cultura barocca
BADALUCCO

BADALUCCO

BADALUCCO è uno dei più antichi centri di MEDIA val Argentina quasi mille anni fu "La sentinella dei Conti di Ventimiglia".
Costituisce un tipico esempio di BORGO COMPATTO di valle su un lembo a spatola che si CHIUDE NELL'ANSA dell'imprevedibile torrente Argentina, che ha segnato la storia del centro scavandogli lo spazio sottratto all'altra sponda e proteggendolo nel suo arco, oltre che sopportando i 2 ponti, quello vecchio e quello nuovo, a monte e valle: del PRIMO di questi il De Andrade tracciò a fine '800 uno schizzo ancora oggi piacevolmente leggibile.
Di origine feudale, Badalucco sorse intorno al castello dei Conti suoi feudatari, che sfruttarono la postazione atrategica e la protezione del corso d'acqua. Il nome è documentato nel XIII sec. come "Baaluco" o "Badaluco" ed è forse da collegare al verbo onomatopeico "*batare" donde deriva l'italiano "badare" come "sorvegliare o fare la guardia". Può stupire che quando la Repubblica di Genova, acquistando dai decadenti Conti di Ventimiglia il controllo su queste terre, non abbia concesso un ruolo significativo a Badalucco, relegando il paese in una apparente condizione di secondo piano rispetto a Triora capoluogo dell'omonima "Podesteria" e ad inglobare Badalucco (con l'importante borgo di Montalto) nella sua giurisdizione. Le ragioni non sono molte né dipendono da scarsa considerazione di Genova per la storia antica di questi due centri ; semmai si potrebbe parlare del contrario! Badalucco fu, anche nei tempi oscuri di lotte fra feudatari e Comuni e poi tra Guelfi e Ghibellini, un "porto" fedele e sicuro per i Conti di Ventimiglia che, al contrario, non godevano di partito e simpatie in Triora. Quest'ultima, come è anche naturale, parve ai genovesi la base più sicura su cui fare affidamento, il luogo che -a differenza di Badalucco e Montalto- non avrebbe mai rimpianto i signori feudali , né avrebbe dato loro ospitalità in caso di guerre, nè con loro, in occasione di qualche pretesa, sarebbe sceso in campo contro le truppe della Repubblica marinara. Ma ciò non basta ancora per spiegare le scelte di Genova: Badalucco e Montalto, dopo l'incorporazione nel Dominio di Genova vennero a trovarsi in un'area relativamente sicura, lontana sia dal mare che dai fragili confini dell'Oltregiogo. Per quanto fossero borghi importanti avevano quindi perso molta di quella importanza strategico-militare che li aveva contraddistinti nel microcosmo dei confronti medievali su scala locale e paesana. Per Genova, nella situazione storica in cui si eresse la Podesteria di Triora, era prevalente custodire le vie dell'Oltregiogo dove la Signoria temeva i continui spostamenti dei tanti feudatari, laici ed ecclesiastici, del Basso Piemonte ancora in lotta per una definitiva supremazia e dove il Governo ligure paventava che prima o poi, come sarebbe accaduto coi Savoia, si venisse presto a costituire un forte Stato, storicamente bisognoso di un accesso al mare -specie per il commercio del sale- ed abbastanza potente da mettere in crisi il Dominio stretto e lineare della Repubblica, a meno che questa, in aree tattiche e fedeli (come Triora) non fosse in grado di dar quartiere e fortificazioni a sue truppe ed a militi coscritti fra la gente del luogo, capaci di costituire un deterrente ed un antemurale contro le possibili pressioni piemontesi sulla via del mare: se Triora fosse stata troppo debole le forze nemiche, sfondato l'Oltregiogo, avrebbero potuto penetrare facilmente in valle Argentina e, per quanto Badalucco e Montalto potessero pur sempre costituire una barriera solida da superare, quegli eventuali invasori si sarebbero trovati troppo vicini a centri costieri vitali per Genova come Sanremo e Taggia!

L' edificio pubblico più significativo di Badalucco è tuttora la CHIESA COLLEGIATA DELL'ASSUNTA la cui costruzione fu inziata nel novembre del 1682 dall'architetto Gio.Batta Oreggia colui che realizzò anche la Collegiata di S.Filippo e S.Giacomo in Taggia di gusto tardobarocco ed al cui interno si segnalano due vistosi altari nello stesso stile sei-settecentesco.
All'opera concorse -come scrive l'architetto Rinangelo Paglieri tra i più profondi conoscitori dell'architettura religiosa in Liguria Occidentale- anche diverse maestranze locali tra cui merita una citazione lo stuccatore Gio.Paolo Marvaldi di Candeasco.

