Cultura Barocca Crediti1000
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INF. A C. DI B. E. DURANTE

CLEMENTE VIII
Ippolito Aldobrandini (1536-1605)
IPPOLITO ALDOBRANDINI nasce a Fano (PS) il 24 febbraio 1535 (ma diverse fonti riportano 1536).
Studiò a Padova, Perugia e, particolarmente, a Bologna dove si laureò in giurisprudenza.
Essendo ottimo giurista ricoprì le cariche di Avvocato concistoriale e Uditore di Rota; venne nominato cardinale nel 1585, l'anno successivo fu inviato come Legato papale in Polonia.
L'agitato conclave apertosi alla morte di Innocenzo IX durò circa un mese; il 30 gennaio 1592 ne uscì eletto papa, tra i 52 candidati presenti, grazie ai voti della fazione antispagnola, il cardinal Aldobrandini, che scelse di chiamarsi CLEMENTE VIII.
La riforma cattolica, con il nuovo pontefice, fu energicamente promossa in diversi paesi.
Dopo lunga esitazione, nei riguardi della Francia intraprese un'altra politica, diversa da quella dei suoi predecessori immediati e riconobbe, il 25 luglio 1595, come legittimo re di Francia Enrico IV, che due anni prima aveva abbracciato il cattolicesimo, annullando di conseguenza la bolla di Sisto V che lo aveva dichiarato eretico recidivo.
Si scongiurò in tal modo il pericolo di un trionfo del protestantesimo in Francia.
Con l'editto di Nantes del 30 aprile 1598 veniva infatti riorganizzata in Francia la politica religiosa ponendo al centro il cattolicesimo.
Il pontefice ebbe ancora un notevole successo diplomatico come intermediario tra Spagna e Francia, i cui rispettivi sovrani il 2 maggio del 1598 firmarono a Vervins un trattato di pace, con il quale i confini dei due stati ritornavano ad esser quelli che erano stati stabiliti nel 1559 a Cateau-Cambrésis.
A Clemente VIII fu offerta anche la mediazione di pace tra Enrico IV di Francia e il duca di Savoia Carlo Emanuele.
Egli fu lieto dell'incarico ricevuto, ma ben presto comprese tutta la difficoltà del compito assunto e capì anche che non sarebbe riuscito ad accontentare nessuno dei due contendenti perché il francese voleva ad ogni costo riavere il marchesato di Saluzzo e il duca non intendeva cederglielo.
Allora, approfittando delle nozze di Enrico IV con Maria de' Medici, mandò in Francia, il cardinale Pietro Aldobrandini, suo nipote, per benedire gli sposi ed iniziare i negoziati di pace.
L'opera del legato pontificio non fu facile; questo dovette lottare contro le difficoltà opposte da tutti coloro che avevano interesse a non far concludere l'accordo e specialmente contro l'ostinazione di Carlo Emanuele, che non voleva a nessun costo cedere il marchesato di Saluzzo e voleva uscire con nessuna o poca perdita di territorio e contro quella di Enrico IV, al quale premeva di togliere alla Spagna le comunicazioni tra la Lombardia da una parte e i suoi possessi transalpini dall'altra.
Finalmente però l'opera del cardinale Aldobrandini fu coronata dal successo e il 17 gennaio 1601 fu firmato il Trattato di Lione.
Il duca di Savoia cedeva al re di Francia la Bressa, il Bugey, il Valromay, Chàteau-Dauphin ed altri luoghi minori sulla riva del Rodano; Enrico IV cedeva al principe sabaudo il marchesato di Saluzzo, le piazze di Cental, De Monts, Roque-Esparvière e il ponte di Gresin; infine il re e il duca si restituivano le fortezze e i territori occupati durante la precedente guerra e si obbligavano di mantenere rapporti di amicizia e di buon vicinato.
Il trattato di Lione fu molto vantaggioso a Carlo Emanuele I; aveva sì, dovuto cedere alcuni territori, ma questi, perché situati oltre le Alpi, molto difficilmente avrebbe in seguito potuto conservare; in cambio conservava Saluzzo, allontanava definitivamente i francesi dall'Italia e manteneva le comunicazioni tra l'Italia e i possessi transalpini della Spagna.
