INFORMATIZZAZIONE B. DURANTE MINIATURA DATATA 1099 DEL REGIMEN SANITATIS

"Dopo un lungo periodo di decadenza, corrispondente alla diffusione del Cristianesimo, contrario alla dissezione, la medicina risorse nuovamente nei paesi mediterranei per merito degli Arabi e, in Italia, anche con il contributo di esperti medici salernitani.
La scuola di Salerno, secondo l'ipotesi di alcuni studiosi, vanterebbe origini antiche, risalenti probabilmente al VI secolo d.C., ereditando il sapere di una scuola medica operante a Velia fin dal V secolo a.C. Nel 1960 furono rinvenute a Velia quattro statue di medici tra le quali una dello stesso Parmenide medico. Lo storico P. Ebner, in seguito a questa scoperta, ha messo in relazione di continuità la scuola di Velia con quella di Salerno. Altri studiosi suppongono che la scuola salernitana abbia avuto origini romane.
Comunque la sua genesi è avvolta nel mistero, tesi peraltro confermata da molti storici di fama internazionale. I primi documenti, in cui appaiono tracce evidenti del sapere medico salernitano che, oltrepassando i confini della città, si diffuse e integrò con altri insegnamenti medici italiani ed esteri, risalgono al IX secolo. Vi è anche chi sostiene, ed è a mio avviso l'ipotesi più valida, che la scuola di Salerno non sia mai stata fondata, ma si sia lentamente costituita accrescendo il sapere medico ereditato nel corso dei secoli.
Nell'820 ca. l'arciprete Adelmo organizzò nei pressi del cenobio di San Benedetto un'infermeria che, in seguito, fu aggregata al medesimo convento. Nell'865 ca. il principe longobardo Guaiferio, nei pressi del suo palazzo, edificò una chiesa intitolata a S. Massimo, cui fu annesso un piccolo hospitium per vedove e orfani, affidato alle cure dei Benedettini, forse il primo conosciuto a Salerno.
Notevole fu il contributo offerto dai Benedettini che esercitarono un ruolo fondamentale nell'evoluzione degli studi scientifici, grazie all'attività assistenziale e più propriamente ospedaliera che si svolgeva nell'infermeria del monastero e quindi non è da escludere l'ipotesi che anche i monaci benedettini praticavano la medicina nella nostra città.
L'episodio documentato più antico ci è riferito da un ignoto cronista di Minori il quale ci narra (874 ca.) di una giovane sposa di nome Teodenanda, gravemente ammalata, trasportata a Salerno dai suoi familiari presso l'archiatra Gerolamo il quale dopo aver consultato i numerosi testi medici di una biblioteca (librorum immensa volumina, scrive il cronista), è costretto, suo malgrado, a deludere le loro speranze. Teodenanda sarà poi miracolata a Minori da S. Trofimena. Questa notizia è molto importante e preziosa perché attesta che a Salerno, all'epoca, già esisteva una biblioteca ben attrezzata e, quindi, uno studio approfondito di medicina.
Valida è anche la testimonianza di un viaggiatore ebreo (X sec.) di nome Beniamino de Tudela il quale descrive la nostra città: urbem medicorum scholis illustrem (illustre per le scuole di medicina).
Un altro episodio tramandatoci dallo storico francese Richer de Reims risale all'ultima decade del X secolo e ci riporta un curioso incidente avvenuto (900 ca.) alla corte del re francese fra due medici: un certo Deroldo, vecovo di Amiens e un salernitano di cui lo storico non cita il nome. I due medici, ospiti alla corte del re francese, tennero una disputa su questioni mediche. Il salernitano, purtroppo, ebbe la peggio e tentò di avvelenare il collega francese.
L'episodio, narratoci dal cronista, certamente di parte, intende illustrare la superiorità della medicina ecclesiastica francese su quella salernitana. Richer, comunque, ne descrive le differenti caratteristiche, dicendo che il suo Deroldo possiede maggiore cultura e che il salernitano è dotato di ingegno naturale e di una notevole esperienza pratica.
Il medico salernitano, secondo la leggenda popolare che mi è stata raccontata da alcuni abitanti di Salernes, da allora rimase in Francia e si stabilì in Provenza, nei pressi di Draguignan, dove mise a frutto tutta la sua notevole esperienza medica, dedicandola ai cittadini di quella località. Il borgo medievale dopo la morte del medico salernitano prese il nome di Salernes.
L'anonimo cronista dei vescovi di Verdun (Francia), che scrisse durante l'XI secolo, riferisce che il vescovo Adalbero II nel 986 venne a Salerno ut a medicis curetur, per farsi curare i calcoli renali; ciò dimostra che l'esperienza medica a Salerno era già nota in quel tempo anche all'estero. Inoltre di notevole importanza è anche la testimonianza di un poeta, di origine renana, che si nasconde sotto il nome di "Archipoeta" il quale, consigliato dal presule Reinald Von Dassel, venne a Salerno (XII sec.) per curare le sue precarie condizioni di salute. Il poeta, di ritorno dal suo viaggio, loda l'esperienza medica salernitana e soprattutto riferisce al presule: Illuc pro morbis totus circumfluit orbis (che tutti confluiscono a Salerno per curare i propri mali).