E' poi da visitare a BADALUCCO il SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DELLA NEVE sito sul monte Carmo.
Il SANTUARIO sarebbe un ex-voto.
Nel '500 un vecchio cieco avrebbe infatti promesso alla Vergine di erigerle un SANTUARIO qualora avesse riottenuta la vista.
Avvenuto il miracolo venne qui realizzata una CAPPELLA che dovette però esser ingrandita nel 1625 per accogliere tutti i visitatori.
Un'ulteriore ingrandimento risale poi al 1680 allorché venne anche posta sopra l'altar maggiore una pala raffigurante "La Madonna, lo Spirito Santo e i Santi Agata, Apollonia, Cosma e Damiano": dalla titolatura dei SANTI (oltre che dalla genesi del SANTUARIO) si intende che ad esso erano attribuite importanti, miracolistiche proprietà taumaturgiche.
La totale ricostruzione della chiesa risale al 1905 ed in tale occasione in una semplice ancona lignea fu deposta la statua della "Madonna della neve": successivamente nel SANTUARIO venne anche sistemato il monumento agli abitanti di Badalucco che morirono durante il II conflitto mondiale.













Tra le celebrità di BADALUCCO borgo del Dominio della Serenissima Repubblica di Genova , oggi ingiustamente misconosciute ricordiamo GIOVANNI MATTIA STRIGLIONI che nacque a Badalucco (nell’attuale provincia di Imperia) il 25-II-1628 da Giovanni Bartolomeo e da Bianchinetta Jiugales e, dopo una fanciullezza qualsiasi, nè bella nè brutta, prese i voti religiosi, divenendo prete quasi soltanto per un voto fatto dalla madre, quando egli venne alla luce con qualche tribolamento di troppo.
Finiti gli studi religiosi si diede, fra la sorpresa di tutti, a quelli della pittura e dell’incisione in Genova avendo quale maestro Giulio Benso di Pieve di Teco.
Scoperta questa sua vocazione autentica, lo Striglioni si lasciò coinvolgere presto nel mondo degli artisti, spesso ai limiti della provocazione e dei sospetti inquisitoriali specie in merito ad opere tacciabili di oscenità e/o sensualità oggetto di una formidabile disputa culturale e giuridica qui proposta anche nella Genova apparentemente quieta del suo tempo!
Prese così a frequentare le botteghe ed i cenacoli d’arte, divenne amico del Fiasella e di Domenico Piola, pittori di vaglia, apprese le tecniche rare dell’incisione da artigiani eccellenti come Cesare Bassano, Luciano Borzone, Giuseppe Testana. Presto riuscì ad ottenere ottimi successi e gran reputazione in un ambiente difficile e per un lavoro tanto complesso quanto poco retribuito come quello dell’incisore, cui si dedicò per pubblicazioni di gran pregio: amico dell’Aprosio e del Piola realizzò, per esempio, su disegno di quest’ultimo la bella incisione per il frontespizio della tragedia Belisa al cui testo Aprosio fece allegare, in accordo con l’autore Antonio Muscettola, un suo elogio critico intitolato Le Bellezze della Belisa: parecchio dopo sarebbe ritornato proprio per Aprosio all'arte dell'incisione realizzando su disegno del Fiasella l'eterea antiporta del volume La Biblioteca Aprosiana la più significativa opera di Angelico Aprosio che , forse per gratificarlo dell'impegno profuso ne parlò con espliciti elogi in un brano del suo repertorio bibliografico, riportandovi anche un saggio poetico non disprezzabile dell'incisore di Badalucco [ pur volendo apparire un sostenitore dell'arte destinata a non turbare le coscienze Aprosio era comunque un assertore dell'arte nuova che s'andava affermando e pur dissertando con moderazione su vari aspetti del dilettare o giovare dell'arte proprio in questa antiporta (contro la feroce opposizione dei numerosi e potenti ecclesiastici conservatori estremi dell'arte antica ed intransigenti partigiani dell' assoluta intangibilità degli edifici ecclesiali) per certi versi il frate bibliofilo riassunse alcuni concetti della sua opinione sulle iridescenti interazioni fra prodotti artistici e luoghi di loro conservazione quasi un segnale della sua volontà di creare una sorta di Camera delle Meraviglie in cui il Contenuto (cioè Libri, Quadri, Raccolte antiquarie ecc.) operasse in inscindibile sinergia con il Contenente (cioè l'Edificio Murario della Biblioteca) producendo messaggi crittati ma decifrabili ad una ricerca stretta di iniziati o "Fautori" : e non pare un caso la realizzazione, senza finalizzazione a stampa, di un'enigmatica icona o chiave di decrittazione della Biblioteca Aprosiana da noi scoperta e qui proposta verosimilmente lasciata a livello di manoscritto grafico e testuale proprio in forza delle problematiche esistenziali che resero impossibile finalizzare per lo Striglioni un progetto proprio a lui proposto.
