L’ Enciclopedia degli autori delle opere e delle letterature (vol. III, Roma, 1982) così definisce Ortensio Lando: “fu scrittore (Milano o Piacenza c. 1512-1560) tra i più bizzarri e originali del Cinquecento. Lasciò opere di argomento satirico (Fortianae quaestiones, in cui elencò i motivi per cui gli abitanti delle diverse regioni italiane differiscono tra loro); un Commentario delle cose d'Italia; Sermoni funebri, in cui compiange la morte di un asino, d'un pidocchio e di altri animali; i Paradossi e Confutazione del Libro dei Paradossi (1543).
Lando, Ortensio
I Paradossi (o Libro dei Paradossi) sono trenta discorsi pubblicati nel 1543 nei quali si vuol dimostrare, come dice lo stesso titolo, qualche "sentenzia fuori del comun parere", seguendo un ragionamento che non tenendo conto delle eventuali obiezioni, giunge sino alla conclusione voluta. Si vuol dimostrare ad esempio come il ricco sia più fortunato del povero, come sia meglio essere brutti che belli, ignoranti che dotti, pazzi che savi, come la carestia sia migliore dell'abbondanza e la guerra della pace, come "mala sorte non sia se un principe perda lo stato". Il Lando evidentemente non crede a tutto quanto dice né d'altra parte pretende che sia il lettore a crederci, ma la posa assunta nei suoi discorsi, gli permette di imprimere ad essi sviluppi gustosamente satirici; e non poche sono nell'opera le frecciate contro i principi, gli ecclesiastici ed alcuni letterati del tempo. In questi toni polemici non è da ravvisare un proposito di critica sistematica, né tanto meno un saldo convincimento da cui scaturisce la satira. E tuttavia, la lettura di molte pagine spigliate e vivaci risulta piacevole e stimolante.
Il Lando è stato definito uno scapigliato del '500 e sempre catalogato "come avventuriero della penna".
In rapporto alla sua epoca il Lando ha stampato moltissimi libri tra i quali Lettere di molte valorose donne, nelle quali chiaramente appare non esser né di eloquentia né di dottrina alli huomini inferiori, Giolito de Ferrari, Venezia, 1548, di cui si conservano ancora sei esemplari nelle biblioteche italiane. In questo volume forse potrebbe trovarsi qualche ulteriore traccia sulla signora di Fondi; qualche lettera ricevuta da essa oppure dalle altre amiche nobildonne napoletane che potrebbero citare in qualche modo la Gonzaga
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Anche Luther Blissett nella terza parte del suo recente (1999) romanzo “Q” (cap. 25) così lo ricorda: ”Sfoglio il libro di un certo Ortensio Lando: Alla molto illustre et honoratissima Beatriz de Luna”.
Quindi, secondo quanto afferma esso stesso, il Lando conobbe di persona Giulia Gonzaga prima del 1543 (anno di stampa della prima edizione dei Paradossi) ma presumibilmente dopo il dicembre del 1535, epoca in cui essa si trasferisce in Napoli.
Il giudizio del Lando sopra questa donna differisce molto da quello che ne danno all’incirca nella stessa epoca i sostenitori della figliastra e cognata Isabella Colonna: da questi è descritta quasi come un’arpia (in estrema sintesi) mentre il Lando la considera onesta, continente, devota, preparata nelle sacre scritture non meno delle altre donne dedite alle arti femminili.
Restiamo sempre più convinti che la Gonzaga restò invischiata in una tela di ragno costruitale attorno ad arte per privarla del grande potere acquistato per effetto del testamento dell’anziano marito Vespasiano Colonna che l’aveva lasciata erede anche del destino della sua figlia di primo letto [Dal saggio on line: Il letterato Ortensio Lando
Un inedito del cinquecento su Giulia Gonzaga di Albino Cece].