PALME

Bordighera è nota come la "CITTA' DELLE PALME", per esser sede del più settentrionale (43° di latitudine quando la pianta cresce fra i 15°-20°) areale di sviluppo di Phoenix dactylifera, l'autentica palma africana (alta fino a 20 m. e dalla corona variabile da 20 a 40 foglie verdi) riconoscibile dal fusto sottile detto "stipite" e dalle tracce geometriche delle "vecchie foglie cadute".
G. Bessone (Bordighera: palme d'autore - La lavorazione del "parmurelu" pasquale nelle fotografie di Ferruccio Carassale, Bordighera, 1992), dopo un cenno alla leggenda dell'anacoreta Ampelio che avrebbe introdotto nella zona la coltura delle palme da dattero, cita l'ipotesi di una forse casuale importazione della pianta africana ad opera degli antichi marinai FENICI che qui commerciarono da epoche remote.
Prescindendo da qualsiasi congettura di fantasia, dati certi e documentari sulla COLTURA DELLA PALMA in LIGURIA OCCIDENTALE datano dal quattrocento quando le FOGLIE DI PALMA per un verso risultavano ormai ben legate alle coreografie della contemporanea religiosità e per altro aspetto dai contatti commerciali con le COMUNITA' EBRAICHE che parimenti delle PALME si servivano per le loro tradizioni religiose e cerimoniali (non è peraltro casuale che un grande scienziato del '600 come FRANCESCO REDI ci ha lasciato le sue poco note ma interessantissime OSSERVAZIONI SULLE PALME proprio in merito ad una curiosa e personalissima investigazione in lui suscitata dall'uso delle stesse in occasione della DOMENICA DELLE PALME).
In origine (in ambito cristiano-cattolico) le FOGLIE DI PALMA artisticamente lavorate vennero usati per celebrare scenograficamente la ricorrenza della DOMENICA DELLE PALME (in seguito alla rivisitazione della CHIESA CATTOLICA ROMANA per effetto del CONCILIO DI TRENTO il loro uso venne esteso ad altre occasioni di CERIMONIALITA' LITURGICA, passando dalle PROCESSIONI SOLENNI alle manifestazioni pubbliche in OCCASIONE DI QUALCHE ABIURA DA RELIGIONI RIFORMATE O PAGANE.
Le FOGLIE lunghe e strette venivano legate durante i mesi di maggio - giugno con funi e legami sì da non far entrare luce solare nel fascio così ottenuto.
Venivano sciolte nei successivi mesi di febbraio o marzo dell'anno seguente.
Allora le FOGLIE INTERNE la cui pigmentazione, per carenza di fotosintesi, si era anemizzata, di modo che avevano assunto coloritura biancastra, erano tagliate in numero da 3 ad 8 ed a fasci di 60 si spedivano a Roma: donde derivò loro il nome di PALME PAPALINE.
In contesto locale invece, in forza di un lavoro di intreccio delle lacinie, si realizzavano (seguendo l'estro creativo dei diversi artigiani) i PARMURELI (PALMORELLI).
Invece a riguarda della tradizione celebrativa degli Ebrei si ricorreva a FOGLIE DI PALMA CORTE ma larghe e resistenti, pigmentate in giallo o verdino.
In questo caso le FOGLIE DI PALMA erano legate nel mese di marzo prendendosi però la cautela di lasciare le foglie sufficientemente larghe da permettere alla luce solare di filtrare quel tanto che fosse necessario per determinare il bastante processo di pigmentazione.
Le FOGLIE così trattate erano poi tagliate partendo dal mese di luglio sino a quello di settembre: tale processo si teneva annualmente a contrario di quanto accadeva per le PALME PAPALINE utilizzabili solo ogni biennio.
Negli Statuti Comunali di Sanremo del 1435 (pp.119-120 - capo 57) si legge una norma particolare, quella per cui chi intendeva comperare FOGLIE DI PALMA si obbligava all'acquisto di un identico valore di CEDRI (propriamente tot cireos quot palmas): lo stesso sarebbe poi valso anche per le LINGUE e PALMITE commestibili da acquistarsi con un'identica partita di CEDRI da caricarsi peraltro, ai fini della commercializzazione, valendosi dei servizi della città e non di altri luoghi.
Data l'importanza di questa produzione (per tutto il Ponente ligustico) si curava di tutelarla in ogni modo.
Per questo esistevano i CENSALI DEL TODESCO cioè di sensali tenuti a vigilare sulla regolarità delle procedure: al riguardo in un documento del 29 luglio 1667 si legge che "persona alcuna di che grado, stato et condizione che sia, non possa tagliare cedri né palme di sorta alcuna senza l'assistenza delli Censali del Todesco ò d'alcuno di essi...".