Nel 1597, con l'appoggio del riconosciuto Enrico IV, Clemente ottenne la città di Ferrara.
Questa data segnò la fine del potere estense, durato tre secoli.
Gli interessi del papato erano arrivati al territorio ferrarese, tanto che il duca Alfonso II (signore di Ferrara, Modena e Reggio) fu costretto a stipulare un patto con la Chiesa nel quale si sanciva che, se lo stesso duca fosse morto senza eredi legittimi, il Ducato Estense sarebbe passato sotto il controllo del papato.
Nonostante i tre matrimoni Alfonso non ebbe eredi e decise di lasciare per via testamentaria i suoi possedimenti al cugino Cesare; il papa rifacendosi all'accordo stipulato sancì il passaggio del territorio ferrarese alla Chiesa.
Ciò gli valse l'ostilità degli storici estensi.
Cesare conserverà Modena e Reggio, ma ormai la illustre casata d'Este si avviava a un triste tramonto.
Deluse invece furono le sue speranze di ristabilire il cattolicesimo in Inghilterra con Giacomo I Stuart; non gli riuscì neanche il progetto di occupare Costantinopoli facendo leva sul capo dell'esercito turco, Sinan Bassà Cicala, un genovese che all'età di quattordici anni, rapito dai turchi, aveva dovuto rinnegare la fede cristiana.
Avvenimento su cui ancora oggi gli studiosi e gli storici molto vivacemente dibattono è la condanna definitiva, firmata dal papa, del 'libero pensatore' nolano, il frate domenicano GIORDANO BRUNO.
La sua vita fu un peregrinare continuo, alla ricerca spasmodica della verità con l'incoscienza di abbeverarsi alle fonti più disparate pur di saziare la propria sete.
Comunque sia, verso la fine del marzo 1592 l'inquieto pellegrino, dopo aver visitato svariate cittadine europee e aver avuto già modo di far parlare di sè non solo le gerarchie cattoliche, ma diversi umanisti e centri di cultura europei, giunse in casa Mocenigo a Venezia.
Dopo alcuni mesi il patrizio veneziano, forse insoddisfatto nelle sue aspettative e indispettito per il carattere indipendente del filosofo, contravvenendo alle più elementari regole dell'ospitalità, rinchiuse Bruno nelle sue stanze e lo denunciò alla locale Inquisizione asserendo di averlo sentito "profferire bestemmie e frasi eretiche".
Dopo un paio di mesi peraltro il processo, subito iniziato, si presentava in modo abbastanza favorevole all'accusato, che si era difeso sostenendo di aver formulato ipotesi filosofiche e non teologiche e che per quanto riguardava le cose di fede si rimetteva pienamente alla dottrina della Chiesa chiedendo perdono per qualche frase sconsiderata che potesse aver pronunciato.
Ebbe inoltre attestazioni favorevoli o per lo meno non ostili da parte di diversi testimoni del patriziato veneto.
Quando tutto faceva sperare in una prossima assoluzione, giunse improvvisamente da Roma la richiesta del trasferimento del processo al Tribunale centrale del Santo Uffizio.
La prima risposta del Senato, da sempre geloso custode dell'autonomia della Serenissima, fu negativa, ma dietro le insistenze vaticane, nella considerazione che l'inquisito non era cittadino veneziano e che il suo processo era iniziato prima del suo arrivo nella città lagunare (ci si riferiva ai primi contrasti avuti nel 1575, quando era stato processato perchè erano stati trovati in suo possesso scritti di Erasmo da Rotterdam, rigorosamente proibiti), giunse alla fine il nulla-osta e il 19 febbraio 1593 il gran peregrinare del nolano terminò in una cella del nuovo palazzo del Santo Uffizio, a Roma.
A peggiorare la situazione si mosse, nello stesso anno, un suo vecchio compagno di cella, Celestino da Verona, che, accusato di eresia, pensò di ottenere la grazia per sè scrivendo ai giudici una lettera diffamatoria nei suoi confronti.
Accusò Giordano Bruno di aver detto che "Cristo non fu crocefisso ma impiccato sulla forca; che l'Inferno non esisteva; che ci sono diversi mondi nell'universo e che le stelle sono mondi; che morti i corpi le anime trasmigrano in un altro corpo, che Mosè era un mago; che se fosse stato fatto rientrare nell'Ordine dei Domenicani avrebbe dato fuoco al monastero e sarebbe ritornato nei suoi paesi eretici.
