sensibile. Le sue maggiori glorie e grandezze, per cui tra le più colte nazioni ebbe per lungo tempo il primato, sono inseparabili dalla religione; la quale o le produsse, o le ispirò, o certo le favorì, le aiutò e diede ad esse incremento. Per le pubbliche franchigie parlano i suoi Comuni; per le glorie militari parlano tante imprese memorande contro nemici dichiarati del nome cristiano; per le scienze parlano le Università che fondate, favorite, privilegiate dalla Chiesa, ne furono l’asilo e il teatro; per le arti parlano infiniti monumenti d’ogni genere, di cui è seminata a profusione tutta Italia; per le opere a vantaggio dei miseri, dei diseredati, degli operai parlano tante fondazioni della carità cristiana, tanti asili aperti ad ogni sorta d’indigenza e d’infortunio, e le associazioni, e corporazioni cresciute sotto l’egida della religione. La virtù e la forza della religione è immortale, perché viene da Dio: essa ha tesori di soccorso, ha rimedi efficacissimi per i bisogni di tutti i tempi, e di qualsivoglia epoca, ai quali sa mirabilmente adattarli. Quello che ha saputo e potuto fare in altri tempi, è capace di fare anche adesso con una virtù sempre nuova e rigogliosa. Togliere pertanto all’Italia la religione è inaridire d’un colpo la sorgente più feconda di tesori e di soccorsi inestimabili.
Inoltre, uno dei più grandi e dei più formidabili pericoli che corre la società presente sono le agitazioni dei socialisti, che minacciano di scompaginarla dalle fondamenta. Da tanto pericolo l’Italia non va immune; e sebbene altre nazioni sieno più dell’Italia infestate da questo spirito di sovversione e di disordine, non è men vero però che anche nelle sue contrade va largamente serpeggiando quello spirito e ogni giorno si afforza. E tale è la sua rea natura, tanta la potenza della sua organizzazione, tanta l’audacia dei suoi propositi, che fa mestieri riunire tutte le forze conservatrici per arrestarne i progressi, ed impedirne con felice successo il trionfo. Di queste forze prima e principalissima tra tutte è quella che può dare la religione e la Chiesa: senza di essa, riusciranno vane od insufficienti le leggi più severe, i rigori dei tribunali, la stessa forza armata. Come già contro le orde barbariche non valse la forza materiale, ma la virtù della religione cristiana, che penetrando nei loro animi, ne spense la ferocia, ne ingentilì i costumi, li rese docili alla voce delle verità e della legge evangelica, così contro l’infuriare delle moltitudini sfrenate non vi sarà riparo efficace senza la virtù salutare della religione; la quale facendo balenare nelle menti la luce della verità, e stillando nei cuori i santi precetti della morale di Gesù Cristo, faccia loro sentire la voce della coscienza e del dovere, e prima che alla mano ponga freno all’animo e smorzi l’impeto della passione. Osteggiare pertanto la religione è privare l’Italia dell’ausiliare più potente per combattere un nemico che diviene ogni giorno più formidabile e minaccioso.
Ma non è tutto. Come nell’ordine sociale la guerra fatta alla religione riesce funestissima e sommamente micidiale all’Italia, così nell’ordine politico l’inimicizia colla Santa Sede e col romano Pontefice è per l’Italia sorgente di grandissimi danni. Anche qui la dimostrazione non è più da fare; basta, a compimento del Nostro pensiero, riassumerne in brevi parole le conclusioni. La guerra fatta al Papa vuol dire per l’Italia, al di dentro, divisione profonda tra l’Italia officiale e la gran parte d’italiani veramente cattolici, e ogni divisione è debolezza; vuol dire privarla del favore e del concorso della parte più schiettamente conservatrice; vuol dire alimentare nel seno della nazione un conflitto religioso che non approdò mai a pubblico bene, ma porta anzi sempre in se stesso i germi funesti di mali e di castighi gravissimi. Al di fuori, il conflitto colla Santa Sede, oltre che privare l’Italia del prestigio e dello splendore, che le verrebbe infallibilmente dal vivere in pace col Pontificato, le inimica i cattolici di tutto il mondo, le impone immensi sacrifici, e ad ogni occasione può fornire ai nemici un’arma da rivolgere contro di lei.
Ecco il benessere e la grandezza che apparecchia all’Italia chi, avendone in mano le sorti, fa quanto può per abbattere, secondo l’empia aspirazione delle sette, la religione cattolica e il Papato!