In seguito, il sapere dei medici salernitani, che professavano principalmente la medicina Ippocratica e Galenica, si arricchì ulteriormente di nuove cognizioni.
Alla leggenda, ormai accantonata, appartiene sicuramente la notizia riportata da Antonio Mazza, priore del collegio medico, che vuole la scuola fondata da quattro maestri di diversa nazionalità, un ebreo Elino, un greco Ponto, un arabo Adela e un latino Salernus, i quali avrebbero insegnato, nella lingua madre, ai propri allievi.
La leggenda potrebbe sottendere il carattere internazionale e forse laico della scuola, in un periodo, quello medievale, in cui tutto l'insegnamento era appannaggio del clero. Infatti la posizione geografica di Salerno, nel cuore del Mediterraneo, poneva la città in un punto nodale del traffico marino e, quindi, al centro di importanti scambi con l'Oriente e l'Africa.
La scuola medica salernitana, ha annoverato insigni maestri tra le sue mura, molti dei quali si trovano a giusto titolo ricordati nella toponomastica salernitana, lasciando un duraturo ricordo del loro sapere, medico e farmacologico.
Ad Alfano I, arcivescovo di Salerno ed esperto in medicina, sono attribuiti: la versione latina del trattato sulla Natura dell'uomo, di Nemesio di Emesa, il De quatuor humoribus, e il De pulsis, valide teorie di carattere medico-filosofico sulle quali si erano già esercitate le antiche civiltà cinese, egiziana, greca e di altri paesi del Mediterraneo e che Alfano ebbe il merito di introdurre nel pensiero scientifico salernitano. In questo periodo (XI sec.) si apprende dai cronisti che Desiderio, abate di Montecassino, venne a Salerno per curarsi e che Adalberto, arcivescovo di Bremen, fu curato da un certo Adamatus, medico salernitano.
Di maggiore rilievo fu l'opera di Costantino l'Africano, che dette alla scienza medica salernitana un notevole impulso con le molteplici traduzioni dal greco e soprattutto dall'arabo di testi medici che aprirono Salerno e l'occidente alla conoscenza della scienza medica orientale, sicuramente in quel periodo più evoluta della nostra. Costantino l'Africano, nacque a Cartagine nel 1018, si dedicò ben preso alla medicina e secondo il costume degli studiosi greci, compì lunghi viaggi in Oriente visitando l'Arabia, la Caldea e l'Egitto. Visse anche nella nostra città, dove pare fu segretario di Roberto d'Altavilla detto il Guiscardo, poi si ritirò nel monastero di Montecassino dove morì, sembra, nel 1087. La sua vasta e geniale opera di traduzione di testi medici dall'arabo in latino, ebbe una notevole importanza e influenzò molto lo svolgersi dottrinale della scuola di Salerno; infatti egli contribuì notevolmente ad inserire tra le materie di studio anche l'anatomia e quindi la chirurgia, permettendo la pratica della dissezione, altrove rigorosamente proibita. Prima di lui la chirurgia era abbandonata nelle mani di gente senza scrupoli, mentre i medici, anche nei casi in cui l'intervento si imponeva, curavano le diverse patologie limitandosi a prescrivere decotti e pomate. A Costantino spetta soprattutto il merito di aver elevato la chirurgia al rango di disciplina scientifica, classificando le malattie secondo il metodo greco, che parte dalla regione del capo per poi scendere a quella del collo, del tronco, fino agli arti inferiori.
Anche in campo farmacologico Costantino contribuì ad arricchire notevolmente, con le sue traduzioni, i prontuari di "rimedi salernitani" con una vasta gamma di prescrizioni fino ad allora sconosciute. Notevole è stata l'opera in campo medico di un altro dotto medico salernitano, Giovanni Afflaccio (XI sec.) che fu probabilmente medico benedettino, fu discepolo e principale divulgatore di Costantino, che si rivolgeva a lui chiamandolo "figlio dilettissimo". Pubblicò numerose opere di medicina, famoso il Liber Aureus ed altri scritti sulle febbri e sulle urine, che erroneamente sono stati attribuiti al suo maestro.
Anche il dotto Bartolomeo si distinse in questo periodo (XII sec.) ponendo più attenzione verso le norme generali. Nella sua Pratica troviamo per la prima volta un'esposizione di tali principi che precede l'analisi delle singole malattie. Scrive testualmente il maestro:
"La medicina pratica si divide in due parti: la scienza che conserva la salute e quella che cura la malattia. La scienza che conserva la salute è stata molto coltivata dai medici antichi. Dal momento che conservare la salute è cosa che si può fare meglio e con più certezza che non ripristinare la salute una volta che è andata perduta. La scienza che cura la malattia si divide in tre parti: conoscenza della malattia, conoscenza delle condizioni morbose da cui derivano le malattie, conoscenza di come e dove si deve intervenire per curare le malattie".