Nel documento si allude ad un'altra figura di operatori del settore artigianale legato alla COLTURA DELLA PALMA: si tratta dei TAGLIATORI DI PALME che (come si legge in un documento del 19-I-1664) oltre ad essere censiti ed iscritti in "apposito libro" dovevano altresì giurare:"...d'esercitare detto officio lealmente e fedelmente né comprar ò tagliar fuori che dai veri padroni".
Se però il Consiglio di Sanremo il 5-agosto-1667 provvide a sancire che "...in l'avenire ogn'anno per oviare le frodi che si sentono nel taglio delle palme all'ebrea...si deputi 4 tagliatori e chi taglierà senza esser deputato incorra nella pena di 25 lire...".
La tutela della produzione devidentemente doveva fare i conti con vari interessi se ancora il Consiglio ordinò che "tutti li mercanti di palme che hanno magazzino di esse debbano permettere alli Cursori, essendo da essi richiesti, che si servano nel loro magazzino di quelle palme che mancano per serviggio della Santa Sede et il prezzo di esse sarà fissato dalli Magnifici Priori": onde evitare frodi e giochi al rialzo dei prezzi le autorità locali intimavano anche agli Ebrei di "denonciare prima di partire dal presente luogo, con qual vascello inviamo li cedri e palme e la quantità loro all'Illustrissimo Signor Comissario..." (documenti custoditi nell'Archivio Storico del Comune di Sanremo - villa Zirio, volumi 76 - 80).
Il COMMERCIO DELLE FOGLIE DI PALMA costituì a lungo una voce importante dell'economia del ponente ligustico e di Sanremo in particolare e non a caso R. Andreoli (Storia di Sanremo brevemente narrata, Antonelli, Venezia, 1878) scrisse in merito:"Non bastando a tanto lavoro le braccia degli adulti, sino i fanciulli di tre anni in su adoperavansi nel raccogliere e portare alla marina le fronde delle palme che, spedite per tutta Italia e in molta parte della Francia, fruttavano quantità non piccola di denari".
Tuttavia una riflessione particolare merita a riguardo delle PALME PAPALI l'episodio del CAPITANO MARITTIMO BENEDETTO BRESCA (di famiglia sanremese per molti ma di origini bordigotte per altri studiosi) sposato con tale MARIA BARNABA nel 1595 e defunto in Sanremo nel 1603.
Dopo gli inutili tentativi di 4 predecessori, papa Sisto V si propose di far spostare in centro di piazza San Pietro il gigantesco OBELISCO EGIZIANO eretto da Caligola entro il circo del Vaticano in memoria di Augusto e di Tiberio.
Per 300 metri, con dispendio di fatiche, l'architetto DOMENICO FONTANA riuscì nell'ardua impresa di far portare nella piazza il monumento (30 aprile-7 maggio 1586) che venne poi sollevato per con funi e carrucole.
Dato il difficile lavoro il Pontefice aveva imposto, pena la morte, il silenzio totale durante le operazioni: il Bresca però da buon marinaio, vedendo tendersi pericolosamente le funi fra le pulegge, osò esclamare nel silensio "Aiga ae corde", cioè "bagnate le corde (per evitare che si spezzassero)".
Sisto V, visto che l'espediente salvò l'impresa evitando una rovina, non solo evitò di mandare a fine le sue minacce ma accordò in perpetuo al Bresca ed ai suoi discendenti l'onore di inviare ogni anno le palme per la Pasqua dalla terra di Liguria sin a Roma (tradizione interrotta da Papa Giovanni Paolo II che predilige l'addobbo del solo ulivo anche per un superiore rispetto della più antica tradizione liturgica cattolico-cristiana in merito alla ricorrenza del Mercoledì delle Ceneri).
Il bordigotto Cesare Perfetto, per non interrompere la storica costumanza, si è allora assunto sia l'onere che l'onore di continuare gratuitamente l'invio delle "Palme pasquali" nella Città del Vaticano.
Sulla fine della storia i dati certi mancano e in fondo si sono avanzaati dubbi anche sull'episodio connesso al "salvataggio dell'Obelisco".
E' però doverso registrae una scoperta fatta dalla Famija Sanremasca che sul suo giornale intitolato "A gardiora du Matussian" (III, 1, 1984, p.4) editò in traduzione un documento latino proposto da Cesare Cantù (Storia degli Italiani, UTET, Torino, 1895,V, p.26 e nota) che papa Pio VII rilasciò al dottor Giacomo Bresca onde ringraziarlo del dono di due PARMURELI.
