FLAVIO STILICONE

Generale romano (365 ca. - Ravenna 408) figlio di un vandalo che aveva militato negli eserciti di Roma combattè lealmente al servizio di Teodosio I che nel 395, in punto di morte, gli affidò i giovanissimi figli Arcadio ed Onorio. Riuscì ad impedire (cosa poi riuscitagli nel 410) che Alarico re dei Visigoti invadesse l'Italia e, come era suo desiderio, mettesse a sacco Roma infliggendogli varie sconfitte fra cui le disfatte di Pollenzo (403) e Verona (403). L'origine barbarica, purtroppo per i futuri destini dell'impero, gli valse l'ottusa avversità dei sovrani romani d'Oriente e d'Occidente, che pure erano stati suoi pupilli, e, accusato di aspirare al trono nel 408, venne alla fine giustiziato nel 408.











Il Capitano della Piena, Lorenzo Usodimari, in una lettera datata 18 marzo 1564, chiedeva infatti al Senato una licenza per poter andare a Ventimiglia al capezzale della sorella morente . Contestualmente il Capitano scriveva anche di essere stato informato del successo seguito a Ventimiglia, dove avrebbe ora dovuto recarsi anche per conto di miei beni che in parte erano nel loco ruinato, tutto che circa essi hanno poco danno secondo mi vien detto (ASGe, 1564-1566).
L'11 aprile, il Capitano di Ventimiglia, Niccolò de Franchi, ricordava ai Governatori che "l'altro giorno denotaj a Vs. Ill.me la ruina qui seguita d'alquante case che furono abissate le quale hano occupato tre strade di sorte che la porta del Ponte con dificultà se gli pur più passare et non ostante questo per le grand'innondationi d'acque seguite da' temp'in qua la fiumara s'è discostata dalla muraglia della terra. la quale restava in fortezza hora s'è allargata di sorte che ne ... detta muraglia resta in fortezza, ma anco detta fiumara irradica il più delle volte e porta via il ponte, et già da parechi giorni in qua per tre volte l'ha portato via" (in Archivio di Stato di Genova, 1564-1566).
In Civica Biblioteca Aprosiana ("Fondo Bono", Ms. 1, c. 29 recto-verso - anno 1564) si leggono quindi gli estremi dell'incarico senatoriale di supervisione, conferiti ai commissari Nicolò Grillo e Stefano de Franchi, dei danni avvenuti nel territorio intemelio (in effetti si trattava di due commissari già operanti, per comandamento della Signoria, in diversi centri del Ponente al fine di dirimere questioni amministrativo-penali e controllare lo stato del territorio):
"Magnifici Comissarij / hora me son Comparse lettere del Capitano nostro di Ventimiglia de XI et per la Copia delle quali che vi si manda qui alligata vederete quello che egli ci serive. Et perché la ruina di quel ponte et Case et gl'altri particulari che ci denuta sono di non poca importanza, ed è parso risolversi che furnito haverete nel Luoco di Diano le Cure di Comissari vi transferiate sin'a Vintimiglia, et che ivi gionti faciate Congregar il Conseglio et Agenti di quella Città et in appresso con quelli al luogo che giudicherete a proposito vi transferiate in nel luogo dov'é seguita detta ruina et parimenti alla fiumara (ove) era il luogo del ponte, et così in ogn'altro luogo dove giudicarete convenirsi per conto della pratica contenuta nelle lettere et che remediate come et in che modo si può riparar alli dannj che causa le fiumara et che vi paia sarebbero necessarij per proveder che la corresse et si tratenesse nel suo letto, et medesimamente farete consideranza a quella porta perché raccorda che si chiuda et così anche l'altra, che raccorda che si appra, et anche al ricordo di fabricare un ponte di legno. In modo che appieno restiate informati del tutto et così di quello che giudicarete a proposito dover farsi per riparare essi dannj com'anche alla spesa che li sarebbe necessaria, et quando considerato ogni cosa vi paresse che l'importanza del negotio richiedesse che prima di vostra partenza ne facessi avisati lo puotrete fare con mandarci le lettere dal luogo a luogo a buon ricusato, dandoci noticia di tutto, denotandoci insieme ed a parer vostro, et quando come presenti vi paresse che con qualche spesa si dovesse far qualche poca presentanea reparatione, puotrete provedere in questo caso che quella Comunita li dia ricapito e che si rippari a quello che giudicherete s'habbia da fare".
