informatizzaz. a cura di B. Durante

RIPR. DURANTE DA MATERIALE ICONOGRAFICO APROSIANA DI VENTIMIGLIA











Fino al XIX secolo chi accusava malori su una nave doveva spesso affidarsi alle capacità paramediche del comandante e degli ufficiali, basate su rudimentali nozioni di igiene oppure sperare di incrociare una nave più importante a bordo della quale si trovasse un medico.
Non è infatti che sui vascelli non si imbarcassero medici professionisti o chirurghi ma si trattava di eventi non istituzionalizzati, connessi all'importanza del vascello, della sua missione o delle persone che eventualmente esso trasportasse: certo quasi mai nessun medico prendeva posto sulle navi mercantili destinate a trasporti di vili merci.
Chanca di Siviglia tra il XV ed il XVI secolo fu in effetti medico di bordo nella flotta di Colombo e fu proprio lui che scoprì con meraviglia che gli indigeni si cibavano di una spezia piccantissima che chiamavano agi, il peperoncino che proprio lui introdusse in Europa dove avrebbe avuto rapida diffusione e sarebbe poi stato conosciuto come pepe delle Indie.
Ma Chanca di Siviglia, all'uso dell'epoca, più che per curare i marinai era preposto sia all'ammiraglio che a quelle osservazioni di ambito naturalistico che erano ritenute necessarie nell'esplorazione di una terra ignota: cosa solitamente esperita per quasi tutte le spedizioni in nuove aree geografiche.
Solo nel XIX secolo viene istituzionalizzata sui vascelli la presenza costante di un ufficiale medico: come per esempio è dato di leggere al
CAPO VI (ARTICOLO 66) del CODICE PER LA MARINA MERCANTILE DEL REGNO D'ITALIA del 1865.
Per quanto concerne il Regno d'Italia la disciplina dei "medici di bordo" subisce comunque una fondamentale rivisitazione e modernizzazione solo per effetto degli articoli 28 e 29-ter del Regolamento per la sanità marittima, approvato con regio decreto 29 settembre 1895, n. 636, e successive modificazioni, recante appunto adeguate disposizioni per il rilascio rispettivamente dell'autorizzazione all'imbarco quale "medico di bordo" e dell'attestato di iscrizione nell'"elenco dei medici di bordo supplenti".
Quindi ai sensi dell'art. 37-bis del citato regio decreto 29 settembre 1895, n. 636, sono previsti atti di revisione con periodicità non superiore a cinque anni per il rinnovo della originaria autorizzazione all'imbarco quale medico di bordo e dell'attestato di iscrizione nell'elenco dei medici di bordo supplenti.










Sempre verso la conclusione del XIX secolo si assiste alla nascita delle prime strutture sanitarie organizzate (stazioni sanitarie marittime), nel tentativo di porre una barriera difensiva contro l'introduzione delle malattie epidemiche.
In precedenza le navi che giungevano da paesi infetti erano poste in "quarantena", cioè isolate per quaranta giorni nella presunzione che in tale periodo eventuali contagi potessero manifestarsi ed esaurirsi a bordo.
Le malattie epidemiche più temibili a quei tempi (colera, peste, vaiolo e febbre gialla) furono così chiamate "quarantenarie".
Per quanto riguarda l'Italia è con l'emanazione del R.D. 29/9/1895, n° 636 intitolato Regolamento per la sanità marittima che vedono la luce le prime strutture sanitarie statali di frontiera: per conseguenza di ciò si ebbe l'istituzione della figura del medico di porto messo a capo delle stazioni sanitarie marittime con l'obbligo di fronteggiare l'introduzione sul territorio delle malattie quarantenarie.
Con R.D.L. n° 1773/1933: Accertamento dell'idoneità fisica della gente di mare di I categoria, era affidato al medico di porto anche l'incarico di effettuare le visite di idoneità per il personale navigante.























In origine la parola ambulanza indicava una formazione militare, costituita da personale sanitario, che organizzava un ospedale da campo per l'esercito di appartenenza.