In effetti si trattava di un ATTESTATO in cui la segreteria del Pontefice redasse questa significativa considerazione:"E' certo, non c'è nascosto, come tu sia nato da quella famiglia dalla quale è nato l'uomo che, con molto provvido consiglio e con utile ammonimento, prestò grande e diligente opera nell'innalzare l'obelisco vaticano, per la qual ragione da Sisto V, nostro predecessore, ottenne l'altissimo privilegio in virtù del quale egli solo ed i suoi posteri, escluso ogni altro, abbia il diritto perpetuo di portare a Roma i rami di palma per la cappella pontificia e per le altre chiese dell'Urbe".
Si tratta però di un atto tardo e sostanzialmente muto (riporta una notizia diffusa ma non ne testimonia in modo documentario la genesi).
Calcolando l'oculatezza del Sacro Palazzo nel concedere privilegi è fuor di dubbio che qualcosa di molto prossimo alla presunta leggenda doveva pur esservi.
I Bresca intrattenevano da molto tempo fruttuosi e agevolati commerci con lo Stato Pontificio.
U. Martini (La marineria di S. Stefano, Riva di Taggia e Sanremo, in "Rivista Ingauna e Intemelia",I,2, 1946, pp.25-27) fece già cenno al monopolio commerciale delle PALME, nel traffico con Roma, attribuito per l'appunto ad una famiglia Bresca che per di più aveva aperto una sua rappresentanza a Ripa di Roma: e d'altronde esiste una polizza di carico del 1718, con firma del patrone di barca Giacomo Bresca, da cui si evince che la BARCA DELLE PALME gestita dai Bresca intratteneva stabili collegamenti comjmerciali tra Sanremo e Roma di modo che all'andata si portavano FOGLIE DI PALMA lavorate, agrumi, olio d'oliva, vini moscatelli ed altro ancora mentre in occasione del viaggio di ritorno si caricavano prodotti da esportare in Riviera.
Attesi questi contatti non pare casuale che il 30-IX-1795 l'Autorità Pontificia abbia emesso un'ordinanza in cui si legge:"Essendo stato il Capitano Stefano Bresca di San Remo per il commissionamento delle PALME occorrenti al servigio del Sacro Apostolico Palazzo e volendo Noi che il medesimo goda di tutti i PRIVILEGI, ESENZIONI E PREROGATIVE SOLITE E CONSUETE...".
In questo caso trattandosi di un documento da prassi burocratica e non di un attestato onorifico parrebbe intendersi che a monte della voce riferentesi a PREROGATIVE ED ALTRO risiedesse una attestazione documentaria concreta: trovandola si potrebbe indubbiamente fare luce su un episodio affascinanate ma che, per quanto non scientificamente documentato, conserva in se stesso la sostanza della veridicità effettuale.






FONTANA, Domenico, Della trasportazione dell'Obelisco Vaticano et delle fabbriche di Nostro Signore Pio V, In Roma: appresso Domenico Basa, 1 590. Fontana ( 1543-1607) compì fondamentali modifiche al paesaggio di Roma, grazie al mecenatismo di Papa Sisto V con una serie di progetti che vanno dalla completazione della Basilica di San Pietro agli interventi all'Acqua Felice, all'ala Sistina nella Biblioteca Vaticana, ed alla Piazza del Quirinale. La sua opera più straordinaria, descritta in questo testo, è nondimeno lo spostamento di circa '50 metri delle 381 tonnellate dell'obelisco dal fianco al fronte della Basilica.
Questa significativa descrizione del capolavoro di ingegneria del Fontana, fornisce una gran massa di notizie architettoniche, meccaniche, pratiche e storiche. Comprende le proposte degli avversari di Fontana col resoconto dettagliato dei calcoli sul peso e sull'altezza dell'enorme pietra, sulla potenza necessaria per trasportarla, la descrizione dei congegni e dei ma teriali usati, e le attrezzature speciali costruite per il progetto. Il testo spiega in modo molto chiaro come Fontana reclutò, organizzò ed alimentò le sue maestranze; comprende le traduzioni di tre editti papali che gli conferivano pieni poteri neli'aprovviginamento dei materiali, nel demolire qualsiasi sruttura che fosse di ostacolo alla sua opera, e la descrizione passo dopo passo dei lavori di spostamento durati quattro mesi, con l'apporto di 900 uomini, 150 cavalli e 47 gru.
Le stupende tavole incise furono eseguite da Bonifazio Natali su disegni dello stesso Fontana e sono una testimonianza importante dello sviluppo del disegno architettonico.



Decisamente non molto nota e' l'attivita' dei PESCATORI DI CORALLO nel Ponente Ligure che pure sin da tempi remoti ha costituito un'attività rilevante per le popolazioni del ponente ligure con un "epicentro" che si può individuare nel DIANESE e particolarmente nel territorio di CERVO dove la CHIESA PARROCCHIALE fu in pratica eletta a proprio SANTUARIO dai CORALLIERI che vi portavano i loro ex voto dopo le non facili spedizioni per la raccolta nei mari della Corsica e della Sardegna.