Si ponga invece che, rotta ogni solidarietà e connivenza colle sette, sia lasciata alla religione e alla Chiesa, come alla più gran forza sociale, vera libertà e il pieno esercizio dei suoi diritti. Qual felice cambiamento non avverrebbe nelle sorti d’Italia! I danni e i pericoli che lamentavamo qui sopra come frutto della guerra alla religione e alla Chiesa, cesserebbero al cessar della lotta: non solo, ma tornerebbero altresì a fiorire sull’eletto suolo dell’Italia cattolica le grandezze e le glorie, di cui la religione e la Chiesa fu sempre altrice feconda. Dalla loro divina virtù germoglierebbe spontanea la riforma dei pubblici e dei privati costumi; si rafforzerebbero i vincoli della famiglia; e in ogni ordine di cittadini sotto l’influsso religioso si desterebbe più vivo il sentimento del dovere e della fedeltà nell’adempierlo. Le questioni sociali, che ora tengono tanto preoccupati gli animi, si avvierebbero verso la migliore e la più completa soluzione, mercé la pratica applicazione dei precetti di carità e di giustizia evangelica; le pubbliche libertà, impedite di degenerare in licenza, servirebbero unicamente al bene e addiverrebbero veramente degne dell’uomo; le scienze, per la verità di cui la Chiesa è maestra, e le arti, per l’ispirazione potente che la religione deriva dall’alto e che ha il segreto di trasfondere negli animi, salirebbero presto a nuova eccellenza. Fatta la pace colla Chiesa, sarebbe vie più cementata la unità religiosa e la concordia civile; cesserebbe la divisione tra i cattolici fedeli alla Chiesa e l’Italia, la quale acquisterebbe così un elemento potente di ordine e di conservazione. Fatta ragione alle giuste domande del romano Pontefice, riconosciuti i sovrani suoi diritti, e ripostolo in condizione di vera ed effettiva indipendenza, i cattolici delle altre parti del mondo non avrebbero più motivo di considerare l’Italia come nemica del loro Padre comune: essi che non per alieno impulso, né inconsapevoli di quel che vogliono, ma sì per sentimento di fede e dettame di dovere, alzano ora concordemente la voce a rivendicare la dignità e libertà del Pastore supremo delle anime loro. Che anzi crescerebbe all’Italia rispetto e considerazione presso gli altri popoli dal vivere in armonia colla Sede Apostolica; la quale, come fece sperimentare in particolar modo agl’italiani i benefici della sua presenza in mezzo a loro, così coi tesori della fede che si diffusero sempre da questo centro di benedizione e di salute, fece che si diffondesse presso tutte le genti grande e rispettato il nome italiano. L’Italia, riconciliata col Pontefice e fedele alla sua religione, sarebbe avviata ad emular degnamente le avite glorie, e da tutto ciò che è vero progresso dell’età nostra non potrebbe che ricevere novello incitamento ad avvantaggiarsi nel suo glorioso cammino. E Roma, città cattolica per eccellenza, preordinata da Dio a centro della religione di Cristo e Sede del suo Vicario, il che fu cagione della sua stabilità e grandezza a traverso di tante età e di sì svariate vicende, riposta sotto il pacifico e paterno scettro del romano Pontefice, tornerebbe ad essere ciò che la fecero la Provvidenza e i secoli, non rimpicciolita alla condizione di capitale di un regno particolare, né divisa tra due diversi e sovrani poteri, dualismo contrario alla sua storia; ma capitale degna del mondo cattolico, grande di tutta la maestà della religione e del sommo sacerdozio, maestra ed esempio di moralità e di civiltà ai popoli.
Non sono queste, Venerabili Fratelli, vane illusioni, ma speranze poggiate sul più solido e verace fondamento. L’asserzione che si va da tempo divulgando, essere i cattolici ed il Pontefice i nemici d’Italia, e quasi altrettanti alleati dei partiti sovversivi, non è che gratuita ingiuria e spudorata calunnia, sparsa ad arte dalle sette per palliare i loro rei disegni e non incontrare intoppo nell’opera esecranda di scattolicizzare l’Italia. La verità che discende chiarissima da quanto abbiamo detto finora, è che i cattolici sono i migliori amici del proprio paese: e che danno prova di forte e verace amore non solamente verso la religione avita, ma anche verso la patria loro distaccandosi interamente dalle sette, avversandone lo spirito e le opere, facendo ogni sforzo acciocché l’Italia non perda, ma conservi vigorosa la fede; non combatta la Chiesa, ma le sia fedele qual figlia, non osteggi il Pontificato, ma si riconcili con lui. Adoperatevi a tutt’uomo, o Venerabili Fratelli, affinché la luce della verità si faccia strada in mezzo alle moltitudini, sicché queste abbiano finalmente a comprendere dove si trova il loro bene e il loro verace interesse, ed a persuadersi che solo dalla fedeltà alla religione, dalla pace con la Chiesa e col romano Pontefice si può sperar per l’Italia un avvenire degno del suo glorioso passato. Alla qual cosa vorremmo che ponessero mente, non diremo gli affigliati alle sette, i quali di proposito deliberato s’argomentano di assodare sulle rovine della religione cattolica il nuovo assetto della Penisola, ma gli altri che, senza accogliere sì biechi intendimenti, aiutano l’opera di quelli col sostenerne la politica: e particolarmente i giovani, sì facili a errare per effetto d’inesperienza e predominio di sentimento. Ognuno vorremmo si persuadesse come la via che si sta percorrendo, non possa essere che fatale all’Italia: e se Noi denunziamo ancora una volta il pericolo, non altro Ci muove che coscienza di dovere e carità di patria.
Ma ad illuminare le menti e rendere efficaci i nostri sforzi, è d’uopo d’invocare soprattutto gli aiuti del cielo. E però alla nostra comune azione, Venerabili Fratelli, vada unita la preghiera, e sia una preghiera generale, costante, fervorosa, che faccia dolce violenza al cuore di Dio, lo renda propizio a questa nostra Italia, sì che allontani da essa ogni sciagura, quella in specie che sarebbe la più terribile di tutte, la perdita della fede. Mettiamo per mediatrice appresso Dio la gloriosissima Vergine Maria, l’invitta Regina del Rosario, che tanta potenza ha sopra le forze d’inferno e tante volte ha fatto sentire all’Italia gli effetti della sua materna dilezione. Facciamo altresì fiducioso ricorso ai santi Apostoli Pietro e Paolo che questa terra benedetta conquistarono alla fede, santificarono colle loro fatiche, bagnarono del loro sangue.
Auspice intanto degli aiuti che domandiamo, e pegno del Nostro specialissimo affetto vi sia l’Apostolica Benedizione, che dall’intimo del cuore impartiamo a Voi, Venerabili Fratelli, al vostro clero e al popolo italiano.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 15 ottobre 1890, anno decimo terzo del Nostro Pontificato.

















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