Considerevole è stato il contributo offerto da Bartolomeo alla scuola; infatti il maestro dimostra una grande conoscenza della filosofia aristotelica, sicuramente attinta direttamente dai testi greci. Le sue citazioni riguardano problemi filosofici basilari come quella della collocazione della medicina nel sistema delle scienze e della sua identificazione con la filosofia naturale. Iniziarono probabilmente così a moltiplicarsi nella nostra città le prime vere e proprie scuole "private" di medicina, impostate nel quadro tipologico degli ospedali-scuola, diffusi nel mondo islamico, a cui Salerno dovrà gran parte della sua affermazione. Anche i farmacisti di Salerno erano noti in tutta Europa per i loro preparati medicamentosi, i sapienti della scuola insegnarono e interpretarono fenomeni allora ignorati, studiando a fondo la vita, le virtù e le funzioni medicamentose di erbe sconosciute, dando così sviluppo ad una nuova scienza: la Farmacia.
Fu così infatti che Nicolò Salernitano potè scrivere il suo famoso Antidotarium che l'imperatore Federico II elevò a farmacopea ufficiale in tutta Europa, anche se l'opera fondmentale della botanica medicinale medioevale resta il Circa Istans attribuita al maestro salernitano Matteo Plateario che ci descrive oltre cinquecento piante, determinando le varie specie e soprattutto classificandole in base alle loro proprietà medicamentose.
Anche Saladino d'Ascoli e Matteo Silvatico, grandi discepoli di Nicolò Salernitano, si diedero un gran daffare nel campo farmaceutico, studiando e sperimentando le virtù di migliaia di tipi di erbe coltivate nei giardini della Minerva. Così Matteo Silvatico potè compilare il famoso Dizionario dei Semplici , l'opera di farmacologia più completa del XII secolo.
Saladino d'Ascoli, seguendo le orme del valoroso maestro, scrisse il Compendio degli Aromatari che dettò all'epoca, e anche in futuro, le norme per il buon esercizio della farmacia, indicando anche quali devono essere i requisiti dell'onesto aromatario (farmacista dell'epoca) da cui dipendeva la conservazione della salute umana.
Altri maestri di chiara fama che eccelsero nel campo medico e che contribuirono a rendere famoso il nome della scuola in tutta Europa furono: Garioponto (o Guarimpoto) insegnante di straordinaria entità, forse monaco, di origine longobarda, morto intorno al 1050. La sua opera più famosa fu il "Passionario", un trattato in cui l'autore descriveva tutte le malattie, procedendo, secondo la tradizione, dalle malattie del capo a quelle dei piedi e ne indicava la cure, soprattutto tramite il cauterio.
Il Passionario copiato e ricopiato migliaia di volte, sempre debitamente illustrato da disegnatori, più o meno abili, costituì per parecchio tempo uno dei testi fondamentali per l'insegnamento della medicina nel tardo Medioevo.
Uno dei grandi meriti di Garioponto nel Passionario fu anche quello di ordine linguistico: egli infatti, nel tentativo di latinizzare voci greche, ricorse spesso a parole dell'uso volgare, (gargarizzare, cicatrizzare, cauterizzare) segnandone l'ingresso nel linguaggio scientifico dal quale neppure oggi sono ancora uscite.
Mauro Salernitano con la sua minuziosa metodica dettata nelle sue Regulae urinarum vede attraverso il colore, la quantità, il sedimento delle urine, raccolte nella matula (vaso di vetro a collo largo) lo stato di salute dell'intero corpo umano, quindi dalla diagnosi alla prognosi: l'uroscopia diventa il primo esame di laboratorio della sua storia.
Romualdo II Guarna, cronista, agiografo latino e medievale, nacque a Salerno da nobile famiglia tra il 1110 e il 1120. Seguì gli studi di medicina e fu illustre medico della scuola salernitana.
Gilles de Corbeil ci narra che per i malati "aveva attenzioni non minori che poteva avere se l'infermo fosse stato il suo signore o il proprio figlio". Fu consacrato arcivescovo di Salerno nel 1153 e favorì, con la sua opera politica, la causa dei re normanni; fu membro del consiglio dei dieci nel regno di Sicilia, ebbe il privilegio d'incoronare il novello re Guglielmo e fu suo delegato al famoso congresso di Venezia nel 1177. Fu autore di un "Chronicon", un'opera di sintesi storica universale che comincia dalla creazione del mondo e si chiude con la cronistoria del congresso di Venezia.