Sempre nello stesso anno iniziò, a Roma, una nuova fase processuale durante la quale Giordano Bruno accettò le accuse e decise di difendersi da solo subendo una grave disfatta a cui seguì una memoria difensiva che consegnò agli inquisitori il 20 dicembre 1594.
Intanto, papa Clemente VIII ordinò che fosse realizzata una completa censura dei contenuti delle opere a stampa del filosofo.
Due anni dopo, nel dicembre del 1596, vennero consegnate a Giordano Bruno le proposizioni e le tesi censurate dalle sue opere, per preparare le sue controdeduzioni.
Nel marzo del 1597, Bruno, innanzi agli inquisitori, difese la sua tesi filosofica centrale: l'infinità dei mondi, operando secondo la tattica della doppia verità, già adottata a Venezia.
Il collegio giudicante non accettò questo procedere e, dopo averlo torturato, lo invitò a confessare, ma Bruno rifiutò di sconfessare tutto ciò per cui aveva strenuamente lottato.
Nel 1598, furono definitivamente presentate le accuse imputate al filosofo che riguardavano gli atti irriverenti che si riteneva fossero stati compiuti nei confronti del clero relativi alle tesi su Cristo, lo Spirito Santo, la Trinità e le tesi eretiche riguardanti l'universo e la sua infinitezza.
Bruno Giordano, ormai distrutto, si dichiarò disposto a pentirsi e ad abiurare, ma compì un gravissimo errore fidandosi di Clemente VIII, che riteneva essere uomo di grande benevolenza ed onestà intellettuale.
A lui,infatti, inviò un memoriale di difesa sulle sue tesi.
L'errore di giudizio fu fatale, l'Inquisizione decise di attaccare un'altra sua opera, 'Spaccio della bestia trionfante', ritenendola antipapale e richiese al filosofo abiura e pentimento.
Questa volta Bruno non rispose e, rifiutando l'abiura il 21 dicembre 1599, firmò la sua condanna a morte.
Clemente VIII, il 20 gennaio 1600, anno giubilare, ordinò la sentenza di morte e la consegna del detenuto alla giustizia secolare.
Il filosofo fu riconosciuto "eretico, impenitente e recidivo".
Il 17 febbraio Giordano Bruno venne portato al rogo a Campo de' Fiori con la bocca in giova, cioè con una mordacchia che gli impediva di parlare, e fu dato in pasto alle fiamme, spogliato nudo e legato a un palo.
La formula recitava "vivi in igne mittantur!".
Prima di morire, dopo esser stata pronunciata la sentenza, Bruno proclamò: "Forse avete più timore voi nel pronunziare la mia sentenza che io nel riceverla".
Il monumento erettogli nel 1889 sul luogo del supplizio, per onorare in lui l'eroe "vindice della libertà ed umano incivilimento", fu un'iniziativa dei liberi pensatori contro il papato e la Chiesa cattolica.
Dei documenti del suo processo finora non si è trovata traccia.
Oltre il caso Bruno, nella serie dei rigidi interventi atti ad estirpare rigorosamente l'eresia, il malcostume e il banditismo, molto spesso attuati con esecuzioni capitali, annoveriamo il caso della giovane BEATRICE CENCI, che molto animò la sensibilità dei romani, da farne un caso ancora oggi rammentato a favore dell'ingiusta giustizia.
La giovane Beatrice apparteneva al casato di Francesco Cenci, di nobile stirpe ma di indole violenta, più volte incriminato per i suoi vizi e rilasciato solo grazie alla sua ricchezza; la madre, Ersilia Santacroce, era morta in seguito a un parto gemellare, dopo aver messo al mondo già dodici figli.
I fratelli di Beatrice avevano chiesto piùvolte un'udienza papale per denunciare i soprusi paterni: Clemente VIII fu invece costretto a farli esiliare.
Presso palazzo Cenci rimasero le due figlie, che in assenza dei fratelli dovettero sopportare i festini organizzati dal padre e subire ancora più forti le violenze del genitore.