Lo Striglioni infatti, che fu anche poeta e che a giudizio di molti aveva ben più talento d’altri incisori in auge, dovette abbandonare presto Genova, riducendo di parecchio la sua attività artistica, mai però abbandonata, quasi fosse un’esigenza profonda del suo spirito. Comunemente si dice che il ritorno dello Striglioni nel Ponente ligure sia dipeso da sopraggiunte difficoltà economiche e dalle pressioni dei parenti che lo volevano vicino: si sa che vinse per concorso la parrocchia di Riva Ligure ove si trasferì vivendo meglio col soccorso dei redditi o prebende della chiesetta. Poi nel 1666 ottenne un’altra parrocchia, quella della natia Badalucco ove si recò a visionare la bella chiesa che si stava ampliando ed abbellendo: egli stesso dispiegò il suo talento in qualche intervento pittorico all’interno dell’edificio sacro. Così narra una certa prudente riscostruzione storica: ma la fuga da Genova, un pò troppo repentina, fa pensare che le cose siano andate diversamente nella forma e nella sostanza.
Certo lo Striglioni tornò a casa ma cosa v’era nel profondo delle cose? Non lo si potrà mai affermare con certezza ma è probabile che, alla base di tutto, vi fosse l’insofferenza della sua vita, una serie di incomprensioni inusuali per un religioso controriformista, soprattutto un tenore di vita stridente, nella voce corrente, coi dettami della “condotta normale”.
Aveva 52 anni il raffinato artista quando fu accusato di Sodomia reato terribile, per Chiesa e Stato, nel crepuscolo della Controriforma , quando si cercava di reprimere i costumi, per celare la crisi di un'epoca caratterizzata da splendori ma anche da bassezze e colpevoli emarginazioni sotto il velame degli “Atti di Fede”, dei “Libri Proibiti, del terrore di Malie e perversioni diaboliche esorcizzate spesso attraverso una caccia intransigente non solo alle "streghe" ma al variegato ed incolpevole mondo dei "Diversi".
Ma Striglioni era pure un religioso e secondo le norme intercorrenti tra Stato e Chiesa doveva esser giudicato dal foro ecclesiastico, al limite dal foro misto, non dalla sola legge dello Stato genovese = e per quanto debba rimanere solo un'ipotesi nella totale mancanza di rigurado per il prete-artista potrebbero risiedere anche delle aggravanti quali il suo comportamento notoriamente irrequieto non solo in ambito della sfera sessuale ma pure delle opinioni espresse e delle scelte artistiche non escluso il fatto d'aver partecipato a favore d'Aprosio ad una querelle sull'erezione della Biblioteca Aprosiana che doveva aver lasciato degli strascichi e fatte sopravvivere antipatie ed odi attesa la stessa cautela usata da Aprosio nel congedare la fine degli scontri con gli oppositori delle sue iniziative progettuali ed artistiche.
Lo Striglioni venne interrogato, torturato senza riguardo, tenuto prigioniero in carceri oscure e maleodoranti: il suo stesso nome non si pronunciava più con sicurezza, quasi fosse un segreto da non svelare il fatto d’averlo conosciuto e d’esserne stato amico.
Finché tutto finì, o così parve, nel 1682: l’accusa cadde quasi di colpo, anche se il prete artista, sfinito ed innocente per Stato e Chiesa,non venne mai giustificato dall’opinione popolare, solo poco prima accesa contro di lui per via d’ una certa propaganda giudiziale alimentata soprattutto da “fama e dicerie”, i “Media” primordiali che anticipavano, di molto ma con una certa elementare efficacia, i gazzettini scandalistici.
Era grigia, quasi cupa la sera del primo settembre del 1685 quando Gio. Mattia Striglioni se ne stava solo in Badalucco, forse a meditare sul suo destino di solitudine: chissà se aveva presagito la propria morte, quell’archibugiata di “nessuno” che l’avrebbe fulminato nel silenzio del paese, dove forse molti erano al corrente ma in cui nessuno mai parlò né denunciò l'omicida o l’assassino (allora i due termini non indicavano lo stesso tipo di criminale) che a parere di qualcuno sarebbe stato personaggio noto a tutti.
Ma questa era la legge del tempo: la legge feroce della violenza contadina o popolana o della violenza locale.
E sul sangue versato, come avvenne da sempre e sarebbe avvenuto, anche in questo caso alla fine cadde il silenzio



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