Notevole fu il contributo offerto alla scuola salernitana nel XIII sec. da Ursone di Calabria, famoso maestro della scuola il quale, con le sue opere di medicina, famosi i suoi "Aforismi", sembra che esercitò una certa influenza anche sullo sviluppo della scuola medica francese. Infatti, Gilles de Corbeil, autorevole esponente della scuola medica di Montpellier, sarà a Salerno allievo di Musandino e, a sua volta, diventerà un valente maestro della scuola salernitana e dedicherà il famoso libro in versi "De Urinis" alla memoria del suo caro maestro.
Gilles de Corbeil rimase sempre legato alla nostra scuola, anche se una volta si rammaricò che, in qualche occasione, i maestri della scuola salernitana permettevano di insegnare e praticare medicina a giovani immaturi. Ritornato poi, a Montpellier (Francia), ebbe, un giorno, una vivacissima polemica con i colleghi francesi della locale scuola medica e si lamentò, aspramente, che la scuola di Montpellier non avesse ancora raggiunto il livello di quella salernitana.
Gilles de Corbeil fu il medico personale di Filippo il Bello (sec. XIII), re di Francia. Non molti anni dopo due francesi, Gautier d'Agilon e Gerard de Bourges, studiarono medicina a Salerno e furono poi maestri a Montpellier.
Ricordiamo anche i maestri Giovanni da Procida, il Musandino, Isidoro, Salvatore Calenda, Giovanni Plateario, per non parlare poi di Benvenuto Grafeo, divenuto famoso per aver scritto un trattato di oculistica Ars probatissima oculorum che, all'epoca, conseguì un grande successo ed ebbe una notevole diffusione sia in Italia che in Europa. A Benvenuto Grafeo (o Grasso) si attribuiscono addirittura la scoperta delle lenti.
Uno dei personaggi di maggiore rilievo della scuola medica salernitana fu Ruggero Frugardo o dei Frugardi, meglio noto sotto la denominazione di "Rogerius Salernitanus", fondatore della branca chirurgica della scuola stessa.
Un suo discepolo, Guido D'Arezzo, ne stese il trattato di chirurgia "Chirurgia Magistri Rogerii", che va normalmente sotto il suo nome. Molti sono i punti oscuri sulla vita e sull'opera di questo grande chirurgo. Comunque bisogna ricordare che siamo al tempo delle crociate, il porto di Salerno divenne il centro di tutti gli scambi, i malati e i feriti più gravi venivano sbarcati, ricoverati nelle infermerie dei monasteri e affidati ai medici della scuola per le cure immediate. Questa svariatissima ricchezza di casi clinici, permise a Ruggero di sviluppare la parte più originale del suo trattato di Chirurgia. La sua opera, che costituisce il testo ufficiale della chirurgia dei secoli XIII-XV è il primo documento della chirurgia italiana.
Il trattato si sviluppa in quattro libri: il primo è incentrato sulla trattazione delle malattie della testa, il secondo su quelle del collo, il terzo su quelle delle estremità superiori del petto e dell'addome, infine il quarto sui morbi delle estremità inferiori, della lebbra e dello spasmo. Dei numerosissimi commenti che ebbe questo trattato, lo rese famoso quello ad opera di Rolando De' Capezzuti da Parma, nato a Bologna intorno al 1230, che lo insegnò nella sua scuola di Bologna circa un secolo dopo.
Ciò testimonia la diffusione che tale testo ebbe in Italia; ma se volessimo spingere il nostro sguardo al resto dell'Europa di quegli anni, troveremmo che la chirurgia di Ruggiero, già vi si era abbondantemente diffusa. L'opera rivela conoscenze ben più approfondite che non i precedenti testi medioevali, e testimonia che nella scuola di Salerno si praticava la dissezione di animali (soprattutto il maiale) a scopo di studio, anche se le linee fondamentali seguite da questi lontani precursori del rinnovamento scientifico erano pur sempre quelle galeniche.
Salerno vanta, inoltre, un primato di notevole prestigio storico: quello di avere le prime donne medico in Italia e forse anche in Europa. Trotula de Ruggiero. Vissuta nella metà dell'XI secolo, appartenente alla nobile famiglia De Ruggiero, figlia di medico, moglie e anche madre di medico, scrisse molte opere di medicina e insegnò nella scuola salernitana. Trotula offrì un contributo notevole ad un sistema medico-sanitario che non fu solamente una struttura scolastica, ma anche e soprattutto un servizio dotato di una propria attività ambulatoriale, finalizzata a tenere in osservazione i pazienti e a stabilirne le cure più adatta per le diverse patologie. Molto esperta anche in campo ginecologico scrisse De mulierum passionibus in, ante e post partum. Suo marito, Giovanni Plateario, fu, a sua volta, il capostipite di una lunga generazione di medici.
Abella Salernitana. Di lei conosciamo molto poco: vissuta nel XIV secolo scrisse De Atrabile et de natura seminis umani.