La più grande, per interessamento dello stesso pontefice, fu inviata come sposa al nobile Carlo Gabrielli della famiglia di Gubbio, riuscendo in questo mondo a salvarsi.
Sentendosi isolato, il conte Cenci decise di perseverare nelle sue violenze e nelle sue attenzioni sessuali lontano dagli sguardi di Roma, portando Beatrice e la seconda moglie Lucrezia Petroni nel possedimento della fortezza di Petrella, in Abruzzo, presso L'Aquila.
Beatrice, sostanzialmente seviziata, tentò di far pervenire a Roma, tramite persone di corte, una lettera dettagliata al papa che tuttavia non arrivò mai.
I continui soprusi la portarono così all'estrema decisione che venne appoggiata dal fratello Giacomo.
Ad aiutarli furono due vassalli che odiavano Francesco Cenci: Marzio Catalano e Olimpio Calvetti.
L'idea iniziale era di simulare un sequestro, in occasione di un viaggio a Roma del Cenci, e di farlo uccidere a causa del ritardato pagamento del riscatto.
I banditi arruolati dai due commessi però sbagliarono i tempi, quando il conte aveva ormai superato il tratto di strada scelto per il rapimento.
Si pensò così di agire durante il sonno.
La sera del 9 settembre 1598 le due donne riuscirono con qualche stratagemma a far mangiare un po' di oppio a Francesco, che andando a dormire cadde in un sonno profondo.
Vennero poi fatti entrare Marzio e Olimpio, a cui si promise un ottimo compenso, che con freddezza o meno conficcarono, usando il martello, un chiodo nella testa e uno nella gola dell'uomo, che morì poco dopo.
Tolti i chiodi il corpo fu avvolto in un lenzuolo e gettato da un balconcino nel giardino sottostante, in modo da poter far pensare che era scivolato.
Ma Beatrice, troppo sconvolta e ingenua per ragionare sui dettagli e su come agire, prima di tornare a Roma dette a far lavare il lenzuolo sporco di sangue, giustificandosi con la lavandaia asserendo che, la notte prima, aveva avuto il ciclo.
All'inizio nessuno indagò ma poi il giudice principale di Napoli, non convinto, mandò un commissario a Rocca Petrella per svolgere le indagini.
L'uomo non trovò alcun indizio ma alla fine parlò con la lavandaia.
Alla donna fu chiesto un parere sull'origine delle macchie e questa fu la prima aggravante che rese Beatrice e gli altri formalmente indagati.
Monsignor Guerra, un prelato che si era invaghito della giovane e della sua vicenda, nel tentativo di aiutarla, o forse puntando all'eredità, si preoccupò subito di far eliminare i testimoni.
Olimpio fu ucciso a Terni, Marzio fu solo arrestato e nel tentativo di salvarsi raccontò tutto per poi ritrarre quando ebbe il confronto con Beatrice.
Ma, quando sembrava che ci si era dimenticati del conte Francesco Cenci, venne arrestato il sicario di Olimpio che confessò tutti i particolari.
Monsignor Guerra, ricercato, fuggì da Roma travestito da venditore di carbone.
Lucrezia, Giacomo e Bernardo Cenci vennero portati al carcere di Corte Savella e non resistendo alla tortura della corda (che consiste nel tenere appese le vittime dalle braccia) confessarono.
Poi toccò a Beatrice, che resistette, nonostante le braccia slogate.
Ma Clemente VIII dubbioso che il giudice Moscati, al quale era stato affidato il caso, fosse stato intenerito dalla figura della giovane trasferì la questione nelle mani di un giudice più severo.
Appesa per i capelli alla fine confessò.
In difesa dei giovani Cenci si attivarono diversi principi e cardinali che riuscirono a ottenere dal Papa una proroga di venticinque giorni per presentare una difesa.
Gli ottimi avvocati romani consegnarono alla scadenza una serie di motivazioni, puntando sul principio della legittima difesa e considerata la cattiva reputazione di Francesco Cenci tutto lasciava ben sperare.
Ma la notizia del matricidio del nobile Paolo Santacroce che si aggiungeva al fratricidio dei nobili Massimi indusse il pontefice a non fare eccezioni.