L'uso del termine per indicare un mezzo utile al trasporto dei feriti, comparve con il barone Larrey che inventò un' ambulanza volante (vedi), intuendo l'importanza di un soccorso immediato e di un trasporto rapido e sicuro del ferito in un vero ospedale.
Il chirurgo Dominique-Jean Larrey vide la luce a Baden, in Francia, l'8 luglio 1766.
Presto orfano, crebbe presso lo zio, Alexis, istitutore di una scuola di chirurgia a Tolosa.
Presso di essa il giovane Larrey completò i suoi studi frequentando poi altre università per conseguire maggiori competenze chirurgiche.
Venne presto ad apprendere che poteva esercitare la professione scelta come medico di bordo sulle navi e si rcò allora nella città portuale di Brest.
Qui per alcuni mesi studiò il mondo della navigazione e la strumentazione medico-chirurgica della nave su cui avrebbe preso servizio come responsabile sanitario.
Quando finalmente la nave da lui scelta prese il largo, Larrey scoprì di soffrire il mal di mare ma senza perdersi d'animo tramutò siffatto inconveniente in uno studio su se stesso e descrisse disturbi e trattamenti applicati.
Prestò comunque la sua maggior cura allo studio e nella cura dello scorbuto e delle altre affezioni storiche degli equipaggi.
Fu a Parigi nel 1789 eprese a lavorare presso l'Hotel Dieu sotto la direzione di Desault.
Le prime gravi agitazioni rivoluzionarie fecero arrivare all'ospedale moltissimi feriti sì che Larrey potè analizzare tanti tipi di ferite.
Da tali esperienze maturò l'idea dell'ago e filo di sutura poi nel 1792, scoppiata la guerra della Francia co Prussia ed Austria, Larrey venne ascritto ad un reparto operante sul Reno sotto il maresciallo Luchner.
Dopo tanta teoria resa possibile da un periodo di tregua, Larrey ebbe la sua prima esperienza su un campo di battaglia ed appena 4 anni dopo istituì la scuola di Sanità Militare a Val de Grace.
Riprese quindi le sue investigazioni ed i suoi esperimenti clinici: Nel 1798 Desault e Larrey efettuarono un intervento sul pericardio e nello stesso anno Larrey da solo praticò la prima disarticolazione dell'anca della storia.
Raggiunse presto gran fama e divenne uno dei promotori della nuova visione della medicina, sviluppatasi in quegli anni in Francia, secondo cui il concetto di intervento medico doveva sempre vagliare le cause delle patologie e la celerità della prestazione.
L'Accademia reale di Chirurgia lo onorò presto della medaglia d'oro per il suo contributo alla pratica chirurgica: come medico militare o vulnerario del resto raggiunse enorme competenza partecipando ad oltre 50 battaglie, venendo ferito almenotre volte e meritandosi una vera e propria venerazione dei soldati cui tenne dietro la riconoscenza di Napoleone Buonaparte che gli stanziò un legato di 100.000 franchi.
Larrey sin dai primi momenti del suo lavoro constatò che le modalità storiche di soccorso ai feriticomportavano tempi lunghi, specie per il raggiungimento dei feriti stessi, di modo che questi restavano pressoché abbandonati fino all'arrivo in ospedale.
A causa di ciò si aveva una mortalità assai elevata.
Ebbe il destro di trovare una soluzione umanitaria e clinica del problema quando Napoleone lo volle al suo fianco, ponendolo, con assoluta autonomia operativa, alla direzione del servizio sanitario durante la Campagna d'Italia.
Ebbe a fianco il collega Percy, suo collega, che inoltrò a Napoleone un progetto intitolato "Chirurgia delle battaglie"che comportava una moderna riorganizzazione dell'assistenza sanitaria, prevedendo l'istituzione di un corpo permanente di chirurghi e di un organico fisso di militari paramedici preposti al raggiungimento dei feriti già nel corso della battaglia ed in grado di fornire la prestazione delle prime cure necessarie per una "stabilizzazione sul posto" prima del trasporto.
Larrey in particolare si interessò della realizzazione di un mezzo di trasporto efficiente per tale disegno operativo: e così venne realizzata quella che fu detta ambulanza volante.