Ricordiamo anche Apella, Rebecca Guarna, Maria Incarnata e Costanzella Calenda, figlia del medico Salvatore che si distinse notevolmente anche nel collegio medico napoletano. Dopo il 1400, a Salerno, non si ebbero più donne medico e perché in Italia se ne addottorasse un'altra dobbiamo attendere il 1741, anno in cui a Bologna viene conferita la laurea in medicina ad un'altra donna.
La Scuola di Salerno non ebbe solo la sua scienza, ma anche la sua poesia: con il Flos Medicina", meglio conosciuto come il Regimen Sanitatis Salernitanum, portò al di là delle frontiere, lo spirito e la saggezza del sapere medico salernitano, che è condensato nei primi versi i quali suggeriscono un tipo di vita rigorosamente igienica e serena iniziando così:
"Al re d'Inghilterra la Scuola di Salerno unanime scrive:
se vuoi star bene, se vuoi vivere sano,
scaccia i gravi pensieri, l'adirarti ritieni dannoso.
Bevi poco, mangia sobriamente; non ti sia inutile
l'alzarti dopo il pranzo; fuggi il sonno del meriggio;
non trattenere l'urina, né comprimere a lungo il ventre;
se questi precetti fedelmente osserverai, tu lungo tempo vivrai.
Se ti mancano i medici, siano per te medici
queste tre cose: l'animo lieto, la quiete e la moderata dieta".
Nel regimen (vedine qui i PRINCIPI GENERALI) è anche contenuto un ricco prontuario per sfruttare al meglio le proprietà medicamentose di moltissime piante officinali.
Anche nell'epilogo è contenuto un ulteriore incoraggiamento a seguire le norme contenute nell'opera, assicurandone la validità in quanto precetti dettati da due grandi maestri della medicina salernitana, Ursone e Matteo "per quos regnat medicina Salerni" (per i quali regna la medicina salernitana).
La diffusione e la risonanza che il poema, scritto in versi leonini, ebbe all'epoca si debbono certamente alla sua semplicità e chiarezza. Non si nota ombra né appesantimento di principi filosofici, ma tutto si ispira alla virtù dei "semplici" e ai precetti di una rigida igiene fisica e morale.
E' un poema del quale non si conosce la data precisa di compilazione, né l'autore o gli autori e si presume che i primi versi siano stati scritti intorno al X secolo. Vari sono i manoscritti che in maggioranza lo dedicano al Re d'Inghilterra "Anglorum Regi" poche volte a un "Francorum Regi" nel primo caso; non si è certi se si trattava di Edoardo III di Inghilterra, che regnò con esemplare virtù dal 1042 al 1060, o invece di Roberto II, Duca di Normandia, figlio di Guglielmo il Conquistatore. Il Pazzini ha dato una sua originale e fantasiosa interpretazione ad una miniatura che raffigurerebbe Salerno, impressa in un codice risalente al XV secolo del canone di Avicenna.
Si vuole che Roberto II, duca di Normandia reduce da una battaglia in Terrasanta, affetto da una fistola infetta al braccio destro, conseguenza di una freccia avvelenata, si fermasse a Salerno per farsi curare dai famosi medici della scuola. Come unica cura possibile i medici salernitani consigliarono al duca la suzione diretta della ferita, cosa che avrebbe comportato la morte di chi si sarebbe prestato ad eseguirla, cosa che Roberto decisamente rifiutò. Ma sua moglie Sibilla, mentre il marito dormiva, attuò l'operazione, rendendogli la vita e perdendo la sua. Poche opere, tranne quelle religiose, influenzarono per molti secoli la vita dei popoli europei quanto il regimen.
Questi versi (in origine 362), raccolti e commentati nel XIII secolo dal maestro della scuola medica di Montpellier, Arnaldo da Villanova, allievo della scuola salernitana, divennero nel corso dei secoli addirittura 3520.
La regola sanitaria salernitana ebbe più di trecento edizioni e fu tradotta in quasi tutte le lingue europee, in alcune lingue asiatiche e perfino in certi dialetti; fu ancora ristampata in Italia, Inghilterra e Germania circa un secolo fa.
L'opera, a carattere enciclopedico, descrive gli elementi della natura, gli alimenti, gli stati d'animo e le stagioni allo scopo di salvaguardare la salute mantenendo un perfetto equilibrio tra uomo e natura.
Il Regimen offre i rimedi giusti per ogni sofferenza, dettandoci le buone norme per vivere sani, demolisce quel fanatico misticismo medioevale che imponeva la privazione della carne, la mortificazione dello spirito, l'astinenza dal piacere e soprattutto la paura di avere in sacro orrore tutto ciò che poteva rendere più dolce e dilettevole la vita, per cui fa capire chiaramente a chi lo consulta, di valersi, con giusta moderazione, dei beni terreni che la natura ci ha elargito.