Venerdì 10 settembre 1599 Clemente VIII ordinò l'esecuzione.
Mentre si allestiva il patibolo a piazza Ponte sant'Angelo i principali cardinali tentarono ancora di salvare la vita dei ragazzi, o almeno di non farli uccidere e di fargli scontare la pena in prigione.
L'avvocato Prospero Farinacci riuscì a parlare con il papa e insistendo ottenne la grazia per il quindicenne Bernardo, che comunque fu costretto a pagare 400.000 franchi entro un anno alla Santissima Trinità di Ponte Sisto.
La notizia dell'esucuzione giunse a Beatrice alle sei del mattino, giusto il tempo di fare testamento e lasciare tutto in beneficienza.
La processione verso il patibolo partì dal carcere di Tor di Nona, dove erano rinchiusi Giacomo e Bernardo, che ricevette la notizia della grazia ma a cui fu imposto di assistere all'esecuzione.
Accompagnati da numerosi cittadini, il carro del boia passò al carcere di Corte Savella, per prendere Lucrezia e Beatrice.
Si doveva raggiungere la piazzetta di Castel sant'Angelo, scelta per il patibolo in quanto luogo di passaggio delle migliaia di pellegrini diretti a San Pietro ai quali si voleva mostrare l'esemplare punizione.
La prima a essere uccisa fu Lucrezia, che salì sul patibolo con le mani legate dietro alla schiena e impiegò alcuni minuti prima di mettersi seduta come le aveva indicato il boia.
Le venne tolto il mantello e rimase a petto nudo.
Pochi istanti e scese la mannaia.
Ma in attesa dell'uccisione di Beatrice, fatalmente, un palco dove qualcuno assisteva alla condanna, crollò, e ci furono parecchi morti.
Quando salì la giovane Beatrice si attese il colpo di cannone da Castel sant'Angelo, che avrebbe segnalato al pontefice il momento esatto per poterle impartire l'assoluzione papale maggiore in articulo mortis.
La ragazza con fierezza prese posizione, si sistemò i capelli, in modo da non farsi toccare dal boia.
Dopo la sua decapitazione fu il turno di Giacomo, che subì un trattamento ancora più atroce.
Alle 21.15 il corpo di Beatrice fu condotto e sepolto, come aveva chiesto, nella chiesa di san Pietro in Montorio al Gianicolo.
Ma la ragazza non trovò pace neanche dopo la morte.
Nel 1798 durante l'occupazione francese un soldato aprì la tomba, rubò il vassoio d'argento su cui era stata posata la testa e si portò via il teschio, episodio di cui fu testimone il pittore Vincenzo Camuccini.
Per evitare altre profanazioni e soprattutto polemiche ed imbarazzi per la sepoltura in un luogo sacro di una ragazza eletta a martire dal popolo ma comunque complice di un omicidio, per giunta giudicato proprio da un pontefice, la tomba fu coperta dagli strati superiori delle nuove pavimentazioni e non fu riportata nessun indicazione.
A Castel sant'Angelo, nel luogo in cui è stata decapitata, la notte dell'undici settembre, come hanno riferito a distanza di anni centinaia di persone, si è vista la sua figura aleggiare sopra il ponte, anche se lo scetticismo in questi casi è d'obbligo.
Rimane il fatto che la storia e la vita di Beatrice sono emblema di una perpetua ingiustizia, di un'infanzia rubata, di muri di silenzio che costrinsero la ragazza a difendere la sua vita, ma allo stesso tempo a condannarla, in base a delle leggi che non conoscono il sapore del dolore, del senso della violazione di un diritto.
"Annus Domini placabilis" (ma a chi è riferito il 'placabilis'? a Dio o all'anno?) è l'incipit della Bolla con la quale papa Clemente VIII il 19 maggio 1599 annunciava il XII Giubileo, il primo del nuovo secolo; i preparativi erano indirettamente iniziati fin dal dicembre dell'anno prima, quando bisognò porre rimedio ad un eccessivo straripamento del Tevere.
Due giorni dopo sospese le altre indulgenze con la Bolla "Cum sancti jubilaei" e, il 30 ottobre, inviò a tutti i vescovi una lettera, il breve "Tempus acceptabile", per esortarli a prepararsi al Giubileo facendosi promotori di pellegrinaggi a Roma.