[(Di Genova alli XV d'Aprile del 1564) Copia Mattheus Secretarius Copia della Commissione data per la Signoria Illustrissima alli prefati Magnifici Signori Nicolò Grillo et Stefano de Franchi Commissarij a doversi conferire in la Città di Vintimiglia]
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A questo punto è importante ricordare che in fonti narrative recenti (Amalberti de Vincenti, 1988; Calvini, 1987; Abbo et al., 1987, che a sua volta cita Jervis, 1887) si affianca al terremoto del 20 luglio 1564 anche un precedente terremoto, definito disastroso, verificatosi nel marzo dello stesso anno nella stessa area ligure-nizzarda (Abbo et al., 1987 ne riporta anche la data: il 15 marzo).
Poco dopo aver spedito la propria relazione, il 25 aprile De Franchi scriveva ancora al Senato per avvisare che "...è stato qui li Magnifici sue Nicolò Grillo et Stephano de Franchi Commissarij, et revisto le doe fortezze parimente le
ruine seguite et il Ponte et, a tutto hanno lasciato provisione. Mi resta che quanto prima si faccia metter a essecuttione in compagnia delli Sindici della terra, se gli rifarà ogni deligenza che quanto prima si faci l'effetto, et di tutto le Signorie Vostre Ill.me ne saran avisate. I quali Magnifici Commissari son partiti di qui questa mattina per il porto" (Archivio di Stato di Genova, 1564-1566).
Stefano de Franchi e Niccolò Grillo erano due commissari inviati da Genova in missione in diversi centri del Ponente per dirimere varie questioni amministrativo-penali e per controllare la situazione del territorio: la loro presenza in Liguria Occidentale fin dall'inizio del 1564 è segnalata da una loro lettera spedita in data 25 febbraio da Diano al Senato e contenente informazioni sulla situazione locale. Quest'ultima lettera è conservata in ASGe (1564b): altre lettere conservate qui e nel fondo Litterarum dell'Archivio Segreto confermano la presenza dei due commissari a San Remo in marzo e ad Albenga in marzo e nel maggio 1564, ma nel fondo "Atti Senato" non esistono cenni all'evento disastroso avvenuto a Ventimiglia in febbraio-marzo. Ritornando all'esame dei documenti, si registra che il 28 di aprile i due commissari de Franchi e Grillo spedirono una lettera da Albenga informando che la grande entità dei danni descritti dal Capitano di Ventimiglia al Senato "fu in parto specie di chimera" (ASGe, 1564-1566). I due commissari avevano infatti verificato la possibilità di "far voltar l'acqua nel letto antiquo presso la muraglia senza spesa alcuna della Camera". Le fortezze erano state quindi ispezionate ed erano stati individuati vari interventi da compiere, in particolare al forte di S. Paolo. I commissari si riservavano comunque di riferire direttamente a voce ai Governatori, una volta ritornati a Genova. La missione dei due commissari è documentata anche da una lettera inviata al Senato dai Deputati del Castello di Diano (il 14 giugno), dove si faceva cenno alla necessità, confermata da Grillo e De Franchi, di riparare la locale fortezza: ma non risulta chiaro se la situazione di degrado fosse dovuta a normale usura o ad una causa catastrofica improvvisa. La presenza di Grillo e De Franchi a Ventimiglia nel 1564 è ricordata anche da Rossi (1888), in una pagina importante che utilizza un "Libro delle convenzioni e dei privilegi (p. 130)" del quale però non viene citata la provenienza. Rossi fu poi ripreso da autori successivi (Baratta, 1901; Berry e Berry, 1963; Rostan, 1971), ma la fonte da lui citata non è conservata negli Archivi di Stato di Genova, Imperia, Sanremo e Ventimiglia. La relazione dei commissari Grillo e De Franchi al Senato era riportata da Rossi come segue: "Essendo venuti essi nel luogo dove sono seguite le royne delle case, et strade da esse impedite, avendo visto il disviamento del fiume, qual prima correva presso le muraglie