Di notevole rilievo è stata anche la tradizione ospedaliera salernitana.
I primi ospedali salernitani sono da definire, nella maggior parte, ospizi, e sorsero a fianco delle chiese e nei monasteri, spesso ubicati lungo le strade di grande comunicazione per fornire asilo e assistenza ai viandanti o ai pellegrini malati. Spesso ne usufruivano anche i poveri locali che, quando si ammalavano, non avevano la possibilità di essere assistiti nelle loro abitazioni.
Oltre all'ospizio di S. Massimo, insieme ad altri luoghi di cura che lentamente si costituirono nella nostra città, si ricorda un ospedale con il nome di S. Lorenzo, citato nel 1163 da Ersacio, gran camerario di Puglia e Terra di Lavoro, il quale colloca l'edificio fuori le mura (extra moenia) nei pressi dell'attuale rione Carmine.
Il più importante fu fondato poi nell'ultimo ventennio del XII secolo da Nicola D'Aiello, arcivescovo di Salerno, il quale ricevette in dono dal padre Matteo, vice cancelliere del Regno, la chiesa di S. Giovanni in Busanola, oltre le mura occidentali della città, dove fondò un ospedale con il nome di S. Giovanni che rimase fuori le mura fino al secolo XIV.
In seguito fu trasferito all'interno, trovando collocazione di fronte la chiesa dell'Annunziata e prese il nome di S. Biagio.
Le autorità cittadine, per una più completa cura ed assistenza degli infermi, invitarono i religiosi dell'Ordine di S. Giovanni di Dio che vennero, nella nostra città, da Napoli. Nel 1870 il marchese Ruggi d'Aragona fondò a proprie spese un ospedale per gli infermi poveri, nei pressi di piazza Portanova. In seguito i consigli di amministrazione dei due ospedali, ormai inadeguati alle esigenze della città, in notevole espansione demografica, decisero nel 1898 di fonderli e costruire un apposito fabbricato che li comprendesse entrambi. Soltanto nel 1910 fu possibile dare corso ai lavori del nuovo ospedale, chiamato San Giovanni di Dio e Ruggi d'Aragona, sito in via M. Vernieri, attualmente operante in località S. Leonardo.
L'arte medica fu insegnata a Salerno da valenti maestri che la diffusero si loro discepoli, secondo un'antica tradizione, nelle loro stesse abitazioni (Privata Schola) e soltanto in seguito un istituto comune sostituì molte di queste scuole private.
Con l'avvento della dominazione Sveva, la tradizione medica salernitana ebbe nuovi impulsi. Federico II, si interessò molto alle problematiche della Scuola Salernitana. Le prime ordinanze riguardanti la Scuola si rinvengono tra le costituzioni emanate dall'imperatore Federico II nel 1231 a Melfi. Infatti l'articolo 45 (lib.3) descrive la procedura per il conferimento delle licenze mediche, secondo la quale il candidato, una volta superato l'esame davanti ai maestri della Scuola, doveva presentarsi al Re o ad un suo rappresentante per ottenere la licenza.
L'imperatore prescrisse inoltre che, per il conseguimento della laurea, l'allievo doveva studiare per tre anni logica, come preliminare per lo studio della medicina, il cui corso doveva durare cinque anni e includere anche la pratica chirurgica. Di notevole rilevanza è anche l'articolo 47 il quale imponeva che tutte le medicine fabbricate nel reame, prima di essere poste in commercio, dovevano essere controllate dai maestri medici della scuola. In seguito con i successori di Federico II, il figlio Corrado IV e Manfredi, rimasero inalterati i privilegi concessi alla Scuola; addirittura il re Corrado, nel 1252, trasferì a Salerno, anche se per poco, l'università di Napoli per punire la città che, dopo la morte di Federico, si era associata ai moti eversivi scoppiati in quel periodo contro gli Svevi.
Con la dominazione angioina, Carlo I, rimanendo in parte inalterati i privilegi elargiti dai suoi predecessori alla scuola, grazie all'intervento di un certo Petrus Marronus, insegnante di medicina, permise agli studenti salernitani e ad alcuni insegnanti l'esenzione dalle tasse. La scuola medica salernitana mantenne, per molto tempo, il vecchio sistema degli stipendi pagati ai propri insegnanti sulla base di un contratto privato. Il nuovo sistema degli stipendi pubblici fu adottato soltanto nel XIV secolo, quando la scuola divenne una istituzione cittadina e mantenne questo regime fino alla sua soppressione.
Un passo avanti, di notevole rilievo, fu fatto dalla scuola sotto la dominazione della regina Giovanna I nel 1359.
La sovrana stabilì, a differenza dei suoi predecessori, che la scuola poteva rilasciare licenze senza l'assenso dei commissari regi e, inoltra, tutti coloro che acquisivano la laurea a Salerno, potevano esercitare liberamente la professione medica in tutto il reame. Questi importanti privilegi concessi alla scuola vennero confermati anche in seguito sotto la dominazione aragonese.