La Porta Santa fu aperta qualche giorno di ritardo sulla tradizionale data di Natale, propriamente il 31 dicembre, per un forte attacco di gotta (disturbo dovuto all'aumento dell'acido urico corporeo) avuto dal papa; tuttavia grande fu la suggestione al momento dell'apertura contemporanea delle Porte Sante nelle quattro Basiliche, quando le campane di tutte le chiese di Roma si misero a suonare, accompagnate dal rombo dei cannoni di Castel sant'Angelo.
La mobilitazione fu grande.
Osti, albergatori, bottegai, negozianti vennero diffidati, pena severi provvedimenti, dal rincarare i prezzi; ugualmente prese rigidi provvedimenti per la repressione del brigantaggio e del malcostume; furono vietati i festeggiamenti del Carnevale; venne costruita una casa per ospitare vescovi e sacerdoti poveri d'oltralpe; la comunità ebraica di Roma offrì 500 pagliericci e coperte.
Il 1600 è ricordato, perciò, come uno dei Giubilei più intensi: a Roma, che contava circa 100.000 abitanti, vennero circa tre milioni di pellegrini, 200.000 solo il giorno di Pasqua, ai quali veniva concessa l'indulgenza plenaria a patto che visitassero quindici volte le chiese, se stranieri; trenta volte, se romani.
Clemente VIII diede, durante l'Anno Santo, un continuo pubblico buon esempio servendo a tavola i pellegrini, ascoltando le confessioni durante la Settimana Santa, salendo in ginocchio la Scala Santa, mangiando ogni giorno con dodici poveri, visitando ben sessanta volte le Basiliche e recandosi di persona nei luoghi di penitenza per verificarne le condizioni e il funzionamento, mentre i cardinali, in segno di penitenza, rinunciarono ad indossare la porpora.
Si mossero in tanti ad aiutare l'azione giubilare del Papa del 1600.
La Confraternita di san Filinpo Neri fu, come sempre, in prima linea coaduviata allora dall'opera infaticabile di san Camillo De Lellis.
Il papa coinvolse addirittura Filippo, re di Spagna, per rifornire di grano la Sicilia; il viceré di Napoli si recò a Roma facendo al papa l'omaggio di una splendida cavalcata di ottocento cavalli tutti coperti a festa.
Sempre in ragione della malattia, Clemente VIII, che aveva programmato la chiusura della Porta Santa per il 31 dicembre 1600, spostò il rito al 13 gennaio 1601.
Qualche anno più tardi anche i Riformati, sull'esempio del Giubileo del 1600, celebrarono un loro Giubileo in occasione della ricorrenza del centenario della ribellione di Lutero (1517-1617).
Si conservano monete con la scritta "saeculum Lutheranorum" e il libro "Du jubilé des églises réformées avec l'examen du Jubilée de l'église romaine".
Papa Clemente VIII è anche ricordato per essere il papa del caffè.
Questa bevanda, a contatto con la cultura cattolica, incontrò diverse opposizioni.
Siccome era una preparazione musulmana, il clero chiese formalmente al papa di proibirla.
Ma, narra la leggenda, che Clemente, nel sentire che il caffè era un'invenzione del diavolo, ne chiese un assaggio.
Sorseggiandone una tazzina così dichiarò: "È così squisito che sarebbe un peccato lasciarlo bere esclusivamente agli infedeli!".
Sempre secondo la leggenda, egli battezzò il caffè per farne una bevanda in grazia cristiana.
Da allora il nero liquido iniziò a diffondersi in Europa, diventando un vero e proprio culto, con la nascita delle 'botteghe del caffè', a Vienna, Londra, Parigi e Venezia.
Durante il suo pontificato, Clemente ordinò la pubblicazione di una nuova edizione della Vulgata, detta da lui 'Clementina', dopo che quella di Sisto V era stata ritirata poichè piena di strafalcioni; altresì pubblicò la revisione del Breviario e del Messale, e una rinnovata edizione dell''Index Librorum prohibitorum' (1596).
Nel 1592 fu introdotta nelle chiese di Roma, diffusa dal papa, e nelle altre diocesi la pratica delle Quarantore, istituita a Milano nel 1527.
