PONTI E GUADI

Nella romanità i corsi d'acqua erano mediamente superati con PONTI (ma le devastazioni ed il tempo hanno cancellato i ponti dell'agro intemelio, risparmiando invece parte dei ponti romani nell'INGAUNIA e nell'AGRO SAVONESE) e GUADI (uno fino a non tanti decenni or sono ben individuabile ai Piani di Vallecrosia nell'alveo del torrente Crosa o Verbone [l'immagine, tratta dal volume ...i graffiti della storia... e proveniente dall'archivio fotografico dell'Ist.Intern.di Studi Liguri può essere ora affiancato da un'IMMAGINE RAVVICINATA DEL GUADO a suo tempo recuperata da Mario De Apollonia acuto ricercatore su questo territorio).
Nel medioevo si ricorse a strutture in legno che solo dal XVI sec.cominciarono a venir sostituite da complessi parzialmente realizzati in muratura.
Nell'età di mezzo si introdusse un grande uso di GUADI A PEDATE, rozzi percorsi di pietroni disposti nei siti fluviali di minor profondità in linea con qualche percorso d'accesso al paese o borgo da raggiungere: a confronto del guado romano, appena citato, dei Piani di Vallecrosia era un'opera rudimentale davvero quello che permetteva di valicare il rio Crosa o Verbone e raggiungere l'abitato di Vallecrosia alta o medievale e così pure il guado a pedate identificato presso la chiesa di S.Giorgio a Dolceacqua atteso che il celebre ponte monumentale era una struttura ad uso esclusivo della nobiltà egemone.
Al riguardo dell'ESISTENZA MEDIEVALE DI PONTI SUL ROIA E SUL NERVIA e del loro rapporto con "STRUTTURE DI RICOVERO PER VIANDANTI" può convenire lo studio di un testamento, del 29-XII-1258, fatto redigere al di Amandolesio per volere di un certo Ugo Botario.
Questo lasciò 10 soldi genovini all'ospedale de Clusa ed a quello de Rota: tali somme sarebbero servite per comprar "sacconi", cioè giacigli per il riposo degli stanchi pellegrini. Il Botario lasciò pure 10 soldi all' "opera della chiesa di San Michele" (presso il cui chiostro voleva esser sepolto) ed altrettanto donò alla cattedrale di S.Maria. All' opera della chiesa di San Francesco dei frati minori il testatore stabilì invece che spettassero 20 soldi genovini: intendeva egli che con quei danari si vestissero dieci poveri con tuniche, un pari numero con camicie ed altrettanti ancora con pantaloni. Anche il Botario, pur senza dimenticarsi degli altri Ordini, aveva quindi risentito del messaggio francescano: sì da lasciare a questo Convento il doppio di quanto aveva stabilito per le altre chiese.
Il Botario, contestualmente, col suo duecentesco testamento, lasciò 10 soldi oltre che all' OPERA DEL PONTE DEL ROIA all' OPERA DEL PONTE SUL NERVIA [a differenza del ROIA questo fiume fu sino a tempi moderni superato sempre per via di un PONTE LIGNEO: per OPERA si intendeva una sorta di CONFRATERNITA preposta alla manutenzione dei ponti; è impossibile dire se si trattasse di una sola OPERA preposta alla cura dei ponti in legno su entrambi i corsi d'acqua o due OPERE con caratteristiche e finalità distinte).
Comunque è da menzionare che si doveva trattare di un tipo di organizzazione piuttosto importante, e in continua attività, come si deduce da ulteriori testamenti o lasciti che fecero altri benestanti del luogo: dal documento traspare una moderna consapevolezza di tutelare il vecchio persorso di costa, non solo per i pellegrinaggi religiosi ma pure per le relazioni commerciali.
I porti e approdi di Ventimiglia, gli Ospedali, le vie costiere, le antiche direttrici parallele, i percorsi di questa e quella valle con le relative diramazioni, soprattutto i ponti lignei da restaurare in continuazione su quei due ribelli corsi fluviali, costituivano ai tempi del Botario un arabesco di porte spalancatesi da poco sul resto del mondo.

Un discorso particolare vale per il PONTE SUL ROIA o per essere precisi per l'edificazione di un ponte parzialmente in muratura: su questo esistono alcuni dati fermi:
-nel 1564 un terremoto (o magari i suoi effetti secondari) ed uno straripamento del Roia (gli atti parlano di una grave rujna) determinano la distruzione del vecchio ponte in legno che quasi annualmente doveva essere restaurato (B. DURANTE - F. POGGI, Storia della Magnifica Comunita' degli otto luoghi, Bordighera, 1986, pp. 149-155 con riferimenti archivistici).
-nel 1582, su petizione dei Parlamentari intemeli e dei Sindaci delle Ville, esisteva una autorizzazione alla realizzazione di un ponte in muratura usufruendo di peculiari vantaggi fiscali.
-nel 1585 da una petizione del Sindaco Michele Aprosio si apprende che era prevista per la primavera l'inizio della costosa opera.
-nel 1587 la richiesta di ulteriori esenzioni a Genova lascia intendere che l'opera del ponte ( come quella di una fortezza alla marina, verisimilmente il Torrione) procedeva a rilento.
-L'opera procedette comunque e venne alla fine conclusa.






E' interessante notare che l' 11-VIII-1782 la lunga impresa fu data per compiuta e che, come si può in qualche modo vedere dalle riproduzioni ottocentesche il PONTE (poi gravemente danneggiato da una piena del fiume del 1866 e di cui restano solo i BASAMENTI DEGLI ANTICHI PILONI poco a sud dell'attuale ponte stradale vecchio) sarebbe stato costruito (previo accordo fra i Sindaci della Comunità degli Otto Luoghi e quelli della Comunità di Ventimiglia) con 2 ARCATE APERTE per rendere possibile l'accesso dei bastimenti al ricovero portuale che si trovava all'altezza dell'attuale frazione di Roverino (Sez. Archivio di Stato di Ventimiglia, Notaio Pietro Antonio Aprosio, filza n.37, 1778-1783, atto n. 353).

Nell'immagine il "ponte antico" si vede ancora in piedi, seppur danneggiato, a fianco, poco più a meridione, del PONTE NUOVO.

La curiosità dell'immagine permette di evidenziare come, ancora nel 1870, quando si andava ultimando, il ponte nuovo sul Roia era attivo, per quanto malconcio ma viste le esigenze della città, il ponte vecchio: seppur a stento, anche in questa immagine si nota il particolare delle arcate mobili in legno per il passaggio delle barche ed il loro ancoraggio all'interno del fiume: il ponte nuovo (quello che attualmente serve il traffico stradale e pedonale fra la città moderna e quella medievale, oltre che -seppur non più da solo- il traffico verso la Francia) si vede nella sua compiutezza, dalle linee architettoniche compatte e, naturalmente, non provvisto di arcate mobili vista l'irrilevanza, da parecchio tempo, del fiume sia come porto canale che come attracco.

Un' altra preziosità di questa immagine sta nel fatto che è una inconfutabile prova fotografica -fra le ultime prove esistenti- di FORTE S. PAOLO ancora notevole, rispetto al centro abitato nella sua considerevole mole.

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