I principi Sanseverino, che governarono la nostra città per circa un secolo (XV-XVI sec.), contribuirono notevolmente al progresso della scuola salernitana, dove non era insegnata solo la medicina, ma anche altre materie come la filosofia e il diritto. Interessante la presenza a Salerno, in questo periodo, di un famoso filosofo, Agostino Nifo, che fu degno membro del collegio salernitano.
Per dare un'idea dell'importanza della scuola è sufficiente affermare che in origine era proibito a chiunque esercitare nel reame l' Ars Medica se non avesse acquisito la licenza presso la scuola di Salerno che una delle prime città dell'Occidente dove si conferiva la laurea in medicina. Sembra che la scuola, nonostante ci siano al riguardo molte ipotesi, purtroppo non suffragate da alcun riscontro documentario, abbia avuto varie sedi per l'insegnamento e il conferimento delle lauree. La protettrice della scuola fu santa Caterina Alessandrina.
Le sedi d'insegnamento, in relativo ordine cronologico, secondo l'illustre storico salernitano Prof. Riccardo Avallone, e spesso in contemporaneità furono: la reggia Arechi o le sue adiacenze, la cappella superiore e inferiore di S. Caterina nell'atrio e ai piedi della scalinata marmorea del duomo, ossie le odierne sala San Tommaso e San Lazzaro.
La principale sede della scuola fu in seguito, causa l'inagibilità della cappella di S. Caterina, il palazzo dell'antica pretura, ubicato in via Trotula De Ruggiero.
L'ultima sede della scuola fu l'ex seminario arcivescovile.
Le lezioni erano accessibili a chiunque, di qualsiasi confessione e nazionalità.
Era sorto così il primo ateneo del mondo occidentale; quindi la scuola salernitana fu la veneranda progenitrice di tutte le università e le scuole moderne, modificando e arricchendo, con razionale elaborazione, il sapere antico di nuove cognizioni, fino a diventare esempio su cui, in seguito, si modellarono le istituzioni dei tempi moderni.
La scuola, come tutte le istituzioni di rispetto, aveva un suo preciso ordinamento in base al quale si orientarono, in seguito, le maggiori università italiane ed era formata dall'almo collegio, composto da dieci collegiali (più quattro di riserva), il più anziano dei quali veniva eletto Priore, massima carica della scuola. Il Priore era delegato dal Re, in nome del quale conferiva le lauree ed era anche arbitro nelle vertenze che, di tanto in tanto, si susseguivano tra i collegiali o fra gli studenti. Quando il Priore veniva a mancare, gli succedeva automaticamente il più anziano del collegio, detto anche promotore. Per far parte del collegio il medico doveva risiedere a Salerno da almeno venti anni. Tutti gli altri medici della città erano "Alunni".
Un'altra figura carismatica della scuola era rappresentata dal Rettore, che aveva il compito di vigilare sul comportamento dei docenti, nonché sulla serietà e condotta degli studenti; a codesto incarico annuale era spesso destinato un prelato.
Il Notaio era il segretario della scuola, incaricato di redigere e autenticare tutti gli atti della scuola, le deliberazioni accademiche e i documenti degli studenti.
Il Mastro d'atti aveva l'incarico di scrivere nella pergamena i privilegi e le licenze registrandole in un apposito schedario che rimaneva nell'archivio della scuola. Il privilegio dava la facoltà di esercitare la medicina ovunque "urbem et orbem" mentre, con la licenza, si poteva esercitare solo localmente. Altri validi collaboratori della scuola furono i Copisti e i Miniatori, i primi provvedevano a trascrivere le lezioni dei maestri e per vari secoli la loro opera fu indispensabile, non essendovi allora altro mezzo per diffondere la cultura. Gli studenti, con l'opera di questi artefici, che godevano tra l'altro di speciali deroghe, potevano avere sotto mano le lezioni dei loro maestri.
Valida fu l'opera decorativa dei miniatori, come ci attestano i numerosi codici, sparsi nelle più importanti biblioteche d'Europa. Vari privilegi dottorali a noi pervenuti, sono adorni di miniature, che hanno una tale finezza di linee e colori da dimostrarci che questi artisti avevano gusto e amore per l'arte.
I Bidelli, infine, erano alle dirette dipendenze del Priore, vigilavano gli studenti in assenza degli insegnanti, consegnavano ai docenti i decreti del Priore e addirittura controllavano gli stessi docenti affinché osservassero scrupolosamente l'orario di lezione.