Nel 1594 avocò la diatriba tra Gesuiti e Domenicani, a causa della faccenda del 'De concordia' del Molina, giunta quasi all'esasperazione, al foro della Sede Apostolica e istituì per lo studio della questione un'apposita commissione, la 'Congragatio de auxiliis gratia', che se ne occupò con deliberazioni e discussioni durate per nove anni.
Per cinque volte essa propose di condannare la dottrina di Molina, ma ne fu sempre trattenuta dall'intervento del generale dei Gesuiti Acquaviva e dal cardinale Bellarmino.
Tentativi unionisti furono avviati con le Chiese orientali: i legati del patriarca Gabriele di Alessandria fecero la loro professione di fede cattolica in Roma e dichiararono la loro obbedienza, ma il patriarca che gli successe si allontanò di nuovo.
Più a buon fine andò l'unione con i Ruteni o Piccoli Russi, favorita dall'azione propagandistica gesuituca in Polonia.
I vescovi ruteni, presieduti dal metropolita di Kiew, nel sinodo di Brest-Litowsk del 1595 decisero di riunirsi con la Chiesa latina sulla base del decreto fiorentino del 1439.
Quando Clemente VIII espresse la sua approvazione, l'unione fu proclamata e attuata nel Sinodo di Brest dell'ottobre 1596; i ruteni poterono conservare i loro riti e il matrimionio per i sacerdoti.
Non mancarono però violente ostilità: l'arcivescovo di Polozk, Giosafat Kuncewicz, uno dei principali propugnatori della riunificazione, cadde vittima di un crudele assassioni da parte degli scismatici a Witebsk nel 1623; fu canonizzato nel 1867.
Nel 1593 ripristinò molte leggi, abolite da Sisto V, che gravavano gli ebrei con molte oppressive restrizioni economiche e sociali; resteranno in vigore fino al XIX secolo.
Clemente VIII si circondò di personaggi illustri per portare avanti la sua vasta opera di riforma.
Favorì l'amicizia e la protezione di san Filippo Neri, dei cardinali Bellarmino e Baronio, di personaggi come l'Antoniano, Guido Bentivoglio, Andrea Cesalpino, ma non fu immune dal fenomeno del nepotismo: creò cardinale due suoi nipoti, Cinzio e Pietro Aldobrandini.
Ma tra i letterati e gli artisti pare che abbia preferito Torquato Tasso, che gli aveva dedicato una canzone augurale per l'elezione a papa; egli fu il poeta della sua corte papale e per lui in pontefice aveva preparato l'incoronazione in Campidoglio, non avvenuta per la morte del poeta.
Nella "Gerusalemme conquistata" il Tasso aveva espresso l'auspicata integrale rinascenza cattolica promossa dal pontefice.
Fu anche papa che promosse lo sviluppo dell'edilizia artistica.
In Vaticano, la sala del Concistoro e la sala Clementina (che serve da anticamera all'appartamento pontificio), furono opera sua, come pure la Villa Aldobrandini di Frascati, residenza estiva del pontefice, costruita su disegno di Giacomo della Porta e portata a compimento da Carlo Maderno con gli abbellimenti dei giochi di acqua ideati da Giovanni Fontana.
In particolar modo il Maderno fu il realizzatore delle sue commissioni; questi si lanciò in un intenso piano edilizio, realizzando, tra l'altro, la Manica Lunga, dove erano alloggiate le Guardie Svizzere, la Cappella Paolina, l'Appartamento dei Principi, la bellissima Sala Regia, il Salone degli Svizzeri e la Cappella dell'Annunciazione, affrescata da Guido Reni.
La cupola della basilica di san Pietro fu finalmente completata.
Si ebbe con lui anche la completa cristianizzazione degli obelischi orientali (in genere venuti dall'Egitto, dove erano nati come culto al dio sole) installati in tante piazze romane.
A molti di essi Clemente VIII annesse una peculiare indulgenza.
Il primo a beneficiarne fu naturalmente l'obelisco vaticano.
La Roma paganeggiante del Rinascimento era ormai lontana, la città eterna riacquistava il ruolo di punto referenziale di conversione per ogni cristiano.
Clemente VIII si spense il 3 marzo 1605, a 69 anni.