Il lessema "volante" era giustificato dal fatto che i carri utilizzati erano schierati accanto alle formazioni dell'artiglieria volante.
In un primo momento Larrey stabilì che il veicolo fosse costituito da un corpo semplice, con parti celermente riparabili: esso doveva essere leggero ma contestualmente solido, in grado di viaggiare veloce ma evitando grave disagio ai feriti trasportati.
Così Il corpo portante dell'"ambulanza volante" fu fatto di un cassone ligneo dal tetto arrotondato onde far sì che la pioggia vi scivolasse giammai appesantendo il carico.
Nella retro dell'ambulanza due cardini fissavano su ogni lato una doppia porta, chiudibile dall'esterno con una sbarra serrata su un perno girevole.
Alle pareti venivano fatti dei fori, in genere due per ogni lato, in modo da favorire la ventilazione interna . La vettura era stata ideata per trasportare due feriti distesi supini, fianco a fianco, sopra dei lettiniche erano realizzati con una struttura metallica su cui stava un materasso in crine di cavallo ricoperto in pelle.
Ai lati della struttura metallica stavano delle maniglie e, nella parte inferiore, delle ruote: grazie a ciò il telaio poteva essere portato fuori del vano.
Per comodo dei feriti, i lettini, oltre ai materassi, erano forniti di cuscini in piume, parimenti rivestiti in pelle.
Abbondavano peraltro le coperte e tutto l'arredo interno era finalizzato da un rivestimento in pelle nella parte inferiore delle pareti interne: in queste venivano poi ricavate delle tasche per la custodia del materiale di medicazione.
L'ammbulanza veniva trainato da 2 cavalli: di questi uno stava collegato ad un'asta fissa mentre l'altro era connesso ad un bilancino.
Il basamento del telaio collegava asta e bilancino con l'assale delle due ruote: poi ad ogni angolo di tale telaio erano poste delle balestre, alla cui fine una robusta striscia di cuoio provedeva a collegarle al cassone che fungeva da vano sanitario, sì da generare un qualche effetto ammortizzante.
La riorganizzazione con il sistema di Percy e Larrey migliorò le percentualidi sopravvivenza dei soldati feriti.
Le perdite totali dei francesi nelle 26 campagne dal 1792 fino alla battaglia di Waterloo nel 1815 furono certo gravissime, di due milioni e mezzo di uomini ma di questi un numero assai inferiore, 150.000 individui, perse la vita sui campi di battaglia: il gran numero morì piuttosto dopo il trasporto in ospedali da campo in seguito ad infezioni, malattie contagiose, patimenti.
Certo le ambulanze volanti avevano limiti connaturati che si palesarono eminentemente su terreni accidentati, montagnosi, desertici .
Larrey pensò quindi di ridurre i rischi avvalendosi dei muli che, da sempre, avevano costituito per l'esercito il più valido soccorso al trasporto su ruota di rifornimenti, armi e materiale pesante. L'ingegnoso medico allestì un sistema di sedie, chiamate "cacolets" sistemate sui fianchi dell'animale, cui erano attaccate con finimenti e cinghie.
Per quei feriti che dovevano invece rimanere distesi, furono progettate delle lettighe collegate alla soma dell'animale con bande metalliche: e si ebbero così i "giacigli mobili".
Nel corso della campagna d'Egitto si pose poi il problema del trasporto nel deserto e Larrey senza perdersi d'animo applicò il principio dei "cacolets" all'animale caratteristico del luogo, cioè il dromedario.
J. Goerke, amico di Larrey, importò poi in Germania i principi organizzativi del servizio delle ambulanze volanti francesi e quindi istruì delle infermiere volontarie prussiane.
F. Nightingale, figura principe della professione infermieristica, diede quindi un grande sviluppo alle prime cure dei feriti sui campi di battaglia della guerra di Crimea, applicando proprio quelle metodiche di intervento tanto care al Larrey.
Dominique-Jean Larrey morìnel 1842 dopo aver lasciato un contributo fondamentale nella storia delle medicina e, in particolare, del primo soccorso.