La sede più antica, dove abitualmente venivano conferiti i Privilegi (lauree), era la chiesa di S. Pietro a Corte o Cappella Palatina, ma spesso le cerimonie si svolgevano nella cappella superiore di S. Caterina (oggi sala S. Tommaso), nel Duomo, quando il laureando apparteneva a note famiglie, ed era quindi prevedibile un grande afflusso di pubblico e anche nel Salernitanum Palatium di cui parlano, e solo di esso, tutte le pergamene di laurea dai primi del '600 al 1811, da identificare con il Palatium Civitatis ossia l'antico palazzo di città, oggi detto Municipio Vecchio, ubicato in via dei Canali.
L'insegnamento della medicina rimase sempre l'argomento principale degli studi salernitani, ma bisogna anche dire che altre materie furono insegnate nella scuola come la filosofia e il diritto. Molte furono le licenze rilasciate per l'esercizio della farmacia. La struttura organizzativa della scuola era alquanto rigida e favorì molto il protezionismo campanilistico; difatti l'accesso al collegio fu sempre molto difficile per i medici non salernitani, cosa che certamente non giovò alla scuola.
Infatti per far parte del Collegium erano richiesti venti anni di residenza a Salerno. Intenso fu anche il rapporto di collaborazione medico-scientifico che si venne a creare intorno al XII secolo tra Salerno e la scuola medica di Montpellier (Francia).
Dopo tribolate vicende e anche per la sempre crescente importanza della facoltà di medicina della vicina Napoli, dove gli insegnanti erano stipendiati dall'Imperatore, a differenza di Salerno, pagati in un primo tempo dagli studenti, in seguito dal Comune, la scuola medica salernitana, lentamente si avviava verso il declino.
La scuola terminò di operare a seguito di un decreto sul riordinamento della pubblica istruzione, datato venerdì 29 novembre 1811, emanato da Gioacchino Murat.
Vale la pena ricordare l'affermazione di Paul Oskar Kristeller, ritenuto da molti il massimo studioso della scuola medica salernitana, che apre il saggio, The School of Salerno pubblicato nel 1956: "La Scuola di Salerno è stata a giusto titolo famosa come la prima e la più importante Università dell'Europa Medioevale, come primo e più importante fra tutti i luoghi della medicina". [tratto dall'articolo on line di Giuseppe Amelio LA SCUOLA MEDICA SALERNITANA - Sintesi di un insegnamento secolare].











I DE REMEDIIS GENERALIBUS
Anglorum Regi scribit tota Schola Salerni: Si vis incolumem, si vis te reddere sanum,Curas tolle graves: irasci crede profanum: Parce mero, coenato parum: non sit tibi vanum Surgere post epulas: somnum fuge meridianum. Non mictum retine, nec comprime fortiter anum. Haec bene si serves, tu longo tempore vives. Si tibi deficiant Medici, medici tibi fiant Haec tria: mens laeta, requies, moderata diaeta.
II DE CONFORTATIONE CEREBRI
Lumina mane manus surgens gelida lavet aqua. Hac illac modicum pergat, modicum sua membra Extendat, crines pectat, dentes fricet: ista Confortant cerebrum, confortant caetera membra. Lote cale, sta pranse vel i, frigesce minute. Fons, Speculum, Gramen, haec dant oculis relevamen: Mane igitur montes, sub serum inquirito fontes.
III DE SOMNO MERIDIANO
Sit brevis, aut nullus tibi somnus meridianus. Febris, pigrities, capitis dolor, atque catarrhus Haec tibi proveniunt ex somno meridiano.
IV DE FLATU IN VENTRE INCLUSO
Quatuor ex vento veniunt in ventre retento: Spasmus, hydrops, colica, vertigo: quatuor ista.
V DE COENA
Ex magna copia coena stomacho fit maxima poena. Ut sis nocte levis, sit tibi coena brevis.
VI DE DISPOSITIONE ANTE CIBI SUMPTIONEM
Tu numquam comedas, stomachum nis noveris esse Purgatum, vacuumque cibo, quem sumpseris ante. Ex desiderio poteris cognoscere certo; Haec tua sunt signa, subtilis in ore diaeta.
VII DE CIBIS MELANCHOLICIS VITANDIS
Persica, poma, pyra, lac, caseus, et caro salsa, Et caro cervina, leporina, caprina, bovina, Haec melancholica sunt infirmis inimica.
VIII DE CIBIS BENE NUTRIENTIBUS Ova recentia, vina rubentia, pinguia jura, Cum simila pura naturae sunt valitura.
IX DE CIBIS NUTRIENTIBUS ET IMPINGUANTIBUS
Nutrit et impinguat triticum, lac, caseus infans, Testiculi, porcina caro, cerebella, medullae. Dulcia vina, cibus gustu jucundior, ova Sorbilia, maturae ficus, uvaeque recentes.
X DE BONI VINI PROPRIETATIBUS
Vina probantur odore, sapore, nitore, colore: Si bona vina cupis: haec quinque probantur in illis: Fortia, formosa, fragrantia, frigida, frisca.
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