ARGELETO

In dialetto Argeleu (Argiletum) insediamento del XIII sec. ritenuto sede dell'antico tribunale di Pigna, rimanda allo sfruttamento di un terreno argilloso.
















La Liguria occidentale conobbe diversi tipi di emigrazione: in antico si ebbero degli spostamenti, anche a carattere stanziale, specialmente all'interno del Dominio di Genova e, probabilmente, il più significativo fu quello, avvenuto nel XVI secolo, che portò varie famiglie dell'estremo ponente ligustico a ripopolare e ricolonizzare il decaduto centro costiero, in Corsica, di Portovecchio.
Alla base di questi spostamenti vi furono in genere collassi economici mediamente connessi a significative catastrofi ambientali.
L'emigrazione verso paesi stranieri e primieramente verso la Francia si evolse soprattutto nel XIX secolo, ebbe tipologia ora periodica ora definitiva, ma risultò incentivata dalla facoltà per gli emigranti di poter utilizzare moderne sovrastrutture ed una più efficiente rete di contatti, viari e marittimi: in tale contesto sono da segnalare le realizzazioni, in merito alla Liguria tutta, del moderno tragitto costiero della Via della Cornice cui succedette, dopo alcuni decenni, il completamento di una efficiente linea ferroviariaria.
L' emigrazione italiana in Francia è stato uno dei processi emigratori italiani più antichi e più importanti, sia per le dimensioni, sia per le caratteristiche che, in termini numerici, si colloca al secondo posto dopo il flusso migratorio verso gli Stati Uniti d'America.
Quello verso la Francia fu in effetti un processo di emigrazione pressoché continuo tra il 1851 ed il 1967: e del resto il censimento francese del 1851 contava già oltre sessantatremila italiani.
Investigando per il ponente ligustico un'area campione su cui si detengono utili dati probatori, quella di Taggia, della valle Argentina e dei territori limitrofi, si può registrare che l'incremento dell'emigrazione in Francia è ancora da connettere a ben individuabili crisi socio-economiche (ma per la decadente Liguria la scelta dell'emigrazione come via di fuga da difficoltà esistenziali crescenti data già dal XVIII secolo) peraltro interagenti tanto con eventi bellici (come le scorrerie dei pirati barbareschi, le seicentesche guerre col Piemonte, la guerra di successione al trono imperiale ed ancora i conflitti napoleonici) quanto con rovinose calamità ambientali (tra cui in dettaglio due disastrosi eventi tellurici, precisamente il terremoto del 1831 e quello del 1887) ed ancora con nuove catastrofi epidemiche: per scorrere il succedersi di crisi agro-economiche e sociali oltre che grossi collassi demografico sanitari si può qui anche visualizzare, a titolo di documentazione ulteriore, l'ancora utile Manoscritto Borea sotto le diverse annate registrate con un diaristico ma esaustivo commento.
Tra il 1878 ed il 1882 si data la prima massiccia emigrazione italiana verso la Francia, peraltro agevolata dalla ricostruzione e dai grandi lavori di infrastrutture dopo le guerre contro la Russia, l'Austria e la Prussia: la "ricostruzione" della Francia esigeva infatti notevole quantità di manodopera, sì che el 1881 e 1882 emigrarono in Francia oltre centomila italiani.
Molti furono i Liguri e più specificatamente i Liguri occidentali che si trasferirono in area transalpina anche se tra il 1883 ed il 1900 il flusso migratorio subì un rallentamento per la crisi economico-sociale francese, per la questione tunisina, per il riaffermatosi nazionalismo ed anche per lo svilupparsi di atteggiamenti xenofobia e di razzismo antitaliani.
Proprio in questi anni si verificarono infatti le violenze ed i massacri dei Vespri Marsigliesi del 1881, di Aigues-Mortes del 1893, di Lione del 1894.
La seconda ondata migratoria in Francia tra il 1900 e 1914, con una portata di circa settantasettemila unità all'anno, fa diventare la comunità italiana la più consistente tra quelle straniere. Gli emigrati provengono per circa l'ottanta per cento da Lombardia, Toscana, Piemonte, Emilia. In prevalenza s'installano nelle regioni francesi dell'industria meccanica (Parigi, Lione), delle industrie chimiche ed alimentari (Ile de France, Marsiglia), delle miniere di ferro (Lorena), delle vetrerie del Sud-Est.
La presenza italiana nel Mezzogiorno francese è notevole: tra il 1876 e il 1900 quasi la metà degli italiani emigrati risulta si concentra nella circoscrizione consolare di Marsiglia.
La terza ondata migratoria si registra tra il 1918 ed il 1940 in conseguenza della domanda di ricostruzione, di sviluppo industriale, proveniente dalle miniere del Nord, dalle regioni devastate dalla prima guerra mondiale e dalle acciaierie dell'Est. Nel 1919 centomila italiani emigrano in Francia. Tra il 1920 e il 1925 si registrano annualmente circa centocinquantamila nuovi arrivi. Nel 1921 gli emigrati italiani in Francia sono quattrocentosettantamila. Nel 1931 si contano ben ottocentoottomila italiani.
Nel decennio tra il 1920 e il 1930 si registra accanto all'emigrazione economica anche quella politica dei rifugiati oppositori del regime fascista. L'emigrazione, proveniente da Emilia, Toscana, Trentino, Friuli, Veneto, Piemonte mantiene un certo legame con le origini e, nonostante le differenze culturali e linguistiche, riesce a migliorare il suo livello socioeconomico, realizzando un discreto miglioramento professionale.
La seconda guerra mondiale interrompe il flusso emigratorio. Dal 1945 al 1960 riprende l'emigrazione di massa, proveniente dal Nordest dell'Italia e soprattutto dalle regioni meridionali, come risposta al nuovo sviluppo economico, alla denatalità francese e alla guerra d'Algeria (1954-1962), che avevano ridotto la forza lavoro francese. Tra il 1946 ed il 1967 entrano in Francia cinquecentosessantamila italiani: nel solo 1957 ben ottantasettemila unità. Tra la fine degli anni 50 e fino agli anni 60 il flusso emigratorio, sopratutto dal Mezzogiorno d'Italia, è un esodo di massa.
Nel novembre 1945 viene istituito l'ONI, Office National d'Immigration per il reclutamento all'estero dei lavoratori necessari alla ricostruzione e sviluppo francesi. Decentrato nelle regioni francesi, bisognose di manodopera e nei Paesi stranieri di potenziale offerta, l'ONI ha selezionato, raggruppato e smistato milioni di lavoratori stranieri. Questi emigrati, con miti pretese, scarsa sindacalizzazione e grande capacità di lavoro hanno dato un contributo decisivo allo sviluppo economico della Francia.
L'ultima ondata migratoria si è conclusa a cavallo degli anni 1960 e 1970 orientandosi verso il Nord e l'Alsazia. Negli anni 60 il miracolo economico italiano, i Trattati di Roma del 57 sulla libera circolazione dei lavoratori, la preferenza per la Svizzera e la Germania, hanno segnato la fine dei grandi flussi emigratori italiani verso la Francia. Nel 1973 il saldo fra arrivi e partenze era quasi nullo: dei quattro o cinquemila italiani emigrati in Francia, altrettanti ne ritornavano in Italia. Secondo i dati dell'INSEE, l'Istituto nazionale francese di statistica, al censimento del 1982 risultavano residenti, da prima del 1975 o nati in Francia, circa trecentocinquantamila italiani.
Gli italiani naturalizzati francesi risultavano più numerosi di quelli che conservavano la loro nazionalità.
A parere di molti studiosi i francesi di origine italiana sarebbero circa tre milioni. Il modello francese d'integrazione-assimilazione, con il quale ogni immigrato ha dovuto confrontarsi, è legato al concetto di nazione che è il solo luogo possibile d'integrazione. La politica d'immigrazione francese è stata sempre una politica d'integrazione-assimilazione alla cultura, alla lingua, alla mentalità nazionale. In cambio gli immigrati potevano ricevere, almeno sul piano formale, gli stessi diritti dei cittadini francesi.
Più di ottocentomila nel 1931 e di duecentocinquantamila nel 1990 gli italiani hanno da più di un secolo contribuito a scrivere la storia sociale, economica, politica d'intere regioni della Francia. La storia del Paese di accoglienza non potrà essere più concepita solamente come storia dell'assimilazione delle comunità ivi immigrate, ma come storia economica, sociale, politica scritta insieme alle comunità immigrate, nel caso degli italiani, pronti ad un rapido adattamento ed inserimento nelle nuove realtà e portatori di valori e ricchezze culturali specifiche ed inalienabili.