La commercializzazione del CORALLO, tanto ricercato quanto misterioso dall'antichità fin al 1700, costituì verisimilmente un cespite di guadagno per le genti di questa zona: e non è affatto da escludere che il prodotto venisse poi trasportato sin sui mercati piemontesi attraverso le vie marenche.
Nella storia di tale attività è comunque da segnalare l'importanza che per il commercio del CORALLO assunse per Genova e tutta la Liguria l'isola tunisina di TABARCA.
A conclusione di queste riflessioni non si può tuttavia dimenticare l'opera dei CORALLIERI DI BORDIGHERA che operavano ancora nel XIX secolo nel mare antistante la loro base "portuale" identificabile colla borgata in cui mediamente risiedevano, quella venutasi a formare intorno alla baia che prese nome dalla chiesa medievale di NOSTRA SIGNORA DELLA RUOTA.






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NOTIZIE INTORNO ALLA NATURA DELLE PALME
[edito in Francesco Redi - scienziato e poeta alla Corte dei Medici, a cura di W. Bernardi, Università degli Stdi di Siena, 2001, CD - multimediale]
1-
DEDICA E SCOPO DELL'OPERA
2-SULLA GENERAZIONE DELLE PALME
3-LA COLTURA DELLE PALME (MIELE DI PALMA - LIQUORE DI PALMA - USO DELLE PALME IN ALIMENTAZIONE E MEDICINA)
4-LA PALMA DENOMINATA CAMEROPE
5-IL GIUMMAR: GLI EQUIVOCI SORTI SUL CERVELLO DELLA PALMA
6-LATTE DI PALMA - OLIO DI PALMA: FUNZIONI PRATICHE E MEDICAMENTOSE



NOTIZIE INTORNO ALLA NATURA DELLE PALME
scritte da Francesco Redi
al Serenissimo Sig. Principe di Toscana Cosimo III
Quell'africano chiamato Chogia Abulgaith ben Farag Assaid, che Vostra Sig. ne' giorni passati mi fece conoscere, io lo trovo un uomo di buona condizione e ben costumato, e, per maomettano che ci si sia, parmi più che ragionevolmente dotto e di non ordinaria intelligenza; laonde si può credere esser vero che egli abbia lungamente studiato, come ci dice, nelle numerose e grandi scuole di Fessa, e che di là venisse chiamato poi con partiti onorevoli in Barberia, dove per lo spazio di quindici anni fu solenne maestro dell'Alcorano, e dell'arabiche lettere nella Corte di Hagi Mustafa Las, Re di Tunisi. Ha non poca ragione l'eruditissimo Sig. Erbelot di farne stima, e di non avere a vile di comunicar talvolta seco gli amenissimi suoi studi intomo all'antiche, ed alle più moderne lingue orientali. E vaglia il vero che Abulgaith ne possiede molte, e le favella, e le scrive con franchezza, sicché tutti quei pochi, che in Firenze ne hanno qualche cognizione, rimasi ne sono ammirati. Egli, mercé de' riveritissimi comandamenti di V. Sig., frequenta spesso la mia casa, e ad alcuni miei amici amorevolmente spiega i principi non solo, ma le finezze ancora della lingua arabica, ed oggi, dopo un lungo esercizio di quella, non poteva resistere con lacrime di tenerezza, e con tutti quei modi più ossequiosi che portano i costumi della sua gente, d'esagerar meco la pietosa generosità del Serenissimo Gran Duca, che gli ha restituito la libertade, e quindi non si saziava di ridirmi quegli affabili ed umanissimi trattamenti, co' quali da V. Sig. viene accolto. Io per me tengo per fermo che questi abbiano ad essere a lui stimoli efficacissimi per lasciar la falsa maomettana setta, e per ricovrarsi nel grembo del cristianesimo, e di già mi sembra di scorger qualche barlume di questo suo pensiero, e di già veggio l'interna guerra del suo cuore:
qual e quei, che disvuol ciò che volle,
E per nuovi pensier cangia proposta,
Sì che dal cominciar tutto si tolle.