della città ed adesso essersi disviato, et anco vista la royna del ponte di legno portato via da esso fiume, sopra il che avendo fatto congregare tutto il Parlamento, et sopra le proposte fatteli, intesi li pareri loro, massime sopra il dispacchiar delle strade e la refattione di esse: hanno ordinato et per la presente ordinano in magistrato li egregi Gioan Aprosio q. Roberto, Marco Lungo, Battista Balauco et Gioseph D'Oria olim de Judicibus, sindici in la presente città per tutto il tempo del loro ufficio et a loro successori, d'anno in anno respectivamente, fino che in contrario sia ordinato per la Signoria illustrissima con baylia et facoltà che possino rivedere le predette royne di case et strade ponti et altre cose, che minacciassero royne, et quelle far racconciare, dispacchiare, assicurare rinnovare et finalmente provedere de tutti quelli remedi che giudicheranno essere necessari al bene essere et policia della presente città et fortezza di quella ..." (Rossi, 1888, pp. 200-201). Nel commentare questo testo Rossi non indica un terremoto quale possibile causa delle rovine, nè accenna al mese in cui fu scritta questa relazione. Nonostante queste lacune, Rostan ipotizzerà più tardi un legame tra la "ruina" descritta dai due commissari ed il terremoto del 20 luglio 1564, pur senza l'apporto di ulteriori fonti documentate (Rostan, 1971). Al di là di queste interpretazioni della storiografia locale, sta di fatto che la descrizione riprodotta da Rossi si allinea perfettamente con le succitate testimonianze coeve di De Franchi ed Usodimari. Il 27 aprile 1564 anche il Vicario del Vescovo di Ventimiglia, il canonico senese Francesco Maccabruni, aveva inviato una lettera ai Governatori, ma senza riportare alcun cenno ad un terremoto o evento disastroso verificatosi nei mesi precedenti (ASGe, 1564-1566). Analogamente, in una successiva lettera del 24 maggio, lo stesso Vicario parlava solo di alcuni "negocii". Il 3 maggio però il Capitano De Franchi ritornava sull'argomento, nel mezzo di una missiva dedicata a questioni penali, ricordando al Senato che "circa il despacchiar delle strade delle ruine successe, far far il Ponte della fiumara", all'epoca ancora mancante, era una necessità impellente soprattutto per la sicurezza dei viandanti. E' da notare, inoltre, che i Sindaci di Consiglio e Parlamento di Ventimiglia mandarono ai Governatori un inviato (latore di un biglietto di presentazione datato 1 maggio) di cui però non si conosce il motivo della missione, ancora non indicato in un breve missiva del 28 maggio sul medesimo argomento (ASGe, 1564-1566). Il 29 maggio il Capitano De Franchi esordiva rispondendo alla lettera del Senato del 23 maggio con l'affermazione che "havesi con ogi mia possibile dato ordine che la fiumara si accostasse alla muraglia. E non vi è forma alcuna salvo se da lei venisse tanto grossa che tornasse altro letto antiqueo com'era prima e de tempo in tempo è solita a levarsi e tornarvi. Si va appresso far dispachiar le strade con ogni prestezza possibile e così il ponte, il quale hoggi, a Dio piacendo, sarà fornito, e per me non si mancha di ogni solicitudine" (ASGe, 1564-1566). L'estate e l'autunno 1564 nel Ponente ligure Per quanto concerne l'arco temporale più prossimo alla data del 20 luglio 1564, ricordiamo che i documenti conservati in ASGe (1562-64) hanno fornito risultati poco soddisfacenti: una lettera del 20 luglio 1564 da Triora, inviata al Senato dal Podestà locale, Francesco Pinello, tratta esclusivamente di questioni amministrative; quindi, il 21 luglio, tre lettere da Porto Maurizio, Alassio e Savona (inviate rispettivamente da due Podestà e dal Vicario) informavano solo di problemi consueti riguardanti casi di giustizia locale. In ASGe (1564b) si è rivelata interessante una lettera inviata da La Piene in data 16 ottobre, ma