Nell'agosto del 1893 avvengono gli incidenti più gravi e sanguinosi della storia dell'emigrazione italiana in Francia e precisamente nella zona paludosa delle saline di Aigues Mortes.
I giornalieri francesi soffrono per la concorrenza degli italiani e il 16 agosto iniziano gli scontri.
Il procuratore generale di Nimes scriverà nel suo rapporto che ad ogni istante degli italiani indifesi cadevano al suolo sotto i colpi dei lavoratori francesi forsennati che poi li lasciavano a terra privi di cure.
Per evitare i colpi gli italiani si sdraiavano a terra gli uni sopra gli altri mentre i gendarmi tentavano invano di proteggerli e le pietre volavano da ogni parte col sangue che sgorgava dovunque.
I morti ufficiali furono otto e parecchie decine i feriti gravi, ma nessuno contò le vittime nelle paludi dove si scatenò una vera e propria caccia all'uomo fino all'intervento della cavalleria.
I morti di Aigues Mortes resero deciamente rovente il nazionalismo sui due versanti delle Alpi.
Alla fine dell'ottocento città importanti come Marsiglia e Nizza erano inclini alla xenofobia nei confronti degli immigrati italiani.
I lavoratori italiani lavoravano a basso prezzo e quindi erano decisamente osteggiati dai manovali francesi, dagli sterratori, dai minatori e dagli scaricatori di porto.
Il 17 giugno 1881 le prime truppe francesi rientrano dalla spedizione in Tunisia dove hanno imposto il protettorato del Bey.
Un fischio sentito partire forse dal Club Nazionale italiano, dove non è esposto il tricolore francese come in tutti gli altri edifici, viene preso a pretesto per scatenare la caccia agli italiani che sono quasi sessantamila, uno ogni sei abitanti.
Hanno così inizio i moti destinati a prendere nome di vespri marsigliesi: gli incidenti dureranno fino al 20 giugno e avranno fine solamente con l'intervento dell'esercito francese.
Gli storici affermano che senza l'intervento dell'esercito ci sarebbe stato un massacro simile a quello della notte di San Bartolomeo del '500 con gli emigrati italiani al posto degli
ugonotti.