In ml guisa appunto credo ora che segua nell'agitata mente di costui; ma io spero che il genio migliore sia per riportarne la vittoria; e tanto più lo spero, quanto ch'ei già comincia svelatamente ad accorgersi delle manifeste contraddizioni, e delle ridicolose favole, che sono nell'Alcorano, ed anco alle volte se ne lascia scappar di bocca qualche non ben terminato accento, ed interrottamente fra' denti ne favella; anzi, da certi giomi in qua, egli è fatto curiosissimo d'intendere i misteri della nostra fede, e cerca di sapere i riti e le cerimonie della Chiesa, ed a qual fine sien fatte; onde mi convenne, la settimana passata, dargli minuto ragguaglio della festa e della distribuzione delle palme, che in alcuni de' nostri templi fu da lui con particolare attenzione osservata. Dopo che io l'ebbi nel miglior modo, che lo sapeva, soddisfatto, essendomi con tale occasione venuto desiderio di apprendere alcune curiosità intorno alla natura dell'albero della palma, intrapresi ad interrogarlo, per vedere se dalla viva sua voce mi fosse per avventura venuto fatto di intendere ciò che io non aveva bastantemente potuto col mezzo degli scrittori della naturale istoria; e rimasi dalle sue risposte così appagato, che poco, o nulla restandomi di dubbio, mi son lasciato, forse con soverchio ardimento, persuadere di portarne a V. Sig. quelle stesse notizie, le quali, se le giungeranno per avventura nuove, averò io soddisfatto al mio dovere, e pel contrario mi rendo certo che la somma benignità di V. Sig., da me tante volte esperimentata gradirà il mio ossequioso intento.
La palma è un albero frequentissimo, e di grand' uso nell'Asia e nell 'Africa; ma nell'Europa, e particolarmente nella nostra Italia, raro si vede, e se pur si vede, o non vi fa i frutti, ovvero non gli conduce a maturazione; e di ciò, oltre la quotidiana esperienza, ne fa testimonio Plinio nel decimoterzo della Storia naturale, e prima di Plinio ce lo avvertì Varrone nel secondo libro degli Affari della villa. Ama la pianura, e non isdegna affatto la collina, purché vi sieno sorgenti d'acqua; imperocché non vi é cosa alcuna di che più tema la palma, quanto che del seccore, che la dannifica e la strugge; onde, quantunque ella voglia essere ben concimata e nudrita di letame, nulladimeno le è nocivo negli annuali asciutti, e ne' luoghi ne' quali non vi è argomento da poterla più che abbondantemente innaffiare; e se innaffiata sia, ed abbia l'acqua a tempo, ed il terreno se le confaccia, ella germina e fruttifica sì poderosamente, che talvolta una sola palma ha prodotta tanta abbondanza di frutti, da poterne caricar giustamente due cammelli.
Ma siccome, secondo che scrivono coloro, i quali le virtù delle piante, ovvero la lor natura, investigarono, l'erbe tutte e gli alberi hanno il maschio e la femmina, così in nessuna pianta è più manifesto che nella palma; imperocché vanno raccontando che la femmina senza maschio non genera, e non mena i frutti, e che all'intorno del maschio molte femmine distendono i lor rami, e pare che lo allettino e lo lusinghino, ed egli rovido ed aspro col fiato, col vedere, con la polvere le ingravida; e se il maschio o si secca, o venga tagliato, le femmine, che gli verdeggiano intorno, fatte, per così dire vedove, diventano sterili. Achille Tazio, nel primo libro degli Amori di Leucippe e di Clitofonte, descrive teneramente questi amori della palma, e con non minor galanteria ne fanno menzione Teofilatto Simocata nelle Pistole, Michele Glica negli Annali, Ammiano Marcellino e Claudiano, che nelle Nozze di Onorio disse:
Vivunt in Venerem fronteis, omnisque vicissim
Felix arbor amat, nutant ad mutua palmae foedera
.
Invilupparono però tutti costoro la verità con mille poetiche fole, conciossiacosaché egli è menzogna, per quanto Abulgaith mi dice, che sia necessario che il maschio si pianti vicino alla femmina e che dalla femmina sia veduto, e se ne sia da lei sentito l'odore, imperocché vi sono dei giardini e de' palmeti, ne' quali non vi ha maschi e pure le femmine vi sono feconde, e là dove sono i maschi, se dal suolo sien recisi, non per tanto quelle desistono ogni anno dal fiuttificare. Egli è con tutto ciò vero che i maschi contribuiscono un non so che per fecondar le femmine, ed io ne scriverò qui a V. S. quanto ne ho potuto comprendere, cioè che la palma, dell'età sua di tre, o di quattro, o di cinque anni infino al centesimo, produce, al primo apparir della novella primavera, dalle congiunture di molti de' piu bassi rami un certo verde invoglio chiamato da Dioscoride foinì x'elatòs, che cresce alla grandezza d'un mezzo braccio in circa, il quale poi, nel mese d'Aprile, quando è il tempo del fiorire, da sè medesimo screpola, si apre e vedesi pieno di moltissimi bianchi ramuscelli, su pe' quali in abbondanza spuntano fiori simili a quelli del gelsomino, bianchi lattati, con un poco di giallo nel mezzo, e questo invoglio e questi fiori tanto son prodotti dal maschio, che dalla femmina; ma i fiori del maschio, che hanno un soave odore, e ne cade una certa polvere bianca, somigliante alla farina di castagno, dolce al gusto e delicata, e se ne vanno tutti in rigoglio? e mai non producono i dattili ancorché di diverso parere fosse Teofrasto. Pel contrario i fiori della