riguardante un reato commesso nella stessa località il 20 luglio 1564. Nella lettera si racconta il fatto: si tratta di una truffa perpetrata ai danni di un vecchio, Stefano Martino de Mucio, il quale il giorno 20 luglio si era recato in casa del medico di La Piene dove aveva barattato con questi alcuni suoi beni in cambio di alcune case di proprietà del medico. Dopo sette giorni, però, il 27 luglio, il medico aveva venduto le case senza restituire al vecchio i beni barattati. Nella lettera si chiedeva quindi l'intervento del Senato, affinché fosse restituito al vecchio il dovuto. Nonostante il fatto narrato fosse avvenuto proprio il giorno del presunto terremoto in un luogo che dovrebbe rientrare nell'area di danno, nella lettera non sono menzionati terremoti o altre calamità naturali. Proseguendo nell'esame delle lettere conservate in ASGe (1562-1564), in una lettera del 22 luglio 1564, il Podestà di Sanremo chiedeva al Senato il permesso di trasferirsi a Genova, motivando genericamente la richiesta con ragioni di salute, senza fornire ulteriori informazioni sulle cause del suo stato di infermità. Le lettere successive, inviate da vari giusdicenti locali al Senato sino alla fine dell'anno non forniscono quindi alcuna indicazione, nemmeno su eventuali danni da riparare o su altre catastrofi naturali, con l'eccezione di quattro lettere inviate al Senato dal Capitano della Piene, Lorenzo Usodimari tra settembre e dicembre 1564 (ASGe, 1562-1564). Nell'ordine: il 29 settembre 1564 il Capitano chiedeva urgentemente fondi per riparare il tetto del castello, nonché quattro pastrani per vestire i quattro soldati "che sono stracciati" ed ormai impossibilitati a sostenere i turni di guardia; il 3 ottobre, il Capitano richiedeva nuovamente aiuti al Senato in quanto "Li Consoli e Conseglio di questo luoco, e ville superiori mi hanno richiesto che... dessi ragguaglio d'alchuni rouine nouamente successe in detto luoco per la insolita innundationi de l'acque". Inoltre parte della muraglia del castello era stata danneggiata dalle medesime inondazioni e veniva giudicata pericolante. Anche la stabilità di vari ponti era divenuta inaffidabile e rischiosa. Il 4 ottobre, sempre più preoccupato e dalla gravità del momento, il Capitano insisteva sull'entità dei danni subiti dai locali in seguito alle "innondationi". La situazione non sembrava essere tornata alla normalità nemmeno pochi mesi dopo, poiché Usodimari, scrivendo al Senato il 14 dicembre lo informava che: "scrissi i giorni passati a Vs. Ill.me esser ruinato un pezzo della muraglia di questo luogo verso il fiume per la pioggia che all'hora vene grandissima la quale non solamente ruinò esso pezzo di muraglia, ma fece ... altri danni assai. Hora per altra pioggia venuta al principio di questo mese n'è ruinato un'altro pezzo e n'ha fatto assai altri danni". I danni di una di queste alluvioni avvenute a La Piene sono descritti anche in una lettera non datata (inserita fra un gruppo di missive tutte datate al mese di settembre 1564), conservata in ASGe (1564b). Qui la comunità di La Piene chiedeva al Senato che le fosse concesso un terzo delle "condanne" per favorire la ripresa economica della popolazione dopo "la rovina di aque seguita li giorni passati in quel paese [La Piene]". Vi erano inoltre menzionati "notabili et intolerabili danni" ai mulini ad acqua, ai frantoi ed al raccolto. Da queste informazioni appare evidente come fosse piuttosto frequente il verificarsi di un'alluvione disastrosa, sia nella scoscesa ed impervia località della Piene, sia presso la foce del Roja. Tuttavia, se può sussistere qualche dubbio sulla vera origine dell'evento accaduto nel febbraio-marzo del 1564 a Ventimiglia, nel secondo caso (relativo al periodo settembre-dicembre 1564 a La Penna) la causa dell'evento disastroso risulta ampiamente individuata.