femmina, che non hanno così buono odore e non ispolverano quella farina, fanno i dattili in gran copia, ma bisogna usarci alcuna diligenza' imperocché, quando incominciano a sbocciar dall'invoglio, o dal mallo che dir vogliamo, si taglia intorno intorno tutto l'invoglio, e nudi si lasciano i rami de' fiori, tra' quali s'intessono due o tre ramuscelli, pur di fiori colti dal maschio, quindi tutti uniti si legano insieme in un mazzo, e così legati si tengono fino a tanto, che quegli inseriti ramuscelli del maschio sieno secchi, ed allora si tolgon via i legami, e così vengon fecondate le femmine con quest'opera, senza la quale non condurrebbono i dattili alla perfezione ed alla buona maturezza. Se poi questa sia una superstizione, o pure un consueto modo di fare, forse ed inutile, io per me non saprei che credermene; so bene che il costume è antichissimo, e su questo fondamento andò favoleggiando Achille Tazio, quando disse che, se il maschio della palma sia piantato gran tratto lontano dalla sua femmina, tutto appassito infralisce e quasi vien meno, e ben tosto diverrebbe arido tronco, se il sagace agricoltore, conosciuto il di lui male, non istrappasse una vermena dalla desiderata femmina e non l'innestasse nel cuore di esso maschio, cioè nella più interna midolla da alcuni chiamata il cuore della palma. Io non posso però tacere che da alcuni altri mi è stato affermato che non è necessario, per render feconda la femmina, l'inserire quei due o tre ramuscellii de' fiori del maschio tra' fiori di essa femmina, ma che basta solamente spolverizzare sopra un poca di quella bianca farina che cade da' fiori del maschio, e se ciò fosse il vero potremmo dar fede a Plinio, che, scrivendo delle palme, ebbe a dire: Adeoque est Veneris intellectus ut coitus etiam excogitatus sit ab homine ex mariti flore, ac lanugine, inferim vero tantum pulvere insperso foemini.
Ma sia come esser si voglia, quando si fa questa opera di fecondar le femmine, i dattili dentro a' fiori sono della grandezza d'una perla, ed allora grandemente son danneggiati dalle pioggie, che in ogni altro tempo sono utilissime, e sovente bisognevoli e necessarie per lo ingrossamento e maturazione di essi dattili, i quali, caduto che è il fiore appariscono di color verde, ma, cresciuti alla grandezza d'una uliva, cominciano ad ingiallire, ed a poco a poco, pervenuti nell'autunno ad una stagionata maturezza, diventano rossi, e quando son così rossi e maturi sull' albero, ne gocciola talvolta (e lo riferisce ancor Plinio) un certo dolce liquore, che si rappiglia e divien granelloso come il mele, onde fu poi introdotta l'usanza di cavar con arte il mele da questi frutti, imperocché, quando son vendemmiati, se ne fa una gran massa in una stanza, che abbia il pavimento di marmo con un canaletto in mezzo, che conduce il mele, il quale continuamente da sé medesimo scola dalla massa e lo conduce, dico, in un bogoletto, o bottano, di dove raccolto serve a molti di quegli usi, pe' quali è adoperato i1 mele delle pecchie. Ma non solo il mele si cava da' dattili, anzi in molti paesi ne viene spremuta una certa bevanda che può servir per vino; e siccome del vino se ne fa del più generoso, e del più debole, così di quella bevanda se ne trova della più dolce e della più insipida, e talvolta della più brusca, secondo la diversità de' dattili, da' quali è stata spremuta. Dara è un paese lontano da Marocco sette giornate verso mezzogiorno, dove ne fanno alcuni che sempre son verdi tanto acerbi quanto maturi, son più grossi degli altri, e molto migliori; seccati al Sole divengono assai duri, e stritolati co' denti sembrano zucchero candito; quindi è che si chiamano Busucri, cioè padri dello zucchero. Alcuni altri si colgono a Tausar, luogo del reame di Tunisi, e son detti Hura, di color bianco, di sottilissimo nocciolo, di sapore squisitissimo, e non cedono a quegli che Ftaimi si appellano, i quali son molto stimati, e per la loro eccellenza si mandano a donare in Costantinopoli. Nello stesso paese di Tunisi se ne vede d'una spezie, che son detti Menacheirzeneib, assai buoni, ma hanno il nocciolo più grosso di quel che se lo abbiano gli Ftaimi e gli Hura. Alle Gerbe vi son dattili che si chiamano Lemsi, ed ancorch~ sieno acerbi sono assai dolci, e non hanno quell'afro e ruvido sapore, che si sente in tutti gli altri dattili non maturi. Ed invero che il sapor degli acerbi esser dee molt'aspro ed astringente,o,comesuol dire la plebe, strozzatoio: essendo che Plinio racconta che certi soldati del Grand'Alessandro, mangiando de' dattili acerbi, rimasero strozzati nel paese di Gedrosia. Trovansi ancora cert'altri dattili neri, detti Nachalet al ammari; questi, per essere molto primaticci, hanno grandissimo spaccio. Grandissimo lo aveano anticamente quegli che nascono nel contorno di Tebe d'Egitto, i quali sebbene son acidi, magri, sottili, e per lo continuo caldo riarsi, ed aventi piu tosto corteccia che buccia, nulladimeno erano di grand' uso nella medicina, se vogliamo dar fede a Dioscoride, a Galeno, a Teodoro Prisciano, a Gariaponto, e fra' poeti a Papinio Stazio che, scherzando con Plozio Gripo suo amico, gli novera tra quei donativi, che scambievolmente far si soleano ne' giorni saturnali, Chartoe, Thebaicaeve, Caricaeve.
Osservo qui, per trascorsa, che da Stazio si chiamano i dattili Thebaicae, tralasciando di servirsi del proprio lor nome, il che fu costume frequentissimo appresso gli antichi autori, latini e greci, tra' quali il pnncipe de' medici, Ippocrate, dovendo far menzione del Cumino, usa la sola voce Etiopico, conforme fu considerato da Galeno nel Glossario delle antiche voci che si trovano in Ippocrate, dicendo aithipikòn, upakesteòn tò kéminon.
. E Teocrito, nell'idillio decimoquarto, con la sola voce Bùblinos intende di mentovar quel vino, che raccoglievasi nelle collinette di Biblo, castello nella Celesiria alle falde del monte Libano; ed era un vino molto odorifero, per quanto racconta Archestrato appresso Ateneo nelle Cene. Questa così fatta maniera di dire, mi fo a credere che gli Scrittori l'imparassero da coloro, che vendono le frutta o altre simili cose, i quali son soliti, per ispacciar più facilmente la loro mercanzia, di darle credito e di avvalorarla col nome di quel paese, in cui suol nascere migliore: e mi sovviene di aver letto in Ciceron, che un certo Barullo, il quale nel porto di Brindisi avea portato a vendere fichi di Cauno, andava gridando ad alta voce: Cauneas, Cauneas. Cum Marcus Crassus exercitum Brundusii imponeret, quidam in portu caricas Cauno advectas rendens Cauneas clamitabat. . Lo stesso raccolgo ancora da Plinio, nel decimoquinto libro della Storia naturale: Ex hoc genere sunt, ut diximus, Coctana et Caricae, quaeque conscendenti navim adversus Parthos omen fecere Marco Crasso venales praedicantis voce Cauneas. Molti altri esempli potrei trascrivere, se non fosse omai tempo di troncare questa soverchiamente noiosa digressione, e di tornare a ridire delle palme, che non solo ci partoriscono i dattili per cibo e per medicina, ma ci somministrano, per cibo pure e medicina, quella bianca, tenera e dolce anima e midolla che si trova nel tronco dal principio de' rami fino alla cima, di cui facendo menzione Galeno, Plutarco, Ateneo e Filostrato, dissero che si chiamava enképhalos tés phoìnikos, cioè cervello dalla palma; il qual cervello, se le sia cavato, inaridisce la palma e si mnore, e ciò mi viene costantemente affermato da Abulgaith.
Ma non è da tacere che Teofrasto e Plinio raccontano esservi una certa specie di palma, molto differente dalle altre, nominata kamairriphés, la quale vive ancorché se le cavi il cervello, e rescisa fra le due terre di nuovo rigermoglia.
Questa, secondo il testimonio di Teofrasto, di Plinio, del Mattiolo, di Castor Durante, di Remberto Dodoneo e di Gio. Bavino, nasce frequentemente in Candia, in Ispagna, nel Monte Argentaro ed in Sicilia, dove, siccome a Napoli, il di lei cervello, conservando in gran parte l'antico ed originale suo nome greco chiamata cefaglione.
Ma la midolla o cervello dell'altre palme dattilifere, dagli Arabi è detta Giummar; ed allora, quando Chogia Abulgaith mi diede contezza di tal nome, io rinvenni qual rimedio fosse quello che Giorgio Elmacino, autore arabo, scrive che da un tal medico fia somministrato ad un principe della schiatta degli Abassidi: Haronem (dice Elmacino, secondo la interpretazione dell'Erpenio) Haronem Raschidum laborasse aliquando profluvio sanguinis, medicum autem suasisse esum Giummari palmarum; ed appresso: Cum Giummarum palmae edit, convaluisse. Si ingannò grandemente l'eruditissimo Tommaso Reinesio, mentre spiegando questo passo dell ' Elmacino, e cercando qual parte della palma fosse il giummar, disse esser il fiore di essa palma non per ancora uscito dall'invoglio. Ma se s'inganna il Reinesio, s'inganna ancora, non meno di lui, un antico spositore di alcune voci arabiche, il quale si credeo che il giummar fosse la nespola. Questo istesso giummar è quello, che da Gerardo Chermonese, nella traduzione latina di Avicenna, lib. 2 cap. 359, fu chiamato jumar, e da Andrea Alpago, nelle note, fu detto giemar. Il giummar dunque, per mio sentimento, è la stessa cosa che il cervello della palma, chiamato da' Greci, come accennai, enképhalos tès phoìnikos di cui favellando Plutarco nel Dialogo di conservar la sanità , disse che mangiato induceva il dolor della testa: ma perché la palma e la Fenice colla medesima e sola voce phoì nix si dicono da' Greci perciò il dottissimo Tommaso Reinesio, nelle varie lezioni osservra un grosso errore commesso dall'interprete di quel dialogo di Plutarco; imperocché, facendo latine quelle parole enképhalos tès phoìnikos , in vece d'intenderle del cervello della palma, le intese per quello della Fenice. Da simile equivoco rimase deluso il gran Tertulliano, nella sposizione del salmo 92, dìkaios òs phoìnix authéso , il giusto fiorirà come la palma, credendosi che David avesse parlato non della palma, ma dell uccello chiamato Fenice, e quel che è peggio volle accreditar la favola col testimonio della Scrittura; qundi, coll'accreditata favola, volle persuaderci a credere il profondissimo mistero della resurrezione della carne. La verità di nostra santissima fede non ha bisogno di questi frivoli e bugiardi fondamenti, e molto mi maraviglio che il gran Tertulliano si attenesse a sì fatte baie. Anco il greco Giorgio Pisida esortava a credere la resurrezione de' corpi alla fine del mondo coll'esempio della stessa Fenice; ed il Sig. de Dighi ne cava argomento da certi granchi favolosamente rinati dal proprio lor sale, con manifattura chimica preparato e condotto. Ma di ciò sia detto abbastanza, non meritando il conto di perder tempo nella confutazione di somiglianti, frivolissime bagattelle.
E tanto più che la palma mi richiama a scrivere di un certo liquore, che geme dal suo tronco, e con proprio e particolar nome nelle parti di Tripoli è chiamato Aghibi, e dagli altri Arabi comunemente vien detto Halib anachal, cioè latte della palma, per essere somigliantissimo al latte, e nel colore e nel sapore.
Per averlo si sfronda tutta una palma, e con un coltello s'intacca in più luoghi il tronco cui s'adattano intorno alcuni vasi recipienti il liquore che ne stilla, ottimo per cavar la sete e per rinfrescare, e perciò molto nella medicina adoperato, e particolarmente contro l'ardore dell'orina. Quel latte uscito dall'albero a poco a poco inacetisce, e racconta Gio. Eusebio Nierembergio che di esso, invece d'aceto, si servono i popoli del Congo nel di cui caldissimo paese molte maniere di palme si trovano, tra le quali ne sono alcune che fanno dattili, dal di cui nocciolo se ne cava un olio simile al burro, utilissimo ne' cibi, e per ardere ne le lucerne. Un'altra spezie di palma, noverata tra le salvatiche, germoglia pur nel Congo, con frondi abilissime a tessere stuoie e sporte, ed altri somiglianti lavori, e macerate come il nostro lino e filate, se ne fabbricano con ingegnosa maestria varie fazioni di panni, alcuni de' quali sono sull'andare de' nostri velluti piani e fioriti, e de' nostri dommaschi; ed io mi ricordo di averne veduti di più sorte e più colori, donati al Serenissimo Gran Duca da certi padri cappuccini, ch'erano ritornati dal Congo, ed affermavano che di quegli si vestono talvolta le genti di quel regno. Di minor manifattura, ma più degni di stima, credo che fossero quegli abiti, che di palme rozzamente si tessevano gli antichi solitari nelle sacre spelonche di Nitria, di Siria e di Tebaide, ad imitazione del primo Paolo Eremita.
Queste son le notizie che ho ritratte da Chogia Abulgaith, oltre molt'altre che non iscrivo, perché chiarissime trovansi appresso gli autori della naturale istoria e particolannente appresso Gio. Bavino, che delle palme profusamente ha trattato: laonde, non restando a me cosa alcuna da soggiugnere, faccio a V. S. profondissimo inchino.
Di V. S. Di casa, primo Maggio 1666




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